Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
PERCHE’ LA MULTA AI GENITORI E’ UNA PRESA IN GIRO
Si dice che dietro un adolescente che delinque c’è il fallimento degli adulti. A darne le dimensioni ci pensa la cronaca quotidiana. Un’indagine Demopolis per Con i Bambini dice che il 43% degli adolescenti italiani quando esce di casa teme di rimanere vittima di violenze e bullismo e il 26% è convinto che gli episodi di violenza da parte delle baby gang nella sua città siano sempre più frequenti.
Fenomeno in mutamento
Le bande giovanili ci sono sempre state, ma ci sono differenze sostanziali rispetto a quelle di oggi. Fino a qualche anno fa erano formate da componenti fissi, con le stesse origini etniche e bassa estrazione sociale. Agivano nei loro quartieri con lo scopo di mettersi qualche soldo in tasca attraverso furti o spaccio di stupefacenti ai coetanei. Dopo il Covid il fenomeno è esploso e ha cambiato pelle. Oggi ad accumunare i membri delle baby gang, più che il ceto sociale o il colore della pelle, sono gli abiti che indossano, la musica che ascoltano, l’uso di droghe, i modi strafottenti. I membri del gruppo cambiano di continuo: dentro c’è il minore straniero e quello italiano, quello che arriva dal quartiere disagiato e quello di famiglia benestante, e l’età va dagli 11 ai 17 anni. Si danno appuntamento sui social per poi ritrovarsi nei luoghi della movida, e l’obiettivo del furto o della violenza è l’atto di prevaricazione sulla vittima, meglio se filmato e postato sul web. La questura di Milano ha analizzato centinaia di commenti lasciati a questi video, e rilevato «un preoccupante livello di consenso da parte dei coetanei». In sostanza, l’esercizio del potere genera fascino.
L’impennata
Nel 2025 gli adolescenti indagati e seguiti dai Servizi sociali per i minorenni del ministero della Giustizia sono stati 23.862, il 23% stranieri, e rispetto al passato si è abbassata l’età: i 14-15enni che delinquono sono sempre più numerosi. Stando a un campione esaminato da Transcrime (centro di ricerca sulla criminalità dell’Università Cattolica di Milano), gran parte dei reati sono commessi in gruppo. Negli ultimi sei anni, gli illeciti di cui sono accusati si sono impennati: rissa +93%; rapina +54%; lesioni +53%; violenze sessuali +29%; omicidio +28%; minacce +26% (qui i dati 2019, e qui quelli 2025). Quelli finiti nei guai perché trovati a girare con una spranga o un coltello in tasca, sono schizzati del 93,5%. Ormai, spiega Luca Villa, procuratore presso il Tribunale per i Minorenni di Milano, «l’uso dei coltelli è vissuto come una moda, che diventa devastante nelle mani di chi non è in grado di controllare rabbia e frustrazione». I distretti più colpiti sono quelli di Milano, Bologna, Venezia, Napoli.
La risposta dello Stato
Nell’estate 2023 esplode a Caivano il caso di violenza su due bambine. Prevedendo quale sarebbe stata la risposta dello Stato, il 6 settembre l’allora Garante per l’infanzia Carla Garlatti scrive alla premier Giorgia Meloni: «Ogni tentativo di rendere il sistema penale minorile più rigido e orientato alla mera ottica punitiva non appare condivisibile. Tali soluzioni non hanno alcun vantaggio dal punto di vista educativo e di riduzione della recidiva». Pochi giorni dopo il governo vara il Decreto Caivano, che inasprisce le pene rendendo possibile arrestare i minori anche per spaccio di lieve entità, furto aggravato, resistenza.
A due anni di distanza (qui i dati settembre 2023, e qui quelli 2025) dall’entrata in vigore del decreto, gli effetti si vedono: +90% di ingressi nei Centri di prima accoglienza dove finiscono i minori fermati in attesa di convalida; +40% di presenze nei 19 istituti penali per minorenni (Ipm), dove il 63% è rinchiuso senza che sia intervenuta una condanna definitiva. Per la prima volta, dice il Garante per i detenuti, oltre la metà delle carceri per minori sono andate in sovraffollamento, aumentati i casi di autolesionismo, violenze, tentati suicidi. La soluzione individuata dal governo è stata quella di aprire 3 nuovi Ipm: L’Aquila, Lecce e Rovigo.
In queste strutture, dove finiscono ragazzi che sono poco più che bambini, c’è una carenza cronica di educatori, assistenti sociali, agenti, mentre i programmi di recupero e riabilitazione, di fatto, si contano sulle dita di una mano, e dove esistono è grazie al buon cuore delle associazioni di volontari. Più spesso gli adolescenti sono numeri senza volto, che una volta scontata la pena tornano a delinquere. Nel 2025 il Dipartimento giustizia minorile ha subito un taglio al budget per 19 milioni di euro, e nel 2026 è prevista una riduzione del 12% ai fondi per i corsi di istruzione e di reinserimento dei ragazzini arrestati
La repressione
Con il nuovo decreto sicurezza che sarà varato a giorni, sono previste multe fino a 12mila euro a chi vende coltelli ai minori e l’ammonimento del questore scatta anche per i 12/13enni se accusati di lesioni, rissa, violenza privata e minacce con l’uso di un coltello. Sanzioni fino a mille euro pure ai genitori di chi viene sorpreso a girare con il coltello nello zainetto. La novità si affianca alla legge (art 2048 cod. civile) che già prevede la «culpa in educando», cioè i genitori devono rispondere dei danni causati dai figli a meno che non dimostrino di aver fatto il possibile per impartire una sana educazione.
Ma come si dimostra di essere bravi educatori? Cristina Maggia, per 32 anni procuratore e giudice minorile, esprime una considerazione: «Ci sono famiglie dove la priorità è arrivare a fine mese, non certo controllare le foto che il figlio posta sui social. E da giudice mi chiedo: perché dovrei sanzionare una mamma e un papà, trascurando tutti gli altri adulti che a scuola, per strada, sui social, offrono modelli comportamentali sbagliati? La soluzione non è multare i genitori, ma mettere in campo politiche sociali e di assistenza che insegnino loro come svolgere al meglio il ruolo».
La prevenzione
Dunque cosa si fa per dare una qualche alternativa agli adolescenti e limitare l’attrazione verso i modelli che vedono scorrere sugli schermi dei telefonini, dai video delle risse al porno estremo? Diversi studi, a partire da quello dell’Università di Montreal dimostrano come l’attivazione di progetti scolastici che aiutino i bambini a comprendere e migliorare le relazioni, riduce la possibilità che, crescendo, commettano azioni criminali. A beneficio di tutti: si stima che ogni dollaro investito nella prevenzione, generi 11 dollari di risparmi. Eppure abbiamo deciso di imboccare la strada opposta.
Prendiamo il Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile che finanzia 800 progetti attivati da scuole e associazioni, rivolti a bambini e ragazzi contro la dispersione scolastica, le dipendenze, il disagio sociale. Il fondo (che funziona col meccanismo del credito d’imposta), nato nel 2016 con uno stanziamento da 100 milioni di euro l’anno, è stato via via spolpato: nel 2019 era già sceso a 55 milioni, nel 2022-23 a 45, e quest’anno ridotto a 3 milioni.
Il Fondo politiche giovanili, al quale attingono Regioni, Comuni, parrocchie, scuole e società sportive o culturali per finanziare progetti di educazione, formazione e inclusione è passato dai 90,8 milioni di euro del 2022 ai 49,9 milioni per il 2026.
Il Fondo per l’infanzia e l’adolescenza, che paga progetti di contrasto a violenza ed esclusione sociale nelle grandi città, è sceso da 28,7 milioni a 25,9 milioni. Ai Comuni, sempre a corto di risorse, non viene dato un euro in più per la creazione di centri di aggregazione ricreativi. Nel frattempo sui Comuni sono stati scaricati i 17.500 minori stranieri non accompagnati, che rappresentano la vera grande emergenza perché i numeri sono in crescita e perché sono i più esposti al reclutamento da parte della criminalità. Nel 2025, il solo Comune di Milano ha speso 20 milioni per la loro gestione, e lo Stato, se tutto va bene, gliene rimborserà 15.
In sostanza: la repressione da sola serve a nulla, se non accompagnata da interventi di politiche sociali con il coinvolgimento diretto della famiglia e soprattutto della scuola. A oggi, nel programma scolastico, l’educazione alle relazioni e affettività non è ancora materia obbligatoria.
L’incubatore del male
«L’esposizione continua a contenuti violenti, unita ad adulti meno credibili, e all’assenza di programmi scolastici di “educazione alle relazioni”, spinge i giovani a essere più competitivi, e questo genera disagio e, in alcuni casi, aggressività» sintetizza Marco Dugato di Transcrime. Lo scrive anche l’istituto Superiore di Sanità: «L’uso problematico dello smartphone colpisce oltre il 25% degli adolescenti» e gli studi dimostrano che alimenta prepotenza e brutalità. Nel nostro Paese lo sbarramento di accesso ai social è fino ai 13 anni. L’Australia ha avuto il coraggio di alzare il divieto a 16, la Francia si prepara a fissare il limite a 15. La Commissione Ue ha chiesto a tutti i Paesi membri di armonizzare verso l’alto: divieto assoluto sotto i 16 anni, con sanzioni salatissime per le piattaforme che non attivano filtri adeguati. È vero che i ragazzini sono abilissimi a raggirare le barriere, ma alzarle è un dovere, e i controlli – con punizioni esemplari e implacabili verso le piattaforme – un imperativo.
Milena Gabanelli e Andrea Priante
(da Il Corriere della Sera)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
CRESCE LA SFIDUCIA VERSO I CONCITTADINI, UN RECORD SOPRATTUTTO TRA GLI ELETTORI SOVRANISTI (NOTORIAMENTE COMPLESSATI)
La nostra società è fondata sulla sfiducia. È quanto sottolinea il recente sondaggio
condotto da LaPolis-Università di Urbino Carlo Bo (con Avviso Pubblico) per la ricerca “Gli italiani e lo Stato”. Soprattutto in politica, dove la sfiducia è divenuta, ormai da tempo, il principale argomento di consenso. Un consenso fondato, dunque, sul dissenso. Sul contrasto nei confronti delle istituzioni e, ovviamente, degli altri partiti e leader. Una tendenza affermata, esplicitamente, dal M5s di Beppe Grillo e riprodotta poi da altre forze politiche. Anche con successo. Visti i risultati ottenuti.
Dal M5s, quindi dalla Lds, la Lega di Salvini. E dal Pd guidato da Matteo Renzi. Divenuto, a sua volta, un “partito personale”: PdR. Per trasformarsi, rapidamente, in IV. Italia Viva. Il tratto comune di tutte queste esperienze è nel percorso svolto. Da partiti ad anti-partiti. Con un esito inevitabile: la crisi in tempi rapidi. Talora la fine. Perché non è possibile proporsi come “anti-partito” per svolgere “la parte del partito”. Entrando nel sistema politico, in Parlamento.
D’altra parte, la diffidenza è un sentimento radicato, nella società. In particolare, nei confronti di chi governa. Di chi agisce nelle istituzioni. Da sempre, ma soprattutto dopo la caduta della Prima Repubblica e dei partiti tradizionali. I partiti di massa, come venivano definiti allora, quando aggregavano davvero le masse. Perché erano espressione di ideologie e religioni. La fiducia nei loro confronti significava fede e marcava, per questo, un senso di appartenenza radicato, prima ancora che di interesse.
Ma quel tempo è finito. Da tempo. In particolare, da quando Silvio Berlusconi, negli anni Novanta, ha imposto e affermato il suo “partito personale”. Forza Italia. Un “Partito impresa”, che ha segnato una nuova epoca. Non solo in politica. Oggi quel sentimento appare non solo diffuso, ma dominante. E riconosciuto, da gran parte dei cittadini.
Il sondaggio
Come emerge dal recente sondaggio condotto da LaPolis Università di Urbino Carlo Bo (con Avviso Pubblico). Nel quale il 71% delle persone intervistate sostiene che “gli altri, se si presentasse l’occasione, approfitterebbero della mia buonafede”. Un senso di sfiducia esteso e cresciuto nel tempo, mai ampio come oggi. Ha, infatti, toccato il 71%, mentre, parallelamente, la quota di quanti ritengono che “gran parte della gente è degna di fiducia” ha raggiunto l’indice più basso: il 27%. Poco più di una persona su quattro.
Il dato più preoccupante, dal mio personale punto di vista (che di solito non propongo mai) è costituito dall’ampiezza di questo orientamento fra i più giovani e fra i giovani-adulti. Mentre il maggior grado di fiducia caratterizza in modo evidente i più anziani, con oltre 65 anni. Segno di un’abitudine alla socialità, maturata nel tempo. E, al tempo stesso, di una necessità tradotta in normalità. Perché per i più anziani il rapporto con gli altri è un’esperienza consolidata, ma, al tempo stesso, un’esigenza importante, fondamentale per allungare la propria storia personale. E, quindi, la propria vita.
Le differenze di orientamento, se si considera la posizione politica degli intervistati, riguardano soprattutto le componenti che “si chiamano fuori”, fra le quali il peso della sfiducia negli altri è dominante. Riflesso della sfiducia politica. Come fra coloro che si collocano più a destra. A differenza di chi si definisce di centro-destra.
Nel complesso, emerge un’abitudine alla sfiducia, se non alla diffidenza. Annunciata dalla ricerca “Gli italiani e lo Stato”, nella quale emergeva un declino della partecipazione e delle relazioni associative. Coerente con la fiducia nelle istituzioni. Lo Stato e il Parlamento.
D’altra parte, la fiducia negli altri è contestuale alla vita di comunità. In comune con gli altri. Perché vivere da soli genera insoddisfazione. Tristezza. Ma le relazioni con gli altri non possono essere affidate solo al digitale. Ai media. Perché davanti
allo schermo di un cellulare o di un IPad siamo tutti vicini e lontani al tempo stesso. Mentre la fiducia si basa sulle relazioni dirette. Non virtuali. Non (solo) a distanza.
Per questa ragione è importante costruire e rafforzare le relazioni personali. Per non restare soli. Perché da soli è difficile essere felici.
(da Repubblica)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
IN SCADENZA I CDA DI 17 SOCIETA’ PARTECIPATE: CONTA SOLO LA FEDELTA’, ALTRO CHE MERITOCRAZIA
Il caso Consob è una bussola perfetta, per capire quale rotta seguiranno i patrioti nel prossimo giro di nomine pubbliche. Entro la prossima primavera ci sono da rinnovare 112 consiglieri di amministrazione di 17 società partecipate. Non sarà una tornata, e neanche un’infornata. Sarà un’abbuffata. Le teste d’uovo di Fratelli d’Italia e della Lega si sono già attovagliati, pronti a divorare le poltrone che capitano a tiro.
L’uomo di Giorgetti
I soli “salvati” sono i tre amministratori delegati di Eni, Enel e Leonardo, cioè Claudio Descalzi, Flavio Cattaneo e Roberto Cingolani. Per il resto, sarà carne di porco. All’insegna dello spoils system più becero, ispirato all’unico criterio riconosciuto da questa banda di avventurieri: la fedeltà politica. Lo scontro in Consiglio dei ministri sul successore di Paolo Savona alla Commissione che vigila sulla Borsa e i mercati finanziari è paradigmatico. Giorgetti non ha dubbi, l’uomo giusto non è uno qualsiasi: è il suo sottosegretario, Federico Freni. Ci credereste? Peggio di Caligola col suo cavallo (col massimo rispetto per Freni, e pure per il cavallo). E il bello è che da un lato ci sono altri ministri che assicurano “siamo tutti d’accordo”, dall’altro lato c’è Antonio Tajani che si mette di traverso e dice “no, per noi Freni può fare il commissario, ma il presidente deve essere un tecnico”. Capite il paradosso? Per trovare un minimo di rispetto per le competenze professionali e per le convenienze istituzionali bisogna affidarsi ai maggiorenti di Forza Italia, il partito del Caimano che in altri tempi ha epurato tutto l’epurabile con gli editti bulgari e ha lottizzato tutto il lottizzabile con i maggiordomi arcoriani
Parlando solo di Consob: nel 2003 fu il governo Berlusconi-bis a piazzare al vertice Lamberto Cardia (capo del legislativo al Mef di Tremonti nel 1994 e poi sottosegretario a Palazzo Chigi con Dini nel 1995), e nel 2010 fu il governo Berlusconi-quater a spedirci Giuseppe Vegas (già vicepresidente dei gruppi forzisti e poi viceministro al Mef sempre con Tremonti tra il 2001 e il 2006). Oggi gli stessi eredi del Cavaliere sbarrano la strada ai politici e invocano i tecnici. È credibile? Sì, quanto uno scoop di Fabrizio Corona su “Falsissimo”. Tajani fa il Ghino di Tacco con un duplice scopo. Il primo, sovraordinato e più strategico: impedire che alla Consob ci finisca un esponente del Carroccio, capofila della sgangherata campagna contro le banche per la tassa sugli extraprofitti che ha impensierito Mediolanum e indignato Marina Berlusconi. Secondo, subordinato e più tattico: trattare con gli alleati di maggioranza l’eventuale via libera a Freni in cambio di adeguate contropartite sulle altre nomine. Comunque vada a finire, sarà un disastro. Quanto sarebbe importante una Vigilanza autonoma e autorevole sui mercati lo hanno dimostrato i pastrocchi di quest’ultimo anno intorno alle scalate bancarie. Di fronte al palese “concerto” tra i soci, dalla privatizzazione della quota di Mps alle nomine successive all’ingresso in Mediobanca, la Consob di Savona ha fatto il cane da salotto dei nuovi potenti, come serviva alle destre al comando. Non ha visto, non ha sentito, non ha parlato, facendosi pure mettere in mora dalla Procura di Milano. Al governo serve che questo andazzo da tre scimmiette continui anche per i prossimi sette anni. Per questo è fondamentale un politico che prende ordini. Come nella peggiore tradizione, del resto.
Il manuale Cencelli
Succedeva ed è successo anche ai tempi della Prima Repubblica, quando all’autority deputata al controllo di Piazza Affari Giulio Andreotti ci sistemava un disonesto avventuriero come Bruno Pazzi o un modesto senatore come Enzo Berlanda. È questione di verità storica e non di partigianeria: le eccezioni a questo Manuale Cencelli a senso unico si devono al centrosinistra. Un marchio indelebile lo lasciò nel 1981 Guido Rossi, uno dei massimi esperti internazionali di diritto finanziario, padre della prima legge antitrust di questo sciagurato Paese, voluto a ogni costo da quel genio di Beniamino Andreatta. Dello stesso segno, nel 1997 e nel 1998, le presidenze di Tommaso Padoa-Schioppa prima e di Luigi Spaventa poi, i due tecnici più prestigiosi e coraggiosi che si siano mai visti in quel palazzo, ormai tornato ad essere purtroppo una specie di porto delle nebbie: entrambi nominati da Romano Prodi durante il suo primo governo dell’Ulivo. Due civil servant, senza tessere di partito, che hanno incarnato la trasparenza e l’indipendenza di quel prezioso organo di garanzia. Basterebbero questi esempi a ribadire che oggi ci vorrebbe una Consob senza Freni.
(da repubblica.it)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
MA QUANDO LE PIAZZE SI RIVOLTANO I DITTATORI FINISCONO MALE
Quello che sta avvenendo negli Stati Uniti è una prova di forza, un tentativo del
presidente Trump di far scivolare il Paese in una guerra civile. Sono due parole, “guerra civile”, che ci sembrano lontane nella storia, almeno nel nostro privilegiato Occidente; eppure la definizione che dà la Treccani è quanto mai puntuale:
«Conflitto combattuto tra i cittadini di uno stesso Stato diviso in fazioni». È esattamente ciò che sta cercando di fare Trump, partendo dal Minnesota per poi allargare la prospettiva agli altri Stati democratici.
Dalla Guardia Nazionale all’ICE: la costruzione di una milizia privata
Non è la prima volta: c’è stato ovviamente l’assalto a Capitol Hill nel gennaio 2021 e ci aveva già provato a Chicago, Portland e Los Angeles nei mesi scorsi, tentando di assumere il comando della Guardia Nazionale. Quest’ultima è solitamente sotto il controllo dei governatori, ma può passare agli ordini del Presidente in caso di minaccia alla sicurezza nazionale. All’epoca le autorità di Chicago fecero ricorso: l’emergenza sbandierata dalla Casa Bianca semplicemente non esisteva e la Corte Suprema diede loro ragione. «Torneremo, forse in una forma differente e più forte, quando il crimine riprenderà a crescere. È solo una questione di tempo», aveva promesso Trump.
Oggi quella promessa è stata mantenuta attraverso l’impiego dell’ICE, schierata come una vera e propria milizia privata in una città democratica dove la comunità nera, e in particolare quella somala, è fortemente radicata.
Piazze in rivolta e la frattura sociale del MAGA
Nonostante il clima teso per gli arresti, l’uccisione del secondo cittadino statunitense per mano dell’ICE e la paura che serpeggia nelle strade di Minneapolis, sabato scorso 50.000 persone sono scese in piazza. Uno sciopero con pochissimi precedenti negli Stati Uniti, segno di una spaccatura profonda tra due segmenti della popolazione: da una parte l’America bianca che sostiene Trump e il movimento MAGA; dall’altra i neri, i latinos e i bianchi che si oppongono a politiche di “pulizia etnica” delle strade che non risparmiano nemmeno i bambini.
Trump ha cercato questa polarizzazione fin dall’inizio della sua seconda presidenza. Non vuole essere il “presidente di tutti” e lo ha dichiarato apertamente: la sua non è una posa istituzionale. Trump usa la Casa Bianca come un’azienda di cui è il padre padrone: o lo si ama, o lo si odia. Ricordo ancora i liberal-democratici che minimizzavano il suo impatto globale, gli stessi che oggi invitano a non esagerare riguardo al rischio di un’involuzione autoritaria nel nostro Paese.
Il mito del boom economico e i deliri del Re Sole
Eppure la direzione è tracciata. Mentre gli USA affrontano un’azione repressiva che non sembra avere fine, le elezioni di midterm si avvicinano. Il boom economico promesso dai dazi non si è visto. Nelle scorse settimane Trump ha licenziato governatore della Federal Reserve perché le stime economiche non coincidevano con le sue aspettative; a Davos si è autoincensato vantando una crescita del 5,6%, un dato non confermato e definito “senza precedenti”, omettendo però che la Cina ha viaggiato su cifre ben più alte fino a ieriLe elezioni potrebbero mettere in discussione il suo potere assoluto, un’eventualità non prevista dal “Re Sole” d’America, che mostra sempre più spesso deliri di onnipotenza attribuiti, da alcuni esperti statunitensi, a un narcisismo patologico misto a segni di decadimento cognitivo. In una dichiarazione di poche ore fa sulla morte di René Good, Trump ha parlato dell’accaduto come di un evento inevitabile, per poi virare subito su se stesso in terza persona. Si è concentrato sul proprio consenso personale, dicendosi certo che i genitori della vittima fossero ancora suoi sostenitori.
Un delirio narcisistico in un quadro autocratico che, tuttavia, non ha fatto cambiare idea a Giorgia Meloni su chi scegliere come alleato globale. La Presidente del Consiglio ha persino rilanciato la candidatura di Trump al Nobel per la Pace: esattamente come avvenne quasi un secolo fa con la Germania nazista, l’Italia sceglie di stare dalla parte sbagliata della storia.
(da Fanpage)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
E ORA NON SI ESPRIME PIU’ SULL’ESECUZIONE CRIMINALE DI CUI E’ RIMASTO VITTIMA ALEX PRETTI
Donald Trump ha scelto di non sbilanciarsi sulla sparatoria che sabato ha portato alla morte di Alex Pretti, 37 anni, infermiere di terapia intensiva giustiziato da un agente dell’ICE proprio mentre stava filmando un’operazione federale in una strada di Minneapolis. In una lunga intervista telefonica concessa domenica al Wall Street Journal, il presidente ha infatti evitato più volte di dire se l’uso della forza sia stato appropriato, specificando che l’amministrazione starebbe ancora “esaminando l’accaduto” e che una valutazione ufficiale verrà resa nota soltanto al termine delle “verifiche interne”.
“L’ICE non è destinata a durare per sempre, a un certo punto ce ne andremo”
Nel corso dell’intervista, Trump ha però introdotto un nuovo elemento nel dibattito, affermando che la presenza degli agenti dell’Immigrazione and Customs Enforcement (meglio noti come ICE) in città non sarebbe “destinata a durare” per sempre. “A un certo punto ce ne andremo”, ha infatti detto, senza indicare però una data precisa, ma specificando che, anche in caso di ritiro, altri gruppi federali potrebbero restare nello Stato per occuparsi di indagini su frodi finanziarie, facendo riferimento a un ampio scandalo sul welfare che, secondo il Tycoon, giustificherebbe un rafforzamento delle attività federali.
La ricostruzione delle autorità federali è stata messa totalmente in discussione dai filmati registrati dai presenti e circolati nelle ore successive, analizzati dallo stesso Wall Street Journal, nei quali si vede precisamente un agente sottrarre l’arma a Pretti che la deteneva legalmente e, a distanza di meno di un secondo, un altro agente aprire il fuoco. Una dinamica, insomma, che contrasta apertamente con la versione iniziale delle autorità federali, secondo cui Pretti avrebbe opposto una “violenta resistenza”, costringendo gli agenti a sparare per difendersi.
Le proteste a Minneapolis
L’omicidio di Pretti, e prima ancora quello di Renee Nicole Good, ha innescato moltissime manifestazioni a Minneapolis e in tante altre città americane, nonostante il gelo che in questi giorni ha colpito gran parte del Paese. In Minnesota lo scontro si è poi rapidamente spostato sul piano politico, con il governatore democratico Tim Walz che ha criticato apertamente le operazioni federali e il comandante della Polizia di frontiera Gregory Bovino, comandante della Polizia di frontiera, che ha difeso l’operato dei suoi uomini, attribuendo la responsabilità dell’escalation a politici locali e a una presunta campagna di delegittimazione delle forze dell’ordine. Walz ha invece condannato “chi criminalizza la vittima e ignora i fatti emersi dai video”. Anche il capo della polizia locale avrebbe preso le distanze dall’azione
federale, sottolineando come negli anni gli agenti abbiano effettuato centinaia di arresti e sequestri di armi senza ricorrere mai a colpi d’arma da fuoco.
Nuove crepe nel fronte repubblicano
Il caso Pretti non starebbe creando però “solo” tensioni tra le strade cittadine, ma grosse fratture anche all’interno del Partito repubblicano. Alcuni esponenti conservatori, come Bill Cassidy, avrebbero infatti già chiesto un’indagine indipendente che coinvolga sia le autorità federali che quelle statali (finora escluse), sostenendo che “sia in gioco la credibilità dell’ICE e del Dipartimento per la Sicurezza”. Altri, pur continuando a sostenere la linea dura di Trump sull’immigrazione, hanno espresso profonda preoccupazione per la gestione politica e comunicativa della vicenda. Non solo, le dichiarazioni di Trump che giustificano l’uso della forza e della violenza sulla base del possesso di un’arma avrebbero sollevato grossi malumori anche in ambienti tradizionalmente vicini alla difesa del Secondo emendamento, dove si sottolinea la differenza tra portare legalmente un’arma e brandirla, usarla per minacciare, o peggio, per uccidere.
Nel frattempo, mentre a Minneapolis, nel luogo della sparatoria, cresce un memoriale improvvisato per Alex Pretti, e mentre le proteste continuano e si intensificano tra le strade, la Casa Bianca starebbe valutando l’impatto politico della vicenda: secondo fonti dell’amministrazione, alcuni consiglieri temono infatti che queste operazioni possano diventare un vero e proprio costo elettorale. Trump, da parte sua, continua invece a evitare una valutazione diretta sull’uso letale della forza, lasciando che la questione resti sospesa tra indagini interne, scontro istituzionale e un dibattito nazionale sempre più acceso sul ruolo dell’ICE e dei poteri federali nelle città americane.
(da Fanpage)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
IL TEMPO DI ADDESTRAMENTO DELLE RECLUTE È STATO DIMEZZATO A 8 SETTIMANE E I CRITERI DI SELEZIONE SONO ALQUANTO OPACHI
1 Quando è nato il Department of Homeland Security
Il ministero della Sicurezza Interna fu creato dopo gli attentati dell’11 settembre 2001, raggruppando 22 agenzie federali. L’Ice è una di queste.
2 Quanti agenti ha l’Ice?
L’Immigration and Custom Enforcement (Ice) è la principale agenzia a contrasto dell’immigrazione illegale, nata nel 2002. Nel primo anno di presidenza Trump è passata da 10 mila a 22 mila agenti (su 220 mila candidati) grazie a una campagna di reclutamento costata 100 milioni di dollari (con particolare attenzione a siti e social di destra come Rumble) alla ricerca di «qualificati patrioti americani», allettati da stipendi di 50 mila dollari l’anno e bonus per gli ex studenti (come il condono dei debiti universitari).
Quanto qualificati? Il tempo di addestramento delle reclute è stato dimezzato a 8 settimane. Cancellato il requisito di una padronanza minima dello spagnolo, la
lingua più diffusa tra i migranti. I criteri di selezione sono alquanto opachi. Un agente dell’Ice ha ucciso la donna disarmata Renee Good il 7 gennaio a Minneapolis.
3 In cosa differiscono Ice e Border Patrol?
Operano di concerto. Le «pattuglie di frontiera» (circa 20 mila unità) tradizionalmente stanno più vicine ai confini (entro i 150 chilometri da esse hanno poteri anche superiori alla polizia locale). Donald Trump ha affidato loro molte delle operazioni di rastrellamento e deportazione nelle città degli Stati Uniti. Almeno il 50% degli agenti appartiene alla minoranza latino-americana (che è pari al 20% della popolazione), contro il 30% dell’Ice (prima delle nuove infornate). Tra le agenzie federali, la Border Patrol ha la minor presenza di donne tra i 20 mila effettivi (4%).
4 Questi «federali» hanno la divisa?
Sì, no, talvolta più di una. Gli agenti dell’Ice operano anche in borghese, oppure con il giubbetto anti-proiettile e la scritta Police, o Ice, o ancora Ero (la squadra specializzata in arresti). Quelli dello Special Response Team hanno mimetica ed equipaggiamento anti-sommossa (con fucili in grado di sparare proiettili al peperoncino). Gli uomini delle Border Patrol indossano spesso sugli abiti civili il giubbetto smanicato con la scritta dell’agenzia. Per motivi di sicurezza (propria), nessuno ha l’obbligo di mostrare il volto.
Quasi sempre hanno maschera o foulard a renderli irriconoscibili.
5 E la Guardia Nazionale?
Il nucleo più antico delle forze armate Usa. Attualmente sono 325 mila riservisti in tutti gli Stati. Entrano in azione in caso di particolari emergenze o situazioni di guerra, su richiesta del presidente degli Stati Uniti o dei singoli governatori. Sono stati impiegati in Iraq e in Afghanistan, per l’uragano Katrina, per l’Ebola in Africa. Trump ha cercato di usare la Guardia Nazionale contro le manifestazioni di protesta ad esempio a Chicago, ma a fine dicembre la Corte Suprema gli ha dato torto.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
SE NEGLI USA LA LEGGE FOSSE UGUALE PER TUTTI TRUMP SAREBBE GIA’ FINITO DA TEMPO SULLA SEDIA ELETTRICA
L’attrice Natalie Portman ha partecipato al Sundance Film Festival nello Utah indossando sul red carpet una spilletta con la scritta “Ice out”, simbolo di protesta contro l’operato dell’Immigration and Customs Enforcement negli Stati Uniti. Alla premiere mondiale del suo film The Gallerist, Portman si è commossa fino alle lacrime: «Oggi è stato un giorno orribile: tutto quello che Trump, Kristi Noem (segretario alla sicurezza interna, ndr) e l’Ice stanno facendo ai nostri cittadini e alle persone prive di documenti (arresti, aggressioni e uccisioni legate all’Ice a Minneapolis) è scandaloso e deve finire».
La denuncia delle attrici
Anche Olivia Wilde, alla premiere del suo film The Invite, ha espresso il suo sdegno per le violenze legate all’Ice. «L’uccisione di Alex Pretti è incomprensibile, forse – ha concluso – abbiamo un governo che in qualche modo cerca di trovare delle scuse e di legittimarlo, ma noi (americani) non lo facciamo».
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
I FILMATI SMENTISCONO GLI AGENTI, L’INFERMIERE NON AVEVA ARMI IN MANO
Tutti i filmati che mostrano l’omicidio di Alex Pretti a Minneapolis smentiscono gli
agenti dell’Ice e il presidente Donald Trump. L’infermiere 37enne, esattamente come Renée Good, non ha minacciato in alcun modo la polizia dell’immigrazione. Stava soltanto filmando le azioni degli agenti con il suo cellulare. Il presidente ha mentito agli americani sull’omicidio, così come ha mentito la segretaria alla sicurezza interna Kristi Noem, che ha affermato che Pretti «voleva fare del male a quegli agenti, avanzando verso di loro e impugnandola (l’arma, ndr ) in quel modo».
Le bugie di Trump e il video di Pretti
A smentire le bugie di Trump e dei trumpiani sono i video girati sulla scena. Si vede Pretti con un giaccone, occhiali da sole e un cappello da baseball, che si trova da solo in mezzo alla strada. In una mano ha il telefono. L’altra è libera. Intanto uno degli agenti si avvicina a due donne che protestano. Spinge una delle due. Pretti le mette un braccio intorno alle spalle. Anche l’altra manifestante viene spinta e cade. Pretti si abbassa per aiutarla a rialzarsi. E a quel punto l’agente spruzza spray urticante all’infermiere. Arrivano altri agenti che lo atterrano. Nella mischia l’infermiere, steso a pancia in giù, viene picchiato. Poi un agente si allontana dal gruppo impugnando una pistola, forse proprio quella di Pretti.
L’agente e l’arma
Come ricostruisce oggi il Corriere della Sera, l’agente ha visto l’arma sulla cintola di Pretti e gliel’ha sottratta. Si sente anche uno degli agenti che grida: «Ha un’arma». E questo dimostra che l’infermiere non ha minacciato nessuno con la pistola prima di finire a terra. Un secondo dopo si sente uno sparo. Poi gli agenti si allontanano e sparano ancora contro l’uomo a terra. Si sentono dieci colpi in cinque
secondi. E Pretti muore senza aver mai toccato l’arma che poteva portare con sé in base alla Costituzione americana.
(da agenzie)
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Gennaio 26th, 2026 Riccardo Fucile
LE OPPOSIZIONI: “MELONI PROTESTI CON TRUMP”,,, QUANDO MAI, NOI RICHIAMIAMO L’AMBASCIATORE SOLO CON LA SVIZZERA
Due inviati a Minneapolis della trasmissione Rai In mezz’ora sono stati fermati e minacciati dagli agenti federali dell’Ice che pattugliano la città dopo l’omicidio di Alex Pretti. Le intimidazioni sono registrate in un video mandato in onda oggi dalla
trasmissione condotta da Monica Maggioni. Laura Cappon e Daniele Babbo, i due inviati della Rai nella città Usa, erano a bordo dell’auto che li stava portando sui luoghi del loro reportage, quando il veicolo è stato fermato in malo modo da una squadra dell’ICE. «Uno è davanti a me e l’altro dietro. Sembra un convoglio», dice la donna al volante dell’auto su cui viaggiano i due giornalisti italiani: «Ci hanno intrappolato». A quel punto l’auto davanti si ferma, un agente esce dal veicolo e si avvicina alla macchina dei giornalisti chiedendo di abbassare il finestrino. «No, non abbasso il finestrino, non stiamo facendo nulla di male, solo guidando nella mia città», gli risponde la donna alla guida. «Spacchiamo il finestrino e ti trasciniamo fuori dall’auto», risponde a muso duro l’agente. «Press! We are press, Italian!», provano a darle manforte Laura Cappon. Ma gli agenti federali, che a quel punto hanno accerchiato l’auto, proseguono con le minacce. «Questo è l’unico avvertimento, se continuate a filmarci e a seguirci, spacchiamo il finestrino e vi tiriamo fuori dall’auto». A quel punto gli agenti sembrano tornare al loro veicolo, e il video s’interrompe.
Pd e Renzi: «Intervenga Meloni»
Nel giro di poche ore in Italia esplode il caso politico attorno all’agguato dell’ICE contro gli inviati della Rai. Le opposizioni all’unisono chiedono al governo di prendere una posizione netta e a Giorgia Meloni in persona di protestare con gli Usa per quanto accaduto. «Le minacce ai giornalisti italiani, a cui va la nostra solidarietà, da parte dell’Ice sono inaccettabili e vanno respinte con forza. Aspettiamo un’immediata presa di posizione della presidente del Consiglio e del ministro Tajani», scrive su X il leader di Italia Viva Matteo Renzi. «Al Governo Meloni, se ha un minimo di orgoglio nazionale, chiediamo di protestare formalmente e prendere le distanze una volta per tutte. E chiarire come intende proteggere i nostri connazionali che vivono e lavorano nei luoghi in cui sta operando l’Ice da questo clima di intimidazioni e violenze. Chissà se ora il Ministro Piantedosi, dopo aver visto le immagini di Minneapolis, o magari dopo aver letto le parole dei genitori di Alex Pretti, abbia capito il problema e provato un po’ di vergogna», dichiara il responsabile Esteri del Pd Peppe Provenzano.
Bonelli: «Deriva autoritaria negli Usa, basta sudditanza politica a Trump»
Toni ancor più accesi quelli del leader dei Verdi Angelo Bonelli, che parla di «salto di qualità inquietante» nell’assalto dell’ICE ai giornalisti italiani, con «intimidazioni mafiose contro la stampa nel cuore degli Stati Uniti». «Siamo
davanti a una deriva autoritaria alimentata dall’amministrazione Donald Trump, che tra violenze, repressione e minacce ai giornalisti sta spingendo l’America verso una frattura da guerra civile strisciante. Di fronte a tutto questo – aggiunge – Giorgia Meloni deve condannare immediatamente quanto accaduto. Basta con la sudditanza politica verso Trump: dalla grottesca proposta di candidatura al Nobel per la pace fino al silenzio sulle offese rivolte ai militari italiani impegnati in Afghanistan. La libertà di stampa e la dignità dell’Italia vengono prima di ogni alleanza ideologica».
(da agenzie)
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