Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
OGNI RIFORMA CHE ALLENTA L’AUTONOMIA DEI PM RENDE PIU’ DIFFICILE LA LOTTA ALLA MAFIA
Il referendum costituzionale sulla separazione delle carriere dei magistrati del 22 e 23 marzo ha quale posta in gioco non solo l’assetto e l’indipendenza della magistratura, ma la tenuta della nostra antimafia. Ogni riforma che indebolisce l’autonomia del pubblico ministero, che frammenta il governo della magistratura o che espone l’azione giudiziaria al conflitto politico produce sempre infatti lo stesso effetto: rende più difficile colpire il potere mafioso lì dove oggi è più forte. Che non è la criminalità di strada per la quale il panpenalismo caro al governo Meloni ha moltiplicato le figure di reato che non aumentano la sicurezza ma sovraccaricano tribunali già al limite. Ma è l’economia, sono gli appalti pubblici, dove la politica intreccia rapporti con i grandi interessi che muovono merci e capitali. E che questa riforma non scalfisce in alcun modo.
Votare Sì al referendum sulla separazione delle carriere finisce dunque per aiutare le mafie. Perché tutto ciò che indebolisce chi le contrasta ha come diretta conseguenza quella di rafforzarle. E non si tratta di una posizione ideologica, ma della presa d’atto di una costante storica: le organizzazioni mafiose prosperano quando l’azione giudiziaria è più fragile, più divisa, più isolata, più strumentalizzata a fini politici (da Garlasco alla famiglia nel bosco) al solo scopo di generare sfiducia e indebolirla nel suo complesso. E questa riforma sottoposta a referendum — al di là della retorica sulla “modernizzazione” — va esattamente in quella direzione.
Una magistratura più divisa è una magistratura più vulnerabile. E una magistratura vulnerabile è meno efficace nel colpire le mafie dove contano davvero: nei flussi finanziari, nelle relazioni opache, nelle zone grigie dove legalità e illegalità si confondono. Le grandi indagini antimafia non si reggono sull’eroismo dei singoli, ma su strutture solide, coordinate e indipendenti, capaci di sostenere inchieste lunghe, complesse e spesso scomode. E dunque, quando questi presìdi si indeboliscono, l’effetto è che le inchieste rallentano fino a spegnersi.
Si obietta che la separazione delle carriere è una semplice questione tecnica. E, in astratto, l’osservazione sarebbe persino condivisibile. Ma il referendum non chiama a decidere su un modello ideale di organizzazione giudiziaria. L’esito del referendum peserà su un sistema già sotto pressione. Separare il pubblico ministero significa renderlo più solo, più esposto, più governabile. Significa alterare gli equilibri del Csm e aumentare la permeabilità dell’ordine giudiziario all’influenza dell’esecutivo attraverso carriere, nomine e disciplina.
La separazione delle carriere non toglie potere allo Stato: lo concentra. E ogni volta che il potere si concentra nell’esecutivo, i contrappesi democratici rischiano seriamente di indebolirsi. Per la gioia delle mafie. Che non temono l’arresto del singolo boss, ma uno Stato capace di ricostruire reti, patrimoni e relazioni con il potere economico e politico.
Gli osservatori attenti sanno bene come il mito dell’antimafia di cui questo governo ama dirsi custode e paladino è una narrazione falsa. Dietro la retorica di durezza e inflessibilità, le scelte concrete di governo non rafforzano l’antimafia, ma rendono più tollerabile, silenziosa, normale — sì, normale è la parola esatta — la presenza mafiosa nell’economia legale. E del resto le mafie oggi cercano questo: normalità: società formalmente pulite, subappalti, professionisti insospettabili, crediti fiscali, intermediazioni. È su questo terreno che si misura la serietà di un governo ed è proprio qui che gli anticorpi sono stati indeboliti. Senza girarci troppo intorno, questo governo ha “imposto” una riforma costituzionale escludendo dalla discussione il Parlamento. E ha spesso presentato questa riforma come una “punizione” per la magistratura che — a suo dire — deve essere “ridimensionata”, ma allo stesso tempo senza che ne venga indicata una prospettiva futura. Perché se è vero che la separazione delle carriere è un primo passo per una riforma strutturale della giustizia, è lecito domandarsi: cosa verrà dopo?
Con queste premesse non è possibile firmare assegni in bianco. Non in un sistema che rende il pubblico ministero più isolato, più esposto, più governabile.
E che la bandiera antimafia di questo governo sia solo forma e non sostanza lo dimostrano le sue decisioni. A cominciare dal nuovo Codice degli appalti che non favorisce le mafie per una singola soglia o procedura, ma perché modifica il clima dell’economia pubblica: meno controllo preventivo, più discrezionalità; meno regole impersonali, più relazioni. La parola chiave diventa “fiducia”. Ma le mafie non hanno mai temuto la fiducia: l’hanno sempre sfruttata. Dove lo Stato rinuncia a verificare prima, qualcun altro entra subito: meno gare, infatti, significa meno trasparenza, perché le mafie non vincono le gare, ottengono incarichi. La moltiplicazione dei subappalti spezza i controlli e rende invisibile l’origine dei capitali; la velocità diventa un valore in sé, comprimendo verifiche e istruttorie. E i controlli? Quelli arrivano dopo, quando i flussi si sono già mossi.
In questo quadro, il funzionario pubblico è più solo, mentre l’Autorità anticorruzione viene progressivamente ridotta a un ruolo di osservazione, non di interdizione.
Le mafie non temono chi segnala e dà avvio a procedure dai tempi lunghi. Le mafie temono chi può fermarle subito. E resta poi il grande assente: il governo dei flussi finanziari. È lì che le mafie operano oggi, perché non cercano visibilità, ma rendimenti.
A questo si aggiunge un altro fronte decisivo, spesso mascherato dal linguaggio dei diritti: la limitazione delle intercettazioni. Anche qui l’equivoco è voluto. La privacy non si difende impedendo di intercettare, ma impedendo di pubblicare ciò che non ha rilevanza penale. Ridurre o scoraggiare l’uso delle intercettazioni nelle indagini antimafia è un regalo alle organizzazioni criminali. Le mafie di oggi non parlano con le armi, ma con telefoni, messaggi cifrati, mediazioni informali. Senza intercettazioni non si vedono le reti, solo gli effetti finali. Limitare questo strumento non tutela i diritti: rende le mafie più tranquille.
Lo stesso schema si è visto nella gestione dell’edilizia durante il periodo Covid. Un incentivo nato da un’idea giusta è stato costruito senza controlli adeguati ed è diventato uno dei più grandi spazi di intermediazione opaca degli ultimi decenni. Il problema non è stata l’intenzione iniziale, ma l’assenza di anticorpi. Questo governo non ha corretto quell’errore strutturale: lo ha continuato. Ha chiuso un canale senza rafforzare il sistema. Ha bloccato i bonus senza colpire i flussi mafiosi alla radice. E il denaro mafioso, quando incontra un ostacolo, non si ferma: si
sposta. Dai bonus agli appalti, dalla piccola edilizia alle grandi opere. L’errore diventa metodo.
E così per l’abolizione del reato di abuso d’ufficio che, presentata come tutela per sindaci e funzionari, ha smantellato uno dei pochi strumenti capaci di colpire le zone grigie: il punto di contatto tra potere pubblico e interessi privati. Non si è protetta la buona amministrazione ma si è disarmata la capacità dello Stato di intervenire prima che il favore diventi sistema.
Il decreto Caivano, poi, altra bandiera di questo governo, ripete l’errore: più carcere minorile, meno lavoro concreto sui giovani in un territorio dove manca tutto. È una scelta miope perché le mafie prosperano nel carcere precoce. Anticipare e inasprire la punizione lungi da avere un carattere di deterrenza, al contrario significa anticipare l’affiliazione: lo Stato punisce prima, la mafia accoglie prima. Oltretutto si colpisce il disagio, la povertà, la mancanza totale di risorse e prospettive, non le strutture criminali. Si reprime a valle, mai a monte.
Dire che questo governo sia “amico delle mafie” sarebbe una caricatura, ma non è certo un governo antimafia. Ha indebolito controlli, prevenzione e anticorpi. Ha privilegiato la repressione simbolica e trascurato l’economia criminale. Ha parlato di legalità mentre lasciava crescere opacità.
Ed è qui che il cerchio si chiude. Questo referendum, presentato come scelta di modernizzazione, è l’ultimo tassello di (per alcuni il primo passo per) una fragilità più ampia. Un tassello che rende l’antimafia più debole, più lenta, più isolata. Le mafie non chiedono protezione e complicità, ma spazio, stanchezza istituzionale, zone grigie e assenza di visione.
Se vince il Sì, questo spazio si allargherà. Non per una scelta di complicità, ma perché verranno indeboliti proprio gli strumenti che oggi permettono di colpire le mafie dove sono più esposte: nei patrimoni, negli appalti, nelle connessioni con politica e affari.
Le organizzazioni criminali vincono nel silenzio. Vincono quando mettono radici nel sistema economico fino a diventarne parte integrante, quando le maglie del controllo si allargano al punto da permettere loro di confondersi con lo sfondo. Vincono quando la loro presenza non fa più notizia, quando non appare più come un’anomalia, ma come un elemento ordinario del funzionamento dell’economia e dell’amministrazione.
Le mafie diventano presenza normale quando non hanno più bisogno di minacciare, quando operano attraverso società pulite, professionisti rispettabili, procedure apparentemente regolari. Quando non violano le regole in modo plateale ma le abitano, le piegano a loro profitto. È in quel momento che vincono davvero. Non quando sparano, ma quando non disturbano. Non quando fanno paura, ma quando non sembrano più un’emergenza, anzi una risorsa.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
SUCCEDE OVUNQUE GOVERNINO I SOVRANISTI
È un uomo, è una donna, spesso è un bambino. Fugge da una carestia o una guerra,
chiedendo asilo dentro i nostri confini. Ma rappresenta l’alibi perfetto per giustificare ogni pulsione autoritaria, per sequestrare le libertà dei cittadini, oltre alla dignità che spetterebbe pure agli immigrati. Succede in America, ma ormai succede ovunque. Laggiù, quattro giorni dopo il suo solenne giuramento, Donald Trump pubblica la foto di alcuni immigrati irregolari che camminano in fila, ammanettati e in catene, verso un aereo militare che deve riportarli in patria, nel Guatemala. Inizia la nostra età dell’oro, commenta il presidente americano; ma in realtà s’apre un’epoca di ferro. Con una crisi costituzionale segnata in ultimo dalle imprese dell’Ice, la polizia politica agli ordini di Trump: bambini arrestati, manifestanti malmenati, due cittadini americani (Renee Good e Alex Pretti) uccisi a freddo sulla strada.E poi c’è la Francia, per fare un altro esempio. Dove i respingimenti con metodi brutali si ripetono da anni al confine italo-francese, specie alla frontiera di Ventimiglia, ormai militarizzata. Dove Amnesty International ha denunciato vessazioni contro chiunque aiutasse i migranti e i rifugiati a Calais e a Grande-Synthe. E dove le vittime della violenza poliziesca sono varie centinaia,
secondo il media indipendente BastaMag; e per lo più si tratta di uomini con meno di 26 anni, il cui nome ha consonanze magrebine o in genere africane. Finché in ultimo la paranoia securitaria ha preso corpo in una legge: la Loi Sécurité Globale. Una legge liberticida, che prescrive un anno di prigione e 45 mila euro d’ammenda per chiunque diffonda l’immagine di un poliziotto all’opera, con buona pace del diritto all’informazione e della libertà di stampa.C’è inoltre l’Inghilterra, che trasferisce i richiedenti asilo a 6400 chilometri da Londra, grazie a un accordo con il governo del Ruanda costato 140 milioni di sterline. L’accordo venne censurato dai tribunali inglesi e dalla Corte europea dei diritti dell’uomo; nell’aprile 2024 l’esecutivo si è sbarazzato delle critiche dichiarando per legge – il Rwanda Bill – che il Ruanda è un Paese sicuro, e che nessun giudice potrà mai dire il contrario. Meno sicuro, invece, il diritto di protesta: nel 2022 è entrato in vigore il Police, Crime, Sentencing and Courts Act, che conferisce alle forze dell’ordine maggiori strumenti per fermare le proteste. Ne hanno fatto le spese centinaia di pensionati, arrestati l’anno scorso mentre manifestavano contro il genocidio perpetrato a Gaza.Infine il caso italiano.
Anche alle nostre latitudini l’immigrazione è una risorsa, non solo una minaccia, peraltro gonfiata ad arte da chi paventa la «sostituzione etnica».
Degli immigrati abbiamo necessità per compensare il calo delle nascite, per trovare manodopera in agricoltura o nelle costruzioni o nel turismo, per incrementare le entrate fiscali, per pagare le pensioni ai nostri vecchi.
Se in Italia l’occupazione cresce, è in gran parte merito loro: dal 2022 al 2024 gli occupati nati all’estero sono aumentati del 10 per cento, contro il 2 per cento dei nativi. Ciò nonostante, dal 2002 in Italia impera la legge Bossi-Fini, che ha reso assai più dura la vita agli immigrati, diventando la seconda causa d’arresti in città. E semmai la cambieranno, sarà per inasprirla, per renderla ancora più feroce, come ha annunciato la premier Meloni il 4 giugno 2024. E come è già accaduto con il decreto Cutro (n. 20 del 2023).Ma nel frattempo incrudelisce il trattamento riservato agli italiani. Per esempio con la norma anti-Gandhi: ossia la galera per chiunque interrompa la circolazione stradale con una manifestazione. Uno dei tanti effetti dell’ultimo decreto sicurezza, timbrato nel giugno scorso dalle Camere, che ha introdotto 14 nuovi reati e 9 aggravanti. O forse ormai il penultimo, dato che il governo ha già in grembo la nuova creatura. D’altronde i decreti sicurezza sono come il milleproroghe: arrivano ogni anno, puntuali e puntuti. Mentre il nemico esterno – l’immigrato – non è che un falso bersaglio. Il trofeo di caccia è il nemico interno, e lui invece è un italiano.
Michele Ainis
(da repubblica.it)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
POTREBBE ROMPERSI IL GIOCO DEI VASI COMUNICANTI CHE PROTEGGE IL CENTRODESTRA E CHE CONSENTE DI TRASFERIRE IL CONSENSO DA UN PARTITO ALL’ALTRO SENZA PERDERE CONSENSI
NEL COMPLESSO
Per la prima volta rischia di rompersi il gioco di vasi comunicanti che da sempre protegge il centrodestra e consente di trasferire il consenso da uno schieramento all’altro senza perdite significative nel complesso. Con il partito di Roberto Vannacci in campo, se (quando) succederà, addio equilibrio idrostatico: rivolo o
torrente che sia, il voto per il generale sarà voto contro la maggioranza, la premier, le sue scelte di politica estera e interna, le sue relazioni europee, e quindi voto sovranista contro la continuità di una maggioranza percepita come succube dei diktat di Bruxelles. Scivolerà fuori dai vasi comunicanti. Potrebbe provocare danni.
Da mesi ogni intervento pubblico del generale e ogni suo commento ai fatti di giornata esprime una linea di contrapposizione al governo, con critiche più o meno esplicite a Giorgia Meloni e ad Antonio Tajani sul Mercosur, sul board per Gaza, sul sostegno a Kiev che “promuove il proseguo della guerra”, sull’amicizia con “le fetecchie tedesche” o con l’imbelle signora von der Leyen. Sono prese di posizioni che iscrivono Vannacci alla gara dei Gengis Kahn in corso in molti Paesi europei, dove i movimenti sovranisti spuntano come funghi e si rubano voti uno con l’altro nella sfida a chi è più estremista, feroce, provocatorio.
Anche per questo la possibile scissione non è un problema del solo Matteo Salvini. Anzi. Il capo della Lega potrebbe addirittura approfittarne per offrire al Nord il riequilibrio che chiede da un pezzo e puntellare così la sua leadership in difficoltà. La platea a cui punta Futuro Nazionale, come è evidente dal nome, è quella ben più vasta ed elettoralmente interessante della destra “arrabbiata”. C’è il mondo di Indipendenza!, la formazione di Gianni Alemanno con cui il generale aveva avuto incontri positivi prima della disavventura dell’arresto.
C’è un pezzo del Popolo della Famiglia, con Mario Adinolfi che già espone le “naturali convergenze” con il generale. Ci sono una decina di sigle della remigrazione, le stesse che Matteo Salvini ancora corteggia ma che, di sicuro, si troveranno meglio al seguito di un parà in mimetica, un po’ battaglia di Algeri e un po’ retata di Minneapolis.
Ma cos’è che ha “autorizzato” l’operazione di Vannacci, cosa ha reso all’improvviso la gara dell’estremismo un’opzione praticabile anche in Italia? Solo sei mesi fa sarebbe stato velleitario immaginare di sfidare Matteo Salvini e Giorgia Meloni da una prospettiva “cattivista”. Nelle dichiarazioni e nei fatti il governo occupava una posizione sicura sul bordo estremo del racconto conservatore, ma le ultime dall’America hanno aperto uno spazio nuovo a destra della destra. È lo spazio dove si muove senza tanti complimenti l’Ice, il luogo dove i diritti civili sono fanfaluca, il woke si combatte licenziando i professori, chi protesta è un terrorista e la debolezza degli Stati è un buon motivo per prenderseli con i soldi o
con la forza. Insomma: è lo spazio dove il “mondo al contrario” viene raddrizzato a bastonate da chi è più forte, determinato, spregiudicato, dove Trump e Putin diventano icone di una necessaria post-democrazia.
La scommessa di Vannacci è occupare quell’area, che lui immagina enorme (ieri ha sparato: perché tre per cento? Voglio il venti), e adesso tocca agli alleati decidere come gestire la sfida: se lavorare per tenerselo nonostante tutto oppure mandarlo a quel paese, agire per isolarlo, sterilizzare il suo partitino. Ci sarebbe anche una terza opzione, inseguirlo nella gara dei Gengis Khan, ma incrociamo le dita: speriamo non ci tocchi pure questa.
(da lastampa.it)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
L’ANALISI DELL’ESPERTO MARIO TOZZI
Se la domanda è cosa accadrà di Niscemi, la risposta è ancora incerta: dipenderà
dalle condizioni meteorologiche dei prossimi giorni e da quanto si riuscirà a mettere in campo in queste ore. Nessuna di queste due opzioni promette bene, per il momento.
Nello scenario più pessimista, quello che viene visto come figlio del fumus ideologico e che, invece, è solo basato su scienza, esperienza e coscienza, la cittadina potrebbe subire altri colpi e perdere altre “fette” di territorio: le condizioni della scarpata messa a nudo, lunga quattro km, fanno tremare le vene ai polsi. Ma anche se si avverasse lo scenario più ottimista, sarà indispensabile abbandonare le abitazioni fino ad almeno un centinaio di metri dalla voragine e sarà molto difficile continuare a vivere in sicurezza nel paese.
Se la domanda è cosa sarà dei territori nazionali a rischio idrogeologico in questi decenni di crisi climatica che genera perturbazioni meteorologiche sempre più violente, la risposta è che ci dobbiamo comunque aspettare il peggio. Non per numero e occorrenza di vittime, per fortuna, perché in termini di previsione abbiamo fatto grandi passi in avanti, ma per incidenza degli eventi estremi su
territori fragili e vittime di decenni di speculazioni e depauperamento degli ecosistemi che avrebbero garantito una migliore resilienza. L’Italia ha il record continentale di frane censite: oltre 620.000 su circa 750.000 europee. Ma non è all’avanguardia nella difesa dei propri territori fragili. Perché?
In questo caso la risposta è semplice: ignoranza, ricerca del consenso e profitto che generano un fatalismo diffuso. O che ne approfittano. Non è possibile, nel terzo millennio, sentire ancora gli amministratori locali dei territori colpiti raccontare di come loro proprio non se lo aspettavano, di come, quella mattina, in fondo splendeva il Sole. Ignorando le condizioni idrogeologiche non dico comunali, ma almeno regionali, non sapendo distinguere un’arenaria da un tufo, non documentandosi, non diffondendo conoscenza nella popolazione amministrata e preferendo spendere i pochi denari che hanno a disposizione nelle feste patronali invece che in prevenzione e abbattimento degli immobili in pericolo o abusivi.
Quell’ignoranza di fondo è un’aggravante: devi sapere su che rocce appoggiano i quartieri dei centri abitati, e lo devi sapere a Roma come a Niscemi. E devi avere fatto compilare carte del rischio casa per casa e intervenire preventivamente dove occorre. Ma all’ignoranza si aggiunge la scarsa pianificazione territoriale, spesso figlia di disegni precisi volti a favorire gruppi di potere locale interessati a certi territori invece che ad altri, o amici di amici, figli e nipoti, quasi da augurarsi che, in futuro, i sindaci vengano imposti per legge da paesi lontani per non essere coinvolti nelle beghe locali. Hanno concesso permessi a costruire in territori dove non si sarebbe dovuto aggiungere nemmeno un mattone, hanno richiesto condoni statali di ogni tipo e chiuso tutti e due gli occhi e, alla fine, senza aver mosso un dito in tempo di pace, si affidano fiduciosi alla richiesta di calamità naturale. Ma non è paradossale?
C’è una novità per tutti costoro: le catastrofi naturali non esistono più, oggi esistono eventi naturali che diventano catastrofici solo per colpa nostra. Non c’è più spazio per il fatalismo: l’Italia è fatta così, se ne prenda finalmente atto e ci si adoperi di conseguenza. Ma non si possono nemmeno più sopportare le pressioni indebite dei cittadini per rimanere a insistere in zone pericolose, le opposizioni agli abbattimenti, gli abusi: gli amministratori hanno tollerato ciò che i cittadini chiedevano. Ricerca di consenso (e profitto) senza guardare le conseguenze.
Se, infine, la domanda è cosa si può fare, la riposta la conosciamo bene da molto
tempo, almeno dal rapporto della Commissione De Marchi, che giusto quest’anno celebra i suoi 60 anni, gli stessi dell’alluvione di Firenze. Prima di tutto conoscenza scientifica che combatta l’ignoranza e sradichi il fatalismo: crisi del territorio e crisi climatica non possono essere ancora negati. Poi tirare una linea: nei territori a rischio idrogeologico e nelle aree contigue non si deve più costruire nemmeno una capanna. Per ciò che è stato già costruito nelle zone di maggior rischio, bisogna valutare caso per caso se delocalizzare le persone oppure dotarsi di qualche opera locale.
Se dovessero poi servire fondi (molti sono quelli stanziati e non spesi, anche dopo anni), qualcuno nell’area dello Stretto di Messina potrebbe farsi venire un’idea su dove prelevarli. Tenendo però ben presente che non è questione di cemento e opere, anzi: meno ingessi alvei e fiumi e meno danni registri, più conservi natura, più guadagni in sicurezza, addirittura gratis.
In Italia sono tanti i centri abitati spostati altrove per frana o terremoto, Pentedattilo, Craco, Frattura, Cerreto Sannita. E ce ne sono pure alcuni dove si è potuto operare in termini di conservazione, come la Civita di Bagnoregio o Orvieto. Ma non dappertutto si può fare e molto meno si può operare contro le mareggiate che in Sicilia rischiano di diventare uno dei più gravi rischi naturali: mica possiamo costruire muri alti dieci metri lungo le coste, né cingere in cemento l’abitato di Niscemi. Dobbiamo sapere che stiamo entrando in una fase climatica estrema che accelera gli scompensi territoriali originari e antropici e dalla quale non usciremo raccomandandoci ai santi o confidando nello stellone italico.
Mario Tozzi
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
LO SPORT PREFERITO DAL GOVERNO: LA PROPAGANDA
Servirebbe la proverbiale calma olimpica per non perdere la pazienza ad una settimana dall’apertura dei Giochi di Milano-Cortina, che assomigliano sempre più al contesto in cui il vero evento sono diventate, strada facendo, le polemiche che con cadenza quotidiana continuano a scandire il conto alla rovescia verso il debutto.
Dovevano essere le Olimpiadi a costo zero – sì, come no! – ma il conto potrebbe toccare la cifra monstre (tra infrastrutture e gestione) di 5,7 miliardi, per la gran parte a carico dei contribuenti. Per non parlare dei ritardi accumulati. A dicembre dell’anno scorso, stando all’ultimo report redatto da Libera e dalle altre 20 associazioni aderenti alla rete civica Open Olympics 2026, solo 42 delle 98 opere previste saranno completate prima dell’inizio dei Giochi (l’ultimo cantiere chiuderà i battenti nel 2033). Per quadrare il cerchio, sempre lo stesso report metteva in fila l’elenco delle criticità: dall’impatto ambientale alla spesa complessiva ai subappalti (“Sono visibili i nomi, ma non i valori economici”).
È su questo palco raffazzonato che, aspettando la fiaccola e le delegazioni olimpiche, ben altri atleti hanno già iniziato a cimentarsi nello sport preferito dal governo: la propaganda. Pazienza se i Giochi a costo zero sono già un salasso per le finanze pubbliche. A preoccupare il ministro Andrea Abodi è ciò che Ghali potrebbe dire alla cerimonia di inaugurazione. Non sia mai dovesse concedere il bis di quello
“Stop al genocidio” a Gaza pronunciato a Sanremo, urtando la suscettibilità del ricercato internazionale Netanyahu. “Non condividiamo (noi, soggetto sottinteso: ma noi chi? Ndr) il suo pensiero, che non sarà espresso sul palco”, ha giurato il titolare dello Sport, protagonista forse senza rendersene conto di un curioso caso di censura preventiva o, in subordine, di chiaroveggenza.
A contendergli l’oro nella gara a chi la spara più grossa, immancabile, il collega Antonio Tajani. Dopo aver rassicurato che, in fondo, gli agenti dell’Ice non sono mica le SS – anche se assomigliano tanto alla Gestapo – ieri è tornato sulla questione: “Non c’è da fare allarmismo, saranno tre persone che lavoreranno presso il consolato Usa a Milano”. Tipo tre pacifici impiegati del catasto. Scene di giubilo da Gaza a Minneapolis.
(da lanotiziagiornale.it)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL SOVRANISTA RAZZISTA INSULTA IL NOSTRO PAESE: “ALL’ITALIA DICO FUCK YOU”… “MELONI MI PIACEVA MA E’ DIVENTATA UNA GLOBALISTA”
«Non volete l’Ice in Italia per proteggervi dai terroristi e criminali che avete lasciato
entrare? Bene, allora non mandiamo nessuno e ritiriamo pure la squadra americana dalle Olimpiadi». Steve Bannon, ex consigliere del presidente Trump, ci tiene ad essere chiaro: «Citami letteralmente su questo: fuck you».
Poi aggiunge un commento sulla premier Meloni: «Era fantastica, ora è diventata una globalista». Invece conferma di puntare ancora su Trisulti: «Stiamo vincendo i ricorsi in tribunale. Apriremo la nostra Accademia dei Gladiatori, dove milioni di studenti impareranno politica e comunicazione di destra».
Perché accusa Trump di esitare a Minneapolis?
«Perché la gente intorno a lui parlava di de-escalation, ma Homan non è tipo da farla. Lo ha mandato per ascoltare il sindaco Frey e il governatore Walz, che però gli hanno già dato uno schiaffo in faccia, dicendo che non faranno rispettare le leggi federali sull’immigrazione. Sostengono gli antifa, designati come gruppo terroristico, che conducono un’insurrezione. Il loro modello di business è uguale a quello dell’Italia: importare in massa gli immigrati, dando sussidi pagati dai contribuenti, per cambiare società e cultura commettendo frodi elettorali».
Quindi l’obiettivo è ripulire le liste elettorali?
«Le frodi sono avvenute, ma non è solo questo. Il sistema dell’assistenza pubblica su cui si basano non è più sostenibile, negli Usa come in Italia».
Se sindaco e governatore non collaborano, cosa deve fare Trump?
«Alla prossima conferenza stampa dovrebbero partecipare dipartimento alla Giustizia, Fbi, Tesoro, Pentagono, per dare questo ultimatum: avete 72 ore per collaborare e rispettare la legge federale, se non lo fate inizieremo ad arrestarvi».
Governatore e sindaco?
«Certo, perché stanno violando la legge. Sono come gli insorti confederati. Bisogna cominciare arrestando gli antifa, che ostacolano gli agenti federali, e poi i governanti che li aiutano».
Il presidente dovrebbe invocare l’Insurrecion Act?
«Avrebbe dovuto farlo da settimane, prendendo il controllo federale della Guardia Nazionale per toglierla al governatore. Dovrebbe mandare i paracadutisti della Divisione 101 o della 82ma, per ripulire Minneapolis da tutti gli insorti professionisti, che andrebbero incarcerati».
Sta parlando di cittadini americani?
«Abbiamo due problemi. Uno sono gli immigrati illegali, criminali o che hanno infranto la legge entrando nel Paese, per invaderlo; l’altro è l’insurrezione guidata da questi rivoluzionari professionisti, in coordinamento con i leader locali e col sostegno esterno del governo messicano, il Partito comunista cinese e grandi finanziatori. Homan ha detto che la giustizia sta arrivando per questi insorti».
L’uccisione di Alex Pretti era giustificata?
«Avete visto il nuovo video di qualche giorno fa, in cui assalta gli agenti federali? Era un violento insorto, al confine col terrorismo domestico, andava arrestato già allora».
A proposito di Trump esitante, cosa dovrebbe fare in Iran?
«Non dobbiamo bombardare perché ce lo chiedono gli israeliani per il loro progetto imperiale, ma alzare la pressione con le sanzioni. Così possiamo aiutare la protesta, ma il cambio di regime deve essere una responsabilità dei persiani».
In Italia è polemica per la presenza dell’Ice alle Olimpiadi.
«Non è solo l’Ice: gli Usa forniscono un massiccio aiuto per la sicurezza. Se non lo volete, lo togliamo, tanto siete scrocconi che vi approfittate di noi. Non dovremmo mandare l’Ice, l’Fbi il Dhs, così non avreste protezione da tutti i cattivi soggetti e i terroristi che avete fatto entrare. Meglio così, risparmiamo soldi. Anzi, ritiriamo la squadra dai Giochi, non potrebbe fregarmene di meno. Citami letteralmente: fuck you. Questo è il motivo per cui gli americani sono stanchi della Nato. Non avete infrastrutture, logistica, forza militare, senza di noi non avreste difese, ma non apprezzate nulla di quello che facciamo per voi».
Anche la premier Meloni ha criticato Trump per la Groenlandia e le frasi sul nostro contributo in Afghanistan. Sbaglia
«Guarda, lei era fantastica, ma ormai è diventata una globalista totale. Ha giocato il gioco della Ue perché le servivano i soldi, e quello della Nato. Parla tanto dell’Ucraina, ma quando si tratta di mandare finanziamenti e truppe cambia
canzone. Francamente, credo che nulla di quanto dice sia rilevante, perché non ha risorse economiche e militari per sostenerlo. Non la prendo più seriamente e nessuno negli Usa lo fa».
Però lei vuole ancora aprire la sua Accademia a Trisulti?
«Certo, e stiamo vincendo sul piano legale. Non c’è posto migliore per la nostra Accademia dei Gladiatori. Amo gli italiani e Roma, siete uno dei grandi Paesi del mondo. L’unico problema è che l’Italia ha la peggior classe politica sulla Terra, perché ruba alla propria gente. Ma i ricorsi ci sono, stiamo vincendo, e presto migliaia di studenti potranno imparare politica e comunicazione della destra».
(da Repubblica)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
PRESENTE IL CAPO DELLO STATO MATTARELLA
L’“autonomia e l’indipendenza” della magistratura come “caposaldo”. L’amarezza con cui si stigmatizza, da parte dei vertici della suprema Corte, “lo scontro tra politica e magistratura”, la necessità di “non ferire” il volto della giurisdizione per evitare danni irreparabili ai cittadini e alle istituzioni.
Sono i temi che fatalmente occupano relazioni e discorsi dei massimi esponenti istituzionali all’inaugurazione dell’Anno giudiziario, cui partecipa il presidente della Repubblica (e del Consiglio superiore della magistratura) Sergio Mattarella, il rito solenne in corso alla Cassazione, e forse l’ultimo – ove passasse il sì alla riforma Nordio-Meloni – che vede uniti pubblici ministeri e giudici.
“Va coltivato con tenacia un clima di rispetto reciproco e fattiva collaborazione tra le istituzioni, che permetta lo sviluppo di un dialogo pacato e razionale sul futuro della Giustizia”, sottolinea nella sua relazione il Primo presidente di Cassazione, Pasquale D’Ascola. Che comincia dai numeri del lavoro in Cassazione, si sofferma sui risultati raggiunti nella incessante lotta agli arretrati, affronta tra l’altro la “barbarie dei suicidi” e “la piaga dei suicidi in carcere”, oltre al contrasto ad omicidi, violenze, episodi di insicurezza diffusa.
Poi affronta il tema della fiducia, che non può essere lesionata, dei cittadini nella magistratura: e cita, andando al 1959, insediamento del primo Csm, il ministro Gonella e l’allora presidente della Repubblica: “Gronchi, solennemente, ribadì che la Costituzione con la creazione dell’organo non ha voluto soltanto «riconoscere all’ordine giudiziario unicità ed autorità», ma «assicurare soprattutto l’autonomia dei giudici», intesa «nel senso di autogovernarsi», il tutto «inquadrato per logica necessaria nel sistema della divisione dei poteri che è presupposto e cardine insieme dello stato di diritto».
Sono previsti come di rito gli interventi del vicepresidente del Csm, Fabio Pinelli, del ministro della Giustizia Carlo Nordio, del Procuratore generale Pietro Gaeta, dell’avvocata generale dello Stato Gabriella Palmieri Sandulli e del presidente della Consiglio nazionale forense, Francesco Greco. Nell’Aula magna parterre importante: i presidenti di Camera e Senato, Lorenzo Fontana e Ignazio La Russa e il presidente della Consulta, Giovanni Amoroso e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano.
Pinelli (csm): “La politica non svilisca il ruolo dei magistrati. Giustizia bene comune”
Sull’esigenza del rispetto reciproco fondato il perno del discorso del vicepresidente Pinelli. “L’esigenza di armonia – sottolinea il vicepresidente del Csm – deve essere affermata con ancora più forza in un periodo, qual è quello che stiamo vivendo, caratterizzato da tensioni, un periodo nel quale, dunque, è davvero necessario che gli attori istituzionali prestino ossequio a quel principio di leale collaborazione che è speculare al principio di separazione dei poteri”. Pinelli, nel ricordare “la dolorosissima scia di sangue” dei magistrati vittime delle mafie o della barbarie terroristica , ricorda: “La giustizia è un bene comune. E il bene comune vive di fiducia”, fiducia quindi anche ” nella Costituzione e nella giurisdizione. Senza una giustizia riconosciuta, non c’è fiducia e senza fducia non c’è comunità”.
Il Pg Gaeta: “Scontro inaccettabile, ferire la magistratura non è nell’interesse dei cittadini”
Proprio sul terreno dell’aggressione all’immagine e all’esercizio della giustizia, torna con parole di equilibrio e con un fiducioso appello a Mattarella, il Procuratore generale Pietro Gaeta. “Lo scontro , perché come tale presentato agli occhi dei cittadini, tra giudici e politica ha raggiunto livelli inaccettabili per un Paese che si vuole tradizionalmente culla del liberalismo giuridico. Per questo signor Presidente , spero molto nel recupero della razionalità e dell’armonia”, perché “occorre recuperare lucida razionalità istituzionale”. Gaeta scandisce ancora: “Il volto di una giurisdizione sfregiata nell’immagine e privata del rispetto collettivo per il valore essenziale della sua funzione non giova a nessuno”. E continua: “Non ai cittadini, che alla giurisdizione devono potersi affidare (…); non all’avvocatura, che ha contribuito a preservare nel dialogo con la magistratura, i pilastri delle garanzie dello Stato; non alle istituzioni rappresentative, che devono fondare forza e legittimazione sull’irrinunciabile rispetto del principio di separazione dei poteri, e quindi dell’indipendenza e autonomia della magistratura”. Un lunghissimo applauso dell’Aula magna, com’era stato per la relazione di D’Ascola, sigilla il suo intervento.
(da agenzie)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
“CONTE È NATO A EBOLI, PROVINCIA DI SALERNO, DA UNA FAMIGLIA DI TRADIZIONI SOCIALISTE (È FIGLIO DELL’EX MINISTRO CRAXIANO CARMELO CONTE), MA INCARNA IL MODELLO DI BUONA INTEGRAZIONE SUD-NORD”
“Conte? E’ bravissimo e questo credo che glielo riconosca tutto il Consiglio
comunale”. E’ il 21 gennaio quando Beppe Sala risponde così alle domande dei giornalisti sulla possibilità che il suo assessore al Bilancio e alla Casa possa correre per le primarie del centrosinistra a Milano.
Viene subito considerato un endorsement pubblico, e Conte diventa “il candidato di Sala” complice il fatto che il diretto interessato non conferma ma neanche smentisce, anzi, in qualche dichiarazione sembra lasciare aperta l’ipotesi
“La verità è che ci sta pensando seriamente”, rivela una fonte bene informata al Foglio. “Certo è prematuro perché mancano 15 mesi, ma è giusto il tempo per fare tutte le valutazioni ed, eventualmente, mettere in piedi una campagna elettorale basata sui suoi punti di forza: esperienza amministrativa e avere in mano un progetto fondamentale per il futuro di Milano come il piano casa”.
Emmanuel Conte, 46 anni, è il candidato che non ti aspetti e, forse proprio per questo, il concorrente più temibile per il giornalista e scrittore Mario Calabresi, un milanese doc.
Conte, invece, è nato a Eboli, provincia di Salerno, da una famiglia di tradizioni socialiste (è figlio dell’ex ministro craxiano Carmelo Conte e suo fratello Federico è stato eletto deputato nel 2018 nella lista Liberi e Uguali), ma incarna il modello di
buona integrazione sud-nord: è arrivato, come tanti, a 18 anni per studiare e dopo una laurea alla Bocconi, con 110 e lode, entra in Intesa Sanpaolo dove fa carriera fino a diventare dirigente.
Buon sangue non mente, sente presto il richiamo dell’impegno civile e politico, così nel 2016 viene eletto consigliere comunale in una lista civica e per cinque anni è presidente della commissione Bilancio
Diventa la sua carta vincente, perché quando nel 2021 Conte è il primo degli eletti di un’altra lista civica (“Beppe Sala sindaco”), viene chiamato per sostituire Roberto Tasca a capo di un assessorato chiave come quello del Patrimonio. […]
Comunque, si fa notare per le competenze tecniche fino a quando, nella primavera del 2025, le inattese dimissioni dell’assessore Guido Bardelli, in seguito alle indagini urbanistiche (a cui comunque risulterà estraneo), lo costringono a prendere in mano anche nuove deleghe e, soprattutto, il piano casa del Comune.
Nei corridoi dell’assessorato dice che ha il sangue freddo dei banchieri, ma il cinismo. Semmai si dovesse davvero candidare alla poltrona di sindaco di Milano (rumors in aumento), farà leva sull’esperienza amministrativa, positiva e negativa, che questa agiunt ha maturato sulla rigenerazione urbana e sull’edilizia abitativa.
Quando Giorgia Meloni ha annunciato un piano casa a livello nazionale con 100 mila case “abbordabili in 10 anni” qualcuno lo ha sentito sbottare: “Ma dove vanno senza parlare con le città?”. Non c’è dubbio su quale sarà il suo cavallo di battaglia elettorale semmai dovesse scendere in campo.
(da Il Foglio)
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Gennaio 30th, 2026 Riccardo Fucile
IL RAGAZZO E’ ARRIVATO A CASA IN IPOTERMIA, L’AUTISTA E’ STATO SOSPESO DAL SERVIZIO…IL BAMBINO AVEVA UN CARNET CHE NON ERA VALIDO NEL PERIODO DELLE OLIMPIADI DOVE IL PREZZO DEL BIGLIETTO A CORSA E’ SALITO DA 2,50 EURO A 10 EURO: QUALCUNO DOVREBBE SPIEGARE CHI HA AUTORIZZATO QUESTO AUMENTO INCREDIBILE
«Ora tocca alla procura di Belluno indagare. Dal mio punto di vista è ravvisabile il reato di abbandono di minore, anche se di ipotesi magari ce ne sarebbero altre, ma sarà la Procura poi a considerarle. Sicuramente esisteva un obbligo di custodia». Queste le parole di Chiara Balbinot, avvocata e nonna del bambino di 11 anni che è stato costretto a percorrere sei chilometri a piedi nella neve, con temperature di meno tre gradi e il sole al tramonto. L’undicenne sarebbe stato fatto scendere dall’autista della linea 30 Calalzo-Cortina, martedì 27 gennaio, in provincia di Belluno, perché non aveva il biglietto giusto. Il bambino, dopo tutti quei chilometri al freddo, è arrivato a casa in stato di ipotermia.
«A mio nipote poteva capitare qualsiasi cosa durante quei novanta minuti»
«Ho ricevuto due chiamate di scuse da parte dell’azienda di trasporti Dolomitibus, noi andiamo avanti», ha sottolineato Balbinot, che sta seguendo il caso di suo nipote. Quel giorno il bambino aveva un carnet che non era valido nel periodo delle Olimpiadi, durante il quale c’è una maggiorazione, fino a 10 euro per tratta, anche per i residenti. Dopo il controllo da parte dell’autista, l’11enne sarebbe stato fatto
scendere dal mezzo, trovandosi a fare il percorso a piedi, da solo, camminando per sei chilometri. «A mio nipote poteva capitare qualsiasi cosa durante quei novanta minuti che ha impiegato per tornare a casa, camminando sulla pista ciclabile che costeggia la strada principale – ha sottolineato Chiara Balbinot -, io mi chiedo come possa capitare una cosa del genere». Intanto l’azienda di trasporti partecipata dalla Provincia di Belluno ha avviato una indagine interna per accertare le responsabilità.
(da agenzie)
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