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RAPPORTO CARITAS: BOCCIATI BONUS BEBE’, 80 EURO E ASSEGNO DISOCCUPAZIONE

Settembre 16th, 2015 Riccardo Fucile

“NON SONO INTERVENTI DI RILIEVO, IMPATTO QUASI NULLO SULLE SITUAZIONI DI POVERTA’ E DISAGIO”

Il bonus di 80 euro è una misura pensata per i lavoratori a basso salario che aiuta poco le famiglie a basso reddito.
Il bonus bebè andrà  anche ai nuclei non poveri pur costando 200 milioni solo per il primo anno e l’Asdi, l’assegno di disoccupazione introdotto nel Jobs Act, non basta per poter affermare che in Italia ci sia un reddito minimo per contrastare la povertà . Questo dice, in sintesi, il Rapporto 2015 della Caritas Italiana sulle principali misure di politica sociale adottate nell’ultimo anno: “Su questo fronte il Governo Renzi non ha sinora realizzato alcun intervento di rilievo”.
Giudizio negativo anche sulle politiche dei governi precedenti, fautori più che altro di ‘piccoli adattamenti’ per far fronte alla crisi.
Tra questi provvedimenti ‘tampone’ la Social Card, il bonus straordinario una tantum per le famiglie di dipendenti e pensionati. E quelli della crisi sono stati anche gli anni dei tagli ai Fondi nazionali che finanziano le politiche sociali locali, sia per quanto riguarda i servizi che per i contributi monetari.
Il giudizio sulle misure dell’ultimo anno
Secondo i dati del Rapporto, in materia di sostegno al reddito finora l’attuale esecutivo ha confermato “la tradizionale disattenzione della politica italiana nei confronti delle fasce più deboli di popolazione”.
Per quantificare le conseguenze sulla povertà  dei vari provvedimenti la Caritas si è basata sul dataset Silc del 2013, composto da quasi 19mila famiglie, campione sul quale sono stati ricostruiti i sistemi di tassazione e spesa sociale e l’indicatore della situazione economica equivalente.
Chiara la valutazione sulle misure adottate: “Ai poveri viene fornito qualche sollievo, con un complessivo incremento medio di reddito pari al 5,7%, risultato migliore rispetto ai precedenti governi”.
I diversi contributi sin qui introdotti raggiungono una quota limitata delle famiglie in povertà  assoluta (che non hanno accesso a beni essenziali quali alimentazione, casa, educazione, abbigliamento) intorno al 20%.
Nel settore delle politiche sociali, l’unica azione segnalata consiste nel leggero aumento dei fondi nazionali deciso con la legge di stabilità  2015: lo stanziamento complessivo per i tre fondi principali, Fondo Nazionale Politiche Sociali, Fondo
Non Autosufficienze e Fondo Nidi, è salito a 800 milioni rispetto ai 667 del biennio 2014/5.
Siamo lontani dai 1070 milioni destinati agli stessi fondi nel 2008 dal Governo Prodi.
Il bonus per i lavoratori dipendenti
Una misura pensata per i lavoratori a basso salario che aiuta poco le famiglie a basso reddito.
Questo il giudizio sul credito di imposta da 960 euro l’anno (80 euro al mese) riservato ai dipendenti, erogato per la prima volta nel maggio del 2014 e reso permanente nella legge di stabilità  per il 2015. Che dipendendo solo dal reddito individuale, non prende in considerazione — viene sottolineato — la composizione del nucleo o la presenza di familiari a carico.
Vale 960 euro l’anno e ne sono esclusi i redditi inferiori a 8145 euro, a parte alcune eccezioni.
Costa — secondo il rapporto — circa 9.4 miliardi di euro all’anno. Le stime del Governo Renzi parlano di 9,5 miliardi.
Il punto è che alle famiglie povere in senso relativo dovrebbe andare una parte molto modesta di questa cifra: circa un miliardo, il 10.8% dello stanziamento totale.
Alle famiglie povere assolute va una quota di molto inferiore: 186 milioni, il 2% del costo complessivo.
Circa 242mila famiglie su 1,8 milioni in povertà  assoluta (poco più del 10%), ricevono questo bonus e un quarto di quelli in povertà  relativa. Si può essere lavoratori a basso salario ma vivere in un nucleo che, grazie agli altri membri, ha reddito medio o alto. D’altra parte una famiglia è spesso povera proprio perchè in essa il lavoro manca o è raro.
Il bonus bebè
La legge di stabilità  per il 2015 ha introdotto un nuovo bonus, sempre di 80 euro al mese, a favore di ogni bambino nato o adottato dal primo gennaio 2015 alla fine del 2017.
L’assegno dura tre anni ed è riservato alle famiglie con Isee inferiore a 25mila euro. Se l’Isee della famiglia è inferiore a 7mila euro, il bonus raddoppia a 160 euro al mese.
Il costo previsto è di 200 milioni per il primo anno, di oltre 600 nel 2016 e di più di un miliardo nel 2017.
Dovrebbero riceverlo ogni anno circa 330mila bambini su mezzo milione di nascite. Ne rimangono però esclusi tutti i bambini già  nati e almeno una parte delle risorse andrà  a famiglie non povere, un neo in un sistema di welfare privo di una misura generale contro la povertà .
Questa misura è più selettiva, sia per probabilità  di ottenere il bonus che per ripartizione della spesa totale. Un quarto del contributo per i nuovi nati va al 10% più povero delle famiglie.
Il Jobs Act e l’asdi
L’istituto destinato alla tutela del reddito in caso di disoccupazione di lungo periodo, l’assegno di disoccupazione introdotto con il Jobs Act è destinato a chi ha beneficiato della nuova indennità  di disoccupazione (naspi) ma si trova, al termine del periodo di relativa copertura, ancora disoccupato e in condizioni di indigenza.
La durata dell’assegno, che è pari al 75% dell’aspi ma non può superare l’assegno sociale, è di 6 mesi e verrà  erogato fino ad esaurimento del fondo dedicato (200 milioni per ciascun anno nel biennio 2015-2016).
Anche in questo caso non mancano perplessità : “Alcuni aspetti avvicinano l’asdi ad una forma di reddito minimo contro la povertà , ma non è possibile concludere che con questo istituto l’Italia si sia finalmente dotata di un reddito minimo, perchè l’asdi riguarda solo gli ex lavoratori dipendenti e non tocca chi non ha mai lavorato o chi non rispetta determinati requisiti anagrafici”.

Luisiana Gaita
(da “il Fatto Quotidiano”)

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MAGNA GRECIA

Luglio 31st, 2015 Riccardo Fucile

IL SUD CHE AFFOGA TRASCINERA’ TUTTI CON SE’

Nella Repubblica degli indifferenti gli ultimi dati funerei sul Mezzogiorno verranno accolti come il solito rumore di fondo, mentre sono il rumore di un Paese che affonda.
Perchè il Sud che affoga trascinerà  tutti con sè.
È l’equazione dell’assurdo: i mari e i siti archeologici più belli, le intelligenze e i campi più fertili (prima che li concimassero coi rifiuti tossici) producono decrescita infelice peggio che in Grecia, decimazione dei posti di lavoro e adesso persino della popolazione, che ha smesso di fare figli in un impulso inconscio di autodistruzione.
Se non si parla più di secessione è perchè è già  avvenuta nei fatti.
Chi nasce al Sud parte con un handicap da cui ha sempre meno possibilità  di riscattarsi nel corso della sua esistenza, e quasi sempre soltanto andandosene.
Eppure la soluzione ci sarebbe e si chiama Cura Choc.
Cinque anni di trattamento speciale, durante i quali abbattere le tasse a livelli irlandesi per attrarre capitali stranieri.
E trasferire il controllo del territorio dalle mafie allo Stato (non alle mafie di Stato), se è il caso con l’impiego dell’Esercito.
E poi: investimenti pubblici mirati su agricoltura e turismo, e una drastica riforma universitaria anti-clientelare che spazzi via il pulviscolo delle facoltà  che fabbricano disoccupati e concentri ogni risorsa su quattro-cinque atenei, uno per regione, facendone poli di eccellenza.
Un sogno? Basterebbe la volontà  politica.
Basterebbe un premier decisionista alla Renzi, non la sua controfigura che gioca a calcio balilla alle feste dell’Unità  e a scaricabarile quando si tratta di cambiare davvero verso all’Italia.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa”)

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“LASCIA PAGATO A UN BIMBO UN GELATO”

Luglio 27th, 2015 Riccardo Fucile

L’INIZIATIVA DEL COMUNE DI GIUGLIANO PER LE FAMIGLIE IN DIFFICOLTA’

Dopo il caffè sospeso arriva il gelato sospeso: la prima gelateria che aderisce all’iniziativa si trova al Corso Campano di Giugliano, in provincia di Napoli.
Così come prevede l’antica tradizione partenopea per il caffè, anche per il gelato ora è possibile consumarne uno e lasciarne un altro pagato per qualcuno in difficoltà .
“Adesso con il gelato si può fare lo stesso – raccontano il consigliere regionale della Campania Francesco Emilio Borrelli e il conduttore radiofonico Gianni Simioli – prendi un gelato e ne paghi due; il secondo sarà  per la prima famiglia in difficoltà  economica che entrerà  nel negozio chiedendo se c’è un gelato in sospeso”.
La Gelateria Gelè, fanno sapere Borrelli e Simioli, – è la prima che aderisce all’iniziativa nazionale dell’Associazione Salvamamme “Lascia pagato a un bimbo un gelato”.
L’idea è stata lanciata dal sito Salvamamme.it: inizierà  il 31 luglio e terminerà  il 31 agosto.
Le gelaterie aderenti predisporranno un vaso trasparente nel quale chi vuole, può mettere l’offerta per i gelati “sospesi”.
La gelateria, poi, emetterà  regolarmente lo scontrino al momento della consegna del gelato alla famiglia che lo richiederà .

(da “Huffingtonpost“)

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OLTRE SETTE MILIONI DI POVERI IN ITALIA, QUATTRO IN POVERTA’ ASSOLUTA

Luglio 15th, 2015 Riccardo Fucile

AL SUD IL DOPPIO DEL NORD

Dopo due anni di aumento, nel 2014 l’incidenza della povertà  assoluta in Italia si mantiene sostanzialmente stabile.
Lo rileva l’Istat nell’indagine sulla spesa delle famiglie, da cui emerge che sono più di 7 milioni, nel 2014, gli Italiani poveri. Di questi oltre 4 milioni vivono in condizioni di povertà  assoluta: sono i più poveri tra i poveri, non possono permettersi di acquistare il minimo indispensabile per vivere.
Nel Mezzogiorno la povertà  assoluta rimane quasi doppia rispetto al resto del paese, soprattutto nei piccoli comuni.
OLTRE 4 MILIONI DI PERSONE IN POVERTà€ ASSOLUTA.
Nel 2014, 1 milione e 470 mila famiglie (il 5,7% di quelle residenti) è in condizione di povertà  assoluta, per un totale di 4 milioni e 102 mila persone (6,8% della popolazione residente).
La povertà  assoluta è sostanzialmente stabile anche sul territorio, si attesta al 4,2% al Nord, al 4,8% al Centro e all’8,6% nel Mezzogiorno.
Migliora la situazione delle coppie con figli (tra quelle che ne hanno due l’incidenza di povertà  assoluta passa dall’8,6% al 5,9%), e delle famiglie con a capo una persona tra i 45 e i 54 anni (dal 7,4% al 6%); la povertà  assoluta diminuisce anche tra le famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione (dal 23,7% al 16,2%), a seguito del fatto che più spesso, rispetto al 2013, queste famiglie hanno al proprio interno occupati o ritirati dal lavoro.
Nonostante il calo (dal 12,1 al 9,2%), la povertà  assoluta rimane quasi doppia nei piccoli comuni del Mezzogiorno rispetto a quella rilevata nelle aree metropolitane della stessa ripartizione (5,8%).
Il contrario accade al Nord, dove la povertà  assoluta è più elevata nelle aree metropolitane (7,4%) rispetto ai restanti comuni (3,2% tra i grandi, 3,9% tra i piccoli). Tra le famiglie con stranieri la povertà  assoluta è più diffusa che nelle famiglie composte solamente da italiani: dal 4,3% di queste ultime (in leggero miglioramento rispetto al 5,1% del 2013) al 12,9% per le famiglie miste fino al 23,4% per quelle composte da soli stranieri.
Al Nord e al Centro la povertà  tra le famiglie di stranieri è di oltre 6 volte superiore a quella delle famiglie di soli italiani, nel Mezzogiorno è circa tripla.
L’incidenza di povertà  assoluta scende all’aumentare del titolo di studio: se la persona di riferimento è almeno diplomata, l’incidenza (3,2%) è quasi un terzo di quella rilevata per chi ha la licenza elementare (8,4%). Inoltre, la povertà  assoluta riguarda in misura marginale le famiglie con a capo imprenditori, liberi professionisti o dirigenti (l’incidenza è inferiore al 2%), si mantiene al di sotto della media tra le famiglie di ritirati dal lavoro (4,4%), sale al 9,7% tra le famiglie di operai per raggiungere il valore massimo tra quelle con persona di riferimento in cerca di occupazione (16,2%).
OLTRE 7 MILIONI DI PERSONE IN POVERTà€ RELATIVA.
Come quella assoluta, la povertà  relativa risulta stabile e coinvolge, nel 2014, il 10,3% delle famiglie e il 12,9% delle persone residenti, per un totale di 2 milioni 654 mila famiglie e 7 milioni 815 mila persone.
Anche per la povertà  relativa si conferma la stabilità , rispetto all’anno precedente, rilevata per la povertà  assoluta nelle ripartizioni geografiche e il miglioramento della condizione delle famiglie con a capo una persona in cerca di occupazione (l’incidenza della povertà  relativa passa dal 32,3% al 23,9%) o residenti nei piccoli comuni del Mezzogiorno (dal 25,8% al 23,7%); in quest’ultimo caso il miglioramento si contrappone al leggero peggioramento registrato nei grandi comuni rispetto all’anno precedente (dal 16,3% al 19,8%).
Il Codacons vede nei dati “una sconfitta per l’Italia”, perchè “i numeri dell’Istat ci dicono che non si è verificato alcun miglioramento sul fronte della povertà  nel nostro paese, e chi era povero negli anni precedenti lo è rimasto anche nel corso del 2014 – spiega il presidente Carlo Rienzi -Il numero di cittadini in stato di disagio economico era e rimane abnorme (4 milioni e 102 mila persone), e rappresenta una vergogna per un paese civile”.
L’Unione nazionale consumatori chiede al Governo di “estendere il bonus di 80 euro anche agli incapienti o di valutare un reddito minimo garantito per questi poveri”.

(da “Huffingtonpost“)

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BRASILE, COSI’ IL PIANO “FAME ZERO” DI LULA HA DIMEZZATO LA POPOLAZIONE MALNUTRITA

Luglio 11th, 2015 Riccardo Fucile

SUSSIDI ALLE FAMIGLIE POVERE A CONDIZIONE CHE I FIGLI VENGANO VACCINATI E MANDATI A SCUOLA… PER OGNI REAL SPESO IL RITORNO E’ DI 1,78

Partiamo doverosamente dai numeri.
Le cifre giustificano l’orgoglio con cui l’ex presidente brasiliano Luiz Inacio Lula da Silva lo scorso 6 giugno ha illustrato ai delegati della Fao, l’organizzazione delle nazioni unite per l’alimentazione e l’agricoltura, i risultati del programma “fome zero”, lanciato nel 2003 per combattere malnutrizione e povertà  nel paese sudamericano.
Tutti gli indicatori evidenziano un miglioramento: la quota di popolazione malnutrita si è più che dimezzata rispetto al 10,7% del 2002 (fonte la stessa Fao) e la mortalità  infantile è scesa da 28 bambini su mille a 18 su mille.
Dal 2003 l’indice di povertà , cioè la quota di popolazione che guadagna meno di 2 dollari al giorno, è crollato dal 24 al 10% e contemporaneamente l’indice di Gini che misura, su una scala da 1 a 0, l’intensità  delle diseguaglianze, è sceso da 0,59 a 0,52.
Qualunque indicatore si utilizzi, si tratti dell’aspettativa di vita, delle deficienze caloriche o dell’accesso a elettricità  e acqua potabile, il progresso è evidente.
Detto più semplicemente, in un decennio oltre 20 milioni di brasiliani sono stati strappati alla povertà .
I risultati sono ancor più degni di nota se si considera che storicamente il fenomeno povertà  in Brasile è strutturale e quindi particolarmente pernicioso: non dipende dagli alti e bassi della congiuntura economica ma piuttosto da salari da sempre bassissimi che sono alla base delle fortissime diseguaglianze.
Negli otto anni di presidenza Lula i salari minimi sono cresciuti di oltre il 130% in termini nominali, ossia anche per effetto dell’inflazione.
La lotta alla fame e alla povertà  è stata uno dei punti centrali della presidenza di Lula sin dal primo giorno del suo mandato.
Nel discorso di insediamento del gennaio 2003 l’ex presidente lo mise subito in chiaro: “Se alla fine del mio mandato ogni brasiliano sarà  in grado di mettere insieme colazione, pranzo e cena avrò realizzato la missione della mia vita”.
Poco dopo il nuovo governo avviava il progetto “Fome zero”, una serie di misure per alleviare il disagio dei 44 milioni di brasiliani in situazione di grave indigenza, il più ampio programma di assistenza a livello globale.
La parte più nota del progetto è “bolsa familia” ossia l’erogazione di sussidi in contanti alle famiglie povere con figli a condizione che i bambini vengano vaccinati, sottoposti a periodici controlli medici e mandati regolarmente a scuola.
Ogni famiglia con reddito sotto i 140 real al mese (circa 80 euro) riceve 32 real per ogni figlio fino a un massimo di 5.
Come ricorda Vito Cistulli, senior policy officer della Fao, “le chiavi del successo del programma brasiliano sono state l’offerta di una copertura il più ampia possibile, la stretta condizionalità  a cui è subordinata l’erogazione dei sussidi e l’idea di investire sullo sviluppo del capitale umano”.
Da questo punto di vista, valutare i risultati nel lungo termine è molto complesso ma la strada è quella giusta.
“Secondo alcuni studi per ogni real speso in questi programmi il ritorno per l’economia del paese è di 1,78 real”. Il programma è insomma la risposta corretta al finto quesito se quando qualcuno ha fame sia meglio dargli un pesce o insegnarli a pescare. Entrambe le cose, prima si fa fronte alle esigenze immediate e solo dopo si può cercare di sviluppare una capacità  di sussistenza autonoma.
“Un altro punto di forza del caso brasiliano”, prosegue Cistulli, “è stata la continuità  delle politiche di sostegno che ha caratterizzato gli ultimi governi, al di là  del loro colore politico”.
Il governo Lula non partiva infatti da zero.
Una serie di programmi di sostegno erano già  stati avviati dal precedente presidente Fernando Henrique Cardoso, di orientamento più liberale.
Buona parte di questi interventi è stata inglobata nel più ampio piano di Lula che ha avuto il merito di razionalizzare i diversi progetti e migliorarne il coordinamento. Anche i rapporti tra governo centrale e strutture locali sono stati resi più efficienti e fluidi, migliorando la gestione delle risorse.
Si è anche tentato, con un certo successo, di sviluppare una responsabilità  sociale delle imprese private, coinvolgendo nel progetto “fome zero” colossi come Unilever o Ford e diverse catene di supermercati. E si è fatto anche altro.
“Un progetto complementare molto importante”, ricorda Vito Cistulli, “è il programma in cui le istituzioni locali si impegnano ad acquistare prodotti alimentari dai piccoli produttori delle aree rurali creando uno sbocco di mercato in aree molto povere”.
Circa 140mila famiglie sono già  state coinvolte. Per caratteristiche geografiche e fisiche il Brasile non è certo Paese incapace di assicurare un’adeguata offerta alimentare ai suoi 202 milioni di abitanti.
Ma la bassa domanda di viveri dovuta alla povertà  ha spesso frenato gli investimenti, piccoli e grandi, per aumentare la produttività  delle coltivazioni.
Nel corso degli anni la spesa per le politiche sociali è progressivamente aumentata. Solo il programma “bolsa familia” è passato da una dotazione di 2,4 miliardi di real del 2002 (circa 620 milioni di euro) agli attuali 13 miliardi (3,7 miliardi di euro).
In anni di forte crescita è stato relativamente semplice ma ci si chiede se questi programmi siano sostenibili anche in una fase di rallentamento come quella che sta vivendo ora il paese.
Cistulli è però ottimista: “Fome zero incide per una quota estremamente limitata sul totale della spesa pubblica brasiliana, non si arriva neppure all’1%.
La sola ‘bolsa familia’ vale appena lo 0,5% del Pil. Gli interventi sono pertanto sostenibili senza grandi difficoltà  anche in fasi economiche non particolarmente brillanti”.
L’esperienza brasiliana è ormai guardata come un punto di riferimento nelle politiche di lotta alla povertà  e diversi paesi stanno tentando di replicarla.
Ma quali sono le condizioni fondamentali perchè i piani ottengano i risultati sperati? Per Cistulli “innanzitutto un impegno continuativo da parte dei governi che si avvicendano. Poi una copertura degli interventi il più possibile estesa che deve essere però accompagnata da un efficiente apparato amministrativo per individuare con precisione i destinatari. Infine è importante il coordinamento degli interventi”.
Cistulli ricorda come in Africa questi ultimi due elementi spesso lascino a desiderare. “Contrariamente a quanto accade in Brasile, nei paesi africani questi programmi sono spesso finanziati da donatori, con carenze sul fronte del coordinamento. Mancano poi le strutture amministrative in grado di gestire un programma articolato e individuare in modo sufficientemente preciso i destinatari degli aiuti. Quello che andrebbe ripreso dell’esperienza brasiliana — conclude — sono proprio il modello istituzionale e l’organizzazione in grado di implementare i programmi in modo efficace. L’aspetto economico può essere superato dai minori costi di un’amministrazione più efficiente”.

Mauro Del Corno
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IL BAMBINO CHE STUDIAVA ALLA LUCE DEL LAMPIONE ORA VA A SCUOLA

Luglio 10th, 2015 Riccardo Fucile

MIGLIAIA DI DONAZIONI PERMETTONO A DANIEL DI REALIZZARE IL SUO SOGNO

La foto di Daniel che studia sotto alla luce di un lampione ha girato il mondo e commosso milioni di persone.
La sera del 23 giugno Joyce Gilos Torrefranca, una studentessa dell’università  di Cebu, l’aveva fotografato e messo su Facebook con la didascalia: “Un bambino mi ha ispirata”.
Il bambino a casa non aveva l’energia elettrica e pur di studiare si era adattato a farlo per strada.
Ed ora lo rivediamo, sempre alle prese coi libri, ma seduto comodamente a un banco di scuola della città  di Mandaje.
Daniel ha ricevuto abbastanza donazioni per realizzare il suo sogno: studiare per indossare un giorno l’uniforme della polizia.
La madre ha reso noto che gli è stata affidata anche una borsa di studio universitaria.

(da “La Repubblica”)

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EMMA BONINO: “SU ROM E PROFUGHI IN EUROPA CI PRENDONO PER ISTERICI”

Giugno 13th, 2015 Riccardo Fucile

“LA VERA EMERGENZA IN ITALIA E’ LA CORRUZIONE”

“Chiudiamo i campi rom con il cervello non con le ruspe”, così il consigliere capitolino dei radicali Riccardo Magi presenta le due delibere di iniziativa popolare per riformare il sistema dell’accoglienza a Roma.
La raccolta firme per proporle in Campidogolio sarà  attiva già  dal pomeriggio. “Spendiamo 25 milioni di euro per non integrare i Rom, 3 mila euro a famiglia per campi e centri d’accoglienza fatiscenti, criminalità  politica e organizzata hanno creato lo status quo, serve una risposta seria, un percorso di integrazione attraverso bonus casa e lavoro”, spiega Magi.
“I Rom a Roma sono 1200 su una popolazione di 3 milioni di persone, un peso irrilevante rispetto ad altre città  europee, è il nostro sistema ad essere inefficiente: proponiamo un monitoraggio, non più grandi strutture ma piccoli centri per effettuare un maggiore controllo”, aggiunge.
”Poco o niente di questo fiume di denaro pubblico finisce nelle tasche dei Rom, il senso comune dice “si specula sui rom”? Eliminare i rom? Non accogliere più i profughi? Soluzioni da un minuto di gloria, ma questo è un fenomeno strutturale non un’emergenza, è il peso della corruzione che va eliminato”, dice Emma Bonino.
“In Europa ci prendono per isterici, le cifre parlano chiaro, i numeri degli arrivi sono identici all’anno scorso, serve un percorso meno popolare e difficile di integrazione democratica”

Irene Buscemi
(da “il Fatto Quotidiano”)

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BOERI: “IN 6 ANNI I POVERI CRESCIUTI DA 11 A 15 MILIONI, NON ERA INEVITABILE”

Maggio 19th, 2015 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE DELL’INPS: “DAL 2008 LE FAMIGLIE INDIGENTI SONO PASSATE DAL 18% AL 25% DEL TOTALE”… “SUBITO UN REDDITO MINIMO ALMENO PER GLI OVER 55”

Un aumento di un terzo in sei anni. Le famiglie italiane che vivono sotto la soglia di povertà  sono passate, durante la crisi, dal 18 al 25% del totale.
E le persone coinvolte, che erano 11 milioni, sono salite a 15 milioni.
Lo ha detto Tito Boeri, presidente dell’Inps, in audizione in commissione Affari sociali alla Camera.
“È la povertà  il nodo centrale” per l’Italia, ha avvertito l’economista.
“Il 10% più povero nella distribuzione dei redditi ha subito una riduzione del 27% del proprio reddito disponibile, mentre il 10% più ricco della popolazione ha subito una riduzione del 5%”.
Quanto al ceto medio, “ha subito una riduzione del reddito del 5%”.
A conti fatti, dunque, “i costi della crisi sono sulle persone più povere del Paese”. E sulle più deboli, considerato che la crescita della povertà  ha riguardato soprattutto la fascia dai 55 ai 65 anni, i giovani e le famiglie con figli.
Per altro questo declino, ha attaccato Boeri, “non era inevitabile. Altri Paesi che hanno conosciuto crisi di entità  comparabile alla nostra”.
Qual è il problema, allora? “Noi non abbiamo un sistema di prestazione sociale di trasferimenti alle famiglie che sia in grado di contrastare la povertà ”.
Oggi infatti solo il 3% delle prestazioni sociali erogate in Italia va al 10% più povero della popolazione.
Il quadro italiano degli interventi a favore delle fasce deboli è pessimo: “Gli strumenti di contrasto alla povertà  necessitano di una efficiente amministrazione delle politiche del lavoro e delle politiche attive: oggi questa capacità  in Italia non esiste, in molte regioni non c’è”.
Dopo i dati, la ricetta.
Quella che il cofondatore di lavoce.info ha già  proposto più volte: “Le misure di contrasto alla povertà ”, a partire da quelle per la fascia 55-65 anni perchè “dai 55 anni in su è possibile creare delle misure con le risorse di cui già  oggi l’istituto dispone” e senza che ci siano rischi di “azzardo morale” (cioè accesso al beneficio da parte di chi non ne ha diritto) dato che a quell’età  quando si perde il lavoro lo si ritrova solo nel 10% dei casi.
Questo intervento “non vuole opporsi o essere in contraddizione con quelli di cui necessita la fascia d’età  più giovane”, ha spiegato l’economista.
Anzi, “l’auspicio è che il governo, supportato dal Parlamento, affronti questo problema. A quel punto davvero si potrebbe avere un sistema di reddito minimo che supporti l’intera popolazione italiana”.

(da “il Fatto Quotidiano“)

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NOVE MILIONI DI “ESCLUSI” IN ITALIA, CON LA CRISI SONO AUMENTATI DI DUE MILIONI

Aprile 26th, 2015 Riccardo Fucile

DISEGUAGLIANZE E CITTADINI SENZA GARANZIE, LA RICERCA DELLA FONDAZIONE HUME… 4,7 MILIONI SONO AL SUD

Il quarto Stato della Francia pre-rivoluzionaria c’è anche nell’Italia del XXI secolo.
A cambiare è solo la definizione: oggi si chiama Terza società  ed è composta da nove milioni di italiani (spiccano i giovani e le donne) “esclusi“, che non lavorano o lo fanno in nero, senza alcuna garanzia.
Tutti insieme rappresentano il 29,7% delle forze di lavoro e in più della metà  dei casi vivono nel Mezzogiorno.
Secondo la ponderosa ricerca sulla disuguaglianza della Fondazione David Hume anticipata da Il Sole 24 Ore, è l’aumento del loro peso percentuale sul totale dei cittadini, andato di pari passo con l’allargarsi dello storico divario Nord-Sud, che ha determinato l’aumento della disparità  tra ricchi e poveri nella Penisola durante gli anni della crisi.
Dal 1993 in Italia il grado di disuguaglianza, misurato con l’indicatore più attendibile che è il cosiddetto “coefficiente di Gini“, oscilla intorno a un valore di 0,33, più basso rispetto alla media dei Paesi Ocse e inferiore a quello del 1973, quando si attestava a 0,37.
Tuttavia durante la recessione si è registrato un andamento “a V”: dopo essere calato intorno al 2008-2009, in seguito l’indice è tornato a salire.
“Come se la crisi avesse prima penalizzato e poi premiato i ricchi”, chiosa Il Sole. Non solo: la distribuzione della ricchezza tra Nord e Mezzogiorno si è ulteriormente divaricata soprattutto a causa dell’aumento dell’indice di Gini interno alle regioni del Sud
Nel frattempo, appunto, è aumentata in modo esponenziale la consistenza della “Terza società ”: nel 2006 gli outsider senza diritti acquisiti e senza un’occupazione stabile erano poco più di 7 milioni, il 24,7% delle forze di lavoro, nel 2009 erano saliti a 7,6 e nel 2012 hanno superato quota 8 milioni.
Poi l’ulteriore boom, che ha portato il numero complessivo a 8,99 milioni di cui 3,2 milioni di occupati in nero, 2,9 milioni che non cercano attivamente lavoro e 2,8 milioni di disoccupati in cerca di un posto.
Il rapporto paragona il loro peso percentuale con quello degli altri Paesi Ocse, arrivando alla conclusione che è il quinto più alto dopo quelli di Grecia, Croazia, Spagna e Bulgaria.
La media Ocse si ferma al 17,2%, quella dell’Unione europea è al 20,2.
Dopo lo scoppio della crisi il fenomeno dell’arricchimento progressivo del cosiddetto 1%, si è verificato nella maggior parte delle economie avanzate, a partire dagli Stati Uniti.
Dove la distribuzione non è peggiorata in modo significativo a partire dal 2009, ma il reddito del top 1% della popolazione è passato dal 16,68% del totale al 17,54 per cento.
Nello stesso periodo il 10% più agiato è passato dall’avere il 45,47% della ricchezza al 47,01 per cento.
Sul fronte opposto, i cittadini Usa considerati “poveri” dall’U.s. Census Bureau hanno toccato, nel 2013, quota 45,3 milioni. Prima del 2009 il “muro” dei 40 milioni non era mai stato superato.
In generale, la disuguaglianza all’interno dei singoli Paesi mostra un forte incremento a partire dal 1982, anche in seguito al boom di Cina e India che hanno visto formarsi per la prima volta una classe media e un drappello di super ricchi.
Ma anche lasciando fuori Pechino e Nuova Delhi l’indice mostra un rialzo a metà  anni ’90, per poi mantenersi stabile.
Difficile però dare un giudizio complessivo, perchè le diverse aree del mondo hanno sperimentato dinamiche molto diverse: in Russia e negli altri Paesi dell’ex blocco comunista la disuguaglianza ha fatto un balzo all’insù dopo la caduta dell’Urss, passando da un Gini poco superiore a 0,2 a un picco dello 0,38 a fine anni Novanta, per poi assestarsi a 0,35.
Cina e India hanno fatto registrare, sempre a partire dagli anni Novanta, un aumento dei divari fortissimo ma più graduale.
Mentre il “blocco” dell’Europa occidentale e quello statunitense hanno visto le disparità  salire in modo più misurato ma costante.
Al contrario, l’America Latina e la maggior parte dei Paesi africani hanno messo a segno un calo dell’indice dalla fine del secolo scorso in avanti.
Il verdetto è più chiaro se si allarga lo sguardo alle disuguaglianze tra Paesi. Soprattutto, anche qui, per effetto delle eccezionali performance economiche cinesi e indiana, a partire dal 1980 il divario tra i cittadini del globo ha iniziato a scendere, a ritmo sempre più veloce a partire dal 2000.
Nel 2012, il valore dell’indice di Gini era a 0,45, contro lo 0,57 del 1980. Anche escludendo India e Cina, peraltro, la tendenza resta la stessa, anche se meno marcata. Un esito a cui ha contribuito pure il parallelo rallentamento delle economie avanzate. Nel complesso, dunque, il pianeta risulta un po’ meno “disuguale”.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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