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L’UCRAINO SQUALIFICATO PER IL CASCO RICEVERA’ 200.000 EURO DAL PRESIDENTE DELLA SQUADRA DI CALCIO SHAKHTAR: “ORGOGLIO E RISPETTO”

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

IL PROPRIETARIO DEL CLUB GLI HA VERSATO LA CIFRA CHE AVREBBE INCASSATO L’ATLETA SE AVESSE VINTO L’ORO

Ha perso le Olimpiadi, ma ha guadagnato il rispetto dei suoi connazionali. E un mucchio di soldi. Vladyslav Heraskevych squalificato dai Giochi invernali di Milano Cortina perché non ha rinunciato al casco con le immagini di atleti ucraini uccisi dalle bombe dei russi in quattro anni di guerra avrà dal proprietario della squadra di calcio Shakhtar Donetsk oltre 200.000 dollari.
“A Vlad Heraskevych è stata negata l’opportunità di competere per la vittoria ai Giochi Olimpici, ma torna in Ucraina da vero vincitore” spiega Akhmetov in un comunicato del club.
“Il rispetto e l’orgoglio che si è guadagnato sono la ricompensa più alta. E io voglio che abbia abbastanza energia e risorse per continuare la sua carriera sportiva, ma anche per lottare per la verità, la libertà e il ricordo di coloro che hanno dato la vita per l’Ucraina”.
La cifra non è casuale: è il premio in denaro che avrebbe guadagnato se avesse vinto la medaglia d’oro ai Giochi nella sua gara di Skeleton.
Il Cio gli ha vietato di gareggiare con quel casco: gli aveva consentito di allenarsi e di parlarne, di parlare dei colleghi uccisi, di mettere una fascia nera al braccio, ma in gara no.
Le regole sul divieto di “messaggi politici” e sulla “le regole sulla libertà di espressione” sono rigide. E non ha voluto ammettere un’eccezione.
Heraskevych ha perso anche il ricorso presso la Corte Arbitrale dello Sport poche ore prima delle ultime due manche della sua competizione, aveva già le prime due manche a causa della sua squalifica.
(da agenzie)

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L’EX MINISTRO DELLO SVILUPPO ECONOMICO, STEFANO PATUANELLI, È IN DISACCORDO CON GIUSEPPE CONTE SULLE “TEMPISTICHE” DEL CAMPO LARGO. L’INGEGNERE TRIESTINO VUOLE ACCELERARE E SANCIRE IL PRIMA POSSIBILE L’ALLEANZA CON PD E ALTRI “PROGRESSISTI”, PER ORGANIZZARE LA CAMPAGNA ANTI-MELONI

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

CONTE TEMPOREGGIA. IL MOTIVO? NON HA MAI ABBANDONATO IL SOGNO DI TORNARE A PALAZZO CHIGI

Il Movimento 5 Stelle di Giuseppe Conte è raccontato spesso come un partito quasi “staliniano”. Nella crisi di identità perenne del suo principale alleato, il Pd dalle mille correnti, l’apparente stabilità del M5s è un dato più unico che raro. Talmente unico, e talmente raro, che a dispetto della superficie, qualcosa si muove.
Anche nell’ex partito di Beppe Grillo, conquistato dall’ex “avvocato del popolo”, inizia a montare una “maretta”, come la definisce “Repubblica”: “L’ultima scossa interna sarebbe stata avvertita nel procedimento per la scelta del futuro capogruppo parlamentare del Senato.
Con il secondo mandato del leader Conte va rinnovato a norma di statuto il vertice. E, secondo le voci interne, l’ex presidente del Consiglio si appresterebbe a varare le nomine dei cinque vicepresidenti, che andranno poi ratificate dal voto on line degli iscritti”.
Continua “Rep.”: “Le fonti più disparate nel M5S danno per scontata l’ascesa di Stefano Patuanelli alla vicepresidenza”. E proprio l’ex ministro dello Sviluppo economico, stando ai rumors di via di Campo Marzio, starebbe emergendo come uno dei principali oppositori di Peppiniello.
Le divergenze tra l’ingegnere triestino e l’ex presidente del Consiglio, in particolare, riguardano i tempi di “attuazione” del Campo largo. Patuanelli, infatti, spinge per sancire il prima possibile, ufficialmente, l’alleanza con il Pd e le altre formazioni “progressiste”.
Conte, invece, che con le sue posizioni critiche verso l’Ucraina e indulgenti verso Putin rappresenta una spina nel fianco dei dem, vuole rimandare la decisione a ottobre, “dopo la pace” (evidentemente è convinto che Trump, che ai tempi di Palazzo Chigi lo chiamava “Giuseppi”, riuscirà a costringere Zelensky alla resa che gli chiede Putin).
L’avvocato di Volturara Appula temporeggia perché è certo di essere lui il “predestinato”, il candidato premier del centrosinistra. Conte non ha mai abbandonato l’ambizione di tornare a Palazzo Chigi: ha vissuto l’avvicendamento con Draghi come il tradimento di un “usurpatore” e il suo sogno è tornare a suonare la campanella in Consiglio dei ministri.
L’ultima scossa interna sarebbe stata avvertita nel procedimento per la scelta del futuro capogruppo parlamentare del Senato. Con il secondo mandato del leader Giuseppe Conte va rinnovato a norma di statuto il vertice, e secondo le voci interne l’ex presidente del Consiglio si appresterebbe a varare le nomine dei cinque vicepresidenti, che andranno poi ratificate dal voto on line degli iscritti.
Al momento nei corridoi delle due Camere più di un parlamentare stellato dà per “blindata” la riconferma della vicaria Paola Taverna; sicura quella di Michele Gubitosa, ma anche di Mario Turco
Se non si passasse da cinque a sette vicepresidenti (è una delle ipotesi a cui sta lavorando Conte) sarebbero comunque almeno due i posti da assegnare ex novo: quello di Riccardo Ricciardi, da oltre un anno capogruppo alla Camera, e quello dell’ex sindaca di Torino, Chiara Appendino, dimessasi a ottobre in polemica con quella che ha definito l’eccessiva attenzione del Movimento contiano alle “alleanze di palazzo”.
Le fonti più disparate nel M5S danno per scontata l’ascesa di Stefano Patuanelli alla vicepresidenza, ma c’è anche un tema di equilibri di genere: fra le donne in corsa ci sono l’ex vicepresidente del gruppo a Montecitorio Vittoria Baldino (che però “vorrebbe una delega vera”, raccontano a Montecitorio) e la presidente della Vigilanza Rai Barbara Floridia. Candidato alla promozione anche Ettore Licheri, ex presidente dei senatori, che potrebbe rientrare in un eventuale organico a sette.

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DALLA CHIESA ARRIVA UNO SCHIAFFONE ALLA TRUMPETTA: IL SEGRETARIO DI STATO VATICANO, PIETRO PAROLIN, FA SAPERE CHE “IL VATICANO NON PARTECIPERÀ AL BOARD OF PEACE PER GAZA”. E CRITICA LA DECISIONE DI GIORGIA MELONI DI SALIRE A BORDO DEL BARACCONE DI TRUMP

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

“ABBIAMO PRESO NOTA CHE L’ITALIA PARTECIPERÀ COME OSSERVATORE, EVIDENTEMENTE CI SONO PUNTI CHE LASCIANO PERPLESSI, PUNTI CRITICI CHE AVREBBERO BISOGNO DI TROVARE DELLE SPIEGAZIONI”

“Il Vaticano non parteciperà al Board of Peace per Gaza. Poi abbiamo preso nota che l’Italia parteciperà come osservatore, evidentemente ci sono punti che lasciano perplessi, punti critici che avrebbero bisogno di trovare delle spiegazioni.
La cosa importante è che si stia tentando di dare una risposta ma per noi ci sono delle criticità che andrebbero risolte”.
Lo ha detto il segretario di stato vaticano, il cardinale Pietro Parolin, lasciando palazzo Borromeo dopo il bilaterale con l’Italia con il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e la premier Giorgia Meloni.
Il segretario di Stato ha anche indicato qual è una delle “criticità” che per il Vaticano andrebbero risolte, vale a dire il ruolo delle Nazioni Unite nelle crisi internazionali: “una preoccupazione – ha spiegato infatti Parolin – è che a livello internazionale è soprattutto l’Onu che gestisce queste crisi”.
(da agenzie)

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TELE-MELONI CONTINUA A COLLEZIONARE INSUCCESSI E ORMAI IL SERVIZIO PUBBLICO SI RITROVA IN UN PANTANO: IN TRE ANNI LO SHARE È SCESO DI TRE PUNTI, DAL 38% AL 35% A FAVORE DI MEDIASET, CHE SI RINFORZA

Febbraio 18th, 2026 Riccardo Fucile

ALLA MANCANZA DI IDEE SI AGGIUNGONO LE FIGURACCE: IL RISULTATO È STATO QUELLO DI TUMULARE L’IDENTITÀ DELLE SINGOLE RETI… NON È UN CASO CHE AD AVERE LA PEGGIO SIA STATA RAI2, COLATA A PICCO, MENTRE RAI3 RESTA IN PIEDI SOLO GRAZIE AI PROGRAMMI STORICI COME “REPORT” E “CHI L’HA VISTO?”

L’ora più buia della Rai si riassume in una cifra: tre punti in meno di share negli ultimi tre anni. Dal 38 al 35, uno per cento. Tre punti che incidentalmente coincidono con la rottamazione dei vertici di viale Mazzini e le bordate della Lega di Matteo Salvini per non aumentare i finanziamenti alla Rai.
Risultato: la Tv pubblica con meno spot e meno risorse crolla e Mediaset si rinforza. Da un lato poche idee e meno investimenti su programmi e acquisizioni, dall’altro continuità manageriale e prodotti convincenti. Così, in cerca di una nuova identità editoriale crolla Raidue e cresce Rete4.
Come a dire: le strategie in campo e il ricambio in atto non hanno portato fortuna alla causa di “Tele Meloni”. Le reti pubbliche finiscono nel pantano mentre più o meno tutte le concorrenti private crescono in fatturato e ascolti.
Infatti, nonostante l’anno appena passato sia segnato dalla Tv generalista in calo del 2, 82 per cento (da 8,15 a 7,92 milioni di individui nel minuto medio), Mediaset si porta a casa un più 1,26% grazie ad una gestione efficace del pubblico e a un’architettura di palinsesto orientata alla continuità.
In questi ultimi tre anni si è passati da un’offerta per reti a un’offerta per generi («troppo confusa» sostengono tecnici ed esperti del settore) e nella partita sono «saltati non solo i parametri e la capacità di gestione del palinsesto» ma le certezze e le identità delle reti
I casi più emblematici sono Raidue ma anche Raitre. La seconda rete è il punto massimo dell’instabilità strategica nel confronto tra i due anni (2024-2025). Ha subito continue riorganizzazioni di palinsesto, e perfino Il collegio, storico format di successo, solo in questo inizio di anno ha subito ben tre cambiamenti di giorno nel palinsesto prima di essere retrocesso definitivamente in seconda serata.
Stessa situazione per Raitre che perde solo lo 0,21% di share grazie alla “coerenza” di pubblico e a pilastri informativi come Report stabilmente sopra la media dell’8 per cento di share, Chi l’ha visto? e Splendida cornice che si conferma intorno al milione di spettatori.
E Raiuno? Resta a galla per via della fiction e degli eventi ma per il resto è allarme. Un allarme che preoccupa – e non potrebbe essere diversamente – anche l’azionista di riferimento della Rai, il ministero del Tesoro sul cui tavolo è stato recapitato uno studio sulla crisi che investe mamma Rai: sia nel merito degli ascolti sia sul fronte dei ricavi. Il nodo, infatti, è editoriale ma anche finanziario.
La polemica sul direttore di Raisport, Paolo Petrecca «è un mini-simbolo della debacle, di come è gestita l’azienda rimasta orfana di dirigenti e uomini prodotto, sì lottizzati ma almeno capaci». Risorse, che la Rai in questa fase non possiede: perché i tetti pubblicitari sono diventati invalicabili e ferrei e perché il canone non è mai stato agganciato nemmeno all’inflazione. E così, o si vara una profonda riorganizzazione dell’azienda «o la concorrenza schiaccerà la Tv pubblica».
Come accaduto, ad esempio, nella recente perdita dei diritti delle Atp Finals a vantaggio del rivale dove racconta un top manager di viale Mazzini, «Mediaset ha fatto solo il suo mestiere. È la Rai che non aveva le risorse per vincere la gara». Taglia oggi e taglia domani, (certo la Bbc sta peggio che annuncia tagli per 600 milioni) lascia andare via Flavio Insinna, Amadeus e Fabio Fazio anche Rete 4 è cresciuta al 7,7%, Italia 1 del 2, 51% e perfino Affari Tuoi, da leader incontrastato dell’anno passato, ha ceduto lo scettro alla Ruota di Jerry Scotti.
Dal settembre dello scorso anno al 7 febbraio scorso (Olimpiadi escluse), in prima serata, Mediaset si piazza al 22,23 per cento di share e Raiuno si ferma al 21,11. Sul fronte generaliste non va meglio a mamma Rai (secondo i dati Auditel elaborati da studio Frasi): Mediaset più 20,3 per cento contro la Rai a meno 9,5%. E in prima serata il quadro non migliora, anzi: in termini di audience più 45,1% di share Canale 5 meno 9,6 per cento Raiuno.
La Rai punta tutto sull’accoppiata Sanremo-Olimpiadi. I risultati di Milano-Cortina premiano gli ascolti. E perfino Raidue esce dal coma risalendo al 14,02 per cento. Lo sport e le medaglie vinte richiamano gli italiani. Ma il tema non è nella sfida sulla lunga distanza. Anche i Tg battono la fiacca. Con il segno più davanti ci sono solo il Tg5 di Clemente Mimun, il notiziario del Tg4 e Studio aperto

(da agenzie)

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SALVINI HA IL SABOTATORE IN CASA: GIORGETTI. NEGLI UFFICI DEL TESORO SONO INCAGLIATI 27 PROVVEDIMENTI PRESENTATI DAL MINISTERO DEI TRASPORTI GUIDATO DAL LEADER LEGHISTA

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

IN 24 CASI A FRENARE I TESTI È STATO IL DIPARTIMENTO DEL MEF (VEDI IL DIRETTORE GENERALE, FRANCESCO SORO)… IL CASO CHE FA GIRARE PIÙ LE PALLE A SALVINI È LO STOP ALLA RIFORMA DEL CODICE DELL’EDILIZIA, CHE DÀ IL VIA LIBERA A UNA SANATORIA E DEI TITOLI ABILITATIVI. IN QUESTO CASO LO STOP È STATO DECISO DALLA RAGIONERIA GENERALE, GUIDATA DA DARIA PERROTTA, FEDELISSIMA DI GIORGETTI

Il contraccolpo più pesante è sul disegno di legge per la riforma del Testo unico dell’edilizia. Per Matteo Salvini conta molto. Vale il via libera alle procedure semplificate e al riordino dei titoli abilitativi, ma soprattutto una corsia preferenziale per una nuova sanatoria. In ballo c’è il bollino della Lega sul tema della casa.
Conteso da Fratelli d’Italia e FI, perciò da blindare e velocizzare. Ecco perché il supplemento di indagine della Ragioneria sta generando malumori ai piani alti del partito di via Bellerio. L’irritazione nei confronti del Mef, guidato da Giancarlo Giorgetti – leghista anche lui – è così forte che nelle ultime ore gli uomini più vicini al leader del Carroccio hanno iniziato a mettere in fila i provvedimenti del Mit in attesa di una risposta dal ministero dell’Economia.
Il censimento è stato chiuso mercoledì scorso: sulle scrivanie di via XX settembre sono fermi 27 provvedimenti. Da settimane, se non da mesi. Tre non hanno ancora ricevuto la bollinatura della Ragioneria.
È il caso, appunto, della delega al governo per l’adozione del nuovo Codice dell’edilizia: il disegno di legge è stato approvato dal Consiglio dei ministri il 4 dicembre scorso, ma i funzionari del Mef non hanno ancora dato il loro benestare. In attesa del sigillo c’è anche il decreto sui commissari delle opere pubbliche che il Cdm ha licenziato il 5 febbraio.
Ma il caso più eclatante è il disegno di legge «in materia di sicurezza delle ferrovie e delle infrastrutture stradali e autostradali». Dentro ci sono norme sensibili, dalle manutenzioni alle ispezioni. Tutti passaggi fondamentali per migliorare la vigilanza su binari e strade. Il disco verde del governo risale al 24 maggio del 2024, ma anche questo provvedimento è in stand-by.
Gli altri 24 testi fanno riferimento a provvedimenti «in attesa di riscontro», in gran parte decreti interministeriali che necessitano della firma di Giorgetti per entrare in vigore. È il cosiddetto concerto. Come quello che il Mit ha richiesto proprio al Mef lo scorso 8 ottobre per sbloccare l’assegnazione delle risorse del fondo per il finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale.
Un altro esempio, sempre relativo al concerto: la richiesta della controfirma del titolare dell’Economia al decreto interministeriale per aggiornare il contratto di programma tra il Mit e Rfi è partita dagli uffici di Salvini il 24 dicembre scorso. La posta in gioco è di quelle che contano (e costano): gli investimenti ferroviari. Anche in questo caso mancherebbe una risposta dell’Economia.
(da Repubblica)

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MELONI FULMINATA! PRODUTTORI ENERGETICI E PICCOLE E MEDIE IMPRESE SONO IN RIVOLTA PER IL DECRETO BOLLETTE, ATTESO DOMANI IN CONSIGLIO DEI MINISTRI, CHE CAMBIA IL MECCANISMO DI FORMAZIONE DEL PREZZO DELL’ENERGIA ALL’INGROSSO SUL MERCATO ITALIANO E MODIFICA IL SISTEMA DEGLI INCENTIVI ALLE RINNOVABILI

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

CONFCOMMERCIO E CONFARTIGIANATO: “MANCA UNA RIDUZIONE DEGLI ONERI DI SISTEMA, CHE PESANO PER OLTRE IL 20% SUL TOTALE DELLA BOLLETTA ELETTRICA”,,, I MERCATI GIA’ BOCCIANO LA MISURA: SI È REGISTRATA UNA MASSICCIA VENDITA DEI TITOLI ENERGETICI NEGLI ULTIMI GIORNI

Continua a salire la tensione sul decreto Bollette, studiato dal governo per ridurre i costi energetici alle famiglie a basso reddito e a sostenere la competitività delle imprese. Il provvedimento, atteso domani in Consiglio dei ministri, con l’ultima bozza trapelata ha sollevato preoccupazioni per le misure che ci sono e per quelle che non ci sono.
E, a parte il bonus da 90 euro previsto per quest’anno per le famiglie a basso reddito che ricevono già il bonus sociale, molte delle altre misure allarmano o deludono. L’allarme scattato tra i produttori energetici riguarda gli articoli del decreto che cambierebbero il meccanismo di formazione del prezzo dell’energia sul mercato italiano all’ingrosso «Mgp» e che modificherebbero il sistema degli incentivi esistenti alle energie rinnovabili.
La flessione dei titoli in Borsa, dopo i cali di giovedì e venerdì scorso, è proseguita ieri: Enel -1,35%, A2a -1,62%, Erg -0,46 per cento. Ma al di là del settore dell’elettricità, il decreto non piace quasi a nessuno.
Le più deluse sono le micro e le Pmi. Confcommercio e Confartigianato puntano il dito sulle misure che non ci sono. «Confcommercio — riporta una nota
dell’associazione presieduta da Carlo Sangalli — apprezza l’impostazione complessiva
Risulta, però, assente – se fosse confermata la bozza di decreto – una misura specificamente dedicata alle Mpmi (Micro, Piccole e Medie Imprese, ndr) di riduzione strutturale e generalizzata degli oneri di sistema, che ancora oggi pesano per oltre il 20% sul totale della bolletta elettrica.
Tale intervento potrebbe trovare adeguata copertura finanziaria mediante l’impiego di quota parte dei proventi derivanti dalle aste delle quote di emissione di CO2». Gli oneri di sistema sono il costo per il sostegno alle rinnovabili e alla cogenerazione, che vale circa il 10% delle bollette della luce.
Sulla stessa lunghezza d’onda per quanto riguarda gli oneri è Confartigianato, che parla di «effetto ottico» e spiega che «l’allungamento dei tempi di pagamento degli oneri fino a 10 anni, al tasso di interesse del 6%, riduce il costo annuale della bolletta ma ne aumenta l’impatto reale complessivo sui consumatori, pari, sembrerebbe, a 10 miliardi»i
E dopo Coldiretti, in merito alle misure che impattano sui prezzi minimi garantiti alle bioenergie agricole ieri hanno espresso timori anche Confagricoltura ed Ebs (Energia da Biomasse Solide). «Il plafond previsto per i prossimi anni per i Prezzi minimi garantiti — commenta Alessandro Bettoni, presidente della Federazione Nazionale Bioeconomia di Confagricoltura — va rivisto. Il plafond destinato al biogas è estremamente limitato e non adeguato al numero di impianti in produzione».
(da agenzie)

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“LO STESSO COLONO CHE MI AVEVA AGGREDITO L’ANNO SCORSO HA NUOVAMENTE GUIDATO UN ATTACCO CONTRO LA MIA CASA E LA MIA FAMIGLIA”: IL REGISTA PALESTINESE HAMDAN BALLAL, VINCITORE DEL PREMIO OSCAR PER IL DOCUMENTARIO “NO OTHER LAND”, RACCONTA DI ESSERE STATO AGGREDITO DA UN GRUPPO DI COLONI ISRAELIANI NELLA SUA CASA IN CISGIORDANIA

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

“MIO FRATELLO HA CHIAMATO LA POLIZIA PER DENUNCIARE L’INCURSIONE. L’ESERCITO È ARRIVATO PER PRIMO E HA FATTO IRRUZIONE IN CASA NOSTRA, ATTACCANDO TUTTI COLORO CHE ERANO ALL’INTERNO. POI HANNO ARRESTATO DUE DEI MIEI FRATELLI, UN NIPOTE E UN CUGINO. UN ALTRO FRATELLO È RIMASTO FERITO E ORA È IN OSPEDALE”

“Questo pomeriggio, quasi un anno dopo la vittoria dell’Oscar, lo stesso colono che mi aveva aggredito poco dopo il mio ritorno da Los Angeles ha nuovamente guidato un attacco contro la mia casa e la mia famiglia. Quattro dei miei familiari sono attualmente in stato di arresto e uno è in ospedale”.
Lo denuncia il regista palestinese Hamdan Ballal, tra gli autori del documentario No Other Land sulle vessazioni subite dai palestinesi in Cisgiordania. “Shem Tov Lusky è venuto con le sue greggi a casa mia. Mio fratello ha chiamato la polizia per denunciare l’incursione. L’esercito è arrivato per primo e ha fatto irruzione in casa nostra, attaccando tutti coloro che erano all’interno. Poi hanno arrestato due dei miei fratelli, un nipote e un cugino. Un altro fratello è rimasto gravemente ferito e ora è in ospedale”, ha raccontato nel profilo Instagram nootherland.film.
“Invito tutti i giornalisti e i diplomatici a venire a trovare me e la mia famiglia questo martedì 17 febbraio, per sapere come la situazione sia peggiorata nell’anno trascorso dalla vittoria dell’Oscar, così come in tutta la Cisgiordania”, ha aggiunto, ricordando che “due settimane fa siamo riusciti a ottenere dal tribunale israeliano una decisione che vietava l’accesso ai non residenti nella zona intorno a casa mia, ma i coloni violano l’ordine e continuano a venire con le loro greggi quasi ogni giorno”, mentre “polizia” ed “esercito non fanno nulla”.
(da agenzie)

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L’AFFETTATRICE ESIBITA A “OTTO E MEZZO” DA ALESSANDRO SALLUSTI, OVVERO DIMMI CHE AFFETTATRICE HAI E TI DIRÒ CHI SEI, : “È PER DEFINIZIONE UN SIMBOLO DI STATUS, CREDO SIA UNA BERKEL, LA ROLLS ROYCE DELLE AFFETTATRICI”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

“CHIUNQUE AMBISCA A SEGNALARE LA PROPRIA IRRESISTIBILE EVIDENZA SOCIO-PROFESSIONALE HA L’OBBLIGO QUASI SUPREMATISTICO DI POSSEDERNE UN MODELLO, MAGARI PLURIACCESSORIATO”

Come ben sanno le persone di mondo, l’affettatrice che Alessandro Sallusti, portavoce meloniano per l’imminente referendum, mostra pervicamente alle sue spalle durante, metti, i collegamenti con Lilli Gruber su La7, è per definizione un simbolo di status, credo, se vogliamo entrare nel dettaglio e nei listini, sia una Berkel, la Rolls Royce delle affettatrici.
Dubito quindi si tratti di una presenza accidentale, un semplice oggetto di sfondo, casualmente domestico. Si sappia infatti che chiunque ambisca a segnalare la propria irresistibile evidenza socio-professionale, al di là del mestiere svolto, ha l’obbligo quasi suprematistico di possederne – tra cucina, tinello, tavernetta o grottino – un modello, magari pluriaccessoriato, totemicamente lì, nella propria dimora, poco importa se cittadina, collinare, lacustre o direttamente a bordo mare.
Irrilevante perfino quanto venga usata, se abbia mai sfiorato un prosciutto. La sua presenza, volendo, come tu hai rimarcato, agli occhi di alcuni potrebbe anche
figurare come metafora e suggestione “pizzicarola”, in realtà è già simbolo informale del fronte del Sì al referendum sulla separazione delle carriere togate. Detto questo, come direbbe la “Settimana Enigmistica”, aguzzando la vista, sono quasi certo che la ritroveremo presente fino al giorno delle urne in forma di monito elettorale.
(da Dagospia)

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“QUANDO LA SMETTERÀ ELLY SCHLEIN DI CHIEDERE A GIORGIA MELONI DI DISSOCIARSI DAI SUOI FEDELI ESECUTORI?”

Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile

PINO CORRIAS SULLE PAROLE DI NORDIO E LE CORRENTI DELLA MAGISTRATURA CHE SI MUOVONO IN “MODALITÀ PARAMAFIOSA”: “INVECE DI CRITICARE LA SCEMPIAGGINE DEL MINISTRO, ELLY INVOCA LA SOLITA RICHIESTA INFANTILE: ‘GIORGIA DISSOCIATI!’, LASCIANDO INTENDERE CHE ESISTA UNA MELONI MIGLIORE DI QUELLA CHE IN QUATTRO ANNI DI GOVERNO HA IDEATO LA RIFORMA, L’HA IMPOSTA CON IL VOTO DI FIDUCIA, E OGGI NE PRETENDE LA RATIFICA REFERENDARIA”

Ma quando la smetterà Elly Schlein di chiedere a Giorgia Meloni di dissociarsi dai suoi fedeli esecutori? Davvero crede che Carlo Nordio, ministro giustiziere della Giustizia, parli per sé e non a nome della sua mandante, la signora-in-capo del governo, nonché ponte dei sospiri tra la bella nazione che fu l’Italietta delle trame e i furori trumpiani della peggiore America di sempre?
Disse l’altro giorno Nordio, con ghiaccio o senza, che i magistrati navigatori di correnti si muovono in “modalità paramafiosa”, enormità che ha provato a ridimensionare attribuendo il sanguinoso giudizio a un pubblico ministero – Nino Di Matteo, palermitano – che in tutt’altro contesto e con altri intenti, disse nel 2020.
Invece di criticare la scempiaggine del ministro, sventatamente offensiva per il ruolo istituzionale che ricopre e per i molti magistrati che in modalità assai mafiosa furono fucilati sulle strade della nostra storia, Elly invoca la solita richiesta infantile: “Giorgia dissociati!”, attribuendole una superiorità ideologica, una distanza morale, che le consentirebbe di correggere l’insulto e ripulire il latte versato
Di più: lasciando intendere che esista una Meloni migliore di quella che in quattro anni di governo ha ideato la riforma, l’ha fatta correre a testa bassa, l’ha imposta con il voto di fiducia, e oggi ne pretende la ratifica referendaria: una Meloni timida, moderata, pronta a dire: no, non era questo il senso.
Ma Nordio non è l’errore della frase. È l’esecutore della frase. Non è un lapsus del potere, ma la sua grammatica. Chiederne la dissociazione è patetico. Peggio ancora: ingenuo. Come se il potere fosse un malinteso linguistico da aggiustare. E non invece un progetto.
(da Il Fatto Quotidiano)

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