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I DEPUTATI LEGHISTI EDOARDO ZIELLO E ROBERTO SASSO, VICINI ALL’EX GENERALE USCITO DAL CARROCCIO, ED EMANUELE POZZOLO, GIA’ PASSATO TRA LE FILA DI VANNACCI, HANNO PRESENTATO UN EMENDAMENTO AL DECRETO UCRAINA IN CUI CHIEDONO AL GOVERNO DI FERMARE L’INVIO DI ARMI A KIEV

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

LA BOCCIATURA DELL’EMENDAMENTO POTREBBE ESSERE PER SASSO E ZIELLO LA SCUSA PER ROMPERE CON LA LEGA E BUTTARSI FRA LE BRACCIA DI QUELLA CHEERLEADER PUTINIANA DI VANNACCI

I deputati leghisti Edoardo Ziello e Roberto Sasso, ritenuti vicini a Roberto Vannacci, e Emanuele Pozzolo (ex FdI già passato tra le file di Futuro Nazionale) hanno sottoscritto un emendamento al decreto Ucraina che chiede “la soppressione totale dell’impegno da parte del governo dell’autorizzazione all’invio di nuove forniture e equipaggiamenti militari a favore delle autorità governative di Kiev”.
Lo annuncia, interpellato dall’ANSA, Ziello. A chi gli chiede cosa accadrà se la maggioranza boccerà tale emendamento, risponde: “Prenderemo atto. Poi io faccio una valutazione per me. Pozzolo è già nel misto, vediamo” anche “Sasso eventualmente cosa farà”.
Sasso e Ziello erano i due deputati che a metà gennaio, in Aula, già votarono contro la risoluzione di maggioranza sull’Ucraina. Alla domanda se passerà con Vannacci lasciando la Lega, Ziello ribatte con una citazione letteraria: “Del doman non v’è certezza”.
“Nello stesso momento in cui Rizzo celebra il congresso di Dsp con Lavrov e l’ambasciatore russo nasce il partito di Vannacci che contesta alla Lega il sostegno all’Ucraina. Non credo sia una bizzarra coincidenza. Siamo sicuri si chiami ‘cosa
nera’ e non ‘cosa russa’?”. Lo scrive sui social Marco Lombardo senatore di Azione.
(da agenzie)

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MELONI AL BIVIO: MEGLIO CALENDA O VANNACCI? DENTRO FRATELLI D’ITALIA NESSUNO HA ANCORA MESSO IL VETO SULL’IPOTESI DI UN FUTURO INGRESSO IN COALIZIONE DEL GENERALE. TRA SALVINI E TAJANI C’È CHI TEME CHE LA PREMIER VOGLIA TENERSI APERTA OGNI POSSIBILITÀ, FINO A QUANDO SI ARRIVERÀ PIÙ A RIDOSSO DELLE ELEZIONI DEL 2027

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

SORGI: “SE VANNACCI MANTIENE ANCORA IL SUO MEZZO MILIONE DI VOTI RACCOLTI ALLE EUROPEE (MA È LECITO DUBITARNE), VALE PIÙ O MENO IL 2 PER CENTO. CHE SOMMATO AL 3-3,5 ATTRIBUITO DAI SONDAGGI A CALENDA, ALTRO POSSIBILE ALLEATO DEL CENTRODESTRA, FA UN 5-5,5. QUEL CHE PUÒ BASTARE A DETERMINARE UN PAREGGIO TRA LE COALIZIONI”

Nella storia recente (Seconda-Terza Repubblica) ci sono due tipi di scissione. Uno, per intendersi, è quello del 2017 di Speranza e Bersani dal Pd. Scissione destinata a fondare un partito, o un partitino come “Articolo 1”, a restare comunque nell’area del partito-padre o madre, a siglare poco dopo una ricomposizione, e nel frattempo a raggiungere un accordo onorevole sulle liste elettorali del 2018.
In un certo senso era simile a questo modello anche la scissione di Renzi da cui nacque “Italia viva” (2019), solo che in quel caso c’era un tacito accordo di non riunificazione e l’alleanza è rimasta all’interno della coalizione di centrosinistra […] Esiste inoltre un terzo tipo di scissione, modello Fini-Futuro e Libertà del 2010, aggravata da una rottura e da una successiva incompatibilità personale […] Di lì in poi Fini si spostò progressivamente verso il centro e uscì dalla politica attiva.
È ancora presto per dire a quale tipo di scissione appartenga quella di Vannacci. Dipenderà dai suoi rapporti con il centrodestra, e in particolare dalla decisione di Meloni se tenerlo dentro o fuori la coalizione.
Quanto alla sua relazione personale con Salvini, il leader della Lega che lo aveva innalzato al ruolo di vicesegretario, sembra averla presa proprio male. E d’altra parte Vannacci aveva giurato davanti al popolo di Pontida, e “da uomo d’onore”, che non se ne sarebbe mai andato. per decidere alla premier basterebbe una piccola articolazione della nuova legge elettorale, una soglia di sbarramento più alta, un meccanismo di recupero del miglior perdente più ostico, per imporre l’isolamento politico e rendere la vita più difficile al generale.
Il quale, se mantiene ancora il suo mezzo milione di voti raccolti alle Europee (ma è lecito dubitarne), vale più o meno il 2 per cento. Che sommato al 3-3,5 attribuito dai sondaggi a Calenda, altro possibile, ma non ancora scontato alleato del centro destra, fa un 5-5,5.
Quel che può bastare a determinare un quasi pareggio tra le coalizioni e a mettere a rischio, seppure per pochi voti, per il centrodestra l’assegnazione del premio di maggioranza.
(da La stampa?

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CI VOLEVA UN GOVERNO CON GLI EUROSCETTICI SALVINI E MELONI PER PORTARE GLI ITALIANI A CAPIRE QUANTO E’ IMPORTANTE L’EUROPA. IL SONDAGGIO EUROBAROMETRO RIVELA CHE IL 52% DEI NOSTRI CONNAZIONALI CREDE CHE L’APPARTENENZA ALL’UNIONE SIA UN BENE

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

GLI ITALIANI SEMBRANO AVERE MOLTA PIÙ FIDUCIA SUL FUTURO DELL’UE RISPETTO A QUELLO DELL’ITALIA: IL 52% CREDE CHE LE COSE STIANO ANDANDO NELLA GIUSTA DIREZIONE IN EUROPA, MENTRE SOLO IL 43% LO PENSA DELL’ITALIA. FATE LEGGERE I RISULTATI DI QUESTA RICERCA A VANNACCI CHE UN GIORNO SI’ E L’ALTRO PURE BOMBARDA L’EUROPA

Sorpresa: gli italiani sono più europeisti. Seconda sorpresa: lo sono diventati durante il governo di Giorgia Meloni, in un’epoca in cui prevale la retorica del “ritrovato orgoglio italiano”. Terza sorpresa: tra i cittadini europei, gli italiani sono di gran lunga quelli più intimoriti dalle minacce che incombono sul Vecchio Continente, siano esse la guerra in Ucraina, i cyberattacchi, il terrorismo, ma anche la dipendenza energetica e quella militare da altri Paesi.
Il quadro emerge dalla rilevazione periodica di Eurobarometro, il sondaggio diffuso dal Parlamento europeo, che ha scattato una fotografia per certi versi inedita: il 52% degli italiani è convinto che l’appartenenza all’Unione europea sia un fattore positivo.
Per capire l’eccezionalità del dato (che resta comunque inferiore alla media Ue, 62%) non basta guardare quest’ultima fotografia, secondo la quale più della metà dei cittadini è contento di far parte dell’Ue. Bisogna scorrere tutto il film e ricostruire l’evoluzione di questo sentimento per scoprire che negli ultimi anni le rilevazioni di Eurobarometro non avevano mai registrato un dato così alto.
Per trovare un valore vicino, seppur inferiore, a quello appena registrato bisogna risalire al 2007: all’epoca gli italiani erano divisi sulla stessa domanda: 50% e 50%). Dopodiché, nel periodo successivo, gli euroentusiasti sono sempre stati in minoranza, con un picco negativo nella seconda metà del 2016 (33%), l’anno della Brexit e dei flussi migratori record in Italia. Nel 2024 il dato era fermo al 45%, sette punti in meno rispetto all’ultima rilevazione, segno che il “salto” è avvenuto nell’ultimo anno.
Difficile trovare una ragione precisa dietro questo trend, che trova conferma anche in un altro quesito posto dal sondaggio: «In generale, per lei l’Ue evoca un’immagine…». Più della metà degli intervistati (il 51%) ha risposto “positiva”, segnando un’inversione di rotta rispetto agli ultimi anni. Fatta eccezione per un picco estemporaneo registrato alla fine del 2021 (54%), in occasione del lancio del Recovery Fund, il dato si è sempre assestato a livelli bassi, con picchi negativi alla
fine del 2013 (solo il 26% aveva un’immagine positiva dell’Ue) e alla fine del 2018 (30%) durante il governo gialloverde.
In generale, il 55% degli intervistati sarebbe “più preoccupato” se il proprio Paese non fosse più membro dell’Unione. Gli italiani sembrano avere molta più fiducia sul futuro dell’Ue rispetto a quello dell’Italia: il 64% è ottimista sull’avvenire del nostro Paese e il 34% è pessimista, mentre sull’Ue gli ottimisti sono il 67% e i pessimisti solo il 29%.
Secondo gli italiani, l’Ue dovrebbe focalizzarsi di più sulla Difesa (che figura al primo posto nella classifica delle priorità), sull’economia e sulla competitività. In ogni caso, il 52% crede che le cose stiano andando nella giusta direzione in Europa, mentre solo il 43% lo pensa dell’Italia
(da La Stampa)

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MATTARELLA RISCRIVE IL DECRETO SICUREZZA. IL QUIRINALE HA FATTO MODIFICARE GLI ASPETTI PIÙ CONTROVERSI, IN PARTICOLARE SUL FERMO PREVENTIVO DI POLIZIA E SULLO SCUDO PENALE PER GLI AGENTI. IL COLLE HA FATTO NOTARE CHE UN CITTADINO NON PUÒ ESSERE FERMATO DALLA POLIZIA SOLO PER UN “ATTEGGIAMENTO SOSPETTO”. SERVONO FONDATE E MOTIVATE RAGIONI (AD ESEMPIO, IL POSSESSO DI ARMI) E IL COLLE CHIEDE CHE SIA COINVOLTO UN MAGISTRATO

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

SCOMPARE PURE LA CAUZIONE, CHIESTA DA SALVINI, PER CHI ORGANIZZA CORTEI E MANIFESTAZIONI … I DUBBI ANCHE DEL PRESIDENTE DEL SENATO LA RUSSA: “NO A MISURE CHE POSSONO APPARIRE DA STATO DI POLIZIA”

L’unico che ha voglia di scherzare è Matteo Piantedosi. È davanti alla sala del governo di Palazzo Madama. «Ministro, davvero arrivano leggi così liberticide?». «Ma no, stia tranquillo – sorride – soltanto a piccole dosi…».
Di queste norme contestate, due ore dopo, discutono al Quirinale Sergio Mattarella e Alfredo Mantovano. Come quasi sempre, restando sul merito giuridico e costituzionale. Il Capo dello Stato insiste su due aspetti non irrilevanti: lo scudo penale valga per tutti i cittadini, il fermo preventivo sia circoscritto in modo solido e con il coinvolgimento di un magistrato. A sera, le luci di Palazzo Chigi restano accese: riunione fiume, l’ennesima, per tradurre le sollecitazioni in commi e articoli.
È il governo a dover decidere quanto accogliere, quanto rischiare. Senza le modifiche richieste, il Quirinale bloccherebbe il decreto. A Giorgia Meloni spetta la scelta politica. E d’altra parte, le indicazioni del Colle non sono dettagli: condensano la differenza tra un autentico strappo costituzionale e regole comunque in equilibrio (precario) attorno alla lettera della Carta.
Il nodo forse più delicato è quello del fermo preventivo. Mattarella invita subito a togliere dal tavolo l’ipotesi di bloccare un manifestante soltanto perché sospetto, o per precedenti: non sarebbe costituzionalmente sostenibile. Servono fondate e motivate ragioni. Ad esempio, il possesso di armi o altri oggetti atti al travisamento.
Ma non basta. Il Colle chiede che sia coinvolto un magistrato, affinché la responsabilità sia condivisa e non solo in capo alle forze dell’ordine. Il pm sarà avvisato, propone l’esecutivo, ma non dovrà confermare tutte le misure (né, d’altra parte, avrebbe il tempo di farlo). Il compromesso potrebbe essere quello che la Procura possa almeno intervenire “in modalità interdittiva”: in altri termini, una volta ricevuta la comunicazione e analizzata la ragione del fermo (come e in che modo, non sembra chiaro, né facilmente praticabile) potrebbe decretare l’immediata fine della misura o comunque prima dello scadere delle dodici ore.
Ma il Capo dello Stato chiede anche altro. Subordina il via libera al cosiddetto scudo penale al fatto che valga per tutti i cittadini e non solo per gli agenti. È un problema di rispetto della Carta. Pur di portare a casa il risultato, il governo accetta.
L’obiettivo è un doppio registro, uno soltanto per gli indagati. Di fatto, una legittima difesa rafforzata, che è poi lo slogan che Meloni e Salvini vogliono spendere nella futura battaglia per l’egemonia della destra.
Sono forzature. Il Colle incassa le correzioni, o almeno: così sembra a sera, in attesa di capire come sarà la bozza finale del testo destinato al consiglio dei ministri di stasera.
Mattarella, dopo aver ricevuto l’altro ieri pure Matteo Salvini, ottiene un altro risultato: scompare la cauzione per chi organizza cortei e manifestazioni. Qualche nodo, comunque, resta.
C’è chi, e non sono pochi neanche nel centrodestra e ai vertici delle forze di polizia, nutre dubbi su alcuni specifici punti. Uno è Ignazio La Russa, che prima di essere presidente del Senato e attento alla sensibilità del Colle, è avvocato e, da giovane, militante in anni caldissimi e di piombo.
Prima del confronto tra Mattarella e Mantovano gli chiediamo delle misure e del rischio che siano restrittive di alcune libertà: «Possono apparire misure da Stato di polizia, ma va anche detto che il fermo preventivo era possibile negli anni Settanta, quando la Costituzione era questa, e durava assai di più. Lì era contro le Br e il terrorismo, oggi per un altro tipo di minaccia. Per me, comunque, dovrebbero prevedere un fermo di ventiquattro ore, ma con la possibilità per il giudice di esprimersi sulla validità del fermo.
(da agenzie)

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COSA DOBBIAMO ASPETTARCI DALL’ULTRADESTRA DI VANNACCI: IL FILO CHE UNISCE ESTREMISTI ITALIANI E MAGA

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

SULLO SFONDO IL SOSTEGNO DI BANNON

Fino a qualche settimana fa qualsiasi analista e sondaggista avrebbe affermato con una certa sicumera che in Italia non c’era spazio per una forza politica di estrema destra, a destra del governo. Oggi non siamo più tanti sicuri: un partito con leader Roberto Vannacci è dato nei sondaggi attorno al 4%, con spazio di crescita pescando voti tra il bacino di consensi di Fratelli d’Italia, Lega, ma potenzialmente anche dal Movimento 5 Stelle.
Nazioni Sovrane, il gruppo dei tedeschi di Alternative für Deutschland.
L’accordo con AfD non darebbe a Vannacci solo una casa all’Europarlamento e una famiglia continentale, ma soprattutto il sostegno della destra MAGA statunitense, pronta a investire nell’estrema destra euroscettica e filorussa, come dimostra l’apertura di credito agli estremisti tedeschi invitati alla Casa Bianca e sponsorizzati da Elon Musk.
Non è dunque un caso che Vannacci si sia distinto in queste ultime settimane su due parole d’ordine: la prima è farla finita con gli aiuti europei a Kiev (“Il sostegno all’Ucraina prolunga la guerra”, ha ribadito solo tre giorni fa) e la seconda è la remigrazione, che sta unendo l’estrema destra di tutta Europa che sogna di fare come Trump.
Su questo terreno non c’è solo la scelta di ospitare alla Camera il comitato guidato da CasaPound “Remigrazione e Riconquista” per tramite di Domenico Furgiuele, uno dei o tre deputati pronti a seguire Vannacci. È già in calendario al Teatro Verdi di Montecatini il prossimo 15 marzo l’evento “Il mondo al contrario II: Remigrazione”: biglietto d’ingresso 25 euro. Sarà interessante vedere chi sarà in prima fila e sul palco per il nuovo libro di Vannacci. Tra i movimenti continentali del Generale vale la pena segnalare la trasferta a Mendrisio, in Canton Ticino in Svizzera, dove è stato ospite degli ultra sovranisti dell’UDC: ad aspettarlo centinaia di contestatori, tra polemiche e momenti di tensione.
Il solito Steve Bannon di recente ha usato parole molto dure contro Giorgia Meloni, spiegando che una volta la premier “era fantastica” ma che ora è diventata “una globalista”. E non è escluso che potrebbe puntare delle fiches non solo sulla Lega,
ma anche sulla creatura di Vannacci. La destra MAGA potrebbe così influenzare il governo Meloni anche dell’esterno, agitando lo spauracchio di una forza politica di una certa rilevanza fuori dal recinto del centrodestra.
In questi giorni si è tornato a parlare in Italia di Steve Bannon, per i suoi stretti rapporti con Epstein e per come spesso e volentieri conversava con il magnate della necessità di sostenere in Italia la Lega di Matteo Salvini. Secondo La Stampa proprio il braccio destro dello stratega della destra USA, Benjamin Harnwell, avrebbe avuto contatti con l’uomo di Vannacci per il Sud Giulio Curatella. Insomma, non ci dovremmo stupire di vedere l’ex parà presto in trasferta negli States.
Le organizzazione neofasciste italiane come CasaPound non sono mai riuscite a entrare davvero nel gioco elettorale, ma oggi qualcosa potrebbe cambiare grazie a un leader con una grande visibilità e con un’altra storia, dietro cui accodarsi garantendo in cambio manovalanza e un certo radicamento sul territorio. Sul carro del Generale sono già saliti alcuni vecchi arnesi del neofascismo italiano come Mario Borghezio e il barone nero Jonghi Lavarini (tra i protagonisti dell’inchiesta Lobby Nera). Inserendosi in una trama di alleanze atlantiche ed europee, Futuro Nazionale potrebbe dare nuovamente respiro a un ambiente annichilito dal successo di Giorgia Meloni, che fino ad oggi sembrava non aver lasciato spazio alla sua destra. I fascisti sognano poltrone e riscatto, pronti a intrupparsi dietro il politico-influencer.

(da agenzie)

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CHE BEL PAESE… CIECO A CAUSA DELLA LEUCEMIA, NON TROVA CASA IN AFFITTO: “IL MIO CANE GUIDA RUDOLPH E’ I MIEI OCCHI, MA NESSUNO LO VUOLE”

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

IL FISIOTERAPISTA, 28 ANNI, DISPONE DI UN CONTRATTO DI LAVORO STABILE E DI OTTIME REFERENZE

Trovare un appartamento in affitto a Pavia si sta rivelando un’impresa quasi impossibile per Oleg Romaniuc, 28 anni, cieco e accompagnato dal suo cane guida. «Quando i proprietari scoprono che con me vivrebbe anche Rudolph, il mio
labrador addestrato, fanno subito un passo indietro», racconta il giovane a La Provincia Pavese. E questo accade nonostante Oleg offra tutte le garanzie economiche richieste.
A 19 anni, Oleg ha perso la vista a causa di una leucemia. Dall’Ucraina è arrivato in Italia otto anni fa proprio per curarsi. Al Policlinico San Matteo di Pavia ha ricevuto un trapianto di midollo che gli ha salvato la vita. Da allora non ha più lasciato la città, dove vive insieme alla madre. Qui ha completato gli studi universitari e oggi lavora come fisioterapista libero professionista.
Il cane guida
Fondamentale nel suo percorso di autonomia è stato Rudolph, cane guida che lo accompagna da quattro anni in ogni aspetto della quotidianità: dall’università al lavoro, fino alle visite in ospedale. «Non stiamo parlando di un animale come gli altri – spiega Oleg – ma di un labrador selezionato e addestrato fin da cucciolo per muoversi in ambienti complessi senza creare problemi. Se non glielo chiedo io, può restare fermo nello stesso punto per ore».
Eppure, proprio la presenza del cane sembra rappresentare l’ostacolo principale. «Le agenzie immobiliari ormai mi conoscono tutte. Gli agenti si mostrano comprensivi, spesso si affezionano alla mia storia e a Rudolph, ma poi i proprietari rifiutano perché non accettano animali», racconta. In alcuni casi, Oleg sospetta addirittura una discriminazione: «Mi dicono che l’appartamento è già occupato. Poi faccio chiamare dalla mia fidanzata e improvvisamente risulta libero».
I «no» dei proprietari
Tra le motivazioni più frequenti, il timore che il cane possa rovinare una casa appena ristrutturata. Altri proprietari, invece, ammettono di temere le tutele legate alla sua invalidità, considerate un ostacolo nel caso volessero interrompere il contratto. «Da quando siamo in Italia abbiamo sempre pagato l’affitto regolarmente – sottolinea il 28enne – ho un lavoro, posso permettermi una casa e ho tutte le garanzie necessarie». La sua richiesta è semplice: «Ho il diritto di trovare un posto dove stare».
(da agenzie)

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DA ADINOLFI A CICALONE, DA CORONA S SOUMAHORO: L’IMPROBABILE CORSA AL NUOVO PARTITO DI VANNACCI

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

NELLA LEGA SONO TRE I DEPUTATI VICINI A VANNACCI, MA NESSUNO PER ORA HA FORMALIZZATO L’ADDIO

Mollato in blocco dai giornali di destra (non solo quelli del gruppo Angelucci, che lo dipingono come un disertore), con le pressioni montanti nel centrodestra perché spengano i riflettori anche le trasmissioni sovraniste targate Mediaset, e neanche a dirlo la Rai, che mezzo resta a Roberto Vannacci per fare proseliti e ingrossare le fila del suo partito neonato? Per ora si offrono gli influencer. «Sogno un tridente Adinolfi-Vannacci-Corona», va dicendo da qualche giorno Mario Adinolfi, tirando in ballo Fabrizio Corona, che pure ha ventilato una sua discesa in campo tramite il suo Falsissimo (ma visto il carattere del personaggio, difficilmente farebbe da secondo al generale). Lo stesso Adinolfi pubblica su Instagram un manifesto di questo tridente immaginario, con Corona e Vannacci, tutti in preghiera sotto un crocifisso, una colomba-Spirito santo e le bandiere americane. Titolo: «Difensori della cristianità e dei valori morali». Pare interessato pure Simone Ruzzi, in arte Cicalone, lo youtuber delle ronde anti-borseggio nel metrò di Roma, coccolato a destra, ma corteggiato sottotraccia pure dai 5 Stelle. «Vannacci? Disponibile a collaborare – diceva ieri al Foglio – Candidarmi? Mi servono garanzie».
Intanto l’ex incursore cerca truppe parlamentari. Per ora l’unico ad associarsi al suo Futuro nazionale è stato Emanuele Pozzolo, il deputato pistolero espulso da FdI, certo che «Vannacci sarà il de Gaulle italiano». Nel tam tam impazzito di Montecitorio, c’è chi fa questa ipotesi: «Sapete chi sarà il prossimo? Aboubakar Soumahoro». L’ex rossoverde al telefono non risponde.
Nella Lega, sono tre i deputati vicini a Vannacci. Nessuno però ha formalizzato l’addio, tanto che dai vertici è arrivato l’aut aut: decidete. Edoardo Ziello ieri pomeriggio rispondeva così: «Perché dovrei lasciare il gruppo della Lega?». Però aggiunge sibillino: «Del doman non v’è certezza». Rossano Sasso si sbilancia di più: «Potrei lasciare la Lega e andare nel gruppo misto. Deciderò a breve, venerdì torno in Puglia e sentirò i miei amici e la mia famiglia». Sasso conferma le chiamate da Salvini: «Ci siamo sentiti». Domenico Furgiuele pare invece frenare: «Non sono vannacciano, sono leghista». Indica pure la spilletta di Alberto da Giussano, prima di mostrarsi infastidito per la calca di cronisti interessati alle sue sorti. «Non fate questo codazzo, sennò sembra davvero che sono una persona seria». E come dargli torto.
(da Repubblica)

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BANNON: “A NOVEMBRE FAREMO CIRCONDARE I SEGGI DALL’ICE”

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

GIA’ CHE CI SEI PREPARA PURE LE SCHEDE FALSIFICATE, UNICO MODO PER MANTENERE I GANGSTER AL POTERE NEGLI USA

L’ideologo dell’estrema destra Usa Steve Bannon ha espresso il suo sostegno alla spinta di Donald Trump per “nazionalizzare” le elezioni, invitando il presidente a schierare agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice) e truppe militari nei seggi elettorali per impedire ai non cittadini di votare, richiamandosi a una teoria cospirativa — infondata — su presunti brogli elettorali diffusi nelle elezioni del 2020.
“A novembre faremo circondare i seggi dall’Ice. Non resteremo qui a permettervi di rubare di nuovo il Paese”, ha detto Bannon nel suo podcast. “Potete lamentarvi, piangere e fare tutti i capricci che volete, ma non permetteremo mai più che un’elezione venga rubata”, ha aggiunto l’ex stratega della Casa Bianca.
(da agenzie)

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DECRETO SICUREZZA, AMNESTY INTERNATIONAL: “L’ITALIA DI MELONI VA VERSO L’AUTORITARISMO”

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

INTERVISTA A RICCARDO NOURY, PORTAVOCE ITALIANO DELL’ASSOCIAZIONE: “LO SCUDO PENALE E’ UNA GARANZIA DI IMPUNITA’”

Una lentissima erosione. La stretta sul dissenso, sulla possibilità di agire nello spazio pubblico è qualcosa che è iniziato a poco a poco ma non ce ne siamo accorti. Distratti da altro: polemiche del giorno, scontri e battibecchi sui social. Riccardo Noury, portavoce di Amnesty International Italia dal 2000 a Resistenze indica la ferita originaria, quella mai più rimarginata, lasciata lì a infettare la possibilità di dissenso e di difesa delle libertà civili: «È dal G8 di Genova», dice. Lì qualcosa si è rotto. Bisognerà fare un bilancio in questo quarto di secolo trascorso ma il risultato è già qui, basta aprire gli occhi per vederlo: le iniziative del governo Meloni, dai pacchetti sicurezza all’uso crescente di lacrimogeni nelle manifestazioni («A Udine uno ogni due persone. A altezza uomo»). I morti a causa dell’uso improprio dei taser («Il manganello di domani»). La criminalizzazione: «Siamo in un momento di picco», dice. Come su un crinale, possiamo precipitare o resistere.
Riccardo Noury, qual è l’analisi di Amnesty International sulle iniziative per la sicurezza del governo Meloni?
Neanche otto mesi dopo un primo pacchetto di norme securitarie già si pensa al secondo. E questo non credo voglia significare che il primo ha fallito, ma conferma questa spinta verso l’autoritarismo di questo governo, che aumenta le garanzie per le forze di polizia e le toglie alle persone che manifestano in maniera pacifica. L’agire nello spazio tipico del dissenso, cioè le piazze, è a rischio. Una cosa che non solo Amnesty International ha rilevato, ma anche altri organismi europei, che vedono una reale minaccia alla libertà di manifestare.
Il pacchetto sicurezza prevederà uno scudo penale per gli agenti e il fermo di 12 ore. Il governo difende queste iniziative dicendo che sono una tutela anche per la gente che manifesta. Che ne pensa?
Dipende. La gente o l’agente. È un apostrofo che fa la differenza. Se è per la gente che manifesta direi di no. Si è iniziato a parlare di questo secondo pacchetto
sicurezza prima dei fatti di Torino, risale a quell’aumento molto forte della solidarietà dei cittadini con la popolazione di Gaza nella seconda metà dell’anno. È ben possibile che i fatti del 31 gennaio a Torino abbiano costituito un’ulteriore accelerazione. È una costante di questo governo restringere gli spazi di espressione del dissenso, penalizzare la protesta pacifica, estendere sicurezza alle forze di polizia ed estendere insicurezza alle persone che manifestano. Ma vorrei aggiungere un elemento in più.
Prego.
In questa situazione, in cui c’è una ricorrenza di scontri tra una esigua minoranza dei partecipanti alle manifestazioni e le forze di polizia, si produce un doppio effetto deterrente per le persone. Il primo è che, grazie anche alle narrazioni dei mezzi di informazione, sembra che sia tutta violenza, tutto scontro. Il secondo è che, soprattutto se si tratta di persone giovani, la deterrenza è costituita da manganelli, lacrimogeni e cannoni d’acqua. C’è una serie di conseguenze combinate che preoccupano. Sappiamo bene che quando la piazza si muove, la piazza costringe a trattare un tema, che sia la crisi climatica o la Palestina.
Ha parlato dell’uso dei lacrimogeni che però è una costante negli scontri di piazza tra forze dell’ordine e manifestanti.
Però è in aumento. Prendo come parametro le dichiarazioni ufficiali della Questura di Udine dopo il 14 ottobre: hanno utilizzato una quantità di lacrimogeni, rispetto al numero di manifestanti, che equivale a un lacrimogeno ogni due persone. È presto per dire se questa proporzione sia rimasta tale o peggiori a Torino, stiamo ancora visionando filmati e documenti. Il punto è che si usano i lacrimogeni in maniera illegale: spesso non c’è un preavviso, spesso vengono usati ad altezza persona e in modo indiscriminato e massiccio. Il risultato è che di fatto si sciolgono le manifestazioni, danneggiando il diritto di protesta pacifica. Le forze di polizia devono contenere le minacce usando una forza necessaria e proporzionale; quando usano una forza non necessaria, anziché tutelare chi protesta pacificamente e isolare chi sta usando violenza, arrecano un danno alle persone che esercitano un diritto fondamentale. Questo è molto ricorrente».
Per il partito della Presidente del Consiglio, Fratelli d’Italia, il problema è un altro. «La polizia ha le mani troppo legate», dice per esempio il deputato Giovanni Donzelli.
Queste frasi sulle mani legate le ho sentite in un precedente molto pericoloso nella seconda metà degli anni Dieci, quando si parlava dell’introduzione del reato di tortura. Come a dire: se non torturano non possono lavorare. È una frase che danneggiava prima di tutto gli operatori delle forze di polizia, che nella maggior parte dei casi fanno un lavoro difficile e lo fanno bene. È una frase con un effetto intimidatorio molto forte: verrebbe da chiedersi che altro dovrebbero fare.
Del resto Giorgia Meloni si è mostra in passato favorevole a modificare o togliere il reato di tortura.
Sì, fu avversaria all’opposizione e in campagna elettorale promise che sarebbe stato rivisto una volta al governo. Non vorrei svegliare il can che dorme, ma temo che sia già sveglio e che non ce ne stiamo accorgendo.
La piazza è da sempre nel mirino: dal decreto anti-Rave in poi. Amnesty ha monitorato la sua applicazione. Queste iniziative che fine fanno?
Si potrebbe dire che sono espressioni di una volontà di dare risposte apparentemente securitarie, ma bisogna guardare alle conseguenze. Rispetto al primo decreto sui rave, ricordiamo cosa è successo a Campo Galliano, in provincia di Modena, tra ottobre e novembre 2025: uno sgombero di 5mila persone e uno spiegamento enorme di forze di polizia, cariche violente, lanci di lacrimogeni e il tentativo di procedere all’identificazione di tutte le persone partecipanti. Non sono soltanto misure bandiera. Il primo pacchetto sicurezza non è privo di conseguenze, nella misura in cui introduce pene per una serie di reati e 14 nuove fattispecie di illeciti, buona parte delle quali legate a forme di manifestazione del dissenso. Questo ha una sua attuazione. Questo secondo pacchetto, tra fermo di 12 ore e scudo penale rafforzato, può voler dire, soprattutto rispetto allo scudo, una garanzia di impunità.
Abusi e violazioni da parte di chi dovrebbe per mandato garantire la sicurezza di tutti sono una storia ben nota.
Noi abbiamo ancora una legge mancante sui codici identificativi. La sua necessità è emersa 25 anni fa durante i processi per torture e altre violazioni dei diritti umani commesse durante il G8 di Genova. Da allora la richiesta è stata avanzata da Amnesty International a più governi di segno diverso. La campagna vera e propria l’abbiamo lanciata nel 2011. In 15 anni si sono succeduti governi di segno contrapposto e non ce n’è stato uno sotto il quale questa proposta abbia ottenuto
una minima apertura. Nel frattempo quasi tutti gli altri Stati dell’Unione europea l’hanno adottata: siamo rimasti noi e altri quattro. Le forze di polizia fanno un lavoro encomiabile sotto molti punti di vista. Rafforzare le garanzie per i cittadini, garantendo che non ci sia impunità per le singole persone appartenenti ai corpi di polizia sospettate di aver violato i diritti umani, e dunque consentire processi che possano terminare con condanne quando le prove sono accertate: è una garanzia per tutti. Ripristina anche un rapporto che da Genova 2001 si è incrinato.
Cinque morti con le pistole a impulso elettrico nel 2025. Che cosa ci dicono?
O la definizione di arma non letale è una presa in giro, oppure queste armi dovevano essere affidate a persone iperformate e invece la diffusione è stata di massa. Cinque morti di taser nel 2025, su un totale di sette nel 2022, indicano un’escalation che rischia di renderle un’arma ordinaria. Non voglio nemmeno immaginare la distopia dell’uso del taser durante le manifestazioni, ma neanche voglio pensarci. Diventerebbe il manganello di domani.
Lei pensa che in Italia siamo scesi a un livello più basso rispetto al passato riguardo alla libertà di dissenso? È molto pericoloso anche per chi dissente in maniera “allegra”, pensiamo ai Pride, alle manifestazioni per i diritti delle donne.
È difficile negarlo. C’è una narrazione criminalizzante nei confronti di interi gruppi di persone e movimenti, e la narrazione criminalizzante precede la criminalizzazione. Siamo nel momento di picco di questo combinato disposto e la parola che riassume tutto è autoritarismo. L’Italia si è avviata verso una forma di limitazione dello spazio civico. Uso indiscriminato della forza.
Siete preoccupati?
Non da oggi. Questo è un anno importante: ricorre un quarto di secolo da Genova. Bisognerà fare un bilancio su una serie di questioni: sulle piazze, sul comportamento delle forze di polizia, su questa narrazione imposta che divide tra vittime buone e vittime cattive, come se le vittime “cattive” avessero qualche ragione per essere ferite o uccise. Bisogna riflettere sulla formazione delle forze di polizia rispetto agli standard internazionali, capire fino a che punto in questi 25 anni lo stato abbia collaborato all’accertamento della verità e della giustizia, se abbia chiesto scusa, se abbia preso provvedimenti. Bisognerà fare questo bilancio e, quando lo faremo, temo che la preoccupazione risulterà confermata.
(da agenzie)

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