Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
PER L’ESECUTIVO EUROPEO, LA LEGISLAZIONE ITALIANA “NON GARANTISCE LA REGISTRAZIONE DI OGNI PERMESSO DI PRELIEVO O DI RACCOLTA DELL’ACQUA”. INOLTRE, LE CONCESSIONI NON SONO SOGGETTE AD ALCUNA REVISIONE PERIODICA… PALAZZO CHIGI HA DUE MESI DI TEMPO PER RISPONDERE
La Commissione europea ha aperto una procedura di infrazione contro l’Italia, la Danimarca e il Lussemburgo per non aver recepito correttamente la direttiva quadro sulle acque, compreso l’obbligo di effettuare revisioni periodiche delle autorizzazioni in materia di acque.
Lo annuncia l’esecutivo Ue in una nota, precisando che la legislazione italiana non “garantisce la registrazione di ogni permesso di prelievo o di raccolta dell’acqua, come la raccolta dell’acqua mediante la costruzione di una diga”.
Inoltre, puntualizza Palazzo Berlaymont, le concessioni non sono soggette ad alcuna revisione periodica, sebbene i periodi di validità possano essere di 30 o 40 anni”. E questo “non è in linea con gli obiettivi della direttiva”.
I tre Paesi hanno due mesi di tempo per rispondere alle criticità espresse dalla Commissione che, in assenza di una risposta soddisfacente, potrà decidere di emettere un parere motivato, portando avanti l’iter di infrazione.
(da agenzie)
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Gennaio 31st, 2026 Riccardo Fucile
LE LEZIONI DI DANIEL PENNAC: “LA SCUOLA HA SENSO SE CONTRIBUISCE A INCURIOSIRE SUL MONDO E SUL MODO DI FARNE PARTE. SE LASCI IL TELEFONO A UNO STUDENTE QUANDO ENTRA IN CLASSE, GLI DAI IL MEZZO PER USCIRNE SUBITO. UN SUICIDIO SCOLASTICO” … “LA FRANCIA? È POSSIBILE CHE L’ESTREMA DESTRA POSSA FARCELA. D’ALTRA PARTE NOI COPIAMO L’ITALIA. DOPO BERLUSCONI È ARRIVATO SARKOZY. DOPO MELONI ARRIVERÀ LE PEN O BARDELLA”
«L’Italia è la mia seconda patria letteraria, grazie a Stefano Benni, che ha fatto
conoscere i miei libri a Feltrinelli». Daniel Pennac, 81 anni, nato a Casablanca, residente a Belleville nel multietnico XX arrondissement di Parigi dove ha ambientato la saga famigliare dei Malaussène, sta scrivendo un libro sullo scrittore bolognese scomparso a settembre e domani sarà al Circolo dei lettori di Torino per Francesissimo.
Lei ha insegnato Lettere per quasi trent’anni al liceo, ma quando ci siamo incontrati tempo fa a Parigi in una pasticceria nota per i macaron raccontò di essere deluso da una scuola divenuta un mercato per studenti consumatori. A cosa serve per lei l’istruzione pubblica e ha ancora senso nel mondo digitale?
«La scuola è sempre stata al centro dei miei pensieri, dunque delle mie speranze e delle mie critiche. E non solo delle mie. In Francia come in Italia la scuola è oggetto di disputa permanente. Tra il modello laico e quello religioso per esempio.
Tra gestione pubblica e privata. Tra un’idea di istruzione chiusa e aperta, severa e permissiva. Credo però che il punto fondamentale di questo tema sia il rapporto tra l’insegnamento e la realtà. La scuola per me ha senso se contribuisce a incuriosire sul mondo e sul modo di farne parte».
In qualche caso invece la scuola non serve a molto?
«Se prendiamo la scuola russa o cinese si tratta di luoghi di indottrinamento ideologico. La scuola Usa è talmente deficitaria che un personaggio come Donald Trump è stato eletto. Quella è la misura del disastro dell’istruzione americana. Le conseguenze di un sistema scolastico sbagliato possono essere atroci».
Come influiscono gli smartphone sui ragazzi e quando è giusto permetterli?
«Se lasci un telefono a uno studente quando entra in classe gli dai il mezzo per uscirne subito. Un suicidio scolastico che i governi accettano per non opporsi al commercio. Gli smartphone vanno lasciati fuori dalla classe. E i genitori devono decidere quando permetterli rispettando la dignità loro e dei loro figli».
Il segreto del suo successo?
«Uno scrittore ha soprattutto delle cose che non può fare, ma sarebbe troppo tecnico parlarne. Posso dire che per me un romanzo non è un soggetto, ma è come la vita, deve essere un mondo».
Cosa pensa della Francia di oggi?
«Difficile capire che Paese diventerà. Uno dei giochi preferiti dei francesi è prendersela con il presidente, ma francamente non so giudicare Macron, se non dire che è bravo in politica estera».
Dopo di lui il diluvio?
«È possibile che l’estrema destra stavolta possa farcela. D’altra parte noi copiamo l’Italia. Dopo Berlusconi è arrivato Sarkozy. Dopo Meloni arriverà Le Pen o Bardella».
L’Unione Europea si salverà?
«Da amante di Victor Hugo spero come lui nel futuro dell’Europa».
E l’Ucraina?
«Non va lasciata sola».
Va difesa con armi e soldati?
«Faccio lo scrittore, mica il ministro della Difesa».
Teme la guerra in Europa?
«C’è già, l’Ucraina è Europa. E da tempo la Russia ci minaccia».
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
“MUSUMECI SEMBRA UN COMMENTATORE SCESO DA MARTE. LA DESTRA CHE GOVERNA IN REGIONE HA SPRECATO I SOLDI PER IL DISSESTO IDROGEOLOGICO E IL COMMISSARIO È STATO ARRESTATO PER CORRUZIONE. FDI HA IL PARTITO COMMISSARIATO E IL PRESIDENTE DELL’ARS INDAGATO. L’IMPRESSIONE È CHE MELONI SI SIA NASCOSTA DALLA SICILIA PER NASCONDERSI DA TUTTO CIÒ”
Tre anni fa, Giorgia Meloni lasciò tempestivamente il G7 in Giappone, per precipitarsi in Emilia Romagna nei luoghi colpiti dall’alluvione: “La coscienza mi impone di tornare” disse.
Piantò gli scarponi nel fango e poi accese una bella diretta con Stefano Bonaccini, allora governatore, per illustrare le misure prese e assicurare che il governo avrebbe trovato tutti i soldi necessari.
Un caso di scuola perché, da che mondo è mondo, quando c’è una emergenza, compito di una classe dirigente è quello di mostrare, anche fisicamente, la vicinanza. E dare risposte. Insomma, l’assunzione della responsabilità, di cui fa parte anche il rischio di prendersi, ascoltando le persone, qualche improperio e di diventare bersaglio della rabbia, anche a prescindere dalle colpe.
In Sicilia, invece, è arrivata tardi e male. Ci è andata quando, dopo la visita di Elly Schlein, ha capito che proprio non poteva esimersi e si è rinchiusa in un luogo blindato, alla larga dal dolore vissuto.
Zero empatia e risposte piuttosto scarse, come i 33 milioni stanziati, che sì e no bastano per le emergenze, a fronte di danni superiori al Vajont, secondo la Protezione Civile
E c’è davvero da chiedersi “come mai” perché un conto è evitare le passerelle e quell’impulso irrefrenabile, che un po’ tutti hanno sempre avuto, a presentarsi come salvatori della patria a favor di camera, altro è cotanta incertezza e, al contempo, cotanta sottovalutazione dell’impatto emotivo della vicenda.
Ad esempio, si può imputare, per stare ai classici, all’indimenticabile Cavaliere di aver ecceduto in effetti speciali. Per mostrarsi vicino agli abitanti di Lampedusa acquistò una villa a Cala Francese, salvo accorgersi che gli aerei gli atterravano praticamente sulla testa.
Voleva trasferirsi a L’Aquila dopo il terremoto, poi anche ad Amatrice, purtroppo non trovò location adatte. Però, vivaddio, sia pur con tutti i limiti del “dopo”, proprio all’Aquila diede prova di un’empatia straordinaria […] la gente trovò soccorsi e un punto di riferimento Berlusconi mica si chiese “chi governava”, e se le colpe erano di destra o di sinistra. Si caricò sulle spalle tutto e tutti.
Ed è questo il punto, che racconta qualcosa di profondo del punto esatto in cui si trova Giorgia Meloni nel suo percorso politico. In Emilia al governo c’era la sinistra, qui in Sicilia invece pesano certo decenni di incuria, ma anche le responsabilità degli ultimi governi.
Nello Musumeci, che è stato presidente della Regione per cinque anni e da tre e mezzo è ministro per la Protezione Civile, sembra un commentatore sceso da Marte. La destra che governa in Regione ha sprecato i soldi per il dissesto idrogeologico e il commissario è stato arrestato per corruzione.
La Regione è travolta dalle inchieste. Anche Fdi ha il partito commissariato e il presidente dell’Ars indagato. Insomma, è un mix di malgoverno e negazione del principio di legalità caro a Borsellino. L’unica idea messa in campo è il Ponte, bloccato dalla Corte dei conti.
Ecco, l’impressione è che Giorgia Meloni si sia nascosta dalla Sicilia per nascondersi da tutto ciò, e qui c’è il limite vero: il primato del calcolo politicista, cui sommare i timori sul referendum, sul ruolo.
E, in fondo, è la stessa storia che si ripresenta sugli altri dossier (Groelandia, Ice, Trump…): non va mai oltre le colonne d’Ercole di ciò che è compatibile con l’equilibrio del suo campo, non ha mai scartato dalla dimensione del leader di una parte a leader capace di unire il paese. Pensate se invece, fregandosene degli equilibri, avesse subito commissariato la Regione, in nome della sicurezza dei cittadini.
Avrebbe compreso e dato il senso che Niscemi non è una bega siciliana, ma una grande questione nazionale.
Alessandro De Angelis
per “la Stampa”
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
PECCATO CHE CI SIA UNA RELAZIONE DEL 2022, PASSATA SOTTO IL NASO DI MUSUMECI: SI TRATTA DEL PIANO PER L’ASSETTO IDROGEOLOGICO DEL COMUNE IN CUI SI FA RIFERIMENTO A “UNA FRANA ATTIVA”. PERCHÉ NON SI È AVVIATO LO SGOMBERO DELLE CASE VICINE AL FRONTE FRANOSO? AVREBBE DOVUTO FARLO LA PROTEZIONE CIVILE, CHE NELL’ISOLA FA CAPO ALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE
Scarica tutto sui sindaci che non hanno mai segnalato quello che stava accadendo
davvero a Niscemi. E annuncia che proporrà in consiglio dei ministri una indagine amministrativa per capire perché dal 1997 (anno nel quale venne dichiarato uno stato di emergenza a Niscemi per una frana) a oggi non è stato fatto nulla. Il ministro Nello Musumeci ieri non ha usato mezzi termini puntando il dito anche su un “certo fatalismo” che attanaglia la Sicilia.
Musumeci è stato governatore dell’isola dal 2017 al 2022. Ma davvero è solo responsabilità dei sindaci?
Davvero la Regione negli anni, anche in quelli amministrati dall’odierno ministro, non ha mai saputo della gravità della frana di Niscemi? […] non è corretto dire che la Regione non sapesse quello che stava accadendo e c’è anche un documento della presidenza, retta allora da Musumeci, che definiva l’area con «frana attiva».
Nel marzo del 2022 l’Autorità di bacino, che faceva capo alla presidenza, pubblica la relazione sull’aggiornamento del Piano per l’assetto idrogeologico (Pai) del Comune di Niscemi: «Nel 2022 il Pai ha riconfermato l’alta pericolosità della zona ma era un fatto che si sapeva da oltre 50 anni — ha detto ieri il ministro — saremmo intervenuti per qualunque altra iniziativa, ma non ci furono altre richieste. Io sono arrivato 20 anni dopo la frana. Se nessuno dei sindaci è intervenuto vuol dire che si era convinti che quella frana non avrebbe avuto conseguenze».
Ma c’è un particolare di non poco conto: negli allegati all’aggiornamento del piano si descrive la frana «attiva». Perché allora non è stato immediatamente avviato lo sgombero delle case prospicenti al fronte franoso? Doveva farlo la protezione civile, che nell’isola fa capo sempre alla presidenza della Regione.
Musumeci ha poi ribadito comunque che prima dell’aggiornamento del Pai la Regione era all’oscuro di tutto: «Cosa è accaduto dal 1997 in poi è difficile da dire e ho istituito una commissione presso il mio dicastero della Ricostruzione per capire perché le autorità locali hanno sottovalutato il fenomeno».
Ma anche qui, davvero la Regione non ha mai avuto sollecitazioni? Si scopre in realtà che nel 2016 erano state chiesti dei finanziamenti dalla regione siciliana alla ex struttura di missione di Palazzo Chigi (voluta dall’ex premier Matteo Renzi e smantellata dal governo Conte I nel 2018) proprio per Niscemi. E c’erano pure i progetti preliminari: un finanziamento da 3,2 milioni era stato chiesto per «la stabilizzazione e il consolidamento del versante ovest del centro abitato», e un secondo da 4,7 milioni di euro per l’area limitrofa. Ma dal 2016 al 2018 non sono arrivati i progetti definitivi.
C’è poi un’altra anomalia. La protezione civile regionale dal 1997 al 2002 ha emanato nove ordinanze per «interventi urgenti volti a fronteggiare le situazioni di emergenza verificatesi a Niscemi». […] Solo nel 2023 la protezione civile regionale stanzia altri 10 milioni di euro per i lavori (che tra l’altro a oggi non sono stati fatti): ma dal 2014 al 2023, anni dei governi Crocetta e Musumeci, cosa è stato fatto? A quanto pare nulla.
Insomma se vale sempre la regola che un governatore non può conoscere tutto dei suoi uffici, resta difficile sostenere la tesi che la Regione non conosceva la pericolosità della frana di Niscemi
(da “la Repubblica” )
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
“LA VARIABILE VANNACCI, PERÒ, COMPLICA IL PIANO. IL TIMORE CHE UN SUO PARTITINO POSSA RAGGIUNGERE E SUPERARE QUELLA SOGLIA SUGGERISCE DI ALZARE L’ASTICELLA AL 4%. MA QUESTO POTREBBE FAR SALTARE UN ACCORDO CON CALENDA”… “VI SONO DINAMICHE CHE INSERISCONO SOSPETTI DI MANOVRE STRANIERE CONTRO LA MAGGIORANZA PER L’APPOGGIO ALL’UCRAINA”
Matteo Salvini sostiene che vedrà il suo vicesegretario Roberto Vannacci quando lo vorrà, e i giornalisti saranno gli ultimi a saperlo. In più, nega che esista un problema di scissione della Lega. La sensazione è che sia il leader all’oscuro dei piani dell’ex generale, proteso verso la formazione di un nuovo partito.
Intanto, in vista delle Politiche del 2027 i capi delle regioni a guida leghista sono tentati di presentarsi come candidati. Vogliono rimarcare il peso del Carroccio al Nord, e ridimensionare l’idea che il campione di consensi sia solo Vannacci, con il suo mezzo milione di voti alle Europee del 2024.
Ma la questione non riguarda esclusivamente Salvini e il suo partito. E ha un riflesso anche sul modo in cui dovrebbe essere plasmata la riforma elettorale.
Finora, l’ipotesi di Palazzo Chigi era di fissare uno sbarramento all’ingresso in Parlamento dei partiti con meno del 3 per cento dei voti: un modo per aiutare formazioni come Azione di Carlo Calenda, che nel dialogo con FI si sta avvicinando gradualmente alla maggioranza. La variabile Vannacci, però, complica il piano.
Il timore che un suo partitino possa raggiungere e magari superare quella soglia suggerisce di alzare l’asticella al 4 per cento. Ma questo potrebbe far saltare un accordo con Calenda. Non solo. Il modo in cui il leader di Azione attacca frontalmente Salvini come «putiniano» promette di provocare un irrigidimento della Lega e un veto contro Azione. Sono dinamiche […] che […] inseriscono elementi di incertezza imprevisti; e sospetti di manovre straniere contro la maggioranza per l’appoggio che continua a fornire all’Ucraina.
Il fuoco di sbarramento preventivo, e per lo più anonimo, che arriva anche da FdI contro l’ex generale filorusso lascia capire come i timori di una competizione all’estrema destra siano trasversali. E questo mentre FI fa sapere con Letizia Moratti che l’ex partito di Silvio Berlusconi guarda oltre i confini del perimetro del centrodestra.
Massimo Franco
per il “Corriere della Sera”
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
I SOLDI MAI SPESI: C’ERANO 9 MILIONI, STANZIATI DALLA REGIONE, PER CONSOLIDARE I VERSANTI INSTABILI. NE SONO STATI SPESI SOLO UN MILIONE E 200MILA EURO PER LA MESSA IN SICUREZZA DI UNA STRADA. PERCHE’? … SALVINI FURIOSO: CON UN VOTO SEGRETO ALL’ASSEMBLEA REGIONALE SICILIANA, FDI E FORZA ITALIA VOTANO PER DEVIARE SU NISCEMI I FONDI DAL PONTE SULLO STRETTO
Quel che sta accadendo a Niscemi è una cartina di tornasole dello smottamento del
governo Meloni e una fotografia impietosa di ciò che accade in Italia.
La situazione nel paese in provincia di Caltanissetta è nota da 230 anni. A rinfrescare la memoria degli abitanti e dei politicanti (siciliani e non) ci ha pensato la frana del 1997 che, col senno di poi, avrebbe dovuto far accendere più di qualche spia di allarme: 400 persone evacuate, una cinquantina di abitazioni demolite.
Il paese sorge su un terreno franoso, ma non è bastato nemmeno il primo disastro del ’97 per iniziare un’opera di prevenzione e consolidamento del territorio. Passano gli anni e solo nel 2014 lo Stato decide che era arrivato il momento di occuparsi della frana che solo per miracolo diciassette anni prima non aveva fatto nessuna vittima.
Il 26 settembre di quell’anno la Regione siciliana mise sul tavolo 9 milioni per consolidare i versanti instabili.
Il progetto venne realizzato e appaltato, ma i lavori non vennero mai realizzati a causa di una serie di contenziosi che portarono a una revoca del finanziamento.
Per un primo intervento tocca aspettare il 2019. Nessuna messa in sicurezza del paese. In totale vengono spesi un milione e 200mila euro per una strada provinciale: saranno gli unici fondi che gli abitanti di Niscemi vedranno in trent’anni.
Un disastro annunciato, insomma, di cui Nello Musumeci, ex presidente della Regione siciliana e oggi Ministro per la protezione civile e per le politiche del mare, prova a scaricare ogni responsabilità.
Sarà per questo che Giorgia Meloni, con un ritardo imbarazzante, si è presentata sul luogo della frana senza l’ex governatore?
Oggi Musumeci è kriptonite, meglio tenersi a distanza almeno di fronte alla gente di Niscemi che lo conosce e lo riconosce come quel presidente della Regione che non poteva non sapere ciò che accedeva nel paese in provincia di Niscemi.
«Il Comune nei miei 5 anni non ha sollevato il problema dell’abitato» dice il ministro al “Corriere della Sera” poche ore dopo la tragedia. A incastrarlo ci penserà poco dopo Ismaele La Vardera, l’ex “iena” oggi deputato regionale e leader di Controcorrente: «Non c’è nulla di più falso e il Pai lo inchioda.
In quel documento c’è la sua firma politica. Niscemi era già stata attenzionata dall’ex presidente, Nello Musumeci che nel 2022, con il Piano per l’assetto idrogeologico, sapeva i gravi rischi del terreno franoso e del potenziale pericolo. Il
dipartimento aveva segnalato tutto. Dopo quell’atto, in cui veniva messo nero su bianco dalla stessa Regione che Niscemi aveva bisogno di interventi urgenti per consolidare il territorio, nulla è stato fatto»
Le opposizioni chiedono le dimissioni di Musumeci, Meloni si presenta a Niscemi senza di lui, ma nel Cdm di ieri lo blinda: «Tranquillo caro Nello, mettiti in fila. Un passo indietro lo chiedono tutti i giorni anche a me».
Altro tassello. Pare che solo negli ultimi 4 anni, l’Autorità di Bacino siciliana abbia invitato per tre volte il Comune a presentare progetti esecutivi per consolidare il versante ovest del paese. Non sarebbe arrivata alcuna risposta.
Dal canto suo Massimiliano Valentino Conti, sindaco dal 2017 che ha rivinto le elezioni del 2022 con una coalizione destrorsa (Noi con L’Italia – Democrazia Cristiana Democrazia Cristiana, Udemocrazia Cristiana – Unione di Centro, Fratelli d’Italia, Lista Civica – Conti Sindaco), si difende: «Ho una cartella sul mio computer con tutta la documentazione. Ad ogni anniversario della frana del 1997 ho mandato una lettera al presidente della Repubblica. E i soldi che ci erano assegnati per la frana di 29 anni fa sono arrivati a dicembre». Lo scaricabarile è iniziato.
A far franare la terra sotto i piedi a Giorgia Meloni è anche la questione fondi. All’indomani del disastro, l’opposizione ha immediatamente proposto di dirottare i fondi per il ponte sullo stretto di Messina sull’emergenza che, oltre a Niscemi, riguarda una vasta area della Sicilia orientale colpita duramente dal ciclone Harry. Una richiesta attesa, addirittura, prevedibile.
Ciò che la Ducetta, e ancora di più il pontiere in chief, Matteo Salvini, non poteva prevedere, era l’esito del voto dell’ordine del giorno all’Ars, l’assemblea regionale siciliana: con una votazione segreta parte di Fratelli d’Italia e di Forza Italia ha votato per deviare i fondi dal collegamento sullo Stretto. Una mossa su cui il presidente azzurro Renato Schifani, conosciuto per il suo carattere non proprio pacioso, non ha obiettato.
Uno scenario che ha fatto tremare le vene ai polsi di Salvini che si è ritrovato l’ennesima opposizione al ponte “in casa”
Incazzato per la posizione di Schifani e per l’apertura di Tajani («Forse si può fare qualche anticipazione, valutiamo»), il ministro delle Infrastrutture ha tuonato: «Sono fondi bloccati. Si possono fare ponti e ricostruire le strade senza bloccare le
opere e le ferrovie. In caso di eventi disastrosi con il ponte si può intervenire più facilmente e arrivare più facilmente a prestare soccorso.
Sono fondi per investimenti, bisogna conoscerle le cose. Poi noi abbiamo quasi 30 miliardi di cantieri aperti in Sicilia, cosa facciamo? Li blocchiamo? Troveremo i fondi che servono per Sicilia, per Calabria e per Sardegna ma senza bloccare le scuole, gli ospedali, i ponti, le gallerie, la Tav, il tunnel del Brennero». Niscemi sta franando, ma anche il governo appare terremotato.
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL 90% DEGLI ITALIANI VORREBBE CHE LA DUCETTA SMETTESSE DI FARE LA TRUMPIANA DI FERRO, OPPONENDOSI AI DAZI E ALLA CONQUISTA DELLA GROENLANDIA
Che cosa pensano gli italiani della postura di Giorgia Meloni nei confronti di Donald Trump? Il sondaggio di Izi rivela una netta opposizione dell’opinione pubblica a un atteggiamento che per il 70% degli intervistati è considerato troppo accondiscendente o altalenante e ambiguo. Inoltre il giudizio sull’operato di Meloni nelle relazioni internazionali è negativo per più della metà degli italiani: il 57% degli intervistati è contrario alle posizioni della premier in politica estera.
Nell’indagine condotta da Izi, azienda di analisi e valutazioni economiche e politiche, presentato questa mattina nel corso della trasmissione l’Aria che Tira condotta da David Parenzo su La 7, emerge inoltre un giudizio critico sull’operato del governo italiano riguardo alle scelte del presidente Usa. Una bocciatura totale degli italiani sulle iniziative in politica estera degli Stati Uniti, ma nel conflitto Russia Ucraina l’opinione pubblica resta più divisa.
Alla domanda su quale posizione dovrebbe avere il Governo Meloni sul conflitto in Ucraina poco più della metà degli elettori (52%) ritiene che il nostro Paese debba porsi all’opposizione di Trump , un giudizio negativo che sale di molto sulla gestione del conflitto a Gaza che vede più del 60% degli italiani contro il governo americano ed è ancora più netto sulla condotta dei paesi Nato in Afghanistan, con il 73% degli intervistati anti Trump.
Per quanto riguarda il tema dei dazi imposti dagli Usa l’89% degli intervistati ritiene che Meloni dovrebbe opporsi a Trump, e più del 90% alle mire degli Usa sulla Groenlandia. Infine sulla condotta delle agenzie federali USA (ICE e Border Patrol) nella gestione dei migranti, il 75% degli italiani pensa che Meloni dovrebbe manifestare la propria opposizione alle scelte di Trump.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
CI VOLEVA IL BRACCIO DEL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA PER BLOCCARE LO SCHIAFFONE CHE LA MELONI VOLEVA RIFILARE AI LAVORATORI: CON LO SCUDO I DATORI DI LAVORO NON POTEVANO ESSERE CONDANNATI
Il governo Meloni prova ancora una volta a inserire la norma con lo scudo per le
imprese che sottopagano i loro dipendenti e il Quirinale blocca tutto per il rischio di incostituzionalità. È successo ieri con il decreto Pnrr. Le bozze del provvedimento
circolate fino a poco prima del Consiglio dei ministri di ieri, infatti, contenevano l’articolo che beffa i lavoratori con stipendi sotto la soglia di povertà, perché nega il diritto a ottenere in tribunale le differenze di stipendio e di contributi arretrate.
Ma lo scudo è stato cancellato all’ingresso del governo in Cdm dopo un’interlocuzione con gli uffici del Quirinale che avrebbero espresso dubbi tecnici sulla norma. È la terza volta che l’emendamento spunta in un provvedimento del governo. Era già successo, qualche mese fa, con il decreto Ilva e, a dicembre, con la legge di Bilancio.
La norma, che da tempo il centrodestra sta tentando in tutti i modi di approvare, prevede che se un’impresa applica il giusto contratto collettivo (cioè quello firmato dai maggiori sindacati), e poi viene comunque condannata perché le paghe sono al di sotto della soglia di povertà, potrà essere obbligata a risarcire solo le somme maturate dopo la lettera di diffida inviata dal lavoratore. Su quelle precedenti alla data di invio della contestazione, invece, calerà una sanatoria. Un grosso danno per i lavoratori che ricevono paghe da fame, tutto a vantaggio delle aziende.
Il salvacondotto, tra l’altro, varrebbe anche per quegli imprenditori che applicano contratti firmati da sindacati minori, purché dimostrino che questi abbiano tutele equivalenti. Sembra che questa norma stia particolarmente a cuore alle imprese della vigilanza privata. E’ stato il Quirinale a bloccare tutto. Contro la norma avevano protestato l’opposizione e tutti i sindacati.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
DEBORAH FLEISCHKER RACCONTA COME E’ CAMBIATO IL RECLUTAMENTO DEGLI AGENTI: “CAPISCO CHE GLI ITALIANI SIANO ARRABBIATI PER LA PRESENZA DELL’ICE ALLE OLIMPIADI”
Durante i suoi 14 anni al Dipartimento per la Sicurezza Nazionale americano, Deborah Fleischaker ha attraversato tre amministrazioni – Obama, Biden, Trump – sempre con lo stesso obiettivo: applicare al meglio le leggi sull’immigrazione. Nel corso della sua carriera al Dipartimento ha contribuito a definire alcune politiche per la sicurezza smantellate in fretta dalla seconda amministrazione Trump, come quella che vietava agli agenti dell’Ice di arrestare persone in luoghi cosiddetti “protetti”: chiese, scuole, ospedali. Negli anni di Biden, Fleischaker è stata prima direttrice delle politiche e poi chief of staff della controversa agenzia federale responsabile dei raid contro gli immigrati e l’uccisione a Minneapolis di due cittadini americani – Renee Good e Alex Pretti. Open l’ha raggiunta via Zoom.
Partiamo dalle basi. Può spiegare che cos’è l’Ice e qual è la sua missione?
«L’Ice è un ramo dell’agenzia di Immigration and Customs Enforcement e si divide in due grandi componenti. La prima è Ero, Enforcement and Removal Operations, che è quella che sta conducendo le operazioni di arresto e deportazione nelle città americane. La seconda è l’Hsi, l’Homeland Security Investigations, che si occupa di indagini penali e criminalità transnazionale: traffico di armi, gang, sfruttamento dei minori. Anche Hsi può svolgere alcune funzioni legate all’immigrazione, per esempio i controlli nei luoghi di lavoro, per verificare che chi è impiegato abbia uno status regolare o un’autorizzazione valida per lavorare».
In Italia la notizia che agenti dell’Ice si occuperanno della sicurezza della delegazione Usa durante le Olimpiadi sta creando molte polemiche. È un impiego inusuale?
«Se parliamo di Hsi, non è affatto inusuale che venga inviato in missioni di questo tipo. La loro missione principale non è l’enforcement migratorio, ma la protezione e la sicurezza, soprattutto in contesti internazionali. È un tipo di lavoro che svolgono normalmente».
Come descriverebbe la cultura e il clima all’interno dell’agenzia negli anni in cui ci ha lavorato?
«Ice è un’agenzia federale di “law enforcement”, quindi la cultura è quella tipica delle forze dell’ordine. Per molto tempo si è sentita sotto-finanziata e sottodimensionata rispetto alla portata delle sue responsabilità. Gli agenti percepivano uno scarto tra ciò che veniva chiesto loro e quello che ricevevano in cambio. Questo è cambiato drasticamente con la seconda amministrazione Trump e con la One Big Beautiful Bill, che ha immesso nell’agenzia decine di miliardi di dollari aggiuntivi».
Parliamo di circa settantacinque miliardi di dollari in più da spendere entro il 2029. Che impatto sta avendo questo finanziamento?
«Siamo solo all’inizio: vedremo cosa succederà quando assumeranno ancora più agenti e creeranno nuovi centri di detenzione. Il denaro rende possibile la visione, ma è la visione a guidare tutto. E quella che proviene dalla Casa Bianca, dal presidente Trump e dal suo consigliere Stephen Miller, punta tutto sulla dimensione punitiva del sistema».
Stando a quanto dichiarato dal governo Usa, il numero degli agenti è raddoppiato nel 2025. Quali sono i rischi di una crescita così rapida?
«È molto difficile crescere bene con quei ritmi. Si parla molto della scarsa preparazione delle nuove reclute. E già otto immigrati sono morti in carcere dall’inizio dell’anno, un numero mai visto prima… Questo solleva molte domande sulle condizioni e sulle cure mediche che i prigionieri ricevono».
Quali erano i requisiti per diventare un agente Ice?
«C’era un programma di formazione molto lungo e accurato, con tante figure coinvolte, compresi avvocati. Tutto è stato annacquato. Mi dicono che la formazione adesso è di 47 giorni in omaggio a Trump».
In che senso?
«Perché Trump è il 47esimo presidente, dunque solo per compiacerlo! Di certo sono cambiati i principi di base. Prima agli agenti veniva insegnato che per entrare con la forza in una casa di privati cittadini era necessario un mandato firmato da un giudice. Adesso dicono che un ordine di espulsione è sufficiente. Ma non c’è nulla nella giurisprudenza americana che permetta questa interpretazione».
Sta dicendo che non c’è stato alcun cambiamento legale che permetta all’agenzia di fare ciò che stanno facendo?
«Stanno solo interpretando la legge in modo diverso. Ed è in diretto contrasto con come veniva interpretata solo un anno fa e anche durante la prima amministrazione Trump».
Al di là dell’eccesso di violenza nelle strade, un altro aspetto che preoccupa molti cittadini è l’uso da parte degli agenti di sofisticati strumenti di sorveglianza: tracciatori biometrici, localizzatori di cellulari, droni. Che ruolo ha la sorveglianza nel lavoro dell’Ice?
«A volte è necessaria e spesso è utile. Ma deve essere bilanciata con il rispetto della privacy e dei diritti civili. Quando ero al Dipartimento abbiamo lavorato tantissimo per approvare una policy che impedisse l’utilizzo dei dati commerciali dei cittadini. Ma alla fine ero riuscita a ottenere solo delle “buone pratiche”. Ad esempio, ogni utilizzo doveva essere firmato dal direttore dell’agenzia in persona, e c’erano controlli extra per evitare usi inappropriati. In generale posso dire che il modo in cui veniva applicata e fatta rispettare la legge era molto diverso».
Può farci degli esempi?
«Esistevano priorità chiare: sicurezza pubblica, sicurezza nazionale, sicurezza dei confini. E c’erano limiti precisi su dove intervenire. I cosiddetti luoghi sensibili — scuole, ospedali, tribunali — erano esclusi, perché si riteneva che la comunità dovesse poter accedere liberamente a certi servizi».
Si puntava ai “peggiori dei peggiori”?
«Non voglio presentare l’Ice di Biden come un modello perfetto perché non lo era. Spesso sentivo dire agli agenti che si sentivano “incatenati”, che erano frenati nel fare il loro lavoro per colpa di troppi paletti istituzionali. Ma posso dire con certezza che quando prendevano di mira gli irregolari e arrestavano persone, la maggior parte delle volte lo facevano sulla base di piani operativi scritti e preparati con cura, che richiedevano giorni o settimane di preparazione. Le operazioni venivano fatte con cautela e maggiore attenzione alla comunità. A differenza della Border Patrol (che si occupa del controllo delle frontiere ndr), l’Ice lavora dentro le comunità. Quello che fa e come lo fa ha un impatto enorme sulla vita quotidiana delle persone. Per questo l’indicazione dall’alto è sempre stata di farlo evitando il più possibile l’uso della forza. L’approccio massimalista e più punitivo era raro, a differenza di quello che accade oggi».
Quanto è forte oggi il controllo del Dipartimento di sicurezza nazionale e del Congresso Usa sulle azioni dell’Ice?
«In teoria c’è una vigilanza interna, che è rappresentata da una serie di uffici legati all’agenzia, e una esterna – che spetta al Congresso. L’amministrazione Trump ha svuotato l’Office for Civil Rights and Civil Liberties e l’Office of the Immigration Detention Ombudsman, entrambi incaricati di svolgere quel controllo. Dall’altro lato, entrambe le camere del Congresso sono in mano ai repubblicani e a meno che qualcuno non voglia opporsi all’amministrazione, il controllo non c’è oppure avviene in maniera molto blanda».
Le cose sembrano essere cambiate dopo i brutali omicidi di Minneapolis. I democratici protestano a voce alta contro l’Ice e qualche repubblicano li segue. Eppure molti sostenitori del presidente sostengono che sia la mancata cooperazione dei governi e delle polizie degli Stati democratici a spingere l’Ice a usare la forza. Cosa ne pensa?
«Cercare le persone da espellere direttamente nelle carceri è sicuramente il modo più sicuro. Tutto avviene lontano dagli occhi del pubblico, in un ambiente controllato, dove i detenuti non hanno armi. Anche per me era frustrante quando non riuscivamo a ottenere quel tipo di cooperazione dalle istituzioni locali. Ma la questione è più complessa. L’Ice dispone già di un sistema di “interoperabilità” che le consente di sapere in ogni momento chi si trova detenuto e di identificare le persone che intende arrestare o rimuovere. In questo senso non serve nemmeno una collaborazione formale: l’agenzia potrebbe semplicemente intervenire al momento del rilascio. Il vero nodo riguarda invece i “detainer”. Ice spesso chiede alle carceri di trattenere una persona fino a 48 ore oltre la fine della pena, per avere il tempo di venirla a prendere. Molte giurisdizioni però si rifiutano, perché trattenere qualcuno senza una base legale aggiuntiva solleva seri problemi costituzionali. È da qui che nasce il conflitto. L’agenzia oggi ha risorse e personale sufficienti per agire tempestivamente, senza bisogno di quelle 48 ore extra. Per questo sarebbe auspicabile una cooperazione con le carceri locali, magari in cambio di limiti più stringenti alle operazioni viste recentemente sul campo».
Quali?
«Gli agenti non dovrebbero indossare maschere e non dovrebbero fare rastrellamenti di massa».
Il sindaco di Milano Beppe Sala ha definito l’Ice “milizia privata che uccide le persone”. Da ex dirigente dell’agenzia cosa ha provato quando l’ha letto?
«Sono inorridita da come viene usata l’Ice da questa amministrazione. E concordo sul fatto che ciò che abbiamo visto a Minneapolis sembra avere a che fare più con un corpo speciale di polizia che con l’enforcement migratorio. Quindi capisco il sindaco, e capisco perché gli italiani sono arrabbiati – lo sono anche io. Tuttavia bisogna capire che l’applicazione della legge è una componente inevitabile di un sistema di immigrazione che funziona davvero, e difficilmente scomparirà. Anche se aboliamo l’Ice, ci sarà un’altra agenzia a svolgere quel ruolo. Quindi la vera
domanda è: in che modo esercitiamo il potere? Perché oggi non lo stiamo facendo nel modo giusto».
(da Open)
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