Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL CAPO DELLA BANDA, MÁRIO MACHADO, COMANDAVA DAL CARCERE I SUOI SGHERRI: I NEO-NAZI PREPARAVANO DEI CARTELLONI IN CUI MAOMETTO ERA DEFINITO “PEDOFILO E TERRORISTA” …TRA GLI ARRESTATI, CI SONO DUE EX CANDIDATI A ELEZIONI AMMINISTRATIVE DEL PARTITO “CHEGA” E UN EX MILITANTE SOSPESO NEL 2023 PER AVER PROPOSTO L’ASPORTAZIONE DELLE OVAIE ALLE DONNE CHE PRATICASSERO UN ABORTO
Carcere preventivo per cinque indagati e scarcerazione, ma con obbligo di firma, per
un’altra trentina di loro. Sono le misure cautelari decretate dal gip ai membri del gruppo neonazista portoghese 1143, messi in stato di fermo la scorsa settimana nell’ambito dell’operazione ‘Fratellanza’.
Da quanto si legge nelle carte dei pm, il gruppo aveva una struttura gerarchica operativa il cui vertice era Mário Machado (già in carcere per altri crimini di odio) e i suoi militanti non sono solo accusati di aggressioni a minoranze etniche, ma anche di star pianificando azioni di più ampia portata.
Da alcune intercettazioni telefoniche fra Machado e il suo vice, Gil Costa (ora in arresto), si evincerebbe che i due stavano organizzando atti di squadrismo contro cittadini appartenenti a minoranze etniche e provocazioni alla comunità islamica tramite video e cartelloni in cui si descriveva Maometto come pedofilo e terrorista.
Nel frattempo, in un campo di addestramento nei dintorni di Lisbona si preparavano militarmente a una vera e propria “guerra razziale”. In una telefonata si citano come esempio da seguire i tumulti contro immigrati nordafricani verificatisi in provincia di Murcia, Spagna, l’estate scorsa. Tra gli indagati si segnalano un agente di polizia,
un militare dell’Aeronautica e alcuni militanti di Chega, il principale partito di opposizione nel Parlamento portoghese.
Si tratta di due ex candidati a elezioni amministrative in provincia e un ex militante sospeso nel 2023, Rui Roque, famoso per aver presentato al congresso del partito, nel 2020, una mozione in cui si proponeva l’asportazione delle ovaie alle donne che praticassero un aborto.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL SETTORE DELLE COSTRUZIONI TEME IL TRACOLLO E LA SPESA SANITARIA E’ LONTANA DAGLI STANDARD
Cosa resterà di questo Pnrr, si potrebbe dire parafrasando la famosa canzone di Raf sugli anni Ottanta. La fatidica data del 30 giugno è infatti vicina.
Dalla sanità alla transizione ecologica, dalla digitalizzazione al sostegno alle imprese, passando per le infrastrutture, il Piano nazionale di ripresa e resilienza è stato infatti il Moloch del dibattito politico. Sembrava il Mr. Wolf dei problemi
italiani. Invece, a pochi mesi dalla scadenza, quei problemi sono tutti intatti o quasi. La sanità è il miglior parametro per misurare gli effetti concreti: Next generation EU, il nome europeo del piano, è nato come risposta all’emergenza da pandemia di Covid.
Poca salute
Cosa è cambiato? Poco o niente. Innanzitutto la spesa sanitaria italiana è ferma: oscilla tra il 6,3 e il 6,4 per cento rispetto al Pil, lontanissima dalla media europea, che è al 6,9 per cento. Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, aveva assunto l’impegno di portarla vicina al 7 per cento.
E non si tratta di una semplice percentuale. Il numero si traduce con quanto riportato dal Centro per la ricerca economica applicata in sanità (Crea), che ha confermato un trend preoccupante: la spesa privata per la salute è in aumento; ormai sette italiani su dieci fanno ricorso alle strutture private.
Ci sono poi delle distorsioni indotte dallo stesso Pnrr. «Sta progressivamente aumentando la quota di anziani presi in carico in tutte le Regioni, fenomeno spinto dall’obiettivo di raggiungere la soglia del 10,0 per cento previsto dal Pnrr e contestualmente si sta riducendo l’intensità di cura (le ore per paziente anziano)», si legge nel rapporto del Crea. Pur di raggiungere gli obiettivi si fa di tutto, aumentando le persone in cura, ma con la conseguenza di abbassare la qualità del servizio.
C’è poi il pericolo concreto di consegnare al paese tante piccole cattedrali nel deserto: le Case di comunità. Queste strutture erano state immaginate come la vera rivoluzione in campo sanitario: aperte 7 giorni su 7, h24, per potenziare la rete di prima assistenza primaria e decongestionare i pronto soccorso.
La sanità di prossimità, dunque, come risposta anche a future emergenze pandemiche. Obiettivo nobile. Ma ci sono stati nodi: prima di tutto c’è un ridimensionamento della gittata, il numero di Case di comunità da realizzare è diminuito di circa il 30 per cento. Oggi sono 1.038 quelle da ultimare con le risorse del Piano.
Oltre i dati, ancora una volta, ci sono le storie. «Se ci saranno strutture per le Case di comunità, mancherà il personale per mandarle avanti. Non ci sono gli infermieri per garantire i servizi previsti», spiega a Domani Andrea Bottega, segretario di Nursind, il sindacato di categoria degli infermieri. «Con le risorse del Pnrr si finanziano le opere, ma bisogna pensare al dopo», aggiunge il sindacalista, perché
«le richieste della cittadinanza sono di carattere assistenziale. Insomma, servono infermieri, personale qualificato. Non c’è alcun provvedimento ad hoc per rendere più appetibile la professione».
Manca la prospettiva: «L’importazione di personale dall’estero non è fattibile. Perché questi professionisti scelgono altri paesi, Germania o Inghilterra, che garantiscono stipendi e condizioni migliori». La fotografia è impietosa: l’Italia ha potenziato il sistema sanitario, prevedendo le Case di comunità, ma non è stato reso funzionante questo meccanismo
Il Pnrr “salva-Pil”
Se la sanità è la pietra angolare del Piano, c’è il quadro macroeconomico da tenere in considerazione: le rate provenienti da Bruxelles (per 194 miliardi di euro) sono state le bombole di ossigeno a cui è stata attaccata l’economia negli anni del governo Meloni.
La Banca d’Italia, nel suo primo bollettino del 2026, lo ha messo nero su bianco: gli «investimenti hanno beneficiato degli incentivi fiscali e delle altre misure connesse con il Pnrr». Eppure l’impatto sul Pil non ha provocato scatti in avanti: attenendosi alla previsione della Banca d’Italia, nell’anno in corso la crescita dovrebbe fermarsi allo 0,6 per cento. Il governo ha previsto il +0,7 per cento, ma comunque nell’ambito dello zero virgola, nonostante un Pnrr a pieno regime nel motore economico.
Cosa può accadere quando il Piano arriverà a conclusione? «Finisce l’effetto doping e ci sarà il post-sbornia», osserva Fabio Scacciavillani, economista ex Fondo monetario internazionale e docente della Bologna Business School. Scacciavillani aggiunge: «Il parassitismo, girato intorno al Pnrr, è destinato a terminare». Tradotto: «Si fa la bella vita, firmando cambiali».
Primo o poi, però, bisogna saldare il conto. Il risultato è che «se non andiamo in recessione, sarà qualcosa vicino alla stagnazione, intorno allo 0 o un po’ sotto», sottolinea l’economista. Gli analisti sono concordi su un punto: servirebbe un piano post-Pnrr.
In tutti i comparti. L’Ance, l’associazione dei costruttori, ha già fatto le proprie valutazioni: «Nel 2026 nel settore delle costruzioni torna il segno positivo per gli investimenti: dopo la lieve flessione del 2025 (-1,1 per cento) quest’anno è previsto un incremento del 5,6 per cento», ha reso noto una recente ricerca.
Dunque, «il modello Pnrr ha funzionato», grazie a una spesa di circa 50 miliardi di euro per l’edilizia. Una miniera che sta per esaurirsi. «È arrivato il momento di mettere nero su bianco un Piano casa», ha detto la presidente dell’Ance, Federica Brancaccio. Serve un “dopo-Pnrr”, dunque.
Senza progettualità
Il convitato di pietra al tavolo del Pnrr è la mancanza di una progettualità vera. «Anche in questa occasione, non ci sarà un cambio di marcia, sia di velocità che di direzione, nonostante gli investimenti straordinari», annota Michele Costabile, docente di Economia e gestione d’Impresa e direttore del Centro di ricerca Luiss X.ite. Costabile pone delle questioni pratiche: «È migliorata la mobilità sociale? Ci sono stati interventi sulla demografia?». La risposta è scontata. Per Luca Bianchi, direttore della Svimez, il Pnrr può trasformarsi in un «processo incompiuto per la mancanza di continuità a questo percorso. Questo riguarderà in particolare le grandi opere infrastrutturali, finanziate in parte con il Pnrr».
La scarsa progettualità si manifesta con le poche prospettive per le giovani generazioni. «Il tasso di Neet, giovani che stanno sul divano, è il più alto in Europa insieme alla Spagna», ricorda Costabile. «La scolarizzazione non è una questione ideologica», insiste il docente della Luiss, «ma porta un vantaggio economico nel medio periodo. Bisogna entrare nell’ottica che le disuguaglianze educative sono un costo sociale, non un capriccio. Un laureato genera maggiore Pil rispetto a un diplomato». E cosa è stato fatto su questo punto? Niente, stando ai dati concreti.
L’altro pilastro del Pnrr sarebbe la transizione ecologica, che però negli anni si è persa per strada. «Per esperienza personale», aggiunge Scacciavillani, «posso dire che sul dissesto idrogeologico la situazione è sconcertante. Ci sono stati tanti micro-progetti, piccole opere di manutenzione e riparazione, di poche decine di migliaia di euro, che non hanno dato alcun risultato concreto».
Tra i tanti casi di attuazione a singhiozzo, c’è il flop sulla progettualità delle ricariche elettriche.
«Si è registrato un numero elevato di rinunce che ha prodotto una copertura assai inferiore rispetto alle iniziali ambizioni», ha ricordato uno studio di Assonime, insieme all’associazione Openpolis. La conversione dell’economia verso il green resta una chimera. Che si candida a essere la parola chiave con cui sintetizzare il Pnrr.
(da EditorialeDomani)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
A FIUMICELLO, IN PROVINCIA DI UDINE, LA MANIFESTAZIONE IN PIAZZA CON LA PRESENZA DI ELLY SCHLEIN. ASSENTI RAPPRESENTANTI DEL GOVERNO E DEL CENTRODESTRA… I GENITORI DI GIULIO: “BASTA OMERTÀ. ABBIAMO VISSUTO UN SENSO DI ABBANDONO, QUASI DI TRADIMENTO, DA PARTE DELLO STATO”
«Abbiamo nove anni. Sei andato via prima che noi nascessimo. Ma sappiamo chi sei,
che lo hai fatto per noi». Firmato, in stampatello: Silvia, Claudia, Marco, Stefano, Diletta. Sono passati dieci anni dalla morte di Giulio Regeni. Non se ne sono andati la determinazione, l’orgoglio, la tenacia.
Ma per la prima volta si affaccia la speranza. Potrebbe essere l’anno della sentenza e cresce la consapevolezza che chi ha sequestrato, torturato e ucciso Giulio Regeni non ha ammazzato quello in cui credeva.
Lo si capisce alle 19.41 – l’ora dell’ultimo messaggio di Giulio da vivo, prima di finire nel silenzio della metropolitana del Cairo – quando la piazza resta immobile. Si accendono le fiaccole, si guarda verso il cielo. In prima fila ci sono Paola e Claudio, i genitori. Irene, la sorella. Alessandra Ballerini, l’avvocata.
Intorno amici che negli anni sono diventati parte della famiglia: Pif, Elisa, Vinicio Capossela, don Luigi Ciotti. Elly Schlein, che della ricerca di verità e giustizia ha fatto una battaglia politica esplicita
Poco prima dal palco è stata letta una lettera del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Il presidente parla del «dovere di perseguire con determinazione la verità e la giustizia», richiama «la dignità della persona umana come valore fondante della nostra Costituzione» e ribadisce la sua «vicinanza alla famiglia Regeni e alla comunità che da dieci anni ne accompagna la battaglia civile».
Sottolinea che la memoria di Giulio «interpella le coscienze» e che la sua vicenda resta «una ferita che riguarda l’Italia intera». E ammonisce: «La piena collaborazione delle autorità egiziane nel dare risposte adeguate alle richieste della magistratura italiana, per accertare i fatti e assicurare alla giustizia i responsabili, continua a rappresentare un banco di prova».
Va in onda il bel documentario Tutto il male del mondo, di Simone Manetti, prodotto da Domenico Procacci per Fandango. Ha gli occhi lucidi don Luigi Ciotti. Elly Schlein ricorda che questa doveva essere una battaglia di tutte e di tutti, e che così non è stato. Non c’è il governo, non c’è il centrodestra, l’avvocata Ballerini racconta che da tempo ha a che fare con uno stalker.
Se su un motore di ricerca si digitano i nomi di Paola e Claudio Regeni, la prima parola che l’algoritmo suggerisce è “coraggio”. A leggere di loro, nella rassegna stampa di questi dieci anni, tornano sempre concetti come forza, determinazione, resilienza. Tutto vero.
Ma c’è una parola che forse descrive meglio di tutte questi genitori di Fiumicello, una insegnante e un impiegato tecnico oggi in pensione, genitori di due figli, Giulio e Irene, che hanno messo intelligenza, studio, consapevolezza e la capacità di guardare il mondo senza paura delle differenze in cima alla loro agenda: cittadini.
Paola e Claudio Regeni sono prima di tutto due cittadini. E non hanno mai smesso di esserlo. Continuano oggi, come ogni giorno in questi dieci anni, a tenere insieme il dolore privato e una responsabilità pubblica che non hanno scelto, ma che non hanno mai abbandonato
Signori Regeni, come ci siete riusciti?
«Ci è sempre venuto spontaneo, non ne abbiamo mai vacillato.
Nonostante il male che abbiamo conosciuto, vogliamo, dobbiamo restare umani. Essere cittadini è un’assunzione di responsabilità».
C’è qualcosa che avete scoperto di vostro figlio che prima non conoscevate?
«Giulio era una persona di basso profilo, che non amava concentrarsi sull’apparenza esteriore ma sulla concretezza delle cose. Dei suoi ultimi mesi abbiamo pochissime fotografie, se non quelle agli atti del processo. Abbiamo scoperto soltanto in seguito, attraverso le testimonianze e i racconti dei suoi amici, che ha aiutato e motivato, a livello personale e nello studio, molti suoi conoscenti e colleghi».
Avete spesso detto che la ricerca della verità è diventata una responsabilità pubblica. C’è stato un momento in cui avete capito che questa battaglia non riguardava più solo Giulio?
«Superato un primo momento di stordimento, nel trovarci in una situazione inimmaginabile, ci è subito apparso con chiarezza che la violazione dei diritti umani subita da Giulio riguardava e riguarda tutti i cittadini. La tortura è un crimine contro l’umanità intera».
In questi dieci anni avete incontrato istituzioni, governi, magistrature. Qual è stata la ferita più profonda inferta dallo Stato italiano? E c’è stato, al contrario, qualcosa che vi ha fatto sentire sostenuti
«Senza dubbio una prima e grossa ferita è stata, nell’agosto 2017, il rinvio dell’ambasciatore italiano al Cairo. Abbiamo vissuto un senso di abbandono, quasi di tradimento, da parte dello Stato, che ha portato alla normalizzazione delle relazioni tra Italia ed Egitto, mettendo in secondo piano la nostra richiesta di verità e giustizia.
Più che da un singolo gesto, ci siamo sentiti sostenuti da un insieme di persone: in particolare dal costante sostegno della nostra legale, Alessandra Ballerini, dalla Procura e dagli investigatori che hanno svolto un ruolo fondamentale per arrivare al processo. E, naturalmente, dall’opinione pubblica, che è diventata in larga parte Popolo giallo»
Il processo che si è aperto in Italia ha rappresentato una svolta importante. Che cosa vi aspettate oggi dalla giustizia?
«Non è stato semplice arrivare al processo, molti dubitavano che ci saremmo mai arrivati. Per noi il processo non è soltanto simbolico: crediamo che la giustizia debba fare il suo corso, con la conferma dei valori della nostra società civile e democratica».
In Egitto la verità resta negata.
Come si convive con un muro che sembra non incrinarsi mai?
«Rispondiamo con il motto del flash mob che verrà realizzato il 25 gennaio: “L’onda d’urto abbatte i muri di omertà”. Speriamo che quest’onda arrivi anche in Egitto, dove ancora troppe persone vengono torturate e uccise come Giulio, nell’assoluta impunità».
Avete mai pensato a cosa accadrà quando ci sarà finalmente una parola finale di giustizia?
«Purtroppo Giulio non ci verrà mai restituito. Ma la giustizia, la conquista del diritto alla verità, ridarà a Giulio la dignità che merita. La dignità che la tremenda violazione dei diritti umani subita avrebbe potuto togliergli per sempre».
(da aagenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
L’ESERCITO DI NETANYAHU CONTINUA A IGNORARE IL CESSATE IL FUOCO
Due giovanissimi palestinesi di 13 e 14 anni di Gaza sono stati uccisi dalle forze israeliane mentre erano intenti a raccogliere legna per cucinare e scaldarsi. Mohammad e Suleiman Al Zawaraa, questi i loro nomi, sono stati colpiti sabato mattina nel nord della Striscia dal fuoco delle IDF, che evidentemente continuano a ignorare le prescrizioni del cessate il fuoco.
In un video circolato sui social si vede il padre di uno dei due ragazzi stringere il figlio senza vita all’ospedale Al Shifa, sotto lo sguardo attonito di chi assiste. Mohammad e Suleiman vivevano con le loro famiglie nel nord di Gaza e, raccontano i parenti, erano inseparabili.
L’esercito israeliano ha confermato alla CNN che nello stesso episodio le truppe avrebbero aperto il fuoco contro persone arbitrariamente identificate come “terroristi” dopo l’attraversamento della cosiddetta “Linea Gialla”, sostenendo che rappresentassero una minaccia immediata.
Una fonte militare ha poi affermato che non si trattava di bambini, senza però fornire prove. La famiglia respinge con forza questa versione: secondo lo zio, i due ragazzi si trovavano lontano dalla Linea Gialla, “quasi all’ingresso dell’ospedale Kamal Adwan”. In diverse aree di Gaza, inoltre, questa linea di demarcazione non è chiaramente segnalata sul terreno.
La morte di Mohammad e Suleiman non è un caso isolato. Nei mesi scorsi altri bambini sono stati uccisi mentre cercavano legna da ardere, diventata una risorsa vitale in una Striscia devastata e priva di servizi essenziali. A novembre, Fadi e Jumaa Abu Assi, di otto e dieci anni, sono morti in un attacco con drone mentre raccoglievano legna per il padre disabile. Anche allora l’esercito israeliano aveva parlato di “sospetti terroristi” che si erano avvicinati alle truppe
Secondo il ministero della Salute palestinese, solo nelle ultime 24 ore tre persone sono state uccise da operazioni militari israeliane. Dall’entrata in vigore del cessate il fuoco, in ottobre, il bilancio è salito a 484 morti. Il totale delle vittime a Gaza dall’ottobre 2023 supera le 71.600, in larghissima maggioranza civili. Le Nazioni Unite parlano di un quadro più ampio di violenze che proseguono anche dopo il cessate il fuoco, tra incursioni militari, demolizioni e sfollamenti. “Le persone continuano a morire ogni giorno”, ha dichiarato Ajith Sunghay, responsabile ONU per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati, “sia per gli attacchi sia per le restrizioni che impediscono l’ingresso di aiuti essenziali, causando morti per il freddo e sotto edifici che crollano”.
(da Fanpage)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
DALL’IMBARCAZIONE PARTITA DA SFAX C’E’ UN SOLO SOPRAVVISSUTO… ALTRE OTTO BARCHE RISULTANO DISPERSE, TRA CUI DONNE E BAMBINI
Il mare era già in condizioni proibitive quando le imbarcazioni sono state messe in
acqua, e lo sarebbe rimasto per giorni. Il passaggio del ciclone Harry sul Mediterraneo centrale ha infatti portato vento forte e onde molto alte, rendendo instabile e quindi estremamente pericolosa qualsiasi traversata. Ma per chi non ha alternative affrontare il mare in tempesta diventa l’unica possibilità di cercare una vita migliore. In questo contesto si è consumata una delle più gravi stragi di migranti dall’inizio dell’anno, una tragedia che emerge però solo per frammenti, perché affidata alle poche voci rimaste e a segnali che si sono spenti uno dopo l’altro.
“Eravamo in 51 ma le onde hanno travolto tutto”
A raccontare quanto accaduto è un giovane migrante subsahariano, soccorso in mare dalla motonave Star e ora attualmente ricoverato a Malta. È quasi certamente l’unico sopravvissuto di una barca partita da Sfax con circa cinquanta persone a bordo. Secondo il suo racconto, erano in 51 e hanno navigato per circa ventiquattro ore affrontando onde sempre più alte, di quasi cinque metri, fino al momento in cui l’imbarcazione si è capovolta. Il mare ha inghiottito tutto il resto: quando è stato recuperato, il ragazzo era infatti solo, stremato, senza più alcun contatto con le persone con cui aveva condiviso la partenza.
La sua testimonianza rappresenta oggi l’unica traccia concreta di una delle otto imbarcazioni che, secondo le segnalazioni raccolte nei giorni successivi, risultano essere partite dalla Tunisia senza mai arrivare a destinazione. Si tratterebbe di otto barche, con a bordo circa 380 persone, scomparse lungo la rotta che collega le coste tunisine a Lampedusa proprio mentre il ciclone Harry rendeva il mare instabile e pericoloso anche per le navi più attrezzate. In quei giorni, secondo quanto dichiarato, la Guardia costiera italiana avrebbe diffuso ripetuti alert, indicando l’area di possibile transito e chiedendo collaborazione a tutte le unità in navigazione, ma senza esiti concreti. Anche Alarm Phone, la rete di emergenza che raccoglie le richieste di aiuto quando i telefoni smettono di rispondere, avrebbe rilanciato gli appelli alle autorità competenti. In mare, però, l’unico intervento risolutivo è stato quello di una nave mercantile, che ha recuperato l’unico superstite ormai allo stremo.
Negli stessi giorni, solo un barchino è riuscito a raggiungere le acque italiane, intercettato dalla Guardia costiera al largo di Lampedusa. A bordo c’erano 61 persone, tra cui una donna guineiana che, una volta sbarcata, ha raccontato di aver perso in mare le sue due figlie gemelle di appena un anno e mezzo.
Negli ultimi 10 anni più di 33mila tra morti e dispersi
In questa fase, le navi umanitarie operative nel Mediterraneo centrale sono poche. Tra queste la Sea-Watch 5, che proprio nelle ultime ore ha soccorso diciotto persone, tra cui due bambini molto piccoli, su un’imbarcazione in difficoltà partita anch’essa da Sfax. Secondo le stime dell’Organizzazione internazionale per le migrazioni, nei primi giorni del 2026 sono già 14 le persone morte o disperse nel Mediterraneo centrale. A questo numero si aggiungono ora i dispersi dei giorni del ciclone Harry, per i quali, con il passare del tempo e l’assenza di segnalazioni, le possibilità di sopravvivenza appaiono sempre più ridotte. Nel 2025 le vittime sulle rotte del Mediterraneo sono state almeno 1.873, un dato però da considerare, come sempre, per difetto. Negli ultimi dieci anni, invece, i morti e dispersi hanno superato quota 33mila.
(da Fanpage)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
PERCHE’ LA MULTA AI GENITORI E’ UNA PRESA IN GIRO
Si dice che dietro un adolescente che delinque c’è il fallimento degli adulti. A darne le dimensioni ci pensa la cronaca quotidiana. Un’indagine Demopolis per Con i Bambini dice che il 43% degli adolescenti italiani quando esce di casa teme di rimanere vittima di violenze e bullismo e il 26% è convinto che gli episodi di violenza da parte delle baby gang nella sua città siano sempre più frequenti.
Fenomeno in mutamento
Le bande giovanili ci sono sempre state, ma ci sono differenze sostanziali rispetto a quelle di oggi. Fino a qualche anno fa erano formate da componenti fissi, con le stesse origini etniche e bassa estrazione sociale. Agivano nei loro quartieri con lo scopo di mettersi qualche soldo in tasca attraverso furti o spaccio di stupefacenti ai coetanei. Dopo il Covid il fenomeno è esploso e ha cambiato pelle. Oggi ad accumunare i membri delle baby gang, più che il ceto sociale o il colore della pelle, sono gli abiti che indossano, la musica che ascoltano, l’uso di droghe, i modi strafottenti. I membri del gruppo cambiano di continuo: dentro c’è il minore straniero e quello italiano, quello che arriva dal quartiere disagiato e quello di famiglia benestante, e l’età va dagli 11 ai 17 anni. Si danno appuntamento sui social per poi ritrovarsi nei luoghi della movida, e l’obiettivo del furto o della violenza è l’atto di prevaricazione sulla vittima, meglio se filmato e postato sul web. La questura di Milano ha analizzato centinaia di commenti lasciati a questi video, e rilevato «un preoccupante livello di consenso da parte dei coetanei». In sostanza, l’esercizio del potere genera fascino.
L’impennata
Nel 2025 gli adolescenti indagati e seguiti dai Servizi sociali per i minorenni del ministero della Giustizia sono stati 23.862, il 23% stranieri, e rispetto al passato si è abbassata l’età: i 14-15enni che delinquono sono sempre più numerosi. Stando a un campione esaminato da Transcrime (centro di ricerca sulla criminalità dell’Università Cattolica di Milano), gran parte dei reati sono commessi in gruppo. Negli ultimi sei anni, gli illeciti di cui sono accusati si sono impennati: rissa +93%; rapina +54%; lesioni +53%; violenze sessuali +29%; omicidio +28%; minacce +26% (qui i dati 2019, e qui quelli 2025). Quelli finiti nei guai perché trovati a girare con una spranga o un coltello in tasca, sono schizzati del 93,5%. Ormai, spiega Luca Villa, procuratore presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, «l’uso dei coltelli è vissuto come una moda, che diventa devastante nelle mani di chi non è in grado di controllare rabbia e frustrazione». I distretti più colpiti sono quelli di Milano, Bologna, Venezia, Napoli.
La risposta dello Stato
Nell’estate 2023 esplode a Caivano il caso di violenza su due bambine. Prevedendo quale sarebbe stata la risposta dello Stato, il 6 settembre l’allora Garante per l’infanzia Carla Garlatti scrive alla premier Giorgia Meloni: «Ogni tentativo di rendere il sistema penale minorile più rigido e orientato alla mera ottica punitiva non appare condivisibile. Tali soluzioni non hanno alcun vantaggio dal punto di vista educativo e di riduzione della recidiva». Pochi giorni dopo il governo vara il Decreto Caivano, che inasprisce le pene rendendo possibile arrestare i minori anche per spaccio di lieve entità, furto aggravato, resistenza.
A due anni di distanza (qui i dati settembre 2023, e qui quelli 2025) dall’entrata in vigore del decreto, gli effetti si vedono: +90% di ingressi nei Centri di prima accoglienza dove finiscono i minori fermati in attesa di convalida; +40% di presenze nei 19 istituti penali per minorenni (Ipm), dove il 63% è rinchiuso senza che sia intervenuta una condanna definitiva. Per la prima volta, dice il Garante per i detenuti, oltre la metà delle carceri per minori sono andate in sovraffollamento, aumentati i casi di autolesionismo, violenze, tentati suicidi. La soluzione individuata dal governo è stata quella di aprire 3 nuovi Ipm: L’Aquila, Lecce e Rovigo.
In queste strutture, dove finiscono ragazzi che sono poco più che bambini, c’è una carenza cronica di educatori, assistenti sociali, agenti, mentre i programmi di recupero e riabilitazione, di fatto, si contano sulle dita di una mano, e dove esistono è grazie al buon cuore delle associazioni di volontari. Più spesso gli adolescenti sono numeri senza volto, che una volta scontata la pena tornano a delinquere. Nel 2025 il Dipartimento giustizia minorile ha subito un taglio al budget per 19 milioni di euro, e nel 2026 è prevista una riduzione del 12% ai fondi per i corsi di istruzione e di reinserimento dei ragazzini arrestati
La repressione
Con il nuovo decreto sicurezza che sarà varato a giorni, sono previste multe fino a 12mila euro a chi vende coltelli ai minori e l’ammonimento del questore scatta anche per i 12/13enni se accusati di lesioni, rissa, violenza privata e minacce con l’uso di un coltello. Sanzioni fino a mille euro pure ai genitori di chi viene sorpreso a girare con il coltello nello zainetto. La novità si affianca alla legge (art 2048 cod. civile) che già prevede la «culpa in educando», cioè i genitori devono rispondere dei danni causati dai figli a meno che non dimostrino di aver fatto il possibile per impartire una sana educazione.
Ma come si dimostra di essere bravi educatori? Cristina Maggia, per 32 anni procuratore e giudice minorile, esprime una considerazione: «Ci sono famiglie dove la priorità è arrivare a fine mese, non certo controllare le foto che il figlio posta sui social. E da giudice mi chiedo: perché dovrei sanzionare una mamma e un papà, trascurando tutti gli altri adulti che a scuola, per strada, sui social, offrono modelli comportamentali sbagliati? La soluzione non è multare i genitori, ma mettere in campo politiche sociali e di assistenza che insegnino loro come svolgere al meglio il ruolo».
La prevenzione
Dunque cosa si fa per dare una qualche alternativa agli adolescenti e limitare l’attrazione verso i modelli che vedono scorrere sugli schermi dei telefonini, dai video delle risse al porno estremo? Diversi studi, a partire da quello dell’Università di Montreal dimostrano come l’attivazione di progetti scolastici che aiutino i bambini a comprendere e migliorare le relazioni, riduce la possibilità che, crescendo, commettano azioni criminali. A beneficio di tutti: si stima che ogni dollaro investito nella prevenzione, generi 11 dollari di risparmi. Eppure abbiamo deciso di imboccare la strada opposta.
Prendiamo il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile che finanzia 800 progetti attivati da scuole e associazioni, rivolti a bambini e ragazzi contro la dispersione scolastica, le dipendenze, il disagio sociale. Il fondo (che funziona col meccanismo del credito d’imposta), nato nel 2016 con uno stanziamento da 100 milioni di euro l’anno, è stato via via spolpato: nel 2019 era già sceso a 55 milioni, nel 2022-23 a 45, e quest’anno ridotto a 3 milioni.
Il Fondo politiche giovanili, al quale attingono Regioni, Comuni, parrocchie, scuole e società sportive o culturali per finanziare progetti di educazione, formazione e inclusione è passato dai 90,8 milioni di euro del 2022 ai 49,9 milioni per il 2026.
Il Fondo per l’infanzia e l’adolescenza, che paga progetti di contrasto a violenza ed esclusione sociale nelle grandi città, è sceso da 28,7 milioni a 25,9 milioni. Ai Comuni, sempre a corto di risorse, non viene dato un euro in più per la creazione di centri di aggregazione ricreativi. Nel frattempo sui Comuni sono stati scaricati i 17.500 minori stranieri non accompagnati, che rappresentano la vera grande emergenza perché i numeri sono in crescita e perché sono i più esposti al reclutamento da parte della criminalità. Nel 2025, il solo Comune di Milano ha speso 20 milioni per la loro gestione, e lo Stato, se tutto va bene, gliene rimborserà 15.
In sostanza: la repressione da sola serve a nulla, se non accompagnata da interventi di politiche sociali con il coinvolgimento diretto della famiglia e soprattutto della scuola. A oggi, nel programma scolastico, l’educazione alle relazioni e affettività non è ancora materia obbligatoria.
L’incubatore del male
«L’esposizione continua a contenuti violenti, unita ad adulti meno credibili, e all’assenza di programmi scolastici di “educazione alle relazioni”, spinge i giovani a essere più competitivi, e questo genera disagio e, in alcuni casi, aggressività» sintetizza Marco Dugato di Transcrime. Lo scrive anche l’istituto Superiore di Sanità: «L’uso problematico dello smartphone colpisce oltre il 25% degli adolescenti» e gli studi dimostrano che alimenta prepotenza e brutalità. Nel nostro Paese lo sbarramento di accesso ai social è fino ai 13 anni. L’Australia ha avuto il coraggio di alzare il divieto a 16, la Francia si prepara a fissare il limite a 15. La Commissione Ue ha chiesto a tutti i Paesi membri di armonizzare verso l’alto: divieto assoluto sotto i 16 anni, con sanzioni salatissime per le piattaforme che non attivano filtri adeguati. È vero che i ragazzini sono abilissimi a raggirare le barriere, ma alzarle è un dovere, e i controlli – con punizioni esemplari e implacabili verso le piattaforme – un imperativo.
Milena Gabanelli e Andrea Priante
(da Il Corriere della Sera)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
CRESCE LA SFIDUCIA VERSO I CONCITTADINI, UN RECORD SOPRATTUTTO TRA GLI ELETTORI SOVRANISTI (NOTORIAMENTE COMPLESSATI)
La nostra società è fondata sulla sfiducia. È quanto sottolinea il recente sondaggio
condotto da LaPolis-Università di Urbino Carlo Bo (con Avviso Pubblico) per la ricerca “Gli italiani e lo Stato”. Soprattutto in politica, dove la sfiducia è divenuta, ormai da tempo, il principale argomento di consenso. Un consenso fondato, dunque, sul dissenso. Sul contrasto nei confronti delle istituzioni e, ovviamente, degli altri partiti e leader. Una tendenza affermata, esplicitamente, dal M5s di Beppe Grillo e riprodotta poi da altre forze politiche. Anche con successo. Visti i risultati ottenuti.
Dal M5s, quindi dalla Lds, la Lega di Salvini. E dal Pd guidato da Matteo Renzi. Divenuto, a sua volta, un “partito personale”: PdR. Per trasformarsi, rapidamente, in IV. Italia Viva. Il tratto comune di tutte queste esperienze è nel percorso svolto. Da partiti ad anti-partiti. Con un esito inevitabile: la crisi in tempi rapidi. Talora la fine. Perché non è possibile proporsi come “anti-partito” per svolgere “la parte del partito”. Entrando nel sistema politico, in Parlamento.
D’altra parte, la diffidenza è un sentimento radicato, nella società. In particolare, nei confronti di chi governa. Di chi agisce nelle istituzioni. Da sempre, ma soprattutto dopo la caduta della Prima Repubblica e dei partiti tradizionali. I partiti di massa, come venivano definiti allora, quando aggregavano davvero le masse. Perché erano espressione di ideologie e religioni. La fiducia nei loro confronti significava fede e marcava, per questo, un senso di appartenenza radicato, prima ancora che di interesse.
Ma quel tempo è finito. Da tempo. In particolare, da quando Silvio Berlusconi, negli anni Novanta, ha imposto e affermato il suo “partito personale”. Forza Italia. Un “Partito impresa”, che ha segnato una nuova epoca. Non solo in politica. Oggi quel sentimento appare non solo diffuso, ma dominante. E riconosciuto, da gran parte dei cittadini.
Il sondaggio
Come emerge dal recente sondaggio condotto da LaPolis Università di Urbino Carlo Bo (con Avviso Pubblico). Nel quale il 71% delle persone intervistate sostiene che “gli altri, se si presentasse l’occasione, approfitterebbero della mia buonafede”. Un senso di sfiducia esteso e cresciuto nel tempo, mai ampio come oggi. Ha, infatti, toccato il 71%, mentre, parallelamente, la quota di quanti ritengono che “gran parte della gente è degna di fiducia” ha raggiunto l’indice più basso: il 27%. Poco più di una persona su quattro.
Il dato più preoccupante, dal mio personale punto di vista (che di solito non propongo mai) è costituito dall’ampiezza di questo orientamento fra i più giovani e fra i giovani-adulti. Mentre il maggior grado di fiducia caratterizza in modo evidente i più anziani, con oltre 65 anni. Segno di un’abitudine alla socialità, maturata nel tempo. E, al tempo stesso, di una necessità tradotta in normalità. Perché per i più anziani il rapporto con gli altri è un’esperienza consolidata, ma, al tempo stesso, un’esigenza importante, fondamentale per allungare la propria storia personale. E, quindi, la propria vita.
Le differenze di orientamento, se si considera la posizione politica degli intervistati, riguardano soprattutto le componenti che “si chiamano fuori”, fra le quali il peso della sfiducia negli altri è dominante. Riflesso della sfiducia politica. Come fra coloro che si collocano più a destra. A differenza di chi si definisce di centro-destra.
Nel complesso, emerge un’abitudine alla sfiducia, se non alla diffidenza. Annunciata dalla ricerca “Gli italiani e lo Stato”, nella quale emergeva un declino della partecipazione e delle relazioni associative. Coerente con la fiducia nelle istituzioni. Lo Stato e il Parlamento.
D’altra parte, la fiducia negli altri è contestuale alla vita di comunità. In comune con gli altri. Perché vivere da soli genera insoddisfazione. Tristezza. Ma le relazioni con gli altri non possono essere affidate solo al digitale. Ai media. Perché davanti
allo schermo di un cellulare o di un IPad siamo tutti vicini e lontani al tempo stesso. Mentre la fiducia si basa sulle relazioni dirette. Non virtuali. Non (solo) a distanza.
Per questa ragione è importante costruire e rafforzare le relazioni personali. Per non restare soli. Perché da soli è difficile essere felici.
(da Repubblica)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
IN SCADENZA I CDA DI 17 SOCIETA’ PARTECIPATE: CONTA SOLO LA FEDELTA’, ALTRO CHE MERITOCRAZIA
Il caso Consob è una bussola perfetta, per capire quale rotta seguiranno i patrioti nel prossimo giro di nomine pubbliche. Entro la prossima primavera ci sono da rinnovare 112 consiglieri di amministrazione di 17 società partecipate. Non sarà una tornata, e neanche un’infornata. Sarà un’abbuffata. Le teste d’uovo di Fratelli d’Italia e della Lega si sono già attovagliati, pronti a divorare le poltrone che capitano a tiro.
L’uomo di Giorgetti
I soli “salvati” sono i tre amministratori delegati di Eni, Enel e Leonardo, cioè Claudio Descalzi, Flavio Cattaneo e Roberto Cingolani. Per il resto, sarà carne di porco. All’insegna dello spoils system più becero, ispirato all’unico criterio riconosciuto da questa banda di avventurieri: la fedeltà politica. Lo scontro in Consiglio dei ministri sul successore di Paolo Savona alla Commissione che vigila sulla Borsa e i mercati finanziari è paradigmatico. Giorgetti non ha dubbi, l’uomo giusto non è uno qualsiasi: è il suo sottosegretario, Federico Freni. Ci credereste? Peggio di Caligola col suo cavallo (col massimo rispetto per Freni, e pure per il cavallo). E il bello è che da un lato ci sono altri ministri che assicurano “siamo tutti d’accordo”, dall’altro lato c’è Antonio Tajani che si mette di traverso e dice “no, per noi Freni può fare il commissario, ma il presidente deve essere un tecnico”. Capite il paradosso? Per trovare un minimo di rispetto per le competenze professionali e per le convenienze istituzionali bisogna affidarsi ai maggiorenti di Forza Italia, il partito del Caimano che in altri tempi ha epurato tutto l’epurabile con gli editti bulgari e ha lottizzato tutto il lottizzabile con i maggiordomi arcoriani
Parlando solo di Consob: nel 2003 fu il governo Berlusconi-bis a piazzare al vertice Lamberto Cardia (capo del legislativo al Mef di Tremonti nel 1994 e poi sottosegretario a Palazzo Chigi con Dini nel 1995), e nel 2010 fu il governo Berlusconi-quater a spedirci Giuseppe Vegas (già vicepresidente dei gruppi forzisti e poi viceministro al Mef sempre con Tremonti tra il 2001 e il 2006). Oggi gli stessi eredi del Cavaliere sbarrano la strada ai politici e invocano i tecnici. È credibile? Sì, quanto uno scoop di Fabrizio Corona su “Falsissimo”. Tajani fa il Ghino di Tacco con un duplice scopo. Il primo, sovraordinato e più strategico: impedire che alla Consob ci finisca un esponente del Carroccio, capofila della sgangherata campagna contro le banche per la tassa sugli extraprofitti che ha impensierito Mediolanum e indignato Marina Berlusconi. Secondo, subordinato e più tattico: trattare con gli alleati di maggioranza l’eventuale via libera a Freni in cambio di adeguate contropartite sulle altre nomine. Comunque vada a finire, sarà un disastro. Quanto sarebbe importante una Vigilanza autonoma e autorevole sui mercati lo hanno dimostrato i pastrocchi di quest’ultimo anno intorno alle scalate bancarie. Di fronte al palese “concerto” tra i soci, dalla privatizzazione della quota di Mps alle nomine successive all’ingresso in Mediobanca, la Consob di Savona ha fatto il cane da salotto dei nuovi potenti, come serviva alle destre al comando. Non ha visto, non ha sentito, non ha parlato, facendosi pure mettere in mora dalla Procura di Milano. Al governo serve che questo andazzo da tre scimmiette continui anche per i prossimi sette anni. Per questo è fondamentale un politico che prende ordini. Come nella peggiore tradizione, del resto.
Il manuale Cencelli
Succedeva ed è successo anche ai tempi della Prima Repubblica, quando all’autority deputata al controllo di Piazza Affari Giulio Andreotti ci sistemava un disonesto avventuriero come Bruno Pazzi o un modesto senatore come Enzo Berlanda. È questione di verità storica e non di partigianeria: le eccezioni a questo Manuale Cencelli a senso unico si devono al centrosinistra. Un marchio indelebile lo lasciò nel 1981 Guido Rossi, uno dei massimi esperti internazionali di diritto finanziario, padre della prima legge antitrust di questo sciagurato Paese, voluto a ogni costo da quel genio di Beniamino Andreatta. Dello stesso segno, nel 1997 e nel 1998, le presidenze di Tommaso Padoa-Schioppa prima e di Luigi Spaventa poi, i due tecnici più prestigiosi e coraggiosi che si siano mai visti in quel palazzo, ormai tornato ad essere purtroppo una specie di porto delle nebbie: entrambi nominati da Romano Prodi durante il suo primo governo dell’Ulivo. Due civil servant, senza tessere di partito, che hanno incarnato la trasparenza e l’indipendenza di quel prezioso organo di garanzia. Basterebbero questi esempi a ribadire che oggi ci vorrebbe una Consob senza Freni.
(da repubblica.it)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
MA QUANDO LE PIAZZE SI RIVOLTANO I DITTATORI FINISCONO MALE
Quello che sta avvenendo negli Stati Uniti è una prova di forza, un tentativo del
presidente Trump di far scivolare il Paese in una guerra civile. Sono due parole, “guerra civile”, che ci sembrano lontane nella storia, almeno nel nostro privilegiato Occidente; eppure la definizione che dà la Treccani è quanto mai puntuale:
«Conflitto combattuto tra i cittadini di uno stesso Stato diviso in fazioni». È esattamente ciò che sta cercando di fare Trump, partendo dal Minnesota per poi allargare la prospettiva agli altri Stati democratici.
Dalla Guardia Nazionale all’ICE: la costruzione di una milizia privata
Non è la prima volta: c’è stato ovviamente l’assalto a Capitol Hill nel gennaio 2021 e ci aveva già provato a Chicago, Portland e Los Angeles nei mesi scorsi, tentando di assumere il comando della Guardia Nazionale. Quest’ultima è solitamente sotto il controllo dei governatori, ma può passare agli ordini del Presidente in caso di minaccia alla sicurezza nazionale. All’epoca le autorità di Chicago fecero ricorso: l’emergenza sbandierata dalla Casa Bianca semplicemente non esisteva e la Corte Suprema diede loro ragione. «Torneremo, forse in una forma differente e più forte, quando il crimine riprenderà a crescere. È solo una questione di tempo», aveva promesso Trump.
Oggi quella promessa è stata mantenuta attraverso l’impiego dell’ICE, schierata come una vera e propria milizia privata in una città democratica dove la comunità nera, e in particolare quella somala, è fortemente radicata.
Piazze in rivolta e la frattura sociale del MAGA
Nonostante il clima teso per gli arresti, l’uccisione del secondo cittadino statunitense per mano dell’ICE e la paura che serpeggia nelle strade di Minneapolis, sabato scorso 50.000 persone sono scese in piazza. Uno sciopero con pochissimi precedenti negli Stati Uniti, segno di una spaccatura profonda tra due segmenti della popolazione: da una parte l’America bianca che sostiene Trump e il movimento MAGA; dall’altra i neri, i latinos e i bianchi che si oppongono a politiche di “pulizia etnica” delle strade che non risparmiano nemmeno i bambini.
Trump ha cercato questa polarizzazione fin dall’inizio della sua seconda presidenza. Non vuole essere il “presidente di tutti” e lo ha dichiarato apertamente: la sua non è una posa istituzionale. Trump usa la Casa Bianca come un’azienda di cui è il padre padrone: o lo si ama, o lo si odia. Ricordo ancora i liberal-democratici che minimizzavano il suo impatto globale, gli stessi che oggi invitano a non esagerare riguardo al rischio di un’involuzione autoritaria nel nostro Paese.
Il mito del boom economico e i deliri del Re Sole
Eppure la direzione è tracciata. Mentre gli USA affrontano un’azione repressiva che non sembra avere fine, le elezioni di midterm si avvicinano. Il boom economico promesso dai dazi non si è visto. Nelle scorse settimane Trump ha licenziato governatore della Federal Reserve perché le stime economiche non coincidevano con le sue aspettative; a Davos si è autoincensato vantando una crescita del 5,6%, un dato non confermato e definito “senza precedenti”, omettendo però che la Cina ha viaggiato su cifre ben più alte fino a ieriLe elezioni potrebbero mettere in discussione il suo potere assoluto, un’eventualità non prevista dal “Re Sole” d’America, che mostra sempre più spesso deliri di onnipotenza attribuiti, da alcuni esperti statunitensi, a un narcisismo patologico misto a segni di decadimento cognitivo. In una dichiarazione di poche ore fa sulla morte di René Good, Trump ha parlato dell’accaduto come di un evento inevitabile, per poi virare subito su se stesso in terza persona. Si è concentrato sul proprio consenso personale, dicendosi certo che i genitori della vittima fossero ancora suoi sostenitori.
Un delirio narcisistico in un quadro autocratico che, tuttavia, non ha fatto cambiare idea a Giorgia Meloni su chi scegliere come alleato globale. La Presidente del Consiglio ha persino rilanciato la candidatura di Trump al Nobel per la Pace: esattamente come avvenne quasi un secolo fa con la Germania nazista, l’Italia sceglie di stare dalla parte sbagliata della storia.
(da Fanpage)
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