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SE LA PAZZIA E’ LA VIA MAESTRA PER IL CONSENSO

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

NOVE ANNI FA LA PSICHIATRA FORENSE BANDY LEE STABILI’ CHE TRUMP ERA PAZZO… ED E’ IN BUONA COMPAGNIA

Nove anni fa la psichiatra forense americana Bandy Lee pubblicò una ricerca secondo la quale non c’era dubbio, Donald J.Trump era pazzo. Negli anni a seguire, mentre il pazzo concludeva il suo primo mandato alla Casa Bianca e si preparava alla riscossa del 2024, la stessa diagnosi veniva emessa da altri luminari su Vladimir Putin, pare affetto da sindrome narcistico-paranoide.
Più recentemente, la camicia di forza è stata invocata anche per Bibi Netanyahu, per Erdogan e – va da sé – per il coreano Kim, a creare una folle combriccola in attesa del promettente Farage sulla rampa di lancio delle future elezioni inglesi. Insomma, dobbiamo concluderne che nel terzo millennio il corso per diventare leader si svolge nelle camere di psichiatria?
Forse la provocazione non è del tutto fuori luogo, e sì, credo che saper ostentare una scenografica dose di irrazionalità sia diventato per paradosso un requisito essenziale per incassare il consenso delle masse, più attratte che spaventate dai guizzi psicotici di Sua Maestà. Poi certo, va premesso che la pazzia scalmanata di certi sovrani è da sempre più una strategia che una patologia, e com’è noto fu Nixon in tempi non sospetti a partorire la madman theory, per cui in politica estera conveniva recitare la parte degli allucinati imprevedibili proprio per incutere al nemico il terrore di scatenare gesti inconsulti.
Si finsero pazzi Bruto (per tattica, come narra Tito Livio) e l’Amleto di Elsinore, ma prima ancora perfino il re biblico Davide. Viceversa era seriamente pazzo Carlo VI di Francia, convinto di avere un corpo di cristallo, così come lo era il dittatore Nguema che negli stadi della Guinea Equatoriale faceva massacrare i dissidenti da fucilieri travestiti da Babbo Natale, e nel frattempo si dichiarava sì marxista ma fan di Adolf Hitler (a proposito, anche il Führer era decisamente paranoico secondo la relazione commissionata nel ’44 dagli Stati Uniti a Walter Langer). E qui, ovvio, potremmo continuare con una amena infinita sequela di potenti più o meno allucinati, le cui dissennatezze finiscono per passare alla storia come sintomi di squilibri cerebrali, da Caligola a Masaniello fino a Pol Pot, tanto per dire che la stanza dei bottoni non di rado obnubila la mente dei prescelti. Il punto più interessante, tuttavia, sta forse nel porsi un’altra domanda, ovvero perché la follia dei leader si sia oggi trasformata in un fattore di vantaggio elettorale. Era in fondo l’altro ieri quando Alan Bennett scriveva “La pazzia di re Giorgio” e ci consegnava il memorabile ritratto del primo ministro Pitt costretto a inventarsi di tutto pur di tacere al mondo che il sovrano era fuori testa: nel 2026 probabilmente re Giorgio avrebbe avuto un suo profilo su X e i suoi post di pura alienazione ne avrebbero esaltato la popolarità, altro che nascondersi. Non fu Trump stesso a scrivere che Xi
Jinping aveva buon diritto di ritenerlo un pazzo? Voglio proporre ai dizionari una nuova espressione, il fool-pride, perché di questo si tratta, di un vero orgoglio dell’irrazionalità, a cui siamo naturalmente approdati attraverso anni di anatemi contro le ideologie, vade retro alla retorica, e Dio ci salvi dai discorsi troppo intellettuali che subito puzzano di fregatura quindi “parla come mangi”. Appunto: parla come mangi, solo che questo nesso implica che il cibo spazzatura che introiettiamo non possa tradursi mai e poi mai in un costrutto minimamente logico, bensì in un linguaggio sconnesso, contraddittorio, lacunoso, più affine al ringhio o al rantolo che all’eloquio umano. Siamo davanti alla legittimazione della pazzia come criterio e lingua del nostro tempo, ed è il punto d’arrivo, estremo e inevitabile, di quell’odio per il logos in nome del quale abbiamo devastato, pezzo per pezzo, la nostra capacità di concentrarci, seguire una storia compiuta, afferrare sottotesti, padroneggiare non dico una discussione ma neanche un minimo dialogo. Che poi, aggiungo, a cosa può servire votarsi alla razionalità se siamo già schiavi di una tecnologia che ha affidato tutto ad algoritmi, a numeri, a cifre, a occulte quintessenze matematiche contro le quali la follia assume il ruolo perfino di una guerra di resistenza? Mi distinguo impazzendo, rompo le linee impazzendo, inconsapevolmente scardino il sistema mettendomi a urlare come un gallinaceo e chi se ne importa se fino a poco tempo fa la coerenza era un metro di giudizio sociale (peraltro fallito, quindi a maggior ragione benvenuti a Crazyland).
Perdonatemi allora ma non mi scandalizzo, no, quando Trump non crolla a picco in popolarità se fa il pazzo come non mai, se annuncia dazi a isole sperdute abitate da pinguini, se vaneggia del proprio volto scolpito sul monte Rushmore, se inveisce contro la reporter di turno o si accanisce contro l’effigie di Biden nei corridoi presidenziali: tutto questo è il suo cogliere in pieno la deriva di un Occidente arcistufo di quella altissima razionalità che lo contraddistingue da secoli e che non ci ha saputi salvare. È una crisi epocale, potremmo dire che è arrivato il conto e lo paghiamo con una fuga a gambe levate nell’esatto opposto delle nostre radici che stanno in Platone, in Aristotele, in Sant’Agostino, in Voltaire. Siamo sprofondati, sì, nella paura più viscerale, nella rabbia feroce, nella violenza fisica che “almeno scarica”, nella cecità di un tifo animale che sa davvero di ammutinamento dell’homo dal suo essere sapiens, e ben venga allora retrocedere all’homo demens che ti toglie ogni ansia da prestazione perché il discorso è uno sforzo ma il delirio
riesce a tutti, quindi è pura democrazia. Di tutto questo, temo, è vittima principale l’opposizione (chiamatela democratica, riformista o perfino sinistra) che sulla scena internazionale arranca a erigere argini contro questa fluviale piena di de-razionalizzazione, che vince a mani basse perché coglie il vero sentire di questa fase storica. Non è più uno scontro fra destra e sinistra così come storicamente lo abbiamo interpretato, bensì una nuova durissima battaglia contro la regressione, quella per cui la Casa Bianca pubblica ufficialmente foto taroccate come da un maldestro tredicenne e il Cremlino si lascia andare a dichiarazioni da dottor Stranamore per cui davanti a un’apocalisse nucleare l’importante è che “saremmo noi comunque ad andare in Paradiso”. A tutto questo noi proviamo a replicare con ragionamenti assennati, con analisi illuminate, con progetti politici argomentati, ma vogliamo essere sinceri fino in fondo? È innegabile che siamo minoritari, circoscritti e perdenti innanzi a un fenomeno molto più grande del confine della politica, qualcosa che azzera lo stesso strumento del parlare e vi sostituisce il furore, fisico e verbale. La pazzia è di moda, sì. Anzi molto di più: la pazzia è il modo, il modo stesso di stare nella realtà.
(da Rrepubblica.it)

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LA RABBIA DEI GIOVANI E’ SENZA IDEOLOGIE

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

MASSIMO FINI: “NULLA A CHE VEDERE CON LE BR E GLI ANNI ‘70, MANCA IL COLLANTE DELLA LOTTA AL CAPITALISMO”

Gli scontri di Torino fra la polizia e i pro Askatasuna stanno incoraggiando il governo Meloni a inasprire ancora di più il decreto Sicurezza che verrà discusso nei prossimi giorni in Parlamento. Lasciamo pur perdere, perché sono ancora ipotesi non verificate, che i poliziotti abbiano usato trucchi da magliari travestendosi da Black bloc, cosa che umilia le stesse forze di polizia.
A parer mio è un errore chiudere i centri sociali perché sono spazi di libertà sostanzialmente innocui dove i ragazzi possono sfogare la propria esuberanza, preferibilmente facendo musica, creando così luoghi di aggregazione. Sono stato spesso al Leoncavallo, anch’esso sgomberato, che era vicino a casa mia, dove ho ascoltato molti bei concerti. È chiaro che se chiudi questi centri di aggregazione i ragazzi si riversano per le strade e cambia tutta la prospettiva. Il fatto che occupino abusivamente locali che appartengono ai legittimi proprietari potrebbe essere risolto risarcendo i proprietari con denaro dello Stato e di tutti noi, però nel “rito ambrosiano”, come lo chiama Gianni Barbacetto, dell’edilizia, questo era già stato fatto e quindi nulla vieta che lo si rifaccia.
Fra le misure punitive escogitate dal governo di Giorgia Meloni c’era quella, poi saltata, di far pagare una cauzione agli organizzatori di qualsiasi manifestazione, non solo quelle dei centri sociali. Un provvedimento di questo genere sarebbe stato totalmente illegittimo, e infatti è stato contestato da quello che resta del centrosinistra, Pd, M5S, Avs, perché lede non solo la libertà di espressione, ma anche quella di muoversi liberamente sul territorio nazionale. Tranne che per i soggetti che siano stati già colpiti, in modo motivato, dai limiti alla loro
circolazione, per esempio gli stalker. E avrebbe penalizzato soprattutto i ragazzi dei centri sociali che certamente non hanno l’oro che gli esce dalla bocca
Sui media si sono fatti molti riferimenti al Sessantotto e dintorni, dalle Brigate Rosse al più innocuo Movimento studentesco a Potere operaio detto familiarmente “potop”, ma anche “molotov e champagne” perché, soprattutto a Roma, vi militavano i figli dell’aristocrazia e dell’alta borghesia romana, fra cui Paolo Mieli. Ma c’è una differenza sostanziale: quei gruppi avevano un’ideologia, per quanto confusa, e alla fine inconcludente, perché cavalcavano il “marxismo-leninismo” che sarebbe morto di lì a pochi anni col collasso dell’Unione sovietica.
Questi giovani non sembrano avere un’ideologia, il loro è un disagio esistenziale, che non è solo dei giovani, ma particolarmente dei giovani, di vivere in una società che non li rispecchia in alcun modo. Certo, ci sono disagi economici, per esempio l’enorme difficoltà a trovare lavoro, ma non sono i più impellenti. Riassumo il concetto con le parole di una mia giovane amica, 26 anni, che si rifiuta di far figli perché “non voglio immetterli in questo mondo di merda”.
Saremmo quindi noi adulti responsabili? Neanche questo. È che tutti noi siamo stati travolti dal capitalismo, Don Chisciotte fa dire al suo scudiero, più realistico, Sancho Panza: “In un mondo dove il male è di casa e ha vinto sempre – dove regna il capitale, oggi più spietatamente – riuscirà con questo brocco e questo inutile scudiero al potere dare scacco e salvare il mondo intero?” (Don Chisciotte, Francesco Guccini, 2000).
Ma il problema non è solo il capitalismo che ormai ha conquistato il mondo intero, perché esiste ovunque, anche nei Paesi che si definiscono comunisti, perché è capitalismo di Stato, ma pur sempre capitalismo. Il problema autentico è la tecnologia che si è rivelata incontrollabile. Un premio Nobel per la Fisica e per la Matematica può anche fare un’invenzione spettacolare, ma non è in grado di controllare le varianti che mette in circolo. Come scrive lo storico Carlo Cipolla se la tecnologia risolve un problema ne pone subito una miriade di altri. È quindi una corsa all’infinito. L’inventore del cellulare, Martin Cooper, non poteva immaginare che il cellulare invece di avvicinare le persone le avrebbe distanziate. Noi oggi possiamo comunicare con persone che stanno all’altro capo del mondo, ma non conosciamo il nostro vicino di casa, tanto che a Torino c’erano francesi, austriaci e
questa volta Vittorio Feltri non potrà incolpare gli extracomunitari, perché non erano presenti se non in “modica quantità”.
La tecnologia è sempre esistita. Esemplare è il racconto di Umberto Eco, intitolato La cosa (1961): un grande Generale chiede a un suo Professore di fornirgli un’arma micidiale. Dopo sei mesi di studi il Professore gli presenta un sasso appuntito. Il Generale, deluso, dice: “Ma è solo un sasso”. Il Professore gli mostra che “solo” con quel sasso a punta può però frantumare la roccia. Il problema non è la tecnologia in sé, ma come la si usa. È anche il tema del film Cast Away, interpretato da un formidabile Tom Hanks, forse uno dei più grandi attori viventi, perché sa interpretare ruoli diversissimi, da quello di un occidentale che si è sperduto in un’isola deserta a quello di un malato di Aids (Philadelphia, 1993).
La questione drammatica che si pone oggi non solo ai giovani è la perdita delle ideologie e, insieme a esse, il senso del sacro. Quando Nietzsche, alla fine dell’Ottocento, proclama la “morte di Dio”, non la intende nel senso che Dio è stato ucciso, ma che il senso del sacro è scomparso dal mondo occidentale.
A che cosa possono aggrapparsi, quindi, oggi i giovani, e tra questi ci metto anche i poliziotti, uomini come tutti gli altri, con i problemi di tutti gli altri, che in più fanno un lavoro pericoloso e sottopagato?
Dicevo prima che i giovani riluttano a far figli perché non vogliono inserirli in “un mondo di merda”. Ma c’è chi adotta una soluzione più radicale, gli hikikomori, che si chiudono in casa e non vogliono avere contatti reali con nessuno. Ma questa è una soluzione da asceti, da giapponesi appunto, dubito molto che valga per un ragazzo italiano, anche se alcuni hikikomori ci sono pure qui da noi. Giù il cappello.
Massimo Fini
(da ilfattoquotidiano.it)

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ZUCCA, IL PM DELLA DIAZ: “NO A LEGGI LIBERTICIDE, VANNO ASCOLTATE LE PAROLE DI GABRIELLI”

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

“LA RICERCA DEL NEMICO INTERNO FA PENSARE ALLA GENERICA ETICHETTA DI TERRORISTA PER IL MOVIMENTO ANTIFA IN USA”

A 25 anni dal G8 il dibattito su dissenso, piazze e violenza si riaccende. Questa volta a tenere banco è stata l’aggressione feroce di un gruppo di manifestanti pro Askatasuna contro un poliziotto isolato colpito con calci pugni e anche con un martello. Condanne quasi unanimi ma emergono le voci di chi segnala le violenze della polizia durante la giornata di protesta.
Enrico Zucca procuratore generale di Genova che fu il pm della scuola Diaz del 2001, all’inaugurazione dell’anno giudiziario ha pronunciato un appello alla polizia a non cercare nemici in piazza ma a tutelare la libertà. Poche ore dopo l’aggressione di Torino qualcuno ha voluto trasformare quelle parole in una sorta di assoluzione per i manifestanti.
Quale era il fine delle sue parole dottor Zucca?
«Auspicavo che non si interrompesse il percorso di revisione dell’impostazione militare emersa al G8, con i risultati tragici che sono sintetizzati nel noto giudizio di Amnesty International. L’affermarsi di una diversa gestione dell’ordine pubblico ha visto recentemente regressioni, non s’è fatta strada la consapevolezza della necessità del rispetto dei diritti umani e quindi nell’uso proporzionale della forza nei confronti di tutti, compresi i violenti. Regole di ingaggio, capacità professionale, dipendono da scelte apicali e non possono essere richieste, se non scaricate all’agente sul campo, che giustamente richiede tutela, ancor più quando alla polizia interviene in situazioni in cui manca l’agire delle altre istituzioni».
Il caso Torino sembra rappresentare una svolta
«I recenti scontri di Torino sono di relativa gravità, se comparati ad altre occasioni analoghe in Italia, senza ancora ritornare ad eventi più complessi come il G8 genovese, con ciò non sottovalutando la gravità in sé dell’aggressione al poliziotto, di cui v’è impressionante evidenza filmata, ma purtroppo possiamo ritenere non l’unica e non la prima. La degenerazione delle manifestazioni in violenza, premeditata o no, hanno sempre alla base un fatto in grado di innescarla cui occorre sempre riferirsi non solo per prevedere reazioni e prepararsi adeguatamente sul campo, quanto piuttosto per agire su quella causa. Il fuoco non si spegne infatti con altro fuoco. Mi pare che la tendenza a presupporre l’agire di associazioni, bande, aggregazioni strutturate per ragioni ideologiche, anche se vi sono evidenze investigative della presenza costante di alcuni professionisti della violenza, semplifichi il problema e non colga il fenomeno del propagarsi della violenza a margine dei cortei. V’è assonanza con la ricerca del “nemico interno” che in USA individua movimenti e dissenso sotto la generica etichetta di Antifa, organizzazione terroristica, ancora senza evidenze, come dimostra l’audizione al Congresso dei vertici FBI che hanno balbettato fumose analisi. I primi arresti effettuati dimostrano piuttosto come la partecipazione ad azioni violente interessi anche soggetti coinvolti occasionalmente e che si aggregano nel calore del momento, proprio per
l’intervento repressivo della polizia che diventa bersaglio di ogni sentimento di reazione alla percepita ingiustizia».
Per il governo la soluzione è solo la linea dura.
«Se l’adozione di approcci investigativi con ipotesi di reato che utilizzano fattispecie associative o vaghe come la devastazione e saccheggio consentono di semplificare la prova e di effettuare arresti di massa, forzata è l’enfasi sulla contiguità o connivenza attribuita pacifici manifestanti, ipotesi priva di rilievo penale. E’ certo auspicabile che sia la piazza ad isolare i violenti, certo non per delega e responsabilità di chi deve garantire l’ordine, ma condividere le ragioni della protesta non deve diventare elemento di sospetto e di giudizio. Appare invece strumentale, quanto inefficace, la aggressiva reazione tesa al ripristino di strumenti preventivi e repressivi sperimentati negli anni di piombo e superati proprio in nome delle garanzie costituzionali essenziali».
Lei e molti altri non siete soli a stigmatizzare l’ennesimo appello a una legislazione dell’emergenza.
«Quale, allora, voce più autorevole in casa nostra di quella del prefetto Gabrielli, già capo della Polizia, per smentire la necessità di norme restrittive e liberticide. Riportandosi ai fatti, è cruciale per la gestione dell’ordine pubblico la capacità professionale degli agenti e dei loro dirigenti sul campo, ma soprattutto una strategia chiara capace di leggere i contesti. Limitare libertà costituzionali esasperando il conflitto ha effetti più che sui violenti, sugli agenti impegnati e i cittadini. E’ quella visione ragionata della polizia, ora espressa anche con maggiore respiro dal prefetto, che la mantiene saldamente entro i cardini democratici di cui è appunto presidio. Parole ancora più nette sul cosiddetto scudo penale, una violazione del principio di uguaglianza e una mistificazione che lascia inalterati i problemi, non venendo incontro al sostegno reale di cui gli agenti hanno bisogno».
Gabrielli, molto concretamente auspica un sostegno civilistico e non scorciatoie penali.
«Non è chiaro se alluda a una sorta di “scudo civile”. Tuttavia la prospettiva trova corrispondenza nelle condizioni in cui opera la stessa polizia americana, per i cui agenti non v’è immunità penale, ma solo un’immunità funzionale, peraltro contestata, sul piano civile. Questo diverso approccio merita attenzione nella scomposta reazione in atto che confluisce nelle antitetiche proposte governative. Può esistere dunque spazio per un’alternativa che proviene dallo stesso sentire e
vivere della polizia, al di là delle contingenti pressioni esterne sul corpo. Deve far riflettere la facilità con cui in un contesto democratico può crearsi una forza di polizia alle dirette dipendenze del vertice esecutivo, come l’Ice, che al momento ha paragone solo nella analoga forza a disposizione dell’autocrate russo».

(da Repubblica)

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ALL’EUROPARLAMENTO LE SVASTICHELLE TEDESCHE DI AFD BRIGANO PER AVERE NEL LORO GRUPPO ROBERTO VANNACCI: “È UN OTTIMO POLITICO E SIAMO SUOI FAN”

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

NEL FRATTEMPO, IN GERMANIA, AFD HA UN NUOVO ISCRITTO: SI TRATTA DI MAXIMILIAN MAERKL, PORTAVOCE DI “IB”, MOVIMENTO DI ESTREMA DESTRA CHE RITIENE CHE GLI STRANIERI ABBIANO UN “VALORE MINORE” RISPETTO AI TEDESCHI

Roberto Vannacci è parlamentare europeo. Al momento, però, senza gruppo: i Patriots for Europe lo hanno messo fuori contestualmente all’addio alla Lega. Ieri, però, il generale ha ricevuto le avances di Alternative für Deutschland, il gruppo di estrema destra tedesco in alcuni casi nostalgico del nazismo: «Roberto Vannacci è un ottimo politico e siamo suoi fan — dice René Aust, il capogruppo Afd all’europarlamento — stiamo a vedere cosa succederà».
Afd all’inizio aderiva appunto ai Patriots, il gruppo cofondato oltre che da Salvini, da Viktor Orbán, Marine Le Pen e Geert Wilders. Ma il partito tedesco ne era stato espulso: ora il gruppo di Afd è quello di Esn, Europa delle nazioni sovrane a cui aderisce anche Reconquête di Éric Zemmour. Il generale era stato candidato da Salvini a vice capogruppo dei Patriots: ma la proposta era stata bocciata da numerosi partner, a partire dai francesi del Rassemblement national.
Alternative fuer Deutschland avrebbe tra i suoi iscritti il capo di un movimento di estrema destra (Identitaere Bewegung, Ib) e la cosa sarebbe ancor più sorprendente
perché i vertici del partito hanno dichiarato in passato di considerare incompatibile con Afd la presenza in questa forza politica.
È il quotidiano tedesco Die Welt a rendere nota la vicenda: Maximilian Maerkl sarebbe addirittura il portavoce di Ib e secondo Welt è iscritto alla sezione bavarese di Afd. Maerkl avrebbe già denunce per istigazione all’odio e manifestazioni non autorizzate e di recente avrebbe preso parte alla controversa iniziativa in Brandeburgo sulla “remigrazione”.
Il vertice di Afd ha stilato una lista di organizzazione considerate incompatibili con il partito. Il movimento in questione avrebbe secondo l’Ufficio federale per la difesa della costituzione una chiara collocazione estremista: il movimento ritiene che solo l’origine etnica sia decisiva per l’appartenenza al popolo tedesco, conferendo così alle minoranze un “valore minore”.
Da qui il suo inserimento nella lista per l’incompatibilità. Tuttavia, questo divieto può essere superato se si decide comunque di accettare l’iscrizione con una delibera dei due terzi dei membri della presidenza regionale del partito. Al momento non ci sono stati riscontri dal partito sulle rivelazioni della Welt, che se dovessero essere confermate metterebbero ancora una volta in evidenza l’ennesima lotta interna al partito tra una fazione “moderata” e una “radicale”.
(da agenzie)

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AVVISATE LA DUCETTA: DOPO TRE ANNI E MEZZO DI GOVERNO MELONI, A ROMA LA PERCEZIONE DI SICUREZZA È PEGGIORATA: AUMENTANO I ROMANI CHE NON SI SENTONO SICURI FUORI DI CASA E CHE PENSANO CHE LA SITUAZIONE IN CITTÀ SIA PEGGIORATA RISPETTO A TRE ANNI FA

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

LA ZONA PIÙ TEMUTA È QUELLA INTORNO ALLA STAZIONE TERMINI. NON CONVINCONO LE “ZONE ROSSE” E NON PIACCIONI GLI “INFLUENCER DEL DEGRADO” COME SIMONE CICALONE E COMPANY – IL SONDAGGIO DELL’ISTITUTO DEMOPOLIS PER “ROMATODAY”

Dopo tre anni e mezzo di Governo Meloni, a Roma la percezione di sicurezza è peggiorata. Il dato emerge dal sondaggio dell’istituto Demopolis, in collaborazione con RomaToday, condotto tra il 21 e il 30 gennaio su un campione di oltre 2mila nostri lettori. I romani non si sentono sicuri fuori casa, evitano di frequentare determinate zone (in primis la stazione Termini, soprattutto di sera) e rispetto a tre anni fa pensano che la situazione in città sia peggiorata.
Tutto ciò, nonostante gli interventi messi in campo da parte del Governo, soprattutto nell’ultimo anno. Dopo una sequela di episodi di rapine, aggressioni e omicidi, il Governo ha deciso di istituire alcune “zone rosse”. […] E così quartieri e quadranti come Termini, l’Esquilino, la stazione Tuscolana, Quarticciolo, San Lorenzo e Valle Aurelia sono finiti sotto la lente d’ingrandimento della Prefettura. Interi quartieri nei quali le forze dell’ordine concentrano maggiormente il loro operato.
Ma se ai romani chiedi “Quanto si sente sicuro nella città in cui vive?”, le risposte rappresentano una realtà ben precisa, ancora distante dal contesto che chi governa il Paese e amministra la città vorrebbe poter raccontare: il 53% ha risposto “poco, per
nulla” mentre il 47% “molto, abbastanza”. “Un romano su due – spiega il direttore di Demopolis Pietro Vento – dichiara di non sentirsi oggi tranquillo nell’area in cui vive o lavora: si tratta di un valore che in tutta Italia appare in forte crescita rispetto agli anni precedenti”.
Ma di cosa hanno maggiormente paura i romani? Il 73% di subire scippi o aggressioni fuori casa, il 52% molestie o violenze, mentre il 45% ha paura di subire furti o rapine all’interno della propria abitazione. Tra le lettrici donne, la percentuale di chi ha paura di subire molestie o violenze sale al 63%.
Come aggiunge sempre Vento di Demopolis, un dato che colpisce è quello rappresentato dal 60% di intervistati che non ritiene sia aumentata la sicurezza negli ultimi tre anni. Solo il 9% pensa che sia aumentata e il 31% non ha percepito cambiamenti rispetto al passato.
Si parlava di zone rosse. il 51% degli intervistati non ritiene che una maggiore presenza di forze dell’ordine abbia finora contrastato e ridotto la microcriminalità.
Quattro romani su 10 evitano del tutto la stazione Termini, poiché percepita come poco sicura. Il 26% ammette di sentirsi insicuro, soprattutto nelle ore serali, mentre il 23% si sente generalmente sicuro, salvo episodiche preoccupazioni. Uno striminzito 4% ha risposto di non avvertire ragioni di insicurezza, neanche di sera.
Come abbiamo spesso raccontato su RomaToday, anche con approfondimenti dedicati nella sezione Dossier, la Città Eterna è anche caratterizzata dalla presenza di diversi “influencer del degrado”. Youtuber e tiktoker come Cicalone, Simone Carabella o Serpico che vanno a caccia di borseggiatori e “maranza” dentro e fuori le stazioni della metropolitana.
L’istituto Demopolis ha chiesto ai lettori del nostro giornale se la presenza di questi personaggi, che producono contenuti social molto spesso virali, in qualche modo influisca positivamente sulla percezione di sicurezza: ha risposto positivamente solo un quinto degli oltre 2mila partecipanti. Per il 30% la loro azione non incide minimamente, mentre per il 25% dipende dai luoghi in cui operano e dai loro comportamenti. Un ulteriore 9% pensa che aumentino la percezione di insicurezza.
L’80% valuta positivamente il divieto, esteso ai minori, di porto di coltelli o strumenti dotati di lama affilata, con la reclusione da uno a tre anni e le sanzioni amministrative accessorie, dalla sospensione della patente di guida e del passaporto, al ritiro del permesso di soggiorno.
Il 72% concorda sull’utilità di investimenti in educazione e occasioni di crescita culturale come antidoto all’incremento di episodi di violenza fra i giovani. Ma solo il 43% ritiene che l’installazione di metal detector nelle scuole romane servirebbe a qualcosa: contraria si dichiara la maggioranza assoluta degli intervistati.
(da w.romatoday.it)

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LA PAURA PIÙ GRANDE DEGLI ITALIANI? I TOPI DA APPARTAMENTO, QUASI IL 60% DEI NOSTRI COMPATRIOTI TEME, PIÙ DI OGNI ALTRA COSA, L’INTRUSIONE IN CASA, PER LA GIOIA DI CHI VENDE DISPOSITIVI DI SICUREZZA

Febbraio 6th, 2026 Riccardo Fucile

NEGLI ULTIMI DUE ANNI SONO AUMENTATI GLI ACQUISTI DI PORTE CORAZZATE, INFERRIATE, TAPPARELLE BLINDATE E ALLARMI DIGITALI ED ELETTRONICI… I COSTI POSSONO SUPERARE I 700 EURO ALL’ANNO, TRA INSTALLAZIONE DI TELECAMERE E SENSORI SPECIALI, ABBONAMENTO MENSILE A SERVIZI DI VIGILANZA, ASSISTENZA E RIPARAZIONI

Quando entrambi i genitori escono di casa per andare al lavoro, si chiedono – è naturale – se la casa sia davvero al sicuro in loro assenza. Se lo domandano anche i tanti italiani (il 40,8% del totale) che non vivono in un condominio con dei vicini, ma in ville, villette isolate e abitazioni indipendenti. E il cruccio della sicurezza frulla ogni giorno nella testa di chi ha comprato una seconda casetta per le vacanze sapendola lontana per molti mesi all’anno. Indifesa, incustodita.
Questa Italia timorosa e spaventata ha moltiplicato, negli ultimi 2 anni e mezzo, le difese contro i topi da appartamento. Resistono quelle classiche, come la porta con cilindro europeo di fascia alta e defender corazzato, le inferriate ai balconi, le tapparelle blindate, il videocitofono. Tanti altri puntano su allarmi digitali ed elettronic
II 59% degli italiani spiega ai ricercatori del Censis (nel 2025) che l’intrusione in casa è in assoluto il suo incubo maggiore. […] Ad allarmarli è il tam tam dei social, che getta benzina sul fuoco della paura. Ma pesano anche i dati oggettivi che giornali, siti, tg veicolano a ogni nuova indagine. Dicono, ad esempio, che il 20% delle effrazioni denunciate ha avuto luogo tra le 7 e le 14; e il 31,7% tra le 14 e le 20 (nel 2024). Di giorno, dunque.
Qualcuno compra telecamere o sensori fai da te, che si trovano su Internet. Altri si affidano all’elettricista di quartiere, che installa dispositivi con discrete memorie cloud per custodire le immagini. Gli italiani più solventi ed esigenti si abbonano ai servizi che mettono in campo gli angeli custodi delle centrali operative.
I costi non sono banali e possono superare i 700 euro nell’anno tra installazione di telecamere e sensori speciali, abbonamento mensile a servizi di vigilanza, assistenza e riparazioni, se il ladro prendesse a martellate i dispositivi.
In questo scenario, le aziende del settore fatturano. Per il Politecnico di Milano, il mercato delle case intelligenti ha quasi toccato quota un miliardo (nel 2024), con il 28% speso per respingere i malfattori.
(da agenzie)

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COME FUNZIONAVA IL FERMO DI POLIZIA DEGLI ANNI ‘70: MELONI CI RIPORTA AL DECRETO COSSIGA DEL 1979 CHE RESTO’ IN VIGORE PER DUE ANNI: IL MSI VOTO’ CONTRO, OGGI I TRADITORI DELLA DESTRA SOCIALE PROMULGANO NORME LIBERTICIDE

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

ALLORA ERAVAMO IN PIENI ANNI DI PIOMBO MA LA DESTRA IN PARLAMENTO EBBE IL CORAGGIO DI DIRE NO… OGGI PER ANDARE DIETRO A UN ELETTORATO DI ASPIRANTI BOIA REPRESSI LA DESTRA DEI POTERI FORTI VUOLE RIDURRE OGNI SPAZIO DI DISSENSO… PS IL MINISTRO DEGLI INTERNI DI ALLORA, ROGNONI, DUE ANNI DOPO AMMISE: “NON SERVE A NULLA”

Non è la prima volta che in Italia una legge istituisce un fermo di polizia, o fermo preventivo come viene detto quello che finirà nel nuovo pacchetto sicurezza del governo Meloni. Un testo, quello che vede la luce nel consiglio dei ministri di oggi 5 febbraio, limato e corretto più volte dal presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, che la stagione in cui fu applicato il fermo di polizia la ricorda bene, come ricorda le polemiche che costrinsero l’allora ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, a non rinnovare quella norma. E infatti, proprio il tema dei limiti al trattenimento in questura, su cui ha almeno in parte ceduto, accettando che ci sia e che duri fino a 12 ore, è quello su cui Mattarella più ha insistito, come è filtrato in più occasioni dal Colle nei giorni scorsi.
Come funzionava il fermo di polizia
La legge n.15 del 6 febbraio 1980 (pubblicata nella gazzetta ufficiale del 7 febbraio 1980) era la conversione del cosiddetto decreto Cossiga, il 625 del 15 dicembre 1979, che prendeva il nome da quello dell’allora presidente del Consiglio, Francesco Cossiga. Siamo nel pieno degli anni di piombo, Aldo Moro è stato ucciso il 9 maggio 1978 e da allora gli arresti per tentare di arrivare al cuore delle Brigate rosse si susseguono. La “retata” in ambito di inchieste politiche più nota è quella del 7 aprile 1979 che ipotizzava un unica organizzazione al vertice del terrorismo rosso, con Toni Negri tra i suoi esponenti principali. Si susseguono però anche gli omicidi e gli attentati, tra i quali l’omicidio del giudice Emilio Alessandrini e lo scontro armato tra forze dell’ordine e Br in piazza Nicosia, nel cuore di Roma.
Legge Reale e decreto Cossiga
Ed è in questo clima che, in rafforzamento della prima legge “speciale”, del 1975, la legge Reale – che aveva introdotto un primo fermo di indiziato di delitto ma anche la perquisizione per sospetto di armi o droga, ancora in vigore – nel 1979 il governo Cossiga vara un nuovo pacchetto di norme con molte novità significative, tra le quali l’introduzione del reato associativo con finalità eversive. In quel pacchetto di norme c’è anche il fermo preventivo di polizia per individui che “stanno per commettere un reato”.
Il fermo di polizia del 1979
Il decreto sicurezza, diremmo oggi, dell’epoca, spiegava quando e come potesse essere applicato il fermo di polizia: “Quando, nel corso di operazioni di polizia volte alla prevenzione di delitti, se ne appalesi l’assoluta necessità ed urgenza, gli ufficiali e gli agenti di pubblica sicurezza possono procedere al fermo di persone nei cui confronti, per il loro atteggiamento ed in relazione alle circostanze di tempo e di luogo, si imponga la verifica della sussistenza di comportamenti ed atti che, pur non integrando gli estremi del delitto tentato, possano essere tuttavia rivolti alla
commissione dei delitti indicati nell’articolo 165-ter del codice di procedura penale o previsti negli articoli 305 e 416 del codice penale”, il riferimento era quindi ai reati di cospirazione politica o associazione per delinquere.
La perquisizione
Il fermato, diceva ancora la legge, poteva essere sottoposto a “perquisizione personale” e gli agenti potevano “assumere sommarie informazioni dal medesimo, osservate le disposizioni di cui all’art. 225-bis, secondo comma, del codice di procedura penale”. Il trattenimento poteva durare al massimo quarantotto ore (in una prima versione era fino a 96 ore), se gli indizi erano poi “infondati” il fermato veniva liberato, se confermati andava in carcere “a disposizione del procuratore della Repubblica”.
La norma proseguiva specificando: “In ogni caso gli ufficiali e agenti di pubblica sicurezza devono dare immediata comunicazione del fermo e della perquisizione al procuratore della Repubblica” e ne seguiva un vero e proprio procedimento di convalida del fermo che veniva, altrimenti, annullato. Interessante notare che la norma prevedeva che ogni due mesi il ministro dell’Interno dovesse riferire al parlamento sull’andamento dell’applicazione di questi fermi.
La decisione di Virginio Rognoni
La norma che permetteva i fermi preventivi, su presupposti molto generici fu molto contestata anche perché i fermi arbitrari erano all’ordine del giorno e già si cominciava a parlare di violenze sui fermati (anche se i casi più documentati emergeranno negli anni successivi). Fatto sta che, dopo un primo rinnovo, la validità transitoria del provvedimento fu fatta decadere dall’allora ministro dell’Interno, Virginio Rognoni, il 31 dicembre 1981, nonostante il sequestro del generale Nato James Lee Dozier fosse appena avvenuto (e dovesse concludersi nel gennaio del 1982).
Ed è singolare ricordare che, interrogato su quelle vicende, ma anche su una ipotesi circolata già quindici anni fa di istituire i fermi preventivi, Virginio Rognoni disse alla Stampa, era il 2010, che il fermo preventivo “non servì a niente. e infatti a un certo punto lo levammo”: “Si sbaglia nel non distinguere tra la punizione per reati già commessi e il processo alle intenzioni“. E quando il giornalista gli chiedeva cosa pensasse dell’ipotesi di Daspo urbano avanzato nel 2010, Rognoni commentava: “Sono contrario anche a quelli. Mi sembrano provvedimenti illiberali
anche quelli. I cortei sono libere manifestazioni di pensiero non si può impedire a nessuno di parteciparvi”. Anche se poi si va a spaccare vetrine e tirare pietre ai poliziotti, gli aveva chiesto il cronista: “Se lo si fa lo si arresta e lo si mette in carcere ma non si può intervenire prima sulla base di una supposizione”.
(da Open)

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C’È LO ZAMPONE DELL’ORSO RUSSO DIETRO LE MOSSE DI VANNACCI, RICORDIAMO CIO’ CHE DISSE MARIO DRAGHI AI PARTITI CHE AVEVANO SFANCULATO IL SUO GOVERNO: “LA DEMOCRAZIA ITALIANA NON SI FA BATTERE DAI NEMICI ESTERNI E DAI LORO PUPAZZI PREZZOLATI. È CHIARO CHE NEGLI ULTIMI ANNI LA RUSSIA HA EFFETTUATO UN’OPERA SISTEMATICA DI CORRUZIONE IN TANTI SETTORI, DALLA POLITICA ALLA STAMPA, IN EUROPA E NEGLI STATI UNITI”

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

VANNACCI DEVE RIUSCIRE NEL COMPITO IN CUI HA FALLITO SALVINI: DIVENTARE UN COLLETTORE DI FORZE FILO-RUSSE DEL MONDO FASCIO-GRILLINO … MOSCA GIA’ GODE NEL VEDERE IL GOVERNO FILO-UCRAINO DI MELONI SBANDARE PER NON PERDERE LO ZOCCOLO DURO DEGLI INCAZZATI PER LA SUA DERIVA DEMOCRISTIANA

Davanti ai sommovimenti politici recenti, è utile tornare al 2022. Era il 16 settembre e Mario Draghi, premier in uscita e senza più freni di fronte alla litigiosa maggioranza che l’aveva sfanculato, nove giorni prima delle elezioni che avrebbero sancito l’inizio dell’era meloniana, disse velenoso come una vipera:
“La democrazia italiana è forte, non si fa battere dai nemici esterni e dai loro pupazzi prezzolati. È chiaro che negli ultimi anni la Russia ha effettuato un’opera sistematica di corruzione in tanti settori, dalla politica alla stampa, in Europa e negli Stati Uniti…”.
Con chi ce l’aveva allora Draghi? È una domanda che torna d’attualità oggi, con la scissione dalla Lega del putiniano Roberto Vannacci.
A chi giova l’uscita del generalissimo con la fissa per la Xmas dalla Lega, partito in cui era salito nemmeno dieci mesi fa, finendo subito promosso con i galloni di vicesegretario?
Di sicuro non se ne avvantaggia Giorgia Meloni che finora è riuscita, con il suo abilissimo camaleontismo, a barcamenarsi tra trumpismo alla vaccinara, europeismo un tanto al chilo mantenendo salda una postura filo-ucraina e anti-russa.
Altrettanto certo, però, che a Mosca, dove Vannacci è stato addetto militare all’ambasciata italiana tra la fine del 2020 e il maggio del 2022, abbiano stappato la vodka buona.
L’Italia, per la Russia, è sempre stata il ventre molle dell’Europa: ha un’opinione pubblica debole, che si informa poco e male, è storicamente imbelle e affascinata dai leader forti, meglio se con qualche pulsione autoritaria, come conferma un recente sondaggio di Ilvo Diamanti (il 57% ritiene che il Paese abbia bisogno di un uomo, o una donna, forte).
Cosa c’è di meglio di una nuova formazione politica che soffi sul fuoco e incalzi il governo cercando di bloccare gli aiuti militari all’Ucraina, come non è mai riuscito a fare Matteo Salvini in questi anni?
Curiose sono anche le prese di posizione di certi esponenti della Lega, partito da sempre vicino alla Russia di Putin (ci fu anche un’inchiesta, poi archiviata, su presunti fondi, di cui esponenti del Carroccio avrebbero discusso all’Hotel Metropol di Mosca), che adesso prendono le distanze sia da “Mad Vlad” che dal generale in vestaglietta.
Ieri Carmelo Caruso, sul “Foglio”, riportava una domanda del deputato Stefano Candiani: “Bisogna capire chi tira i fili di Vannacci: i russi?”. E se lo dicono gli uomini di Salvini, significa che qualcosa di strano si sta muovendo.
Curiosa anche l’uscita del politologo Alessandro Campi, vicino a Fratelli d’ITalia (ex direttore di “FareFuturo” ai tempi della svolta di Gianfranco Fini, e poi rimasto legato alla Fiamma, nonché fresco di ingresso nel board dei musei nazionali di Perugia, nominato da Alessandro Giuli).
Scrive Federico Capurso sulla “Stampa”: “lo strappo del generale ha ‘strane tempistiche – osserva Campi – e sembra dettato da ragioni non di politica interna, ma esterne ai confini nazionali’.
Detta fuori dai denti: ‘Avere una forza politica con posizioni apertamente filorusse potrebbe essere un interesse reale di Mosca, così come dell’estrema destra americana. Ci si interrogherà sui messaggi di Futuro Nazionale, sui suoi finanziamenti, sulla sua rete di relazioni europee'”.
Il primo effetto della scissione leghista sarà un “riposizionamento” politico: come emerge già dalla deriva “legge e ordine” sul tema sicurezza, l’attivismo di Vannacci non farà altro che spostare il Governo ancora più a destra: Giorgia Meloni è ben consapevole che l’elettorato duro e puro ex Msi, quello che la seguì dall’inizio, quando fondò Fratelli d’Italia, è deluso dal suo camaleontismo, e guarda con interesse all’esperimento vannacciano.
Sono significativi i dati del sondaggio Youtrend che assegna a “Futuro Nazionale”, il possibile partito di Vannacci, il 4,2%: secondo la rilevazione, toglierebbe infatti più voti a Fratelli d’Italia che alla Lega. Il partito meloniano perderebbe l’1,1%, il Carroccio lo 0,9%
Come scrive Antonio Polito sul “Corriere della Sera”, oggi: “C’è un magma elettorale indistinto che si agita soprattutto nel vasto oceano dell’astensione. ‘Angry white men’, come li chiamano i politologi americani; oppure ‘forgotten men’ come li chiama Trump; ‘nativi incazzati’, potremmo tradurre noi.
Gente che si sente dimenticata nella propria condizione sociale, e ne fa colpa agli immigrati. Elettori delusi dai partiti di destra, a partire da quello della premier, che hanno dovuto imparare l’arte pragmatica (ed europeista) del governo. […] Estremisti che scambierebbero volentieri Putin con i nostri politici”.
Un elettorato che in questi anni si è rifugiato via via dietro ai “vaffa” grillini, poi agli strali anti-migranti di Salvini nel primo governo Conte, e infine ha visto nella sora Giorgia il suo nuovo angelo vendicatore.
Si tratta di uno zoccolo duro di italiani su cui, in quattro anni di guerra in Ucraina, la propaganda putiniana ha attecchito molto bene, fomentata dai talk show di La7 e Rete4 dove vengono ospitati presunti esperti di provata fede putiniana. Pupazzi prezzolati, come li definiva Draghi.
La domanda da cento pistole è: c’è o non c’è lo zampone dell’orso russo dietro alla scissione di Vannacci?
Come si finanzia il nuovo partito del generale, sconosciuto a tutti fino al 2023, quando “Repubblica” parlò per prima del suo libro, autoprodotto, “il Mondo al Contrario”?
È vero che Salvini ha sempre votato con il Governo sui decreti che finanziavano gli aiuti militari all’Ucraina, ma è altrettanto vero che in questi anni ha sempre frenato ogni scatto in più della solidarietà verso Kiev con distinguo, prese di posizione, parole dure e alcune volte vergognose (l’ultima a dicembre, quando ripeté a pappagallo le tesi della propaganda di Putin, e finì citato dalla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova: “Né Hitler, né Napoleone sono riusciti a mettere in ginocchio Mosca, dubito che ci riusciranno Kaja Kallas, Emmanuel Macron, Keir Starmer e Friedrich Merz.
Alle putinate di Salvini, si aggiungano anche le sbandate “pacifinte” del M5s e di Giuseppe Conte, che da premier nel 2020 fece sfilare l’esercito russo per le strade italiane per l’operazione “Dalla Russia con amore”.
Insomma, “Mad Vlad” in Italia ha già molti fiancheggiatori e trombettieri più o meno involontari: Vannacci a cosa serve?
Secondo Polito, il generale potrebbe essere il collettore del vasto mondo di “pacifinti” anti-occidentali, anti-sionisti, filo-putiniani che spazia dai vecchi fasci ai sinistrati come Barbero, Odifreddi, D’Orsi, sempre pronti a prendere le difese di Putin (lo storico che piace alla gente che piace l’altro giorno si è messo a ridere sostenendo che la Crimea sia Russia, e lo sia sempre stata):
“Quanti italiani così sarebbero mobilitabili se trovassero un capo credibile, sempre ammesso che Vannacci lo sia? Quanti ce ne sono anche nel campo dell’opposizione, e perfino della sinistra?
Non a caso dall’ex comunista Rizzo all’ex fascista Alemanno, dal pistolero ex Fdi Pozzolo al sindacalista ex Avs Soumahoro, le attrazioni fatali per il generale si sprecano (con l’ex grillino Di Battista in panchina che suona la balalaika). Invece del bianco, rosso e verde della bandiera italiana, Vannacci potrebbe finire così col vestire i colori rosso e bruno, mettendo insieme la prole dei due peggiori totalitarismi del Novecento”.
(da Dagoreport)

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GIORGIA MELONI HA LA SUA BANDIERINA DA SVENTOLARE: IL CONSIGLIO DEI MINISTRI HA APPROVATO IL DECRETO SICUREZZA, DI CUI LA DUCETTA HA BISOGNO PER TENERE A BADA LO ZOCCOLO DURO DEL SUO ELETTORATO, TENTATO DAL GENERALE VANNACCI

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

C’È LA POSSIBILITÀ DI FERMO PREVENTIVO, MA SOLO PER 12 ORE, E I PM POTRANNO DISPORRE IL RILASCIO IMMEDIATO… SALTANO LA CAUZIONE PER GLI ORGANIZZATORI DEI CORTEI E LA “NORMA ALMASRI”

Il Consiglio dei ministri ha varato il nuovo decreto Sicurezza, con al suo interno diverse misure fortemente discusse: il fermo preventivo per i manifestanti sospetti, lo scudo penale, stretta su espulsioni dei migranti e il divieto di porto e vendita di coltelli ai minori.
Insieme al decreto che entrerà in vigore subito, nel pacchetto sicurezza appena approvato c’è anche il disegno di legge con norme in materia di ricongiungimenti familiari, sgomberi Il governo aveva annunciato il provvedimento negli scorsi giorni ma dopo i fatti di Torino ha accelerato i lavori per l’approvazione. Tuttavia, le interlocuzioni col Colle hanno costretto Chigi ad apportare correzioni su alcune norme, tra cui il fermo preventivo e lo scudo penale, e ad eliminarne di altre, come la cauzione per gli organizzatori dei cortei e la cosiddetta “norma Almasri” sull’espulsione i soggetti pericolosi nel loro Paese d’origine. Vediamo nel dettaglio tutte le novità.
Come funzionerà il fermo preventivo introdotto dal governo
Il fermo preventivo ci sarà, ma sarà diverso da come il governo, in primis Matteo Salvini, se l’era immaginato. Innanzitutto non sarà di 24 ore ma di 12 e si limiterà a situazioni in cui ci siano forti indizi a carico del manifestante: ad esempio, il possesso di armi o se la persone ha già dei precedenti. Il testo introduce “la possibilità per gli ufficiali e gli agenti di polizia, nel corso di specifici servizi di polizia disposti in occasione di manifestazioni in luogo pubblico o aperte al pubblico, di accompagnare nei propri uffici, e ivi trattenere per non oltre 12 ore per i conseguenti accertamenti di polizia, persone per le quali (…) sussista il fondato motivo di ritenere che pongano in essere condotte di concreto pericolo per il pacifico svolgimento della manifestazione e per la sicurezza e l’incolumità pubbliche”, si legge all’articolo 7 della bozza del decreto.
Non si potrà esser fermati dunque, per il semplice sospetto di essere pericolosi, ma serviranno elementi oggettivi, in particolare “specifiche e concrete circostanze di tempo e di luogo, sulla base di elementi di fatto, anche desunti dal possesso di armi, strumenti atti ad offendere, dall’uso di petardi, caschi o strumenti che rendono difficoltoso il riconoscimento della persona o dalla rilevanza di precedenti penali o di segnalazioni di polizia per reati commessi con violenza alle persone o sulle cose in occasione di pubbliche manifestazioni nel corso degli ultimi 5 anni”. In ogni caso la misura andrà immediatamente comunicata all’autorità giudiziaria che dovrà decidere se sussistono le condizioni per il fermo o meno. “Sono una dozzina le fattispecie di reato per cui scatta il divieto:
Scudo penale esteso a tutti
Anche per quanto riguarda lo scudo penale ci sono state delle limature rispetto alla versione pensata dalla maggioranza. La norma che elimina l’automatismo legato all’iscrizione nel registro degli indagati nei casi di legittima difesa o dove sussista un’evidente causa di giustificabilità, non riguarderà solo gli agenti nell’esercizio delle loro funzioni ma tutti i cittadini. Il Quirinale infatti, ha chiesto di estendere lo scudo in virtù del principio secondo cui “tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge” ed evitare così trattamenti privilegiati nei confronti di singole categorie, come appunto, le forze dell’ordine. Anche qui comunque, l’ultima parola spetterà al giudice.
“Per incrementare le tutele per i cittadini e anche per le Forze di polizia, il pubblico ministero, quando appare evidente che il fatto è stato compiuto in presenza di una causa di giustificazione (ad esempio: legittima difesa, adempimento di un dovere, uso legittimo delle armi, stato di necessità), procede all’annotazione preliminare, in separato modello – da introdursi con apposito decreto del ministro della giustizia del nome della persona cui è attribuito il fatto, disciplinando l’attività di indagine”, si legge all’articolo 12 e 13 della bozza. “Sono assicurate le garanzie difensive oggi conseguenti all’iscrizione nel predetto registro”.
Scatta il divieto sui coltelli
Col decreto arrivano i nuovi limiti per la vendita di armi bianche, in particolare strumenti da punta e taglio, ai minori. Sarà vietato tenere o vendere armi da taglio e sono previste pesanti sanzioni per chi non rispetta il divieto, con multe da 500 a 3mila euro, aumentate fino a 12mila in caso di reiterazione e la sospensione o revoca della licenza per i venditori (inclusi i negozi online). Si prevede inoltre, l’obbligo per l’esercente di tenere un registro elettronico per inserire quotidianamente le singole operazioni di vendita, pena sanzioni amministrative da 2mila a 10mila euro.
Piazze vietate ai condannati per terrorismo o lesioni ad agenti
Il dl introduce anche il divieto di partecipazione a riunioni o ad assembramenti in luogo pubblico per chi è stato condannato da un giudice per una serie di delitti (attentato per finalità terroristiche o di eversione, devastazione e saccheggio, lesioni contro agenti delle forze dell’ordine, sanitari o arbitri). Secondo quanto si apprende, per verificare che il divieto venga rispettato, il questore potrò prescrivere al condannato di comparire personalmente una o più volte, negli orari indicati, nell’ufficio o comando di polizia competente nel corso della giornata in cui si svolgono le manifestazioni. Inoltre, ono previste pene da 4 mesi a un anno per la violazione del divieto.
La stretta sui ricongiungimenti familiari
Espulsioni più facili e veloci e spazio anche alla stretta sui ricongiungimenti familiari dei migranti. Quest’ultima però non è contenuta all’interno del decreto, ma nel disegno di legge previsto all’interno del pacchetto sicurezza. La misura era stata più volte annunciata dalla Lega, che punta a “rendere possibile l’arrivo in Italia solo dei parenti stretti” dei migranti minori “con nuovi criteri per quanto riguarda il reddito per preservare il welfare sociale a carico dei Comuni”.
La norma sugli sgomberi di tutti gli immobili
Una parte del dossier sicurezza è dedicata anche alla questione sgomberi. Il ddl estende le procedure introdotte nel 2025 per le occupazioni relative alle prime case a tutti gli immobili. Anche le seconde case occupate abusivamente dunque, saranno soggette a sgomberi immediati.
Salta la cauzione per gli organizzatori dei cortei
Salta, come preannunciato, la cauzione per chi organizza cortei. La misura pensata come una garanzia di possibili danni causati nel corso di una manifestazione e rilanciata dalla Lega si è scontrata con i paletti del Colle. L’idea di una cauzione
infatti risulterebbe incostituzionale perché in contrasto con la libertà di riunione sancita dalla Carta.
Fuori anche la norma salva Almasri
Fuori anche la cosiddetta “norma Almasri”, che prevedeva l’espulsione di persone pericolose verso il loro Paese di origine. La misura aveva fatto infuriare le opposizioni, che ci avevano visto una sorta di salvacondotto per il governo per sanare vicende simili a quella del torturatore libico Almasri, arrestato in Italia ma poi scarcerato e rimpatriato su un volo di Stato. Anche in questo caso però, la norma è stata bocciata in quanto in conflitto con i trattati internazionali.
(da Fanpage)

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