Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
A SMENTIRE TRUMP E’ IL SITO DEL DIPARTIMENTO DI STATO AMERICANO CON UN DOCUMENTO DEL 1916
Il messaggio scritto da Donald Trump e indirizzato al primo ministro norvegese Jonas Gahr Store contiene tre grosse bufale. Le prime riguardano il Premio Nobel per la Pace e le fantomatiche guerre che avrebbe “fermato” (ne parliamo qui), mentre l’ultima riguarda la sovranità della Groenlandia. A smentire il Presidente americano, soprattutto sul territorio artico, non sono dichiarazioni di Oslo o Copenaghen, ma dai documenti ufficiali degli Stati Uniti.
Per chi ha fretta
Nel 1916 gli Stati Uniti riconobbero ufficialmente la sovranità danese sull’intera isola.
Trump sbaglia anche sul Premio Nobel per la Pace, che non viene assegnato o compromesso dal governo norvegese.
Le presunte “8 guerre fermate” non trovano riscontro nei fatti, come già verificato in un precedente fact-check.
Il messaggio
Nel testo, Trump accusa implicitamente la Norvegia di aver deciso di non assegnargli il Premio Nobel per la Pace, rivendicando di aver “fermato 8 guerre”. Una premessa che gli consente poi di spostare il discorso sulla Groenlandia, sostenendo che la Danimarca non avrebbe alcun reale “diritto di proprietà’” sull’isola perché, a suo dire, non esisterebbero documenti scritti a supporto della sovranità danese:
Caro Jonas: considerando che il tuo Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 guerre IN PIU’, non mi sento piu’ in dovere di pensare esclusivamente alla pace, sebbene restera’ sempre predominante, ma ora posso pensare a cio’ che e’ bene e giusto per gli Stati Uniti d’America. La Danimarca non puo’ proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perche’ mai dovrebbero avere un “diritto di proprieta’”? Non esistono documenti scritti, e’ solo che una nave e’ sbarcata li’ centinaia di anni fa, ma anche noi abbiamo avuto navi che sono sbarcate li’. Ho fatto piu’ per la NATO di chiunque altro dalla sua fondazione e ora la NATO dovrebbe fare qualcosa per gli Stati Uniti. Il mondo non e’ sicuro se non abbiamo il controllo completo e totale della Groenlandia. Grazie!
Presidente DJT
La grande bufala sulla Groenlandia
Trump aggiunge che la presenza storica danese si ridurrebbe allo sbarco di una singola nave “centinaia di anni fa”, rivendicando una legittimità americana analoga. Di fatto, si tratta di una ricostruzione smentita da un documento scritto e firmato nel 1916 proprio dagli Stati Uniti che riconosce alla Danimarca la sua espansione nell’artico.
Il 4 agosto 1916, come riportato dal sito del Dipartimento di Stato, l’allora Segretario di Stato americano Robert Lansing firmò una dichiarazione ufficiale in cui il governo degli Stati Uniti affermava di non opporsi all’estensione degli interessi politici ed economici della Danimarca “all’intera Groenlandia”. Il documento venne firmato a New York come appendice alla convenzione sulla cessione delle Indie Occidentali Danesi agli Stati Uniti.
Si tratta di un documento molto pesante dal punto di vista politico, oltre che giuridico. Con un atto formale, gli Stati Uniti riconobbero la sovranità danese sull’intera Groenlandia, nonostante la Dottrina Monroe che dal 1823 mirava a limitare l’espansione europea nell’emisfero occidentale. Una posizione che non è cambiata negli anni, mentre risulta piuttosto confermata proprio dagli accordi tra i due Paesi, come quello sulla sicurezza del 27 aprile 1951 (durante il mandato del democratico Truman)*, aggiornato nel 2004 (durante il mandato del repubblicano Bush), che garantisce proprio agli Stati Uniti un ampio accesso militare.
Nel documento si legge chiaramente un riconoscimento della Groenlandia come “parte del Regno di Danimarca”.
Le bufale sul Premio Nobel e le “guerre fermate”
Riguardo all’assegnazione del Premio Nobel per la Pace, Trump parla di una decisione presa dal “tuo Paese”, riferendosi alla Norvegia. In realtà, l’assegnazione del Nobel per la Pace non dipende dal governo norvegese né dal primo ministro, ma viene assegnato da un comitato indipendente che opera separatamente dalle istituzioni politiche del Paese.
Per quanto riguarda le presunte “guerre fermate” da Trump, la posizione del Presidente americano non trova riscontro nei fatti. Nella migliore delle ipotesi, si potrebbe parlare di tregue fragili o di dispute diplomatiche ancora aperte. In alcuni dei casi citati dal Tycoon, infine, non ci sarebbe mai stata una guerra da fermare.
(da Open)
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Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
“I DAZI SONO INACCETTABILI, SOPRATTUTTO SE UTILIZZATI COME STRUMENTO DI PRESSIONE CONTRO LA SOVRANITA’ TERRITORIALE”
Emmanuel Macron va all’attacco. E il bersaglio è inevitabilmente Donald Trump, che lo ha
preso di mira ancora una volta nelle ultime ore. «Il mondo si sta avviando verso un’epoca senza regole, in cui il diritto internazionale viene calpestato e riaffiorano ambizioni imperiali», dichiara il presidente francese al World Economic Forum di Davos. Nella notte l’omologo americano ha respinto la decisione del leader francese di non aderire al Board of Peace per la ricostruzione di Gaza. «Beh, nessuno lo vuole perché lascerà l’incarico molto presto, quindi va bene così», ha detto Trump ai giornalisti citato dalla Cnn. «Applicherò dazi del 200% sui suoi vini e champagne e lui si unirà» al board per la Striscia, «ma non è obbligato a farlo», ha concluso.
I dazi e la Groenlandia
Macron ha definito «inaccettabili» i nuovi dazi, soprattutto se utilizzati come strumento di pressione contro la sovranità territoriale. Intervenendo al Forum economico mondiale in Svizzera, ha fatto riferimento alle tariffe del 10% imposte da Washington ai Paesi che hanno scelto di inviare truppe in Groenlandia. «La Francia e l’Europa attribuiscono grande valore alla sovranità e all’indipendenza»,
ha sottolineato Macron, richiamando anche il rispetto delle regole del diritto internazionale.
«È per questo che abbiamo deciso di dispiegare le nostre forze in Groenlandia». Per il presidente francese bisogna infine «escludere di accettare passivamente la legge del più forte che porta alla vassallizzazione» e alla «politica del sangue» e accettare «una nuova legge coloniale non ha senso».
(da agenzie)
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Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
A BASE DI CACAO VENEZUELANO CON TANTA PANNA MONTATA (COME LUI)
Stuoli di psicologi, per non dire di psichiatri, stanno analizzando la lettera scritta di suo pugno da Donald Trump al primo ministro norvegese. Vale la pena di riportarne il passo saliente: «Poiché il tuo Paese ha deciso di non darmi il premio Nobel per la Pace, pur avendo io fermato oltre otto guerre, non mi sento più obbligato a pensare puramente alla pace».
Un bimbo capriccioso non avrebbe saputo dirlo meglio. Trumpino era stato tanto buono, ma quei cattivacci di Oslo non gli hanno voluto regalare il giocattolo che in cuor suo pensava di meritare. Così adesso, per ripicca, si sente autorizzato a papparsi la Groenlandia
I biografi avvalorano l’ipotesi degli psicanalisti: il piccolo Donald non ricevette gratificazioni dal padre e da allora ne è costantemente alla ricerca, tanto da aver finito per attribuire un’importanza esagerata a qualsiasi riconoscimento.
Mentre Putin se ne infischia degli applausi e fa il duro per conservare il potere, Trump lo fa per reagire al bisogno insoddisfatto di essere approvato. Odia chi non lo ama, cioè chi non gli si sottomette, perché la sua concezione turbonarcisistica dell’amore coincide con la devozione assoluta e il compiacimento continuo.
Se fossi nel premier norvegese, al feroce bambino della Casa Bianca spedirei un Nobel per la pace di cioccolato. Un diploma a base di cacao venezuelano, coperto da una montagna di panna. Montata, quindi somigliantissima a lui.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
MEGALOMANIA AL POTERE E INSTABILITA’ PSICHICA
La lettera di Trump al presidente della Norvegia non sarebbe stata concepibile nemmeno dal
più geniale sceneggiatore di film comici di tutti i tempi. Per dire: neanche Mel Brooks, neanche Monty Python. È un capolavoro di nonsense, una
parodia feroce (quanto involontaria) della megalomania del potere, un esercizio di scuola sulla instabilità psichica che si attribuisce ai dittatori.
Partiamo dalla forma: lamentarsi con il presidente della Norvegia per non avere ricevuto il Nobel per la Pace è come protestare con la Casa Bianca perché il proprio film non ha vinto l’Oscar. La Norvegia in quanto Stato c’entra zero con il comitato indipendente, e di composizione internazionale, che assegna i Nobel. Passando poi al contenuto, spero che abbia già fatto il giro del mondo per quanto è esilarante: siccome non mi avete dato il Nobel per la pace — dice quasi esplicitamente Trump, ma alla persona sbagliata — allora non potete pretendere che io non invada la Groenlandia. Alla stessa stregua, gli scienziati non premiati dal Nobel potrebbero dire, per ripicca: siccome non mi avete dato il Nobel per la fisica, allora mi rimangio tutti i miei studi e vi dico che l’atomo non esiste e la materia è fatta di marzapane.
Viene perfino il sospetto che Norvegia e Danimarca, nella mente rudimentale dell’attuale presidente degli Stati Uniti, in questo democraticamente simile a quella di molti suoi elettori, siano su per giù la stessa cosa: paesi molto freddi del Nord Europa, tutta roba che con la Groenlandia c’entra sicuramente.
So bene che cosa state pensando: il momento è gravissimo, cosa c’è da ridere? Che una persona di zero cultura e di smisurata prepotenza sia il padrone del mondo, dovremmo considerarla una cosa buffa? La risposta è sì. Il fatto che un buffone possa mettere in ginocchio il mondo non significa che non sia un buffone.
(da repubblica.it)
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Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
DISASTRO SOCIALE ALLE PORTE
Diceva Marx che quando il capitalismo sarebbe arrivato al massimo della contraddizione, il sistema sarebbe collassato. L’aumento del saggio di profitto e il crollo dei salari avrebbe generato un divario intollerabile tra ricchi e poveri. E le condizioni per una rivoluzione del proletariato innescata dai livelli intollerabili di miseria cui la classe operaia era stata ridotta.
La previsione si rivelò giusta, anche se la ricetta del comunismo, sfociato nella sua applicazione pratica in dittature repressive e spesso sanguinarie, si dimostrò fallimentare. Ma non vedere oggi che il sistema neo-liberista sta producendo le stesse contraddizioni del capitalismo avversato da Marx, sarebbe come ignorare i corsi e i ricorsi storici sui quali Giambattista Vico ci mise in guardia. Ora, non si può pretendere che la premier Giorgia Meloni conosca le basi della filosofia, ma per il ruolo che riveste è lecito esigere che padroneggi almeno i fondamentali dell’economia. Anche se alcune recenti affermazioni – tipo quelle sullo spread che rende i titoli italiani più sicuri di quelli tedeschi o sulla pressione fiscale che cresce perché c’è più gente che lavora – qualche dubbio lo lasciano.
Di certo comprenderà la gravità dei numeri diffusi ieri dall’Oxfam all’apertura del World Economic Forum di Davos: nel 2025 la ricchezza dei miliardari italiani è cresciuta di 54,6 miliardi di euro, cioè 150 milioni di euro al giorno. Allo stesso tempo, il 10% più ricco delle famiglie possiede oltre otto volte la ricchezza della metà più povera. Non rischieremo forse un’altra rivoluzione bolscevica, ma il disastro sociale è alle porte. E continuare ad ignorarlo non risolve i problemi. Li aggrava.
(da lanotiziagiornale.it)
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Gennaio 20th, 2026 Riccardo Fucile
I COSTI SONO AUMENTATI DEL 127% E ORA SI PARLA DEL 2033 COME DATA FINALE
Un aumento dei costi del 127% rispetto alle stime iniziali e un ritardo cumulato di diciotto
anni nella consegna dell’opera: sono questi i dati impietosi con cui la Corte dei Conti europea ha bollato il progetto della linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione.
L’analisi, contenuta in un aggiornamento della relazione sulle grandi “infrastrutture-faro” dei trasporti UE, disegna un quadro di criticità condiviso da molti megaprogetti continentali, ma particolarmente problematico per il collegamento transalpino. I costi, già lievitati a 11,1 miliardi di euro in valuta 2012 (circa 14,7 miliardi a valori correnti), continuano a salire, mentre la data di inaugurazione slitta ormai al 2033, ben oltre la scadenza del 2030 fissata per il completamento della rete centrale europea.
La relazione dei revisori di Lussemburgo inserisce la Torino-Lione nel novero delle opere strategiche che hanno riscontrato le maggiori difficoltà. Rispetto all’ultimo aggiornamento del 2020, i costi sono cresciuti di un ulteriore 23% negli ultimi sei anni. Il confronto con il progetto originario degli anni ’90 è ancora più spietato: da una stima iniziale di 5,2 miliardi si è passati agli attuali 11,1 miliardi, con un incremento, appunto, del 127%. Un percorso di rincari che accomuna la TAV ad altri colossi infrastrutturali: tra i casi più emblematici, la Rail Baltica, che ha visto i costi quadruplicare (+291%), e il canale Senna-Nord Europa, che fa segnare un +225%.
Le cause di questo deterioramento finanziario e temporale sono molteplici. La Corte riconosce che i cantieri strategici “hanno dovuto affrontare ulteriori sfide legate alla pandemia di COVID-19 e alla guerra di aggressione della Russia contro l’Ucraina, a cui si sono aggiunti nuovi requisiti normativi e alcuni problemi tecnici imprevisti”.
Tuttavia, il giudizio complessivo rimane severo. «Le conclusioni sono inequivocabili: l’obiettivo di completare la rete centrale Ten-T dell’Ue entro il 2030 non sarà sicuramente raggiunto», si legge nel report. Per la Torino-Lione, la data di completamento è ora il 2033, «contrariamente alla scadenza del 2015 fissata inizialmente o a quella del 2030 indicata nel calendario del 2020».
La società pubblica italo-francese Telt, responsabile della costruzione, ha replicato alle critiche, sostenendo che il paragone con le stime degli anni ’90 non sia corretto. In una nota afferma: «La Corte confronta tempi e costi attuali con quelli dell’ipotesi originaria che non è stata concretizzata. Una comparazione che non riflette la realtà». La società sottolinea come il progetto sia radicalmente mutato, passando dall’idea di una «singola galleria» a un «tunnel a doppia canna», e ricorda l’impegno formale di Italia, Francia e Commissione Ue a completare i lavori, siglato nel 2025.
Il rapporto della Corte non si limita alla Torino-Lione, ma delinea un panorama generale di ritardi e costi fuori controllo per l’intera rete transeuropea dei trasporti (TEN-T). Per i cinque megaprogetti di cui si hanno dati completi, il ritardo medio è salito a 17 anni, rispetto agli 11 stimati nel 2020. Anche il tunnel di base del Brennero, i cui costi sono lievitati del 40%, non aprirà prima del 2032, con 16 anni di ritardo. Nel complesso, gli otto progetti esaminati hanno visto l’aumento reale dei costi passare dal +47% del 2020 all’attuale +82%.Un aspetto che la Corte dei Conti europea contesta all’Esecutivo Ue è la scarsa assertività nel far rispettare le scadenze. Il rapporto rileva come la Commissione «si è avvalsa solo una volta, «e per nessuno degli otto megaprogetti esaminati, del principale (seppur limitato) strumento giuridico a sua disposizione per ottenere spiegazioni a proposito dei ritardi». Nonostante le criticità, i progetti hanno continuato a ricevere finanziamenti comunitari consistenti, con ulteriori 7,9 miliardi stanziati dal 2020, per un totale di 15,3 miliardi di euro di fondi Ue.
Nel frattempo, in Val di Susa hanno avuto inizio gli sfratti forzati per fare spazio ai cantieri. Dallo scorso 19 novembre, le forze dell’ordine hanno infatti eseguito gli ordini di rilascio per tre abitazioni a San Giuliano, dove sorgerà la stazione internazionale. L’area, oggetto di un decreto di esproprio del 2023, servirà alla logistica dello scavo e poi alla stazione stessa. Un capitolo doloroso per una comunità che da tre decenni si oppone all’opera, e che vive questi atti come una violenza. «Perdere una casa non è solo una questione economica: significa vedere cancellata una parte della propria vita», ha denunciato il Movimento No Tav. L’estensione complessiva dei terreni espropriati è di circa quattromila metri quadrati, per un totale di oltre un migliaio di proprietari. Tanti erano stati, infatti, gli attivisti che nel 2012 avevano comprato una porzione di territorio a testa, al fine di rendere più difficoltosa per le aziende l’appropriazione dei terreni.
(da lindipendente.online)
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
MANDIAMO ARMI A KIEV, MA NON DICIAMO CHE SONO AIUTI MILITARI. DIFENDIAMO A PAROLE L’INTEGRITÀ DELLA DANIMARCA, MA NON MANDIAMO NEPPURE UNA FORZA SIMBOLICA. ABBRACCIAMO TRUMP, MA CI BECCHIAMO LE SUE SANZIONI… MELONI CONTRABBANDA PER SUCCESSI POLITICI I SORRISI CHE I LEADER DEGLI ALTRI PAESI LE DISPENSANO VOLENTIERI. MA CHI NEGHEREBBE UN SORRISO AD UN INTERLOCUTORE CHE NON CONTA NULLA?
Soldati italiani in Groenlandia? No, è una barzelletta. Anzi, sì. Però, forse. Trump sbaglia con le nuove sanzioni agli europei? Magari un po’, ma è solo un malinteso. I balbettii della diplomazia italiana nascono dallo strabismo della sua classe politica: ci vede doppio.
Quella al governo è anche peggio: ci vede triplo. In un momento in cui il mondo sta cambiando velocissimo, stabilendo nuovi equilibri e nuovi assetti, i nostri partiti continuano a fare gli
struzzi, come se le vicende internazionali fossero una delle tante variabili della politica e non, invece, l’unica variante che determinerà il nostro futuro. Siamo di fronte all’ennesima “eccezione italiana” che, ancora una volta, ci costerà cara.
Ucraina, Afghanistan, Gaza, Iran, Venezuela, Groenlandia, embarghi energetici, guerra dei dazi, contesa sulla regolazione del web: sono quattro anni ormai, da quando i carri armati di Putin hanno cercato di entrare a Kiev, che la politica internazionale prevale, ovunque, sulle beghe di politica interna.
L’arrivo di Trump ha fatto precipitare questa situazione rompendo la coesione dell’Occidente, ribaltando il tavolo multilaterale, adeguandosi alla politica di potenza del suo amico Putin, mettendo sotto attacco le democrazie liberali e l’Europa.
Nascondere la testa sotto la sabbia non è inutile. È dannoso, perché l’Italia e l’Europa sono l’epicentro del terremoto. In questo quadro a dir poco angosciante, il nostro Paese è il solo in Occidente ad avere al potere forze politiche che divergono tra loro praticamente su tutte le principali questioni internazionali. Nel mondo ci sono governi alleati dei russi o alleati dell’Ucraina, che stanno con Trump o che stanno con l’Europa. Quello italiano è l’unico al mondo che vede sedere insieme amici di Mosca e amici di Kiev, ammiratori di Trump e convinti europeisti.
E, purtroppo, dobbiamo riconoscere che le forze di opposizione
non sarebbero molto più omogenee, se mai dovessero vincere le elezioni.
Nonostante gli equilibrismi di Giorgia Meloni, il risultato è imbarazzante. Mandiamo armi a Kiev, ma non diciamo che sono aiuti militari. Aderiamo al gruppo dei volonterosi, ma non siamo pronti a spedire soldati per tutelare un eventuale cessate il fuoco. Condanniamo il genocidio di Gaza, ma non prendiamo una sola misura per fermare Israele. Definiamo “legittimo” il sequestro di Maduro, ma intensifichiamo le relazioni con i suoi eredi al potere.
Difendiamo a parole l’integrità territoriale della Danimarca, ma non mandiamo neppure una forza simbolica, come hanno fatto i nostri alleati europei. Abbracciamo Trump, ma ci becchiamo le sue sanzioni, inasprite su prodotti tipici come la pasta. Ci professiamo europeisti, ma Washington ci considera una pedina per scardinare l’Ue.
Facciamo la guerra all’accordo commerciale col Sudamerica, e poi lo sottoscriviamo all’ultimo momento. Neppure sull’Iran il Parlamento è riuscito a varare una mozione unitaria, né i partiti ad organizzare una manifestazione congiunta.
Lo spettacolo che il governo italiano offre al mondo è abbastanza desolante. Giorgia Meloni contrabbanda per successi politici i sorrisi che i leader degli altri Paesi le dispensano
volentieri. Ma chi negherebbe un sorriso ad un interlocutore che non conta nulla? Sorridere è una cosa, fidarsi è un’altra.
Costruire con gli alleati una alternativa politica al disfacimento dell’Occidente, un’altra ancora. In questo momento Germania, Francia, Gran Bretagna, Spagna, perfino il Canada, stanno cercando di costruire una nuova solidarietà politica. Un pezzo significativo di Europa è consapevole di rappresentare il nucleo duro delle democrazie liberali sotto attacco e si coordina per difenderne i valori, ben al di là dei limiti impliciti nelle istituzioni Ue
Qual è la posizione del governo italiano in tutto questo? Le altre cancellerie hanno smesso di chiederselo. Il nostro Parlamento non ha mai neppure cominciato a farlo. Ancora una volta la nostra classe politica, con una parte della nostra opinione pubblica, sembra vivere fuori dal mondo.
È già successo. Ai tempi della grande crisi finanziaria, quando la questione dei conti pubblici era diventata cruciale in tutta Europa, l’Italia discuteva d’altro. I governi avevano al loro interno fautori dell’austerità (pochi), e spensierati amici della spesa pubblica.
La vacanza della nostra classe politica dalla realtà ci costò cara, costringendoci a ricorrere a “tecnici” esterni, come Monti e Draghi per salvare il Paese. Adesso la situazione è, se possibile,
ancora più critica. Ma, in politica estera, non ci possono essere “tecnici” per dirci che fare.
(da La Repubblica)
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
ETTORE SEQUI: “L’UE E’ DI FRONTE A UN DILEMMA: SUBIRE LA COERCIZIONE PER PRESERVARE LA SICUREZZA O ACCETTARE IL COSTO DELLA RISPOSTA PER NON PERDERE LA SOVRANITÀ” … “IL PARALLELO CON L’UCRAINA NON È TEORICO. IN ENTRAMBI I CASI È IN GIOCO LO STESSO PRINCIPIO CHE CONFINI E SOVRANITÀ NON SI MODIFICANO
La crisi tra Europa e Usa sulla Groenlandia segna la fine dell’ingenuità atlantica
europea. L’idea che Washington sia un garante disinteressato e che la sovranità europea sia implicitamente rispettata è in crisi.
Le pretese americane sulla Groenlandia rivelano infatti il mutamento nel modo in cui gli Stati Uniti concepiscono sicurezza, alleanze e scambi.
La scelta di Trump di legare esplicitamente la pressione economica a un obiettivo territoriale come l'”acquisto completo e totale” della Groenlandia non è tattica.
Per la prima volta Washington utilizza, in modo così esplicito, strumenti economici contro gli alleati per ottenere una concessione sovrana.
Il messaggio è inequivocabile: la sicurezza non è più una garanzia condivisa, ma una leva negoziale; e i dazi non sono politica commerciale, ma strumento geopolitico. Non riequilibrano flussi, ma puniscono e forzano decisioni.
Il commercio è una leva selettiva poiché la sicurezza diventa transazione, protezione in cambio di allineamento, risorse, territorio. E la sovranità altrui diviene una variabile subordinata all’utilità strategica americana.
Il nucleo di questa dottrina è che per Trump sicurezza equivale a possesso. Ciò che non è direttamente controllato non è davvero sicuro.
Dunque, la Groenlandia non può essere semplicemente “alleata”: deve essere posseduta o sottratta a ogni autonomia decisionale che non passi per Washington.
Quindi, la Groenlandia non è più danese, ma diviene una variabile della sicurezza americana. Si tratta della applicazione della “Dottrina Donroe” in base alla quale viene esclusa dal perimetro strategico americano ogni influenza esterna, compresa quella degli alleati europei.
La reazione europea parte da qui. Per mesi l’Europa ha scelto la cautela, non per ingenuità, ma per dipendenza dall’ombrello strategico americano. La Groenlandia cambia la natura del problema.
Se l’ombrello diventa leva di pressione contro gli alleati, il rischio non è più perdere l’America come garante, ma subirla come coercitore.
È qui che prende forma, per la prima volta in modo esplicito, un embrione di “derisking” europeo dagli Usa, non ideologico né antiamericano, ma funzionale alla sopravvivenza della sovranità europea.
L’Europa si trova, infatti, di fronte a un dilemma strutturale: subire la coercizione per preservare la sicurezza o accettare il costo della risposta per non perdere la sovranità
È proprio in questo contesto che si svolge il dibattito sulla reazione europea ai dazi annunciati da Trump, e in particolare sullo strumento anti-coercizione.
Il cosiddetto “bazooka” può essere attivato dalla Commissione, previa approvazione del Consiglio a maggioranza qualificata (55% degli Stati membri, 65% della popolazione). È una soglia alta, pensata per garantire legittimità politica, ma che apre il rischio di fratture interne
Per Washington, l’impatto sarebbe concentrato soprattutto su servizi e grandi piattaforme digitali, il segmento più sensibile e politicamente esposto del potere economico americano. Anche questo è un test: un’Europa incapace di difendere la propria sovranità quando viene colpita duramente, difficilmente potrà rivendicarla altrove.
È per questo che anche la Nato va compresa per ciò che è realmente: non solo un’alleanza politico-militare, ma una comunità fondata sulla fiducia tra partner.
La deterrenza vive nella credibilità dell’impegno. Quando quella fiducia viene incrinata, l’Alleanza può sopravvivere formalmente ma cessare di funzionare. È questo il rischio maggiore della crisi.
Il parallelo con l’Ucraina è strutturale e non teorico. In entrambi i casi è in gioco lo stesso principio che confini e sovranità non si modificano sotto pressione. Se il principio cade all’interno
dell’Occidente, non può essere affermato al di fuori. Difendere la Groenlandia non significa difendere un’isola remota, ma il fondamento politico dell’Europa come spazio di diritto.
La dimensione globale è immediata. Mosca osserva la coesione occidentale, pronta a testarne le crepe; Pechino osserva il metodo. Se la coercizione funziona tra alleati, la sovranità diventa negoziabile ovunque. E diventa anche più chiaro che la sicurezza europea si sta separando da quella americana.
Per l’Europa tenere la linea significa tre cose: unità reale, capacità di reazione e accelerazione non retorica dell’autonomia strategica. La Groenlandia può essere non un incidente, ma un precedente.
E in geopolitica i precedenti contano più delle intenzioni.
Ettore Sequi
per “la Stampa”
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Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile
L’AMMINISTRAZIONE AMERICANA SI TERRÀ QUEI SOLDI, CHE FINIRANNO PER ESSERE “COMPENSATI” DA CHI PAGA LE TASSE IN ITALIA, PER RIPIANARE LE PERDITE DELL’ENI
Sempre più spesso Donald Trump si muove ai confini della pirateria. Prendete la sequenza a partire dal sequestro di Nicolás Maduro a Caracas.
Questi era a capo di un regime criminale che falsificava i risultati elettorali per restare al potere. Ma Trump ha deciso di non restituire la sovranità ai venezuelani, bensì di procedere a una pura e semplice cattura di quello stesso regime ai propri fini: l’intera struttura di potere di Caracas al momento resta dov’è, con i metodi brutali di prima, solo che ora asseconda quelli che Trump considera gli interessi economici degli Stati Uniti.
Il primo petrolio già estratto è stato trasferito in America e venduto, per mezzo miliardo di dollari. A chi? Il maggiore acquirente è il gruppo dell’energia Vitol e la figura decisiva è un suo manager di nome John Addison il quale, guarda caso, ha versato sei milioni di dollari alla campagna elettorale di Trump
nel 2024.
Trump ha appena emesso un ordine esecutivo che dichiara «nullo e invalido» qualunque atto giudiziario ottenuto dai creditori del Venezuela, ovunque nel mondo, per farsi rimborsare attraverso i fondi generati dalle vendite di greggio.
Senonché il Venezuela ha debiti esteri per almeno 150 miliardi di dollari verso la Cina o verso grandi imprese come l’italiana Eni (tre miliardi), l’americana ConocoPhillips (dodici) o la spagnola Repsol.
In sostanza, l’amministrazione Trump ha deciso che si terrà i soldi e i creditori di Caracas devono starsene alla larga. Per mettere il suo primo mezzo miliardo al riparo dai tribunali, ha persino trasferito i fondi su un conto off-shore in Qatar. Così il governo della prima economia del mondo si comporta come un oligarca russo: ha messo le mani sul malloppo e lo fa sparire in un paradiso fiscale lontano, al riparo dalla legge.
Trump non sta offrendo una dimostrazione di potenza, né costruendo un nuovo impero; è solo disperatamente a caccia di un successo — qualunque tipo di «successo» — perché è ai minimi nei sondaggi e sa che una sconfitta nelle elezioni di midterm a novembre prossimo porterebbe alla sua messa in stato di accusa al Congresso per il tentato colpo di Stato del 6 gennaio 2021.
Quando un leader inizia a suscitare repulsione persino nei suoi alleati più fedeli nel mondo, la storia insegna che non è mai finita bene. Il caso venezuelano ovviamente finirà per costare qualcosa anche a chi paga le tasse in Italia, perché qualcuno dovrà pur compensare per le perdite dell’Eni e di conseguenza per i minori dividendi che l’azienda potrà versare allo Stato.
Federico Fubini
per il “Corriere della Sera”
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