Destra di Popolo.net

GAZA, IL “BOARD OF PEACE” SOSTITUISCE L’ONU

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

UN MILIARDO PER ENTRARE NEL BOARD DI TRUMP

Un anno fa, proprio in queste ore, si raggiungeva quel primo cessate il fuoco tra Hamas e Israele che – nelle promesse – avrebbe dovuto reggere a lungo. Eravamo a poche ore dall’insediamento di Trump alla Casa Bianca e questo doveva essere l’inizio della “Fase 1”, il preludio necessario a una stabilizzazione che non è mai arrivata, perché la “Fase 2” non è mai nata per volontà di Israele, che ha ripreso i bombardamenti senza guardarsi indietro.
A distanza di un anno a che punto siamo? Non molto lontano da quel punto morto, anzi. A ottobre c’è stata la firma di Sharm el-Sheikh, una parata di nazioni garanti di una tregua che è carta straccia fin dal giorno dopo, violata centinaia di volte dall’esercito israeliano che oggi continua a occupare militarmente oltre il 50% della Striscia di Gaza.
Cos’è il Board of Peace: la fine delle Nazioni Unite
Ma se a Gaza la fase due è un miraggio, altrove sta iniziando davvero. È la “Fase 2” di Trump. Mentre il mondo guarda altrove, si sta insediando il Board of Peace. Non è solo un nome
altisonante, è l’istituzione che nei piani del tycoon va a sostituire integralmente la diplomazia internazionale per come l’abbiamo conosciuta sotto l’egida delle Nazioni Unite. La diplomazia smette di essere un luogo di confronto e diventa un club esclusivo, un privé dove si entra solo su invito del fondatore e previo versamento di un miliardo di dollari.
Lo statuto svelato da Haaretz e l’Emirato di Trump
Le rivelazioni delle ultime ore del quotidiano israeliano Haaretz, che ha avuto accesso allo statuto del Board, sono agghiaccianti. In un passaggio chiave emerge la natura reale del progetto: il presidente e capo assoluto non è Donald Trump in quanto Presidente degli Stati Uniti, ma Donald Trump come persona fisica. È quello che su Scanner abbiamo definito più volte “l’Emirato di Trump nel Mediterraneo”: un territorio sotto la sua giurisdizione personale.
Ha invitato 60 paesi per un triennio. Chi vuole restare in questo cerchio magico deve pagare il biglietto d’ingresso: un miliardo per l’iscrizione a tempo indeterminato. O almeno finché il capo non decide di cacciarti. Perché il Board of Peace non è una democrazia, è una monarchia assoluta dove il Re Sole contemporaneo ha potere di vita e di morte. Può decidere di comprare un territorio, di sequestrare un presidente straniero o di mandare le squadracce – come l’ICE a Minneapolis – a seminare
il terrore nelle città americane.
L’impotenza dell’Europa e i rischi di un conflitto globale
Siamo entrati nel tempo della post-verità, ma quella vera, quella cruda. Un’occupazione internazionale gestita da una singola persona viene chiamata “Tavolo della Pace”. Un presidente che sta letteralmente incendiando il mondo si autodefinisce uomo di pace e riceve persino la medaglia del Nobel dalle mani di Machado. È il ribaltamento totale del senso.
E l’Europa? L’Europa osserva, timida, quasi paralizzata. La risposta sulla questione della Groenlandia è l’emblema della nostra irrilevanza. Trump ha imposto dazi a otto paesi che hanno osato inviare una spedizione militare lassù e nelle capitali europee si balbetta, si prende tempo, mentre la realtà ci passa sopra.
In questi tempi complicati, dove la narrazione divora i fatti e tutto può cambiare di segno in poche ore, forse l’unica cosa che ci resta è aggrapparci alla letteratura, a quel pensiero magico – ma terribilmente lucido – di Gabriel García Márquez. Diceva che è molto più facile iniziare una guerra che chiuderla. Oggi ne stiamo aprendo troppe, di guerre, fronti interni ed esterni che si moltiplicano a vista d’occhio. E la sensazione, guardando le macerie di Gaza e i nuovi statuti di Trump, è che sarà dannatamente difficile chiuderli.
(da Fanpage)

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SI È CONCLUSO IL PRIMO TURNO DELLE ELEZIONI PRESIDENZIALI IN PORTOGALLO. PER ORA IL VINCITORE È IL SOCIALISTA ANTÓNIO JOSÉ SEGURO, CON IL 31,1%; AL SECONDO POSTO ARRIVA IL LEADER DELL’ULTRADESTRA SOVRANISTA, ANDRÉ VENTURA, CON IL 23,5%

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

L’AFFLUENZA ALLE URNE È STATA DEL 52%, LA PIÙ ALTA DEGLI ULTIMI 15 ANNI IN UN’ELEZIONE PRESIDENZIALE. IL BALLOTTAGGIO SARÀ IL PROSSIMO 8 FEBBRAIO

Completato lo scrutinio del 99% delle schede elettorali, si è concluso il primo turno delle elezioni presidenziali in Portogallo. Il vincitore è il socialista António José Seguro, con il 31,1%; al secondo posto arriva il leader dell’ultradestra sovranista, André Ventura, con il 23,5%.
L’affluenza alle urne è stata del 52%, la più alta degli ultimi 15 anni in un’elezione presidenziale. Il ballottaggio sarà il prossimo 8 febbraio. Già verso la mezzanotte, a giochi fatti, i due candidati più votati hanno parlato dalle sedi dei propri comitati elettorali. “I portoghesi hanno dato a noi la leadership della destra nazionale”, ha detto André Ventura nel suo discorso.
“La lotta comincia fra mezz’ora e sarà una lotta dello spazio non socialista contro lo spazio socialista in Portogallo”. António José Seguro, nel ringraziare tutto l’elettorato portoghese e i candidati che non sono passati al secondo turno, ha poi voluto salutare il Portogallo “plurale” e sottolineare la natura indipendente della sua candidatura: “Sono libero e senza lacci. Invito tutte le persone democratiche e umanitarie a unirsi a noi per sconfiggere tutti insieme coloro che seminano odio”
(da agenzie)

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SILVIA SALIS SULLA VICENDA AMT: “SE NON AVESSIMO FATTO NULLA SAREBBE FALLITA”

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

“CHIEDO SCUSA AI GENOVESI PER I DISSERVIZI, ORA I CITTADINI CONOSCONO LA VERITA’, CI HANNO LASCIATO 200 MILIONI DI DEBITI CERTIFICATO DALLA MAGISTRATURA. STIAMO FACENDO SACRIFICI ENORMI PER SALVARE IL TRASPORTO PUBBLICO”

“Lo voglio dire molto chiaramente, se non avessimo chiesto e ottenuto la composizione negoziata della crisi, oggi, Amt, sarebbe fallita, Genova avrebbe il trasporto pubblico fallito”. A parlare, a caldo dopo la notizia dell’istanza della procura per una richiesta di fallimento nei confronti di Amt, è la sindaca di Genova, Silvia Salis, ospite stamani dell’emittente Telenord.
Salis non sminuisce l’allarme che arriva dai pm genovesi, anzi: “Dopo mesi di battutine, commentini, sondagetti, come se fossimo noi a voler amplificare un problema, adesso emerge la verità, e la situazione di un’azienda che ci è stata venduta come un gioiellino è anche peggiore di quella che avevamo presentato noi, non lo dico solo ai genovesi ma anche ai lavoratori di Amt che per mesi sono stati presi dalla giacchetta dal centrodestra che
cercava di minimizzare i problemi”.
“Non mi aspetto delle scuse da parte di chi per mesi ha negato un problema di bilancio e che per anni ha portato avanti una gestione che non si può non definire sconsiderata – continua Salis – ma mi aspetto un’assunzione di responsabilità, adesso ognuno deve fare la sua parte, noi ci siamo presi l’impegno di presentare un piano di ristrutturazione, di avere scelto professionisti di primissimo livello per farlo, e sono ottimista, fiduciosa, ma ognuno deve fare la propria parte”.
La sindaca è consapevole dei disagi cui ogni giorno si trovano di fronte utenti e lavoratori, tra corse saltate, turni scoperti, mezzi fermi in rimessa per mancanza di pezzi di ricambio, e così via: “Chiedo scusa alla città per i disservizi, ma devo chiedere ai genovesi di comprendere il sacrificio che si sta facendo per salvare un’azienda che dà lavoro a migliaia di persone, noi la nostra parte la facciamo, utilizzando 20 milioni di parte corrente dal bilancio, ma poi auspichiamo che la Regione Liguria si assuma le sue responsabilità, e c’è un altro tema, la finanziaria in Italia prevede 700 milioni in meno di quello che servirebbe come base per il funzionamento delle varie aziende di tpl nel Paese, andare avanti così non è pensabile”.
La sindaca Salis rassicura sul fatto che, al momento, l’istanza di fallimento chiesta dalla procura non avrà effetto: “La richiesta della procura è precedente all’accettazione della composizione negoziata della crisi da parte del tribunale – spiega – quindi quel provvedimento che abbiamo tanto voluto, per il quale abbiamo combattuto con tutto il cda e col presidente di Amt è un provvedimento che congela la richiesta di fallimento, per cui è un provvedimento che permette di proteggere l’azienda, di fare un piano di ristrutturazione e quindi di andare avanti”.
(da Genova24)

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SOVRANISTI CIALTRONI: LA PROCURA DI GENOVA HA CHIESTO IL FALLIMENTO DELLA AZIENDA MUNICIPALIZZATA TRASPORTI: I DEBITI SONO DI 200 MILIONI, ALTRO CHE LE PALLE RACCONTATE DALLA GIUNTA PRECEDENTE

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

L’AZIENDA E’ STATA SALVATA GRAZIE A SILVIA SALIS CHE E’ RIUSCITA A OTTENERE LA COMPOSIZIONE NEGOZIATA DELLA CRISI

La procura di Genova ha chiesto il fallimento – o liquidazione giudiziale – dell’azienda di trasporto pubblico Amt a causa di oltre 200 milioni di debiti accumulati nei confronti dei fornitori, delle banche e del fisco.
La notizia, riportata dal SecoloXIX, è arrivata come un terremoto, in questo lunedì 19 gennaio, in settimane già tese per il tpl del capoluogo ligure alle prese con corse tagliate e tanti mezzi fermi in rimessa in attesa di manutenzioni.
L’istanza della procura risale al 9 dicembre scorso (ma solo oggi se ne ha notizia), prima della decisione del giudice Chiara Monteleone di dare il via libera alla composizione negoziata della crisi, una procedura che di fatto mette Amt al riparo delle
istanze dei creditori. L’azione dei pm genovesi, però, è legata a un’istanza di fallimento precedente, avanzata a ottobre da Menarini – un’azienda che produce autobus – e che aspetta da Amt circa 3 milioni di pagamenti.
La richiesta di fallimento della procura è basata su documenti raccolti dai pm negli uffici del Comune di Genova e dell’azienda di trasporto pubblico – nei mesi scorsi c’erano stati anche diversi incontri sia con i vertici della pubblica amministrazione sia con il nuovo management di Amt – e fa emergere un quadro forse anche peggiore di quanto ricostruito fino a oggi: a inizio 2025 si registrano 101 milioni di debiti verso fornitori e comuni azionisti, 56 milioni nei confronti delle banche, 28 milioni di Tfr dipendenti, 9 milioni di debiti verso il fisco e 4 milioni verso le assicurazioni.
Il SecoloXIX parla di un’udienza legata all’istanza di Menarini e quindi della procura fissata per il 12 febbraio, anche se il Comune di Genova e Amt non ne hanno ancora avuto notifica. La giudice fallimentare sarà sempre Chiara Monteleone. La protezione legata alla composizione negoziata della crisi dovrebbe “reggere” ma non avrà durata infinita: lo scudo può durare al massimo quattro + quattro mesi.
Dopodiché dovranno essere messe in atto, e dare i primi frutti, alcune strategie per recuperare liquidità e capitale: dai pre-pensionamenti all’ingresso di nuovi soci. La partita più grossa, naturalmente, è quella che potrà giocare la Regione Liguria.
Commenti e reazioni
Il consigliere regionale Pd Simone D’Angelo attacca: “Per mesi l’ex vicesindaco Piciocchi e la destra, salvo qualche ammissione a intermittenza seguita da rapide ritrattazioni, hanno negato l’evidenza, liquidando come allarmismo ogni tentativo di risanamento e arrivando ad accusare la sindaca Salis di manovre politiche per aver messo in discussione chi ha guidato Amt in questi anni. Oggi è evidente che non si tratta di un imprevisto, ma del conto finale di una gestione che ha rimosso i problemi invece di affrontarli. Va sostenuto il rigore con cui la sindaca Salis sta affrontando una situazione ereditata durissima e quanto sta mettendo in campo per salvare Amt, garantire il trasporto pubblico e difendere i lavoratori. Tutte le istituzioni, Regione inclusa, devono fare la propria parte per sostenere questo lavoro, senza far ricadere sui cittadini la gestione disastrosa degli anni passati. Da Piciocchi e dalla destra, però, continuano a non arrivare risposte. E ora che la Procura è intervenuta, questo silenzio appare ancora più assordante. Le favole sono arrivate al capolinea”, conclude D’Angelo.
(da Genova24)

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L’EMERGENZA MARANZA E’ IL CAPRO ESPIATORIO PERFETTO PER UN PAESE CHE FATICA A CRESCERE E SI IMPOVERISCE

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

L’ASSASSINIO DI ABANOUB YOUSSEF E IL TEMA DEI GIOVANI STRANIERI DI SECONDA GENERAZIONE

.Chissà perché nessuno o quasi ricorda che pure la vittima Abanoub Youssef era figlio di stranieri, ma non aveva coltelli con sé. L’“emergenza maranza” è stata pianificata con attenzione e cura.
Annunciata dai palchi della politica, dagli editorialisti sui quotidiani, dai talk show di Retequattro e dintorni, dalle bestioline sui social e da sondaggi che certificano – bontà loro – una paura costruita ad arte. Mancava solamente l’episodio di cronaca, che puntualmente è arrivato a La Spezia, dove un giovane particolarmente problematico prima che marocchino -. “aveva l’abisso dentro”, ha raccontato una sua ex insegnante – è diventato l’archetipo del nuovo allarme sociale: il giovane di origine straniera – il maranza, per l’appunto – col coltello in mano che presto o tardi ucciderà i nostri figli, per soldi o per gelosia, se non facciamo qualcosa.
Sono sempre le stesse storie, sempre gli stessi pregiudizi: quelli che da piccolo, nella mia piccola città di provincia del nord, sentivo sui figli delle persone di origine meridionale, poi albenese, rumena, ora nord africana. Del resto, per dirla con le parole del sindaco di La Spezia Pierluigi Peracchini, “l’uso del coltello è solo di certe etnie”. Et voilà, ecco che un problema di ordine giovanile, o tutt’a più di ordine sociale, diventa un problema etnico. O, se preferite, razziale.
Nulla che non abbiamo già visto in altre epoche, con altri attori, dicevamo. Di nuovo, rispetto al passato, ci sono due cose.
La prima: che è un’idea che non si sussurra più a bassa voce, premessa dal sempiterno “non sono razzista, ma”. E un’idea che,
ora come ora, è puro senso comune per buona parte della popolazione italiana: gli stranieri delinquono di più perché sono stranieri. E vagli a spiegare che le persone di origine straniera che delinquono in Italia sono lo 0,4% di tutta la popolazione di origine straniera che risiede in Italia, 4 ogni mille. Ti diranno che ci sono 996 eccezioni che confermano la regola. La loro regola.
La seconda: questo non vuol dire che non abbiamo problemi di integrazione dei giovani stranieri, sia chiaro. Ma mi ricordate chi voleva far frequentare loro classi separate perché disturbavano le lezioni? Chi voleva escluderli dalle mense scolastiche e farli mangiare in classe chiedendo loro documenti di difficile reperimento per “dimostrare” che non fossero famiglie nullatenenti o quasi? Chi da sempre prova a sabotare ogni progetto di educazione all’affettività nelle classi e ora se la prende con un giovane che aveva idee distorte (e patriarcali) legala all’affettività? E chi è che fino a ieri spingeva per una legislazione sempre più lasca a proposito di possesso delle armi?
Dura pensarci, se sono loro stessi a urlare fortissimo per la repressione brutale di un’emergenza che – anche ammesso che sia tale – hanno contribuito in larga parte a creare.
Ancora di più se, ovviamente, incolpano la parte avversa, la non destra, con le solite desuete accuse di lassismo e buonismo, come se un buon processo di integrazione peggiori le cose rispetto a una cattiva (o mancata) integrazione.
Per dire: le proposte anti-maranza della Lega – basta ricongiungimenti familiari facili, taglio dei benefici
dell’accoglienza per i ragazzi che commettono reati, rimpatri più efficaci per i minori arrivati in Italia senza parenti – peggioreranno o miglioreranno la situazione, secondo voi? Aumenteranno o diminuiranno il disagio sociale dei giovani di origine straniera?
Acuiranno o mitigheranno in loro la sensazione di sentirsi cittadini di serie b? Sono un modo per prevenire i problemi o per moltiplicarli, per poi poter puntare il dito e urlare ancora più forte?
La realtà è che ciclicamente serve un capro espiatorio, un nemico – possibilmente non votante – su cui scatenare rabbia e ansia sociale che altrimenti, nelle condizioni economiche in cui ci ritroviamo finirebbero per piovere addosso al governo.
E i ragazzini di origine straniera sono il capro espiatorio perfetto per il 2026.
Riusciranno i nostri eroi a cascarci anche questa volta? Le scommesse sono aperte.

(da Fanpage)

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INTERVISTA A SILVIA SALIS: “LA SICUREZZA E’ DI COMPETENZA DEL GOVERNO”

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

“ANCHE A GENOVA C’E’ UNA EMERGENZA SPACCIO, DA TEMPO HO CHIESTO UN INCONTRO CON IL MINISTRO PIANTEDOSI, MAI RICEVUTA RISPOSTA”… “MELONI SBANDIERA 35.000 NUOVE ASSUNZIONI TRA LE FORZE DELL’ORDINE MA NON DICE CHE E’ NON COPRONO NEANCHE IL TURNOVER DI QUELLI ANDATI IN PENSIONE E IL SALDO E’ NEGATIVO”… “A QUALCUNO LA PICCOLA CRIMINALITA’ SERVE PER POTER ATTACCARE I SINDACI DELLE GRANDI CITTA’ CHE CASO STRANO SONO DI CENTROSINISTRA”

“Noi viviamo un dramma di sicurezza e un dramma socio-sanitario”. A parlare è la sindaca di Genova Silvia Salis dopo aver visto i video di Fanpage.it che documentano lo spaccio di droga nei vicoli del centro storico e l’arrivo della droga dall’America Latina nel porto della città ligure. La sindaca (della coalizione di centro-sinistra) racconta la sua città
A Genova sindaca abbiamo visto girare un po’ di droga…
Purtroppo questi sono temi che in una città con un porto così grande e in una regione di confine non stupiscono e ovviamente risalta molto bene nel vostro reportage. Siamo orgogliosi del lavoro delle forze dell’ordine e anche delle nostre dogane, che hanno dei laboratori all’avanguardia e fanno un lavoro preziosissimo. Certo è che il totale disinvestimento a partire dalla finanziaria che sta facendo questo Paese sulla sicurezza e sulle forze dell’ordine, produce dei terribili effetti.
Il comune cosa può fare?
Mettere a disposizione la Polizia Locale che fa un lavoro molto prezioso e che non più tardi di qualche settimana fa ha fatto un paio di operazioni veramente importanti su quello che riguarda lo spaccio del centro storico. Però dobbiamo fare i conti con la difficoltà di un Paese che non espelle: molto spesso chi vende la droga (sono spesso stranieri) viene fermato, viene portato in Questura e poi non viene espulso. Quindi questa è un’ulteriore difficoltà che si aggiunge a quelle che già abbiamo. Infine c’è tutto un tema relativo alla sicurezza legato soprattutto
all’immigrazione irregolare: su questa si nutrono tutte le organizzazioni di spaccio internazionale, vanno ad appesantire la situazione della città e vanno ad aggravare profondamente quella che è ormai l’emergenza della tossicodipendenza. Noi viviamo un dramma di sicurezza e un dramma socio-sanitario: lo spaccio produce chiaramente tossicodipendenti che hanno tutta una serie di tematiche che poi ricadono sulla politica amministrativa
E non dimentichiamo una cosa: il disinvestimento totale mette la polizia locale, che fa un lavoro incredibile ma che avrebbero anche altre funzioni, in condizioni di lavorare male perché non hanno le risorse. Negli ultimi 13 anni in Italia sono scomparse 12.000 unità di Polizia Locale, mentre la Polizia di Stato vive un organico che è in carenza cronica con 11.000 unità sotto quella che è la dotazione di legge. Quindi è inutile che il governo si sgoli dicendo che hanno fatto 35.000 assunzioni, sono abbondantemente sotto il turnover.
Quindi il modo in cui sulla sicurezza vengono lasciati soli i Comuni è sconcertante. Ma se mi permette, bisogna chiedersi come i Comuni possono affrontare questa grande emergenza contando che lo spaccio internazionale impatta profondamente su una città fatta di vicoli e fatta di porto come Genova.
Che risposta si è data?
Io da tempo ho chiesto l’incontro col ministro Piantedosi. Ancora non l’ho incontrato. Si crea però in questo modo un crash comunicativo: l’80-90 per cento delle grandi città in Italia sono amministrate dal centrosinistra. La sicurezza è di competenza del governo. Ma se succede un fatto legato alla sicurezza in una grande città, il governo manda avanti la batteria di destra di tutti i deputati, di tutte le personalità, i comunicatori, i giornalisti che attaccano le amministrazioni di centro-sinistra dicendo che siamo noi che favoriamo questo tipo di fatti. Ricordandosi che sono da 3 anni al governo e i reati di strada sono aumentati.
Credo che ci voglia una presa di coscienza da parte dell’elettorato di destra: nelle pesanti campagne elettorali che hanno fatto per anni sulla sicurezza dicevano che quando sarebbero stati loro al governo le cose sarebbero cambiate drasticamente. Non solo non sono cambiate, ma sono peggiorate. E tutto cade sulla città.
Cosa si fa a Genova per i giovani o non giovani che sono dipendenti dalle sostanze stupefacenti?
Stiamo riorganizzando il sistema socio-sanitario con dei progetti di comunità che innanzitutto servono a intercettare i giovani e a dargli un’altra opportunità. In questo modo permettiamo ai giovani di essere inclusi in un gruppo e così facendo si tolgono dalla strada. Spesso questi ragazzi sono lì perché sentono di non avere un’alternativa. Poi, come detto prima, c’è tutto il problema
legato all’immigrazione clandestina e i minori non accompagnati.
Come arrivano a Genova i minori non accompagnati?
Arrivano in tanti modi. Sono responsabilità diretta del sindaco e spesso sono dei ragazzini di 16-17 anni che non hanno voglia di stare in una comunità. Quindi è tutto veramente complesso. Noi aspettiamo ancora milioni, abbiamo dei buchi in bilancio che dobbiamo coprire. I soldi ci arrivano anni dopo a rate. Siamo in credito – così come tutti i comuni – con il governo.
A Genova le problematiche stanno nella zona centralissima della città, non quindi nelle periferie più abbandonate. Come la spieghiamo questa dinamica?
È una città che si è sviluppata intorno al suo porto. Il centro storico, storicamente, è uno dei più grandi e più antichi d’Europa: è nato vicino al porto perché è il cuore pulsante non solo dell’economia, ma anche degli scambi nazionali e internazionali della città. Quindi è una città che ha la sua parte più complessa in centro e anche questo è un grosso problema.Sto studiando una serie di piani per un’urbanistica diversa per far sì che il centro storico sia abitato, sia vissuto, sia ripopolato da gioventù. Così migliora anche il tema sicurezza. E comunque non c’è solo il centro storico, ci sono tante altre aree di Genova che sono in grande difficoltà. Sono aree periferiche, come Sanpierdarena e tutti i quartieri popolari. Abbiamo chiesto a Piantedosi di
vederci, ma ancora nulla.
Nei vicoli di Genova (oltre alla droga) ci sono commercianti, abitanti e turisti, come il Comune garantisce loro sicurezza?
Con la polizia locale, con l’illuminazione e creare le condizioni perché il turismo si diffonda uniformemente. Le politiche di sicurezza dello Stato non permette che questo lavoro venga fatto in modo efficiente. Avevano promesso il contrario di quello che sta succedendo. L’operazione più disonesta politicamente è far credere che l’effetto negativo sia frutto delle politiche dei sindaci (spesso di sinistra) che ogni mattina si svegliano e hanno la responsabilità penale. Quello che possiamo fare noi è fare delle politiche di ampio respiro, sociali e per il futuro. Come ripopolare le zone più disagiate del centro storico con studentati e con famiglie giovani.
(da Fanpage)

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L’INCREDIBILE LETTERA DI TRUMP ALLA NORVEGIA: “NON MI AVETE DATO IL NOBEL DELLA PACE, NON PENSO PIU’ ALLA PACE”

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

LA LETTERA DEL CRIMINALE PSICOPATICO RIVELATA DA SKY NEWS: “LA DANIMARCA NON HA UN DIRITTO DI PROPRIETA’ SULLA GROENLANDIA”

«La Danimarca non può proteggere quella terra dalla Russia o dalla Cina, e perché mai dovrebbero avere un “diritto di proprietà”? Non ci sono documenti scritti».
Così Donald Trump torna all’attacco sulla Groenlandia e lo fa in una lettera scritta al primo ministro della Norvegia, Jonas Gahr Store. Nel documento – rivelato da Nick Schifrin della Pbs e confermato dal tabloid norvegese Aften Posten – il presidente americano ribadisce l’intenzione degli Stati Uniti di assumere il controllo dell’isola, anche a costo di mettersi contro gli alleati europei: «Sappiamo solo che una barca è approdata lì centinaia di anni fa, ma anche noi avevamo barche che approdavano lì. Ho fatto per la Nato più di chiunque altro fin dalla sua fondazione, e ora la Nato faccia qualcosa per gli Stati Uniti. Il mondo non sarà sicuro se non avremo il controllo totale e completo della Groenlandia. Grazie!».
«Non mi sento più in dovere di pensare alla pace»
Nella lettera indirizzata al primo ministro norvegese, Trump esprime anche tutto il proprio rammarico per non essere stato insignito del Nobel per la Pace 2025. «Considerando che il vostro Paese ha deciso di non darmi il Premio Nobel per la Pace per aver fermato 8 guerre in più», scrive il presidente americano, «non mi sento più in dovere di pensare esclusivamente alla Pace, anche se sarà sempre predominante, ma ora posso pensare a ciò che è buono e giusto per gli Stati Uniti d’America».
(da agenzie)

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DODICI PERSONE CONTROLLANO IL 90% DELLA RICCHEZZA GLOBALE

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

LA RICETTA OXFAM CONTRO LE DISEGUAGLIANZE

La disuguaglianza sta vincendo. Nel mondo dei record finanziari, il 2025 segna una soglia che Oxfam definisce senza precedenti storici. Oltre 3.000 miliardari concentrano oggi una ricchezza netta aggregata pari a 18.300 miliardi di dollari, dopo un incremento annuale di 2.500 miliardi, una cifra quasi equivalente alla ricchezza complessiva detenuta dalla metà più povera dell’umanità, circa 4,1 miliardi di persone. È il quadro tracciato da “Nel baratro della disuguaglianza. Come uscirne e prendersi cura della democrazia”, il nuovo rapporto diffuso dall’organizzazione in apertura del World Economic Forum di Davos, che lega in modo diretto l’accelerazione della concentrazione della ricchezza al deterioramento delle condizioni sociali e alla fragilità crescente delle democrazie a livello globale.
Secondo Oxfam, nel 2025 la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16% in termini reali, a un ritmo triplo rispetto alla media degli ultimi cinque anni, portando l’aumento complessivo rispetto al 2020 all’81%. Da soli, i dodici individui più ricchi del pianeta controllano patrimoni per 2.635 miliardi di dollari, più di quanto possieda la metà più povera della popolazione mondiale. Una concentrazione mai registrata prima, che si produce mentre una persona su quattro nel mondo soffre di insicurezza alimentare e quasi la metà della popolazione globale vive in condizioni di povertà. Il tasso di riduzione della povertà mondiale ristagna da sei anni e la povertà estrema è tornata a crescere in Africa, segnando un’inversione di tendenza rispetto ai progressi degli ultimi decenni. Anche in questo caso la sostenibilità di lungo periodo è considerata fondamentale per garantire un’espansione economica duratura anche per le maggiori economie globali.
Il rapporto sostiene che l’accumulazione di ricchezza estrema non si esaurisce nella sfera economica, ma si traduce in potere politico e capacità di influenza sistemica. Oxfam stima che oggi un miliardario abbia 4.000 volte più probabilità di ricoprire cariche politiche rispetto a un cittadino comune e rileva come sette delle dieci maggiori corporation mediatiche globali abbiano proprietari miliardari, consentendo a pochi attori di esercitare un’influenza sproporzionata sul discorso pubblico. «Siamo letteralmente di fronte alla legge del più ricco che sta portando al fallimento della democrazia: l’estremizzazione delle disuguaglianze corrode il patto di cittadinanza, disintegrando legami sociali, corresponsabilità e fiducia reciproca», afferma Roberto Barbieri, direttore generale di Oxfam Italia.
Nel dossier, Oxfam lega l’ascesa dei grandi patrimoni agli sviluppi politici più recenti, indicando il 2025 come un anno emblematico in cui l’aumento della ricchezza dei miliardari ha coinciso con l’attuazione di politiche favorevoli a un’élitE ristretta. Negli Stati Uniti, sottolinea il rapporto, la riduzione della pressione fiscale sugli ultra-ricchi e l’indebolimento degli sforzi internazionali per una tassazione minima delle grandi multinazionali hanno rafforzato posizioni dominanti e potere monopolistico. Una dinamica che, secondo l’organizzazione, va ben oltre il contesto statunitense e riflette una tendenza globale, con governi che agiscono sempre più spesso in difesa di interessi oligarchici, comprimendo diritti e spazi di dissenso.
Le conseguenze sociali sono descritte in termini netti. Miliardi di persone continuano a fare i conti con povertà, fame e malattie del tutto prevenibili, mentre i tagli agli aiuti internazionali decisi nel 2024 potrebbero causare, nei Paesi più poveri, oltre 14 milioni di morti aggiuntive entro il 2030. La disuguaglianza economica, afferma Oxfam, gioca un ruolo chiave nell’erosione dei diritti civili e politici e crea un terreno favorevole all’autoritarismo. Il rischio di arretramento democratico risulta fino a sette volte più probabile nei Paesi con livelli di disuguaglianza più elevati. Tra il 2004 e il 2024, la quota della popolazione mondiale che vive in autocrazie è aumentata di quasi il 50%, mentre oggi solo tre persone su dieci vivono in sistemi democratici, contro una su due vent’anni fa.
Il rapporto evidenzia anche la scala del divario economico globale. La ricchezza aggregata dei miliardari sarebbe sufficiente
a sradicare la povertà estrema 26 volte e, per la prima volta, il patrimonio individuale di un singolo imprenditore ha superato per un breve periodo i 500 miliardi di dollari. Dati che, secondo Oxfam, mostrano la distanza crescente tra la capacità economica di una ristretta élite e i bisogni fondamentali della popolazione mondiale. «L’influenza sproporzionata che i super-ricchi esercitano sulla politica, sull’economia e sui media ha acuito le disuguaglianze e ci ha allontanato dalla lotta alla povertà», aggiunge Barbieri, avvertendo che nessuno Stato dovrebbe rimanere inerte di fronte a una concentrazione di potere che erode diritti e sicurezza dei cittadini.
Il documento si chiude con un richiamo alla responsabilità dei governi e delle istituzioni internazionali. Per Oxfam, la via d’uscita dal baratro della disuguaglianza esiste, ma richiede riforme fiscali più eque, una regolazione incisiva dei grandi gruppi economici e politiche capaci di ridare valore al lavoro e di rafforzare sistemi di welfare inclusivi. Senza un cambio di rotta, avverte l’organizzazione, l’estrema concentrazione di ricchezza continuerà a minare le basi della democrazia globale.
(da agenzie)

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DOPO CHE TRUMP HA ANNUNCIATO NUOVE TARIFFE COMMERCIALI CONTRO GLI OTTO PAESI CHE HANNO SPEDITO SOLDATI IN GROENLANDIA, MACRON CHIEDE L’ATTIVAZIONE DELLO STRUMENTO ANTICOERCITIVO DELL’UE, L’“OPZIONE NUCLEARE” PER RISPONDERE A PRESSIONI ECONOMICHE DI PAESI TERZI, FINORA MAI UTILIZZATO DA BRUXELLES

Gennaio 19th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO L’ELISEO, “LE MINACCE AMERICANE PONGONO LA QUESTIONE DELLA VALIDITÀ DELL’ACCORDO SULLE TARIFFE CONCLUSO L’ESTATE SCORSA”

Il presidente francese Emmanuel Macron chiederà l’attivazione dello strumento anticoercitivo dell’Ue in caso di nuovi dazi statunitensi. Lo riferiscono fonti informate vicine alla presidenza francese.
Emmanuel Macron è “mobilitato per coordinare la risposta europea alle minacce tariffarie inaccettabili formulate dal presidente Trump”, si apprende dall’entourage del presidente. Le stesse fonti precisano che Macron “sarà tutto il giorno in contatto con i suoi omologhi europei e chiederà, a nome della Francia, l’attivazione dello strumento anticoercitivo”.
Secondo i più stretti collaboratori del presidente, “l’approccio americano pone la questione della validità dell’accordo sulle tariffe concluso l’estate scorsa dall’Unione europea con gli Stati Uniti”.
Il presidente francese Emmanuel Macron chiederà all’Unione europea di valutare l’attivazione dello Strumento Anti-Coercizione, il meccanismo pensato per rispondere a pressioni economiche di Paesi terzi. È un passaggio che segna un cambio di tono nella gestione delle tensioni commerciali: lo strumento esiste dal 2023, ma non è mai stato utilizzato.
L’Anti-Coercizione, noto come Aci, nasce per difendere l’Unione europea da interferenze che colpiscono commercio o investimenti con l’obiettivo di condizionare decisioni politiche.
L’idea di fondo è la deterrenza: rendere credibile una risposta comune per evitare che la coercizione si verifichi. Per questo a Bruxelles viene spesso definito «l’opzione nucleare».
Il meccanismo prevede una procedura in più fasi. Prima, il Consiglio dell’Ue stabilisce se esiste un atto di coercizione, su proposta della Commissione. Poi si apre una fase di dialogo con il Paese coinvolto. Solo se il confronto fallisce, l’Unione può adottare contromisure economiche. Sono pensate come ultima risorsa e devono rispettare criteri di necessità e proporzionalità.
Le misure possibili sono ampie ma mirate. Vanno dalle restrizioni su importazioni ed esportazioni di beni e servizi ai limiti sugli investimenti diretti esteri e sui diritti di proprietà intellettuali.
Possono includere l’esclusione dagli appalti pubblici europei o il blocco dell’accesso al mercato per prodotti regolamentati. L’obiettivo dichiarato è contenere l’impatto sull’economia europea e rendere gli interventi temporanei.Dal punto di vista istituzionale, l’attuazione è affidata alla Commissione, assistita da un comitato degli Stati membri. In casi specifici si ricorre ad atti delegati che coinvolgono anche il Parlamento europeo.

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