Destra di Popolo.net

NON È VERO CHE L’UE NON HA I MEZZI PER RISPONDERE AGLI USA, SEMMAI NON C’È L’UNITÀ POLITICA PER FARLO: “INVESTITORI E RISPARMIATORI EUROPEI SONO I PRINCIPALI CREDITORI ESTERI DEL DEBITO PUBBLICO AMERICANO; LO STRUMENTO ‘ANTI-COERCIZIONE’ PUÒ ESCLUDERE LE IMPRESE AMERICANE DAGLI APPALTI E COMUNQUE L’UNIONE PUÒ SEMPRE ATTIVARE TARIFFE PER 93 MILIARDI DI EURO”

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

“BASTA GIUSTO CHE GLI EUROPEI LASCINO FILTRARE ALCUNE DI QUESTE OPZIONI. E VEDRETE CHE GIÀ IN SETTIMANA TRUMP SOSPENDERÀ LE MINACCE SUI DAZI SPIEGANDO CHE IL CONFRONTO SULLA GROENLANDIA PROCEDE ‘BENE’. TRUMP È UN BULLO. VA TRATTATO DI CONSEGUENZA

Germania, Francia, Olanda, Svezia, Finlandia e gli altri Paesi sono oggi presi di miraper aver inviato delle truppe a garanzia di un alleato (nel caso della Danimarca, per averle mandate sul proprio stesso territori.
Ma questa è una mina posta sotto l’Unione europea stessa. Se i dazi differenziali contro alcuni Paesi scattassero davvero — o se l’America catturasse davvero la Groenlandia contro la volontà di tutti — l’esistenza stessa dell’Unione europea nella sua forma attuale sarebbe in pericolo.
Se entrassero in vigore dazi imposti per esempio contro la Francia o l’Olanda, ma non contro l’Italia o la Grecia, ad andare in pezzi sarebbe prima di tutto il mercato unico europeo.
Le condizioni economiche e commerciali al suo interno sarebbero improvvisamente molto diverse. A quel punto gli esportatori francesi verso gli Stati Uniti potrebbero cercare di triangolare attraverso l’Italia? E Trump potrebbe allora mettere nuovi dazi anche contro di noi, per proteggersi dai prodotti francesi?
La sola lezione chiara di questi mesi è che l’assenza di una risposta europea sarebbe una prova di debolezza destinata ad attirare altre forme di aggressione.
L’accordo commerciale di luglio su un campo da golf era iniquo, ma ci è stato detto che andava subìto perché garantiva la pace transatlantica sui dazi e l’impegno di Trump sull’Ucraina al nostro fianco.
Subito dopo Trump ha steso un tappeto rosso a Vladimir Putin in Alaska, mentre oggi tutti devono aprire gli occhi su ciò che era
chiaro da mesi: la minaccia di nuovi dazi è sempre dietro l’angolo.
La sola ricetta che funziona, invece, è la fermezza. La Cina non si è lasciata intimidire da Trump, ha risposto colpo su colpo fin dai «dazi reciproci» di aprile scorso, e adesso è il solo Paese che lui evita in ogni modo di provocare
Più di recente Jay Powell, presidente della Federal Reserve, ha risposto alla persecuzione penale del Dipartimento di Giustizia in modo così limpido e duro che ora la Casa Bianca, alla chetichella, sta già cercando di far morire il caso.
Né è vero che l’Unione europea non abbia i mezzi per farsi valere di fronte agli Stati Uniti. Ne ha molti: investitori e risparmiatori europei sono i principali creditori esteri del debito pubblico americano; l’incredibile tolleranza di Bruxelles verso l’Irlanda consente al Big Tech e al Big Pharma degli Stati Uniti di pagare tasse assurdamente basse sulle quote enormi di profitti che quelli registrano in Europa, Medio Oriente ed Africa; lo strumento europeo «anti-coercizione» può escludere le imprese americane dagli appalti nei nostri Paesi (se non vogliamo mettere dei dazi) e comunque l’Unione può sempre attivare le tariffe su prodotti americani per 93 miliardi di euro già individuate.
L’Europarlamento tra l’altro non ha ancora approvato l’accordo commerciale di luglio. Soprattutto, una seria emissione di
eurobond per la difesa europea non farebbe che allargare i dubbi che già serpeggiano nei mercati sul futuro del dollaro come egemone unico del sistema finanziario internazionale.
Basta giusto che gli europei lascino filtrare alcune di queste opzioni. E vedrete che già in settimana, da Davos, Trump sospenderà le minacce sui dazi spiegando che il confronto sulla Groenlandia procede «bene».
Trump è un bullo: va trattato di conseguenza.
Viviamo in un sistema internazionale in cui la proiezione di potenza conta sempre di più ed essa presuppone che i Paesi siano pronti ad accettarne anche i rischi e i costi. Non si tratta di dare l’assalto ai McDonald’s. Ma i costi dell’«appeasement» di Trump, sempre e comunque, sono più alti.
Federico Fubini
per il “Corriere della Sera”

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TRUMP SCATENA IL DISORDINE GEOPOLITCO PER NASCONDERE I PROBLEMI DELL’ECONOMIA AMERICANA, I SONDAGGI DICONO CHE SOLO IL 36% DEGLI STATUNITENSI PROMUOVE LA GESTIONE DELLE RISORSE DEL TYCOON

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

ALTRO CHE “ETÀ DELL’ORO” PROMESSA A INIZIO MANDATO: L’INFLAZIONE RIMANE SOPRA L’OBIETTIVO DEL 2%, I SALARI CRESCONO MENO DEI PREZZI E LA DISOCCUPAZIONE È RISALITA DAL 4,2 DELL’ERA BIDEN AL 4,7% – IL COATTO DELLA CASA BIANCA STA TRASCINANDO IL PAESE VERSO UN MODELLO DI CAPITALISMO DI STATO CINESE

Attoniti davanti a un presidente autoritario che prende ogni giorno a picconate le regole della democrazia americana e che sta disintegrando l’ordine internazionale del quale proprio gli Usa sono stati i principali architetti, abbiamo fatto poco caso a quanto realizzato da Donald Trump in campo economico.
Nonostante un buon andamento della Borsa, è diffusa la percezione di un generale peggioramento delle condizioni di vita per gran parte della popolazione: un malessere che emerge da tutti i sondaggi. I numeri in sé sono allarmanti ma non disastrosi: l’inflazione rimane sopra l’obiettivo del 2%, ma è comunque scesa al 2,7. Il Pil, poi, cresce più delle previsioni, ma la disoccupazione è in aumento. Il punto vero è che The Donald in campagna elettorale aveva giudicato disastrosa l’economia di Biden e aveva promesso agli americani una «nuova età dell’oro».
Un anno dopo, di oro non c’è traccia mentre l’inflazione rimane più o meno ai livelli dell’ultima fase della presidenza di Joe Biden che ha lasciato al suo successore una disoccupazione al minimo storico del 4,2%, ora salita al 4,7.
Ma c’è qualcosa di peggio del semplice dato statistico: secondo gli analisti, compresi quelli conservatori del Wall Street Journal , l’incertezza economica, creata da Trump con mille annunci e il gioco dei dazi che salgono e scendono seguendo solo logiche politiche e di potere, ha indotto molte imprese a offrire quasi solo impieghi part time.
Meno sicurezza del lavoro e maggiore difficoltà a far bastare lo stipendio fino a fine mese: i salari, infatti, crescono meno dei prezzi. E quelli che contano di più per la gente — casa, cibo, bollette — aumentano molto di più di un’inflazione tenuta statisticamente bassa dal calo del petrolio che fa costare meno la benzina.
Il presidente esorcizza i dati negativi con la solita tecnica: nega la realtà dei fatti. Ma la crisi da affordability , per Trump solo uno slogan dei democratici, in realtà preoccupa molto il suo team, soprattutto per l’impatto che può avere sulle elezioni di
novembre.
La crescita in atto non sta dando lavoro. E gli incentivi pompati nel sistema rischiano di provocare altre fiammate dei prezzi (soprattutto se Trump riuscirà a imporre alla Federal Reserve tagli drastici del costo del denaro). Una regola della politica dice che chi promette molto e realizza poco viene punito dagli elettori.
Trump è stato fin qui l’eccezione: seguito fideisticamente da gente che vedeva in lui il paladino degli sconfitti. Per un po’ ha funzionato, anche senza risultati: bastava il messaggio. Ora i sondaggi dicono che non è più così: la maggioranza degli americani lo boccia (sull’economia solo il 36% lo approva).
Ma la congiuntura, importante ai fini del voto di midterm, è solo un aspetto: allargando l’orizzonte conta di più il modo nel quale Trump, ligio all’economia di mercato nel suo primo mandato, sta ora usando la sua svolta autoritaria anche per iniettare nel liberismo economico Usa, marchio di fabbrica dei conservatori, massicce dosi di dirigismo.
Trascinando il Paese verso un modello di capitalismo di Stato che ricorda quello della Cina di Xi Jinping: sottomissione della Federal Reserve ai voleri del presidente nella gestione dei tassi e del dollaro, uso delle authority di garanzia a fini politici (come quella per le comunicazioni che condiziona fusioni aziendali al
cambio di linea editoriale di grandi testate televisive nazionali).
E, poi, un’infinità di interventi diretti sulle imprese e sulle Borse, spesso abusando dei pur vasti poteri presidenziali: dall’annuncio di voler fissare un tetto per gli interessi percepiti dalle banche sulle carte di credito dei loro clienti (con conseguente crollo dei titoli bancari a Wall Street) alla pressione sulle imprese petrolifere perché investano 100 miliardi di dollari in Venezuela con la minaccia di punire la Exxon che non vuole operare in quel Paese.
Passando per l’intervento diretto in Intel portando lo Stato nel capitale del gigante elettronico, condizionando il via libera all’integrazione tra industrie giapponesi e americane dell’acciaio a un intervento diretto del governo in US Steel. E condizionando l’autorizzazione a esportare processori di Nvidia e Amd in Cina al versamento di una parte dei profitti nelle casse del Tesoro. E molto altro ancora, dalla distruzione dell’«industria del vento» dichiarando fuorilegge le pale eoliche offshore, alle porte aperte, senza limiti, alle criptovalute.
Così, in quella che anche gli economisti conservatori definisconrasformazione di un’economia liberista in capitalismo clientelare, le imprese imparano che per avere successo devono soddisfare i desideri del presidente, più che quelli del mercato.
(da Corriere della Sera)

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IO SO’ IL GARANTE, E VOI NON SIETE UN CAZZO – L’EX SEGRETARIO GENERALE DELL’AUTHORITY PER LA PRIVACY, ANGELO FANIZZA, È STATO SENTITO DAI PM CHE INDAGANO L’INTERO COLLEGIO PER PECULATO E CORRUZIONE. E HA RILEVATO DETTAGLI SULLE “SPESE PAZZE”

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

LA PRETESA DI VIAGGIARE SEMPRE IN BUSINEES IN AEREO, I SOGGIORNI IN HOTEL DI LUSSO, I SEIMILA EURO SPESI DA STANZIONE IN MACELLERIA IN TRE ANNI (“SPESE DUBBIE”) E L’AFFITTO PER IL SUO ALLOGGIO AL CENTRO DI ROMA PASSATO DA 2.900 EURO A 3.900 AL MESE

È stato l’uomo dello scandalo, quello a cui era stato commissionato di “spiare” i dipendenti del Garante della privacy per rintracciare la fonte di Report e individuare chi aveva raccontato ai giornalisti le spese sfacciate del Collegio dell’Ente.
Ora Angelo Fanizza, segretario generale travolto dalle polemiche, scaricato dai “suoi” e costretto alle dimissioni, diventa testimone chiave per i magistrati. La procura di Roma ha indagato l’intero Collegio del Garante per peculato e corruzione e gli investigatori della Guardia di finanza stanno scandagliando ogni cosa: soggiorni in hotel di lusso, viaggi in taxi e auto blu, voli in business class, cene, fiori, sanzioni annullate o ridotte in maniera «opaca».
Fanizza, audito in procura a inizio mese, parte da un dato: nel 2024, i costi di rappresentanza superano i 400mila euro. E se il tetto di spesa autorizzato dal Collegio nel 2012 era di 3.500 euro mensili per ciascuno, «nel 2020 credo sia salito a 5mila».
Certe dinamiche l’ex segretario generale le conosce bene e davanti ai magistrati non esita ad avanzare dubbi e perplessità. Ad iniziare dall’affitto stipulato dal presidente Pasquale Stanzione per un immobile a Roma, proprio accanto al b&b gestito dalle figlie, prima di 2.900 euro poi rinegoziato a 3.900. «Un aumento considerevole», osserva Fanizza, che aveva esortato a temporeggiare prima di procedere con i rimborsi.
I seimila euro spesi da Stanzione in macelleria in tre anni? «Spese dubbie». Sulla missione in Giappone, per il G7 di Tokyo 2023, l’ex segretario generale spiega come i membri del Collegio Agostino Ghiglia e Ginevra Cerrina Feroni abbiano voluto viaggiare in business class, pare anche senza averne diritto: «Ghiglia aveva riferito che loro non viaggiavano mai in economica».
Gli inquirenti, negli atti, parlano di «condotte disinvolte» tenute in «numerose occasioni», di atteggiamenti «inopportuni» e di «ipotesi di reato». Ci sarebbe stato anche l’abuso d’ufficio, scrivono, ma è stato abrogato.
Parallelamente alla procura di Roma, poi, sono in corso gli accertamenti della Corte dei Conti chiamata a valutare un eventuale danno erariale. Con le nuove norme, però, il risarcimento del danno in caso di colpa non potrà superare il 30%.
In molti raccontano che le spese dell’Autorità fossero «chiacchierate» da tempo e alcune segnalazioni tramite whistleblowing, ovvero riservate e in anonimo, sono arrivate anche all’Anac, l’Autorità nazionale anticorruzione. Report trasmette l’inchiesta in prima serata e negli uffici di piazza Venezia si scatena il caos.
L’allora segretario generale viene incaricato di controllare le email dei dipendenti, farne copia, di violare la privacy pur di
trovare “la talpa”. La faccenda viene resa nota durante l’assemblea dello scorso 23 novembre ed è una prima resa dei conti. I dipendenti chiedono spiegazioni, Fanizza spiega di non essersi mosso da solo, dice: «Non sono un battitore libero».
Ieri con un comunicato congiunto Il presidente Pasquale Stanzione, la vice presidente Ginevra Cerrina Feroni ed il componente Agostino Ghiglia hanno espresso «la loro ferma volontà di proseguire nello svolgimento delle loro funzioni istituzionali» convinti di «aver sempre agito in piena trasparenza e correttezza».
(da agenzie)

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GLI ITALIANI NON SANNO NEANCHE DOVE SI TROVA L’UCRAINA . IL SONDAGGIO “YOUTREND”: SOLO UN NOSTRO CONCITTADINO SU TRE, (IL 34% DELLA POPOLAZIONE), È IN GRADO DI INDICARE CORRETTAMENTE SULLA MAPPA DOVE SI TROVA L’UCRAINA

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

IL 39% DEGLI INTERVISTATI SBAGLIA DI GROSSO E COLLOCA IL PAESE A UNA DISTANZA SUPERIORE AI 500 KM DALLA SUA REALE POSIZIONE … SECONDO QUALCUNO, KIEV SI TROVA IN CALABRIA. C’E’ CHI SI SBAGLIA CON LA FRANCIA O CON LA SPAGNA

A fine febbraio saranno quattro anni dall’inizio dell’“operazione speciale” di Vladimir Putin in Ucraina con l’invasione su larga scala della Russia. Eppure nonostante la centralità del conflitto ucraino nel dibattito pubblico e mediatico internazionale, solo un italiano su tre, pari al 34%, è in grado di collocare correttamente la posizione del Paese guidato da Volodymir Zelensky su una mappa geografica. Lo rileva una analisi di Youtrend.
Colpisce come, al cospetto di un planisfero ‘muto’, ben il 39% degli intervistati commetta errori gravi, collocando l’Ucraina a una distanza superiore ai 500 km dalla sua reale posizione. Osservando la distribuzione spaziale delle risposte, – continua Youtrend – si nota una dispersione significativa che porta a confondere il territorio ucraino con quello delle nazioni limitrofe (in particolare Polonia, Russia, Bielorussia, Romania e altre nazioni dell’Europa centro-orientale). Un altro 20% del campione commette invece errori definiti ‘medi’, cioè tra i 100 e i 500 km, e il 7% errori ‘lievi’, cioè entro i 100 chilometri.
(da agenzie)

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IL PARADOSSO NATO: SAREBBE UN AMERICANO A DIFENDERE LA GROENLANDIA IN CASO DI ATTACCO USA

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

GORDON PERRY E’ IL VICEAMMIRAGLIO AMERICANO CHE DOVREBBE DIFENDERE IL PAESE DA UN ATTACCO DEGLI STATI UNITI

Il paradosso della Groenlandia ha il volto di un viceammiraglio di 58 anni, con una divisa piena di mostrine colorate, un curriculum cucito sulla divisa di un uomo che ha vissuto per anni sott’acqua, come comandante di sottomarini. Ma adesso per Douglas Gordon Perry potrebbe arrivare la missione più difficile: da americano dovrà difendere la Groenlandia da un potenziale attacco lanciato dagli Stati UnitiE Donald Trump si troverebbe come avversario un alto ufficiale che rientra nei canoni trumpiani del nuovo Pentagono antiwoke: maschio, bianco e pluridecorato.Se il presidente ordinasse un’operazione militare per la conquista dell’isola artica, la Nato si affiderebbe al viceammiraglio americano per difendersi dagli Stati Uniti. Secondo il quotidiano tedesco Welt, la situazione surreale è legata a un cambio della catena di comando descritto in un documento segreto del Comando supremo della Nato e datato fine novembre 2025.
Il comandante supremo delle forze Nato, Alexus Grynkewich, ha trasferito la responsabilità per la difesa dei Paesi nordici
Finlandia, Svezia e Danimarca, del cui regno fa parte la Groenlandia – dal Comando operativo delle forze congiunte, in inglese Joint Force Command, da Brunssum, nei Paesi Bassi, a Norfolk, Virginia, negli Stati Unit Considerato che Trump già dal 2019 aveva dichiarato di voler acquisire la Groenlandia, non è escluso che il cambio nella catena di comando sia stata fatto anche per disinnescare quell’ipotesi estrema.
Il presidente americano insiste: Cina e Russia vogliono mettere le mani sulla Groenlandia e quindi è necessario l’intervento degli Stati Uniti. Donald Trump ha anche detto che ci sono molte navi russe e cinesi al largo delle coste della grande Isola dell’Artico.
È così? Il Comandante delle forze danesi nell’Artico, il generale Soren Andersen, in un’intervista al gruppo di Axel Springer Global Reporters Network , smentisce in modo perentorio le affermazioni del leader degli Usa. «No, non vediamo alcuna minaccia oggi, né da parte della Russia, né da parte della Cina — sostiene il generale Andersen —. Noi teniamo d’occhio ogni potenziale e futura minaccia, ci stiamo addestrando per questo».
(da agenzie)

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REFERENDUM GIUSTIZIA, BARBERO: “IL CITTADINO NON E’ MAI SICURO SE GIUDICI E PM PRENDONO ORDINI DAL GOVERNO”

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

“VOTERO’ NO PERCHE SI VUOLE INDEBOLIRE L’AUTONOMIA DELLA MAGISTRATURA”

“Ci ho messo un po’ a decidere di girare questo video in cui spiego le ragioni per cui voterò no”. Così Alessandro Barbero, storico e scrittore italiano, apre il suo intervento in un video sui social, prendendo le distanze da uno scontro che, come dice lui stesso, è ormai diventato battaglia politica tra destra e sinistra. Proprio per questo, spiega, aveva evitato di esporsi: “Che io dica a tutti ‘anche io voterò no’, sai che novità”.
Studiando da vicino il contenuto della riforma, Barbero ha però sentito il bisogno di chiarire un punto che, a suo giudizio, nel
dibattito pubblico viene spesso semplificato o frainteso. Il referendum, ricorda, non riguarda davvero la separazione delle carriere tra giudici e pubblici ministeri, perché quella separazione, nei fatti esiste già. Oggi un magistrato sceglie all’inizio se svolgere funzioni requirenti o giudicanti, può cambiare una sola volte nella vita e pochissimi lo fanno. Il cuore della riforma, sta altrove: “Al centro, c’è la distruzione del Consiglio superiore della magistrature così come era stato voluto dall’Assemblea costituente”. Il Csm, spiega Barbero, non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori, ma uno dei pilastri dell’equilibrio democratico costruito dopo il fascismo. È l’organo di autogoverno dei magistrati, con funzioni anche disciplinari: funzioni che prima erano esercitate direttamente dal ministro della Giustizia, cioè dal governo: “I padri costituenti vedevano benissimo che la separazione dei poteri è una garanzia indispensabile di democrazia”, ricorda Barbero, “il cittadino non è al sicuro se si trova davanti inquirenti e giudici che prendono ordini dal governo e che possono essere puniti dal governo”. Per questo la Costituzione aveva previsto un Cdm composto in maggioranza da magistrati eletti dai loro colleghi, affiancati da una quota di membri laici nominati dal Parlamento. Era un equilibrio pensato per mantenere la magistratura in dialogo con la politica, ma non subordinata a essa, ricorda.
Cosa cambia con la riforma
La riforma approvata dal Parlamento cambierebbe radicalmente questo assetto. Il Csm verrebbe sdoppiato, uno per i giudici, uno per i pubblici ministeri, e perderebbe i poteri disciplinari, che verrebbero affidati a un nuovo organismo, l’Alta Corte disciplinare. Ma soprattutto cambierebbe il metodo di selezione dei membri togati: non verrebbero più eletti, ma estratti a sorte. Ed è qui che Barbero definisce il sorteggio una “misura pazzesca”, che non si usa in nessun organo di grande responsabilità. La giustificazione ufficiale è nota: evitare che la magistratura si organizzi in correnti e che le elezioni interne riflettano schieramenti politici. Ma per Barbero il rimedio rischia di essere peggiore del male: “A me sembra che un Csm, anzi due, anzi tre organismi, dove i membri magistrati sono tirati a sorte, mentre il governo continua a scegliere quelli che nomina lui, saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore”. Il risultato, dice ancora, è un ritorno a un sistema in cui il potere esecutivo può influenzare, indirizzare e sanzionare la magistratura: “mi sembra che questi organismi saranno per forza di cose organismi dove il peso della componente politica sarà molto superiore, dove di fatto il governo potrà di nuovo, come in uno stato autoritario, dare ordini ai magistrati e minacciarli di sanzioni”
Pur riconoscendo che chi sostiene la riforma può rivendicare apertamente questo modello in nome dell’efficienza e di uno Stato “moderno”, è proprio su questo punto che Barbero dice di no: “io la penso diversamente e per questo voterò no”. Non come gesto identitario, ma come presa di posizione coerente con una lezione che viene dalla storia: le democrazie non si indeboliscono tutte insieme, ma un equilibrio alla volta. E spesso, aggiunge, lo fanno in nome di riforme che sembrano tecniche, ragionevoli e persino necessarie.
(da agenzie)

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GUERRA UCRAINA, SONDAGGIO: IL 69% DELLA POPOLAZIONE NON CREDE AI NEGOZIATI

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

CRESCE AL 62% LA FIDUCIA IN ZELENSKY

Sotto la pioggia letale di missili e droni russi nelle prime settimane dell’anno, gli ucraini “vogliono più bene” al loro presidente. Il 62% ha fiducia in Volodymyr Zelenskyy, rileva un sondaggio dell’Istituto internazionale di sociologia di Kyiv (KIIS) visto in anteprima da Fanpage.it. Tre mesi fa, era al 60 per cento. Meglio di Zelenskyy, Kyrylo Budanov: 70 per cento di consenso per il nuovo capo dell’Amministrazione presidenziale.
Fino a poche settimane fa direttore del GUR, il servizio segreto militare, il giovane e imperturbabile generale “senza sorriso” – più volte ferito in battaglia e obiettivo di diversi attentati – si è costruito una reputazione leggendaria con temerarie operazioni contro la Russia.
Pare proprio che quando le cose vanno male gli ucraini non voltino le spalle ai loro leader. Anzi, premiano chi è maggiormente associato allo sforzo bellico contro l’invasione russa. L’obiettivo del Cremlino di creare instabilità nelle istituzioni del nemico, più volte esplicitato a Fanpage.it dai
politologi di Vladimir Putin, sembra lontano. Come anche la possibilità che Kyiv accetti condizioni massimaliste per porre fine alla guerra. La pace è vista come una priorità, ma non a ogni costo.
“Il gradimento per Budanov è cresciuto parecchio, si avvicina a quello dell’ex capo di Stato maggiore delle forze armate Zaluzhnyi (intorno al 73 per cento)”, commenta a Fanpage.it il direttore del KIIS Anton Hrushetskyi. “Per Zelensky, è interessante notare come sia apprezzato per la sua politica estera, e meno per la politica interna”. Pesa lo scandalo della corruzione, che ha coinvolto anche l’ex braccio destro del presidente, Andriy Yermak.
“Ma la corruzione non è una sorpresa: sapevamo che è un problema grave nel Paese”. Ai dati sulla fiducia non corrispondono necessariamente le intenzioni di voto. Anche queste sono aumentate per il capo dello Stato. Il dato “supera il 25 per cento di settembre”. La percentuale esatta sarà resa nota dal KIIS nelle prossime ore. “Gli ucraini comunque non vogliono votare adesso”, precisa il sociologo. “Vogliono poter scegliere. E ora alcuni potenziali candidati non potrebbero partecipare: sono al fronte. Si presenterebbero solo i soliti dell’attuale establishment. Meglio fare le elezioni a guerra finita, dice la gente. Adesso va bene questo governo, ma poi ci
vorranno nuovi leader”. Zelensky sta contattando i rivali. Ha parlato con Valeriy Zaluzhny, ora ambasciatore nel Regno Unito, e con l’attivista critico Serhiy Sternenko. Gli incontri servono a rafforzare la sua posizione postbellica.
Nessun cedimento sul Donbass
Chi conta che l’Ucraina si rassegni a sottoscrivere gli obiettivi del Cremlino pur di far finire la carneficina, rischia di sbagliarsi. Il KIIS, in un sondaggio pubblicato venerdì, registra che il 54 per cento dei cittadini rifiuta categoricamente la proposta di trasferire l’intero Donbass sotto il controllo russo. Per il 39% andrebbe bene, ma solo con forti garanzie di sicurezza. Le garanzie di cui una delegazione di Kyiv ha appena discusso con gli americani a Miami.
“Il problema è che gli ucraini non ritengono credibile un sistema di sicurezza che non preveda la presenza di truppe europee o statunitensi a garantirla”, spiega Hrushetskyi. “Il caso dell’Italia, che è per le garanzie ma non per l’invio di soldati, nel nostro Paese viene visto con ironia amara”. Mosca ha sempre detto che non tollererà stivali sul terreno, nelle aree contese. Anche per questo il 57 per cento degli intervistati ritiene che dopo un armistizio la Russia cercherà di attaccare di nuovo. Il 69 per cento non crede che i negoziati in corso porteranno a una pace durevole. La stessa percentuale reputa che la Russia voglia
distruggere la nazione ucraina o commettere un genocidio. Più in generale, l’83% crede che gli obiettivi russi vadano oltre il semplice controllo del Donbass. “Per molti queste trattative servono soprattutto a guadagnare tempo: ottenere informazioni, ricevere sostegno dagli alleati, fino a quando avremo più capacità industriali e la Russia subirà ancora maggiori sul campo di battaglia”.
”Un conflitto esistenziale”
“Quasi tutti gli ucraini parlano russo. Leggono e ascoltano le notizie dei media russi. Conoscono la narrativa guerrafondaia e gli obiettivi massimalisti del Cremlino. Sanno che a quegli obiettivi non intende rinunciare. Capiscono che questo conflitto è esistenziale”, nota il direttore del KIIS.
Le sue parole si confondono con le grida di bimbi che giocano. Gli chiediamo com’è la situazione a Kyiv. “Al momento, siamo al buio. Elettricità quasi sempre assente, oggi”, racconta. “Non è proprio il massimo eh”, scherza. “Ma non è poi così terribile: ho due figli piccoli, gli asili funzionano, gli insegnanti sono sempre presenti e disponibili oltre i loro orari. E siccome i russi hanno bombardato i nostri impianti elettrici fin dal primo anno di guerra, abbiamo comprato generatori e power bank. Ne abbiamo tantissimi. Per questo riusciamo a parlare al telefono. Anche con questo freddo e senza luce, si può continuare a vivere”.
La voce di Anton Hrushetskyi è allegra. La situazione però è grave. Centinaia di migliaia di persone sono senza riscaldamento e senza elettricità, nel cuore di un inverno ancora più rigido del solito. Zelenskyy ha dichiarato lo stato di emergenza.
Mentre Donald Trump era distratto, o meglio mentre spostava l’attenzione dai Caraibi alla Groenlandia fino all’Iran, Vladimir Putin ha intensificato i bombardamenti sulle città e le infrastrutture civili dell’Ucraina. Spesso con la tattica del “double tap”: un primo colpo, una pausa e poi un secondo colpo, sui soccorritori. Al fronte, i russi sperimentano tattiche nuove, ma difficili da applicare su larga scala, osserva l’Institute for the Study of War (IWR). E rivendicano guadagni territoriali contestati dai loro stessi blogger militari. Gli USA hanno criticato l’aumento degli attacchi, senza definirli ripugnanti di per sé. Sono stati considerati uno sgarbo, una mancanza di rispetto nei confronti del “grande pacificatore”.
Trump -cosa rara- tace. O quasi. Ha detto solo che chi ostacola la pace è Zelensky, mica Putin. In sintesi: un nemico potente e con risorse umane sovrastanti aumenta la pressione; il tuo maggiore alleato si distrae, lascia fare e dice che la colpa è la tua perché non vuoi la pace; i negoziati in cui ti sei impegnato non si sbloccano perché il tuo nemico è restio a compromessi seri. Potrebbe esser troppo anche per la forza d’animo, la tenacia e il
coraggio dimostrati negli ultimi quattro anni dagli ucraini
Voglia d’Europa
“La resilienza degli ucraini si è sviluppata durante questa guerra”, commenta il sociologo Hrushetskyi. Prima dell’invasione su larga scala, molti ucraini pensavano che non saremmo stati in grado di resistere all’aggressione russa. Poi abbiamo visto che eravamo in grado di fermarli. E che per conquistare territori devastati dai loro bombardamenti hanno perdite immani”. E il cosiddetto “tradimento” di Trump? “Stessa cosa, da sociologo che ha studiato come è cambiato l’umore della popolazione, posso affermare che allo scetticismo sulla possibilità di resistere ai russi precedente all’inizio del mandato del presidente americano è seguita la consapevolezza che per tutto il 2025 abbiamo tenuto”. Nonostante Trump.
Un fattore che contribuisce a questo cauto ottimismo della popolazione si chiama Europa. In questi giorni, proprio quando i sistemi di difesa aerea erano rimasti senza munizioni – lo ha detto Zelenskyy – è arrivato un pacchetto di aiuti militari cruciale. Ma non c’è solo l’assistenza pratica. Il 90% della popolazione vuole l’UE. Ci sono critiche: alcuni dicono che l’Europa non è abbastanza coraggiosa. Ma resta l’obiettivo principale.
“Sì, siamo una democrazia ancora immatura, ma stiamo cercando di cambiare e stiamo cambiando davvero. È un processo lungo ma pensiamo di meritare, a questo punto, di diventare una nazione migliore. E magari di poter ispirare gli Europei. Sulla libertà e sulla capacità di migliorare”, dice Hrushetskyi. Gli ucraini sono certi che nell’UE sarà il futuro. “L’Europa è per noi un pilastro di ottimismo: rappresenta sicurezza, prospettive sociali e un futuro migliore. È una prospettiva di vita migliore per le generazioni future, una vera garanzia di pace”. E pensare che prima che Trump tornasse al potere, la maggior parte degli ucraini considerava vitale l’alleanza con Washington, e molto meno importante l’adesione all’Unione Europea.
(da Fanpage)

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CON L’ACCORDO MERCOSUR DOBBIAMO PREOCCUPARCI DELLA QUALITÀ DEL CIBO CHE ARRIVERÀ NEI NOSTRI PIATTI? L’INTESA RAGGIUNTA DALL’UE CON ARGENTINA, BRASILE, URUGUAY E PARAGUAY CREA LA PIÙ GRANDE AREA DI LIBERO SCAMBIO AL MONDO: 718 MILIONI DI PERSONE E UN PIL DI 22,4 TRILIONI DI EURO

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

GLI AGRICOLTORI EUROPEI DENUNCIANO LA CONCORRENZA SLEALE PER I CEREALI E LA CARNE IN ARRIVO DAL SUDAMERICA MA L’ACCORDO PROTEGGERÀ 350 PRODOTTI EUROPEI A INDICAZIONE GEOGRAFICA, TRA CUI 58 ITALIANI, VIETANDO IL COMMERCIO DI IMITAZIONI … I CONTROLLI E GLI OBBLIGHI DI TRASPARENZA: COME FUNZIONA IL TRATTATO

I trattori di mezza Europa stanno scaldando i motori: domani, 20 gennaio, saranno tutti a Strasburgo davanti al Parlamento europeo. Gli agricoltori proprio non digeriscono l’accordo Mercosur appena firmato in Paraguay da Ursula von der Leyen.
Eppure, è la prima reazione forte dell’Unione ai dazi di Trump. L’intesa raggiunta con Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay crea la più grande area di libero scambio al mondo: 718 milioni
di persone e un Pil complessivo di 22,4 trilioni di euro.
Il trattato prevede l’eliminazione graduale delle tariffe su oltre il 90% delle merci scambiate e farà risparmiare 4 miliardi di euro all’anno in dazi doganali alle 60 mila imprese Ue coinvolte.
L’accordo proteggerà 350 prodotti europei a indicazione geografica tra cui 58 italiani vietando il commercio di imitazioni. Oggi la fattoria del Vermont può tranquillamente produrre mozzarella italian sounding e venderla ai ristoranti di New York, e noi non abbiamo nessuno strumento per intervenire. In questo caso invece l’esportatore italiano potrà bloccare l’azienda argentina o brasiliana che copia le nostre eccellenze
E poi c’è un obiettivo strategico: facilitare l’accesso a materie prime e minerali critici, come rame, litio, grafite, nichel e terre rare, riducendo così la dipendenza Ue dalla Cina. Ma come funziona l’interscambio tra Ue e Mercosur?
Uno scambio da 111 miliardi
Oggi esportiamo verso il Mercosur macchinari industriali, prodotti chimici e farmaceutici, auto soggetti a dazi compresi tra il 15 e il 35% per un valore complessivo di 55,2 miliardi. Importiamo minerali, idrocarburi e soprattutto prodotti agroalimentari per un totale di 56 miliardi. Il travagliato accordo è stato approvato il 9 gennaio a maggioranza qualificata, con il Belgio astenuto mentre Francia, Ungheria, Irlanda, Polonia e
Austria hanno votato contro.
Anche l’Italia, dove l’agricoltura rappresenta un pilastro dell’economia, in un primo tempo aveva bloccato l’intesa, ma dopo aver ottenuto una serie di garanzie a tutela del settore, ha cambiato posizione, diventando decisiva. Il governo italiano ha imposto un limite all’import e la sospensione temporanea della carbon tax sui fertilizzanti a base di ammoniaca, urea e altre sostanze.
E ora, mentre si attende il via libera definitivo del Parlamento europeo, gli agricoltori tornano sul piede di guerra. Temono l’arrivo massiccio di carne bovina, pollame, zucchero, cereali, riso e ortofrutta a basso costo, e la concorrenza sleale. Vediamo.
Carne, cereali, ortofrutta
Nel caso della carne bovina i dazi scenderanno dal 20 al 7,5%, ma su una quantità che non supera l’1,6% del consumo totale nella Ue (fonte Uniceb). Tutte le importazioni eccedenti questa soglia saranno invece soggette a tariffe tra il 40 e il 45%. Per il pollame sono previsti zero dazi, ma anche qui su un import limitato all’1,4% del consumo europeo. Per ogni tonnellata di petto di pollo in più bisognerà aggiungere un dazio di 1.024 euro (fonte Assoavi).
L’assenza di tariffe è garantita anche su 190 mila tonnellate di zucchero (1,2% del consumo Ue), 45 mila tonnellate di miele e
60 mila tonnellate di riso. Non ci sono quote invece per l’ortofrutta perché essendo prodotti deperibili legati alla stagionalità, avrebbero poco impattoInoltre l’accordo prevede clausole di salvaguardia: qualora le importazioni di un determinato prodotto aumentassero oltre il 5% o i prezzi subissero una riduzione superiore al 5%, la Commissione europea potrà sospendere le agevolazioni tariffarie o limitare l’ingresso delle merci.
Per compensare i danni da possibili perturbazioni di mercato, la Commissione ha anticipato sul prossimo bilancio dell’Unione (2028-2034) 45 miliardi di euro che potranno essere usati dagli Stati membri come sussidi per gli agricoltori attraverso la Politica agricola comune (Pac). Fitofarmaci, antibiotici e ormoni Gli agricoltori sollevano però anche il tema della concorrenza sleale.
I nostri standard sanitari e le regole di produzione incidono sui costi e, di conseguenza, sui prezzi degli alimenti immessi sul mercato, penalizzando i produttori europei. L’Unione applica norme vincolanti sul benessere animale, come l’alimentazione, le cure veterinarie e il divieto delle gabbie convenzionali per le galline ovaiole e l’obbligo di garantire condizioni minime di spazio.
Nei Paesi del Mercosur, invece, gli standard sono spesso molto più bassi, e negli allevamenti intensivi rimangono diffuse pratiche crudeli. Stesso discorso vale per fitofarmaci, antibiotici e ormoni.
Secondo uno studio della geografa Larissa Bombardi, molti pesticidi proibiti nella Ue sono invece impiegati in Sudamerica: in Brasile, ad esempio, il 27% dei principi attivi utilizzati sono proibiti dall’Unione Europea.
L’elenco comprende l’erbicida amicarbazone mai autorizzato in Europa, il fungicida clorotalonil vietato dal 2019 e l’insetticida novaluron escluso dal 2012. Un problema ancora più delicato riguarda gli ormoni della crescita. Nell’ottobre 2024 un audit ufficiale della Commissione europea sul sistema di controlli brasiliano ha concluso che non è possibile garantire con certezza che la carne bovina esportata verso la Ue non sia stata trattata con ormoni vietati, in particolare con l’estradiolo-17.
Trasparenza e controlli
L’accordo, però, specifica che tutto quello che entra dal Sudamerica deve essere conforme alle norme Ue, e dunque si applicheranno due vincoli: 1) il principio di precauzione, ovvero ogni alimento può essere immesso sul mercato solo se non presenta rischi per la salute; 2) l’obbligo di indicare in etichetta il Paese di origine per ortofrutta, miele, uova, carne bovina, suina, ovina, caprina e pollame.
Una trasparenza che consente ai consumatori di scegliere consapevolmente se acquistare o meno una bistecca argentina o il miele brasiliano. Attenzione però, se la carne (a esclusione di quella bovina) viene poi lavorata, la storia cambia.
Per esempio, se il petto di pollo importato viene poi panato o trasformato in crocchette in Italia, sull’etichetta ci sarà scritto «Prodotto in Italia». Molto si giocherà sui controlli doganali, e anche qui la Commissione ha annunciato un pacchetto di misure per aumentare del 33% le ispezioni sulle merci in entrata.
Calcolando che gran parte dei prodotti in arrivo dal Sudamerica sbarcano al porto di Rotterdam, dove oggi i controlli sono sotto il 3%, l’aumento proposto li porterebbe al 4%. Davvero poco… ma tant’è.
In sostanza, abbiamo capito che l’apertura impone vincoli di lungo periodo che limitano la capacità europea di sostenere standard elevati. Sappiamo anche che non esistono accordi senza compromessi.
Al momento la Commissione stima che il trattato con il Mercosur porterà a un aumento delle esportazioni europee del 39% e a un incremento complessivo del Pil pari a 77,6 miliardi di euro entro il 2040. Va ribadito che la Ue, non avendo materie prime, è orientata all’export, e se tutti mettono dazi si crea un regime di economia stagnante dove gli Stati incassano meno, ealla fine a soffrire saranno pure gli agricoltori, perché i sussidi chi glieli dà?
Inoltre, la nuova alleanza strategica tra due aree del mondo che condividono una crescente pressione geopolitica e commerciale da parte degli Stati Uniti potrebbe andare oltre il piano economico.
Francesco Tortora e Milena Gabanelli
per il “Corriere della Sera”

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RANUCCI CONTRATTACCA BARBARESCHI IN DIRETTA: “DOVREBBE RESTITUIRE OTTO MILIONI DI EURO” E POI GLI PASSA LA LINEA

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

“NESSUNO TI HA SPIATO, ABBIAMO SOLO LETTO I BILANCI PUBBLICI DEL TUO TEATRO”

La settimana scorsa Luca Barbareschi aveva aperto Allegro ma non troppo lamentandosi che Sigfrido Ranucci non gli passava mai la linea e minacciando querela per la vicenda Bellavia. Nella puntata di Report del 18 gennaio, è arrivata la risposta. E non è stata una risposta qualsiasi: Ranucci ha chiuso il programma con un’inchiesta sui finanziamenti pubblici al Teatro Eliseo, proprietà dello stesso Barbareschi, concludendo con una frase durissima: “Dovrebbe restituire otto milioni di euro. Ora Allegro ma non troppo può cominciare”
La smentita punto per punto: “Nessuno ha spiato Barbareschi”
Ranucci ha iniziato affrontando direttamente le accuse mosse da Barbareschi domenica 11 gennaio, quando il conduttore aveva dichiarato che il consulente di Report, Gian Gaetano Bellavia, lo stava “spiando da due anni”. Una ricostruzione che secondo Ranucci nasce da un errore in buona fede, alimentato però da una precisa campagna di stampa.
“Barbareschi si è documentato sui giornali sbagliati, quelli del gruppo Angelucci: Il Giornale, Libero, Il Tempo. Hanno orchestrato una campagna di fango nei confronti di Report e del sottoscritto, strumentalizzando un’avventura che è capitata al nostro Bellavia”, ha spiegato il conduttore.
I bilanci pubblici del Teatro Eliseo: 13 milioni in 5 anni
Ma il punto centrale del discorso di Ranucci non riguarda lo spionaggio — che nega categoricamente — ma i numeri del
Teatro Eliseo. “In quelle carte non c’è nulla di eversivo, se non la lettura dei bilanci dell’Eliseo, teatro tra i più importanti d’Italia di cui lui è proprietario”, ha detto il conduttore.
Report si era già occupato della vicenda nel 2022, quando aveva scoperto che Barbareschi, che era stato parlamentare dal 2008 al 2013 con varie casacche di centrodestra, aveva nel frattempo ottenuto come proprietario del Teatro Eliseo 13 milioni di euro di finanziamenti pubblici in cinque anni.
“Dovrebbe restituire otto milioni di euro”, ha concluso Ranucci, lasciando cadere la frase con la stessa naturalezza con cui si chiude un servizio qualsiasi. Solo che qui non si tratta di un servizio qualsiasi: si parla di fondi pubblici, di un parlamentare che diventa anche beneficiario di quei fondi, e di una cifra — otto milioni — che secondo l’inchiesta di Report dovrebbe tornare nelle casse dello Stato. E poi Ranucci ha aggiunto: “Ora Allegro ma non troppo può cominciare”. Proprio il porgramma di Luca Barbareschi.
(da Fanpage)

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