Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
“HANNO ASSOCIATO UN MIO VECCHIO INTERVENTO SULLE CORRENTI ALLE RAGIONI DEL SI’ AL REFERENDUM. NON HO AUTORIZZATO L’USO DI QUEL VIDEO ED E’ NOTO CHE VOTERO’ NO”
“La Costituzione e la democrazia sono prioritarie. Non si toccano. Provvederò a denunciare
nelle sedi opportune quanto accaduto per chiedere gli accertamenti del caso”. È quanto annuncia il procuratore della Repubblica di Napoli, Nicola Gratteri, in relazione al video pubblicato sul profilo Fb di Fratelli d’Italia in cui il magistrato parla della riforma del Csm.
“Con riferimento alla diffusione di un mio vecchio intervento sulle correnti, che un partito politico sta associando alle sue ragioni del sì al referendum, – spiega il magistrato – tengo a precisare due cose: nessun partito è stato da me autorizzato ad associare il mio nome a questa campagna referendaria; il testo proposto per questo referendum per il sorteggio del Csm, temperato per i politici e secco per i magistrati, è molto lontano da quella che era la mia idea”.
“Ma soprattutto a fronte della perdita di autonomia della magistratura e di un indebolimento dell’equilibrio democratico tra i poteri dello Stato, sancito dalla nostra costituzione, – conclude Gratteri – ribadisco che sono contrario a tutta la modifica proposta compreso il sorteggio proposto”.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
LA CAMPAGNA PER RILANCIARE LA SUA IMMAGINE (FONTI BEN INFORMATE ASSICURANO CHE È GIÀ STATA INGAGGIATA UNA POTENTE AGENZIA DI COMUNICAZIONE), IL SILENZIO DI GIULI E MAZZI E L’ORCHESTRA CHE SI RIFIUTA DI AVERE A CHE FARE CON IL SOVRINTENDENTE COLABIANCHI. E ALL’ESTERO E SOMMERSA DI CRITICHE
Chi si rivede. Ricompare in Italia Beatrice Venezi. Da quel 22 settembre in cui fu nominata direttrice musicale della Fenice a partire dal prossimo ottobre, scatenando la più lunga, appassionata e appassionante diatriba musical-politica italiana recente, la direttrice lucchese torna alle patrie sponde perché in Italia ha due produzioni d’opera in contemporanea: fra gli innumerevoli doni che le attribuiscono a destra, ci sarà anche quello dell’ubiquità.
Meglio di Sant’Antonio: dirigerà infatti Carmen al Teatro Verdi di Pisa venerdì e domenica e Aufstieg und Fall der Stadt Mahagonny in un altro Teatro Verdi, quello di Trieste, a partire dal 30. Per inciso, ironia della sorte, Ascesa e caduta della città di Mahagonny è un’opera politicissima e sinistrissima, scritta con intenti di violenta
critica anticapitalista da Kurt Weill su libretto di Bertold Brecht: roba da far saltare sulla sedia i fratelli d’Italia e della maestra, se solo sapessero cos’è.
In occasione della doppia direzione, dovrebbe partire una campagna mediatica per rilanciarne l’immagine e garantire a una pubblica opinione sempre più perplessa che quella del sovrintendente della Fenice, l’ineffabile Nicola Colabianchi, è stata la miglior scelta possibile. Fonti ben informate assicurano che è già stata ingaggiata una potente agenzia di comunicazione, vedremo.
Nel frattempo, a Roma tutto tace. Dopo una lunga serie di uscite infelici sull’argomento, sia il ministro della Cultura Alessandro Giuli che il suo sottosegretario Gianmarco Mazzi tacciono. Non sta mai zitto, invece, il sindaco di Venezia, Luigi Brugnaro, che continua a chiedere di abbassare i toni alzando i suoi.
Ai dipendenti del teatro era stato sospeso il contributo welfare in attesa di capire se avrebbero scioperato al concerto di Capodanno; dopo che non l’hanno fatto, e quindi i conti della Fondazione Fenice sono rimasti in ordine e anzi in attivo, non è scontato che lo ricevano. «Sono per farlo pagare. Come, quando e perché è tutto da discutere – ha minacciato il sindaco con l’abituale stile da padrone delle ferriere -. Quando si va in guerra le dai e le prendi. Faccio una previsione: il teatro andrà a sbattere».
E ha aperto un altro fronte chiedendo verifiche sui permessi artistici accordati ai professori dell’orchestra, già oggetto di una vertenza nel frattempo chiusa. Replica dei sindacati: «Usare il welfare come strumento di ritorsione e richiamare impropriamente la questione dei permessi, regolati dal contratto nazionale e sempre richiesti e concessi nel rispetto delle norme, sembra un tentativo di intimidazione». Anche dentro il teatro la situazione è tesa e l’ambiente gelido. L’Orchestra si rifiuta di avere a che fare con Colabianchi che, già sfiduciato all’unanimità, quando si presenta ai professori viene ignorato.
In questo disastro, almeno una delle innumerevoli sciocchezze annunciate non avrà seguito: l’idea di Brugnaro di un concerto dell’Orchestra con Venezi «in campo neutro», che poi neutro non sarebbe affatto stato perché si trattava del Teatro del Giglio di Lucca
Mentre in Italia le anime belle e gli indignati speciali della sinistra per lo più tacciono, della vicenda si parla invece all’estero. Dopo il durissimo editoriale di Opernwelt («Motivi artistici per la nomina di Venezi si cercano invano»), domenica è uscita un’intera pagina sul Sunday Times, titolo: «A symphony of disapproval greets Meloni’s Venice maestro» (una sinfonia di disapprovazione saluta il direttore di Meloni).
Alberto Mattioli
per “la Stampa”
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Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
“HO IMMEDIATAMENTE ALLERTATO IL MINISTERO DEGLI ESTERI DELLA FRANCIA CHE HA PRESO SERIAMENTE IL CASO”… CERTE ASSOLUZIONI PERORATE DALL’ INTERNAZIONALE CRIMINALE SOVRANISTA NON SONO CASUALI
La magistrata francese Magali Lafourcade, intervistata sabato scorso dalla trasmissione ‘En
Societé’ della tv pubblica France 5, ha raccontato che due emissari del presidente Usa Donald Trump l’hanno incontrata il 28 maggio 2025, nel tentativo di raccogliere elementi in grado di dimostrare che la condanna di Marine Le Pen nel caso degli assistenti parlamentari Ue sia un processo politico.
Nell’intervista alla tv pubblica d’Oltralpe, la magistrata racconta di aver ricevuto, su richiesta dell’ambasciata Usa a Parigi, due rappresentanti dell’amministrazione Trump. “Dovevamo avere una discussione sui diritti umani, come avviene regolarmente con i diplomatici dei Paesi alleati.
E molto rapidamente la conversazione è girata intorno alla situazione penale di Marine Le Pen”, ha spiegato la magistrata, secondo cui i suoi interlocutori cercavano di raccogliere elementi in grado di “accreditare l’idea che si tratti di un processo puramente politico per impedire” una candidatura di Le Pen nella corsa all’Eliseo del 2027.
Dicendosi sorpresa per il tenore dello scambio, benché “cortese”, Lafourcade ha quindi riferito di aver immediatamente “allertato” il ministero degli Esteri della Francia, circa un incontro con chiari elementi di “ingerenza”. “Ho inviato un’allerta al ministero degli Esteri sui contenuti della conversazione.
Mi sembrava fosse il mio dovere”, ha precisato, aggiungendo che il caso è stato preso “seriamente” dal Quai d’Orsay. Sottolineando che non esiste a suo avviso “una minaccia attuale sui giudici francesi” – attualmente impegnati nel processo di secondo grado a Le Pen – Lafourcade ha comunque invitato alla massima attenzione, davanti a quella che viene descritta come un’offensiva che si spinge ben oltre il quadro nazionale della Francia.
A inizio gennaio, il presidente del tribunale di Parigi, Peimane Ghaleh-Marzban, aveva già messo in guardia da un’eventuale “ingerenza” degli Stati Uniti nel processo in appello al Rassemblement national (Rn). Parole giunte dopo indiscrezioni pubblicate dal settimanale tedesco Der Spiegel, secondo cui diversi magistrati incaricati del dossier Rn incorrerebbero il rischio di sanzioni da parte di Washington.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
COLDIRETTI E CONFAGRICOLTURA SI SONO SCAGLIATI CONTRO L’INTESA TRA UE E MERCOSUR, VOLUTA ANCHE DALLA DUCETTA, CHE PREVEDE UN TAGLIO DEI DAZI SUI PRODOTTI DEI PAESI SUDAMERICANI… I TASSISTI PRETENDONO DI ESSERE “DIFESI” DALLA CONCORRENZA DI UBER, MENTRE I GESTORI DEGLI STABILIMENTI VOGLIONO L’ENNESIMA PROROGA DELLE CONCESSIONI, ALLA FACCIA DELLE REGOLE EUROPEE
Tassisti, agricoltori e balneari. L’alleanza tra le lobby sovraniste e il centrodestra si è incrinata. Le categorie che durante il governo Draghi avevano tirato la volata a Giorgia Meloni e Matteo Salvini con cortei fin sotto Palazzo Chigi, ormai sono in aperta contestazione con il governo che aveva promesso loro di tenerle al riparo della concorrenza.
Non è un vero e proprio divorzio, ma la luna di miele è finita. E in vista della prossima campagna elettorale forse alla politica non basterà ripetere gli stessi buoni propositi per ottenere il loro appoggio.
La settimana scorsa i tassisti hanno assediato il centro di Roma proprio come avevano fatto quando Meloni e Salvini erano all’opposizione e garantivano uno scudo contro le liberalizzazioni. Per rispondere allo sciopero delle 32 sigle sindacali delle auto bianche, il ministero dei Trasporti ha preso l’impegno di riscrivere i tre decreti legislativi della riforma del trasporto non di linea, peraltro già bocciati dalla giustizia amministrativa.
Salvini intende rivedere di nuovo la normativa dei noleggi con conducente, accusati dai tassisti di competere in modo sleale, e soprattutto le regole sulle piattaforme digitali. In questo caso, la concorrenza che si vuole disinnescare è quella di Uber. Ma nel centrodestra non tutti la pensano allo stesso modo, infatti, Forza Italia spinge per le liberalizzazioni, anche con una proposta di legge in commissione Trasporti.
L’altro fronte caldo di questi giorni è con gli agricoltori. Scottati per i pochi fondi ottenuti in manovra, Coldiretti e le altre associazioni come Confagricoltura e Cia si sono scagliate contro l’intesa tra Ue e Mercosur.
L’accordo è stato voluto anche dalla premier Giorgia Meloni e prevede una progressiva riduzione delle tariffe sui prodotti dei Paesi sudamericani in arrivo in Europa. Oggi, la Coldiretti sarà in piazza a Strasburgo davanti alla sede del Parlamento europeo per «bloccare le follie di Von der Leyen che mettono a rischio il reddito degli agricoltori europei e 400 milioni di cittadini».
La presidente Giorgia Meloni ha firmato l’intesa sul libero scambio nonostante le resistenze degli agricoltori, provocando malumore nella categoria che in questi anni ha scelto il centrodestra – e il ministro Francesco Lollobrigida – come interlocutore privilegiato. Il problema è sempre quello della concorrenza.
Secondo Coldiretti, l’accordo tra Ue e Mercosur permetterebbe «di far entrare in Europa, e finire sulle nostre tavole, cibi prodotti senza gli stessi standard sanitari, ambientali, di lavoro etico e di sicurezza alimentare per i consumatori europei, che sono richiesti agli agricoltori della Ue».Con i balneari è invece in corso un braccio di ferro infinito. L’esecutivo aveva prima assicurato un lungo rinvio della scadenza delle concessioni, poi gli indennizzi agli imprenditori che avrebbero perso le gare. Tuttavia, la realtà è ben diversa dalle promesse. La situazione che riguarda i gestori degli stabilimenti è bloccata dall’inizio della legislatura. La scadenza delle concessioni è fissata al 30 settembre 2027, perciò entro giugno 2027 le gare dovranno essere pronte.
L’esecutivo ha tentato di negoziare con la Commissione europea un meccanismo di indennizzo da assicurare ai gestori che perderanno la concessione, ma Bruxelles si è opposta. Il ministro Salvini adesso propone per decreto di «superare l’articolo 49 del codice della navigazione per permettere ai concessionari balneari uscenti di avere un indennizzo per gli investimenti fatti»
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
LO SCORSO ANNO IL NUMERO DI VOLONTARI IN SERVIZIO MILITARE È SALITO A 12.200, RISPETTO AI 10.300 DEL 2024, CON UN AUMENTO DEL 18% … LA GERMANIA LAVORA DA DUE ANNI A UN PIANO PER IL CONFLITTO CON LA RUSSIA
L’esercito tedesco può contare su 184.000 effettivi: “Quest’anno registriamo il reclutamento
più alto da quando abbiamo sospeso la leva obbligatoria. Inoltre, l’esercito non disponeva di tanti effettivi da dodici anni”, ha detto il ministro della Difesa tedesco Boris Pistorius all’agenzia di stampa Dpa. Si tratta di un aumento di circa 3000 effettivi al 31 dicembre 2025.
Secondo il Ministero della Difesa, lo scorso anno il numero di volontari in servizio militare è salito a 12.200, rispetto ai 10.300 uomini e donne del 2024, con un aumento di oltre il 18%. Tuttavia, l’obiettivo era di 15.000 volontari. Si prevede che quest’anno, grazie alle nuove norme approvate, questo numero salirà a 20.000 giovani uomini e donne.
Il ministro punta a disporre di 260.000 effettivi e ad una riserva di 200.000 unità, al momento crede di raggiungere questo obiettivo puntando sulla “volontarietà”, vale
a dire senza tornare alla leva obbligatoria. Sempre all’agenzia stampa Dpa Pistorius ha dichiarato: “I giovani sono sempre più disposti a contribuire alla sicurezza esterna della Germania. Questo mi rende ottimista sul fatto che molti uomini e donne motivati e impegnati sceglieranno di arruolarsi nella Bundeswehr nel 2026, sia in ruoli civili che militari, sia nel nuovo servizio di leva che per un periodo più lungo”.
(da agenzie)
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Gennaio 21st, 2026 Riccardo Fucile
UN BRUTALE RITORNO ALLA POLITICA DI POTENZA DELL’OTTOCENTO E TANTI SALUTI A ONU, NATO, UE E ORGANISMI SOVRANAZIONALI …SI DIRA’: MA TANTO TRUMP NEL 2028 SARA’ FUORI DALLA CASA BIANCA. SICURI? GIA’ NEL 2021 NON ACCETTO’ LA SCONFITTA E MANDO’ I SUOI SCAGNOZZI AD ASSALTARE IL CONGRESSO
Nel 1989 il politologo Francis Fukuyama aveva predetto la “fine della storia”. Immaginava che la fine dell’Unione sovietica avrebbe spalancato al mondo intero la democrazia conosciuta in Occidente: tutti avrebbero vissuto in pace e in quella prosperità emblema dell’American way of living. Si sbagliava.
A finire nel tritatutto è stata quella stessa democrazia che avrebbe dovuto stravincere la partita del post-Guerra fredda.
Fukuyama immaginava che le autocrazie si sarebbero evolute, “avvicinandosi” e somigliando sempre più ai sistemi liberali. E’ avvenuto il contrario.
Da quando Donald Trump è tornato alla Casa bianca, per il suo secondo mandato, la cornice all’interno della quale si muove e si legittima la politica in Occidente è stata smantellata.
Il diritto internazionale, le organizzazioni sovranazionali, il multilateralismo (almeno di facciata), la diplomazia: pezzo dopo pezzo, Trump, in versione Caligola, sta disarticolando quell’”ordine mondiale” che ha retto per ottanta anni, regalando al mondo occidentale pace e prosperità, e che proprio gli Stati uniti avevano creato.
Dove si impone la violenza, d’altronde, non può esserci politica. La politica, con i suoi riti, i legacci, le sovrastrutture, è proprio il tentativo più nobile di ingabbiare i soprusi e le angherie, per circoscrivere, all’interno di un sistema di regole e procedure, il contrasto delle opinioni e delle convenienze, per evitare che prevalgano sempre le ragioni del più forte.
Putin l’aveva anticipato nel febbraio 2022, Netanyahu l’ha ribadito nel 2023, Trump lo ha confermato nel 2025: chi ha missili, caccia e bombe atomiche, fa come gli pare.
E il diritto internazionale, come ha sostenuto anche il ministro degli Esteri Tajani, “vale fino a un certo punto” Insomma. con un egomane capriccioso come il 79enne Trump, nella tolda di comando dell’Occidente, bisogna allacciare le cinture di sicurezza. Dal suo insediamento, a gennaio 2025, ne ha combinate di tutti i colori: ha bullizzato Zelensky nello studio ovale, facendolo passare per un idiota “che non ha le carte”; ha legittimato il dittatore Putin, incontrandolo da pari a pari in Alaska e elogiandolo a più riprese; ha preso a ceffoni l’Europa, imponendo i dazi su beni e servizi Ue; ha epurato centinaia di agenti e dirigenti nelle agenzie di intelligence, a partire dalla CIA; ha ipotizzato l’annessione del Canada; ha minacciato di mandare le forze americane in Messico e Colombia con la scusa di combattere i cartelli della droga. E poi la ciliegina sulla torta: Trump ha ordinato un blitz a Caracas, in barba al diritto internazionale, solo per arrestare e deporre Nicolas Maduro e mettere le mani sul petrolio venezuelano.Nessun accorato intervento per dare libertà a un popolo oppresso da vent’anni di chavismo autoritario.
D’altronde a Caracas ancora spadroneggino due loschi figuri come il ministro dell’Interno, Diosdato Cabello, e il ministro della Difesa, Vladimir Padrino Lopez. Il tycoon voleva il Venezuela sotto il suo dominio e l’ha avuto.
Con la stessa arroganza, Trump pretende di annettere la Groenlandia, isola a ridosso dell’Artico che rientra nella sovranità della Danimarca.
La desidera come un bambino vuole il suo giocattolo preferito. Non ha usato giri di parole: “Ci serve assolutamente per ragioni di sicurezza”, “La Danimarca non sa difendere la Groenlandia, noi sì”, “Averne la proprietà è molto importante. credo che sia psicologicamente necessario per il successo”.
Solo che la Groenlandia non è il Venezuela: rientra nell’Unione europea, principale alleato (finora) degli Stati uniti. Davanti a cotanta arroganza, a questa barbarie politica che si immaginava confinata nel Novecento in bianco e nero, o nelle stanze del potere di Mosca e Pechino, cosa può la politica a cui siamo abituati? Cosa possono cambiare i partiti e i leader di tutta Europa, indipendentemente dalla loro collocazione, rispetto a un potere così sregolato e vorace?
Come si può imbrigliare, con norme e diplomazia, un novello “Re Sòla” come Trump, che si sente legittimato a prendere ciò che vuole, solo perché può? In questo “disordine” globale, la politica è morta, ahinoi. Le chiacchiere stanno a zero, direbbero al mercato di Centocelle.
Se in difesa della sovranità europea sulla Groenlandia, il lepenista Bardella dà ragione al suo avversario Macron; se il sovranista Farage sostiene il laburista Starmer contro Trump e se persino Giorgia Meloni è costretta ad ammettere che il suo amico Donald sta sbagliando, vuol dire che sono saltati tutti gli schemi. Non è più una querelle ideologica: è esistenziale. Destra e sinistra perdono totalmente di valore quando il baricentro dell’agone internazionale è la prepotenza.
Se il presidente degli Stati uniti, principale azionista della liberaldemocrazia occidentale, fa propri metodi e strumenti delle autocrazie, la partita è già finita. Ne
è un chiaro esempio cio’ che sta accadendo a Davos, un tempo Mecca delle élites globaliste a trazione cinese, trasformata in un set per il “Donald Show”.
A conferma che gli Stati uniti non sono arrivati in Svizzera per discutere, dialogare e confrontarsi: sono lì per imporre un’agenda e contenuti di loro interesse. E per “loro” si intendano governo, fondi di investimento e i colossi di Big Tech, intelligenza artificiale e cyber-guerra (come Palantir di Peter Thiel).
Idem per il “Board of peace” per Gaza. Nelle intenzioni di Trump il gruppo di lavoro, con 60 invitati, non dovrà solo rimettere ordine nella Striscia ma, gradualmente, sostituire le Nazioni unite come polo di risoluzione dei conflitti.
L’Onu, nella mente egolatrica di Trump, deve essere rottamata a favore di un “club esclusivo” di leader e paesi scelti personalmente dal tycoon, neanche fosse un golf club di Mar-a-Lago, in cui ogni invitato deve pagare una fee d’ingresso da un miliardo per il privilegio di essere “socio”.
L’ultima martellata, dopo la frantumazione del diritto internazionale e del multilateralismo, Trump vuole darla alla Nato. Il Patto atlantico, ai suoi occhi, è solo una zavorra.
Gli States, ripete da tempo il tycoon, pagano per tutti, sostenendo gran parte delle spese militari, mentre i partner europei “scrocconi” se la spassano sotto l’ombrellone armato dello Zio Sam.
A cosa serve un patto di mutuo soccorso alla più grande potenza militare del mondo, che non solo sa benissimo difendersi da sola ma ha anche innalzato le spese per la Difesa a 1.500 miliardi di dollari nel 2027?
La Nato serve a noi, deboli europei de-militarizzati, non a Washington. E l’assalto verbale alla Groenlandia, che Trump vuole scippare alla Danimarca (dunque all’Unione europea), potrebbe essere seguito da quello militare. Se la Casa bianca inviasse i suoi soldati a occupare l’isola, e non troverebbe alcuna resistenza se non due slitte trainate dai cani, un territorio Nato sarebbe “sotto attacco”.
Stando ai trattati dell’Alleanza, il famoso articolo 5, tutti i paesi membri dovrebbero correre in soccorso del partner aggredito. Anche gli Stati uniti, paradosso finale, dovrebbero intervenire…a supporto dei groenlandesi e difenderli da…loro stessi. Un cortocircuito che segnerebbe la fine della Nato, più volte evocata in passato anche da Macron (“Morte cerebrale della Nato”).
A chi gioverebbe? A Putin, senza dubbio. “Mad Vlad” da sempre accusa la Nato di avergli sottratto i paesi ex membri del Patto di Varsavia e di aver fomentato in Ucraina un sentimento anti-russo. E’ stato questo il pretesto con cui Mosca ha aggredito Kiev nel febbraio 2022.
La morte della Nato farebbe comodo anche a Trump: fedele all’idea di potenza, in cui i paesi più forti decidono tra loro le sorti del mondo, il tycoon non vuole legacci che lo obblighino a interventi non desiderati (e magari contrari ai suoi interessi). Vuole le mani libere per trattare, spartire, concordare i destini globali con i suoi pari grado, Putin e Xi Jinping.
Qualcuno potrà oziosamente far notare che i cicli politici e storici, anche quelli apparentemente più solidi, passano, come i presidenti. Trump vedrà il proprio mandato scadere nel 2028 e già a novembre 2026 potrebbe, a seguito delle elezioni di mid-term, perdere il controllo del Congresso.
A quel punto, il tycoon sarebbe “un’anatra zoppa”, incapace cioè di prendere decisioni bypassando i democratici. Se l’opposizione riuscisse ad avere la maggioranza alla Camera e al Senato, potrebbe sottoporre Trump a una procedura di impeachment. L’accusa può essere pescata a caso da un bel ventaglio di porcate compiute negli anni da Trump, una fra tutte il suo rapporto con il finanziere-pedofilo Jeffrey Epstein.
Ma possiamo dare davvero per scontato che “The Donald” accetterà di uscire di scena pacificamente, come previsto dalla Costituzione? Già nel 2020, dopo aver perso le elezioni contro Joe Biden, Trump dimostrò di non saper accettare la sconfitta: il 6 gennaio 2021, un gruppo di suoi esaltati sostenitori, assaltò il Congresso per protestare contro le “elezioni rubate” dai democratici.
Una retorica complottista che il Caligola di Mar-a-Lago contribuì a diffondere e da cui non ha mai fatto marcia indietro. Anzi, dall’inizio del suo secondo mandato, ha più volte ricordato il “furto” subìto. Non solo: ha anche lanciato qualche sassolino sulla possibilità di candidarsi per un terzo mandato, ipotesi questa vietata dalla Costituzione americana. Ma cosa volete che sia la legge per Trump? E’ solo noiosa burocrazia.
Le decisioni assunte da Trump, da quando è tornato alla Casa bianca, hanno allertato gli osservatori più liberal: e se, sotto sotto, l’ex immobiliarista stesse preparando una svolta autoritaria per gli States?
Sembra una distopia da serie tv ma qualche segnale c’è già: lo scontro di potere con la magistratura; le epurazioni nel deep state considerato ostile; l’isolamento dei giornalisti indipendenti e la guerra ai network che lo criticano; la guerra al capo della Fed, Jerome Powell, trattato come un “cretino”, con un’inedita intromissione nella politica monetaria di un organo indipendente; gli ordini esecutivi repressivi delle libertà individuali e di manifestazione del pensiero.
L’ultimo, inquietante, tassello è il dispiegamento dell’ICE, la polizia anti-immigrazione, trasformata in una sorta di milizia privata agli ordini della Casa bianca. A Minneapolis, dopo l’omicidio di Renee Good, uccisa nella sua macchina da un poliziotto a colpi di pistola, è in corso uno scontro violento tra le forze dell’ordine e i manifestanti, che chiedono il ritiro dell’ICE dalle loro strade.
Se gli States, così come li abbiamo conosciuti, sopravvivranno allo tsunami Trump lo capiremo più in là, quando il virus Maga potrebbe essere debellato o trasformare per sempre il Dna della società americana, e a cascata dell’Occidente
Fino ad allora, non possiamo che preparare i pop corn e il maalox e aspettare. Al momento, né i leader europei né le organizzazioni internazionali hanno la forza di contenere Trump e la sua debordante ambizione: sono illusoriamente ancorati all’idea che il diritto e la politica possano risolvere ogni dissidio.
Lo credeva anche Immanuel Kant: “Il diritto non deve mai adeguarsi alla politica, ma è la politica che in ogni tempo deve adeguarsi al diritto”. Chissà cosa direbbe oggi il padre dell’Illuminismo davanti al “Kant del cigno” dell’Occidente…
(da Dagoreport)
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Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
IL CAPO DELLO STAFF DELLA CASA BIANCA, SUSIE WILES, HA AMMESSO CHE “THE DONALD” HA UNA “PERSONALITÀ DA ALCOLISTA E PENSA CHE NON CI SIA ASSOLUTAMENTE NULLA CHE NON POSSA FARE” – I RACCONTI CONFUSIONARI, GLI SCATTI D’IRA E IL MISTERO SULLA RISONANZA MAGNETICA A CUI SI È SOTTOPOSTO – GIÀ NEL 2017 UN GRUPPO DI PSICHIATRI AMERICANI DEFINI’ TRUMP “UN MÉLANGE TRA SOCIOPATICO, NARCISISTA, SADICO E PERICOLOSO…”
Nella scena finale di Viale del Tramonto, Norma Desmond, alias Gloria Swanson, ormai
delirante e immersa in una realtà parallela, scende maestosamente le scale, credendo che il mitico regista Cecil B. DeMille la stia filmando e sentendosi di nuovo l’attrice di un tempo: «Eccomi DeMille, sono pronta per il mio primo piano».
È difficile non pensare alla sequenza, di fronte alla cerimonia di pochi giorni fa alla Casa Bianca, quando Donald Trump ha accettato la medaglia del Nobel per la Pace da María Corina Machado, la leader dell’opposizione venezuelana, premiata in dicembre, come se si trattasse d’un vero premio destinato proprio a lui.
Il punto è la potenza del grottesco: «Trump vive in un mondo di sua costruzione – ha spiegato a Le Grand Continent la storica e psicologa francese Elisabeth Roudinesco, biografa di Sigmund Freud e Jacques Lacan – che vuole identico al suo desiderio di onnipotenza e godimento personale.
Non scherza quando organizza una cerimonia per farsi consegnare un Nobel immaginario: vive realmente la scena, ci crede. Il suo è un delirio di grandeur fondato sul culto dell’ego. Trump è un istrione narcisista, tanto più pericoloso in quanto il suo entourage si sottomette».
La lettera inviata al premier della Norvegia Jonas Gahr ripropone il tema dello stato mentale dell’inquilino della Casa Bianca: «Considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Nobel per la Pace per aver fermato più di 8 guerre — scrive Trump —, non mi sento più obbligato a pensare puramente alla pace».
Trump nega che la Danimarca abbia un «diritto di proprietà» sulla Groenlandia poiché «non ci sono documenti scritti, solo che una barca è approdata lì centinaia di anni fa, ma anche noi avevamo barche che sono approdate lì». Tacendo, o ignorando, il fatto che gli Stati Uniti hanno riconosciuto in diversi trattati la sovranità danese sull’isola.
È passato un anno dall’inizio del secondo mandato di Trump. E il suo comportamento spesso erratico e confuso, comunque imprevedibile, suscita crescente preoccupazione e allarme. Gli esempi si sono susseguiti.
In luglio raccontò in dettaglio una storia impossibile: suo zio, il professor John Trump, aveva avuto fra i suoi allievi al Mit Ted Kaczynski, alias Unabomber, il folle che con le sue lettere esplosive aveva provocato tre morti e 23 feriti in 18 anni. «Era un bravo studente», avrebbe detto lo zio a Donald. Peccato che John Trump sia morto nel 1985 e che l’Fbi identificò Unabomber solo nel 1996.
Quando in settembre convocò gli alti gradi militari in Virginia, per dire loro che il vero nemico è all’interno, Trump si lanciò in un violento attacco a Joe Biden, che «ruzzolava dalle scale», spiegando che lui invece le scende «molto piano» e raccomandando loro, i generali, «di essere molto cool quando scendete una scala».
Quanto a Barack Obama, «per cui ho zero rispetto come presidente», scendeva però le scale «saltellando»: «Grande. Potrei farlo anch’io, ma non voglio»
Poi c’è la storia della risonanza magnetica, cui Trump, parlando con i giornalisti sull’Air Force One, ha detto di essersi sottoposto: «Il dottore ha detto che nessun medico ha mai visto un risultato migliore». Nessun medico al mondo parla così.
Inoltre, né Trump, né la Casa Bianca hanno mai spiegato perché e per quale parte del corpo la risonanza venne ordinata. «Gliel’hanno fatta al cervello?», chiese un reporter, che non ottenne risposta ma un insulto: «You’re a bad person».
Secondo Robert Reich, che fu ministro del Lavoro sotto Bill Clinton, «se Trump prima era razionale, ora non lo è più». E cita la sua reazione all’assassinio del regista Rob Reiner e di sua moglie, che secondo Trump è successo perché avevano una «ossessione rabbiosa» contro di lui.
Intervistata di recente da Vanity Fair , la capa dello staff della Casa Bianca, Susie Wiles, fedelissima del presidente, ha detto che Trump ha una «personalità da alcolista», perché pensa «che non ci sia nulla, assolutamente nulla che lui non possa fare». «Nel 2017 — ricorda Elisabeth Roudinesco — i migliori psichiatri americani definirono Trump un mélange tra sociopatico, narcisista, sadico e pericoloso, incapace di governare il suo Paese».
(da agenzie)
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Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
LE ELEZIONI DI MID TERM SONO UN VERO INCUBO PER TRUMP, PERDERE IL CONTROLLO DI UNA DELLE DUE CAMERE RENDEREBBE ZOPPO IL SUO MANDATO
Se pensavate di averle viste già tutte con Donald Trump, non avete idea di cosa saranno le elezioni di metà mandato negli Usa, quelle che decideranno se, nella seconda fase della presidenza Trump, il tycoon alla Casa Bianca avrà la maggioranza sia alla Camera sia al Senato, come è stato sinora, oppure no.
Partiamo dalla fine: diversi analisti dicono che se dovesse perdere una delle due camere, per Trump sarebbe molto difficile continuare a fare quel che ha fatto sinora. Di fatto, in questi primi dodici mesi di presidenza, i parlamentari repubblicani hanno ceduto di fatto il loro potere al presidente, che ha governato mediante ordini esecutivi. Se anche solo una delle due camere finisse in mano democratica questo non sarebbe più possibile.
Non è solo un problema di ostruzionismo, però. Perché Donald Trump è convinto, e l’ha pure detto ai parlamentari repubblicani, giusto un paio di settimane fa, che se i democratici dovessero vincere le elezioni di metà mandato troverebbero il modo mettere sotto impeachment il presidente Usa, depotenziandolo ulteriormente.
A dieci mesi dal voto, i sondaggi non sono favorevolissimi a Trump. A oggi il suo tasso di approvazione è al 40% circa, una percentuale più bassa di quella di Biden e del primo Trump allo stesso momento del loro mandato. Una disapprovazione che si riflette sui sondaggi dei seggi da assegnare alla Camera e al Senato, dove numerosi collegi vinti quattro anni fa dai repubblicani sono ritenuti in bilico.
Questo non vuol dire che Trump è spacciato, ma che è molto nervoso. A un punto tale che sta facendo di tutto per fare in modo di non perdere: sta ridisegnando i collegi elettorali, abolendo il voto per corrispondenza, minacciando di sostituire le macchine del voto con scrutatori umani, anticipare il censimento del 2030, provando a escludere dal voto quante più persone nere o ispaniche. Qualcuno dice addirittura che potrebbe arrivare a rinviare o abolire le elezioni di metà mandato – cosa che non rientra nei suoi poteri, in teoria – che ha già attaccato in quanto a suo dire, destinate a far perdere il presidente in carica, comunque vada.
Quel che accadrà dopo, comunque andranno queste mid term, riguarda anche noi.
Un Trump vincente avrebbe il lasciapassare per fare qualunque cosa, da quel momento in poi. E quando diciamo qualunque, conoscendo il personaggio, intendiamo qualunque.
Un Trump perdente sarebbe come un pugile suonato da dentro e da fuori. O se preferite dai democratici e da Xi Jinping. Che approfitterebbe della debolezza di Trump per affermare ulteriormente il proprio potere geopolitico e geoeconomico su sempre più Paesi al mondo.
Ecco spiegata l’agitazione di Trump, dentro e fuori i confini americani, insomma. Perché il presidente ha bisogno di un successo da qualche parte, che sia sull’imimigrazione, in casa, che siain Ucraina, in Groenlandia, in Iran, o chissà dove altro dopo il Venezuela, all’estero. Nella sua testa, è l’unica cosa che potrebbe invertire un’inerzia che in questo momento lo vede perdente, o comunque con un consenso in costante declino.
Piccola profezia facile: Trump da qui a novembre, oserà e rilancerà sempre di più, con ogni probabilità, prendendosi rischi enormi, e forzando il più possibile la mano su quel che resta della democrazia americana. Accettando persino il rischio di scontri e “incidenti” pericolosi come quello costato la vita a Renee Nicole Good. Anzi, magari provocandoli per elevarsi a uomo della legge e dell’ordine, contro rivali facinorosi e sovversivi.
Allacciate le cinture, insomma. Perché più si avvicinano i seggi, più ci possiamo aspettare di tutto, dall’altra parte dell’Atlantico. La posta in gioco stavolta è davvero troppo alta.
(da agenzie)
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Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
“NON SERVE UNA RISPOSTA EMOTIVA SE PRIVA DI STRATEGIA DI LUNGO PERIODO”
Dopo l’omicidio del diciottenne Aba Youssef, ucciso con una coltellata da un compagno di
scuola all’istituto tecnico Einaudi-Chiodo di La Spezia, il governo ha deciso di accelerare l’iter del cosiddetto “decreto sicurezza”. Il tragico episodio ha infatti riportato al centro del dibattito pubblico il tema della violenza giovanile e dell’uso delle armi da taglio, spingendo l’esecutivo a rivendicare la necessità di interventi rapidi e immediati. Nel vertice di governo che si è tenuto a Palazzo Chigi, prima del Consiglio dei ministri, sarebbe emersa una “piena condivisione” sull’impianto del provvedimento. In particolare, si starebbe valutando di spostare le norme sui coltelli dal disegno di legge al decreto, così da renderle subito operative. Una scelta che andrebbe nella stessa direzione auspicata dalla Lega di Matteo Salvini, da settimane in pressing per una stretta più rapida proprio sull’uso delle lame, anche in ambito scolastico.
Il pacchetto sicurezza, non parla però solo di divieto di porto e vendita di coltelli ai minori: articolato tra un decreto e un disegno di legge che dovrà essere discusso in Parlamento, mette infatti insieme nuove misure molto diverse tra loro. Dagli ammonimenti rivolti a ragazzi sempre più giovani, alle sanzioni ai genitori, alle cosiddette “zone rosse”, fino all’ipotesi di introdurre metal detector nelle scuole e a nuove restrizioni in materia di immigrazione e ricongiungimenti familiari. Un insieme di interventi che il governo presenta come “risposta a un’emergenza”, ma che solleva non pochi interrogativi sul metodo e sull’efficacia di un approccio fondato solo su misure punitive.
Di questo Fanpage.it ne ha parlato con Filippo Sensi, senatore del Partito Democratico, che ha criticato l’impostazione del provvedimento, sottolineando come appaia più frutto di un’urgenza politica che di una reale strategia per la sicurezza e la prevenzione.
Dopo il caso di La Spezia, il governo torna sul decreto sicurezza parlando di “emergenza violenza giovanile” e vara nuove misure drastiche su coltelli e minori. C’è il rischio, secondo Lei, che si legiferi sull’emozione, trasformando il dolore in norme punitive senza una vera strategia di lungo periodo?
Mi pare che su questo tema il governo abbia dormito per 4 anni. Hanno fatto provvedimenti su provvedimenti bandiera che non hanno portato a un solo passo avanti sulla questione della sicurezza delle persone, non soltanto nelle grandi città. E da quello che si annuncia questo provvedimento mette tutto quanto insieme, in una maniera che secondo noi non promette niente di buono.
Penso che sulla sicurezza non ci sia destra e sinistra, credo anche che pensare che la sicurezza sia un concetto solo di destra sia profondamente sbagliato perché è una questione che riguarda tutti quanti i cittadini, in particolare le persone più esposte, le persone più fragili. Quindi credo che su questo punto ci dovrebbe essere convergenza e confronto. Se ci troviamo di fronte a una serie di norme manifesto fatte per fare la faccia feroce, per discriminare, per comprimere e non per risolvere un problema, come ad esempio quello delle troppe armi da taglio, dei troppi coltelli, delle troppe lame nelle tasche dei ragazzi e non solo, allora ovviamente il nostro atteggiamento sarà diverso. Abbiamo presentato una proposta di legge proprio su questo, lo scorso aprile, caduta nel vuoto da parte della maggioranza. Ora improvvisamente sull’onda dell’emozione e dei casi che si succedono giorno dopo giorno, settimana dopo settimana, si sono svegliati e si muovono di gran carriera. Se l’esito di questa loro tardiva sollecitudine sarà lo stesso dei provvedimenti presi finora, 2022, 2023, 2024, 2025, insomma…. passi avanti per la sicurezza delle persone finora non ci sono stati.
Nel pacchetto sicurezza convivono repressione penale e misure simboliche: divieti, ammonimenti a 12 anni, multe ai genitori, zone rosse. C’è qualcosa che non torna, secondo lei, nell’idea che la violenza giovanile si governi principalmente con il codice penale? Perché in questi casi non si parla mai di educazione e quindi, di prevenzione?
Penso che la parte repressiva e la parte preventiva debbano stare assieme. Non mi rassegno all’idea che soltanto reprimendo si possa dare risposta alla richiesta di sicurezza che viene soprattutto alle persone più fragili. Non è così, e lo sappiamo. Penso altrettanto che non è soltanto però facendo sociologia e dicendo “ci vuole ben altro” che si danno delle risposte, perché poi le persone si sentono esposte, spesso sole letteralmente al buio. Penso, dunque, che le due cose debbano marciareinsieme e questo, secondo me, solleciterebbe un confronto tra chi a destra evidentemente ha più a cuore risposte di tipo penalistico o di tipo repressivo, e chi a sinistra invece auspica prevenzione, formazione, educazione, accompagnamento. Ci vuole un punto incontro ed è questo, credo, proprio quello che ci chiedono i cittadini.
A proposito di questo, parliamo del piano del ministro Valditara che prevede l’introduzione di metal detector (su richiesta) nelle scuole, proprio come misura di “prevenzione” della violenza. Secondo lei c’è il rischio di trasformare l’autonomia scolastica in una delega alla securizzazione, scaricando sulle scuole un problema culturale, sociale e politico più ampio?
Francamente pensare ai metal detector nelle scuole “più a rischio”…. ritorna la logica delle zone rosse e cioè della divisione dell’Italia nei buoni e nei cattivi, dove si rischia di più e dove si rischia di meno. Nel caso specifico, episodi relativi a coltelli a serramanico, a scatto, sono avvenuti e avvengono non solo davanti alle scuole o fuori dalle scuole ma anche davanti alle discoteche, in giro per strada, nelle piazze, vicino ai bar. Dunque, che cosa facciamo? Mettiamo metal detector dappertutto? Mi pare una risposta parziale, insufficiente per dire: “Abbiamo fatto qualcosa, abbiamo blindato le scuole”. Ma vuoi blindare le scuole quando poi questi scontri e questa violenza è a un passo dalla scuola. Costruiamo insieme delle risposte possibili invece di correre dietro a soluzioni sensazionalistiche e ridurci allo scontro del “metal detector sì, metal detector no”.
La Lega spinge poi per collegare violenza giovanile, immigrazione e ricongiungimenti familiari, arrivando a parlare di più rimpatri di minori stranieri. Qui siamo ancora nel terreno della sicurezza o siamo già dentro una costruzione etnica del problema?
È evidente che da parte della Lega ci sia una razzializzazione del problema. Il termine maranza vuol dire “non i nostri figli”. Vuol dire altre culture, gli altri. Lo sappiamo bene. Poi, se si vanno a guardare i singoli episodi, è vero che ce ne sono alcuni che hanno un certo segno, ma ce ne sono molti altri che ne hanno uno completamente diverso e che nulla hanno a che vedere con l’etnia, con la cittadinanza o con la nazionalità delle persone. Certo, dobbiamo porci delle domande e dobbiamo darci delle risposte. Ma le risposte giuste arrivano solo se ci poniamo le domande giuste. Se invece il problema della Lega è fare una gara a chi fa la faccia più cattiva con Fratelli d’Italia, e a dare un’altra stretta sui migranti perché così questo risuona con la loro base elettorale, francamente questa è una strada che non funziona. Non funziona perché quella stessa base è esposta, è fragile, è insicura. E non è con un ulteriore giro di vite contro i migranti che si costruisce sicurezza. Al contrario, si creano le condizioni per maggiore insicurezza nel nostro Paese.
Lei ha più volte detto che questi pacchetti sicurezza “si rivelano dei pacchi”, ma ha anche avvertito la sinistra: “non di sola sociologia sopravvivono i ragazzi”. Qual è, allora, il confine giusto tra prevenzione, responsabilità penale e risposta educativa che oggi la destra sta cancellando, e che la sinistra rischia invece di non saper più nominare?
Io penso che il giusto compromesso sia quello che ogni giorno sono chiamati a esercitare i sindaci. I sindaci delle grandi città sono per lo più di centrosinistra, ma non solo, e si confrontano quotidianamente con un’esigenza molto concreta: dare risposte alle persone. Perché il senso di sicurezza lo senti sulla pelle e ha a che fare non solo con la democrazia, ma anche con la libertà delle persone. Il lavoro che i sindaci fanno ogni giorno, certo, tra scacchi, arretramenti, enormi difficoltà, ma anche conquiste, consiste proprio nel riconquistare zone e territori all’incertezza e all’insicurezza, attraverso informazione e prevenzione. È un lavoro faticoso, ma reale. I sindaci delle grandi città stanno già sperimentando questo spazio di confronto, che va sottratto sia alle grida leghiste e della destra, quelle del “facciamo la faccia feroce”, sia a una certa rassegnazione della sinistra, che tende a dire: “Non possiamo dare risposte che non siano risposte di contesto di lungo orizzonte”. Risposte importanti, certo, ma questa complessità e questo lungo respiro devono poi tradursi nella vita quotidiana delle persone, qui e ora. Forse quindi anche noi dovremmo mettere da parte un eccesso di sociologia e di psicologia e capire che è necessario trovare un punto di incontro tra il dare risposte sulla sicurezza e l’andare alla radice di quella fragilità.
Le chiedo allora qual è, secondo lei, il discorso che oggi la sinistra dovrebbe fare al Paese, e quali sono le misure che dovrebbe proporre.
Penso che la sinistra dovrebbe fare un discorso di serietà e di chiarezza nei confronti dei cittadini e cioè: vogliamo impegnarci sul fronte della sicurezza, così come fanno da anni i nostri sindaci, tra successi e scacchi. Siamo pronti a confrontarci con la destra, se il confronto è serio, se non si vuole trasformare la sicurezza in una bandiera di parte, con uno sguardo corto ed elettorale. Se invece c’è la volontà di discutere davvero di come rendere più sicure le nostre città e il Paese nel suo insieme, noi ci siamo. Noi ci siamo per dare soluzioni concrete, pratiche, da discutere insieme e da condividere insieme. Questo, per noi, vuol dire “fare sicurezza”.
Se invece per sicurezza si intende una gara a chi fa la faccia più feroce tra la Lega di Vannacci e la destra di Fratelli d’Italia, allora francamente se la possono tenere per loro, senza scomodare il Parlamento e senza prendere in giro gli italiani.
(da Fanpage)
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