Destra di Popolo.net

GIANFRANCO FINI METTE A TACERE SALVINI: “TRA ME E BERLUSCONI CI FU UNA FRATTURA POLITICA, NESSUN TRADIMENTO”

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

“TRA LEGA E VANNACCI SOLO UNA SPREGIUDICATA CONVERGENZA DI INTERESSI SENZA ALCUN RETROTERRA E STRATEGIA POLITICA”

«La cifra della comunicazione di Salvini è sempre stata la superficialità, l’approssimazione. Parla di tanti argomenti senza quasi mai approfondire… Il paragone tra me e Vannacci non sta minimamente in piedi». In un’intervista al Corriere della Sera Gianfranco Fini, ex presidente della Camera e di An, si difende dall’etichetta di “traditore” come il generale affibbiatagli dal leader della Lega. «Io non me ne sono andato dal Pdl che avevo contribuito a fondare. Sono stato dichiarato ‘incompatibile’ da Berlusconi, che in diretta tv mi disse che se volevo ‘far politica’, cioè esprimere le mie opinioni non sempre collimanti con le sue, dovevo dimettermi da presidente della Camera» aggiunge
Secondo Fini
Secondo l’ex presidente della Camera «non ci furono né traditi né traditori, fu l’epilogo di una frattura politica». Quanto a Salvini e Vannacci, «nulla di minimamente comparabile alla mia storia. La loro è stata una brevissima e spregiudicata convergenza di interessi, senza alcun retroterra e strategia politica. Salvini candidò Vannacci nella furbesca convinzione che gli fosse tatticamente utile e non potesse essere un problema».
Sulle dimissioni da europarlamentare di Vannacci: «Il suo cinismo lo esclude a priori. I prossimi mesi ci diranno se quel cinismo con cui Vannacci ha rinnegato la fedeltà alla parola data gli porterà i voti che sogna, personalmente ho molti dubbi».
(da agenzie)

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IL BIVIO DEL GENERALE: SE LA SCISSIONE DALLA LEGA E’ SICURA, QUELLA DALLA MAGGIORANZA E’ TUTT’ALTRO CHE SCONTATA

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

I PROBLEMI SONO DUE: RESTA O NON RESTA IN COALIZIONE? SE RESTA NON CAMBIA NULLA…CHI C’E’ DIETRO ALLA SUA OPERAZIONE?

Si fa presto a dire: generale fellone. Ma se il generale sventola le bandiere che sono anche tue, che piacciono anche ai tuoi – remigrazione, lotta all’Europa dei burocrati, morte al politicamente corretto – dov’è la fellonia, dove il tradimento, dove il voltafaccia? Roberto Vannacci, a guardar bene, si propone al pubblico della destra come un Badoglio al contrario: uno che straccia il presunto armistizio firmato dalla maggioranza con i “poteri forti” per governare e durare, proponendosi come alfiere della battaglia originaria del sovranismo contro gli immigrati, il woke, il buonismo, i falsi idoli dell’integrazione, la modernità, la tolleranza verso i diversi. L
e possibili percentuali elettorali di Futuro Nazionale sono in fondo una questione relativa, che il centrodestra può rimandare a quando avrà un quadro esatto della legge elettorale. Più pressante è il problema di tenere testa nel quotidiano a un controcanto che sollecita emozioni ancestrali dell’elettorato, e oltretutto si avvale del fascino che le divise – e specialmente le divise da parà – hanno sempre avuto a destra.
Si fa presto a dire: ha disertato. Ma se il disertore si piazza in prima linea, sul bordo della trincea, e offre il petto alle accuse di razzismo, fascismo, maschilismo delle orride sinistre, la tesi della defezione sleale crolla. E tutto fa pensare che Roberto Vannacci abbia intenzione di fare esattamente questo: diventare il primo bersaglio polemico dell’opposizione, sostituire Giorgia Meloni e Matteo Salvini in ogni discussione di giornata, in ogni scontro da talk show, in ogni meme satirico. Il suo
terzo libro, annunciato a breve, avrà come soggetto la remigrazione, uscirà sull’onda di una legge di iniziativa popolare che è già arrivata a centomila firme, i suoi si leccano i baffi immaginando le mobilitazioni di Avs e Verdi sotto le sale dove sarà presentato, il rifiuto di qualcuno di ospitare le presentazioni, e tutto il cucuzzaro delle conseguenti zuffe. Ci censurano! Non si tollerano gli intolleranti, leggete Popper! Leggete la Costituzione, in Italia l’opinione è libera. Eccetera, eccetera, eccetera.
La prima uscita pubblica di Vannacci dopo la scissione ieri ha confermato il copione. «Sono gli altri che tradiscono, non io». Segue elenco: hanno tradito le promesse fatte agli elettori sull’abolizione della Fornero, sullo stop delle armi all’Ucraina, sulla famiglia. Con lui non sarebbe successo. Con lui «destra più forte». Altro che traditore, altro che Badoglio. Vannacci è il nostro De Gaulle, chiosa Emanuele Pozzolo, primo ad aderire a Futuro Nazionale, forse con qualche confusione perché lo status a cui Vannacci aspira somiglia più a quello del colonnello Mathieu immortalato in mimetica e Ray-ban da Gillo Pontecorvo nella battaglia di Algeri (pure lui guidava una Decima, guarda la coincidenza). E dunque il racconto è già fatto: l’uomo forte contro i proni, i rinunciatari, i rassegnati al quieto vivere della maggioranza, e magari la scissione di Futuro Nazionale alla fine risulterà un altro Papeete, il catastrofico atto di ubris di un politico ubriacato dal successo, ma vai a vedere.
Di sicuro Fratelli d’Italia e Forza Italia, nel dubbio, preferiscono lasciare solo Salvini nell’anatema contro il generale. Perché si fa presto a dire traditore, disertore, sleale, ma persino se il generale facesse flop all’uno o due per cento quel miserrimo risultato tornerebbe assai utile alla coalizione, forse indispensabile alla vittoria: se la scissione vannacciana dalla Lega è sicura, quella dal centrodestra è tutt’altro che scontata. Lui registra la continenza delle dichiarazioni di maggioranza e ricambia volentieri: «Un partito come quello che mi approccio a fondare è interlocutore naturale della destra». Vogliamo funzionare «da sveglia, da adunata del mattino». Ne vedremo delle belle.
(da La Stampa)

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COSA C’ENTRA DE GAULLE? UNA MAZZA

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

POZZOLO SI STUDI LA STORIA PRIMA DI DIRE CAZZATE

Vannacci può essere il Charles de Gaulle italiano”, dice il deputato Pozzolo — tra i possibili parlamentari di Futuro Nazionale — arricchendo il “caso Vannacci” di ulteriori dettagli grotteschi. L’ennesimo capo dell’ennesimo partitello fascista può essere il nuovo De Gaulle quanto io posso essere la nuova Callas, ma come spiegarlo a Pozzolo, fin qui noto per una sparatoria di Capodanno e non per i suoi studi storici sulla destra europea?
De Gaulle fu il capo della Resistenza francese. Uomo sicuramente di destra e sicuramente antifascista, termini per nulla in contrasto fino a che la nuova destra (quella in cui sono cresciuti i Pozzoli) li ha resi inconciliabili.
“Di destra e antifascista” è diventato un ossimoro proprio grazie ai Vannacci, ai Pozzoli e purtroppo al partito di maggioranza relativa, che è certamente di destra e altrettanto certamente non antifascista.
Chissà se Pozzolo è a conoscenza del fatto che un leader (uno solo) della destra neofascista italiana, Gianfranco Fini, ebbe effettivamente l’intelligenza, e l’estro, e l’ostinazione, di dichiarare il fascismo “male supremo”, e di richiamarsi, appunto, alla destra gollista: europea e antifascista. Venne massacrato dai giornali di destra (non antifascisti, no di certo) nel nome di Berlusconi. Debolezze private costarono a Fini quella morte politica che debolezze private ben maggiori non costarono a Berlusconi, primo artefice della distruzione della destra liberale italiana e della sua triste conversione al populismo. A futura memoria: Fini espulse da Alleanza Nazionale il Pozzolo, definendolo “un violento estremista”. Perché Fini voleva essere gollista. Pozzolo e Vannacci sono fascisti. Se lo facciano bastare, e lascino in pace De Gaulle.
(da Repubblica)

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AVANTI CON LE FIGURE DI MERDA. “VOTATE SI’ AL REFERENDUM PER FERMARE QUESTO SCEMPIO”: LA BUFALA DI SALVINI E DI FDI SULLA SCARCERAZIONE DEI MANIFESTANTI DI TORINO

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

MA IL PM AVEVA CHIESTO IL CARCERE E IL GIP HA DECISO DIVERSAMENTE, QUINDI CON LA NUOVA LEGGE NON SAREBBE CAMBIATO NULLA… MA SE LEGGESSERO GLI ATTI OGNI TANTO?

Riecco tutta la destra cavalcare la scarcerazione dei manifestanti arrestati per gli scontri al corteo a Torino per rilanciare la campagna del Sì al Referendum sulla giustizia. Una vera e propria fake news, considerando i fatti e quanto previsto dalle norme (che i magistrati sono obbligati ad applicare).
Già nei giorni scorsi, sempre sulla manifestazione per Askatasuna, c’era stato un surreale post del Comitato “Sì Riforma”: “Chi ha pestato il poliziotto vota No al referendum”, si leggeva. Adesso, invece, è il turno di Fratelli d’Italia che, con un post sul suo profilo social ufficiale, pubblica un titolo dell’Ansa: “Scontri a Torino: gip, due liberi con obbligo di firma” e poi la grafica “Sì, per fermare questo scempio“. Matteo Salvini rilancia: “Già a piede libero. Vergogna. Votare Sì al
referendum sulla Giustizia è un dovere morale“. Sulla stessa falsariga l’intervento dell’azzurro Maurizio Gasparri. In pratica, secondo i partiti di governo, con la riforma Nordio tutto questo non accadrà più. Ma è così? Assolutamente no.
La decisione del gip e la richiesta del pm
Basta considerare un aspetto non certo irrilevante: la procura aveva chiesto la misura cautelare in carcere, mentre il giudice per le indagini preliminari ha valutato e deciso diversamente.
La vicenda riguarda i tre arrestati per gli scontri avvenuti il 31 gennaio scorso al termine della manifestazione contro lo sgombero del centro sociale Askatasuna
Gip e pm, come spesso accade, hanno anche in questo caso preso delle decisioni differenti. Aspetto che dimostra come le funzioni in Italia siano già ben distinte. Utilizzare questa vicenda per spingere sul Sì alla riforma sulla separazione delle carriere è alquanto illogico.
La scelta delle misure cautelari
In qualche passaggio della riforma Nordio è previsto che in casi come questo gli indagati non potranno essere più scarcerati? Assolutamente no. L’eventuale entrata in vigore delle nuove norme non cambierebbe nulla.
In caso di arresto, come attualmente previsto, la procura richiede la convalida al gip, che fissa un’udienza e poi decide sulla legittimità dell’arresto e su eventuali misure cautelari. Per decidere sulla loro applicazione devono sussistere gravi indizi di colpevolezza ed essere concrete e attuali le esigenze cautelari: quindi almeno uno tra rischio di inquinamento probatorio, pericolo di fuga o reiterazione dei reati.
Ma quale scegliere tra le misure cautelari, che vanno dal carcere all’obbligo di firma o divieto di dimora? Lo dice l’articolo 275 del Codice di procedura penale: va valutato caso per caso, “ogni misura deve essere proporzionata all’entità del fatto e alla sanzione che sia stata o si ritiene possa essere irrogata”, tenendo conto che “non può essere applicata la misura della custodia cautelare in carcere o quella degli arresti domiciliari se il giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione condizionale della pena“. Niente carcere anche se “il giudice ritiene che, all’esito del giudizio, la pena detentiva irrogata non sarà superiore a tre anni“. Vige anche il principio di adeguatezza, cioè dovrà essere scelta la misura meno gravosa per l’imputato tra quelle idonee a fronteggiare le esigenze ravvisate. I due scarcerati con obbligo di firma sono accusati di resistenza a pubblico ufficiale, un reato che prevede – in caso di condanna – una pena da un minimo di sei mesi a un massimo di cinque anni. Ma l’obbligo di firma è adeguato? Questo lo deve decidere il gip. Solo per completezza, nel gennaio del 2025 la Corte di Cassazione ha annullato una misura cautelare di divieto di dimora a una persona accusata di concorso in resistenza a pubblico ufficiale, ritenendola sproporzionata rispetto alla condotta contestata.
Un’ennesima conferma che in questa vicenda la separazione delle carriere non c’entra nulla e che la riforma di Nordio non cambierà niente.
(da Il Fatto Quotidiano)

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I GIUDICI SERVI DI ORBAN CONDANNANO A 7 ANNI IN CONTUMACIA GABRIELE MARCHESI “PER PESTAGGIO DI ALCUNI NEONAZISTI INSIEME A ILARIA SALIS”

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

IL TRIBUNALE DI MILANO HA NEGATO L’ESTRADIZIONE PERCHE’ L’UNGHERIA NON ASSICURA UN PROCESSO GIUSTO… SAPETE QUANTI GIORNI DI PROGNOSI HANNO DIAGNOSTICATO I MEDICI AI PRESUNTI AGGREDITI? TRE GIORNI, ALTRO CHE “LESIONI POTENZIALMENTE LETALI”

Oltre a infliggere una condanna a otto anni di carcere all’all’antifascista Maja T., il Tribunale di Budapest ha condannato in contumacia a 7 anni il militante italiano Gabriele Marchesi, e a 2 anni e mezzo, con condanna sospesa, Anna Christina Mehwald, un’altra attivista del gruppo. La difesa di tutti i tre imputati ha presentato ricorso, mentre anche la procura ha presentato ricorso per chiedere l’aggravamento della pena.
Chi è Gabriele Marchesi
Gabriele Marchesi, milanese di 25 anni, era imputato insieme all’europarlamentare italiana Ilaria Salis nel procedimento sui presunti scontri a Budapest dell’11 febbraio 2023 in occasione del Giorno dell’onore, giornata in cui i gruppi di estrema destra ungherese celebrano la “resistenza” dei nazisti tedeschi e ungheresi all’Armata Rossa. Anche Marchesi era accusato di aver aggredito dei neonazisti tuttavia, a differenza di Ilaria Salis, aveva fatto rientro in Italia poco prima che venisse raggiunto da un mandato di arresto Europeo. A Milano aveva scontato 129 giorni di arresti domiciliari al termine dei quali, nel marzo 2024, era tornato in libertà.
Budapest ne aveva ripetutamente chiesto la consegna, tuttavia i giudici italiani avevano più volte rinviato una decisione in tal senso in attesa che le autorità ungheresi fornissero chiarimenti su una decina di quesiti che riguardavano le condizioni detentive, lo Stato di diritto e l’indipendenza della magistratura nel Paese guidato dall’autocrate Orban.
Dall’Ungheria però era arrivata solo una “risposta gravemente deficitaria rispetto alle domande dettagliate poste dalla Corte d’Appello”, in particolare sulle condizioni detentive; per questa ragione il sostituto procuratore generale di Milano Cuno Jakob Tarfusser aveva chiesto di non dare seguito all’istanza ungherese perché le “lesioni potenzialmente letali” contestate dalla procura di Budapest all’allora ventitreenne “hanno generato solo 3-5 giorni di prognosi alle presunte vittime che in Italia sarebbero state considerate lievissime”.
In ogni caso, il Tribunale di Budapest ha comunque processato Gabriele Marchesi: e oggi è arrivata la condanna in contumacia a sette anni.

(da agenzie)

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IL DOSSIERAGGIO SU ILARIA SALIS MENTRE ERA IN CARCERE IN UNGHERIA: COSI’ L’INFORMATICO DI EQUALIZE OTTENNE IL CERTIFICATO PENALE DELL’EURODEPUTATA PER PASSARLO A UN EX CARABINIERE DEI ROS (INDAGATO DALLA PROCURA)

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

COSI’ E’ STATA IMBASTITA LA MACCHINA DEL FANGO CONTRO ILARIA DA PARTE DEI MEDIA SOVRANISTI

Nunzio Samuele Calamucci, informatico della società Equalize riconducibile a Enrico Pazzali, avrebbe ottenuto il certificato del casellario giudiziale di Ilaria Salis mentre l’attivista si trovava detenuta in Ungheria.
Il documento, secondo gli atti, sarebbe poi stato inviato a Vincenzo De Marzio, ex carabiniere del Ros ed ex appartenente ai servizi segreti, nell’ambito dell’inchiesta milanese sui presunti dossieraggi.
Gli elementi emergono da una nuova informativa del Ros di Milano, visionata da LaPresse, con cui i militari hanno trasmesso al pm gli esiti delle analisi sulle copie forensi dei dispositivi di Calamucci.
L’informatico è ritenuto dagli inquirenti la mente tecnologica di Equalize e l’ideatore del sistema «Beyond», che sarebbe stato utilizzato, secondo l’ipotesi investigativa, per costruire dossier combinando dati leciti e informazioni ottenute illegalmente.
L’11 giugno 2024, tre giorni prima della liberazione di Salis da Budapest dopo l’elezione all’Europarlamento con Avs, Calamucci avrebbe inoltrato screenshot del casellario a De Marzio, accusato a Milano di associazione per delinquere e accesso abusivo a sistema informatico.
Cosa è emerso
Dall’analisi di una pen-drive con 128 gigabyte di materiale emergerebbero anche i rapporti d’affari di Equalize con grandi società, pubbliche e private, e con studi legali d’affari.
Il casellario di Salis risulterebbe acquisito il 16 maggio 2024, quando l’eurodeputata era ancora detenuta in Ungheria per il presunto pestaggio. Il certificato, secondo quanto riportato, sarebbe stato ottenuto tramite la Procura di Roma e «regolarmente pagato» come indicherebbe la marca da bollo. Gli investigatori sottolineano però che «non emerge altro» dai dispositivi e dalle chat analizzate «per capire il motivo» dell’invio del documento a De Marzio. Tra l’11 e il 14 giugno 2024, periodo del rientro in Italia di Salis, diversi media hanno iniziato a pubblicare notizie sui suoi precedenti giudiziari, comprese denunce legate a iniziative contro gli sfratti e occupazioni abitative, anche da parte di Aler
Lombardia. Il passaggio del certificato e la successiva diffusione di informazioni restano tra i punti al centro degli approfondimenti dell’indagine.
(da Open)

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DOPO LA SCISSIONE DI VANNACCI, SALVINI SI BECCA ANCHE UN DOPPIO STOP SUL PONTE SULLO STRETTO DI MESSINA: IL QUIRINALE BLOCCA IL MINISTRO DELLE INFRASTRUTTURE SULLE LIMITAZIONI AI CONTROLLI DELLA CORTE DEI CONTI E SULLA NOMINA DI PIETRO CIUCCI A COMMISSARIO STRAORDINARIO

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

IERI SALVINI HA INCONTRATO MATTARELLA E OGGI SONO SPUNTATE LE MODIFICHE CHE FANNO SALTARE, OLTRE AL COMMISSARIO, ANCHE LO SCUDO ERARIALE

Doveva servire a velocizzare le procedure per sottoporre di nuovo il dossier alla Corte dei Conti, dopo la bocciatura di ottobre. Pare invece che Matteo Salvini dovrà rinunciare a nominare Pietro Ciucci “commissario per il ponte sullo Stretto di Messina”. Nelle bozze del decreto Infrastrutture, che dovrebbe andare domani in Consiglio dei ministri, infatti, le norme risultano modificate. Mancano sia quella del commissario sia i commi che vietavano alla Corte dei Conti di poter valutare la legittimità di gran parte degli atti e che avevano scatenato le proteste dei magistrati contabili, attirando l’attenzione del Quirinale, che ha chiesto modifiche.
La norma prevedeva infatti la nomina di Ciucci, ad della Stretto di Messina Spa, a commissario per “coordinare” l’iter legislativo finalizzato a riscrivere la delibera del Cipess, il comitato di Palazzo Chigi per i grandi piani pubblici, che deve approvare il progetto del ponte.
Dopo la bocciatura della Corte dei Conti, Salvini e soci hanno prima ipotizzato di chiedere il visto con riserva, cioè la registrazione dell’atto anche se illegittimo, salvo tornare indietro per paura delle possibili contestazioni future per danno erariale. Il governo ha quindi deciso di rifare la delibera per venire incontro ai
rilievi dei magistrati contabili. E qui si arriva alla norma, un articolo di legge infilato nel Dl Infrastrutture.
La vecchia versione affidava a Ciucci poteri di mero coordinamento tra i ministeri coinvolti, non quelli in deroga che di norma giustificano la scelta di un commissario. Un’anomalia spiegata da un paio di commi che svuotavano il controllo della Corte, impedendole di verificare gli atti “correlati e presupposti” della delibera, cioè quasi tutti, e introducendo pure uno scudo erariale da possibili contestazioni per “colpa grave” per l’intero iter di approvazione della maxi-opera, dal decreto del 2023 con cui Salvini l’ha resuscitata fino all’approvazione della delibera Cipess. Nessuno avrebbe potuto rispondere degli eventuali danni causati alle casse pubbliche, se non per dolo.
Perché una simile forzatura? Perché, tra i motivi della bocciatura, il più rilevante è il fatto che secondo i magistrati la scelta di far rivivere la gara del 2005 – vinta dal consorzio Eurolink, capitanato dal colosso Webuild – violerebbe la direttiva Ue sugli appalti, che impone di rifare la gara se i costi superano del 50% quelli originari e se ci sono modifiche sostanziali.
Insomma, bisognerebbe indire un nuovo bando di gara internazionale e sarebbe la fine dei sogni di Salvini di poter avviare i cantieri entro fine legislatura. La norma impediva alla Corte di poter ribadire la violazione della direttiva Ue. Gli uffici del leghista speravano di cavarsela con un “dialogo strutturato con la Commissione europea”, cioè un via libera più o meno informale che però non può avere forza di legge.
(da Il Fatto Quotidiano)

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“MARINE LE PEN SIA INELEGGIBILE PER 5 ANNI” : L’ACCUSA NON FA SCONTI AL PROCESSO D’APPELLO CONTRO LA LEADER SOVRANISTA DEL “RASSEMBLEMENT NATIONAL” CHE SI GIOCA LE ULTIME CHANCE DI CORRERE ALLE PRESIDENZIALI

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

LA SENTENZA DELLA CORTE È ATTESA A GIUGNO. SE LE RICHIESTE DELL’ACCUSA FOSSERO ACCOLTE, MARINE LE PEN NON POTREBBE CANDIDARSI ALLE ELEZIONI PRESIDENZIALI DELLA PRIMAVERA 2027. IN QUEL CASO JORDAN BARDELLA È PRONTO A SOSTITUIRLA NELLA CORSA ALL’ELISEO

Al processo di appello contro Marine Le Pen per il caso degli assistenti parlamentari, l’accusa ieri ha chiesto una pena di cinque anni di ineleggibilità, quattro anni di reclusione di cui tre con la condizionale e uno con il braccialetto elettronico, oltre a 100 mila euro di multa.
La sentenza della corte è attesa a giugno. Se le richieste dell’accusa fossero accolte, la leader del Rassemblement National non potrebbe candidarsi alle elezioni presidenziali della primavera 2027. «È evidente che la procura dell’appello è in linea con la procura di primo grado», ha commentato Marine Le Pen subito dopo la requisitoria. La giustizia accusa Le Pen, il Rassemblement National e altri dieci dirigenti di aver pagato, tra il 2004 e il 2016, i dipendenti del partito utilizzando denaro del Parlamento europeo.
Secondo la procura l’ineleggibilità rimane «la risposta penale necessaria alla difesa delle nostre istituzioni e all’imperativo di probità che ogni cittadino ha il diritto di aspettarsi dai propri rappresentanti». In caso di impossibilità di Marine Le Pen, Jordan Bardella è pronto a sostituirla nella corsa all’Eliseo.
(da agenzie)

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DONALD TRUMP, L’AMICO DA DIMENTICARE PER GIORGIA MELONI

Febbraio 5th, 2026 Riccardo Fucile

UN ANNO FA VANTAVA IL SUO RAPPORTO PRIVILIEGIATO CON IL PRESIDENTE AMERICANO, OGGI E’ UNA VICINANZA SCOMODA. AGLI ITALIANI NON PIACE PIU’

Imbarazzo, disagio. Ma soprattutto silenzio. Uno sterminato silenzio circonda quello che doveva rappresentare – che certamente è stato – uno dei principali atout, un asso di briscola di Giorgia Meloni: il rapporto con gli Stati Uniti d’America, in particolare gli Stati Uniti di Donald Trump.
Per misurare il colossale abisso che è stato scavato in un solo anno, basterebbe forse solo ricordare che giusto dodici mesi fa, volando a Washington per il 20 gennaio 2025 all’Inauguration day, il giuramento di Donald Trump dove sarebbe stata l’unica leader europea presente nella Rotunda di Capitol Hill, seduta accanto al presidente argentino Javier Milei e plaudente il neopresidente statunitense intento ad auto-battezzarsi «pacificatore e unificatore», Giorgia Meloni suggeriva e faceva scrivere che all’Italia spettava il ruolo di «ponte» e che per Palazzo Chigi sognava nientemeno quello di «centralino telefonico dello Studio Ovale». Parlava la premier addirittura di imminente «rincorsa» da parte degli altri leader europei (lei era quella avanti a tutti, come sempre), insisteva anche pubblicamente sull’«amicizia» con gli Stati Uniti «per far fronte a sfide globali e interconnesse» e sull’«alleanza» tra Usa e Ue, al punto che «dipingerli come nemici non regge».
Passato un anno, con tutto quello che è accaduto, dai dazi con umiliazione in Scozia di Ursula Von Der Leyen fino al pozzo già ampiamente senza fondo dell’aumento delle spese militari deciso a L’Aja che ha fra l’altro mandato in tilt i conti della Finanziaria appena chiusa, per non parlare di Groenlandia e Ucraina, risuona viva la domanda che quel giorno di gennaio 2025 le fece la segretaria del Pd Elly Schlein: «Meloni si è domandata perché al giuramento c’era solo lei? Sarà in grado di far rispettare gli interessi europei e italiani?».
Brutale la risposta arrivata dai fatti messi in fila negli ultimi giorni. Quando Trump, di ritorno dal Forum di Davos, ha sminuito e deriso il contributo militare e umano dei partner Nato (Italia compresa) in Afghanistan, Meloni aveva appena finito di auspicare per lui il Nobel per la pace (non bastando, evidentemente, la cessione
della medaglia da parte della venezuelana Maria Machado). E ci ha messo 36 ore, la premier, a definirsi «stupita» per le affermazioni «non accettabili» sui soldati italiani in Afghanistan, e a dire che l’«amicizia necessita rispetto» (sono le parole più dure da lei mai rivolte a Trump, secondo la velina di Palazzo Chigi).
«Metti la mano su una stufa per un minuto e ti sembrerà un’ora», diceva Albert Einstein per esemplificare la relatività del tempo. In quel breve lasso di 36 ore, mentre la presidente del Consiglio meditava la suddetta risposta di rupture, il premier inglese Keir Starmer aveva fatto in tempo a telefonare a Trump, prendere le distanze pubblicamente dal suo messaggio, a ottenere dal presidente americano un messaggio su Truth in cui definiva i soldati «inglesi tra i più grandi guerrieri del mondo».
Bene, in Italia si è atteso quietamente per giorni anche solo un decimo di quella reazione. Offrendo in cambio anche il silenzio della premier sull’omicidio dell’infermiere Alex Pretti, dopo quello già regalato per l’uccisione della poetessa Renee Nicole Good, per non parlare di rapimenti, deportazioni, violenze e delle altre brutali azioni dell’Ice (Immigration and customs enforcement).
Ma niente: né contatti informali, né correzioni, né precisazioni da Washington. Silenzio tombale dall’amministrazione statunitense, appunto. Uno stagno sul quale, passati ormai svariati giorni, a parte la lettera del ministro della Difesa Guido Crosetto indirizzata all’omologo americano, galleggiano come ninfee e rane le volenterose pezze d’emergenza messe dai più moderati fra gli alleati. Quella del ministro degli Affari europei Tommaso Foti, che su QN ha parlato di «approccio molto duro e censurabile» da parte dell’Ice statunitense ma non si è spinto e neanche a parlare di svolta autoritaria perché, ha spiegato, «mi limito a osservare quel che accade». Quella del ministro degli Esteri, Antonio Tajani, che si dice sicuro ci sia «consapevolezza degli eccessi anche nella Casa bianca» (e per quanto riguarda l’Afghanistan: «Non bisogna perdersi in un bicchier d’acqua»). Quella del leader di Noi Moderati Maurizio Lupi che, appurato il silenzio statunitense, ha provato a blindare come scelta anche il silenzio italiano: «Perché non si risponde ai bulli facendo i bulli». Mica bisogna inseguire Trump, ci mancherebbe.
Imbarazzate mani tese al presidente Usa che, al limite, fanno rimpiangere il precedente tacere.
Tanto più che adesso Meloni è alle prese con un ulteriore problema: il presidente statunitense, infatti, non piace più granché agli italiani, neanche a quelli che votano centrodestra. Non sembra più un Silvio Berlusconi postumo. E nemmeno piace l’atteggiamento della premier nei suoi confronti. La sudditanza, come suol dire.
La tendenza era stata rilevata già nel 2025, sia per esempio da Ispi che da Youtrend. Adesso lo dicono ancora di più, in vario modo, i sondaggi degli ultimi dieci giorni. A partire da una rilevazione di Eumetra per “Piazza pulita”: secondo il 59,2 per cento degli intervistati, la presidente del Consiglio dovrebbe smarcarsi più spesso da The Donald. Male anche sul suo piano per la Groenlandia: dà torto al presidente Usa il 65 per cento. E la più parte degli italiani, tra il 39 e il 42 per cento a seconda dei sondaggi, si pronuncia a favore di un contingente militare europeo, nel contesto di un’operazione Nato, per difendere l’isola. Stesso discorso, a maggior ragione, per l’intervento Usa in Venezuela, per il quale secondo Youtrend per Sky tg 24, il giudizio dell’opinione pubblica è più negativo che positivo: il 35 per cento esprime una valutazione complessivamente favorevole, mentre il 50 per cento è critico o molto critico. E secondo una rilevazione di Bidimedia, grazie a Trump i favorevoli agli Stati uniti d’Europa hanno sorpassato i contrari: ora sono 61 per cento.
Una tendenza in linea con in giudizi negativi emersi nei giorni scorsi da quasi dieci sondaggi statunitensi, nei quali i giudizi negativi prevalgono su quelli positivi: da quello della Cnn/Ssrs che parla di «fallimento» di Trump secondo il 58 per cento degli intervistati, fino a quello di Nate Silver, dove l’indice di approvazione del presidente è passato dal 51,6 del gennaio 2025 al 41,9 di adesso.
Ecco che il ruolo di ponte che voleva ritagliarsi Meloni diventa dunque, per lo meno, quello di un ponte minato, quando non franato. Sembra un paradosso, ma era più facile ai tempi di Joe Biden: quando, con mossa decisiva per la successiva ascesa al governo, Meloni si schierò dalla parte dell’intervento in Ucraina, già nel febbraio 2022 con l’esecutivo guidato da Mario Draghi, per poi ritagliarsi, una volta divenuta premier, un ruolo che dal punto di vista della prossemica si può riassumere col bacio che il presidente democratico le diede nel marzo 2024 alla fine di un incontro alla Casa bianca. Un bacio sulla testa, come da nonno a nipote. Da rimpiangere oggi, che Meloni è alle prese con le appassionanti smentite in serie del ministro dell’Interno Matteo Piantedosi sulla presenza (svelata dal “Fatto”) degli agenti dell’Ice in Italia per le Olimpiadi di Milano Cortina, ancora una volta italicamente fondate sulla subordinata: «Non ci risulta, ma anche se fosse dove è i
problema». Articolazione alta del popolare: non c’ero, e se c’ero dormivo. Con tutti i conseguenti rimpalli tra ambasciate e ministeri, alla fine dei quali, pare di capire, l’Ice ci sarà eccome, anche se la titolarità delle operazioni di sicurezza resterà italiana (e ci mancherebbe).
Il tutto mentre il leader leghista Matteo Salvini, assai più in linea con gli eccessi di Trump e molto meno in difficoltà perché è un “semplice” ministro, si gode la scena. E incontra leggiadro, nelle stanze del ministero dei Trasporti, la star dei neonazi inglesi Tommy Robinson, vicino a Elon Musk. Meloni non può far altro che bollare il tutto come «inopportuno», ma i tempi di «io sono Giorgia, sono una madre», eccetera, sono fatalmente lontani

(da lespresso.it)

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