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DI QUESTI TEMPI, FACCETTA NERA VALE UNA PROMOZIONE: IL MINISTRO DELLA CULTURA ALESSANDRO GIULI HA NOMINATO NEL CDA DEI MUSEI STATALI D’ABRUZZO LAURA D’AMBROSIO, LA PRESIDE DELLA SCUOLA DI TERAMO DOVE NEL 2023 AGLI STUDENTI FU FATTA CANTARE “FACCETTA NERA”

Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile

D’AMBROSIO ERA STATA CANDIDATA NEL 2024 ALLE REGIONALI CON FRATELLI D’ITALIA, A SOSTEGNO DI MARCO MARSILIO, MA FU BOCCIATA DAGLI ELETTORI … IL PD: “RICOMPENSA POLITICA CHE SCONCERTA. CON QUALE CRITERIO IL MINISTRO CONTINUA A CONSENTIRE L’OCCUPAZIONE DELLE ISTITUZIONI CULTURALI CON ESPONENTI DEL PROPRIO PARTITO?”

Botta e risposta sulla nomina di Laura D’Ambrosio nel Cda dei Musei statali d’Abruzzo. Il Pd parla di “ricompensa politica” e richiama la vicenda del 2023 in una scuola del Teramano, dove agli studenti sarebbe stato fatto cantare ‘Faccetta nera’.
La dirigente, nominata dal ministro della Cultura Alessandro Giuli, respinge ogni accusa: “Sono diffamata da anni, non ho mai imposto nulla”.
Il decreto di nomina, numero 17, è stato firmato il 16 gennaio. Il nuovo Cda comprende, oltre a D’Ambrosio, Giorgio Fraccastoro, Michele Martinelli e Marco Giglio. “Il ministro Giuli ha nominato una candidata bocciata dagli elettori alle ultime regionali con Marsilio, oggi probabilmente riconoscente”, afferma il deputato Pd Luciano D’Alfonso.
“Una scelta che appare come ricompensa politica e che sconcerta. Con quale criterio il ministro continua a consentire l’occupazione delle istituzioni culturali con esponenti del proprio partito?”
“La vicenda del 2023 è stata completamente strumentalizzata – spiega D’Ambrosio -. Una docente di una quinta primaria mostrò un filmato storico contenente ‘Faccetta nera’. Nessun bambino fu costretto a cantare. Dopo la segnalazione di un genitore e l’interesse dell’Anpi, furono convocate riunioni chiarificatrici e adottato un provvedimento disciplinare conclusosi positivamente”.
A sostegno della dirigente è intervenuto il presidente della Regione Abruzzo, Marco Marsilio. “Ringrazio il ministro Giuli per la nomina e esprimo solidarietà alla professoressa D’Ambrosio, oggetto di una vera aggressione squadristica da parte del Pd. Le accuse si fondano su una calunnia e una mistificazione che va avanti da tre anni, alimentate dal fatto che D’Ambrosio si era candidata alle scorse regionali a mio sostegno. A nessun bambino fu mai imposto di cantare ‘Faccetta nera’”.
La dirigente D’Ambrosio respinge “con fermezza le diffamazioni: non sono mai stata protagonista dei fatti che mi attribuiscono. Trovo vergognoso che un parlamentare della Repubblica si documenti su internet. Trovo ancora più offensivo della democrazia che un autorevole quotidiano scriva queste invenzioni senza prima appurare la verità, contro qualsiasi deontologia professionale. La solita mossa politica e strumentale propria di chi non ha argomenti per ribaltare una realtà che li vede perdenti ovunque”.

(da agenzie)

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DOPO CHE GLI AGENTI ANTI-IMMIGRATI LE HANNO SPARATO ALLA TESTA, RENEE GOOD POTEVA ESSERE SALVAT: IL CUORE DELLA 37ENNE AMERICANA HA CONTINUATO A BATTERE PER ALTRI OTTO MINUTI: IN QUEI MOMENTI, UN MEDICO CHE PASSAVA DI LÌ HA CHIESTO AGLI AGENTI DI POTER INTERVENIRE, PER PROVARE A SALVARE LA VITA ALLA DONNA, MA È STATO ALLONTANATO

Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile

INOLTRE, I POLIZIOTTI SONO ADDESTRATI A RIANIMARE, MA NESSUNO DI LORO HA FATTO UN MASSAGGIO CARDIACO O HA PRESTATO CURE ALLA 37ENNE

«Renee Good ha avuto il battito cardiaco per ancora otto minuti dopo essere stata colpita da un agente dell’Ice. Eppure, la richiesta di prestare soccorso da parte di un medico presente sul posto è stata rifiutata.
Non riesco a esprimere a parole quanto questo ci indigni, noi che siamo qui a cercare di onorare il nostro giuramento di Ippocrate e il nostro dovere di prenderci cura dei cittadini del Minnesota».
Sono le parole che il senatore dello stato del Minnesota – il dottor Matt Klein – ha pronunciato in una conferenza stampa in riferimento alle conclusioni a cui è giunta MPR News sulla base di un’analisi approfondita di filmati, chiamate al numero di emergenza 911, registri dei vigili del fuoco e registri delle comunicazioni radi
«Gli agenti dell’Ice sono addestrati alle tecniche di base di rianimazione cardiopolmonare, ma non le hanno praticate su Good dopo che era stata colpita dall’agente Jonathan Ross», scrive MPR News, aggiungendo che dopo una breve valutazione medica, gli agenti l’hanno lasciata sola, sanguinante in macchina per quasi tre minuti e hanno allontanato un medico e si era offerto di aiutarla.
«C’è qualcuno con una formazione medica che può dichiarare morta questa donna?», ha chiesto l’uomo, mentre gli agenti lo insultavano e lo tenevano a distanza. Se Renee Good potesse essere salvata è la domanda alle quali cercherà di rispondere l’indagine civile commissionata dalla famiglia e portata avanti dallo studio legale Romanucci & Blandin, già avvocati per la famiglia di George Floyd. [.
Le conclusioni parlano di tre evidenti traiettorie di proiettili sul corpo di Renee. Un proiettile ha colpito l’avambraccio sinistro, causando un’emorragia dei tessuti molli; un altro ha attraversato il seno destro senza penetrare organi vitali e un altro è entrato dal lato sinistro della testa, vicino alla tempia, ed è uscito dal lato destro. Il referto dice che le ferite al seno e all’avambraccio sinistro non sono state immediatamente mortali

(da agenzie)

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IL MINISTERO DEGLI ESTERI DI PARIGI CREA L’ACCOUNT “X” “FRENCH RESPONSE”, CHE POSTA FRECCIATE ANTI-TRUMP E MEME CONTRO IL CREMLINO

Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile

AD ESEMPIO, DOPO CHE IL SEGRETARIO DI STATO AMERICANO RUBIO HA ATTACCATO L’UE (“SI AUTODISTRUGGERÀ”), “FRENCH RESPONSE” LO HA ASFALTATO PUBBLICANDO I DATI RELATIVI ALLA QUALITA’ DELLA VITA IN UE, DI MOLTO SUPERIORI AGLI USA

Frecciate anti-Maga, gifs contro la Russia e tanta ironia: dopo anni di passività dinanzi alle sfiorettate sui social orchestrate da potenze straniere, la Francia è passata al contrattacco, con la creazione di un profilo X, ‘French response’, dai toni volontariamente umoristici e disinibiti. Un modo per tentare di scoraggiare i rivali nella guerra dell’informazione che imperversa sulla rete.
Finito il tempo delle dichiarazioni con cui ingerenze straniere e disinformazione vengono denunciate con toni sobri e compassati. ”La brutalizzazione delle relazioni internazionali ha fatto del campo dell’informazione un nuovo terreno di confronto”, spiega il portavoce del Quai d’Orsay, Pascal Confavreux, sottolineando che con questo nuovo profilo X – lanciato a settembre, in risposta alle bordate sul web contro il riconoscimento francese dello Stato di Palestina – ”vogliamo occupare lo spazio aumentando il volume e alzando i toni”
Tra gli ultimi esempi, mercoledì, poco dopo l’intervento di Donald Trump a Davos, quando il segretario di Stato Usa Marc Rubio, ha attaccato su X: ”Vogliamo alleati potenti non alleati molto indeboliti. L’Europa si disfi della cultura che ha creato in quest’ultimo decennio. Altrimenti si autodistruggerà”. A stretto giro la replica di ‘French Response’, con l’illustrazione di dati, ad esempio, su aspettativa di vita, tasso di omicidi o tasso di occupazione femminile, ben al di sopra di quelli Usa.
”Our culture”, ”La nostra cultura”, il lapidario commento del profilo X. O anche la risposta a un troll cospirazionista Usa. Nel messaggio rivolto ai quattro milioni di utenti, si afferma che dopo ”la Groenlandia e il Canada”, la conquista della Francia da parte degli Stati Uniti sarà una ”formalità”. ”Urgente – reagisce French Response – la Statua della Libertà è stata vista attraversare l’Atlantico a nuoto”.

(da agenzie)

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IL RADUNO RAZZISTA CHE IMBARAZZA L’AFD: “CACCIAMONE MILIONI”

Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile

UN’ESPONENTE DEL PARTITO E IL LEADER DEGLI IDENTITARI A UN RADUNO DI RIFIUTI UMANI

Quando sale sul podio un biondino smilzo con i capelli da Rommel, nella piccola sala gremita cala il silenzio. «Dobbiamo parlare di remigrazione» tuona nel microfono, e dalla platea parte un fragoroso applauso. Maximilian Maerkl, leader degli Identitari tedeschi, sa benissimo di infrangere un tabù: appena due anni fa quella parola trascinò in piazza milioni di tedeschi. Allora venne fuori che le deportazioni di massa erano state discusse a una riunione sediziosa tra esponenti di primo piano dell’Afd, neonazisti dichiarati e il capo degli Identitari europei, Martin Sellner.
Settimane fa è scoppiata come una bomba la notizia di una nuova riunione sullo stesso tema, stavolta organizzata da un parlamentare dell’Afd, Steffen Kotré e sua moglie Lena, parlamentare del land Brandeburgo. E con il controverso Sellner come ospite d’onore. Ci siamo messi in contatto con loro per avere dettagli sull’evento. Per un po’ sono spariti, poi Lena Kotré ci ha scritto che la riunione era
confermata, ma in un posto diverso, «e da non comunicare a nessuno». Nel frattempo, sui due esponenti dell’ultradestra tedesca si è abbattuta una bufera. E i vertici dell’Afd, Tino Chrupalla e Alice Weide, li hanno obbligati a cancellare l’incontro. Poi, il colpo di scena: Martin Sellner ha organizzato lui la riunione, lo stesso giorno, ma in un luogo diverso e da comunicare in modo selettivo. E Lena Kotré ha confermato che ci sarà. Una provocazione, anzitutto per i suoi capi.
L’appuntamento è alle cinque di pomeriggio in una concessionaria fallita, un vecchio edificio bianco e scrostato nascosto tra un benzinaio e un ipermercato, allo svincolo dell’autostrada per Cottbus, cento chilometri a sudest di Berlino. Fa un freddo polare anche dentro la piccola sala ma ad accogliere gli invitati selezionati — pochi giornalisti e un centinaio di militanti — ci sono un raggiante Martin Sellner in giacca e cravatta e Lena Kotré, i capelli biondi raccolti, gli occhi color ghiaccio nascosti dietro un paio di occhiali tondi. Fuori, una decina di manifestanti che sono riusciti a sapere della riunione urlano «fuori i nazisti» e sparano musica a tutto volume di fronte all’edificio.
Sellner agguanta il microfono: «Benvenuti nel 2026, l’anno del crollo dei cordoni sanitari, del multilateralismo e del globalismo!». Sellner è una calamita per gli estremisti di destra e una dannazione per l’Afd. Bollato dai servizi segreti tedeschi come “estremista di destra”, bandito temporaneamente o definitivamente da vari Paesi tra cui il Regno Unito e gli Usa — era stato in contatto con lo stragista neonazista di Christchurch — ma anche per un po’ dalla Germania, l’attivista bruno è un dito nell’occhio per l’Afd, che sta tentando di evitare di essere messa al bando. Ma stasera lui e Kotré vogliono spostare i confini del dicibile, rendere la remigrazione un sinonimo di «milioni» di rimpatri, sottolinea. E Sellner annuncia che ha appena fondato un “Institute for Remigration”, una commissione internazionale per diffondere il verbo delle deportazioni di massa. A Repubblica, Sellner conferma che «stiamo contattando anche esponenti della Lega e di Fratelli d’Italia» per completarla.
Kotré, che è ufficialmente “responsabile politica per le remigrazioni” dell’Afd brandeburghese, parte cauta, «sono qui a rappresentare la posizione del mio partito», che ufficialmente vuole solo rimpatriare i migranti col foglio di via, circa 224mila persone. «Tuttavia — aggiunge — vorrei che si discutessero anche altre opzioni: personalmente riesaminerei le richieste di asilo degli ultimi dieci anni per capire chi mandare via». E se per Sellner dovrebbero essere cacciati anche quelli
«non assimilati», e chissà cosa vorrà dire, e forse quelli con il passaporto tedesco, e Kotré ritiene insomma «che bisogna parlarne». La parlamentare regionale, da sempre legata a Sellner, in passato è assurta agli onori della cronaca per aver partecipato a un incontro in Svizzera con i neonazisti di “Blood and Honor”.
A margine della riunione la intercettiamo e le chiediamo cosa intenda con «privatizzazione della remigrazione», uno slogan che aveva usato in campagna elettorale. «Se lo Stato non riesce a rimpatriare i migranti, bisogna privatizzare il servizio», risponde. Le chiediamo se il suo modello è Ice, il brutale servizio anti immigrazione americano introdotto da Trump. Lei svicola, ma neanche tanto: «Che vuol dire il mio modello? Posso solo dire che molte persone mi hanno già contattato, molti imprenditori della logistica sarebbero prontissimi a farlo».
(da agenzie)

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GLI AGENTI DELL’ICI HANNO SOFFOCATO E UCCISO UN MIGRANTE CUBANO POI NE HANNO SIMULATO IL SUICIDIO

Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile

L’UOMO, LEGALMENTE RESIDENTE NEGLI USA, E’ STATO UCCISO NEL CENTRO DI DETENZIONE DI CAMP EAST MONTANA

Non è morto suicida, ma soffocato mentre veniva immobilizzato da agenti dell’ICE, la milizia di Trump “anti immigrazione”. È questa la conclusione dell’autopsia su Geraldo Lunas Campos, migrante cubano di 55 anni deceduto il 3 gennaio scorso
all’interno di un centro di detenzione per stranieri in Texas. Il rapporto medico-legale parla esplicitamente di omicidio e attribuisce la causa della morte a un’asfissia provocata dalla compressione del collo e del torace durante una colluttazione con le guardie.
Lunas Campos si trovava in isolamento a Camp East Montana, una struttura di detenzione temporanea allestita con tende nel deserto, all’interno della base militare di Fort Bliss. Secondo quanto emerge dagli atti, l’uomo sarebbe diventato “non responsivo” mentre veniva fisicamente trattenuto da agenti dell’ICE. Sul corpo sono stati riscontrati segni evidenti di colluttazione: abrasioni al petto e alle ginocchia, emorragie al collo e lesioni compatibili con una pressione prolungata sul corpo.
Un testimone ha raccontato all’Associated Press che Lunas Campos era ammanettato e immobilizzato da almeno cinque guardie; una di loro avrebbe stretto un braccio attorno al suo collo fino a farlo perdere conoscenza. Dettagli che trovano riscontro nel referto dell’ufficio del medico legale della contea di El Paso: presenti anche lesioni sugli occhi e sul collo, minuscole emorragie tipicamente associate a casi di soffocamento.
Il vice medico legale, Adam Gonzalez, ha indicato come causa del decesso l’asfissia da compressione del collo e del torso. Un patologo forense indipendente, Victor Weedn, ha confermato che il quadro delle lesioni è coerente con una morte per soffocamento durante una contenzione fisica, spiegando che le ferite al collo sono compatibili con la pressione di una mano o di un ginocchio
La versione ufficiale del governo federale, però, è cambiata più volte. In un primo comunicato, l’Immigration and Customs Enforcement (ICE) aveva parlato di un detenuto “in difficoltà” trasferito in isolamento, dove il personale medico sarebbe intervenuto con manovre salvavita. Nessun riferimento a uno scontro fisico. Solo in seguito, quando la famiglia è stata informata che la morte poteva essere classificata come omicidio, il Dipartimento per la Sicurezza Interna ha sostenuto che Lunas Campos stesse tentando il suicidio e che le guardie fossero intervenute per impedirglielo. Una ricostruzione che l’autopsia non conferma: nel rapporto non c’è alcun riferimento a un tentativo di togliersi la vita.
Dopo la diffusione del referto definitivo, una portavoce del dipartimento di sicurezza ha ribadito che l’uomo era un immigrato irregolare con precedenti penali, richiamando vecchie condanne risalenti agli anni Duemila. Un elemento che,
secondo i legali e i familiari, non ha alcuna rilevanza rispetto alle circostanze della sua morte.
Lunas Campos viveva negli Stati Uniti da oltre vent’anni ed era entrato legalmente nel Paese nel 1996, durante una delle grandi ondate migratorie da Cuba. Era stato arrestato dall’ICE a luglio, a Rochester, nello Stato di New York, e trasferito a settembre a Camp East Montana, tra i primi detenuti della struttura.
Il suo decesso non è un caso isolato. In poco più di un mese, nel campo sono state registrate almeno altre due morti: un migrante guatemalteco deceduto dopo un ricovero ospedaliero e un cittadino nicaraguense morto in quello che l’ICE ha definito un “presunto suicidio”. Proprio Camp East Montana è da tempo al centro di polemiche: la struttura, destinata a diventare il più grande centro di detenzione per immigrati degli Stati Uniti, è gestita da una società privata senza precedenti esperienze nel settore carcerario.

(da Fanpage)

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“COSI’ LA RUSSIA INSEGNA AI BAMBINI CHE LA GUERRA E’ NORMALE”

Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile

INTERVISTA A PAVEL TALANKIN: “IL REGIME STA CREANDO UNA GENERAZIONE PIENA DI ODIO PER I PRESUNTI NEMICI, L’ISTRUZIONE DIVENTA ADDESTRAMENTO”

La dittatura non entra con gli stivali. Entra con una circolare. Succede in una scuola elementare di Karabash, sugli Urali. Un posto qualunque. Il 24 febbraio 2022 la Russia invade l’Ucraina. Per tre settimane, silenzio. Poi, il 14 marzo, arriva un ordine. Un prikaz. Firmato dal ministero. Preciso. Pulito. Inoffensivo sulla carta. Devastante nella realtà. Da quel giorno la guerra entra in classe. Le parole cambiano. La Storia viene riscritta. I bambini imparano che ci sono i nemici da odiare.
A filmare tutto è il loro maestro, Pavel Talankin. Autore insieme al regista David Borenstein, e soprattutto protagonista di Mr. Nobody Against Putin. Il documentario è stato girato dall’interno delle scuole russe mentre la propaganda diventava didattica e la violenza linguaggio quotidiano. Il film mostra “quanto sia breve il percorso dalla classe alla tomba”, dice Talankin a Fanpage.it.
Mr. Nobody Against Putin era nella shortlist degli Academy Awards. Hollywood ha deciso di nominarlo agli Oscar. Ma il punto non è un premio. È l’avvertimento: Vladimir Putin “sta preparando il Paese alla guerra permanente”. È l’invito a non assuefarsi alle logiche di potenza e contrapposizione che prevalgono anche altrove nel mondo.
In questa intervista Talankin racconta come, in due settimane, l’istruzione si sia trasformata in addestramento. Come la guerra sia diventata normale. E perché ha continuato a filmare, anche sapendo di rischiare vent’anni di carcere.
Non si considera nemmeno un dissidente. Dice di aver fatto solo ciò che doveva fare. Un signor Nessuno contro Putin. E per la Russia Perché “Putin non è la Russia”.
Torniamo alle settimane subito dopo il 24 febbraio 2022, il giorno in cui la Russia ha invaso l’Ucraina. Nella tua scuola a Karabash, cambia tutto. Com’è successo?
All’inizio, nessuno commentava. Non si sapeva che dire, come reagire. Tre settimane di silenzio.
Poi, il 14 marzo, arrivarono all’improvviso precisi ordini che spiegavano cosa dovevano dire gli insegnanti, come dovevano parlare. Divenne subito chiaro quale sarebbe stata la narrazione, quale la retorica.
Il prikaz, l’ordine delle autorità, era burocratico e quasi banale. Ma le conseguenze sono enormi. Il film lo racconta. La tattica era di far passare le nuove direttive come ordinaria amministrazione?
Ma in realtà non c’era niente di banale né di ordinario. Il prikaz era firmato dal ministero dell’Istruzione della Federazione Russa, controfirmato dalla oblast di Chelyabinsk, quindi passato ai comuni, fino ad arrivare a Karabash.
E non c’era solo il provvedimento. C’erano anche lettere esplicative, note e link con materiale pronto all’uso: lezioni, video, presentazioni. Tutto era stato preparato alla perfezione. E si capì che non era una misura temporanea. Fu subito chiaro che sarebbe entrata stabilmente nel sistema educativo, che sarebbe rimasta a lungo. Nulla sembrava improvvisato o occasionale.
Un personaggio del clan ideologico di Putin al centro del “militarismo scolastico” è l’ex ministro della Cultura Vladimir Medinsky. Sovrintende a tutta l’editoria didattica. Ha riscritto i libri di testo. E la Storia: la Russia è da sempre aggredita e impegnata in eroiche e vittoriose guerre difensive. Noi contro loro. Che cittadini produce questa visione, insegnata ai bambini?
Crea una generazione fedele al potere. Obbediente alle autorità e devota a Putin. E pronta a mantenere le stesse idee anche dopo Putin. Pronta a combattere, a morire in guerra.
C’è un aspetto di cui nessuno parla. Ogni anno le scuole ricevono fondi per sostituire i libri di testo. Dovrebbero servire anche per i manuali di chimica, fisica, matematica. Aiutano a rinnovare il materiale, che peggiora di anno in anno.
Negli ultimi due anni, però, non è stato più possibile ordinare alcun libro se non quelli di storia. Quelli di Medinsky. Al di là di ogni altra considerazione questa è corruzione vera e propria.
Eh, mi sa che il consigliere Medinsky qualcosa ci guadagna…
E per qualche motivo, nei canali dell’opposizione russa, nessuno ne parla.
Tra l’altro Medinsky, che per usare una parola di moda sembra piuttosto “guerrafondaio”, è stato scelto da Putin per guidare le trattative di pace. A proposito: le parole d’ordine contro l’Ucraina, tipo “denazificazione” e “demilitarizzazione”, sono entrate in classe?
Oh, sì: la “denazificazione” è ormai parte del linguaggio quotidiano. Fin dalla scuola elementare.
Da Karabash mi accusano di aver diffamato la figura dell’insegnante, come istituzione. Perché ho raccontato di una maestra che non riusciva a pronunciare quelle parole maledette.
Il fatto che non è obbligata a conoscerle. È un’insegnante di scuola primaria. Semmai, sono parole per il ministero della Difesa, e le accademie militari. Non per gli insegnanti. Soprattutto, non per i bambini piccoli.
Putin cita spesso una battuta del blockbuster russo “Brat 2”: Sila v pravde, ovvero “la forza è nella verità”. È diventato uno slogan della narrativa militarista del Cremlino, anche se nel film è solo un riferimento all’integrità morale. Dal 2022 è anche il titolo di alcune iniziative didattiche. Qual è la logica?
La forza sta nella verità, dice il regime. Mentre la verità viene continuamente deformata. Ma una bugia ripetuta mille volte diventa verità. È questo il loro obiettivo.
Lei, al contrario di molti altri russi contrari alla guerra non è emigrato. E rimasto a Karabash. E ha filmato tutto. Ha mai pensato di essersi spinto troppo oltre? Rischiava fino a vent’anni di galera, secondo le leggi in vigore dal 2022.
Rischiavo davvero, perché collaboravo con un regista americano. In Russia è proibito. Non sai mai se i servizi di sicurezza ti ascoltano e leggono i tuoi messaggi. Possono incastrati in ogni momento.
Ma non ho mai pensato di essermi spinto troppo oltre. Ho continuato a filmare. E lo rifarei un milione di volte. Perché è fondamentale mostrare cosa sta succedendo nelle scuole russe.
“Fondamentale”? Si spieghi meglio.
Tra 15 o 20 anni il Paese sarà abitato da una generazione arrabbiata. Sarà un Paese pieno di odio. La generazione che oggi è a scuola sarà molto ostile verso le altre nazioni.
Lei si sente un dissidente? O solo un “Signor Nessuno” che ha visto e registrato?
Mi chiamano Giuda. Traditore della patria. Non mi considero tale. Non mi considero neanche un dissidente. Ho fatto solo ciò che dovevo fare (la connotazione della parola russa dissident è spesso più negativa che da noi: può significare “nemico della Russia”, ndr).
Sì, ho mostrato che Putin è un terrorista e un assassino. Ma Putin non è la Russia. La propaganda cerca di fonderli. Ma non sono la stessa cosa.
“La patria non è il culo del presidente”, come ha detto Shevchuk (Yury Shevchuk, rockstar russa, leader dei DDT. Pronunciò la frase durante un concerto a Ufa nel maggio 2022, ndr).
Soprattutto, ho mostrato quanto sia breve il percorso dalla classe alla tomba. Un passo appena. I bambini di ieri sono nelle tombe oggi.
La Russia non pubblica dati, ma fonti analitiche OSINT e testate come l’Economist stimano che dal 2022 nella guerra con l’Ucraina siano morti fino a 480mila soldati russi. Come fa il Cremlino a farla passare come una cosa normale?
Eppure la guerra in Russia è diventata normale. Non qualcosa da temere o evitare, ma parte della vita. Una parola comune. Un fatto ordinario. “È sempre stato così, sarà sempre così”.
Al di là della Russia, di Putin e della sua guerra in Ucraina, che messaggio può dare il suo documentario al mondo?
Vedo il mondo andare in direzioni che non avrei mai immaginato. Forse spetta agli spettatori reagire, spiegare ad altri ciò che sta accadendo. Vorrei che il mio film fosse uno stimolo a non assuefarsi.
Quando la propaganda è entrata nelle scuole, gli insegnanti hanno cominciato a ricevere ordini e la società russa ha iniziato a sdoganare la guerra, ho pensato spesso al film Don’t Look Up (commedia satirica del 2021 con Leonardo Di Caprio in cui due astronomi cercano inutilmente di avvertire il mondo di una cometa in arrivo, scontrandosi con media, politica e indifferenza sociale, ndr). Con il ritorno di Trump e le repressioni contro i migranti, ho capito anche meglio quanto quel film fosse importante.
Magari ora è il momento di guardare il mio, di film. È un avvertimento su come sarà il mondo. Perché non sta accadendo solo in Russia.
Alcuni studiosi di autocrazie e totalitarismi, da Timothy Snyder a Ian Garner, ritengono che in Russia sia attualmente al potere un tipo di fascismo. Lei che pensa?
Assolutamente sì. È fascismo. È un regime arrabbiato. Che accusa di nazismo altri ma poi usa i metodi di Hitler. E ripete le pratiche di Stalin.
Da quando ha lasciato la Russia, ha saputo di nuovi sviluppi nella propaganda militarista a scuola?
Il ministero si era dimenticato di cancellarmi dalle mailing list. Per mesi ho ricevuto ancora lettere: nuovi metodi, nuove lezioni.
Ci sono nuovi obblighi. Viene celebrato il 23 febbraio (il Giorno del difensore della patria, rispolverato recentemente dal regime. Nel 2022, vigilia dell’invasione dell’Ucraina, ndr). Le scuole devono cooperare con la polizia. Gli insegnanti devono individuare gli “indesiderabili”: i ragazzi quelli che non vogliono partecipare alle celebrazioni del 23 febbraio o del 9 maggio (Celebrazione della vittoria sui nazisti nella “Grande guerra patriottica”, ndr). Tutto presentato bene, sulla carta. In realtà è solo delazione: gli insegnanti devono fare la spia sugli allievi.
E c’è una nuova materia: “Gestione della famiglia”: in pratica, ti insegnano a fare figli. Molti figli. Tanti futuri soldatini.
Il regime prepara i bambini a una guerra lunga? Oltre l’Ucraina?
Sì, e non solo i bambini: l’intera popolazione. È una verità amara. La guerra è stata normalizzata. La fedeltà al regime, addestrata. Riguarda tutti.
(da Fanpage)

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CHE FINE HA FATTO IL BIMBO DI 5 ANNI ARRESTATO DALL’ICE IN USA: E’ STATO DEPORTATO A 2.000 KM DA CASA

Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile

IL BIMBO RAPITO DAI SICARI DI TRUMP E’ IN UN CENTRO DI DETENZIONE IN TEXAS

In poche ore Liam, il bambino prelevato ieri dagli agenti dell’ICE la cui foto ha fatto il giro del mondo, è passato dal vialetto di casa, in un sobborgo di Minneapolis, a un centro di detenzione per immigrati nel sud del Texas. Cinque anni, appena rientrato dall’asilo, il piccolo è stato deportato insieme al padre e trasferito a oltre duemila chilometri di distanza, a Dilley, diventando uno dei casi più emblematici delle recenti operazioni federali sull’immigrazione in Minnesota.
Secondo quanto riferito dalle autorità scolastiche di Columbia Heights, l’intervento è avvenuto martedì pomeriggio. Gli agenti federali avrebbero fermato l’auto di famiglia nel vialetto e imposto al bambino di bussare alla porta dell’abitazione per verificare se ci fossero altre persone all’interno. In casa si trovava la madre, che non avrebbe aperto. La famiglia, arrivata negli Stati Uniti nel 2024, ha una domanda di asilo ancora in corso e non è destinataria di alcun ordine di espulsione.
L’operazione degli agenti ICE mirava al padre, Adrian Alexander Conejo Arias. Il Dipartimento per la Sicurezza Interna sostiene che l’uomo sia fuggito a piedi, lasciando il figlio sul posto, e che per questo un agente sia rimasto con il bambino mentre gli altri procedevano all’arresto. Una versione che tuttavia è stata nettamente smentita dai dirigenti scolastici, secondo i quali un altro adulto residente nell’abitazione era presente all’esterno e si era offerto di prendersi cura di Liam, senza che gli agenti accettassero l’alternativa.
Di fatto, il bimbo è stato utilizzato come “esca” per catturare suo padre. Ma non è tutto, perché Liam e il papà sono stati rapidamente caricati a bordo di un aereo e deportati nell’estremo sud degli USA, in un centro di detenzione per immigrati a Dilley, in Texas, a oltre duemila chilometri dal Minnesota. L’avvocato della famiglia ha spiegato che non è stato possibile avere contatti diretti con loro e che si presume siano trattenuti in una struttura destinata ai nuclei familiari. Sono in corso valutazioni legali per ottenere il loro rilascio.
Il caso si inserisce nel quadro di un generale inasprimento delle operazioni dell’ICE nello Stato del Minnesota. In circa sei settimane, secondo le autorità di frontiera, sono stati effettuati migliaia di arresti, inclusi diversi minori. A Columbia Heights, distretto scolastico con una forte presenza di famiglie immigrate, l’impatto si è fatto sentire anche nelle scuole: altri tre studenti di 10 e 17 anni sono stati fermati recentemente e la frequenza scolastica è calata drasticamente.
Intanto, organizzazioni per i diritti dei bambini denunciano condizioni critiche nel centro di Dilley, parlando di minori malati e di detenzioni prolungate in condizioni drammatiche. Leecia Welch, consulente legale capo di Children’s Rights, ha dichiarato a Ndtv di aver visitato la struttura la scorsa settimana nell’ambito di una causa legale sul benessere dei bambini immigrati in custodia federale. “Il numero di bambini è salito alle stelle e molti di loro sono stati trattenuto per oltre 100 giorni”, ha detto, aggiungendo che “quasi tutti i bambini con cui abbiamo parlato erano malati”.
Prima di Liam, un diciassettenne è stato rapito mentre si recava a scuola, e anche un bambino di 10 anni e un diciassettenne sono stati catturati e deportato. Zena Stenvik, sovrintendente delle scuole pubbliche di Columbia Heights, ha confermato: “Nelle ultime settimane, gli agenti dell’ICE hanno perlustrato i nostri quartieri, hanno fatto il giro delle nostre scuole, hanno seguito i nostri autobus, sono entrati più volte nel nostro parcheggio e hanno portato via i nostri bambini”.
(da Fanpage)

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L’ICE DI TRUMP RAPISCE E ARRESTA I BAMBINI E NESSUNO PUO’ FARE PIU’ FINTA DI NULLA

Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile

L’ULTIMA FOLLIA DI UN CRIMINALE RICADE SULLA COSCIENZA DELLA FECCIA UMANA CHE L’HA VOTATO

Provate a farvi questa domanda: qual è la linea che definisce ciò che per me è moralmente accettabile da ciò che non lo è?
Bene: ora prendete un bambino di cinque anni che esce da scuola, il berretto blu a forma di coniglio, lo zaino di Superman, che viene prelevato da due poliziotti e usato come esca per arrestare sia lui sia suo padre, un uomo proveniente dall’Ecuador che viveva in America da anni, con un permesso di asilo attivo e nessun ordine di espulsione.
Oppure prendete una bambina di dieci anni che sta andando a scuola e che anziché entrare in classe con le sue amiche, i suoi amici, i suoi insegnanti, si ritrova due agenti che affiancano lei e sua madre per portarle in un centro di detenzione a migliaia di chilometri da casa loro, in Texas.
Ecco: questi due fatti da parte stanno del vostro confine che separa ciò che è moralmente accettabile da ciò che non lo è?
Perché è questo, in fondo, quel che dobbiamo chiederci quando sentiamo parlare di queste storie. Se quel che stanno vivendo i bambini del Minnesota, terrorizzati dall’idea di uscire per andare a scuola e non trovare più i loro genitori, o essere usati come esca per arrestarli, o essere arrestati a loro volta, è qualcosa che vorremmo accadesse anche nel nostro Paese, o meno.
Perché no, quel che stanno facendo il presidente americano Donald Trump e l’ICE – che pure hanno smentito, relativamente al solo bimbo di cinque anni, seppure numerose testimonianze affermano il contrario – non è l’aberrazione delle idee di chi dice “padroni a casa nostra”, “prima gli americani (o gli italiani)”, “remigrazione”, ma è semplicemente la loro realizzazione. La loro brutale, concreta realizzazione.
Torniamo alla domanda iniziale. Si può stare tra chi ritiene che quello che sta facendo l’ICE – omicidio a sangue freddo di Renee Nicole Good compreso – sia brutale, ma moralmente accettabile e politicamente giusto. Oppure si può stare tra
chi pensa che Trump stia facendo cose che pensavamo aver seppellito assieme alle camicie nere o brune che fossero, qualche decennio fa.
L’unico posto in cui non si può stare è lì nel mezzo, tra gli ignavi, gli indifferenti, gli astenuti, quelli che non sanno e non rispondono. Perché quel che sta accadendo in Minnesota è una chiamata alle nostre coscienze. Perché l’unico posto in cui non si può stare, oggi, è sul confine ciò che moralmente accettabile, e ciò che non lo è.
(da Fanpage)

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CASAPOUND ARRIVA ALLA CAMERA A PRESENTARE UNA PROPOSTA DI LEGGE RAZZISTA SU INVITO DI UN LEGHISTA

Gennaio 23rd, 2026 Riccardo Fucile

L’EVENTO PUBBLICIZZATO SUI CANALI SOCIAL DEL COMITATO REMIGRAZIONE E RICONQUISTA E ALTRI GRUPPI RAZZISTI: IL DEPUTATO LEGHISTA FURGIUELE HA ORGANIZZATO L’EVENTO

Degli esponenti di Casapound e altri gruppi di estrema destra potrebbero entrare in Parlamento per presentare alla stampa una loro proposta di legge dedicata alla “remigrazione” degli stranieri che si trovano in Italia. L’evento è promosso da Remigrazione e riconquista, il comitato che unisce questi gruppi e che ha lanciato la raccolta firme per il ddl di iniziativa popolare. A programmare la conferenza alla Camera è stato un deputato della Lega: si tratterebbe – secondo quanto appreso da Fanpage.it – del calabrese Domenico Furgiuele.
La conferenza stampa serve come presentazione per la raccolta firme lanciata dal comitato, che tra i suoi fondatori ha Casapound, Rete dei Patrioti, VFS e Brescia ai Bresciani. Tutte realtà di estrema destra che ora cercano 50mila firme per portare in Parlamento una proposta di legge che, tra le altre cose, contiene la creazione della “remigrazione” per il “recupero della sovranità e dell’identità nazionali”. La remigrazione è un concetto adottato dall’estrema destra europea negli ultimi anni, che ha trovato spazio anche in Italia e, politicamente, Matteo Salvini ha ripreso più volte.
I relatori sono stati invitati dal parlamentare leghista: anche l’ufficio stampa della Camera ha sottolineato che le conferenze si svolgono sempre su iniziativa di un deputato o di un partito, che poi sceglie i partecipanti. Interverrà Luca Marsella, presidente del comitato e portavoce di Casapound. Marsella è un volto noto dell’estrema destra romana e in particolare di Ostia, condannato la scorsa estate a un anno di carcere (in primo grado) per degli scontri avvenuti nel 2022. Dovrebbe parlare anche Salvatore Ferrara della Rete dei patrioti, con una lunga militanza in Forza nuova alle spalle. Insieme a loro Ivan Sogari di Veneto Fronte skinheads e Jacopo Massetti, ex responsabile di Forza nuova a Brescia.
La reazione dell’opposizione è stata immediata. “È inaccettabile che la Camera dei deputati ospiti una conferenza stampa sulla cosiddetta ‘remigrazione’, promossa da esponenti di Casapound e da personaggi noti per iniziative svolte insieme a soggetti poi risultati appartenenti alla criminalità organizzata”, ha detto il deputato democratico Matteo Orfini. “La Camera non può diventare una tribuna per chi propaganda ideologie fasciste, viola la Costituzione e si pone apertamente contro le istituzioni democratiche”. Orfini ha fatto un appello al presidente della Camera Fontana: “Impedisca questa vergognosa strumentalizzazione delle sedi istituzionali”.
Anche Riccardo Magi, segretario di +Europa, ha attaccato: “La Lega di Salvini, che esprime il presidente della Camera Lorenzo Fontana, con il generale Vannacci il 30 gennaio porta una bella carrellata di neofascisti a Montecitorio” , per presentare “praticamente le nuove leggi razziali. Sarebbe quantomeno opportuno che Fontana, in quanto presidente della Camera, esponente della Lega e con un passato vicino a queste realtà, prendesse le distanze”.
(da Fanpage)

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