Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
SI TRATTA DI INCLINOMETRI E PIEZOMETRI, UTILI AD AVVISARE SE IL TERRENO STA CEDENDO… DAL 2007 HANNO FUNZIONATO PER DUE ANNI, POI NESSUNO SE N’E’ PIU’ CURATO
Mentre la frana a Niscemi, comune siciliano, continua. In fondo ai tunnel che erano
stati scavati fino a cinquanta metri di profondità, intorno al centro storico del borgo franato nel 1997, ci sono degli strumenti di monitoraggio dimenticati da 20 anni. Sarebbero, secondo quanto riferisce oggi La Stampa, inclinometri utili ad avvertire se il terreno si muove e di piezometri, dispositivi che monitorano il livello dell’acqua di falda. Tutti strumenti che sarebbero dovuti esser controllati ogni mese, ma dal 2007 a oggi, dopo i primi due anni di controlli a cura della ditta che li installò su incarico del Comune, sono rimasti inutilizzati. «Non ricordo nulla di questo sistema di monitoraggio», ha dichiarato al quotidiano torinese Valeria Spadaro, responsabile dei Lavori pubblici del Comune di Niscemi. Intanto l’evento franoso non è finito. «La linea del fronte continua ad arretrare verso il centro abitato, l’area rossa è destinata a allargarsi», ha detto il ministro della Protezione Civile Nello Musumeci.
Attivati camper medico e supporto psicologico
Da ieri sera, presso l’ospedale Suor Cecilia Basarocco di Niscemi è stata riattivata la rianimazione h24; nella mattinata di domenica sarà nuovamente operativo anche il reparto di medicina interna. Da stamane, infine, sarà a disposizione della popolazione anche un camper con un’unita’ medica e un infermiere, mentre è già stato attivato un servizio di supporto psicologico.
«Per gli sfollati di Niscemi Mussolinia»
Dopo la proposta per una “new town” di Niscemi a Gela, arriva un’altra possibile soluzione: la Mussolinia, borgo tra Caltagirone e il paese Nisseno colpito dalla
frana. A pensarci, con un intervento su La Sicilia, è l’ex vice ministro alle Infrastrutture e trasporti del M5s, Giancarlo Cancellieri. «Una riflessione – dichiara – con la speranza di poter contribuire all’individuazione di una soluzione rapida e concreta per i tanti cittadini di Niscemi che in queste ore drammatiche si trovano senza una casa e, soprattutto, senza alcuna certezza per il futuro». Per Cancelleri, «vista la complessità nel realizzare interventi nel brevissimo tempo», si dovrebbe «seriamente valutare l’ipotesi di spostare l’abitato in un luogo più sicuro, capace di accogliere i cittadini in maniera stabile e dignitosa». «Una scelta di questo tipo – ricorda l’ex viceministro – non sarebbe senza precedenti. La storia siciliana ci offre esempi importanti: Grammichele, rifondata dopo il terremoto del 1693 a pochi chilometri dalla distrutta Occhiolà; Noto, trasferita nello stesso anno nell’attuale sito barocco; e, più recentemente, i comuni del Belice ricostruiti ex novo dopo il sisma del 1968». L’antica Mussolinia, oggi borgo di Santo Pietro avrebbe il necessario: appartamenti vuoti e servizi essenziali quali l’ufficio postale, la chiesa e l’acquedotto.
(da La Stampa)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
“NON BISOGNA PERMETTERE A CHI NON HA LAVORATO SODO DI COMPRARNE UNA”
C’è una nuova parola che da qualche tempo ha scalato le gerarchie della politica americana: affordability, traducibile in italiano con «accessibilità». È il termine su cui ha più insistito la campagna elettorale di Zohran Mamdani, il giovane socialista divenuto sindaco di New York, e che da allora molti altri politici, compresi i Repubblicani, stanno copiando.
Tra questi, tuttavia, non c’è Donald Trump, che sulla questione sembra vederla in modo decisamente diverso, specialmente se si parla di case.
Lo dimostra un ragionamento fatto dal presidente americano durante un vertice di gabinetto a cui erano presenti anche i media. Parlando della scarsità di alloggi e dei prezzi delle abitazioni ormai fuori controllo, Trump ha detto che vuole rendere più
facile per gli americani comprare casa, ma non agendo sui prezzi. Anzi, esattamente il contrario.
«Vogliamo che le persone che possiedono una casa continuino a essere ricche. Perciò manterremo alti i prezzi, non distruggeremo il valore delle loro case per permettere a chi non ha lavorato sodo di comprarne una».
Ma qual è allora la strategia di Trump per rendere più facile l’acquisto di una casa? «Abbasseremo i tassi di interesse», promette il presidente americano, che proprio oggi annuncerà il successore di Jerome Powell alla guida della Federal Reserve.
Non si è fatta attendere la replica dei Democratici, che accusano Trump di voler favorire i ricchi e ignorare gli ostacoli al diritto alla casa per le nuove generazioni. «Stai cercando di acquistare la tua prima casa? Trump vuole che i prezzi salgano. Ma certo, Donald, continua a dire che l’accessibilità economica è una bufala», ha scritto su X la senatrice dell’Illinois Tammy Duckworth.
«Milioni di famiglie fanno fatica a permettersi un tetto sopra la testa e la risposta di Trump è quella di aumentare il prezzo delle case», rincara la dose la deputata Suzan DelBene. In realtà, la stessa Casa Bianca ha ammesso più volte che esiste un problema di accesso alla casa. Proprio nei giorni scorsi, per esempio, Trump ha firmato un ordine esecutivo che impedisce agli investitori di Wall Street di acquistare e possedere abitazioni unifamiliari. Ma per i Democratici, resta ancora molto da fare per poter assicurare davvero case a prezzi accessibili per i più giovani.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
A QUESTO PUNTO LE UDIENZE RIPRENDERANNO ENTRO LA FINE DI FEBBRAIO
La Consulta, con una sentenza depositata oggi, ha accolto la questione di
Costituzionalità presentata dalle difese dei quattro 007 imputati nel processo per la morte di Giulio Regeni.
Questione sul diritto di difesa legata ai costi per le consulenze tecniche che i legali degli imputati, tutti nominati d’ufficio, sono chiamati ad affrontare. Ora il processo può ricominciare.
Riprenderà entro il mese di febbraio il processo a carico dei quattro 007 egiziano accusati della morte di Giulio Regeni.
Dopo il deposito della sentenza della Consulta – sul nodo legato alla nomina dei consulenti dei difensori – entro 10 giorni gli atti saranno restituiti ai giudici della terza Corte d’Assise che fisserà una udienza a febbraio.
In quella data verrà affidato l’ incarico per le consulenze. La requisitoria del procuratore aggiunto Sergio Colaiocco è attesa presumibilmente per aprile.
Deve essere lo Stato italiano a farsi carico di anticipare le spese del consulente di parte nominato dai difensori d’ufficio dei quattro agenti egiziani accusati della morte del ricercatore Giulio Regeni, ucciso nel gennaio 2016 in Egitto, e assenti al processo che si sta celebrando in Corte di Assise a Roma.
Lo ha deciso la Consulta, accogliendo il punto di vista dei giudici di assise che hanno presentato il ricorso, sottolineando la particolarità di questo caso giudiziario nel quale “si procede in assenza in quanto la chiamata in giudizio è stata resa impossibile dalla mancata cooperazione dello Stato di appartenenza dell’imputato”, ossia l’Egitto.
Le spese in questione si riferiscono all’onorario di un esperto, nominato dalle difese, per la traduzione di un documento dall’arabo disposta dai giudici del collegio.
In particolare, con la sentenza numero 12, depositata oggi, la Corte costituzionale ha dichiarato l’illegittimità costituzionale, per violazione dell’articolo 24 della Costituzione, dell’articolo 225, comma 2, del codice di procedura penale, nella parte in cui – per la eccezionale ipotesi introdotta dalla sentenza della stessa Corte numero 192 del 2023 – non prevede che l’onorario e le spese spettanti al consulente di parte nominato dal difensore d’ufficio sono anticipati dallo Stato, salvo il diritto di ripeterne gli importi nei confronti dell’imputato che si renda successivamente reperibile, e liquidati dal magistrato nella misura e con le modalità previste dall’articolo 83 del testo unico delle spese di giustizia per l’ipotesi di ammissione al gratuito patrocinio.
Tale eccezionale ipotesi è quella in cui si proceda in assenza per uno dei delitti previsti dall’articolo 1 della Convenzione di New York contro la tortura quando, a causa della mancata assistenza dello Stato di appartenenza dell’imputato, sia impossibile avere la prova che questi, pur consapevole della pendenza del procedimento, sia stato messo a conoscenza della pendenza del processo.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ITALIANI TEMONO GLI STATI UNITI DI TRUMP PIU’ DELLA RUSSIA DI PUTIN
Tra centrosinistra e centrodestra ora la partita è davvero “aperta”, come da mesi ripetono i partiti dell’opposizione. Almeno, questo è ciò che emerge dal nuovo sondaggio politico Osservatorio Delphi, realizzato da Piave e Sigma Consulting per Fanpage.it. Tra i partiti, Fratelli d’Italia è in testa ma non basta per garantire il successo alle elezioni. Il sondaggio riguarda anche questioni internazionali: se si parla di una possibile invasione militare in Europa, gli italiani ritengono gli Stati Uniti di Donald Trump pericolosi quanto la Russia di Putin.
Centrodestra avanti, ma il campo largo è vicino: i risultati dei partiti
Fratelli d’Italia ottiene il 28,8% dei voti. È una percentuale lontana dal 30%, ma che comunque basta per mantenere saldamente il primo posto. Tuttavia, se si guarda alla coalizione nel suo complesso, il successo dei meloniani – ancora forti nei consensi dopo oltre tre anni di governo – potrebbe non bastare alle prossime elezioni.
Infatti, Forza Italia è al 9% e poco sotto la Lega è all’8,6%. Peraltro, una parte dei voti del Carrocio (e di FdI) potrebbe essere a rischio se si concretizzasse l’idea di un partito di Roberto Vannacci che andasse a sottrarre consensi alla destra-destra. La coalizione si chiude con lo 0,6% di Noi Moderati.
Il Partito democratico è al 21,4%, mentre il Movimento 5 stelle ottiene il 14,3%. Solo sette punti separano i due schieramenti (come poco più di sette separano Pd e FdI). Il campo largo dovrebbe essere composto anche da Alleanza Verdi-Sinistra, che prende il 5,7%, e da due schieramenti centristi: Italia viva di Matteo Renzi, con il 3%, e +Europa con il 2,2%. Fuori dalle coalizioni dovrebbe invece restare, almeno per il momento, Azione di Carlo Calenda con il 2,2%.
Chi vince le elezioni e come cambia la legge elettorale
La somma non è troppo complicata: il centrodestra arriva a prendere il 47%. Certo, sono circa tre punti in più di quelli ottenuti nel 2022, ma nel 2027 la situazione dovrebbe essere diversa. La prospettiva, ancora non del tutto definita, è che a sfidare il centrodestra sarà una coalizione unica di centrosinistra ‘largo’.
I partiti del campo largo – Pd, M5s, Avs, Italia viva, +Europa – sommati insieme arriverebbero al 46,6%. Sono solo quattro decimi in meno del centrodestra, una distanza ampiamente entro i margini di errore.
Molto dipenderà anche dalla legge elettorale, che probabilmente cambierà nel prossimo anno. A proposito, il sondaggio rileva anche che più della metà degli italiani – il 54% – sarebbe favorevole a una riforma che preveda di scrivere il nome del candidato o della candidata premier sulla scheda. Il 18% non ha un’opinione forte e solo il 15% è apertamente contrario.
Come anticipato, la rilevazione Osservatorio Delphi tocca anche temi di politica estera. E mette in evidenza un dato significativo: oggi gli italiani ritengono gli Stati Uniti di Donald Trump un pericolo quasi quanto la Russia di Vladimir Putin. Su richiesta di indicare la “principale minaccia all’ordine internazionale”, il 31% guarda a Mosca e il 30% a Washington. Facile pensare che l’ultimo anno di dichiarazioni e interventi militari da parte del tycoon statunitense abbia qualcosa a che fare con questo risultato. È ben lontano l’Iran con il 9%, seguito da Israele al 6%. La Cina ottiene appena il 3%.
Il parallelismo tra Russia e Stati Uniti, poi, continua. Quanto è realistico che la Russia nei prossimi cinque anni attacchi uno Stato europeo? Molto o abbastanza per il 38% degli intervistati, mentre il 45% non lo ritiene probabile. Ma quanto è realistico che siano gli USA ad attaccare la Groenlandia, e quindi la Danimarca (e quindi l’Unione europea)? Qui gli scettici scendono al 37% mentre i possibilisti diventano ben il 46
Ci sono anche leggere differenze in come gli italiani pensano che il loro Paese dovrebbe intervenire nelle due situazioni. Se ci fosse un attacco russo in Europa, il 30% degli intervistati vorrebbe che l’Italia inviasse solo aiuti logistici. Questa percentuale scende al 27% nel caso di un’offensiva statunitense. Un intervento militare diretto è sostenuto dal 24% contro Mosca, dal 23% contro Washington. Due blocchi restano fissi: in entrambi i casi un 10% chiede di limitarsi a sanzioni e un 18% preferirebbe non intervenire affatto. Ciò che cambia è i “Non so” salgono dal 18% in caso di attacco russo al 22% in caso di attacco americano.t)
Dunque, se scoppiasse un conflitto aperto in Europa una parte significativa degli italiani – quasi un quarto – vorrebbe un intervento militare. Chi solo con
l’aviazione, chi (circa la metà) anche con truppe di terra. Ma gli italiani sarebbero disposti ad arruolarsi?
L’ultima domanda non tocca direttamente questo tema, ma lo sfiora: “Sarebbe favorevole o contrario alla reintroduzione della leva militare obbligatoria in Italia?”. Qui il risultato è piuttosto bilanciato. Il 39% è favorevole, il 36% è contrario. Ben il 16% non ha un’opinione chiara.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
GLI INCONTRI CON I PEGGIORI NEONAZISTI, LA REMIGRAZIONE, LE SPARATE DI VANNACCI RUBRICATE A “SENSIBILITA’”
In Italia c’è un partito di governo, il cui leader – che di quel governo è vicepremier –
ha appena invitato un leader neofascista inglese, arrestato per aggressione, frode, stalking, possesso di stupefacenti, immigrazione illegale. Interrogato, Matteo Salvini ha risposto che quello con Tommy Robinson è stato semplicemente uno “scambio di idee”. Sarebbe interessante sapere quali.
In Italia c’è anche un partito di governo nel quale un deputato, Emanuele Furgiuele, organizza un convengo per presentazione di un disegno di legge in dieci punti sulla remigrazione – che altro non è che la deportazione di ogni persona di origine straniera dall’Italia – alla Camera dei Deputati. E invita a presentare questo progetto di legge i gruppi che l’hanno scritta e proposta, cioè i movimenti neofascisti Casapound, Rete dei patrioti, Veneto fronte skinheads e Brescia ai bresciani.
In Italia c’è anche un partito che ha un vicesegretario, Roberto Vannacci che afferma serenamente – tra una fascisteria e l’altra, orgogliosamente ostentate – che la remigrazione è un suo tema. E già che c’è presenta il simbolo di un nuovo movimento, il cui nome è scritto in caratteri ispirati al ventennio e al cui centro c’è la solita fiamma tricolore. Secondo il segretario di quel partito, quel vicesegretario neofascista non va espulso perché in quel partito “c’è spazio per sensibilità diverse”.
In Italia questo partito che invita leader neofascisti, che presenta leggi a braccetto con gruppi neofascisti e che ha un vicesegretario nefascista, non bisogna azzardarsi a chiamarlo neofascista, perché – si sa – il fascismo è finito da un pezzo e non tornerà mai più, no no no.
Questi quattro partiti sono lo stesso partito, la Lega. Che ormai nemmeno ci prova più a dissimulare la sua natura, ammesso che negli ultimi anni – a differenza di Fratelli d’Italia, che se non altro ci prova – si sia mai posto il problema di quanti fascisti contenga al suo interno.
Ma soprattutto, guai a chiedere conto a Giorgia Meloni di cosa si prova a governare con un partito neofascista – qualcuno direbbe più neofascista del suo. Guai a chiedere al ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti cosa ne pensi di questa deriva. Guai a chiedere conto di quel partito, alla pericolosità dei suoi alleati, dei suoi leader, delle sue idee. Guai anche solo a parlarne, che “i problemi sono altri”, “hanno solo il 9%”, “smetti di vedere fantasmi ovunque”.
E tutto questo accade per inerzia e disinteresse, come se di fronte avessimo una posa adolescenziale di un partito di bricconcelli che vuole solo farsi notare, o un po’ di folklore nostalgico che non fa male a nessuno.
In Italia, forse, prima o poi, qualcuno dovrà cominciare a chiedersi che razza di partito sia diventato, e continui a diventare, la Lega di Matteo Salvini, Roberto Vannacci ed Emanuele Furgiuele.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
LA CONSIGLIERA REGIONALE SICILIANA DI FORZA ITALIA LUISI LANTIERI: “NON CI DOBBIAMO PRENDERE IN GIRO, NON POSSO PASSARE 50 ANNI PER LA RICOSTRUZIONE”
«Sono uscita dall’aula al momento del voto, per correttezza istituzionale. Ma sono d’accordo con i colleghi che hanno votato sì. Per il Ponte ci vorrà tempo, questa emergenza è adesso, la gente ha perso tutto». Così in un’intervista a Repubblica Luisa Lantieri, vicepresidente forzista del parlamento siciliano, difende la scelta dei deputati di centrodestra che, nascosti dietro il voto segreto, hanno chiesto che i fondi del Ponte sullo Stretto (1,3 miliardi solo per la parte siciliana) siano investiti nell’emergenza. Lantieri non è andata a Niscemi, «mi vergognavo. È giusto che
siano andati Meloni e Schifani, loro possono intervenire. Ma la passerella, no. Gli abitanti di Niscemi lavorano tutti nelle campagne, a questa gente non ha regalato niente nessuno. Molti li conosco, hanno fatto sacrifici per tutta la vita».
La ricostruzione
Poi attacca: «Non ci dobbiamo prendere in giro: non possono passare 50 anni per la ricostruzione. Il danno è stato fatto. Ma la programmazione dei fondi europei è chiara: al primo punto c’è il dissesto idrogeologico. Sapevamo tutti che tra il cambiamento climatico e i danni fatti dall’uomo, ci sarebbero stati problemi. Quei fondi non sono stati spesi». Su questo «temo che molta colpa sia della politica, che è chiamata ad assumersi le sue responsabilità. Di certo non è colpa dei cittadini. I controlli chi li fa?». Infine: «Sono arrabbiata. Da anni mi batto per la pulizia di fiumi e dighe. Ma non cambia nulla. Vanno rinnovati gli uffici, serve gente nuova, fresca, motivata».
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
I MILIARDI DEL PONTE SULLO STRETTO ANDREBBERO SPESI PER TUTELARE GLI ITALIANI DAI DANNI IDROGEOLOGICI
La catastrofica frana di Niscemi (compreso il ritardo di almeno un paio di giorni con
il quale è diventata un caso nazionale) ci richiama per la milionesima volta al nostro grande guaio strutturale, che è anche un grande guaio culturale: non siamo calibrati (mai!) sulla cura, sulla manutenzione, sull’ordinaria tutela del territorio e di noi stessi.
Viviamo solo per l’eccezionale e per il mirabolante, come bambini annoiati, o forse come depressi bisognosi di shock emotivi. Per dirla con Altan: «L’italiano è un popolo straordinario, mi piacerebbe che fosse un popolo normale».
Come già scritto infinite volte, non è il Ponte sullo Stretto in sé a sembrarci inutile e inopportuno. I ponti sono opere magnifiche: tutti. A sembrarci inutile e inopportuno è il Ponte sullo Stretto in questo Paese e nello specifico a cavalcioni tra quelle due regioni, malate di trascuratezza e di abbandono.
È come voler costruire un eliporto sul tetto di una casa con gli impianti sfasciati, i vetri rotti e l’intonaco diroccato: perché farlo, se non per fingere che ogni nostra magagna sia scavalcabile in un solo balzo? È il mito eterno del talento italiano come alibi delle nostre omissioni e delle nostre inettitudini.
Di quel Ponte, allo stato delle cose, non c’è neppure la certezza tecnica che sia effettivamente realizzabile, con una campata unica quasi tripla rispetto alla più lunga del mondo. Vedendo le coste siciliane corrose dall’uragano, e una città sprofondare, come non pensare che quella caterva di miliardi pubblici congelati per
puro puntiglio politico servirebbero tutti e subito per ben altre necessità, più umili, più urgenti, più vitali?
(da repubblica.it)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
OGNI RIFORMA CHE ALLENTA L’AUTONOMIA DEI PM RENDE PIU’ DIFFICILE LA LOTTA ALLA MAFIA
Il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati del 22 e 23 marzo ha quale posta in gioco non solo l’assetto e l’indipendenza della magistratura, ma la tenuta della nostra antimafia. Ogni riforma che indebolisce l’autonomia del pubblico ministero, che frammenta il governo della magistratura o che espone l’azione giudiziaria al conflitto politico produce sempre infatti lo stesso effetto: rende più difficile colpire il potere mafioso lì dove oggi è più forte. Che non è la criminalità di strada per la quale il panpenalismo caro al governo Meloni ha moltiplicato le figure di reato che non aumentano la sicurezza ma sovraccaricano tribunali già al limite. Ma è l’economia, sono gli appalti pubblici, dove la politica intreccia rapporti con i grandi interessi che muovono merci e capitali. E che questa riforma non scalfisce in alcun modo.
Votare Sì al referendum sulla separazione delle carriere finisce dunque per aiutare le mafie. Perché tutto ciò che indebolisce chi le contrasta ha come diretta conseguenza quella di rafforzarle. E non si tratta di una posizione ideologica, ma della presa d’atto di una costante storica: le organizzazioni mafiose prosperano quando l’azione giudiziaria è più fragile, più divisa, più isolata, più strumentalizzata a fini politici (da Garlasco alla famiglia nel bosco) al solo scopo di generare sfiducia e indebolirla nel suo complesso. E questa riforma sottoposta a referendum — al di là della retorica sulla “modernizzazione” — va esattamente in quella direzione.
Una magistratura più divisa è una magistratura più vulnerabile. E una magistratura vulnerabile è meno efficace nel colpire le mafie dove contano davvero: nei flussi finanziari, nelle relazioni opache, nelle zone grigie dove legalità e illegalità si confondono. Le grandi indagini antimafia non si reggono sull’eroismo dei singoli, ma su strutture solide, coordinate e indipendenti, capaci di sostenere inchieste lunghe, complesse e spesso scomode. E dunque, quando questi presìdi si indeboliscono, l’effetto è che le inchieste rallentano fino a spegnersi.
Si obietta che la separazione delle carriere è una semplice questione tecnica. E, in astratto, l’osservazione sarebbe persino condivisibile. Ma il referendum non chiama a decidere su un modello ideale di organizzazione giudiziaria. L’esito del referendum peserà su un sistema già sotto pressione. Separare il pubblico ministero significa renderlo più solo, più esposto, più governabile. Significa alterare gli equilibri del Csm e aumentare la permeabilità dell’ordine giudiziario all’influenza dell’esecutivo attraverso carriere, nomine e disciplina.
La separazione delle carriere non toglie potere allo Stato: lo concentra. E ogni volta che il potere si concentra nell’esecutivo, i contrappesi democratici rischiano seriamente di indebolirsi. Per la gioia delle mafie. Che non temono l’arresto del singolo boss, ma uno Stato capace di ricostruire reti, patrimoni e relazioni con il potere economico e politico.
Gli osservatori attenti sanno bene come il mito dell’antimafia di cui questo governo ama dirsi custode e paladino è una narrazione falsa. Dietro la retorica di durezza e inflessibilità, le scelte concrete di governo non rafforzano l’antimafia, ma rendono più tollerabile, silenziosa, normale — sì, normale è la parola esatta — la presenza mafiosa nell’economia legale. E del resto le mafie oggi cercano questo: normalità: società formalmente pulite, subappalti, professionisti insospettabili, crediti fiscali, intermediazioni. È su questo terreno che si misura la serietà di un governo ed è proprio qui che gli anticorpi sono stati indeboliti. Senza girarci troppo intorno, questo governo ha “imposto” una riforma costituzionale escludendo dalla discussione il Parlamento. E ha spesso presentato questa riforma come una “punizione” per la magistratura che — a suo dire — deve essere “ridimensionata”, ma allo stesso tempo senza che ne venga indicata una prospettiva futura. Perché se è vero che la separazione delle carriere è un primo passo per una riforma strutturale della giustizia, è lecito domandarsi: cosa verrà dopo?
Con queste premesse non è possibile firmare assegni in bianco. Non in un sistema che rende il pubblico ministero più isolato, più esposto, più governabile.
E che la bandiera antimafia di questo governo sia solo forma e non sostanza lo dimostrano le sue decisioni. A cominciare dal nuovo Codice degli appalti che non favorisce le mafie per una singola soglia o procedura, ma perché modifica il clima dell’economia pubblica: meno controllo preventivo, più discrezionalità; meno regole impersonali, più relazioni. La parola chiave diventa “fiducia”. Ma le mafie non hanno mai temuto la fiducia: l’hanno sempre sfruttata. Dove lo Stato rinuncia a verificare prima, qualcun altro entra subito: meno gare, infatti, significa meno trasparenza, perché le mafie non vincono le gare, ottengono incarichi. La moltiplicazione dei subappalti spezza i controlli e rende invisibile l’origine dei capitali; la velocità diventa un valore in sé, comprimendo verifiche e istruttorie. E i controlli? Quelli arrivano dopo, quando i flussi si sono già mossi.
In questo quadro, il funzionario pubblico è più solo, mentre l’Autorità anticorruzione viene progressivamente ridotta a un ruolo di osservazione, non di interdizione.
Le mafie non temono chi segnala e dà avvio a procedure dai tempi lunghi. Le mafie temono chi può fermarle subito. E resta poi il grande assente: il governo dei flussi finanziari. È lì che le mafie operano oggi, perché non cercano visibilità, ma rendimenti.
A questo si aggiunge un altro fronte decisivo, spesso mascherato dal linguaggio dei diritti: la limitazione delle intercettazioni. Anche qui l’equivoco è voluto. La privacy non si difende impedendo di intercettare, ma impedendo di pubblicare ciò che non ha rilevanza penale. Ridurre o scoraggiare l’uso delle intercettazioni nelle indagini antimafia è un regalo alle organizzazioni criminali. Le mafie di oggi non parlano con le armi, ma con telefoni, messaggi cifrati, mediazioni informali. Senza intercettazioni non si vedono le reti, solo gli effetti finali. Limitare questo strumento non tutela i diritti: rende le mafie più tranquille.
Lo stesso schema si è visto nella gestione dell’edilizia durante il periodo Covid. Un incentivo nato da un’idea giusta è stato costruito senza controlli adeguati ed è diventato uno dei più grandi spazi di intermediazione opaca degli ultimi decenni. Il problema non è stata l’intenzione iniziale, ma l’assenza di anticorpi. Questo governo non ha corretto quell’errore strutturale: lo ha continuato. Ha chiuso un canale senza rafforzare il sistema. Ha bloccato i bonus senza colpire i flussi mafiosi alla radice. E il denaro mafioso, quando incontra un ostacolo, non si ferma: si
sposta. Dai bonus agli appalti, dalla piccola edilizia alle grandi opere. L’errore diventa metodo.
E così per l’abolizione del reato di abuso d’ufficio che, presentata come tutela per sindaci e funzionari, ha smantellato uno dei pochi strumenti capaci di colpire le zone grigie: il punto di contatto tra potere pubblico e interessi privati. Non si è protetta la buona amministrazione ma si è disarmata la capacità dello Stato di intervenire prima che il favore diventi sistema.
Il decreto Caivano, poi, altra bandiera di questo governo, ripete l’errore: più carcere minorile, meno lavoro concreto sui giovani in un territorio dove manca tutto. È una scelta miope perché le mafie prosperano nel carcere precoce. Anticipare e inasprire la punizione lungi da avere un carattere di deterrenza, al contrario significa anticipare l’affiliazione: lo Stato punisce prima, la mafia accoglie prima. Oltretutto si colpisce il disagio, la povertà, la mancanza totale di risorse e prospettive, non le strutture criminali. Si reprime a valle, mai a monte.
Dire che questo governo sia “amico delle mafie” sarebbe una caricatura, ma non è certo un governo antimafia. Ha indebolito controlli, prevenzione e anticorpi. Ha privilegiato la repressione simbolica e trascurato l’economia criminale. Ha parlato di legalità mentre lasciava crescere opacità.
Ed è qui che il cerchio si chiude. Questo referendum, presentato come scelta di modernizzazione, è l’ultimo tassello di (per alcuni il primo passo per) una fragilità più ampia. Un tassello che rende l’antimafia più debole, più lenta, più isolata. Le mafie non chiedono protezione e complicità, ma spazio, stanchezza istituzionale, zone grigie e assenza di visione.
Se vince il Sì, questo spazio si allargherà. Non per una scelta di complicità, ma perché verranno indeboliti proprio gli strumenti che oggi permettono di colpire le mafie dove sono più esposte: nei patrimoni, negli appalti, nelle connessioni con politica e affari.
Le organizzazioni criminali vincono nel silenzio. Vincono quando mettono radici nel sistema economico fino a diventarne parte integrante, quando le maglie del controllo si allargano al punto da permettere loro di confondersi con lo sfondo. Vincono quando la loro presenza non fa più notizia, quando non appare più come un’anomalia, ma come un elemento ordinario del funzionamento dell’economia e dell’amministrazione.
Le mafie diventano presenza normale quando non hanno più bisogno di minacciare, quando operano attraverso società pulite, professionisti rispettabili, procedure apparentemente regolari. Quando non violano le regole in modo plateale ma le abitano, le piegano a loro profitto. È in quel momento che vincono davvero. Non quando sparano, ma quando non disturbano. Non quando fanno paura, ma quando non sembrano più un’emergenza, anzi una risorsa.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
SUCCEDE OVUNQUE GOVERNINO I SOVRANISTI
È un uomo, è una donna, spesso è un bambino. Fugge da una carestia o una guerra,
chiedendo asilo dentro i nostri confini. Ma rappresenta l’alibi perfetto per giustificare ogni pulsione autoritaria, per sequestrare le libertà dei cittadini, oltre alla dignità che spetterebbe pure agli immigrati. Succede in America, ma ormai succede ovunque. Laggiù, quattro giorni dopo il suo solenne giuramento, Donald Trump pubblica la foto di alcuni immigrati irregolari che camminano in fila, ammanettati e in catene, verso un aereo militare che deve riportarli in patria, nel Guatemala. Inizia la nostra età dell’oro, commenta il presidente americano; ma in realtà s’apre un’epoca di ferro. Con una crisi costituzionale segnata in ultimo dalle imprese dell’Ice, la polizia politica agli ordini di Trump: bambini arrestati, manifestanti malmenati, due cittadini americani (Renee Good e Alex Pretti) uccisi a freddo sulla strada.E poi c’è la Francia, per fare un altro esempio. Dove i respingimenti con metodi brutali si ripetono da anni al confine italo-francese, specie alla frontiera di Ventimiglia, ormai militarizzata. Dove Amnesty International ha denunciato vessazioni contro chiunque aiutasse i migranti e i rifugiati a Calais e a Grande-Synthe. E dove le vittime della violenza poliziesca sono varie centinaia,
secondo il media indipendente BastaMag; e per lo più si tratta di uomini con meno di 26 anni, il cui nome ha consonanze magrebine o in genere africane. Finché in ultimo la paranoia securitaria ha preso corpo in una legge: la Loi Sécurité Globale. Una legge liberticida, che prescrive un anno di prigione e 45 mila euro d’ammenda per chiunque diffonda l’immagine di un poliziotto all’opera, con buona pace del diritto all’informazione e della libertà di stampa.C’è inoltre l’Inghilterra, che trasferisce i richiedenti asilo a 6400 chilometri da Londra, grazie a un accordo con il governo del Ruanda costato 140 milioni di sterline. L’accordo venne censurato dai tribunali inglesi e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo; nell’aprile 2024 l’esecutivo si è sbarazzato delle critiche dichiarando per legge – il Rwanda Bill – che il Ruanda è un Paese sicuro, e che nessun giudice potrà mai dire il contrario. Meno sicuro, invece, il diritto di protesta: nel 2022 è entrato in vigore il Police, Crime, Sentencing and Courts Act, che conferisce alle forze dell’ordine maggiori strumenti per fermare le proteste. Ne hanno fatto le spese centinaia di pensionati, arrestati l’anno scorso mentre manifestavano contro il genocidio perpetrato a Gaza.Infine il caso italiano.
Anche alle nostre latitudini l’immigrazione è una risorsa, non solo una minaccia, peraltro gonfiata ad arte da chi paventa la «sostituzione etnica».
Degli immigrati abbiamo necessità per compensare il calo delle nascite, per trovare manodopera in agricoltura o nelle costruzioni o nel turismo, per incrementare le entrate fiscali, per pagare le pensioni ai nostri vecchi.
Se in Italia l’occupazione cresce, è in gran parte merito loro: dal 2022 al 2024 gli occupati nati all’estero sono aumentati del 10 per cento, contro il 2 per cento dei nativi. Ciò nonostante, dal 2002 in Italia impera la legge Bossi-Fini, che ha reso assai più dura la vita agli immigrati, diventando la seconda causa d’arresti in città. E semmai la cambieranno, sarà per inasprirla, per renderla ancora più feroce, come ha annunciato la premier Meloni il 4 giugno 2024. E come è già accaduto con il decreto Cutro (n. 20 del 2023).Ma nel frattempo incrudelisce il trattamento riservato agli italiani. Per esempio con la norma anti-Gandhi: ossia la galera per chiunque interrompa la circolazione stradale con una manifestazione. Uno dei tanti effetti dell’ultimo decreto sicurezza, timbrato nel giugno scorso dalle Camere, che ha introdotto 14 nuovi reati e 9 aggravanti. O forse ormai il penultimo, dato che il governo ha già in grembo la nuova creatura. D’altronde i decreti sicurezza sono come il milleproroghe: arrivano ogni anno, puntuali e puntuti. Mentre il nemico esterno – l’immigrato – non è che un falso bersaglio. Il trofeo di caccia è il nemico interno, e lui invece è un italiano.
Michele Ainis
(da repubblica.it)
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