Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
GEORGE W. ELOGIA L’AUTOCONTROLLO, LA CORTESIA, LA MODESTIA E LA DIPLOMAZIA DEL PRIMO PRESIDENTE USA. CIOÈ CARATTERISTICHE OPPOSTE AL BULLISMO DAZISTA E AUTOCRATICO DELL’ATTUALE COMMANDER-IN-CHIEF
L’ex presidente George W. Bush non intende infrangere il “codice del silenzio” che impedisce
agli ex leader statunitensi di criticare pubblicamente i propri successori, ma a quanto pare non è contrario a lanciare qualche frecciata velata.
In un saggio per il Presidents’ Day pubblicato lunedì dall’istituzione pro-democrazia More Perfect, lo sguardo ammirato di Bush rivolto alle qualità del primo presidente d’America è servito soprattutto a sottolineare quanto l’attuale amministrazione sia diventata poco presidenziale.
Bush ha tessuto le lodi di diverse qualità di George Washington, soffermandosi in particolare su quelle che oggi sembrano scarseggiare. Tra queste, “l’umiltà”, una profonda considerazione per la storia, il rispetto per un sapere superiore al proprio e la riluttanza a mantenere il potere “per il potere in sé”.
«Il nostro primo presidente avrebbe potuto mantenere un potere assoluto, ma per due volte scelse di non farlo», ha scritto Bush. «Così facendo, fissò uno standard a cui tutti i presidenti dovrebbero attenersi».
Bush ha inoltre analizzato l’impegno di Washington verso un codice di condotta che all’epoca era considerato parte delle “arti da gentiluomo”. Washington, secondo le ricerche di Bush, “si educò da solo” copiando “le 110 massime tratte dalle Rules of Civility and Decent Behavior in Company and Conversation”, un testo redatto dai gesuiti francesi alla fine del XVI secolo.
«Molte delle qualità poi associate alla leadership di Washington, dall’autocontrollo e la cortesia alla modestia e alla diplomazia, possono essere ricondotte a quel breve manuale di buone maniere», ha scritto Bush.
Le ripetute decisioni di Washington di rinunciare al potere furono lezioni cruciali per la nazione, secondo Bush, che ha sostenuto come la scelta di Washington di dimettersi dal comando dell’esercito statunitense dopo la Rivoluzione, e successiva decisione di concludere la propria presidenza dopo due mandati, “abbiano garantito che l’America non diventasse una monarchia, o peggio”.
Il messaggio assume un peso particolare considerando che Donald Trump ha continuato a contestare i risultati elettorali in tentativi infruttuosi di mantenere il potere, compreso il tentativo di rovesciare l’elezione presidenziale del 2020 e le minacce di candidarsi per un terzo mandato, in violazione dei limiti di legge.
Ma la condotta di Washington — e il suo impegno nel costruire fondamenta istituzionali durature — fu determinante non solo per il suo successo personale, ma anche per il futuro dello Studio Ovale e del Paese, secondo il quarantatreesimo presidente.
«Il nostro primo leader contribuì a definire non solo il carattere della presidenza, ma il carattere stesso della nazione», ha scritto Bush. «Washington mostrò cosa significhi anteporre il bene del Paese all’interesse personale e all’ambizione egoistica. Incarna l’integrità e dimostrò perché valga la pena aspirarvi. E si comportò con dignità e autocontrollo, onorando la carica senza permettere che venisse investita di poteri quasi mitici».
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX PRESIDENTE DEL SENATO, E GIA’ PROCURATORE ANTIMAFIA: “SI TENGANO PRESENTI CINQUE COSE. PRIMO: L’INDIPENDENZA DELLA MAGISTRATURA NON È UN PRIVILEGIO DEI GIUDICI, MA UNA GARANZIA PER I CITTADINI. SECONDO: RIDURRE I CONTROLLI E DIVIDERE LE CARRIERE VA NELLA DIREZIONE DI INDEBOLIRE L’ARGINE AGLI ABUSI DI POTERE E NON RISOLVE IL PROBLEMA DELL’IMPARZIALITÀ DEL GIUDICE. TERZO: L’EQUILIBRIO TRA I POTERI È IL CUORE DELLA REPUBBLICA, E NON DOBBIAMO ACCETTARE UNA DERIVA UNGHERESE O TRUMPISTA. QUARTO: IL SORTEGGIO COME CRITERIO ELETTIVO È RIDICOLO PER QUALSIASI ORGANO COSTITUZIONALE. QUINTO: SI AUMENTANO I COSTI DI DECINE DI MILIONI DI EURO E NON SI RIDUCE NEMMENO DI UN GIORNO LA DURATA DEI PROCESSI”
Molti elettori si sentono disorientati da un dibattito tecnico e spesso opaco. Se dovesse spiegare in modo chiaro e diretto le ragioni della sua posizione, quali sarebbero i punti essenziali che i cittadini dovrebbero conoscere prima di andare a votare?
«Cinque cose semplici. Primo: l’indipendenza della magistratura non è un privilegio dei giudici, ma una garanzia per i cittadini. Secondo: ridurre i controlli e dividere le carriere va nella direzione di indebolire l’argine agli abusi di potere e non risolve il problema dell’imparzialità del giudice in alcun modo. Terzo: l’equilibrio tra i poteri è il cuore della nostra Repubblica, e non dobbiamo accettare nessuna crepa verso derive ungheresi o trumpiste. Quarto: il sorteggio come criterio elettivo è ridicolo per qualsiasi organo costituzionale. Quinto: si aumentano i costi di decine di milioni di euro e non si riduce nemmeno di un giorno la durata dei processi».
Se il referendum dovesse confermare la riforma, quale scenario si aprirebbe per il sistema giudiziario italiano nei prossimi anni?
«Si aprirebbe una fase di transizione lunga e complessa, con il rischio di una magistratura più esposta alle pressioni politiche. Mi preoccupano le riforme che a partire da questa potranno seguire per limitare i poteri del pm, come si è lasciato sfuggire chi ha ipotizzato di sottrargli la direzione della polizia giudiziaria».
Infine, senatore, questa battaglia sulla giustizia sembra destinata a segnare la legislatura. Crede che il voto referendario possa diventare anche un giudizio politico sull’idea di Stato e di legalità proposta da questo governo?
«Chi andrà al voto, mi sembra evidente, lo farà con tre motivazioni diverse. Ci saranno quelli che daranno un voto politico a favore o contro il governo. Quelli che hanno voglia di bastonare o difendere la magistratura, per ragioni personali o di gruppo. Infine, e spero siano molti, quelli che avranno la pazienza e l’attenzione di capire la riforma e scegliere nel merito. Dei primi due gruppi non parlo. Nel merito mi auguro che la scelta sia un netto no».
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
FOLLI: “LA SCELTA DI PARTECIPARE COME OSSERVATORE AL ‘BOARD’ PER GAZA È IL MASSIMO DELL’ESPOSIZIONE PRO-USA SENZA COMPIERE SCELTE IMPEGNATIVE E DEFINITIVE. E SENZA SPEZZARE, GRAZIE A MERZ, IL FILO CON L’UNIONE EUROPEA”
L’Italia della Meloni si muove sul filo. Con Merz cerca di ripercorrere, adattandola ai tempi, una
strada tradizionale dei governi della Prima Repubblica. Ma vorrebbe al tempo stesso tenere in piedi la relazione bilaterale con Washington, contenta di essere elogiata dalla Casa Bianca e persino dagli ambienti Maga che fanno riferimento a Vance. Ma non all’estremista Bannon da cui la premier ha preso le distanze e che la ricambia con antipatia.
In definitiva, la parziale intesa con il cancelliere tedesco le consente di dare forma a una sorta di “europeismo di destra”, abbastanza disincantato e tuttavia fermo sul punto di non approfondire la frattura con Trump.
Impresa non semplice, forse velleitaria data la scarsa prevedibilità del presidente americano. Ma questa è la via intrapresa da Giorgia Meloni, come si vede anche con la scelta di partecipare come osservatore al “board” per Gaza.
Vale a dire, il massimo dell’esposizione pro-Usa in questa fase senza compiere scelte impegnative e definitive. E soprattutto senza spezzare, grazie a Merz, il filo con l’Unione europea.
Del resto, un passo ulteriore verso l’euro-scetticismo vorrebbe dire fare il gioco del variegato fronte filo-russo, presente in Italia come in Germania. E questo non è davvero nell’interesse di Giorgia Meloni.
Oggi il ministro Tajani riferirà in Parlamento riguardo al “board” e ad altri temi di attualità. È facile prevedere una seduta incandescente. I tempi in cui si poteva sperare che la politica estera fosse in grado di avvicinare maggioranza e
opposizione sono finiti forse per sempre. Non hanno resistito alla rivoluzione dei rapporti internazionali di cui i nostri politici sono stati ovviamente semplici spettatori. Con Merz cerca una strada tradizionale. Ma vorrebbe tenere in piedi il rapporto con gli Usa
(da Repubblica)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
PRIMA LA GAFFE SUL “METODO PARAMAFIOSO” PER L’ELEZIONE DEI MEMBRI DEL CSM, POI LA RICHIESTA DI SCHEDARE CHI FINANZIA I COMITATI PER IL NO AL REFERENDUM (E QUELLI DEL SI’ ?)… OGNI VOLTA CHE PARLA FA PERDERE CONSENSI AI SOVRANISTI
Qualcuno dica al ministro Nordio che sta esagerando. Rivolgiamo questo appello a chi è convinto, legittimamente, della bontà della riforma della giustizia, a chi crede che renderà i magistrati più indipendenti dalla politica. Perché le parole e gli atti del ministro, in questi giorni, stanno in realtà confermando il contrario.
Passiamo oltre, per un attimo, alla gaffe sul “metodo paramafioso” con cui i magistrati eleggono i membri del Consiglio Superiore della Magistratura. Una doppia gaffe carpiata con coefficiente di difficoltà che nemmeno Ilia Malinin sul ghiaccio, visto che attribuisce questa frase al magistrato antimafia Nino Di Matteo, che si affretta a smentirlo e a dire che lui sostiene il No alla riforma.
E visto che proprio la mafia, quella vera, ha ucciso il fratello del presidente del Csm, cioè il presidente della repubblica Sergio Mattarella.
Passiamo oltre, dicevamo, perché Nordio, nel giro di nemmeno ventiquattro ore, piazza un secondo colpo da maestro, chiedendo all’Associazione Nazionale Magistrati, i nomi di privati cittadini che, legittimamente, finanziano i Comitati per il No. Il motivo di questa schedatura? Se finissero alla sbarra, questi cittadini, potrebbero ricevere favori dai magistrati contro la riforma.
È una mossa, questa di Nordio, che in nome di una supposta trasparenza e di un supposto conflitto d’interesse, finisce per suonare intimidatoria verso chi, legittimamente, sostiene la campagna per il No, che si ritroverebbe schedato tra i nemici del governo e vedrebbe macchiato dall’ombra del sospetto qualunque sentenza a lui favorevole si verificasse nei prossimi anni.
Una mossa grave – indotta, va detto, dall’interrogazione di un parlamentare di Forza Italia – che è ancora più grave se si guardano i sondaggi di questi giorni, che danno il fronte del No in forte rimonta nei confronti del Sì al referendum del 22 e 23 marzo.
Una rimonta che è figlia, soprattutto, della paura che il governo, con questa riforma, voglia minare l’indipendenza della magistratura, metterla sotto la propria tutela, ingerire nelle sue attività d’indagine, metterne in discussione l’autonomia di giudizio.
Con le sue parole e i suoi atti, Nordio non fa altro che confermare questa paura, dando ulteriori argomenti a una campagna per il No che, ormai, già ne ha parecchi.
Fossimo tra i sostenitori del No, lo assolderemmo come testimonial.
Fossimo tra i sostenitori del Sì, faremmo sparire l’agenda dei suoi appuntamenti pubblici.
(da Fanpage)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
SALVINI, QUELLO DEL “STO SEMPRE DALLA PARTE DEGLI AGENTI” GIUSTIFICA PURE LORO O E’ MEGLIO SAPER DISTINGUERE?
Associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. È il reato contestato dal gip di Roma,
dopo una indagine della Direzione Investigativa Antimafia a sette indagati. Tre di loro fanno parte della Polizia di Stato. I tre, nella ricostruzione degli inquirenti, in numerose occasioni, hanno detenuto o spacciato ingenti quantitativi di sostanze stupefacenti, hanno compiuto accessi illegali al sistema di consultazione SDI delle forze dell’ordine e rivelato notizie d’ufficio e informazioni a P.G., un uomo che risiede nel quartiere romano del Tufello.
L’inchiesta, nel 2024 e affidata dalla Dda capitolina al Centro operativo Dia di Roma, ha messo in luce come un gruppo di trafficanti di droga si serviva di poliziotti per rifornirsi di stupefacente. Fornendo loro informazioni su corrieri, anche di altri gruppi criminali, per farli perquisire e arrestare. Solo parte della ‘merce’ veniva sequestrata, mentre il resto veniva consegnato a componenti del gruppo in cambio di denaro. Nell’esecuzione delle misure restrittive, la Dia si è avvalsa del supporto della Questura di Roma e dei competenti reparti dell’Arma dei Carabinieri e della Guardia di Finanza.
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
BASTA FAR PAGARE AGLI ITALIANI LE CAZZATE DEL VIMINALE, PAGHINO I RESPONSABILI DI TASCA LORO
Il Viminale dovrà risarcire con 18 mila euro un migrante pakistano respinto dall’Italia in Slovenia e poi in Bosnia. La decisione della 18esima sezione civile del tribunale di Roma è della giudice Damiana Colla. Il tribunale aveva già deciso il risarcimento di 700 euro per un migrante trattenuto nel Cpr in Albania. La condanna risale al 2023: secondo la sentenza, si trattava di «trattamenti inumani» e violazioni del diritto d’asilo.
La sentenza
L’uomo era arrivato in Italia nel 2018. In Slovenia aveva firmato i documenti per l’asilo ma poi era stato rispedito in Bosnia. Il Viminale aveva affermato «la legittimità della pratica della riammissione informale dei cittadini stranieri verso lo stato membro dal quale hanno fatto ingresso, quando essi siano individuati nell’immediata prossimità spaziale e temporale dell’attraversamento irregolare della frontiera e quando ciò sia previsto da un accordo tra gli stati interessati».
Il cittadino pakistano ha fatto rientro in Italia nel 2021 e ha ricevuto lo status di rifugiato. Ovvero «La più elevata forma di protezione internazionale», aveva detto Colla che aveva quindi ottenuto il risarcimento per il ritardo nell’accesso alla procedura d’asilo.
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX SINDACO DI ROMA OGGI IN CARCERE SI DEFINISCE “SOVRANISTA SOCIALE”… NOI NON DIMENTICHIAMO “I VALORI IDENTITARI E SOCIALI” DI QUANDO APPOGGIAVI BERLUSCONI E LA LEGA… PS, O SEI SOVRANISTA O SEI SOCIALE,NON ESISTE UN SOVRANISMO CHE NON SIA AL SERVIZIO DEL PEGGIORE CAPITALISMO
Gianni Alemanno dice che Roberto Vannacci è più sovranista di Giorgia Meloni e Matteo
Salvini. Mentre i sondaggi dicono che il partito del generale in pensione ruba voti proprio a Fratelli d’Italia e alla Lega, il sindaco di Roma dal 2008 al 2013 oggi in carcere si definisce «sovranista sociale». «Questo governo conservatore cerca di garantire la difesa dei valori identitari del nostro popolo e questo miB rappresenta. Le politiche economiche e sociali però mi sembrano continuazione di quelle di Mario Draghi. Mi auguro che ci sia un ripensamento complessivo perché l’esecutivo non sta rispondendo alle aspettative di chi lo ha votato», esordisce in un’intervista a La Stampa.
Vannacci e Alemanno
Secondo Alemanno Vannacci ce la farà «se saprà costruire un’aggregazione politica ampia e partecipata. Tra l’altro ha un background di vita, cultura e patriottismo molto superiore a quello di Meloni e Salvini». La rottura con Salvini non è però paragonabile a quella di Gianfranco Fini con Silvio Berlusconi: «Fini ruppe con il Popolo delle Libertà per andare verso il centro moderato e poi verso un accordo con la sinistra, mentre Vannacci ha rotto con la Lega per andare più a destra». Non si tratta di tradimenti: «Sono scelte politiche che possono essere apprezzate o meno, ma non posso essere demonizzate». Anche se in Italia il sovranismo rischia di diventare uno slogan vuoto «perché i partiti che hanno raccolto voti d’ispirazione sovranista non fanno politiche conseguenti. In realtà, però, in tutta Europa il vento sovranista sta spirando sempre più forte, come sintomo di un’insofferenza verso un’Unione europea troppo oppressiva».
Alemanno e Trump
Sul presidente degli Stati Uniti, sostiene Alemanno, «credo che Trump, pur tra mille stranezze, stia cambiando gli equilibri mondiali in senso positivo e possa essere per noi una sponda per essere più sovrani in Europa». Infine, sulla sua detenzione dal 13 dicembre 2024 per traffico di influenze illecite nell’ambito dell’inchiesta Mondo di Mezzo. «Nelle carceri italiane c’è un sovraffollamento assurdo che aumenta di mese in mese e che rende impossibile la rieducazione dei detenuti, mentre è sempre più facile commettere reati dentro istituti di pena che non si riesce a controllare. Nessuna riforma è possibile, se non si riduce questa emergenza, consentendo la liberazione anticipata speciale di coloro che hanno mantenuto una buona condotta».
(da agenzie)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
I DECRETI ATTUATIVI DELLA RIFORMA GIA’ SCRITTI…OBIETTIVO RIDURRE IL POTERE DEI MAGISTRATI
Mentre il clima da campagna elettorale per il referendum sulla magistratura è sempre più avvelenato, c’è chi continua a lavorare in silenzio nelle stanze del ministero della Giustizia. Scommettendo sulla vittoria del Sì, sono pronti i testi che daranno davvero le gambe alla riforma: secondo fonti autorevoli di Domani, infatti, decreti attuativi sono sostanzialmente chiusi e riposano nei cassetti dei sottosegretari Andrea Delmastro e Andrea Ostellari, del viceministro Francesco Paolo Sisto, della capa di gabinetto Giusi Bartolozzi e ovviamente del ministro della Giustizia Carlo Nordio.
Sentita da Domani, da via Arenula arriva la conferma: i vertici ministeriali ci lavorano da tempo e «lo scheletro» e «una traccia» dei decreti attuativi sono fatti. Bozze insomma, secondo il ministero, con la spiegazione che con una riforma costituzionale sempre si comincia in anticipo a lavorare ai decreti attuativi. Poi, viene confermato, se il referendum passerà, su queste bozze partirà il confronto
Anm e opposizioni, come Nordio ha detto anche durante l’apertura dell’anno giudiziario in Cassazione.
In realtà, in quella sede, il ministro era stato ancora più sfumato: se arriverà la conferma al referendum, «inizieremo il giorno successivo un dialogo con la magistratura, con il mondo accademico, con l’avvocatura per elaborare le necessarie norme attuative nell’ambito perimetrato dell’innovazione»
In realtà, appunto, Domani è in grado di rivelare che le norme attuative sono già state abbondantemente elaborate in gran segreto dai vertici ministeriali – in particolare Delmastro, Sisto, Bartolozzi e Nordio – e con una logica ben precisa.
Cosa prevedono
L’attenzione si è concentrata in particolare sulla futura composizione del Csm. Anzitutto, viene fatta valere la dicitura dell’articolo 104 della Costituzione che prevede che la componente laica sia di «un terzo» e quella togata di «due terzi». La Costituzione non ha mai previsto il numero dei consiglieri, ma solo le proporzioni (la riforma ordinaria di Marta Cartabia li ha aumentati da 24 a 30). Così, le bozze dei decreti attuativi prevedono di ridimensionare – e di molto – il numero dei consiglieri del Csm requirente. La logica è quella della proporzionalità: il Csm giudicante sovrintenderà le carriere di circa 7mila giudici; quello della magistratura requirente di 2.200 pubblici ministeri. Quindi, nelle intenzioni del ministero, il numero dei sorteggiati nel Csm dei pm dovrà essere proporzionale. Ovvero: molto più piccolo rispetto a quello dei giudici, con un numero totale di consiglieri forse perfino inferiore ai dieci membri, cui si aggiungono di diritto il procuratore generale presso la Cassazione e il capo dello Stato come presidente.
Altra previsione: ridimensionare in modo significativo la struttura amministrativa e l’ufficio studi. Oggi il Csm ha disposizione per il suo funzionamento una segreteria generale composta di 14 magistrati e un ufficio studi di altre 12 toghe, tutti fuori ruolo. Tutta questa struttura, che teoricamente andrebbe duplicata per i due Csm, verrà invece smontata.
Una riduzione dei costi, ma soprattutto con l’obiettivo di ridurre il peso degli interventi dei due futuri Csm. Ora, infatti, centro studi e segreteria sono strutture tecniche a disposizione dei consiglieri per approfondimenti e per la redazione di atti e delibere. Eliminarli farà ricadere quest’onere su consiglieri sorteggiati, quindi potenzialmente anche neofiti della complessa materia amministrativa di cui si occupa il consiglio.
Infine, il sorteggio sarà temperato. I togati dovranno avere almeno la terza valutazione di professionalità, dunque un’anzianità di servizio compresa tra i 12 e i 16 anni, inoltre saranno esclusi dal sorteggio i magistrati fuori ruolo (circa 220). Questa previsione – particolarmente cara a Bartolozzi – sarebbe il modo per escludere le toghe che oggi lavorano nei ministeri e che dunque hanno una esperienza di matrice indirettamente politica (la maggioranza dei quali ritenuti con simpatie progressiste perché indicati nei governi precedenti rispetto a quello di Giorgia Meloni).
L’obiettivo
Dietro questa solerzia ministeriale si legge il disegno politico. Nella maggior parte dei casi, infatti, i decreti attuativi arrivano molto dopo le leggi anche solo ordinarie, si pensi a quelli per il nuovo Codice della strada, approvata a fine 2024 e ancora in parte inattuata proprio perché mancano i decreti.
In questo caso si farà una corsa contro il tempo: se vincesse il Sì a una riforma pensata per smantellare l’attuale Csm, sarebbe il colmo doverlo prorogare. I consiglieri togati, infatti, si sono insediati con le elezioni del 18-19 settembre 2022, i laici invece sono stati eletti nel gennaio 2023, e dunque il Consiglio cesserà nel gennaio 2027. Ecco la ragione della fretta: la riforma deve subito entrare in funzione, per azzerare quello che oggi è ritenuto l’esondante potere del Csm.
La strategia, però, rischia di avere un determinante errore di fondo: la vittoria del referendum è molto incerta e lo diventa sempre di più con la politicizzazione del quesito da parte di tutte le forze politiche. Al ministero si oscilla tra l’ansia per la sconfitta e la convinzione – secondo un report interno – di avere ancora 4-5 punti in più del No. Intanto, la formula per polverizzare l’attuale Csm è già stata studiata.
(da editorialedomani.it)
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Febbraio 17th, 2026 Riccardo Fucile
INTERVISTA ALL’AVV. LUCA MASERA, LEGALE DI ASGI
Qualche giorno fa il Consiglio dei ministri ha approvato il nuovo pacchetto immigrazione, che
contiene anche la norma sul cosiddetto ‘blocco navale’, una misura bandiera per il governo e soprattutto per Giorgia Meloni, che lo aveva proposto più volte in passato.
Non si tratta di fermare fisicamente le navi ong in mare, ma stiamo parlando di una stretta che dovrebbe disincentivare e impedire, secondo i piani del governo, l’arrivo di imbarcazioni umanitarie cariche di migranti all’interno delle acque territoriali italiane. La novità si trova all’articolo 2 del testo del disegno di legge, ‘Interdizione temporanea dell’attraversamento del limite delle acque territoriali della frontiera marittima per minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale’.
Quando scatta il blocco navale e perché è problematico capire cosa è una “minaccia grave”
La prima parte dell’articolo dice che il ‘blocco navale’ scatta “nei casi di minaccia grave per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale”. Per disporre il blocco, temporaneo, serve una delibera del Consiglio dei ministri, su proposta del titolare del Viminale. Nella delibera bisognerà specificare i motivi dell’interdizione; la tipologia di imbarcazioni nei cui confronti l’interdizione opera; la durata del blocco. Il divieto di attraversamento delle acque territoriali dovrebbe avere una durata non superiore a trenta giorni, “prorogabile di ulteriori trenta giorni, fino a un massimo di sei mesi”
Per minaccia “grave” si intende:
il rischio concreto di atti di terrorismo o di infiltrazione di terroristi sul territorio nazionale;
la pressione migratoria eccezionale tale da compromettere la gestione sicura dei confini;
le emergenze sanitarie di rilevanza internazionale;
gli eventi internazionali di alto livello che richiedano l’adozione di misure straordinarie di sicurezza.
Questa è la prima parte della norma, che presenta alcune criticità, come messo in evidenza da Asgi. Il professor Luca Masera, avvocato e membro del direttivo di Resq People Saving People, contattato da Fanpage.it, spiega infatti che quando si fa riferimento alla “minaccia grave” per l’ordine pubblico o la sicurezza nazionale, il perimetro è troppo incerto e non ben definito. Ci sarebbe insomma un certo grado di approssimazione nella norma, che non renderebbe la sua applicazione semplice. “Questi elementi potrebbero essere oggetto di controllo da parte dell’autorità giudiziaria, in caso di ricorso. Quando menzionerà il ‘rischio terrorismo’ o la ‘pressione migratoria eccezionale’, il governo dovrà fondarsi su fatti concreti, con dovranno avere una base empirica verificabile, non potranno essere delle mere affermazioni da parte dell’esecutivo”.
“A proposito poi della ‘pressione migratoria eccezionale’, questo tema è regolato in modo analitico da un regolamento dell’Ue, approvato nel 2024 nell’ambito del nuovo Patto Migrazione e Asilo in vigore da giugno. C’è una procedura specifica per i casi di eccezionale afflusso: lo Stato deve notificare la situazione alla Commissione, quest’ultima valuta se ci sono gli estremi per dichiarare l’emergenza, e si così attiva un meccanismo di solidarietà da parte degli altri Stati nei confronti del Paese sottoposto alla pressione migratoria eccezionale. Si prevede inoltre una deroga su alcuni diritti dei migranti in relazione alla valutazione delle domande d’asilo. Ma non si parla affatto in quel regolamento di chiusura delle frontiere e delle acque territoriali, come vorrebbe il governo Meloni”. Insomma, Masera ricorda che dovrebbe essere previsto un passaggio con la Commissione europea, prima di dichiarare la ‘pressione migratoria eccezionale’. “Introdurre queste nuove norme diventa molto problematico, perché il regolamento europeo si propone come obiettivo quello di disciplinare la reazione degli Stati nei casi di particolare afflusso migratorio. Il nuovo dl non tiene minimante conto di quello schema”.
Come si comporteranno le navi Ong davanti a questo nuovo divieto?
Un altro punto debole della nuova norma inserita nel pacchetto immigrazione riguarda la seconda parte dell’articolo 2 del provvedimento, ovvero quella che recita così:
“I migranti eventualmente a bordo di imbarcazioni sottoposte all’interdizione possono essere condotti anche in Paesi terzi diversi da quello di appartenenza o provenienza con i quali l’Italia ha stipulato appositi accordi o intese che ne prevedono l’assistenza, l’accoglienza o il trattenimento in strutture dedicate, ove operano organizzazioni internazionali specializzate nei settori della migrazione e dell’asilo, anche ai fini del rimpatrio nel Paese di appartenenza”.
Le navi umanitarie che salvano migranti in mare subiranno un rallentamento o uno stop alle loro missioni in mare? Se una nave viaggia con migranti a bordo non potrebbe essere interdetta in assenza di un Place Of Safety vicino e accessibile. “Non sarebbe possibile negare l’accesso alle navi Ong, anche se ci fosse un afflusso di migranti eccessivo. Non è possibile non soccorrere le persone in mare, come ha stabilito il diritto internazionale del mare in decine di procedimenti in cui sono state coinvolte le Ong”, sottolinea Masera a Fanpage.it.
Chi non rispetta il blocco rischia, secondo il dl, rischia la sanzione amministrativa pecuniaria del pagamento di una somma da 10mila a 50mila euro. “La responsabilità solidale di cui all’articolo 6 della legge 24 novembre 1981, n. 689, si estende all’utilizzatore o all’armatore e al proprietario della nave”, si legge ancora nel testo, che aggiunge: “In caso di reiterazione della violazione commessa con l’utilizzo della medesima imbarcazione, si applica la sanzione amministrativa accessoria della confisca dell’imbarcazione e l’organo accertatore procede immediatamente a sequestro cautelare”.
Masera ricorda che al momento non c’è nessun accordo stretto tra il governo italiano e i Paese terzi: “L’accordo con Tirana prevede espressamente che i migranti che accedono alle strutture albanesi debbano essere recuperati in mare solo da navi delle autorità italiane. Non vengono menzionate in quell’accordo le imbarcazioni delle Ong. Quindi andrebbe rinegoziato anche il patto con l’Albania. Inoltre, se anche venissero stipulati questi accordi, è evidente che non ci sarebbe alcun rischio di multe o confisca per le Ong che decideranno di non portare i migranti verso luoghi ritenuti non sicuri”.
L’elenco dei Paesi sicuri è stato da poco aggiornato dall’Ue: sono inclusi Bangladesh, Colombia, Egitto, Kosovo, India, Marocco e Tunisia. “Al netto di questo elenco aggiornato, è da escludere che le organizzazioni umanitarie, come
Resq People Saving People, possano portare le persone salvate in mare in luoghi che secondo gli standard internazionali non sono sicuri, anche se il Parlamento europeo dovesse certificare che un Paese come la Tunisia è sicuro. Oggi non lo è affatto”, dice ancora Masera a Fanpage.it. “Proprio in questi giorni come Asgi stiamo depositando un ricorso alla Corte africana dei diritti dell’uomo e dei popoli contro la Tunisia per il trattamento dei migranti e le violenze perpetuate nei loro confronti”.
Quindi, se anche venissero applicate le sanzioni alle Ong, previste dal dl, queste verrebbero contestate in sede giudiziaria. “Nel caso della Tunisia, difficilmente un giudice italiano confermerebbe una sanzione di questo tipo a una nave che si rifiutasse di riportare i migranti verso quel Paese”, sottolinea il professore di Asgi a Fanpage.it.
(da Fanpage)
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