Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
GUADAGNA IL DOPPIO IL GIORNALISTA CRISTIANO BOSCO, EX CORRISPONDENTE IN LIGURIA PER LA “PADANIA”: 120MILA EURO COME “RESPONSABILE DELLA PIANIFICAZIONE E DELLA PROMOZIONE” PER IL VICEPREMIER SALVINI (CHE S’È PORTATO ANCHE ALBERTO DI RUBBA, GIÀ TESORIERE DEL CARROCCIO, CONDANNATO IN SECONDO GRADO PER PECULATO
Deve essere davvero molto apprezzato il lavoro di Stefano Caldoro, ex presidente della regione Campania ed ex ministro berlusconiano, alla corte di Giorgia Meloni.
Era stato contrattualizzato a fine aprile dello scorso anno come «consigliere per i rapporti con le parti sociali» della premier con uno stipendio di 30mila euro (lordi) all’anno. Ecco che dopo appena cinque mesi è scattato il raddoppio: la consulenza, dall’1 novembre, è stata aggiornata a 60mila euro. Una promozione in piena regola.
Tra assunzioni e aumenti di retribuzioni, non è l’unica novità tra gli staff di Palazzo Chigi.
Il vicepremier Matteo Salvini ha infatti ingaggiato il giornalista Cristiano Bosco, già corrispondente in Liguria per la Padania, nelle vesti di «responsabile della pianificazione e della promozione delle attività». L’indennità è di120mila euro all’anno.
Salvini ha poi portato (da maggio) con sé – a titolo gratuito – anche il tesoriere della Lega, Alberto Di Rubba, che pochi giorni fa è stato condannato dalla Corte d’Appello a due anni e 8 mesi per peculato nell’ambito dell’inchiesta sulla Lombardia Film Commission.
Sempre pro bono (e con possibilità di avere il badge), è entrato a palazzo Chigi, il sindaco di Grosseto, Antonfrancesco Vivarelli Colonna, nominato «consigliere per l’agroalimentare» di Antonio Tajani.
Altro arruolato, a titolo gratuito, a palazzo Chigi è Roberto Carlo Mele, responsabile amministrativo di Fratelli d’Italia, voluto dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari.
In materia di aumenti di retribuzione, il 2025 è stato un ottimo anno per Luigi Augussori, ex senatore della Lega, consigliere per gli affari istituzionali del ministro Roberto Calderoli: è passato da 64.800 euro annui a 77mila euro.
(da Domani)
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Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
ORMAI APPROVA LA SUA POLITICA CRIMINALE SOLO IL 37% DI AMERICANI
Quella del Texas, tenuta nel periodo più freddo dell’anno, a gennaio, cosa molto rara negli
Usa, e di sabato anziché nel solito martedì, altra anomalia, potrebbe non essere un barometro affidabile. Ma lo è, e non solo perché conferma la tendenza emersa in altre votazioni recenti: piovono anche sondaggi che indicano una crescente impopolarità di Trump per l’andamento dell’economia e, dopo le violenze delle milizie anti immigrati dell’Ice, anche per la brutale campagna contro i lavoratori stranieri.
Alle numerose rilevazioni delle ultime settimane si aggiunge ora quella del Pew Center, un istituto autorevole e indipendente: gli americani che approvano la presidenza Trump scendono dal 40 al 37%, quelli che la disapprovano salgono al 61%.
Solo un quarto degli 8.500 intervistati (27%) approva gran parte delle cose fatte dal presidente mentre quelli che rispondono «pochi o nessuno» sono il 52%. Giudizi negativi, e in peggioramento rispetto a indagini precedenti, anche sulla salute fisica e mentale di Trump, sulla sua capacità di leadership. I numeri più bassi sul rispetto della democrazia e dei valori etici.
La cosa forse più grave per gli strateghi elettorali repubblicani è la perdita di consensi tra gli ispanici: Trump è tornato alla Casa Bianca anche perché ha conquistato quasi metà del voto latino (46%), in passato largamente democratico. Ora, però, il consenso tra gli ispanici è sceso al 38%.
Avevano abbandonato Biden per l’economia, i prezzi troppo alti. Con Trump non va meglio e allora lo bocciano al 69% per la gestione dell’inflazione. E cresce anche l’irritazione per l’offensiva anti immigrati: anche gli ispanici regolari volevano lo stop al flusso dei clandestini e l’espulsione dei criminali, ma l’Ice va a caccia di chiunque abbia la pelle olivastra.
I democratici ora pensano di vincere le elezioni di novembre, se si terranno in modo regolare, senza interferenze e impedimenti. Cosa non scontata, visto l’atteggiamento del governo e le cose dette da Trump.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
TRUMP CROLLA NEI SONDAGGI E TREMA IN VISTA DELLE MIDTERM DI NOVEMBRE: IL 52 PER CENTO DEI CITTADINI PENSA CHE NON ABBIA PIÙ LE CONDIZIONI MENTALI PER GUIDARE IL PAESE. E IL CONSENSO TRA GLI ISPANICI, IL CUI VOTO FU FONDAMENTALE NELLA SUA RIELEZIONE, È IN PICCHIATA
In Texas, dove Donald Trump nel 2024 aveva vinto con margini impressionanti, sono arrivati due segnali forti: la gente protesta contro l’Ice e comincia a guardare ai democratici come alternativa. In una tornata di elezioni speciali per coprire seggi vacanti, uno nel Senato statale e l’altro alla Camera federale, i liberal hanno vinto.
Taylor Rehmet ha battuto la repubblicana Leigh Wambsganss, appoggiata da Trump, in un distretto in cui il tycoon aveva vinto di 17 punti alle presidenziali, conquistando un seggio al Senato.
Il democratico Christian Menefee ha battuto la rivale del suo stesso partito, Amanda Edwards, prendendo il seggio alla Camera rimasto vacante da tredici mesi dopo la morte del deputato Sylvester Turner. Il distretto era democratico, ma il risultato ha ridotto la già scarna maggioranza dei conservatori, ora 218 a 214.
A spingere la vittoria è stata una campagna improntata contro Ice e Border Patrol, le agenzie federali dell’immigrazione finite sotto accuse per gli abusi e la morte, a Minneapolis, in Minnesota, di due cittadini americani, Renee Good e Alex Pretti, uccisi a sangue freddo dagli agenti.
Anche i sondaggi indicano il crollo di popolarità di Trump. Secondo Pew Research, il 61 per cento degli intervistati ha bocciato la politica del presidente. Ma c’è un altro dato che a Trump non piacerà: Il 52 per cento pensa che non abbia più le condizioni mentali per guidare il Paese.
E tra i conservatori quelli che lo ritengono in grado ancora di governare sono passati dal 75 al 66 per cento, mentre alla sua moralità crede solo il 42. Tra i dem solo il 2 per cento lo ritiene moralmente accettabile, e il 3 in buone condizioni fisiche e mentali.
Negli Stati Uniti non c’è la crescita di una semplice opposizione, ma la volontà dei cittadini di sottolineare i confini della partecipazione civica. Centinaia di migliaia di americani hanno marciato per protestare contro le violenze dell’Ice, sfidando il freddo artico.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
IL MINISTRO ABODI HA FATTO SUBITO SAPERE CHE HA ACQUISTATO UN BIGLIETTO PER LA FIGLIA …AI POLITICI CHE NON RIUSCIRANNO A METTERE LE MANI SUL PASS RESTERANNO DUE STRADE: CHIEDERE UN FAVORE AGLI SPONSOR O PIAZZARSI DAVANTI ALLA TV CON BIRRA E FRITTATONA DI CIPOLLE
Come facciamo con il sottosegretario che ci tiene tanto? E con la viceministra che si è così
adoperata nei tavoli tecnici? Dietro le quinte del braciere che sarà acceso venerdì a San Siro si è consumata una arcitaliana «trattativa Stato-Cio» per accreditare tutti i componenti del sottogoverno Meloni (sottosegretari e viceministri, appunto: 39 in tutto) alla cerimonia di inaugurazione di venerdì delle Olimpiadi invernali. Missione riuscita, protocollo cambiato: alla fine, nel primo anello della tribuna autorità di San Siro ci sarà posto anche per loro.
Ma attenzione: senza il «+ 1». E cioè l’accompagnatore. «Privilegio» che sarà invece concesso — anche questo dopo tira e molla con la rigida organizzazione elvetica a Cinque Cerchi, perché all’inizio non era previsto — a tutti i ministri. E non solo ad Andrea Abodi che per la burocrazia olimpica ha diritto al «+ 1» alla stregua dei rappresentanti degli organi costituzionali (capo dello Stato, premier, presidenti di Camera e Senato, presidente della Corte costituzionale).
Dalla parti della Fondazione Milano-Cortina confessano con molto aplomb: «Sì, c’è un interesse incredibile, è l’evento sportivo più importante che si svolge in Italia da 20 anni a questa parte, imparagonabile con i Giochi di Torino». Sicché la politica si è fatta slavina: «Vengo anch’io!».
Ne sanno qualcosa al ministero dello Sport, i cui centralini in queste ultime settimane sono impazziti. Ha chiesto accrediti istituzionali, validi anche per le gare, gran parte degli europarlamentari — di destra e sinistra — eletti nel collegio Nord-Ovest. Respinti. Si sono fatti sotto deputati e senatori eletti in Lombardia: anche per loro non c’è stato nulla da fare. C’è anche chi, eletto in Sicilia, ha vantato avi milanesi, pur di agguantare un pass per la cerimonia di tutte le cerimonie. Un pressing quasi cinematografico a metà tra film di Vanzina (Olimpiadi a Cortina) e mitici Totò e Peppino a Milano.
Il governo ha distribuito un vademecum informale di chi potrà esserci, chi no, chi dovrà presentarsi da solo e chi potrà farlo in compagnia. Un’attenzione tale da obbligare il ministro Abodi a far sapere in giro che perfino lui ha acquistato un biglietto per la figlia (in tribuna siederà con la moglie).
Le principali cariche istituzionali, compresi i vicepremier, avranno diritto a un paio di posti, in un’altra area dello stadio, per gli staff ristretti. All’onorevole Tomaso Largaspugna, prototipo del parlamentare furbastro uscito dalla penna di Arnaldo Fraccaroli, resteranno tre strade: comprarsi il biglietto, chiedere un favore agli sponsor o piazzarsi davanti alla tv con birra e frittatona di cipolla
(da Corriere della Sera)
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Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“C’E’ UN FUTURO IN CUI RISCHIA DI DIVENTARE SUBORDINATA, DIVISA E DEINDUSTRIALIZZATA. UN’EUROPA INCAPACE DI DIFENDERE I PROPRI INTERESSI NON POTRÀ PRESERVARE A LUNGO I PROPRI VALORI” …”L’ORDINE GLOBALE OGGI È DEFUNTO. LA MINACCIA È CIÒ CHE LO SOSTITUIRÀ. GLI STATI UNITI? CERCANO IL DOMINIO”
L’ex premier Mario Draghi ha ricevuto la laurea honoris causa dall’università Ku Leuven, in Belgio. L’onorificenza gli è stata assegnata “per il suo contributo eccezionale al processo di integrazione economica e monetaria europea, per una
leadership fondata sulla responsabilità, sul giudizio equilibrato e sul rigore intellettuale in momenti in cui l’area dell’euro affrontava una crisi esistenziale”.
Draghi è stato insignito della laurea ad honorem, inoltre, “per aver fornito una bussola strategica capace di posizionare con successo l’Ue in un mondo in rapido cambiamento, caratterizzato da crescenti rischi di frammentazione e da tensioni geopolitiche” e “per aver saputo coniugare il lavoro accademico con una forte dedizione al servizio pubblico, offrendo un esempio alle future generazioni”.
Draghi, ‘l’Europa scelga, diventi una federazione per essere una potenza’
“Tra tutti coloro che oggi si trovano stretti tra Stati Uniti e Cina, solo gli europei hanno l’opzione di diventare essi stessi una vera potenza. Dobbiamo decidere: restiamo semplicemente un grande mercato, soggetto alle priorità altrui? Oppure compiamo i passi necessari per diventare una potenza?”.
Lo ha detto l’ex premier Mario Draghi ricevendo la laurea honoris causa a Leuven, in Belgio, evidenziando che per diventare una potenza “l’Europa deve passare dalla confederazione alla federazione”. “Dove l’Europa si è federata – sul commercio, sulla concorrenza, sul mercato unico, sulla politica monetaria – siamo rispettati come potenza e negoziamo come un soggetto unico. Lo vediamo oggi negli accordi commerciali di successo negoziati con l’India e con l’America Latina”, ha sottolineato.
“L’ordine globale oggi defunto non è fallito perché fondato su un’illusione”, ma “il crollo di questo ordine non è di per sé la minaccia. Un mondo con meno scambi e regole più deboli sarebbe doloroso, ma l’Europa saprebbe adattarsi. La vera minaccia è ciò che lo sostituirà”.
L’Europa ha davanti a sé “un futuro in cui rischia di diventare, al tempo stesso, subordinata, divisa e deindustrializzata, un’Europa incapace di difendere i propri interessi non potrà preservare a lungo i propri valori”.
Gli Stati Uniti “nella loro posizione attuale, cercano il dominio insieme alla partnership. La Cina sostiene il suo modello di crescita esportando i propri costi sugli altri. L’integrazione europea e’ costruita in modo diverso: non sulla forza, ma sulla volonta’ comune; non sulla sottomissione, ma sul beneficio condiviso. E’ un’integrazione senza subordinazione, di gran lunga preferibile, ma anche molto piu’ difficile. Cio’ richiede un approccio diverso. L’ho definito ‘federalismo pragmatico’”. “Pragmatico, perche’ – ha osservato Draghi – dobbiamo compiere i passi che sono attualmente possibili, con i partner che sono attualmente disposti a farlo, nei settori in cui e’ possibile compiere progressi. Ma federalismo, perche’ la destinazione e’ importante. L’azione comune e la fiducia reciproca che essa crea devono alla fine diventare il fondamento di istituzioni dotate di un reale potere decisionale, istituzioni in grado di agire con determinazione in tutte le circostanze. Questo approccio rompe l’impasse in cui ci troviamo”
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
“AVEVAMO L’ACQUA DUE VOLTE AL GIORNO PER SVUOTARE LA LATRINA E LAVARCI”
“All’inizio non sapevo di essere un ostaggio, poi a gennaio dell’anno scorso, senza giri di
parole il direttore del carcere ci ha detto che eravamo pedine di scambio. Lo ha detto ad altri tre detenuti stranieri e la cosa è arrivata anche a noi”.
Lo ha detto Alberto Trentini, il cooperante italiano di 46 anni detenuto per più di 400 giorni in Venezuela. Nella serata di oggi, domenica 1° febbraio, Trentini è stato ospite della trasmissione Che Tempo Che Fa, condotta da Fabio Fazio.
“Sono emozionato, commosso e felice di poter salutare insieme a voi Alberto Trentini”, ha detto Fazio introducendo il suo ospite. “Lo stringo forte per tutti voi, bentornato a casa”.
Il pubblico ha accolto il 46enne con un lungo applauso. In studio era presente anche la mamma di Trentini, Armanda Colusso, visibilmente commossa.
“Ho provato disperazione perché non so per cosa e quando sarei stato scambiato, se la trattativa avrebbe funzionato. Ci illudevamo che si sarebbe concluso tutto rapidamente, ma erano solo nostre illusioni”, ha ricordato.
Il giovane è stato liberato nella notte tra l’11 e il 12 gennaio dal carcere di El Rodeo, a Caracas, dopo 423 giorni di prigionia e poco dopo la cattura da parte degli Stati Uniti dell’ex presidente venezuelano Nicolás Maduro.
Il 46enne si trovava nel Paese in quanto operatore umanitario e lavorava con una Ong che si occupava di persone con disabilità. Trentini era stato arrestato il 15 novembre 2024, mentre era in viaggio tra Caracas e Guasdualito.
“Ho mostro il passaporto e mi hanno detto di stare lì. Hanno fatto telefonate, poi si è presentato il controspionaggio militare, mi ha fatto consegnate il cellulare e mi hanno fatto un interrogatorio di 4 ore”, ha raccontato.
Era stato fermato a un posto di blocco e, nonostante non ci fossero accuse formali a suo carico, era stato portato alla Direzione generale del controspionaggio militare. Poi era stato condotto in carcere.
Trentini ha raccontato le condizioni di detenzione a cui è stato sottoposto: “Ho
cambiato molte celle, erano tutte 2 metri per 4, con una turca che faceva da latrina e da doccia. Eravamo in due. I cambi non erano mai giustificati, come nessun’altra azione. Venivano, dicevano di vestirti e ti cambiavano di cella”.
“Le condizioni erano molto, molto dure. Avevamo l’acqua due volte al giorno per svuotare la latrina e lavarci, sempre a orari differenti. Dopo il primo mese, che usano per sottometterti, abbiamo avuto 5 ore d’aria per 5 giorni alla settimana”, ha aggiunto.
La prima telefonata con la famiglia è arrivata dopo 6 mesi. “Prima della chiamata, i miei pensieri non erano molto lucidi. Pensavo continuamente a come uscire, ci inventavamo teorie che non si sono mai verificate. Dopo la prima telefonata però mi sono tranquillizzato e ho ripreso controllo delle mie idee”.
“Prima non avevo avuto notizie né dei miei genitori, né di ciò che accadeva. Mia madre è riuscita a darmi qualche informazione sulla mobilitazione”, ha ricordato ancora.
Durante la chiamata c’erano guardie con il volto coperto che controllavano cosa diceva il 46enne. “Erano sempre a volto coperto, per tutti i 423 giorni. – ha spiegato – Con qualche guardia c’è stato un piccolo dialogo ma quando il sistema si accorgeva che fraternizzavano con noi, le faceva ruotare”.
Trentini ha spiegato di non aver subito violenze fisiche. In puntata ha raccontato di essere stato sottoposto alla macchina della verità: “Sono stato per ore ammanettato e incappucciato a una sedia, poi mi hanno portato in una stanza molto calda, dove il funzionario prima mi ha spiegato la macchina, mi ha fatto domande sul terrorismo e sullo spionaggio”.
“Poi è iniziata la sessione, mi hanno fatto dodici domande, divise in tre gruppi da 4. Faceva di tutto per farmi sbagliare, faceva molto caldo e sudavo tanto. – ha aggiunto – Borbottavano tra loro, facendosi sentire per innervosirmi. Cercavano di giustificare la mia detenzione”.
Trentini ha raccontato anche un’altra esperienza durissima: “Sono rimasto 10 giorni in una stanza dove c’è un vetro, ma tu non puoi vedere chi ti guarda. Si sta tutto il giorno seduti su una sedia, senza poter parlare, dalle 6 del mattino alle 21, con l’aria condizionata al massimo”.
“Ti danno il cibo 3 volte al giorno e un po’ d’acqua. Ci sono i turni per andare in bagno, nella stanza eravamo in 20 quando sono arrivato, in 60 quando me ne sono andato. Poi mi hanno trasferito a El Rodeo”, ha spiegato ancora.
“L’illusione che mi liberassero c’era sempre. – ha detto – Una volta una guardia di alto livello si è fatta sentire da altri compagni di detenzione mentre diceva che avrebbe preparato la scarcerazione dei due italiani, ma non era vero. Altre volte sono accaduti episodi simili”.
Al termine del periodo di detenzione a Trentini hanno restituito pochi oggetti. “Le mie magliette heavy metal tutte però, non gli son piaciute”, ha scherzato facendo ridere il pubblico.
Parlando del futuro ha spiegato: “Starò in casa per un po’, ma la cooperazione è un lavoro bellissimo, che mi piace molto”, facendo intendere che prossimamente, anche se non a breve, potrebbe riprendere a viaggiare.
“Ho trascorso questi giorni con la mia famiglia e la mia compagna, ho visto la neve in montagna. – ha concluso – Voglio ringraziare tutti voi che siete qui e tutte le persone che sono state vicine alla mia famiglia, come il presidente Mattarella, la società civile, le associazioni, i miei concittadini veneziani, gli amici”.
(da Fanpage)
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Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
MEDIA SONDAGGI: SI’ 56.3% NO 43,7%, SALE L’AFFLUENZA AL 48%, IL NO HA RECUPERATO UN 2% NELLE ULTIME DUE SETTIMANE E MANCANO ANCORA 50 GIORNI AL VOTO
Il referendum sulla giustizia 2026 si avvicina: il Sì è ancora in testa ma è dato in calo rispetto alle rilevazioni delle settimane scorse. Un’occasione che consente al No di rimontare, nel tentativo di stringere il divario e rendere la partita dei prossimi 22 e 23 marzo sempre più contenibile. Vediamo nel dettaglio che cosa emerso dall’ultima media di tutti i sondaggi realizzata da Bidimedia.
Il Sì resta ancora in netto vantaggio rispetto al No. La media dei sondaggi colloca lo schieramento dei favorevoli alla riforma della giustizia al 56,3%. La forbice è decisamente ampia: si passa dal valore molto alto di Lab21 (62,8%) al pareggio (50,1%) rilevato da Ixè.Va tuttavia segnalato un notevole calo rispetto a due settimane fa. In totale il Sì perde quasi due punti, precisamente l’1,8%.
Dall’altra parte invece, si registra la risalita del No. Il fronte dei contrari è in crescita, dell’1,8%, e nel giro di due settimane è riuscito a raggiungere il 43,7%. Allo stato attuale, rimane parecchio evidente il distacco con il Sì. Il No si ferma dietro di oltre 12 punti, ma il trend positivo emerso negli ultimi tempi impone prudenza e fa ben sperare gli oppositori della riforma. Mancano ancora due mesi al referendum e se la tendenza a favore del No dovesse essere confermata, l’esito della consultazione potrebbe essere meno scontato di quanto si creda.
Nei sondaggi, crescono anche gli indecisi. Il dato di coloro che dichiarano di non sapere come voteranno al referendum aumenta dello 0,6%, portandosi al 20,2%.
Il dato sull’affluenza: quante persone andranno a votare al referendum
Quanto ai numeri sull’affluenza, si registra un notevole incremento. La partecipazione attesa alle urne sale del 6% e ora è data al 48%. Un segnale, probabilmente, del crescente interesse degli elettori con l’avvicinarsi del voto.
Al referendum sulla giustizia, lo ricordiamo, non è previsto un quorum. Questo significa che non servirà raggiungere una certa soglia di partecipazione ai seggi – come ad esempio nei referendum abrogativi – affinché il risultato sia valido. Semplicemente, vincerà l’opzione con più voti, a prescindere da quante persone si saranno recate a votare.
(da agenzie)
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Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
DOVEVA ESPRIMERE SOLIDARIETA’ ANCHE AI MANIFESTANTI PACIFICI AGGREDITI, INVECE HA PARLATO SOLO A UN PEZZO DI PAESE, COME SEMPRE
Rimettiamo un attimo le cose in ordine, per cortesia.
Primo: a Torino non c’è stata solo la brutale aggressione a un poliziotto. Ci sono stati scontri violenti tra manifestanti e forze dell’ordine in cui sono rimaste coinvolte un sacco di persone, tra cui diversi poliziotti, numerosi manifestanti e pure gente che era lì a lavorare, come i giornalisti Rai colpiti da manifestanti e fotografi colpiti da poliziotti.
Secondo: Meloni e il governo hanno espresso solidarietà SOLO al poliziotto aggredito dai manifestanti, quello la cui aggressione è stata immortalata da un video diventato virale. Al contrario, hanno deciso scientemente di non esprimere solidarietà e vicinanza a tutte le persone aggredite dalle forze dell’ordine, nonostante anche le aggressioni nei loro confronti siano state testimoniate con diversi video.
Terzo: nel chiedere giustizia per il poliziotto aggredito, Giorgia Meloni ha compiuto un indebita invasione di campo nei confronti della magistratura inquirente e giudicante, decidendo arbitrariamente quale fosse il capo di imputazione dei manifestanti e chiedendo giustizia esemplare per gli aggressori del poliziotto.
Per i manifestanti e fotografi aggrediti non ha chiesto giustizia, e per i poliziotti che li hanno aggrediti non ha chiesto pene esemplari.
Quarto: prima che parlasse Meloni il ministro dell’interno Matteo Piantedosi e i giornali della destra hanno accusato i partiti di sinistra di offrire “coperture politiche ben identificabili” a movimenti antagonisti che “rappresentano l’autentico pericolo per la convivenza civile e per la nostra democrazia”: non ci risulta abbiamo fatto lo stesso quando i neofascisti di Forza Nuova hanno assaltato e devastato la sede della Cgil, o quando i militanti di Casaggì hanno aggredito studenti di sinistra a Firenze, o quando i movimenti per la remigrazione hanno organizzato ronde punitive anti migranti.
Allo stesso modo nessuno di loro hanno accusato Trump di essere una “copertura politica ben identificabile” dell’attacco al Campidoglio del 2021 o delle violenze dell’ICE a Minneapolis.
Quinto: Meloni ha parlato dei fatti di Torino da leader di partito, non da capo di governo. Ha parlato di “Italia giusta” che sta “sempre” a fianco delle forze dell’ordine. E poi ha strumentalizzato l’aggressione al poliziotto per attaccare i magistrati a meno di due mesi dal referendum sulla giustizia e per far passare il nuovo decreto sicurezza senza che nessuno fiati, primo fra tutti il Quirinale
Sesto:mentre Meloni e Piantedosi hanno rivendicato la bontà della scelta di chiudere il secondo spazio autogestito di estrema sinistra o anarchico, i fascisti di Casa Pound continuano a occupare il loro palazzo illegalmente e sono stati invitati in Parlamento dalla Lega a presentare la loro proposta di legge sulla remigrazione.
Settimo (che poi è la somma dei primi sei): a Torino è andato in scena il primo vero tentativo di questa maggioranza di usare un momento di forte tensione politica per dipingere le opposizioni e i giudici come una minaccia per la sicurezza e la democrazia, e il governo si è arrogato il diritto di combattere e depotenziare entrambe.
Non preoccupatevi: se anche a questo giro non ci riusciranno, è solo il primo. Ne arriveranno altri, fidatevi.
(da Fanpage)
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Febbraio 2nd, 2026 Riccardo Fucile
LA DRAMMATICA FOTO DELL’ANZIANO IN UNA MASCHERA DI SANGUE CHE CHIEDE AIUTO E GLI AGENTI CHE PASSANO OLTRE: E’ OMISSIONE DI SOCCORSO, MA LA LEGGE NON E’ UGUALE PER TUTTI?
Ieri a Torino sono stati documentati episodi di i: mmotivata violenza nei confronti di persone inoffensive da parte di agenti di polizia: manganellate a manifestanti
Le immagini dell’agente di polizia Alessandro Calista, accerchiato e brutalmente malmenato – anche con un martello – da alcuni manifestanti che ieri partecipavano a Torino al corteo in solidarietà con il centro sociale Askatasuna, hanno rapidamente fatto il giro d’Italia.
L’uomo, ricoverato insieme a cinque colleghi in condizioni fortunatamente non gravi, ha ricevuto questa mattina la solidarietà di esponenti della maggioranza e dell’opposizione, oltre a una visita dalla Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che al termine ha invocato il pugno duro contro gli aggressori, definiti “criminali organizzati”: Meloni ha aggiunto: “Se rinunciamo a difendere chi ci difende non esiste lo Stato di diritto”, auspicando che i colpevoli dell’aggressione al poliziotto vengano puniti nella maniera più severa.
I fatti di Torino, dunque, rappresenteranno molto probabilmente un pretesto per introdurre nuove limitazioni alla libertà di manifestare. Tuttavia sulla gestione dell’ordine pubblico da parte delle forze di polizia stanno sorgendo non poche perplessità. Il corteo ha visto la partecipazione di migliaia di persone, in larghissima parte pacifiche, anche se non si può negare la presenza di un piccolo nucleo di violenti come quelli che hanno attaccato e ferito l’agente Calista.
Come è stato possibile che una normalissima manifestazione si sia trasformata in guerriglia urbana? Ed è davvero possibile escludere errori nella gestione della piazza da parte della Questura?
Al video dell’aggressione ai danni del poliziotto, infatti, se ne sono aggiunti altri che documentano episodi di immotivata violenza nei confronti di persone inoffensive da parte di svariati agenti: manganellate a manifestanti inoffensivi, botte a fotografi e giornalisti e altri abusi inspiegabili nell’ambito di una corretta gestione di un corteo politico.
L’operatore umanitario che ha soccorso l’anziano: “C’era un odio tangibile”
In almeno un caso i poliziotti avrebbero anche abbandonato un anziano ferito in strada, senza soccorsi. A prendersi cura di lui sono stati alcuni presenti, a partire da Mattia Bidoli, fotografo e operatore umanitario esperto in contesti di guerra, che avevamo intervistato pochi mesi fa quando si trovava nella Striscia di Gaza e che ieri ha documentato gli scontri a Torino.In una testimonianza rilasciata a Fanpage.it, Bidoli ricostruisce i momenti concitati del soccorso all’uomo ferito, del tutto estraneo alla manifestazione, sottolineando un clima di tensione che definisce “insolito per il contesto italiano”. “Mi trovavo oltre il primo cordone della polizia, sul lato destro della strada, quando ho notato un collega fotoreporter, Fabio Bucciarelli, che sorreggeva un uomo in evidente difficoltà”, esordisce Bidoli. “L’uomo non riusciva a stare in piedi. Sono corso ad aiutarlo: eravamo circondati da una decina di agenti e furgoni della polizia. Il collega stava chiedendo ripetutamente l’intervento di un’ambulanza, ma la risposta degli agenti è stata: ‘Chiamala tu, no?'”.
Bidoli, che ha anche una formazione da soccorritore, ha immediatamente valutato la situazione: “L’uomo aveva sicuramente più di 60 anni. Aveva il volto completamente coperto di sangue per una ferita sopra la fronte, causata da un oggetto”. Non si sa chi sia stato a ferirlo, ma certamente l’anziano si trovava dietro le linee delle forze dell’ordine, a non poca distanza dai manifestanti. “Era in stato confusionale e faticava ad articolare frasi e movimenti. Mentre cercavo di pulirlo e bendarlo con il mio kit d’emergenza, la polizia continuava a ignorarci, camminando oltre”.
Secondo il racconto di Bidoli, l’intervento dei mezzi di soccorso esterni era reso impossibile dalla disposizione delle forze in campo: “Ho bussato a una camionetta chiedendo di chiamare qualcuno via radio. Se avessimo chiamato noi l’ambulanza, non sarebbe mai arrivata: eravamo bloccati tra le cariche della polizia a sinistra, migliaia di manifestanti e il blocco davanti ad Askatasuna. Alla fine abbiamo parlato con un superiore che ci ha assicurato che i soccorsi erano stati allertati, ma sapendo che non potevano passare, abbiamo deciso di caricarlo a braccia”.
Grazie anche all’intervento della moglie di Bidoli, infermiera di terapia intensiva giunta sul posto, l’uomo è stato trasportato a braccia per circa 300 metri oltre le linee della polizia. “Lì ci è venuta incontro una poliziotta qualificatasi come infermiera, che ha preso in carico il ferito insieme ad altri agenti dotati di presidi medici”, spiega il fotografo. “Lavoro abitualmente in zone di guerra, ma non sono abituato a vedere scene simili in Italia. Quello che ho percepito ieri è stata una violenza repressa e un odio tangibile, un’aria pesantissima fin dal mio arrivo. La cosa più grave resta che quella persona sia stata lasciata a terra, abbandonata a se stessa, quando era palese avesse bisogno di cure immediate”.
Il reporter di guerra: “I poliziotti guardavano quell’anziano ma nessuno l’ha aiutato”
Fanpage.it ha interpellato anche Fabio Bucciarelli, reporter con una lunghissima esperienza in teatri di guerra, primo a prestare aiuto all’anziano ferito: “Mi trovavo tra i cordoni della polizia e i manifestanti, impegnato a documentare gli scontri come faccio sempre nel mio lavoro. A un certo punto, mentre scattavo, mi sono girato e ho visto quell’uomo. Era inginocchiato, non so come fosse stato ferito, ma
era già oltre la linea della polizia. Aveva il volto trasformato in una maschera di sangue, una ferita alla testa profonda, devastante”.
“Ho visto – aggiunge Bucciarelli – che nessuno si muoveva e sono andato subito da lui. Ho cercato di tirarlo su, di sostenerlo. Intanto i poliziotti passavano e io continuavo a chiedere aiuto, a urlare di chiamare un’ambulanza. Non so quante volte l’ho chiesto. Ma la cosa incredibile, che ho documentato in una foto, è lo sguardo: lui tende la mano verso un agente, il viso coperto di sangue, chiede aiuto. Il poliziotto lo guarda e lo lascia lì. Ne passano altri due, guardano e tirano dritto”. “Alla fine mi sono incazzato davvero. Urlavo: ‘Aiutatemi!’. Quest’uomo non si reggeva in piedi, era chiaramente sotto shock. Ho cercato di tenerlo fermo, di immobilizzarlo, perché con un trauma del genere non sai mai se c’è un danno alla schiena, devi sapere come toccare un ferito. Invece ho ricevuto solo scherni”.
Conclude Bucciarelli: “Faccio questo mestiere in zone di conflitto da tanti anni, ma una cosa del genere non l’avevo mai vista: negare il soccorso a una persona che gronda sangue è inaudito. Non importa chi tu abbia davanti, se sia un ‘nemico’ o meno: l’umanità deve venire prima. In quel momento ho assistito a un menefreghismo completo, a un’indifferenza che mi ha scioccato. Tu vedi un uomo che soffre, lo guardi in faccia e te ne fotti?”.
Picchiato anche un giornalista
Ma non è tutto: altri video pubblicati in queste ore sui social mostrano episodi di violenza: in uno, ad esempio, si vede un gruppo di poliziotti accanirsi contro un paio di manifestanti in fuga e inoffensivi.
In un altro si vede un reporter solo, accerchiato da una decina di agenti che, una volta caduto a terra, lo investono di calci, manganellate e insulti: il fotografo viene poi spinto nelle retrovie e ripetutamente schernito e colpito con pugni alla testa e manate al volto.
(da Fanpage)
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