Destra di Popolo.net

“ANTONIO, VAI TU”: LA MELONI INVIA AL BOARD TRUMPIANO PER GAZA IL SUO “MAGGIORDOMO” TAJANI. QUEL MERLUZZONE DEL LEADER DI FORZA ITALIA SI TROVERA’ IN MEZZO AD AUTOCRATI E DITTATORELLI VARI, NEL CLUB DEI PUZZONI GLOBALI: CHISSA COSA’ NE PENSERA’ MARINA BERLUSCONI CHE NON PERDE OCCASIONE PER INFILZARE TRUMP

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

QUELLA DELLA “DUCETTA” È UNA MOSSA PER MASCHERARE L’ISOLAMENTO RISPETTO A BERLINO E PARIGI, CHE DISERTANO IL BOARD

«Mandare un ambasciatore a Washington per il Board of peace? Ne stiamo ancora discutendo». Alle cinque meno venti, imboccando l’uscita centrale di Montecitorio, direzione Senato, Antonio Tajani ammetteva, a domanda di Repubblica, un’ipotesi rimasta allo studio del governo fino a sera.
L’idea era di procedere con un ulteriore downgrade della delegazione italiana incaricata di partecipare domani alla prima riunione del controverso panel composto da Donald Trump: non la premier Giorgia Meloni e nemmeno il ministro degli Esteri. Un semplice diplomatico, probabilmente l’ambasciatore negli Stati Uniti, Marco Peronaci. All’ora di cena, però, arriva il contrordine.
A sciogliere il nodo è una telefonata tra il vicepremier e la stessa Meloni, di ritorno dalla cerimonia dell’anniversario dei patti lateranensi. «Antonio, vai tu», l’input della presidente del consiglio. Al varo di questa para-Onu privata, alle dirette dipendenze di The Donald, l’Italia dunque ci sarà con il numero due dell’esecutivo. Scelta politica. Non condivisa dal grosso delle cancellerie europee, da Parigi a Berlino. Con il rango di ministri degli Esteri, ad ora, hanno confermato la presenza solo Cipro, Slovacchia e Repubblica Ceca. Roma si accomoderà comunque al tavolo del tycoon con un ruolo minore, «Paese osservatore».
Meloni fino all’ultimo non ha voluto strappare con l’amministrazione Maga. Sarebbe volata in prima persona a Washington, se l’avesse seguita almeno uno dei big europei. Ma da Emmanuel Macron a Friedrich Merz, il grosso degli inviti dagli Usa non è stato accettato. A quel punto il governo, come detto, ha valutato persino l’opzione minima: mandare un ambasciatore. Fino alla retromarcia serale. Obiettivo: rammendare i rapporti con gli Usa, sfilacciati dopo le tensioni sulla Groenlandia e i soldati italiani in Afghanistan, insultati da Trump, che con il nostro Paese non si è mai scusato, al contrario di quanto fatto con i britannici.
Il cruccio del Board innervosisce anche i rapporti tra il governo e il Vaticano. Ai piani alti dell’esecutivo non sono passate inosservate le parole di Pietro Parolin sulle «perplessità» legate all’ingresso nel panel. Il tema, secondo fonti informate, è stato affrontato nel chiuso di Palazzo Borromeo, durante l’anniversario dei patti lateranensi, nella seconda parte del bilaterale, quella dedicata agli esteri, con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Mentre nella prima riunione, estesa solo all’esecutivo, si è parlato di politica interna. Anche di referendum, dopo le sortite di diversi vescovi che hanno irritato il governo. «Ma la Santa Sede non fa campagna elettorale», la rassicurazione a porte chiuse.
(da agenzie)

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DOPO L’ATTACCO DI NORDIO, MATTARELLA DIFENDE IL CSM: “LE ALTRE ISTITUZIONI LO RISPETTINO”

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA E’ INTERVENUTO A SORPRESA AL PLENUM DEL CSM

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella è intervenuto a sorpresa al plenum del Consiglio superiore della magistratura. Un segnale forte che arriva a pochi giorni di distanza dalle parole del ministro Carlo Nordio, il quale aveva definito “paramafioso” il sistema di nomine del Csm. Parlando alle toghe, il capo dello Stato ha invitato tutte le “altre istituzioni” a rispettare l’organo di autogoverno dei magistrati.
La presenza di Mattarella a presiedere la seduta di Palazzo Bachelet è indubbiamente straordinaria. “Sono consapevole che non è consueta la presenza del Presidente della Repubblica per i lavori ordinari del Consiglio. Per quanto mi riguarda non si è mai verificata in undici anni”, ha ricordato.
Il capo dello Stato ha spiegato le ragioni che lo hanno spinto a intervenire: “Mi hanno indotto a questa decisione la necessità e il desiderio di sottolineare, ancora una volta, il valore del ruolo di rilievo costituzionale del Csm. Soprattutto, la necessità e l’intendimento di ribadire il rispetto che occorre nutrire e manifestare – particolarmente da parte delle altre istituzioni – nei confronti di questa istituzione”.
Un riferimento ai forti attacchi arrivati in questi giorni dall’esecutivo (in ultimo la richiesta dell’elenco dei donatori del comitato per il No), che hanno contribuito ad innalzare il livello dello scontro con la magistratura. Ma anche, probabilmente, un tentativo di stemperare i toni, che con l’avvicinarsi del referendum si sono fatti particolarmente accesi. “Come presidente della repubblica avverto la necessità di
rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza nell’interesse della Repubblica”, ha detto.
Il Csm “non è esente, nel suo funzionamento, da difetti, lacune, errori e nei cui confronti non sono, ovviamente, precluse critiche. Come, del resto, si registrano difetti, lacune, errori e sono possibili critiche riguardo all’attività di altre istituzioni della Repubblica, siano esse parte del potere legislativo, di quello esecutivo, di quello giudiziario”, ha precisato.
In un passaggio del suo intervento, Mattarella ha voluto richiamare sia governo che magistratura al rispetto reciproco, esortando il Csm a lasciare fuori le questioni poltiche. “In questa sede, che rimane e deve rimanere rigorosamente istituzionale, ed estranea a temi o controversie di natura politica, più che nella funzione di Presidente di questo Consiglio, come Presidente della Repubblica, avverto la necessità di rinnovare con fermezza l’esortazione al rispetto vicendevole, in qualsiasi momento, in qualsiasi circostanza, nell’interesse della Repubblica”, ha sottolineato poco prima di sospendere il plenum e lasciare la sede del Csm.

(da Fanpage)

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IL DEPUTATO REGIONALE DI FORZA ITALIA MANCUSO AGLI ARRESTI DOMICILIARI PER CORRUZIONE

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO L’ACCUSA AVREBBE RICEVUTO UNA TANGENTE DI 12.000 EURO

Arresti domiciliari per il deputato regionale di Forza Italia in Sicilia, Michele Mancuso, indagato per corruzione «per un atto contrario ai doveri d’ufficio dalla Procura di Caltanissetta».
I magistrati guidati da Salvatore De Luca ne hanno chiesto e ottenuto oggi l’arresto ai domiciliari nell’ambito dell’indagine che coinvolge altre cinque persone sulla gestione di fondi regionali.
Secondo l’accusa infatti, il deputato forzista avrebbe ricevuto 12 mila euro, suddivisi in tre diverse tranche, per favorire l’associazione Gentemergente destinataria di 98 mila euro di fondi regionali per la realizzazione di spettacoli nella provincia di Caltanissetta.
(da agenzie)

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OLIMPIADI, COME IL GRANDE AFFARE SI E’ MANGIATO GLI IDEALI

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

IL COSTO COMPLESSIVO POCO SOTTO I SEI MILIONI DI EURO

Un’edizione superlativa! Alle Olimpiadi di Milano Cortina gli atleti azzurri stanno regalando emozioni bellissime con il pieno delle medaglie. Più controverso il bilancio dell’organizzazione: i costi complessivi si attesteranno tra 5,7 e 5,9 miliardi di euro. Meno di un terzo è servito per le competizioni sportive, il resto se n’è andato in infrastrutture: dalle strade, alle piste, ai villaggi per gli atleti. L’impatto ambientale complessivo, inclusi gli spostamenti degli spettatori, è calcolato in 2,3 milioni di tonnellate di anidride carbonica equivalente, che causeranno la perdita di 5,5 km quadrati di manto nevoso. A eccezione dei miglioramenti effettuati sulla viabilità, secondo gli analisti di S&P Global i Giochi «non lasceranno un’eredità economica significativa a lungo termine». E il lungo termine lascia spesso strutture abbandonate. Ricordiamo tutti i resti di «Torino 2006», con impianti come la pista da bob di Cesana Torinese costata 110 milioni di euro e che ora ne costerà altri 9 per essere demolita. Ma non è sempre stato così. Quella delle Olimpiadi è la storia di una metamorfosi che vale la pena riassumere.
Dalle Olimpiadi antiche a quelle moderne
I giochi Olimpici nascono nell’antica Grecia nel 776 a.C.: lo scopo è quello di onorare il dio Zeus con una grande festa durante la quale ogni guerra viene interrotta per permettere a tutti di partecipare alle gare. Sospesi in epoca romana, rinascono ad Atene nel 1896 per volere del barone francese Pierre de Coubertin, storico presidente del Comitato Olimpico Internazionale.
I princìpi fondanti restano immutati: 1)promuovere la pace tra i popoli; 2) puntare sullo sport amatoriale.
Valori che però non hanno retto alla prova del tempo. Vediamo perché.
Pacifismo o propaganda
Il pacifismo è inciso nel simbolo stesso delle Olimpiadi: i cinque cerchi rappresentano i 5 continenti uniti dallo sport. La politica è dunque esclusa dai giochi che però diventano presto il palcoscenico ideale per conflitti e sabotaggi. Già ad Anversa 1920 il Cio esclude le nazioni sconfitte nella Prima guerra mondiale per evitare la presenza tedesca. Nel 1936 Hitler sfrutta i Giochi di Garmisch e Berlino per propagandare l’ideologia nazista, anche se il presidente del Cio Henri de Baillet-Latour riesce a far rimuovere i cartelli «Vietato l’ingresso a cani e ad ebrei».
A Melbourne 1956 triplo boicottaggio: da parte della Cina per la presenza di Taiwan; Egitto, Libano e Iraq contro la crisi di Suez; Olanda, Spagna e Svizzera per l’invasione sovietica dell’Ungheria. Nel 1972 a Monaco irrompe il gruppo terroristico palestinese Settembre nero con il massacro di 11 atleti israeliani. Il Sudafrica dell’apartheid resta il Paese più a lungo escluso: da Tokyo 1964 fino al ritorno ai Giochi Olimpici di Barcellona 1992. Tra i boicottaggi più celebri, quello degli Stati Uniti e degli alleati contro Mosca 1980 per l’invasione sovietica dell’Afghanistan, a cui l’Urss risponde nel 1984 disertando le Olimpiadi di Los Angeles. Più recenti e blandi i boicottaggi di Sochi 2014: Obama, Cameron e Merkel evitano la cerimonia di apertura per le leggi omofobe russe. Pechino 2022: assente la diplomazia americana per le violazioni dei diritti degli uiguri. Xi Jinping non si scompone e ottiene da Putin il rinvio dell’invasione dell’Ucraina per garantire lo svolgimento dei Giochi. Milano Cortina: atleti russi e bielorussi partecipano senza bandiera, ma nessuna tregua olimpica: la Russia continua a bombardare l’Ucraina e leforze israeliane a sparare su Gaza. Ma il culmine dell’ipocrisia il Cio lo scatena sul campione ucraino di slittino Vladyslav Heraskevyč: voleva gareggiare con i volti dei compagni uccisi sul casco. È stato squalificato.
60 anni di sola gloria
Lo sport amatoriale, praticato per passione e non per guadagno, è l’unica attività sportiva ammessa alle Olimpiadi moderne. Da qui il celebre motto: «L’importante non è vincere, ma partecipare». E chi si mantiene con lo sport è escluso. Il caso più noto è quello di Carlo Airoldi, ex operaio di una fabbrica di cioccolato, specializzato nelle gare di lunghe distanze. Nel 1896 parte a piedi da Saronno per disputare la prima maratona della storia. Alla domanda se abbia mai vinto premi in denaro, Airoldi rivendica i successi ottenuti, tra cui una Milano-Marsiglia-Barcellona di 1.050 chilometri valsa 2.000 pesetas. L’esclusione è immediata. Anche dopo i successi olimpici, i campioni tornano a fare i loro mestieri. Jesse Owens, quattro ori a Berlino 1936, rientrato negli Stati Uniti deve accettare lavori modesti, da istruttore di giochi all’aperto a esibizioni in cui gareggia contro cavalli, cani o motociclette. Dagli anni ’60 il Cio allenta i confini e proliferano gli escamotage per aggirare le regole. L’Urss inquadra gli atleti come militari o
funzionari, gli Usa li reclutano nelle università con borse di studio, in Italia entrano nei corpi militari come i Carabinieri. Il campione austriaco di sci Karl Schranz si spinge troppo in là accettando contratti con i produttori di sci: squalificato dalle Olimpiadi di Sapporo 1972. La svolta arriva a Seul nel 1988: i professionisti vengono ammessi apertamente e da allora gli atleti amatoriali sono quasi spariti. E si comincia a incassare.
Il «prezzo» delle medaglie
Il Cio continua a distribuire le medaglie agli atleti, mentre ogni Paese è libero di assegnare un premio economico. Per Milano Cortina il Coni ha previsto 180 mila euro per chi vince l’oro, 90 mila per l’argento, 60 mila per il bronzo. Negli Usa 32 mila euro per l’oro, a Singapore 665 mila, in Nuova Zelanda 2.500, nella Corea del Sud 175 mila euro più esenzione militare. In Polonia, l’oro vale 240 mila euro, ma lo Stato offre anche un’automobile e un appartamento, la Macedonia del Nord dà un vitalizio mensile di 1.100 euro. Gli atleti che vincono le medaglie poi fanno il pieno con gli sponsor.
L’arrivo dei diritti tv
Per i primi 50 anni le Olimpiadi si finanziano con sussidi pubblici, risorse dei comitati locali e contributi del Cio, ottenuti tramite vendita dei biglietti, lotterie e monete commemorative. Nel 1932, per finanziare il viaggio via mare e raggiungere le Olimpiadi di Los Angeles, il comitato del Brasile imbarca anche 50 mila sacchi di caffè da vendere durante il tragitto. Gli sponsor restano sullo sfondo. Coca-Cola, legata alle Olimpiadi fin dagli anni ’20, fornisce bevande a spettatori e atleti, ma non finanzia l’organizzazione né offre compensi agli sportivi. I diritti tv sbarcano per la prima volta ai Giochi di Londra del 1948: la Bbc paga 1.000 ghinee (circa 70 mila dollari di oggi) per trasmettere le gare nelle case di 80 mila possessori di televisore. Da allora il mercato tv è via via esploso: nel 1964 la Nbc paga 1,5 milioni per i Giochi di Tokyo, nel ’68 la Abc ne sborsa 4,5 per Città del Messico ’68, 25 per Montréal ’76, arriva a 225 milioni per Los Angeles nell’84.
Il business si ingrossa
Con l’esplosione dei Giochi nelle tv di tutto il mondo crescono anche i costi. A Città del Messico le proteste di migliaia di cittadini contro la repressione del governo e le spese olimpiche eccessive culminano nel massacro di 300 manifestanti; Montréal ci ha messo 30 anni per estinguere un debito di 1,6 miliardi
di dollari. La sterzata arriva nel 1984 con il presidente del Cio Juan Antonio Samaranch: i Giochi di Los Angeles sono finanziati da fondi privati, sponsorizzazioni, e la vendita dei diritti tv raggiunge una cifra record. Il ruolo degli sponsor diventa sempre più centrale: dal 1994, per garantire ritorni economici più elevati, i Giochi invernali ed estivi si fanno in anni diversi, in modo da avere un grande evento ogni due anni. Nel 1996 le corporation riescono addirittura ad imporre l’assegnazione dell’Olimpiade estiva ad Atlanta, sede della Coca-Cola, battendo Atene che avrebbe dovuto ospitare il centenario dei Giochi. Le entrate del Comitato Olimpico Internazionale derivate da diritti tv e grandi sponsor sono passate dagli 1,5 miliardi del ciclo 1993-96, ai 7,7 miliardi di dollari del quadriennio 2021-2024.
Parallelamente crescono anche gli incassi dei campioni, grazie a sponsorizzazioni e accordi milionari con grandi marchi. Al momento la più gettonata dagli sponsor è la stella dello sci acrobatico Eileen Gu con 23 milioni di dollari all’anno. Degli antichi principi olimpici ne è rimasto vivo solo uno: la promozione dello sport come strumento di unione dei popoli. E speriamo che almeno questo resti immutato nei secoli.
Milena Gabanelli, Andrea Priante e Francesco Tortora
(da corriere.it)

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CENTRO IN ALBANIA, 203 AGENTI PER 25 MIGRANTI

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

SPESI 670 MILIONI MA LA STRUTTURA E’ SEMIVUOTA… IL CONTO: 250 MILIONI PER I VIAGGI, 133 PER CIBO E PULIZIA… CON LA STESSA CIFRA AVREMMO POTUTO COMPRARE 620 TAC OGNI ANNO, 29 PER REGIONE

Mentre il governo è impegnato nella campagna per il Sì al referendum sulla separazione delle carriere, giocata con colpi bassi e mistificazioni di cui nemmeno uno come Nordio si riteneva capace, ci è preso l’uzzolo di verificare se i centri in Albania stanno fun-zio-nan-do, come assicurato dalla Meloni al momento della firma del protocollo d’intesa con l’Albania nell’ottobre 2024, quando la propaganda batteva sull’immigrazione.
Allora il governo ha indicato l’obiettivo di circa 3 mila trasferimenti al mese, 39 mila all’anno. Attualmente, secondo nostre fonti sul posto, nel centro di Gjadër sono presenti 25 “ospiti” di nazionalità diverse, soprattutto Egitto e Nord-Africa.
Il costo dell’operazione è di circa 670 milioni in 5 anni (2024-2028), 134 milioni l’anno. Oltre 250 milioni sono per i soli costi di viaggio, per portare i migranti in Albania e rimpatriarli nei loro Paesi, oppure per riportarli indietro. Già: la quasi totalità dei trasportati delle prime tornate (66 persone in tutto) è stata ricondotta in Italia.
A ottobre 2024, di 16 persone trasferite 4 sono state riportate subito in Italia perché vulnerabili o minorenni. Gli altri 12 sono tornati dopo pochi giorni a causa della mancata convalida del trattenimento da parte del Tribunale di Roma
A febbraio ’25, 43 migranti sono stati riportati a Bari perché i giudici hanno dichiarato illegittimi i trattenimenti. Ad aprile ’25, 7 persone sono state fatte
rientrare per ordine dei tribunali o per “inidoneità sanitarie”. Questo avanti e indrè a spese nostre (ogni rientro costa 80mila euro) è stato fatto passare dal governo come un sabotaggio delle “toghe rosse” (“Assurdo! In aiuto della sinistra parlamentare arriva quella giudiziaria”, dai social di FdI). In caso di migranti da Paesi con cui l’Italia non ha stipulato accordi per i rimpatri (come Africa Subsahariana, alcuni Paesi dell’Asia, Siria), questi vengono fatti sostare nel limbo di Gjadër per un mesetto, poi riportati in Italia, dove verranno rilasciati con l’intimazione di lasciare il Paese entro 30 giorni.
Il centro di Gjadër è un trittico di fortini circondati da un recinto di cemento armato e metallo. Dentro, c’è un padiglione in cui gli ospiti dormono in moduli provvisori; sono liberi di muoversi entro un recinto, ma non di uscire dalla struttura (nei dintorni della quale, comunque, ci sono solo montagne e sterpaglie).
C’è anche un carcere, vuoto; finora vi ha soggiornato un solo detenuto, che poi è stato riportato in Italia. La cooperativa che si occupa dei pasti e della pulizia è l’italiana Medihospes, che si è aggiudicata il bando da 133 milioni per la gestione di Gjadër e Shengjin, che è l’hotspot di arrivo e identificazione.
A Gjadër ci sono medici e infermieri (uno a turno) e, se occorre, psicologi. I migranti non hanno particolari esigenze, solo qualche mal di denti; al momento non ci sono epidemie. Come detto, i fragili o malati sono stati riportati ex lege in Italia.
Le forze di sicurezza sono composte da Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza italiani per un totale di 183 persone, più 20 agenti della Polizia penitenziaria. Per oggi o domani è previsto l’arrivo di 35 nuovi ospiti e di un’altra trentina per il fine settimana. Da giugno, entrando nella campagna elettorale, si prevede l’arrivo di un centinaio di persone a settimana; di conseguenza raddoppierà il personale di polizia. Lo stipendio medio di un agente è di 2 mila euro al mese più una diaria di 100 euro al giorno (a cui si sommano 80 euro al giorno per albergo e pasti).
Il lavoro consiste nella vigilanza per i fermati e nella logistica: rifornimenti di carburante, riparazione dei mezzi, etc., per turni di 6 ore al giorno. È vero che ci sono cani randagi dentro alla struttura: sono 4, di piccola taglia, “adottati” dagli agenti.
Non risultano rivolte né risse, a parte quando un ospite staccò un pezzo di ferro dalla struttura dei moduli per usarlo come pugnale.
Ogni tanto si affaccia qualcuno del governo, con fotografi al seguito: viene intrattenuto nella “sala benessere” in attesa che un dirigente lo raggiunga e lo porti in visita al centro; più spesso si vedono europarlamentari di sinistra. Una macchina per la Tac modello base costa 200 mila euro: al costo dell’Operazione Albania lo Stato italiano avrebbe potuto comprare 620 Tac ogni anno, 29 per regione, diminuendo sensibilmente i tempi d’attesa per esami salvavita nella Sanità pubblica.
(da Il Fatto Quotidiano)

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COME SBIANCARE LA STORIA

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

NEGLI USA PARLARE DI SCHIAVISMO OFFENDE LE ORECCHIE DEI SUPREMATISTI BIANCHI

La goffa cancel culture coltivata, con scellerata ottusità, negli ambienti della sinistra radicale americana, è stata una prova di puro dilettantismo rispetto alla sontuosa capacità censoria dei Maga. Ora la volontà di cancellare tutto ciò che disturba è tornata a scorrere, trionfalmente, nel suo alveo naturale, che è la destra reazionaria.
Le liste di proscrizione di libri “negativi”, l’ostilità all’insegnamento di Darwin, il fastidio per la voce delle minoranze, il pregiudizio antiscientifico che ha radici nel fondamentalismo religioso, prosperano nella base trumpista tanto quanto ai vertici (ecco un caso in cui la politica può vantare una forte capacità di rappresentanza: il popolino scomposto che diede l’assalto al Congresso può ben riconoscersi nello spregio dell’amministrazione Trump per la cultura, le regole democratiche e il rispetto degli altri. Trump non è più colto e nemmeno più gentile dell’ultimo dei suoi supporter, è solo centomila volte più ricco).
È di ieri la notizia (bella) che una giudice federale ha ordinato il ripristino dei pannelli sullo schiavismo nel piccolo museo di Philadelphia dedicato a George Washington. Quei pannelli raccontano dei nove schiavi neri al seguito di Washington: né poteva essere altrimenti, essendo lo schiavismo un connotato fondativo della nascita di quella Nazione.
L’amministrazione Trump, poche settimane fa, aveva mandato il National Park Service a rimuoverli, adoperando un’agenzia pubblica come una specie di polizia culturale. Parlare di schiavismo offende le orecchie dei suprematisti bianchi. Salvo che poi ci sono ancora dei giudici, in America.
(da Repubblica)

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“GLI UCRAINI HANNO IL DIRITTO DI PROVARE ODIO”: CHI E’ ANASTASIA KICHEROVA, LA DONNA RUSSA CHE HA GUIDATO L’UCRAINA ALLA CERIMONIA DI APERTURA DEI GIOCHI

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

HA SFILATO CON ORGOGLIO: “UN PICCOLO GESTO PER DIMOSTRARE CE NON TUTTI I RUSSI LA PENSANO COME PUTIN”

Anastasia Kucherova vive a Milano da quattordici anni e lavora come architetta. Pur non essendo un’atleta, lo scorso 6 febbraio ha preso parte alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi invernali di Milano Cortina, accompagnando sul prato di San Siro la delegazione ucraina composta da cinque atleti. Avvolta in un piumino argentato con cappuccio e occhiali scuri, ha sfilato con orgoglio. Nata in Russia, aveva espresso alla coreografa il desiderio di rappresentare l’Ucraina, nonostante l’assegnazione delle delegazioni fosse casuale.
Il gesto contro la Russia
Sul suo profilo Instagram, Kucherova ha raccontato il suo ruolo alle Olimpiadi 2026, approfondito poi in un’intervista all’Associated Press: «Quando cammini accanto a queste persone, capisci che avrebbero ogni diritto umano di provare odio verso qualsiasi russo – ha dichiarato – ma credo sia importante compiere un piccolo gesto per dimostrare che non tutti la pensano allo stesso modo».
Gli atleti hanno subito intuito le sue origini e le si sono rivolti in russo. Per Kucherova è stato il segno di «un legame profondo» tra russi e ucraini, «che potrebbe continuare a esistere, se non ci fosse la guerra».
Un gesto, quello di Kucherova, che assume il valore di una forma di resistenza simbolica nei giorni che segnano il secondo anniversario della morte per avvelenamento di uno dei più noti oppositori di Vladimir Putin, Alexei Navalny. «Gli ucraini non hanno alcuna possibilità di ignorare la guerra: è la loro quotidianità», ha osservato. «Eppure continuano a volersi bene, a sposarsi, a praticare sport, a prendere parte alle Olimpiadi. Lo fanno mentre tutto intorno a loro è devastato».
La delegazione ucraina e i famigliari che combattono da 4 anni
La delegazione ucraina sfilava con la pattinatrice di short track Yelyzaveta Sydorko come portabandiera ed era composta, tra gli altri, dal pattinatore artistico Kyrylo Marsak. Entrambi hanno i padri impegnati in prima linea al fronte. «Non esiste davvero alcuna parola capace di cancellare il dolore che queste persone hanno già vissuto, né qualcosa che possa avvicinarle al perdono – ha raccontato Kucherova -. Mi sono voltata verso di loro, non sapevo cosa dire, e mi sono limitata ad assicurare
che l’intero stadio li avrebbe accolti con una standing ovation». In un primo momento, ha spiegato all’agenzia di stampa, gli atleti si sono mostrati scettici. Poi, però, San Siro li ha avvolti in un applauso caloroso. «Sembrava che lo stadio riconoscesse la loro indipendenza, il desiderio di libertà, il coraggio di essere arrivati fino alle Olimpiadi». Dietro gli occhiali scuri, gli occhi di Kucherova si sono riempiti di lacrime.
(da Open)

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LA SPAGNA AUMENTA IL SALARIO MINIMO PER AIUTARE GIOVANI E DONNE: ORA VALE 1.221 EURO AL MESE

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

SANCHEZ: “E’ UN ATTO DI GIUSTIZIA SOCIALE”

Il Consiglio dei ministri spagnolo ha approvato per il 2026 un aumento del salario minimo. La somma sotto la quale nessun imprenditore può scendere è salita a 1.221 euro al mese per quattordici mensilità, al netto dell’Irpef, ovvero circa 17mila euro all’anno. L’aumento è del 3,1%, ovvero di 37 euro al mese o 518 euro all’anno, rispetto alle condizioni precedenti. Sarà retroattivo dal 1° gennaio di quest’anno.
Il provvedimento è stato annunciato dalla ministra del Lavoro Yolanda Diaz, che ha descritto il salario minimo interprofessionale come una “misura femminista”, perché sta avendo un “impatto di genere senza precedenti”. Infatti, la differenza nella paga tra uomini e donne in Spagna è più bassa rispetto alla media europea e secondo la ministra è scesa del 22% proprio grazie all’introduzione del salario minimo, che avrebbe aiutato un milione e mezzo di lavoratrici. È l’ottavo aumento dal 2018: in questo periodo la somma è cresciuta di oltre il 60%.
L’altra categoria che secondo Diaz ha beneficiato della paga minima sono “i giovani”. Il salario minimo ha avuto un effetto positivo sull’occupazione, e “non c’è scienza né posizione accademica che possa sostenere che il salario minimo abbia un impatto negativo” sull’economia, ha detto.
La ministra del Lavoro, peraltro, ha anche duramente criticato le associazioni imprenditoriali che hanno deciso di non sottoscrivere l’accordo tra governi e sindacati. “Il Paese sta andando bene, sta crescendo del 2,8% ed è l’unico Paese
dell’Ocse in crescita, con margini aziendali enormi, e occorre quindi che si faccia lo sforzo di distribuire un po’ della ricchezza ai lavoratori”, ha detto in conferenza stampa. Il governo, secondo Diaz, “sta facendo la sua parte con l’aumento del salario minimo”, mentre restano “molti salari intermedi che non sono dignitosi”.
La viceministra ha ricordato che il salario mediano nel Paese è di 1.668 euro al mese. Il problema, infatti, resta: “In termini salariali” la Spagna è “a 25 punti di differenza negativa rispetto all’Unione europea”. Un attacco in particolare è stato rivolto al presidente della Ceoe, l’equivalente spagnolo di Confindustria, Antonio Garamendi: “Gli chiedo prudenza e responsabilità, guadagna 23 volte tanto il salario minimo interprofessionale”. Garamendi aveva parlato di una “mancanza di rispetto e un disprezzo senza precedenti per il dialogo sociale”.
Come detto, l’accordo governo-sindacati era stato sottoscritto ieri. Erano presenti la ministra Diaz e i rappresentanti delle principali sigle sindacali del Paese. Alla cerimonia della firma aveva partecipato il primo ministro Pedro Sanchez, che aveva parlato di un “passo molto importante per migliorare la vita di 2,5 milioni di lavoratori”.
Aumentare il salario minimo “è una questione di giustizia sociale e di intelligenza economica”, aveva detto Sanchez. “Questo aumento del salario minimo interprofessionale invia un messaggio molto chiaro e potente a milioni di persone: il loro lavoro è importante, il loro impegno è importante e la loro dignità è importante”. E non erano mancate le critiche alle associazioni degli imprenditori: “Chiedo ai datori di lavoro di fare la loro parte: che paghino di più, che si siedano al tavolo con i sindacati e che si arrivi a un aumento generalizzato degli stipendi”. Concludendo: “Quando è il momento di stringere la cinghia, la stringiamo tutti, e quando è il momento di distribuire i profitti, li distribuiamo tra tutti”.
(da agenzie)

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MELONI ATTACCA I GIUDICI PERCHE’ IL VIMINALE E’ STATO GIUSTAMENTE CONDANNATO A PAGARE 700 EURO PER IL MIGRANTE TRASFERITO ILLEGALMENTE IN ALBANIA MA NON DICE I TRE MOTIVI PER CUI AVEVA RAGIONE IL MIGRANTE

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

LA SOLITA CACIARA AD USO GONZI MA SE AL VIMINALE SBAGLIANO A NON RISPETTARE LE NORME DA LORO STESSI FISSATE LA COLPA NON E’ DEI GIUDICI

“Una parte politicizzata della magistratura continua a ostacolare ogni azione volta a contrastare l’immigrazione illegale di massa”. Questa è la morale, secondo Giorgia Meloni, nel caso dell’uomo trasferito illegalmente in Albania a cui il ministero dell’Interno deve riconoscere un risarcimento di 700 euro perché il suo invio nel Cpr di Gjader era irregolare.
La presidente del Consiglio, a tre giorni di distanza dalla notizia, ha postato un video sui social prendendosela con la magistratura per la sentenza. Il messaggio è arrivato dopo giorni in cui la stampa di destra aveva battuto molto sulla vicenda, perché successivamente alla decisione sul rimborso è emerso che a carico del 56enne algerino ci sarebbero 23 sentenze di condanna emesse per vari reati tra il 1999 e il 2023 (l’uomo vivrebbe in Italia dal 1995).
Proprio sulle condanne Meloni ha insistito nel suo video. “Un cittadino algerino irregolare in Italia che ha alle spalle 23 condanne tra le quali lesioni per aver picchiato una donna a calci e pugni non potrà essere trattenuto in un Cpr né trasferito nel centro in Albania per il rimpatrio”, ha detto. “Per lui alcuni giudici hanno stabilito addirittura, non solo che non ci sarà un’espulsione, ma che il ministero dell’Interno dovrà risarcirlo con 700 euro per aver tentato di far rispettare un provvedimento di espulsione”.
QUELLO CHE MELONI HA DIMENTICATO DI DIRE
In realtà la sentenza in questione, arrivata il 10 febbraio dal tribunale di Roma per un ricorso presentato ad aprile 2025, non ha vietato la detenzione in un Cpr. Ha stabilito che il trasferimento era irregolare, principalmente per tre motivi legali.
Che non ci sarebbe stato un provvedimento per motivare il trasferimento in Albania; che la persona interessata non sarebbe stata avvisata (gli era stato detto che sarebbe stato inviato a Brindisi); e che la detenzione nel centro albanese avrebbe impedito il diritto agli incontri familiari (l’uomo ha due figli).
Meloni non ha chiarito che la sentenza, peraltro solo in primo grado, è una valutazione sul caso specifico fatta sulla base delle norme internazionali e delle
leggi che il governo stesso ha varato. Finora, peraltro, è l’unica condanna nei confronti dell’esecutivo per un trattenimento in Albania.
Al contrario, la presidente del Consiglio ha rilanciato l’attacco ai giudici riprendendo la retorica utilizzata più volte in passato: ovvero che sia la magistratura a ‘impedire’ al governo di portare avanti le sue politiche.
(da Fanpage)

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