Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
GLI ANNI DI PIOMBO NON HANNO INSEGNATO NULLA AGLI IMBECILLI E AGLI ARROGANTI
Il piano inclinato verso l’autocrazia non è un’ipotesi allarmistica, ma una realtà
sostenuta dai fatti che ogni giorno ci accadono intorno. L’ultima iniziativa di Azione Studentesca, organizzazione collegata a Fratelli d’Italia è la creazione di liste di docenti accusati di “propaganda di sinistra”, basate su segnalazioni arbitrarie degli studenti.
La cultura come campo di battaglia
D’altronde, cosa ci possiamo aspettare da un’organizzazione giovanile che sul proprio sito passa dall’arditismo con tanto di coltello tra i denti di un eroe della Grande Guerra, alla lotta al pensiero unico e al DDL Zan, che usa una croce
Bretone come simbolo solo perché quella celtica sarebbe stata troppo vistosa e che nasce in uno “spazio identitario” come Casaggì — un nuovo modo di autodefinirsi dei fascisti — lo stesso luogo che ha visto nascere la casa editrice Passaggio al Bosco, quella che ha nel catalogo gli ideologi del nazismo e dell’antisemitismo europeo, quella casa editrice al centro delle polemiche all’unltima fiera della piccola e media editoria.
Quelli in cui viviamo sono i tempi in cui gli Stati Uniti vivono una fase di oscurantismo politico interno, dove sembra di essere tornati al maccartismo e alla necessità di giurare di essere anticomunisti, in Italia invece sembra la normalità qui non rinnegare il fascismo e, anzi, adottarne i metodi intimidatori.
Quello slogan “siete solo dei poveri comunisti” di berlusconiana memoria, tirato fuori contro gli studenti che contestavano la ministra Bernini ad Atreju, nasconde l’identità di questa destra che non ha rotto i ponti con il proprio passato, ma che fa dell’anticomunismo la base identitaria che accomuna tutti e tre i partiti della maggioranza.
L’idea che passa da questa azione di schedatura è quella di avere un canale diretto con il Ministero per segnalare singoli professori; questo trasforma l’istituzione scolastica in un campo di sorveglianza politica, dove il dissenso viene trattato come una colpa da censire.
Il nodo centrale riguarda il rapporto della destra post-fascista con l’educazione e la cultura. Si tratta di ambiti in cui questa area politica si è sempre percepita come minoritaria, vittima di un’egemonia culturale altrui che le avrebbe precluso i luoghi del potere. Oggi, questa sensazione di inferiorità storica si trasforma in spirito di rivalsa.“La scuola è nostra” recita il volantino del questionario, la stessa frase che campeggiava sullo striscione di Atreju dopo l’evento sulla scuola e al centro di quella foto c’era la sottosegretaria all’istruzione .
Revisionismo e intimidazione
La scuola è diventata un terreno di scontro ideologico, esattamente come la giustizia. Lo confermano le politiche del Ministero guidato da Valditara sulla teoria gender e sul revisionismo storico, o l’operazione culturale della RAI sulle figure legate al fascismo. L’obiettivo non è il pluralismo, ma la riscrittura della storia e l’occupazione dei posti di comando.
Schedare i professori significa metterli in una condizione di sudditanza psicologica rispetto ai giovani militanti della destra al governo. È una forma di intimidazione che segue altri segnali recenti, come la schedatura degli studenti palestinesi da parte del Viminale, inizialmente derubricata a questione di sicurezza territoriale.
Il modello della democrazia illiberale
Il quadro si allarga se osserviamo la gestione dell’ordine pubblico: dalle ronde di strada giustificate dalla retorica sulla criminalità alla gestione dei flussi migratori. Il prossimo 4 febbraio, il Consiglio dei Ministri discuterà nuovi decreti sicurezza che prevedono ulteriori restrizioni alle libertà collettive e alla possibilità di manifestare il dissenso.
Siamo di fronte a un percorso che ricalca il modello ungherese di Orbán o quello polacco del PiS. Si scivola verso un sistema dove le istituzioni democratiche vengono svuotate dall’interno per favorire una struttura autocratica. In questo schema, la libertà di insegnamento è un ostacolo da rimuovere attraverso la delega del controllo ai militanti. È la transizione verso una società dove esiste un vertice e tutto il resto è chiamato all’obbedienza.
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL GOVERNO RINVIA IL DECRETO E CANCELLA IL CONDONO EDILIZIO… 100 MILIONI PER 46 INTERVENTI IN SICILIA CON IL PNRR, MA A NISCEMI NON C’E’ NULLA
Il decreto per il Ponte sullo Stretto non sarà nel consiglio dei ministri di oggi. Ed è difficile non pensare che dietro la decisione di Giorgia Meloni ci sia la frana di Niscemi. Dopo che l’Assemblea Regionale Siciliana ha approvato un ordine del giorno che chiede di usare gli stanziamenti per l’infrastruttura per i danni del ciclone Harry, il provvedimento non figura nell’ordine del giorno spedito ai ministri. Una frenata dettata dall’opportunità politica. Visto che anche Elly Schlein ha chiesto di recuperare i miliardi per la ricostruzione. Intanto un’altra verità emerge dai decreti e dalle tabelle del Pnrr. Quasi cento milioni di euro per 46 interventi. Una parte consistente è già stata spesa. Ma non a Niscemi. Dove la frana era prevista, studiata e annunciata da trent’anni, nessuno ha presentato un progetto.
La frana di Niscemi e il Ponte sullo Stretto di Messina
Dall’opposizione arriva la richiesta di usare i soldi del Ponte di Messina per il risanamento ambientale. Pd, Avs e M5s definiscono «uno spreco» finanziare il ponte quando invece tutto il denaro pubblico disponibile andrebbe destinato al dissesto idrogeologico e alla tutela del territorio. Ma il ministro alla Protezione Civile Nello Musumeci ha già sbarrato questa strada: «Perché non usare i soldi del ponte di Messina? Non sono iscritto al partito del Benaltrismo. Il ponte è necessario, come le infrastrutture idriche», le sue parole al Corriere. «I soldi ci sono stati in passato, ma sono stati destinati altrove», ha aggiunto, ribadendo che «il governo Meloni farà la propria parte fino all’ultimo». Però il decreto Ponte non sarà nel Cdm oggi. Repubblica spiega che non si tratta di una bocciatura ma di una frenata.
L’elicottero di Meloni
La premier, arrivata ieri in elicottero a Niscemi dopo le critiche dell’opposizione e il viaggio di Schlein, sa che, nella regione squassata dal ciclone Harry, il Ponte è un argomento sensibile. Infatti il voto segreto dell’Ars ha restituito la richiesta di deviarne i fondi con i voti anche del centrodestra. Meloni ha anche bloccato i tre emendamenti al Milleproroghe per riaprire i termini del condono edilizio. Anche questo per ragioni di opportunità. E va considerato che la Sicilia è un serbatoio inesauribile di voti per il centrodestra. Tanto che sarà decisiva alle elezioni politiche. La sospensione di Iva, ritenute, Imu è la prima mossa. Poi arriverà lo stanziamento adeguato ai danni sofferti da Sicilia, Calabria e Sardegna.
I progetti mai presentati a Niscemi
Intanto emerge che il Recovery Plan non si è fermato a Niscemi. Dal 1997 il comune vive in una condizione di emergenza. Il 12 ottobre di quell’anno una frana colpì i quartieri Pirillo, Sante Croci e Canalicchio. Causando lo sgombero di 111 famiglie, ovvero 392 tra donne, uomini e bambini, e la demolizione di 48 abitazioni. Il giorno dopo il governo Berlusconi stanziò un primo fondo di 8,5 miliardi di lire, con promesse di risanamento e ricostruzione. Ai senzatetto vanno 600 mila lire al mese per un anno. L’emergenza poi venne prorogata per 10 anni, mentre il comune fu classificato a rischio geologico R4, il massimo. Nel 2004 il Comune viene sciolto per infiltrazioni mafiose e così si sommano altri commissari, che però gestiscono l’ordinario. Nel 2006, il presidente del Consiglio Silvio Berlusconi firma una nuova ordinanza: lo stato di emergenza viene prorogato.
L’emergenza infinita
Ma i lavori non partono. E nel 2007, l’emergenza viene dichiarata conclusa. Un appalto da 9 milioni assegnato nello stesso anno si arena per un contenzioso. Nel 2014 una nuova frana produce un altro piano da 9 milioni: finanziamento revocato, zero euro spesi. L’unico intervento strutturale arriva nel 2019: 1,2 milioni per un tratto del versante ovest e per la strada provinciale 12. Un progetto da 8 milioni,
pronto dal 2016, non viene mai finanziato né inserito nella piattaforma Rendis. Tra il 2019 fino ad oggi nessuna richiesta viene inoltrata dal comune di Niscemi alla Struttura commissariale contro il dissesto.
Le spese per il dissesto idrogeologico
Dal 2014, dei circa venti milioni di euro programmati ne è stato speso appena 1,2: il resto è rimasto sulla carta. Naturalmente non è l’unico caso. La Stampa spiega che la struttura del commissario contro il dissesto idrogeologico della Regione ha finora potuto contare su circa 750 milioni; ne ha spesi 117. Di un miliardo e mezzo dal 2010 a oggi le risorse impiegate sono poco sotto gli 800 milioni. Poco meno di un terzo di questi fondi – 404 milioni – servivano proprio a contrastare il dissesto idrogeologico ma sono rimasti fermi per oltre cinque anni, dal 2019 al 2024.
E ancora: secondo l’Ispra (l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) negli ultimi 25 anni sono stati stanziati 19 miliardi contro il dissesto. Ma solo un terzo è stato effettivamente speso. La Sicilia è tra le cinque regioni maggiormente finanziate. Ma è impossibile persino sapere per quale scopo i fondi sono stati stanziati.
(da agenzie)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
GRUPPI SENZA LIMITI ALLA VIOLENZA, PREZZOLATI, AL FINE DI CATTURARE GLI SCHIAVI E RIPORTARE NELLE PIANTAGIONI CHI TENTAVA DI FUGGIRE
I fatti di Minneapolis sono di una gravità senza precedenti, le immagini e le
circostanze dell’uccisione di cittadini americani da parte dell’Ice scuotono i nervi e le coscienze obbligandoci a una riflessione.
La presidenza Trump, iniziata con piglio aggressivo, ha sempre più accentuato i suoi tratti autoritari sia in politica estera (i dazi attuati, quelli minacciati, il disprezzo per l’Europa e tutti i paesi che non si genuflettono ai suoi voleri) sia in politica interna con l’accanimento verso gli immigrati, i musulmani, i messicani, l’ostilità verso le università ritenute covi di insubordinazione e verso le città amministrate dai democratici.
Insomma l’età dell’oro, promessa con retorica autocelebrativa da Trump, si è tinta di un’ombra scura, minacciosa che ora imperversa in vari luoghi della grande America minacciando la popolazione
Cosa è successo in una delle più grandi democrazie antiche dell’Occidente? Cos’è questo rigurgito di barbarie? Alcune cose colpiscono nella gestione del potere di Trump, che non ricorda solo il mito imperiale della politica americana ma va oltre.
La prima è che nessun regime autoritario o dittatoriale passato o presente ha mai rivendicato con iattanza l’omicidio o la sparizione di cittadini: Putin nell’uccisione di giornalisti e dissidenti, la dittatura militare in Argentina coi desaparecidos, ma anche Hitler e Mussolini (quest’ultimo solo nel caso dell’assassinio di Matteotti, nel
suo discorso alla Camera nella svolta che da quel momento consolidò il regime) non hanno mai rivendicato le repressioni di cui erano i primi responsabili.
Il terrore di Stato era ben occultato a vantaggio di una parvenza di autorevolezza sulla scia della tradizione degli “arcana imperii” declinata a proprio uso e consumo.
Trump invece esibisce senza ritegno il suo agire secondo la legge della forza bruta e pare che fomenti la ribellione, magari per potere ricorrere all’Insurrection Act, istituito da Jefferson nel 1807, che gli consentirebbe di usare l’esercito per sedare qualunque forma di ribellione – che nella legge in questione non è ben definita – e avere così un dominio assoluto.
La seconda cosa è che l’Ice con i tratti di una milizia al suo servizio ricorda molto una pratica usata in America già dal 1700 e fino alla seconda metà del 1800 , quella degli slave catchers, i cacciatori di schiavi, espressione del suprematismo bianco organizzato in gruppi senza limiti alla loro violenza, prezzolati, col compito di catturare e riportare nelle piantagioni gli schiavi che tentavano di fuggire.
Proprio in questa macchia nera nella storia degli Usa – durata fino a quando venne approvata la legge della fine della schiavitù e affermata la libertà degli schiavi (1865 con un emendamento della Costituzione) – che va cercata la radice primaria delle scorribande dell’Ice, più di quanto non lo siano le squadre fasciste o naziste nate molto dopo nelle tragiche dittature europee. La libertà dalla schiavitù che coinvolse milioni di persone è stata una cesura cruciale nella storia degli Usa e dell’Occidente che, come sempre nei fenomeni della storia, impiegò decenni prima di realizzare un reale mutamento nei costumi, nelle mentalità, nei diritti reali di coloro cui erano stati negati.
L’America democratica e progressista aveva vinto, ma il riflesso di quel vulnus è rimasto silenziosamente acquattato, pronto a riemergere quando se ne fosse data l’occasione. Trump ha dissotterrato la parte peggiore del suo paese considerando i cittadini americani come sua proprietà con diritto quindi di vita e di morte, in un delirio di onnipotenza e un disprezzo di qualunque patto sociale che sono sotto i nostri occhi, snaturando valori chiave della forma democratica. Il suo consenso al momento è quasi dimezzato (circa il 35%) rispetto all’inizio del suo secondo mandato, le proteste aumentano in molte città americane ma egli dispone ancora dell’appoggio di alcuni paesi, europei e non, che rappresentano una sorta di internazionale della destra più oltranzista ed estrema.
In questa epifania di una nuova barbarie, che non consente più la leggibilità del mondo, non è permesso tacere, barcamenarsi in equilibrismi di convenienza, prendere tempo come il nostro governo fa in questi giorni. Accompagniamola e difendiamola con impegno, la nostra democrazia.
Sara Gentile
politologa, professoressa invitata al Cevipof (Sciences Po) di Parigi
(da editorialedomani.it)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA FRANA DI NISCEMI HA TRAVOLTO. INSIEME ALLE CASE, ANCHE LA NARRAZIONE DELLA PREMIER. PERCHE’ C’E’ FANGO E FANGO
Stavolta, niente passerella nel fango con le galoche ai piedi. Solo un sopralluogo volante, nel senso letterale del termine, in elicottero, ma senza la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen al seguito. Prima di guidare un vertice, nelle chiuse stanze del Comune di Niscemi, messo in ginocchio da una frana tutt’altro che imprevedibile, con il sindaco, il prefetto e la Protezione civile. Per poi spostarsi a Catania.
A pensar male si fa peccato – diceva Giulio Andreotti – ma spesso si indovina. E deve averlo pensato pure Matteo Renzi, al quale una volta ci tocca dare pure ragione: “Da giorni la Sicilia è sotto schiaffo per il maltempo. Giorgia Meloni non ha fatto come fece per l’Emilia-Romagna. Allora lasciò il G7 per andare a fare una sceneggiata ad uso social con gli stivali. In Sicilia invece non ha messo gli stivali. Sapete perché? Perché non può attaccare la Regione come fece in Emilia-Romagna: la Regione è sua. Perché l’ex presidente della regione è lo stesso ministro che ha promesso di ripristinare Italia Sicura e non lo ha fatto. Perché dopo quattro anni di fuffa la gente non crede più alle sceneggiate della premier”.
La frana di Niscemi ha travolto, insieme alle case, la narrazione della premier. Perché c’è fango e fango. Quello della “rossa” Emilia-Romagna, buono per imbrattare gli avversari politici. E quello della “nera” Sicilia, che è meglio tenere il più lontano possibile dai riflettori. Qui la macchina della propaganda rischia di restare impantanata. Con o senza stivali ai piedi.
(da Repubblica)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
SI TRATTA DEL PIANO STRALCIO DI BACINO PER L’ASSETTO IDROGEOLOGICO (P.A.I.) DEL MARZO 2022, REALIZZATO PROPRIO DALLA PRESIDENZA DELLA REGIONE
Quella del Paese di Niscemi, 30mila abitanti a poche decine di chilometri da Gela, in
provincia di Caltanissetta, è una ferita annunciata. Lo sapevano tutti che sarebbe successo prima o poi, persino i bambini, dice il ministro per la Protezione civile Nello Musumeci, che della Sicilia è stato anche presidente di Regione dal novembre 2017 all’agosto 2022.
La frana è “una sciagura annunciata. Che quel terreno fosse franoso lo sapevano anche i bambini. Le esperienze passate purtroppo non hanno insegnato nulla. È come se ci fossimo affidati al fato. Del resto, da noi in Sicilia si dice ancora: ‘Comu finisci si cunta’. Racconteremo come finirà: alla fine la natura presenta il conto”, dice il ministro meloniano in una intervista di oggi al Corriere della Sera, lasciando intendere che le responsabilità vanno ricercate nell’incuria e nella negligenza di chi avrebbe dovuto intervenire e non lo ha fatto. Ma è proprio questo il nodo centrale. Chi avrebbe potuto evitare che una frana portasse allo sfollamento fino ad ora di 1500 persone, ed è invece rimasto inerte?
Certo il passaggio di un ciclone devastante come Harry è stato un fenomeno meteorologico estremo, un evento tropicale a gennaio, ma sicuramente non imprevedibile. Le possibili conseguenze erano lì, sotto gli occhi di tutti, era come muoversi in un campo minato.
Il fronte franoso continua a muoversi, portando all’evacuazione di interi quartieri, Sante Croci, Trappeto e via Popolo. Il governo ha stanziato i primi 100 milioni per l’emergenza maltempo nelle Regioni del Sud Italia, anche se un calcolo completo dei danni nelle zone più colpite si potrà avere solo nei prossimi giorni. Il presidente della Regione Schifani ha detto che “L’entità dei danni segnalati e da verificare, provocati dal ciclone Harry in Sicilia, ammonta a circa 2 miliardi di euro”. Stime tecniche, rilanciate dall’onorevole Bonelli, dicono che servirebbero 26 miliardi in totale per mettere in sicurezza il Paese dal dissesto idrogeologico.
I geologi dicono che le fragilità del territorio erano note e documentate
Come ha messo in evidenza l’Ordine regionale dei geologi di Sicilia, la frana di Niscemi “non può essere letta come un evento improvviso o eccezionale, ma va inquadrata all’interno di un contesto geologico ben noto e storicamente documentato. I precedenti del 1790 e del 1997 dimostrano come l’area sia interessata da una fragilità strutturale e geologica di lungo periodo, legata alla natura dei terreni sabbioso-argilloso-marnosi, al particolare assetto stratigrafico del versante e alla complessa dinamica idrogeologica della collina”.
“Si tratta di processi lenti ma persistenti – precisano – che possono riattivarsi in presenza di condizioni predisponenti e innescanti, quali prolungati periodi di pioggia, alterazioni del naturale deflusso delle acque, urbanizzazioni non compatibili con le caratteristiche del suolo e insufficiente manutenzione delle opere
di regimazione idraulica. La scienza geologica fornisce da tempo strumenti efficaci per monitorare e mitigare questi fenomeni”.
Cosa dice il Piano per l’assetto idrogeologico di Niscemi e perché ‘inchioda’ Musumeci
Il ministro Musumeci nell’intervista al Corriere ha detto un’altra cosa importante: “Ovviamente il Comune di Niscemi nei miei cinque anni non ha sollevato il problema dell’abitato”. Le cose non stano esattamente così, e c’è un documento che lo prova. Si tratta dell’Aggiornamento del Piano Stralcio di Bacino per l’Assetto Idrogeologico (P.A.I) relativo al Comune di Niscemi, datato 16 marzo 2022, che è stato realizzato da un dipartimento della Presidenza della Regione (l’Autorità di Bacino del Distretto Idrografico della Sicilia) proprio mentre Musumeci era governatore della Sicilia. Nel testo si evince come l’amministrazione comunale avesse segnalato diverse aree di dissesto e fenomeni franosi lungo le strade provinciali SP10 e SP12 di accesso al centro abitato, causati da forti piogge e processi di erosione accelerata. Si tratta proprio delle strade interessate dalla frana attiva, che continua a scivolare. Il documento attesta il censimento di numerose aree a pericolosità geomorfologica elevata e rischio di crollo. La relazione tecnica doveva servire in teoria per la mitigazione dei rischi naturali e la pianificazione urbanistica del distretto.
La procedura era stata avviata proprio a partire da segnalazioni del Comune di Niscemi, alla luce di eventi franosi che si erano verificati tra il 2019 e il 2020, a causa di piogge intense e problemi di erosione. Le aree critiche verificate nel 2021 erano state individuate principalmente lungo il versante occidentale della collina di Niscemi. La relazione aveva permesso di individuare 17 nuove aree sorgenti di crollo lungo il ciglio settentrionale del pianoro su cui sorge il Paese. A queste aree era stata attribuita cautelativamente una “pericolosità molto elevata (P4)”.
Si fa riferimento a un sopralluogo congiunto effettuato a maggio 2021 “per la verifica sui luoghi delle criticità segnalate dall’Amministrazione comunale al fine dell’aggiornamento del PAI geomorfologico del territorio comunale”. Nel documento si prosegue spiegando che “si è constatato che le aree in dissesto sono ubicate lungo il versante occidentale della collina di Niscemi, caratterizzato da processi morfogenetici intensi che danno luogo a numerose incisioni alquanto irregolari, lungo le quali si esplica una forte attività erosiva, condizionata dalle
litologie affioranti e dai numerosi salti morfologici. L’azione erosiva delle acque incanalate risulta aggravata dallo scarico dei reflui lungo le incisioni”.
Per esempio si fa riferimento al tratto in corrispondenza della SP12 in contrada La Madonna, dove il Comune “ha segnalato un movimento franoso, verificatosi nel gennaio del 2019 che aveva coinvolto la sede stradale, con fratture parallele alla nicchia di distacco, fino ad interessare anche i muri di sostegno presenti nel lato monte della stessa provinciale, trascinando verso valle parte del collettore fognario. Durante il sopralluogo si è potuto constatare che al momento lungo il nuovo tratto della provinciale, realizzato a seguito del movimento franoso, non sono presenti evidenti fratture e lesioni, ma il movimento è ancora attivo e rappresenta l’evoluzione del dissesto già censito nel PAI vigente come erosione accelerata”.
Poco più sotto si legge che il “dissesto viene inserito nell’aggiornamento come frana complessa alla quale è associato”, un livello di pericolosità “elevata (P3) e di rischio molto elevato”. Nella relazione si specifica che era stata individuata, “a scopo preventivo e precauzionale, una fascia di 20 metri quale area di probabile evoluzione del dissesto, che assume il valore di sito di attenzione”. In altri punti il dissesto viene classificato con un “livello di pericolosità moderata (P1) ed un Rischio medio”.
Si legge poi che in queste aree “le norme d’uso da applicare nella vincolistica di pianificazione urbanistica sono quelle legate alla pericolosità di livello maggiore e che un eventuale studio di compatibilità geomorfologica dovrà tenere conto di tutti i dissesti e dei relativi areali di pericolosità che coinvolgono l’elemento oggetto di studio”. Si tratta insomma di un territorio fragile, già analizzato ampiamente dalla Regione.
“Leggo esterrefatto l’intervista odierna al ministro Nello Musumeci, sul Corriere della Sera, che afferma testualmente: ‘Il comune di Niscemi nei miei 5 anni non ha sollevato il problema dell’abitato’. Non c’è nulla di più falso e il Pai lo inchioda. In quel documento c’è la sua firma politica. Niscemi era già stata attenzionata dall’ex presidente, Nello Musumeci che nel 2022, con il Piano per l’assetto idrogeologico, sapeva i gravi rischi del terreno franoso e del potenziale pericolo. Il dipartimento aveva segnalato tutto. Dopo quell’atto, in cui veniva messo nero su bianco dalla stessa Regione che Niscemi aveva bisogno di interventi urgenti per consolidare il territorio nulla è stato fatto”, ha commentato il deputato regionale e leader di Controcorrente Ismaele La Vardera.
“Ecco Musumeci oggi è diventato ministro per la Protezione civile dimenticandosi proprio quella emergenza da lui stesso lanciata. Dal 2022 ad oggi, né il ministro, che conosceva la situazione, né la Regione che la certificava ha fatto atti per mettere in sicurezza quel territorio. Sono vicino a quelle comunità che oggi vivono un incubo, ma l’emergenza non deve fare scappare dalle responsabilità chi sapeva: e Musumeci da ministro deve dare spiegazioni non solo alla Sicilia, ma a tutti gli italiani. Oggi sarò a Niscemi con il deputato e leader di Avs Angelo Bonelli e chiederò ufficialmente di far istituire alla Camera una commissione d’inchiesta sul caso”.
(da Fanpage)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA DI KARACSONY: “HO DIFESO LA LIBERTA’, NON MI FACCIO INTIMIDIRE” … AD APRILE LE ELEZIONI CON CUI IL POPOLO UNGHERESE POTREBBE CHIUDERE I CONTI CON ORBAN, INDIETRO NEI SONDAGGI
La procura di Budapest ha sporto denuncia contro il sindaco della capitale ungherese Gergely Karácsony e ha chiesto che venga multato per aver organizzato il Pride lo scorso 28 giugno, nonostante la manifestazione fosse stata vietata. Secondo quanto riferito dall’ANSA, il primo cittadino è accusato di aver violato la libertà di associazione e di riunione.
Karácsony ha commentato la notizia con un messaggio pubblicato su X, rivendicando la scelta di aver sostenuto la manifestazione e respingendo le accuse. «Ero un sospettato, ora sono accusato perché ho difeso la libertà, la mia e quella degli altri», ha scritto. Poi ha aggiunto: «Mi rifiuto di essere intimidito o messo a tacere. Non accetterò mai che difendere la libertà, la libertà di parola o l’amore possa essere considerato un crimine. Nonostante minacce o punizioni, continuerò a lottare. La libertà e l’amore non possono essere vietati!».
Le reazioni europee
Il caso ha suscitato reazioni a livello europeo. I Verdi del Parlamento europeo hanno chiesto all’Ue di non restare in silenzio sul sindaco di Budapest, sottolineando i rischi per la democrazia. «Nell’Ungheria di Orbán, difendere la libertà ha un prezzo. Il Budapest Pride 2025 è stata una delle più grandi marce per la libertà degli ultimi decenni e il sindaco Gergely Karácsony ha fatto esattamente ciò che qualsiasi leader democratico dovrebbe fare: ha protetto i diritti, la dignità e la sicurezza dei suoi cittadini. La Commissione europea, il Parlamento europeo e il Consiglio non possono rimanere in silenzio quando un sindaco eletto viene punito per aver difeso i diritti fondamentali. Non si tratta solo del Pride, ma di una prova per verificare se l’Ue difenderà la democrazia. Organizzare il Pride non è un crimine. Difendere la libertà non è un crimine», ha dichiarato Vula Tsetsi, co-presidente del partito dei Verdi.
(da agenzie)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
IL CONSIGLIERE VENETO MARCATO: “ALTRI MILITANTI SONO STATI ESPULSI PER MOLTO MENO”
Il pressing leghista per mandare Roberto Vannacci fuori dal Carroccio si fa sempre
più incalzante. Specie dopo il gesto arrivato ieri in serata, che ha gelato il partito: l’apparizione del logo di un nuovo movimento, “Futuro nazionale”, possibile contenitore dei vannacciani e dei seguaci de Il mondo al contrario. Questo nonostante l’ex generale abbia precisato che si tratta «solo di un simbolo». Ma il tempismo dell’iniziativa ha fatto scattare l’allerta nel partito e, per alcuni, anche l’irritazione. Proprio per questo, nel fine settimana sarebbe stato fissato un «incontro chiarificatore» tra Matteo Salvini e Roberto Vannacci. «Devono parlare e capire cosa fare», spiegano dalla Lega. L’imbarazzo è palpabile.
L’insoddisfazione dei veneti
Ma lo smottamento che sta colpendo il Carroccio sta facendo emergere anche altro. «Ci sono altre situazioni che stanno venendo a galla dal fronte veneto», raccontano dal partito. In una parola, insoddisfazione. La stessa che Luca Zaia, pilastro della Lega in Veneto, non ha mai nascosto in più occasioni nel corso degli anni. Come quando, a novembre, il generale pubblicò un post che rievocava il Ventennio fascista, riscrivendo di fatto la storia di quel periodo e sostenendo che «la Marcia su Roma non fu un colpo di Stato, ma poco più di una manifestazione di piazza». Un’uscita che valse la replica di Zaia, che parlò apertamente di «revisionismo storico». Ma a pesare è anche l’impostazione politica: «Sono due mondi al contrario», spiega un leghista veneto, riferendosi alle differenze che intercorrono tra Zaia e Vannacci. L’uno europeista e aperto ai diritti civili, come il fine vita, l’altro collocato su posizioni diametralmente opposte.
«Abbiamo espulso per molto meno»
Le critiche ormai vanno ben oltre Zaia. Se il neo presidente del Veneto e vicesegretario della Lega, Alberto Stefani sceglie di non sbilanciarsi – «Io sono il governatore del Veneto e mi occupo di Veneto e dei veneti» – intanto un ammonimento forte è arrivato stamattina dal consigliere regionale leghista in
Veneto, Roberto Marcato. Parlando della possibile espulsione del generale, ventilata nei giorni scorsi da alcune voci di corridoio, Marcato ha chiarito che «altri militanti sono stati espulsi dal partito per molto meno». «Io sono un fondatore della Liga Veneta e, in quanto tale, custode dei valori storici e politici del nostro movimento», prosegue. «O Vannacci fa subito chiarezza oppure non può certo viaggiare su due binari: senza un passo indietro, l’espulsione dalla Lega è una soluzione inevitabile e ovvia».
Rafforzando l’ala moderata
C’è molto fermento nella terra del Doge, con segnali di inquietudine che ormai arrivano anche in Lombardia. Confrontandosi con diversi esponenti della Lega veneta, tutti lasciano intendere che sia in corso una discussione aperta, su più livelli. E c’è anche chi spera che questo confronto, insieme a una possibile uscita di scena del generale, possa rafforzare l’ala moderata che fa riferimento a Zaia, che in molti nel Nord Est vorrebbero vedere promosso a vicesegretario. Resta però da chiarire se sia politicamente opportuno avere due veneti in quel ruolo, considerato che anche Stefani è già vicesegretario.
(da agenzie)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
ARRIVA LA SMENTITA DELL’AMBASCIATA DELL’IRAN CHE METTE A TACERE I SOVRANISTI: “NESSUNA SCORTA, SOLO 4 ATLETI, UN ALLENATORE, UN CAPODELEGAZIONE E IL CONSIGLIERE OLIMPICO”
Dopo la grana della presenza di agenti Ice a tutela di personalità politiche e atleti Usa alle Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, ecco che spunta un altro ospite indesiderato. A sollevare il caso in Senato è stato Alberto Balboni di Fratelli d’Italia, presidente della commissione Affari costituzionali. Secondo il senatore a scortare gli atleti iraniani potrebbero esser proprio i Pasdaran, «cioè coloro che hanno massacrato 30.000 giovani in Iran».
Sul tema il Pd ha presentato un’interrogazione ai ministri dell’Interno e degli Esteri: «Se fosse vero sarebbe gravissimo». I senatori democratici Antonio Misiani e Cristina Tajani nell’interrogazione sottolineano anche le posizioni del ministro degli Esteri Antonio Tajani, che li vuole inserire nella lista delle organizzazioni terroristiche. «Se confermato quanto affermato da Balboni – riportano Misiani e Tajani – sarebbe un fatto gravissimo, che impone al governo di fare immediata chiarezza».
La smentita dell’ambasciata in Italia
«A seguito di alcune notizie e speculazioni diffuse in merito alla composizione della delegazione della Repubblica islamica dell’Iran ai Giochi Olimpici invernali di Milano-Cortina, si informa che la squadra iraniana sarà composta da quattro atleti della disciplina dello sci, un allenatore, il capo delegazione e un consigliere olimpico della Repubblica Islamica dell’Iran». Lo riferisce su X l’ambasciata iraniana in Italia, sottolineando «la necessità di un’informazione accurata e responsabile». E infine si «auspica che, prima di qualsiasi analisi o presa di posizione politica, venga verificata la veridicità delle notizie».
(da agenzie)
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Gennaio 29th, 2026 Riccardo Fucile
LA CRITICA DEI GIUDICI CONTABILI SEGUE DI POCHI GIORNI QUELLA AL DECRETO DI NOMINA DEL COMMISSARIO STRAORDINARIO PER IL PONTE SULLO STRETTO
“L’Associazione Magistrati della Corte dei conti apprende, con stupore, della
presentazione in sede di conversione del decreto Milleproroghe, di emendamenti parlamentari volti a prorogare fino al 31 dicembre 2026 lo ‘scudo erariale’.
Una simile scelta comporterebbe il perdurare dell’esonero dalla responsabilità per colpa grave per i danni arrecati alle finanze pubbliche, nonostante la recente approvazione della riforma della Corte dei conti che, solo poche settimane fa, ha già ridotto il risarcimento massimo al 30 per cento del danno accertato, con un tetto pari a due annualità di stipendio, e ha fornito una puntuale definizione della nozione di colpa grave”.
Lo afferma in una nota l’Associazione Magistrati della Corte dei conti esprimendo “preoccupazione” e ritenendo che “un’ulteriore proroga dello scudo indebolirebbe in modo significativo il sistema delle responsabilità e la tutela delle risorse pubbliche,
risultando incoerente con la scelta, recentemente compiuta dal legislatore, di disciplinare a regime la materia, anche alla luce delle indicazioni della giurisprudenza costituzionale che aveva sottolineato il carattere eccezionale e temporaneo dello strumento”.
L’Associazione auspica quindi che il Parlamento “non proceda a un nuovo intervento estemporaneo su un tema che richiede invece scelte ponderate e stabili, capaci di assicurare un equilibrato bilanciamento tra efficienza dell’azione amministrativa e salvaguardia degli interessi e delle risorse pubbliche”.
Il riferimento è ad alcuni emendamenti di maggioranza (di Lega, FI e Noi Moderati-Maie) che prorogano per un altro anno l’articolo 21 del decreto semplificazioni del 2020 che, in emergenza Covid, stabiliva una limitazione della responsabilità erariale alle sole condotte commesse con dolo, escludendo la colpa grave. Lo scudo era previsto per un periodo temporaneo, successivamente rinnovato fino al 31 dicembre scorso.
(da agenzie)
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