Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
CON BUONA PACE DELLA LEGALITA’: UN VICEPREMIER CHE INCONTRA UN DELINQUENTE CON PRECEDENTI PER TRUFFA, AGGRESSIONE, POSSESSO DI COCAINA, ISTIGAZIONE ALL’ODIO RAZZIALE, ARRESTATO E INCARCERATO PIU’ VOLTE
L’estremista di destra inglese Tommy Robinson negli scorsi giorni è arrivato a Roma e, tra le altre cose, ha incontrato il vicepremier e segretario della Lega Matteo Salvini. Postando la foto di rito su X, Robinson ha scritto: “In tutta Europa abbiamo bisogno di amici… l’immigrazione, gli attacchi alla nostra cultura e identità non colpiscono solo la Gran Bretagna, ma l’Europa nel suo complesso. L’Europa deve unirsi e lottare come una sola persona. Ho avuto l’onore di stringere la mano a un uomo che ho osservato fin dall’inizio del mio attivismo, un leader senza paura, un uomo forte d’Europa, vicepremier d’Italia”.
Quello di Robinson è un nome che dirà poco o niente ai lettori e alle lettrici qui da noi, ma nel Regno Unito lo conoscono davvero tutti e, a sentire lui, da tempo lo segue anche Salvini. Classe 1982 e un passato come leader di gruppuscoli di estrema destra razzisti e violenti, nonostante una serie di gravi guai giudiziari che lo hanno portato anche in carcere, si è reinventato come “giornalista” ma soprattuto influencer diventando di fatto un leader politico, grazie anche al sostegno di Elon Musk.
Lo scorso 13 settembre a Londra si è tenuta quella che è stata considerata la più grande manifestazione di tutti i tempi dell’estrema destra in Inghilterra, e forze in tutta Europa dal Dopoguerra. Circa 150.000 persone hanno sfilato contro gli immigrati e il governo laburista. Al comizio finale compare sui maxi schermi anche Elon Musk, sopra e dietro il palco ci sta tutto il gotha dell’universo dell’estrema destra di mezzo mondo: influencer, esponenti di think tank, opinionisti, politici. A guidare la marcia c’era questo poco più che quarantenne nato a Luton, sonnacchioso paesone a cinquanta chilometri a Nord di Londra, mascella volitiva, capelli biondo fieno e rasatura, poco collo e tanti muscoli, al secolo conosciuto come Stephen Lennon (ma Tommy Robinson evidentemente suonava meglio).
Spregiudicato imprenditore dell’odio e di se stesso si lancia in politica con l’English Defence League (EDL), che unisce vigilantismo, razzismo contro gli immigrati (soprattutto musulmani) e voglia di menare le mani per le strade. Tra i gruppetti locali che l’EDL riunisce c’è anche il United People of Luton di Lennon/Robinson. È la fine degli anni Zero e nonostante i toni minacciosi l’EDL non aggrega mai nelle sue marce poco più che qualche migliaio di persone. Nel 2013 il nostro se ne va e prova a copiare Pegida, movimento anti immigrati tedesco, fondando Pegida UK. È un fiasco totale.
Ma forse è proprio il fallimento delle sue prime avventure politiche a farne un pioniere. Cambiando il contenitore ma non il contenuto, diventa una specie di corrispondente dal Regno Unito per diversi portali dell’alt-right americana, che sta portando alla prima vittoria di Donald Trump.
I suoi contenuti, sempre più provocatori e violenti, arrivano a mettere nel mirino un rifugiato siriano appena adolescente. Si chiama Jamal Hijazi ed è vittima di bullismo. Robinson lo accusa di aver aggredito una ragazza bianca e difende i giovani accusati di averlo preso di mira. Va fuori il tribunale e diffonde la sua immagine inseguendolo, trasformandolo così di fatto in un bersaglio per la sua audience fatta di milioni di persone arrabbiate e che ce l’hanno con gli immigrati.
A seguito di questa nel 2018 viene arrestato e nasce il movimento “Free Tommy”. I suoi sostenitori sostengono che sia un perseguitato politico, messo nel mirino per aver detto la verità sui rifiugiati e così via. Diventa così uno dei simboli del “free speech”, la libertà di parola invocata dalla destra globale per poter colpire i proprii obiettivi, un martire della censura del politicamente corretto.
Negli anni successivi ci saranno altri guai giudiziari per Robinson: in particolare nel 2021 viene denunciato ed è colpito da un’ordinanza ristrettiva per aver perseguitato una giornalista, Lizzie Dearde, “colpevole” di aver raccontato come l’estremista di destra aveva utilizzato in maniera impropria i fondi donatigli dai suoi sostenitori durante la detenzione.
Una truffa in poche parole, e non la prima commessa da Robinson: nel 2012 aveva patteggiato una pena per aver commesso diverse frodi su dei mutui grazie a false dichiarazioni. A voler fare un quadro completo della fedina penale ci sarebbero poi l’arresto per il pestaggio di un poliziotto, una condanna per possesso di cocaina e per aver istigato una maxi rissa
Evidentemente però Matteo Salvini non è per niente in imbarazzo a posare con personaggio simile, con buona pace della legalità e la sicurezza. La guerra agli
immigrati prima di tutto e poi gli amici di Elon Musk, sono evidentemente suoi amici, sulla fiducia.
Per terminare il racconto della parola di Robinson finora manca però l’ultimo tassello, ed è una vicenda che probabilmente molti di voi ricorderanno. Nel luglio del 2024 il 17enne Axel Rudakubana uccide tre bambine e ferisce tre persone a coltellate. La strage avviene Southport, alla periferia di Liverpool, e colpisce l’opinione pubblica di mezzo mondo soprattutto per le vittime: delle bambine che festeggiavano un compleanno, la festa a tema Taylor Swift. Colpiscono anche le immagini dell’omicidio: lo sguardo allucinato, sormontato da una scompigliata acconciatura afro. Il 17enne si scopre soffrire di gravi disturbi mentali, ma per la propaganda di destra soprattutto è figlio di genitori ruandesi.
In questo contesto Robinson inizia a buttare benzina sul fuoco: sostiene che l’assassino sia un richiedente asilo irregolare, cosa falsa, contribuendo ad esasperare il clima. L’episodio scatenerà un’ondata di violenze razziali come non si vedevano da decenni in Inghilterra tra assalti a centri di accoglienza, incidenti e violenze contro le moschee e i cittadini non bianchi. A fare da gran cassa alle panzane di Robinson arriva Elon Musk, mentre Nigel Farage e il suo partito Reform Uk inizieranno in quel momento un’ascesa che lo ha portato a essere la prima forza politica nei sondaggi. Poco dopo aver raggiunto la ribalta viene nuovamente arrestato per continuare a diffondere bugie sul conto del 17enne siriano. La campagna per la sua liberazione diventa il minimo comune denominatore dell’estrema destra di mezzo mondo con una valanga di contenuti social, podcast, meme e sponsor di eccezione: a questo punto è una celebrità.
La marcia di settembre di Robinson è stata segnata da violenze e incidenti, ma soprattutto ha messo in cima all’agenda parole d’ordine come la remigrazione, ormai diventate familiari e sposate da larga parte della destra mainstream (a cominciare dalla Lega), oltre che esplicitamente razziste come la difesa “dell’Inghilterra bianca”.
Sarebbe molto interessante sapere di cosa hanno parlato Salvini e Robinson, se magari hanno dei programmi e dei progetti comuni per il prossimo futuro.
(da agenzie)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL DEBUNKING DI PUENTE E’ IMPRECISO E SUPERFICIALE
Alessandro Barbero ha pubblicato un video in cui spiega le ragioni per cui voterà No al
referendum costituzionale sulla riforma della giustizia voluta dal governo Meloni e firmata dalla leader di Fratelli d’Italia e dal ministro Nordio.
L’intervento, di taglio storico-politico, è diventato rapidamente virale, ma pochi giorni dopo è stato oggetto di fact-checking da parte di David Puente, debunker di Open, la testata fondata da Enrico Mentana. In base agli accordi tra Open e Meta, il fact-checking ha portato alla limitazione del video su piattaforme come Facebook e Instagram. Tuttavia, il debunking presenta diverse criticità, tanto sul piano letterale quanto su quello logico e interpretativo.
Che cos’è (e non è) il video di Barbero
Prima di entrare nel merito delle singole affermazioni, è utile chiarire la natura dell’intervento dello storico torinese. Non si tratta di un’analisi giuridica della riforma né di un commento tecnico agli articoli e ai meccanismi normativi: Barbero non pretende di muoversi su quel terreno, che non è il suo. Il video è, esplicitamente, una dichiarazione di voto basata su un’interpretazione storico-politica della riforma e dei suoi possibili effetti sugli equilibri istituzionali.
L’analisi parte dalle dinamiche di potere, dalle trasformazioni degli organi di garanzia e dalle conseguenze sistemiche delle scelte politiche. È esattamente questo il campo su cui uno storico ha titolo, anche accademico, per intervenire: la storia non si limita infatti a descrivere norme e istituzioni, ma studia le fonti, le cause e soprattutto gli effetti che le scelte politiche generano nella realtà. Trattare questo intervento come se fosse un manuale giuridico, e giudicarlo con il metro dell’iperletteralismo normativo, significa fraintenderne la natura e spostare il confronto su un piano che Barbero non ha mai preteso di occupare.
I limiti logici di un debunking letterale
Proprio perché il video non è tecnico-giuridico, valutare il discorso di Barbero con un approccio pedissequamente letterale rischia di travisarne il senso. Il debunking di Open scompone le frasi dello storico in singoli enunciati, giudicandoli come se fossero asserzioni giuridiche isolate e autosufficienti. In questo modo, il significato complessivo del discorso viene appiattito sul piano formale, perdendo la dimensione argomentativa e il contesto in cui le parole sono pronunciate.
Un approccio simile non sarebbe appropriato in nessun ambito interpretativo: nessun testo complesso, normativo, politico o storico, può essere compreso limitandosi al dato puramente letterale.
Se la conduttrice del meteo annuncia che domani il sole sorgerà alle 7:53, non nega l’astronomia copernicana né afferma che il sole gira attorno alla Terra.
Allo stesso modo, ridurre un discorso storico-politico sulla traiettoria istituzionale a una sequenza di frasi isolate equivale a confondere la verifica della correttezza formale con la comprensione del significato, trasformando il fact-checking in un esercizio puramente meccanico.
Ma, anche volendo accettare il criterio letterale, il debunking di Open non regge.
Anche sul piano letterale, le obiezioni non reggono
Le correzioni rimproverate a Barbero sono quattro e meritano di essere analizzate una per una, sul piano letterale e logico-giuridico
La mano del governo
Il primo punto contestato riguarda l’affermazione di Barbero secondo cui il governo sceglierebbe i membri laici del CSM. Open scrive che “Barbero sbaglia nel dire che il governo scelga i membri laici del CSM. È il Parlamento a votare gli elenchi, dai quali i membri vengono poi sorteggiati”.
Sul piano letterale, questa correzione è formalmente corretta, ma omette un termine chiave del discorso dello storico: “continua”. Barbero afferma infatti che “i membri magistrati sono tirati a sorte mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui” e che questo implica che “il peso della componente politica sarà molto superiore”.
L’uso di quel verbo non attribuisce alla riforma una novità normativa, ma evidenzia che, mentre la componente rappresentativa dei magistrati viene sottratta alla scelta dei colleghi, la componente politica mantiene un ruolo significativo, seppure mediato dal sorteggio parziale.
È vero che, né nel CSM attuale né in quelli previsti dalla riforma, il governo sceglie direttamente i membri laici. Tuttavia, leggere la frase di Barbero come un errore formale significa ignorare il contesto: all’inizio del suo intervento, lo storico ricorda che sotto il fascismo “era il ministro, cioè il governo, cioè la politica che sorvegliava la magistratura e che nel caso la sanzionava”.
L’accostamento dei tre termini (ministro, governo, politica) è una figura retorica, detta endiadi, utilizzata per unificare i tre concetti come sinonimi di nomina politica, evidenziando la persistenza del peso politico nel sistema.
Separare le frasi dal contesto e valutare ciascun enunciato come se fosse un asserto giuridico isolato porta quindi a una lettura incompleta e fuorviante: Barbero non sta affermando una novità normativa, ma interpreta effetti politici e dinamiche di potere.
La composizione tra quantità e qualità
La seconda correzione del debunking è sbagliata. David Puente scrive infatti: “La riforma non cambia la composizione del CSM, che continuerà ad essere composto per due terzi da magistrati e per un terzo da membri laici”.
Questa obiezione è un errore, tanto sul piano numerico, nel descrivere la riforma Meloni-Nordio, quanto sul piano concettuale, nel correggere Barbero.
Sul piano numerico, le modifiche ci sono, anche se lievi. Mentre oggi l’unico CSM è composto da 33 membri, nei due CSM previsti dalla riforma Meloni-Nordio ci saranno 32 membri ciascuno, perché i due membri togati di diritto (il Primo Presidente e il Procuratore Generale di Cassazione) saranno distribuiti nei rispettivi organi. La componente laica passa quindi dal 33,3% al 35%, mentre quella togata si riduce seppur lievemente.
Più interessante è l’Alta Corte disciplinare, composta da 15 membri. Con un numero di componenti divisibile per tre sarebbe stato logico mantenere la proporzione esatta di due terzi (dieci magistrati), invece la riforma produce una piccola discrepanza, prevedendo soltanto nove membri togati: la scelta non è solo numerica ma simbolica, perché riduce il peso dei magistrati nell’organo sanzionatorio.
Sul piano letterale, poi, il problema principale dell’obiezione di Open è che interpreta “composizione” solo in senso quantitativo. Ma nel discorso di Barbero, il termine ha evidentemente un significato qualitativo: riguarda la modalità di selezione dei membri, cioè il passaggio dall’elezione a sorteggio, da una selezione rappresentativa a una composizione casuale. È questa modifica a costituire il nucleo della critica dello storico.
In altre parole, l’obiezione di Open ignora sia la modifica numerica prevista dalla riforma, assicurando falsamente che “la riforma non cambia la composizione del CSM”, sia la trasformazione qualitativa del sistema di autogoverno.
Di fatto o di diritto
Replicando la prima obiezione, la terza correzione di Open assicura che “Nessuna norma consente all’esecutivo (governo) di dare ordini o sanzionare i magistrati”. Anche in questo caso, la critica ignora un dettaglio fondamentale: Barbero non parla di disposizioni normative, ma di effetti concreti, affermando che “il peso della componente politica sarà molto superiore, dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”.
Quel “di fatto” chiarisce che l’analisi è politico-materiale, non giuridica. Barbero non afferma che la legge conferisca poteri al governo, ma che la riforma produce un effetto politico e istituzionale concreto, che può influenzare le scelte dei magistrati e dei CSM nella pratica. Di fatto, non di diritto.
Quant’è alta l’Alta Corte?
L’ultima correzione di Open riguarda l’Alta Corte disciplinare: secondo David Puente, “L’Alta Corte disciplinare non è ‘sopra’ il CSM, ma ha competenze distinte”. Formalmente corretto: l’organo non è gerarchicamente sovraordinato ai
Consigli Superiori della Magistratura. Tuttavia, questa lettura letterale ignora un effetto giuridico concreto.
Se l’Alta Corte svolge funzioni disciplinari sui magistrati, può emettere sanzioni che i CSM non possono ignorare. Anche senza un rapporto di subordinazione esplicito, la possibilità che un magistrato venga sanzionato da un organo simile (contro le cui decisioni, peraltro, non è ammesso appello esterno) condiziona inevitabilmente le decisioni e le scelte di carriera dei Consigli. In altre parole, l’autogoverno dei magistrati non viene annullato, ma le sanzioni introducono un vincolo concreto e permanente sull’operato dei CSM, limitandone di fatto l’autonomia decisionale.
Questo aspetto, centrale nel discorso di Barbero, mostra come l’Alta Corte non sia un semplice organo parallelo: pur non essendo “sopra” i Consigli, il suo ruolo disciplinare esercita un’influenza reale e immediata sulla gestione interna della magistratura. La lettura di Open, concentrata sul piano letterale, trascurando le implicazioni pratiche, riduce l’argomentazione dello storico a un errore formale, mentre in realtà evidenzia un cambiamento concreto nella dinamica di autogoverno dei magistrati.
Il cuore storico-politico: la distruzione dell’impianto costituzionale
La critica centrale di Barbero, lungi dall’essere smontata, viene totalmente ignorata dal debunking di Open-Meta.
L’affermazione secondo cui la riforma ha come effetto “la distruzione del Consiglio Superiore della Magistratura così come era stato voluto dall’Assemblea Costituente” è una precisa descrizione della realtà. Nel 1947, il dibattito nell’Assemblea Costituente, che portò agli attuali articoli 104 e 105 della Carta, partiva dalle relazioni di Piero Calamandrei e di Giovanni Leone (entrambi avvocati e giuristi di altissimo profilo), e giunse a delineare un organo unico, autonomo e indipendente, necessario argine contro i rischi di derive autoritarie.
Il CSM così delineato è a maggioranza togata ed elettiva: garantire l’autonomia organizzativa della magistratura rappresentava, e rappresenta, un presidio di indipendenza politica dagli altri poteri. Sostituire l’elezione con il sorteggio e dividere l’organo in due, creandone un terzo che funge da tribunale speciale, non è un’operazione tecnica neutra: è una rottura dell’equilibrio istituzionale. Definire questo processo come distruzione del disegno originario è dunque una
constatazione storica e giuridica inoppugnabile, ignorata dal debunking di Open-Meta, nonostante sia la tesi centrale del discorso di Barbero.
La prassi si fa storia: l’espansione di potere dell’esecutivo
Ma la trasformazione del CSM non va letta solo come una modifica tecnica: va inserita nel quadro più ampio delle dinamiche di potere nelle istituzioni. La separazione dei poteri, pilastro della democrazia, subisce infatti da tempo una pressione costante: il potere esecutivo ha progressivamente occupato lo spazio legislativo. La riforma costituzionale su cui gli italiani sono chiamati a esprimersi non fa eccezione: pur riguardando modifiche alla Carta fondamentale, porta la firma della Presidente del Consiglio e del Guardasigilli e ha seguito un percorso parlamentare rapido e poco discusso.
L’endiadi con cui Barbero unisce i termini ministro, governo e politica non è allora un errore, ma una rappresentazione di una realtà storica consolidata: il centro delle decisioni si è spostato stabilmente a Palazzo Chigi. L’analisi dello storico evidenzia come, di fatto, una magistratura indebolita dal sorteggio finisca per subire la forza di un esecutivo sempre più invadente. Ignorare questa dinamica significa perdere di vista la fisica del potere, ovvero il modo in cui le strutture istituzionali interagiscono nella realtà quotidiana.
La conferma di Nordio sul primato della politica
In ultima analisi, a togliere ogni residuo dubbio sulla correttezza dell’interpretazione di Barbero non sono i suoi sostenitori, ma lo stesso autore della riforma. Il Ministro Carlo Nordio, con la chiarezza che gli è propria, ha più volte ribadito, nel suo libro come in un’intervista al Corriere, che la sua riforma restituirà il primato alla politica. E, nel farlo, ha in più occasioni biasimato l’opposizione, che non s’accorge che, nel caso andasse al governo, avrebbe benefici da questo ridimensionamento del potere della magistratura.
È un paradosso logico che il fact-checking di Open-Meta si affanni a negare la natura politica e l’aumento dell’influenza governativa sulla magistratura, quando lo stesso Guardasigilli, relatore della riforma, la rivendica come un merito e un obiettivo programmatico. Se il legislatore dichiara di voler rimettere la politica al centro, l’analisi di Barbero che ne denuncia gli effetti di subordinazione di fatto non è una fake news, ma una lettura speculare a quella del governo. Semplicemente, cambia il giudizio di valore: ciò che per Nordio è un ritorno all’ordine, per Barbero è attacco alla democrazia, alla separazione dei poteri, ai principi della vigente Costituzione antifascista.
(da Fanpage)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
ALTRI DUE ANNI DI SOLDI SPUTTANATI… PIANTEDOSI: “DOVREMMO FARLI VIVERE IN STAMBERGHE?” … NO, PER NOI VA BENE ANCHE L’HILTON PURCHE’ LO PAGHIATE DI TASCA VOSTRA

Il governo Meloni ha rinnovato l’accorto con il resort a 5 stelle Rafaelo, a Shengjin, in cui alloggiano gli agenti di polizia inviati in Albania per gestire i centri migranti voluti dall’esecutivo. Centri migranti che, al momento – e da parecchio tempo – sono sostanzialmente inutili. Il costo del nuovo contratto per due anni è di poco più di 18 milioni di euro, leggermente più alto del prezzo concordato a fine 2024. Critiche le opposizioni: “Si continuano a buttare soldi per mandare agenti a guardare centri vuoti”, ha attaccato Giuseppe Conte.
D’altra parte, finora Giorgia Meloni ha chiarito che non intende rinunciare al progetto dei centri, nonostante gli evidenti problemi. Nel frattempo, quindi, serve una sistemazione per le forze di polizia italiane che continuano ad alloggiare in Albania. E la sistemazione scelta è il resort Rafaelo: una struttura a cinque stelle e una a quattro stelle, con centro benessere, piscine e spiaggia privata. Si parla di una spesa da 83 euro al giorno, a persona, per vitto e alloggio. La convenzione durerà per due anni, quindi circa 18 milioni di euro sono già impegnati nella spesa.
È stata l’agenzia Lapresse a riportare la notizia, dopo aver preso visione dei documenti del ministero dell’Interno – e in particolare del dipartimento della Pubblica sicurezza – che ha deciso l’aggiudicazione. La somma stanziata esattamente è di 18 milioni e 177mila euro in tutto, tasse escluse.
La selezione non è stata proprio stringente. In pratica, il governo ha dovuto scegliere l’unico hotel interessato al servizio. Infatti la gara, secondo quanto riportato dal ministero, si era aperta a giugno dello scorso anno ed era rimasta aperta per meno di un mese. Si erano presentate società, ma alla fine solo una ha presentato un’offerta: proprio la Rafaelo, che quindi naturalmente ha vinto l’appalto.
Critiche dal centrosinistra, Piantedosi: “Dobbiamo mandare gli agenti in stamberghe?
Pioggia di critiche dalle opposizioni. “Si continuano a buttare soldi in Albania per mandare agenti a guardare centri vuoti. Nel frattempo in Italia mancano 23mila fra poliziotti e carabinieri, che lavorano in condizioni difficili e sottorganico nelle nostre città, si taglia sulla scuola e mancano misure su bollette, sanità, carovita”, ha commentato Giuseppe Conte.
Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi-Sinistra, ha attaccato lo “sperpero del denaro pubblico da parte del governo Meloni che, mentre nega risorse in Italia per potenziare le forze dell’ordine e aumentare gli stipendi degli agenti, utilizza soldi per la propaganda a reti unificate su media totalmente asserviti”. Riccardo Magi, di +Europa, ha affermato: “Il fatto che Meloni continui a investire soldi per questo suo inutile e sadico esperimento è una vera e propria beffa, oltre a rappresentare un danno erariale a spese dei contribuenti italiani sulla pelle di qualche migrante”.
La risposta è arrivata dal ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi, interpellato dai cronisti: “Sono stati individuati il costo pro capite e pro die, a meno che qualcuno non pensi che i nostri agenti quando vanno all’estero in missione debbano andare nelle stamberghe”.
(da Fanpage)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
IL CONVEGNO CON CASAPOUND ALLA CAMERA E’ UN INDIZIO CHE E’ ARRIVATO L’OK, ORA PUO’ ANDARE A RACCOGLIERE IL 2%
L’ex generale Roberto Vannacci non ci sarà al raduno della Lega in Abruzzo. Perché si
prepara a lanciare la sua Afd all’italiana. L’eurodeputato nell’ultimo anno ha girato l’Italia da Nord a Sud. Picchiando duro su temi come la remigrazione.
E ha investito il suo tempo per creare il suo esercito. Ora, scrive il Corriere della Sera, dovrà però lasciare la Lega. E trovare qualche compagno di viaggio. E il fatto che un deputato a lui vicino, Domenico Furgiuele, abbia organizzato un convegno alla Camera con Casapound può essere un indizio sui compagni di viaggio.
Siamo pronti!
Anche i fedelissimi del generale in pensione non lo negano più: «Siamo pronti. Ma non sarà un’operazione di palazzo», sottolineano. Un modo per dire: «A noi non interessa costituire un gruppo alla Camera o al Senato. Tra poco più di un anno si vota. Costruiremo un contenitore, con idee e valori precisi e coerenti: vedremo quanti italiani vi si riconosceranno».
I vannacciani leghisti alla Camera sono tre: Domenico Furgiuele, Edoardo Ziello, Rossano Sasso. Oltre a Emanuele Pozzolo, cacciato da FdI per gli spari a Capodanno. Vannacci continua a ripetere: «Mai dire mai nella vita».
Ci sarebbe già anche un logo per il nuovo partito. E si continuano a raccogliere micro e macro finanziamenti. Per presentare le liste alla Camera servono 36 mila firme. Al Senato ne bastano la metà.
I parlamentari
Molti sono i parlamentari che danno per scontato il suo addio. «Ci togliamo un peso», dicono. Matteo Salvini appare rassegnato: «La Lega è una forza di governo, con 500 sindaci in tutta Italia. Fuori dalla Lega c’è il deserto».
Ma adesso è cambiato il tempo.
(da agenzie)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
CENTO RELIGIOSI ARRESTATI, UN AGENTE DELL’FBI SI DIMETTE PER PRESSIONI INTERNE… COME MAI IL GOVERNO DEL “SIAMO MADRI, CRISTIANE” NON CONDANNA LE VIOLAZIONI?
Minneapolis si è fermata. Un’intera città in sciopero contro l’Ice, l’agenzia federale per l’immigrazione finita al centro di una tempesta di accuse per violenze e abusi. Migliaia di persone hanno sfidato i -23 gradi per marciare nelle strade della città del Minnesota, diventata nelle ultime settimane uno dei simboli della linea dura dell’amministrazione Trump contro gli immigrati. Scuole, negozi, supermercati, bar, ristoranti, officine e laboratori hanno abbassato le serrande. Dal centro cittadino è partito un lungo corteo diretto verso una grande area commerciale della catena Target, teatro di un raid dell’Ice nei giorni scorsi. I manifestanti hanno sfilato mostrando cartelli con la scritta «Ice Out», chiedendo il ritiro degli agenti federali.
Le violenze dell’Ice
La mobilitazione arriva dopo una serie di episodi che hanno acceso la rabbia della città: l’uccisione a colpi d’arma da fuoco di Renee Good, 37 anni, disarmata; il fermo di una bambina ecuadoriana di due anni, Chloe, trattenuta insieme al padre mentre tornava a casa dal supermercato. Solo un intervento urgente di un giudice ha imposto il rilascio della piccola. E ancora: l’arresto di un bambino ecuadoriano di cinque anni, che ha scatenato numerose polemiche.
Cento religiosi arrestati
Durante la giornata centinaia di persone si sono radunate davanti a una sinagoga per una preghiera collettiva interreligiosa. Ma il momento di maggiore tensione si è verificato all’aeroporto internazionale di Minneapolis, dove circa cento tra preti, pastori e leader religiosi sono stati arrestati durante un sit-in contro Delta Airlines, accusata di fornire gli aerei utilizzati per le deportazioni.
I «mandati amministrativi» senza valore legale
Nonostante il vicepresidente JD Vance abbia dichiarato di voler «abbassare le tensioni» e promesso sanzioni disciplinari per eventuali abusi da parte degli agenti federali, il governo ha ribadito la propria piena fiducia nell’Ice. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha difeso le operazioni spiegando che gli agenti agiscono sulla base di «mandati amministrativi», documenti che però – secondo numerosi esperti legali – non avrebbero valore legale per autorizzare perquisizioni e arresti.
Le dimissioni di una agente dell’Fbi
A complicare ulteriormente il quadro, secondo quanto riportato dal New York Times, un’agente dell’Fbi si è dimessa denunciando pressioni interne. Tracee Mergen, supervisore dell’ufficio di Minneapolis, avrebbe lasciato l’incarico dopo che i vertici dell’agenzia a Washington le avrebbero chiesto di interrompere un’indagine per violazione dei diritti civili sull’uccisione di Renee Good da parte di un agente dell’Ice. Un’indagine che, in casi simili, rappresenta una procedura standard. Le autorità avevano definito Good una «terrorista interna», sostenendo che avesse tentato di investire l’agente. Un’analisi video successiva non ha però confermato questa versione.
(da agenzie)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
A POSTALESIO, IN VALTELLINA, OGNI VENERDI’ CON LA NAVETTA GRATUITA SI VA AL CENTRO COMMERCIALE
Si torna in paese cantando, o almeno con l’animo più sereno di quel 31 dicembre
tremendo, «quando il negozio del Fabio ha chiuso per sempre. Lì abbiamo pensato: e noi? Dove compreremo il pane e il latte, un pezzo di formaggio…».
Un problema non solo di Postalesio, provincia di Sondrio, ma di tutti i paesi di montagna, dalle Alpi all’Appennino, tutti ugualmente in via di spopolamento, di pochi bambini e molti anziani, e i giovani — se ci sono — lavorano fuori e fanno la spesa in città, a Sondrio, e magari a Milano, al super, all’iper.
«E quando sono passata davanti a quella serranda chiusa, mi è venuta una gran malinconia. Finisce un’epoca. Ma un sacco di gente, come farà?».
Così ha pensato Carmen Zucchi, unica assessora del Comune, con deleghe a Politiche sociali, Turismo, Cultura, Sport. «L’ho detto al sindaco, che mi ha detto va bene. “Prendi il pulmino, e vai”». Da ieri, ogni venerdì l’assessora passa a raccogliere i cittadini «che non sono autosufficienti, cioè non hanno la macchina o non possono più guidare. Basta prenotarsi il giorno prima con una telefonata, e io vado a prenderli». Il servizio è gratuito, dice il sindaco, geometra Federico Bonini (sesto mandato). «Il pulmino è nostro, e non ho neanche fatto i conti dei costi, ma saranno poca cosa rispetto all’utilità»
Perché «noi siamo un paese povero, non siamo mica Milano!», e da quassù si vede il gran traffico sulla statale 38, il gran lavorio per finire le opere stradali delle prossime Olimpiadi, «ma qui c’è poco turismo, eppure abbiamo cose splendide come le Piramidi. Le ha viste?», le altissime colonne di pietra, nate nell’ultima glaciazione. Unica attrazione del paese, a parte i pizzoccheri dell’unico ristorante “Stefano”. La padrona Bruna Balardini ricorda quando «anche noi avevamo il negozio, accanto alla trattoria. Mia mamma Rosa vendeva di tutto, dalle mutande al pane, e i tagli di stoffa, il verderame per le vigne. I salami…
Poi è nato un grande centro commerciale in pianura, lì abbiamo deciso di chiudere. È rimasto quello di Fabio», l’’alimentari’, così si chiama nei paesi, posti che profumano di formaggio e di detersivo, acciughe, pane, frutta matura. Un odore inconfondibile, antico. Non c’è neanche più l’insegna.
E c’erano altri bar, che poi hanno spento la luce, «anche perché erano più che altro dei centri sociali per i vecchi del paese. Ma sono via via morti, e l’anno scorso qui sono nati solo due bambini». Popolazione, 680 persone, metà sopra i 70 anni. Luisa, 74 anni: «Io non guido più da tempo. Ma devo pur mangiare. E poi, qui la vita sociale è quasi zero», perché questi Comuni sono sparpagliati in molte frazioni, «ci si incrocia ogni tanto, oppure si sta a casa». In più fa un bel freddo, e la notte arriva presto. Era un paese vivace, «ma non ci sono neanche più le mucche, è rimasto un allevatore di capre», molte vigne abbandonate, nel paesaggio grigioverde che aspetta la neve.
E comunque si parte, raccogliendo Carla e l’amica Lorenza, Lilliana, mamma dell’assessora. E una Carmen di 82 anni, che sale tutta contenta: «Sono sola, finalmente vedo qualcuno, mi tiro fuori di casa per qualche ora». Si passa alla frazione Spinedi, qui sale il signor Michele, che non ha niente da comprare ma voleva un po’ di compagnia. Più Luisa, sono sei passeggeri diretti al Sigma di San Pietro Berbenno, che però è ancora chiuso e quindi si va al bar. Offre il Comune, per questa volta. Venerdì prossimo, gita all’Iperal di Castione, per non far torto a nessuno.
Carla: «Io ho bisogno di cose fresche, verdura e pesce». Lilliana: «Pasta e riso, farina, latte. La spesa per una settimana, e servirebbe anche la farmacia. Perché vede, i figli, se restano in zona, lavorano e non hanno tempo di portarci in giro».
La figlia assessora, ad esempio, lavora all’Anas, e ha una figlia ma soprattutto 2 nipotini. Intanto comincia a nevischiare, ma il driver se ne infischia. Si chiacchiera volentieri, «adesso torno a casa e accendo la stufa!», «è arrivato il parroco nuovo, nato nella Valmalenco. Uno simpatico, peccato doverlo dividere con Berbenno…». Carmen racconta di suo padre, «morto 30 anni fa. È tornato dalla legna, ha mangiato la sua polenta taragna e si è sdraiato un attimo, per sempre!».
Sono storie di montagna, mentre si passa tra le case di sasso, la notte già incombe e arriva pure la nebbia. «I paesi hanno bisogno di queste cose, per non morire. Serve socialità, occasioni di incontro…», dice l’assessora Zucchi, intanto aiuta a scaricare i sacchetti, e sarà un paese povero e sconosciuto ai più, ma è molto affettuoso, in quel profumo di stufa appena accesa.
(da agenzie)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
SILENZIO VILE SULLE VIOLAZIONI DI TRUMP, NETANYAHU, LIBIA E MEZZO MONDO POI ANDIAMO A FARE I MORALISTI CON LA SVIZZERA… IL SISTEMA GIUDIZIARIO SVIZZERO PREVEDE LA LIBERTA’ PROVVISORIA SU CAUZIONE CON FIRMA OGNI GIORNO, SORVEGLIANZA E RITIRO DEI DOCUMENTI, DOVE STA IL PROBLEMA? … CHI HA VERSATO LA CAUZIONE? SARANNO CAZZI LORO
«Il presidente del consiglio ed io stamani eravamo veramente indignati. Non solo come rappresentanti del governo italiano, ma come genitori e io anche come nonno». Queste le parole del ministro degli esteri Antonio Tajani sulla scarcerazione di Jacques Moretti.
Accusato insieme alla moglie Jessica Maric di omicidio, lesioni e incendio colposi per la strage di Capodanno a Le Constellation di Crans Montana, è stato «salvato» (per ora) da un amico. Che ha versato sul conto della procura di Sion la cauzione fissata in 200 mila franchi svizzeri, ovvero 215 mila euro.
«Per 200mila franchi – ha aggiunto il ministro – si è venduta la giustizia in quel cantone. Siamo indignati con la magistratura cantonale». Dura anche la nota di Palazzo Chigi. Per Tajani Moretti potrebbe fuggire: «La magistratura cantonale che è responsabile di una inchiesta che fa buchi da tutte le parti». E infine: «Consideriamo la decisione di scarcerare il signor Moretti inaccettabile, che offende non soltanto la memoria delle vittime e offende i feriti, ma offende il sentimento di tutto il popolo italiano e non solo».
Chi ha pagato? La persona ha deciso di rimanere nell’anonimato anche per evitare problemi con l’opinione pubblica. Ma sono tre i personaggi della cittadina svizzera che potrebbero aver effettuato il pagamento. Ovvero il notaio o l’agente assicurativo che hanno gli uffici vicino al locale dei Moretti. Oppure un terzo uomo che, assieme a «persone che frequentiamo regolarmente per le nostre attività», non gli avrebbero fatto mancare la solidarietà. Intanto, rischia di aprirsi un caso diplomatico: l’Italia, infatti, dopo la decisione del Tribunale di Sion, ha deciso di richiamare l’ambasciatore italiano in Svizzera.
La decisione è stata presa di comune accordo tra il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, e la presidente del Consiglio Giorgia Meloni, determinata a far valere le istanze dell’Italia e dei familiari delle vittime e dei feriti. Dopo la notizia del rilascio di Jacques Moretti, la premier Meloni aveva espresso tutta la sua indignazione: «La considero un oltraggio alla memoria delle vittime della tragedia di Capodanno e un insulto alle loro famiglie, che stanno soffrendo per la scomparsa dei loro cari. Il governo italiano chiederà conto alle autorità svizzere di quanto accaduto».
Duro anche il messaggio pubblicato su X dal ministro Tajani: «È un atto che rappresenta un vero oltraggio alla sensibilità delle famiglie che hanno perso i loro figli a Crans-Montana, che non tiene conto del lutto e del dolore profondo che queste famiglie condividono con il Popolo italiano».
Jacques il Corso, 47 anni, è uscito dal carcere perché i pm hanno ritenuto l’importo «adeguato e dissuasivo». La persona che ha pagato ha prima informato i suoi avvocati e poi ha chiesto protezione alla polizia. Alcuni dubbi sulla provenienza illecita dei franchi usati per Moretti sono caduti: il tribunale ha esaminato l’origine della cifra, così come la «natura del rapporto tra l’imputato e la persona che ha versato tale cifra», appunto quel «caro amico».
Per questo, spiega oggi il Corriere della Sera, è arrivato il via libera all’uscita dal carcere des Îles. Dove Moretti stava in una cella in cui non riusciva né a mangiare né a dormire. E per la stanchezza aveva anche ottenuto il posticipo della seconda parte del suo interrogatorio.
Gli obblighi
A Moretti, così come era successo prima alla moglie Jessica e ai figli, sono stati tolti i documenti d’identità. Avrà anche l’obbligo di presentarsi a firmare ogni giorno in un commissariato. Probabilmente quello di Sierre, località a metà tra Lens (dove Jacques possiede anche il ristorante Vieux Chalet) e Sion. E dove la moglie firma ogni 72 ore. Nel frattempo, la Procura di Sion afferma che l’indagine «può estendersi», un riferimento alle presunte responsabilità del comune di Crans che dal 2019 non aveva ispezionato il Constellation. I sospetti sull’identità dell’amico partono da una coincidenza spaziale. I loro uffici sono proprio di fronte a Le Constel. Appena oltre la rotatoria dove si trovava l’entrata del locale.
Il notaio sta a destra, l’assicuratore a sinistra lungo rue Centrale. «A parte le relazioni professionali, l’imputato non ha concretamente stretto relazioni personali con nessuno in Vallese», scriveva la procura di Sion. «Non ha tempo per nessun momento libero, quindi, a parte la sua attività professionale e i suoi beni immobili ampiamente ipotecati (del valore di oltre 5 milioni), non ha alcun legame in Svizzera», aggiungeva segnalando il pericolo di fuga. Anche se nelle ore successive alla strage la procuratrice generale Béatrice Pilloud non aveva ritenuto di dover utilizzare misure cautelari.
«Abbiamo la nostra famiglia qui, le nostre attività sono qui, i nostri figli sono nati qui. Ci sentiamo molto vicini alle persone di questo posto e speriamo di poter continuare la nostra vita qui» perché «la nostra vita è il lavoro», aveva detto lui ai giudici nelle testimonianze preliminari. Aggiungendo di avere a Crans-Montana pochi amici e «molto stretti», e citando per nome il notaio, l’agente assicurativo e un terzo uomo che, assieme a «persone che frequentiamo regolarmente per le nostre attività», non gli avrebbero fatto mancare la solidarietà: «Abbiamo ricevuto sostegno da tutte le parti».
(da agenzie)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
AL SERVIZIO DEI POTERI FINANZIARI, CON UNA GRETTEZZA E UN BULLISMO IN CUI SI POSSA RICONOSCERE UN’OPINIONE PUBBLICA DEGRADATA
Per comprendere il fenomeno apparentemente assurdo di un uomo come Donald
Trump assurto sulla poltrona più potente dello scenario mondiale, occorre operare
quella che in filosofia si chiama “fenomenologia”. Ossia risalire ai presupposti nascosti e al senso profondo per cui si è ritenuto di svilire la democrazia al punto da farla governare da un burattino della finanza, tanto incapace, dispotico ed eterodiretto nella sua amministrazione economica e politica, quanto sguaiato e violento nella sua azione socio-culturale. Un po’ quello che Umberto Eco aveva fatto, nel 1961, volendo spiegare il retroterra culturale che sottendeva il fenomeno appena nato della televisione, quando scrisse il fortunato pamphlet Fenomenologia di Mike Bongiorno.
Operare una fenomenologia di Donald Trump è fondamentale per non restare impigliati nelle maglie strette dei due atteggiamenti predominanti fra le persone di buon senso: da una parte, incredulità, sconcerto e pena per come si è ridotta la “più grande democrazia dell’Occidente”, arrivando ad avere come presidente un soggetto oscillante fra azioni fasciste e imperialiste; dall’altra, condanna e rifiuto netti col rischio di scivolare, però, nella sterilità, dal momento che trattasi di persona democraticamente eletta da un popolo a cui non è bastato il primo mandato e che, evidentemente, sente di rifiutare l’alternativa liberal e democratica.
Occorre, allora, risalire a un fatto di cui ricadeva il 50esimo anniversario nel 2025 e che oggi è stato completamente ignorato. Mi riferisco al Rapporto sulla governabilità delle democrazie, curato da Samuel P. Huntingrton (per i dati sull’America), Michel Crozier (Europa) e Joji Watanuki (Giappone e Oriente). Già il titolo principale era eloquente: “La crisi della democrazia”. Ma non una crisi come potrebbero intenderla oggi dei sinceri democratici, osservando per esempio gli scempi che ne sta facendo il presidente americano. No, con il termine “crisi” la Commissione Trilaterale (un’élite finanziaria e politica fondata dal banchiere statunitense David Rockfeller, fondatore anche del Gruppo Bilderberg) intendeva questo: le società democratiche di quel tempo (post Sessantotto) erano in “crisi” perché troppe persone studiavano e si impegnavano a ragionare di questioni politiche. Cioè troppe persone si istruivano ed erano in grado di mobilitarsi, in seguito all’esercizio del pensiero critico, per contestare la “finanziarizzazione” della vita politica e quotidiana che le elite neo-liberiste intendevano imporre. Insomma: troppa istruzione e troppa democrazia erano individuati come fattori di pericolo per chi desiderava una società governata dai mercati.
Il Rapporto della Trilaterale suggeriva misure capillari al fine di ottenere una popolazione con pochi strumenti per criticare e contestare il potere economico, sulla base appunto della difesa della democrazia. Si trattava di erodere gradualmente il “pensiero complesso”, di distruggere la capacità logica delle persone e di affermare una “psicologia di massa della sottomissione”, per riprendere le espressioni del situazionista Guy Debord (l’autore de La società dello spettacolo). Insomma, per recuperare l’analisi chirurgica, stavolta del sociologo americano Charles Wright Mills, si trattava di costruire un’umanità fornita di razionalità economica ma sprovvista della ragione.
Quella stessa umanità che oggi – stando ai rilevamenti degli studi di settore – risulta in larga parte incapace di un pensiero autonomo e critico, inetta nell’operare un pensiero logico in grado di collegare cause ed effetti di un fenomeno, inadeguata a cogliere il significato profondo di un testo scritto o di un discorso verbale.
Esattamente come nel caso della fenomenologia di Mike Bongiorno si trattava di costruire un personaggio in cui il pubblico potesse riconoscersi (ottenendo il successo mediatico e quindi commerciale), nel caso della fenomenologia di Donald Trump si è trattato di affermare un personaggio – anche lui al servizio dei poteri finanziari – nella cui grettezza, superficialità, dispotismo e bullismo si potesse riconoscere un’opinione pubblica degradata. Ma anche un’opinione pubblica, quella che si riconosceva nell’area liberal e progressista, che ha dovuto assistere impotente alla distruzione del sistema di giustizia sociale e alla privatizzazione dei beni pubblici operate a cavallo del millennio proprio da governi sedicenti di sinistra (Clinton, Schroeder, Blair, Prodi).
Perché l’onestà intellettuale impone di riconoscere questo dato sostanziale: il fenomeno Trump negli Usa, come anche l’affermazione di tutte le altre destre più o meno becere e revansciste all’interno della galassia occidentale, sono figlie tanto di un pensiero reazionario, razzista e imperialista duro a morire, quanto di un mondo progressista che risulta privo di un pensiero almeno dal 1989.
Paolo Ercolani, Filosofo, Università di Urbino “Carlo Bo”
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 24th, 2026 Riccardo Fucile
I CONTROLLI FUNZIONANO SOLTANTO PER LO STORICO CHE SI E’ PERMESSO DI ANNUNCIARE IL SUO NO AL REFERENDUM
Hanno messo sulla graticola lo storico Alessandro Barbero accusandolo di essere uno sparaballe perché ha osato dire che voterà No al referendum. Ma al Sì tutto è concesso, compresa la censura dell’altrui opinione. Aiuta il fatto che Meta, nel suo regolamento, preveda appositamente di non fare le pulci ai post dei politici. Ovvio che il meglio allora siano proprio le bufale ripetute senza rischi di fact checking: la separazione delle carriere compirà i miracoli più disparati come finalmente far funzionare i centri d’Albania che ci costano 1 miliardo per rimanere deserti. Ma renderà anche più sicura la nazione spedendo altrove gli irregolari e mettendo in ceppi gli scalmanati nostrani e pure in gattabuia i pedofili. Provare per credere.
Matteo Salvini lo scorso 14 gennaio ha fatto bingo associando il referendum alla sconfitta del male. “Siamo oltre l’assurdo. Per me, per aver fermato gli sbarchi e difeso i confini, avevano chiesto 6 anni di reclusione. Per questo MAIALE che ha stuprato una bambina di dieci anni mettendola incinta, una condanna di 5 anni? Difficile definirla ‘giustizia’: sempre più convinto a votare SÌ al referendum”, ha detto, anche se poi la riforma serve pure per i bimbi del bosco e molto altro. La tesi la declama in un post del 24 novembre. “Il referendum sulla riforma della giustizia è un passo avanti fondamentale di civiltà. Anche la cronaca degli ultimi giorni lo dimostra, dal sequestro dei tre bambini portati via in modo indegno e vergognoso all’incredibile vicenda di Garlasco”. Per rimanere in zona Garlasco, va detto che Giorgia Meloni alla kermesse di Atreju ha trovato il vero colpevole. “Avanti con la storica riforma della giustizia. Votate per voi stessi e per il futuro della nazione. Votate perché non ci possa più essere una vergogna come quella di Garlasco”. Ma che c’entrano i bimbi nel bosco o Garlasco con la riforma? Assolutamente nulla, come del resto il caso di Enzo Tortora.
Ma tutto fa brodo e ognuno gli dà la piega che vuole. Quella di FI è la solita. “Mai più casi come quello del presidente Berlusconi! Mai più una giustizia usata come una clava. Il referendum è per tutti gli italiani: per dare voce ai cittadini e trasformare le parole in fatti” ha detto la vicepresidente del Senato di Forza Italia, Licia Ronzulli. Ma c’è pure chi vuol far credere che si deve votare Sì alla riforma perché i magistrati scarcerano pure senza motivo alcuno ogni tipo di teppaglia e di
malviventi compresi i ProPal: è un dettaglio che il caso preso ad esempio dell’andazzo si riferisca a una decisione assunta dalla giustizia amministrativa di cui la riforma non si occupa affatto.
Ecco qui però in azione la propaganda social di Fratelli d’Italia che rilancia il titolo del Tempo con chiosa di rito – Sì, bisogna cambiare –: “Il Tar sospende il Daspo urbano ai proPal che devastarono Milano”. Ma fanno gioco pure gli Imam. Sentite qui. “La giustizia funziona in Italia? No. Votiamo #Sì al referendum: soggetti simili non resteranno più sul suolo italiano” si legge in un post del meloniano Galeazzo Bignami dopo un intervento su Libero cavalcando il sempreverde teorema delle “Toghe rosse” associato “alle follie Islamiche”.
Idem per un’altra intervista dello stesso capogruppo FdI al quotidiano di Capezzone. “Per avere un’Italia sicura va riformata la giustizia. Così chi sbaglia dovrà pagare”. Rilanciata con questo commento sui social meloniani: “Non possiamo fingere di non vedere una parte della magistratura che agisce per motivi ideologici. Toghe rosse pronte a sabotare, a suon di cavilli e con l’appoggio della sinistra, quanto fa il governo. Chi ha a cuore la sicurezza dell’Italia deve votare Sì”. E via postando con altre card fabbricate per accostare il tema dei migranti e della sicurezza alla riforma. “I centri in Albania sono un modello per l’Europa, ma non per certi giudici politicizzati. Il 22 e 23 marzo non fermare il cambiamento!”. Per finire con la chicca: “Voglio che non ci siano disegni politici della magistratura sull’immigrazione” spiega la card su fondo bianco e barcone carico di clandestini. Che incassa like ma pure i pernacchi per la disinformatia che gode dell’immunità dei fact checking zelanti.
(da ilfattoquotidiano.it)
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