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PENSIONE A 67 ANNI? LA BOMBA PREVIDENZIALE SCOPPIERA’ COMUNQUE IN FACCIA AI PRECARI

Ottobre 25th, 2011 Riccardo Fucile

WALTER PASSERINI NEL SUO LIBRO “SENZA PENSIONI” SPIEGA PERCHE’ IL DECRETO SVILUPPO E’ TARDIVO E INEFFICACE

Walter Passerini, autore con Ignazio Marino del libro “Senza pensioni”, racconta perchè il provvedimento pensato da Berlusconi per il decreto sviluppo è tardivo e poco efficace.
“I governi di centrodestra hanno fatto il gioco del cerino e intanto ci raccontavano favole”.
Se non si agevola l’ingresso al lavoro dei giovani e delle donne, una “generazione sprecata” è condannata a una vecchiaia di poverta.
Nel suo libro descrive un futuro, neppure troppo lontano, in cui i giovani del lavoro nero e del precariato spinto compiranno 65 anni e da lì in poi sbarcheranno il lunario con l’assegno sociale, poco più di 300 euro al mese.
Insomma, saranno tecnicamente poveri.
E molti altri, che i contributi li avranno regolarmente versati, almeno in parte, rimedieranno pensioni neppure lontanamente paragonabili a quelle dei loro genitori.
La povertà  sarà  uno spettro anche per loro a causa del passaggio dal sistema retributivo (pensione calcolata in base agli ultimi stipendi) al sistema contributivo (pensione legata ai contributi realmente versati durante la vita professionale), combinato con la crescente precarietà  del lavoro e la mancanza di crescita economica.
Per questo Walter Passerini, autore insieme a Ignazio Marino di Senza Pensioni. Tutto quello che dovete sapere sul vostro futuro e che nessuno osa raccontarvi (Chiarelettere 2011, 13,90 euro), accoglie con un certo sarcarsmo la proposta di Silvio Berlusconi sull’innalzamento da 65 a 67 anni dell’età  pensionabile.
“Doveva essere fatto almeno cinque anni fa, invece ci dicevano che andava tutto bene. Dopo tutte le favole che ci hanno raccontato, ora scoprono che bisogna intervenire sulle pensioni”, ironizza Passerini, giornalista economico, fondatore di Corriere Lavoro nei primi anni Novanta e oggi responsabile di “Tuttolavoro”, inserto della Stampa.
“Certo che l’età  per le pensioni di vecchiaia va alzata, anche per ragioni demografiche”, continua Passerini, “ma attraverso un processo graduale. Bisogna però mettersi in testa che con le pensioni non si può fare cassa per tamponare il debito pubblico. Quello che è accaduto alle donne dipendenti del pubblico impiego, che con la manovra estiva hanno visto l’età  pensionabile alzarsi da un giorno all’altro da 60 a 65 anni, è vergognoso”.
Il colpo che Berlusconi intende sfoderare davanti ai partner europei, insomma, ha le polveri bagnate.
Un provvedimento da un lato tardivo e dall’altro incompleto, a maggior ragione se l’intento è innescare sviluppo economico.
“In Italia, il dibattito politico sulle pensioni si concentra sempre sulle uscite, mai sulle entrate”.
Maggiori risorse possono essere raccolte “colpendo l’evasione contributiva”, ma ancora di più “agevolando l’ingresso nel mondo del lavoro dei giovani e delle donne”.
Se no, dice ancora Passerini, “continuiamo a tappare i buchi, ma non mettiamo più acqua nella vasca. E non usciamo dal paradosso che oggi a pagare le pensioni di chi ha smesso di lavorare sono i precari e gli immigrati”.
Rischiano, e molto, anche le pensioni di anzianità , legate agli anni di contributi versati (e anche queste già  ampiamente riformate negli ultimi anni).
Sono una particolarità  italiana rispetto all’Europa, ma attenzione, ricorda Passerini, “riguardano persone che hanno inziato a lavorare a quindici anni, magari con lunghi periodi di nero, che oggi diventano il capro espiatorio dell’irresponsabilità  di un’intera classe politica”.
Irresponsabilità  politica, altro tema ricorrente nel libro di Passerini e Marino (quest’ultimo giornalista di Italia Oggi specializzato in previdenza).
“Mentre i governi di centrosinistra hanno fatto interventi seri, penso soprattutto alla riforma Dini del 1995″, spiega Passerini, “quelli di centrodestra hanno spostato il cerino sempre più in là , hanno nascosto la polvere sotto il tappeto. Il problema è che chi tocca le pensioni perde consenso. Ma credo che ormai questo governo non abbia la credibilità  per fare una riforma vera”.
Intanto la “bomba previdenziale” resta innescata, e in mancanza di interventi strutturali seri scoppierà  in faccia a quella che in Senza Pensioni è definita “una generazione di sprecati”.

Mario Portanova

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IL CENSIMENTO DEGLI HOMELESS, CIRCA 60.000 IN ITALIA

Ottobre 16th, 2011 Riccardo Fucile

MAPPATI SERVIZI E PERSONE…SI CHIAMA “DAI UN VOLTO AGLI INVISIBILI” LA RICERCA PROMOSSA DA ISTAT, CARITAS E MINISTERO PER CAPIRE QUANTO SONO I SENZA FISSA DIMORA NEL NOSTRO PAESE

Mentre gli italiani compilano il questionario del Censimento 2011, c’è una parte della popolazione che rischia di rimanere invisibile.
Sono i senza fissa dimora, quelli che un’abitazione non ce l’hanno e che difficilmente potranno compilare il modulo Istat.
Per capire quanti sono però è già  partita la ricerca “Dai un nome agli invisibili”, uno studio sulla grave emarginazione promosso da ministero del Lavoro e delle politiche sociali, Caritas, Istat e Fiopsd (Federazione italiana organismi per le persone senza dimora).
Gli ultimi dati ufficiali sugli homeless italiani risalgono al 1999, quando la Fondazione Zancan di Padova (su richiesta della Commissione d’indagine sull’esclusione sociale) contò 17 mila senzatetto.
“Il numero però è sicuramente sottostimato”, spiega il presidente di Fiopsd Paolo Pezzana, “da quello che vediamo, da quello che ci dicono le associazioni, si stima che i senza dimora in Italia siano 50-60 mila: non è detto però che questa impressione corrisponda alla realtà ”.
La nuova ricerca dovrebbe riuscire a dare qualche certezza: la prima fase dello studio si è già  conclusa ed è stata condotta in 12 aree metropolitane, nei comuni sopra i 100 mila abitanti e in tutti i capoluoghi di provincia.
L’obiettivo, spiega Pezzana, “è censire i servizi che in Italia si occupano di senza dimora e ottenere, tramite un algoritmo elaborato da Istat, una stima accurata del numero di persone che li frequentano”.
I risultati dovrebbero essere resi pubblici ai primi di novembre e serviranno anche a inserire fra i dati Istat la categoria della povertà  estrema, diversa dalla povertà  relativa e assoluta.
“La povertà  assouta viene registrata dall’Istat in base all’indagine condotta annualmente sui consumi delle famiglie”, precisa il presidente Fiopsd, “ma da questa i senza dimora rimangono fuori: di certo tutte le persone in povertà  estrema sono anche in povertà  assoluta, mentre non è vero il contrario. Fornire i due dati separati servirà  anche a calibrare meglio le politiche sulla povertà ”.
“Dai un volto agli invisibili” servirà  poi a tracciare un profilo più dettagliato degli homeless in Italia.
Anche in questo caso gli ultimi dati disponibili sono quelli della Fondazione Zancan, secondo cui nel 1999 in strada c’erano soprattutto uomini (l’80%), di età  compresa fra i 28 e i 47 anni e divisi a metà  fra italiani e stranieri.
Per capire cosa è cambiato, dal 20 novembre al 20 dicembre prenderà  il via la seconda fase della ricerca Fiopsd, che prevede 5.500 interviste a persone senza dimora, identificate fra quelle che frequentano mense e dormitori.
Nelle schede delle interviste (una bozza è disponibile sul sito http://www.ricercasenzadimora.it/) i rilevatori dovranno compilare un “diario degli ultimi sette giorni”, riportando per ogni giornata dove l’intervista ha mangiato e dove ha dormito.
Le interviste saranno condotte da soci Fiopsd, operatori dei servizi, ma si cercano anche volontari: per partecipare basta seguire le indicazioni riportate su http://www.ricercasenzadimora.it/.
Allo stesso tempo anche il Censimento 2011 cercherà  di contare i senza dimora. Il rischio però è che le persone finite in strada nel corso dell’ultimo decennio vengano cancellate dai registri dell’anagrafe.
Per censire gli homeless di solito si considerano come abitazioni le strutture che funzionano anche da rifugio notturno, la Fiopsd chiede invece “di partire dalla residenza fittizia e di considerare come abitazione tutte le strutture presso cui i senza dimora possono ottenerla”.

(da “Redattore Sociale”)

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CONSUMISMO, LA PROFEZIA DI SAN FRANCESCO

Ottobre 10th, 2011 Riccardo Fucile

CONTRO LA GLOBALIZZAZIONE, IL MODELLO DI UN’EUROPA AUTARCHICA… INSEGUENDO IL MITO DELLA CRESCITA, IL SISTEMA IMPLODERA’ SU SE STESSO

Mentre tutto il mondo piange lacrime, virtuali, per Steve Jobs, morto di cancro a 56 anni (sic transit gloria mundi), io preferisco ricordare l’onomastico di San Francesco d’Assisi, patrono d’Italia, di cui qualche giorno fa, il 4 ottobre, ricorreva l’onomastico, snobbato da quasi tutti i media italiani.
Quei pochi che ne hanno parlato lo hanno legato all’Unità  d’Italia, con cui il fraticello di Assisi non ha nulla a che fare perchè nato prima che questa sciagura si compisse, o ne hanno sottolineato la vocazione alla tolleranza e alla pace.
Che ci sono sicuramente in Francesco. Ma nella sua predicazione ci sono cose molto più attuali e non a caso sottaciute.
L’amore per la natura (frate Sole, sora Aqua).
Era un ambientalista con qualche secolo d’anticipo non potendo conoscere gli scempi dell’industrializzazione a cui nemmeno i suoi santi occhi avrebbero potuto reggere.
La predicazione della povertà . Qui Francesco è veramente scandaloso. Scandaloso e attualissimo.
Figlio di un mercante aveva capito o intuito, poichè era un genio oltre che un santo, dove ci avrebbe portato la logica del mercato. Modernamente, poichè noi non siamo santi, il termine povertà  può essere tradotto con sobrietà , che è meno radicale.
Noi non abbiamo bisogno di ingurgitare, come cavie all’ingrasso, degradati da uomini a consumatori, ancora nuovi prodotti, nuove tecno, iPad, iPhone già  arrivato, nel giro di un paio d’anni, alla quinta generazione, affascinanti quanto devastanti, o sciocchezze come le “linee di beauty per cani” (che vanno trattati da cani), gadget demenziali e insomma tutte le infinite inutilità  da cui siamo circondati e soffocati.
Abbiamo bisogno, al contrario, di smagrire e di molto.
Abbiamo bisogno di una vita più semplice, più umana, senza essere ossessionati ogni giorno dai Ftse Mib, dall’indice Dax, dagli spread, dai downgrading.
C’è una possibilità  realistica di arrivarci?
Sì,volendolo e con alcune necessarie mediazioni.
La parola chiave è autarchia, squalificata anche perchè di mussoliniana memoria. Ovviamente oggi nessun Paese, da solo, potrebbe essere autarchico.
Retrocederebbe a condizioni di sottosviluppo che non siamo più in grado di sopportare.
Ma l’Europa potrebbe essere autarchica. Ha popolazione, e quindi mercato, risorse, know how sufficienti per fare da sè.
Naturalmente l’autarchia ridurrebbe la ricchezza complessiva delle nazioni europee, ma “La Ricchezza delle Nazioni” non corrisponde affatto alla qualità  della vita e nemmeno alla ricchezza dei singoli (negli Stati Uniti, il Paese più ricco e potente del mondo, ci sono 46 milioni di poveri, o per essere più precisi di miserabili che è un concetto diverso, quasi un quarto della popolazione).
Si tratterebbe semmai, in questa ipotesi, di distribuire in modo più equo la ricchezza che rimarrebbe.
Ma un’autarchia europea ci porterebbe perlomeno al riparo dagli effetti più devastanti di quella globalizzazione che secondo le leadership politiche, gli economisti, gli intellettuali avrebbe fornito straordinarie chance e che invece si sta rivelando un massacro per i popoli del Terzo e ora anche del Primo mondo, sacrificati sull’altare di uno dei tanti “idola” moderni: il lavoro.
Se continueremo a inseguire il mito della crescita, un giorno questo sistema, fattosi planetario, imploderà  su se stesso, di colpo, e ci troveremo a vagare come fantasmi fra le rovine fumanti e i materiali accartocciati di un mondo che fu.

Massimo Fini blog

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RECORD DEGLI SFRATTI PER MOROSITA’: UNO OGNI 380 FAMIGLIE, IL DOPPIO DEL 2000

Ottobre 7th, 2011 Riccardo Fucile

“NON LASCEREMO NESSUNO INDIETRO” PROMETTEVA BERLUSCONI: INFATTI IL GOVERNO LI LASCIA SOTTO UN PONTE…BRESCIA, VICENZA E MODENA GUIDANO LA CLASSIFICA E IL FONDO SOCIALE E’ RIDOTTO AL LUMICINO

Non solo è difficile arrivare a fine mese, ma per molte famiglie è pesante anche pagare puntualmente il fitto di casa.
I ritardi negli ultimi mesi si sono moltiplicati tanto da far raddoppiare in 10 anni gli sfratti per morosità : erano poco più di 25 mila nel 2000 sono schizzati a oltre 56 mila l’anno scorso. In sostanza si è arrivati a uno sfratto ogni 380 famiglie, rispetto ad uno ogni 539 famiglie nel 2001 e a uno sfratto ogni 401 famiglie nel 2009.
Se nel 1983 gli sfratti per morosità  rappresentavano il 13% dei provvedimenti di rilascio forzoso emessi, nel 2000 sono saliti al 64,5% per attestarsi lo scorso anno a quota 85,7%.
Le cifre evidenziano una situazione allarmante che emerge da uno studio del Sunia, il sindacato degli inquilini che ha fotografato anche le realtà  locali.
A livello provinciale, è Brescia che guida la classifica con un vistoso 94,96%, seguita da Vicenza con il 94,55%, Modena con il 93,87% e da Torino con il 92,09%.
Il peso delle ingiunzioni si sente soprattutto nelle realtà  industriali e nelle aree metropolitano dove hanno influito le crisi industriali e il precariato.
La crescita così forte degli sfratti è stata determinata anche da canoni di locazione mediamente alti: molte famiglie, pur di trovare una soluzione abitativa, hanno firmato contratti di locazione che non sono in grado di onorare.
Così scatta lo sfratto per morosità  che porta, in molti casi, a soluzioni precarie come andare ad abitare presso familiari rafforzando, così, il fenomeno della coabitazione.
Ad aggravare ulteriormente la posizione degli inquilini con redditi bassi si è aggiunto lo “svuotamento” del Fondo nazionale per il sostegno all’accesso alle abitazioni in locazione che ha il preciso scopo di agevolare gli inquilini con reddito basso a pagare l’affitto.
L’integrazione poteva essere richiesta quando il reddito complessivo annuo imponibile del nucleo familiare non era superiore a due pensione minime Inps rispetto al quale l’incidenza dell’affitto non doveva essere inferiore al 14%.
Per i nuclei familiari con un reddito non superiore a quello fissato dalle regioni per l’assegnazione di alloggi di edilizia residenziale pubblica, l’incidenza dell’affitto doveva risultare non inferiore al 24%.
Da dati pubblicati sul sito lavoce.info emerge che nel 1999 era previsto uno stanziamento di 388 milioni e 778 mila euro.
Queste risorse si sono lentamente prosciugate: nel 2010 erano scese a 143 milioni e 826 mila euro.
Ma il crollo è avvenuto con il varo della legge di stabilità  che ha drasticamente ridotto gli stanziamenti a oltre 33 milioni di euro per il 2011 e il 2012, per fissarli per il 2013 al lumicino: 14 milioni e 313 mila euro.
«Siamo di fronte alla dismissione da parte governo – spiega Claudio Fantoni, assessore alla casa del comune di Firenze e delegato Anci alle politiche abitative – degli interventi a sostegno della fascia di popolazione più a disagio, quella che non ha risorse per assicurarsi un’abitazione. Di fronte ad una necessità  quantificata in un miliardo e mezzo all’anno non restano che una manciata di milioni di euro».

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RISCOSSIONI EQUITALIA: FAMIGLIE NEI GUAI, SALVI I GRANDI EVASORI

Ottobre 5th, 2011 Riccardo Fucile

NEL MIRINO C’E’ DI TUTTO: DALLE MULTE AL BOLLO…NESSUNA GUERRA TOTALE AL NULLATENENTE CON SUV

Uno spettro s’aggira per l’Italia.
à‰ quello delle nuove procedure di riscossione che il governo ha garantito all’Agenzia delle entrate e quest’ultima a Equitalia, il suo braccio armato.
L’obiettivo, spiegano fonti interne, è portare nel 2012 la quota di evasione recuperata a 13 miliardi di euro (quest’anno dovrebbero essere poco più di 11 miliardi).
Già  questo obiettivo, peraltro, è puramente numerico: nei miliardi recuperati di cui si parla — solamente il 10,4 per cento dell’evasione “scoperta” — rientra di tutto, dalle multe al bollo del motorino fino alle procedure conciliative con maxi-sconto.
Insomma, non è proprio la guerra totale al nullatenente in Suv di cui si nutre l’immaginario collettivo.
In ogni caso, il ministro del Tesoro Giulio Tremonti ha bisogno di soldi per il pareggio di bilancio e tutto fa brodo per aumentare gli incassi di Equitalia, anche i metodi vessatori: ci sono voluti tre interventi legislativi infatti — dalla manovra estiva del 2010 a quella di luglio scorso — ma alla fine il Tesoro è riuscito a mettere in mano ai suoi agenti riscossori una pistola carica.
E pazienza se ci sarà  qualche vittima.
Fino al 1 ottobre, cioè sabato scorso, la procedura di recupero era la seguente: in caso di mancato pagamento, l’Agenzia delle entrate preparava la cartella esattoriale, poi passava la pratica a Equitalia che notificava l’inizio della fase esecutiva al contribuente, il quale aveva 60 giorni per pagare o fare ricorso.
Tempo medio della procedura: 15-18 mesi al netto dei ricorsi.
Ora si passa al cosiddetto “accertamento esecutivo”, che velocizza tutto l’iter: già  con la cartella dell’Agenzia delle entrate — nota bene: anche se giace in qualche ufficio postale — partono i 60 giorni di tempo per il contribuente e, al 61esimo, la pratica è esecutiva.
A quel punto Equitalia, grazie ad una modifica estiva, dovrà  comunque sospendere tutto per 180 giorni. Il tempo medio dunque s’aggira attorno agli otto mesi.
Si trattasse solo di un iter più rapido, però, sarebbe benvenuto, solo che le novità  non sono finite.
Intanto se il contribuente decide di fare ricorso, dovrà  comunque versare entro i famosi 60 giorni un terzo dell’importo contestato.
E poi esiste una larga possibilità  per Equitalia di agire in via discrezionale e preventiva nel caso esistano “fondati motivi” di ritenere in pericolo “il positivo esito della riscossione”: dall’ipoteca sulla casa del presunto evasore, al pignoramento dei suoi conti correnti fino alla ganasce fiscali per i veicoli.
Curioso per uno Stato che ritarda di anni i pagamenti ai suoi fornitori o la restituzione dei crediti fiscali.
“Se questo fosse il trattamento che si riserva all’evasore totale sarebbe anche giusto, ma vale per tutti, anche per una piccola impresa che non riesce a pagare una rata per via della crisi o per uno che ha sbagliato a fare la dichiarazione dei redditi”, spiega Antonio Iorio, avvocato tributarista, collaboratore del Sole 24 Ore ed ex direttore delle relazioni esterne proprio per l’Agenzia delle Entrate: “La prima cosa da fare, comunque, è migliorare la qualità  degli accertamenti. Bisogna sempre ricordare, infatti, che oggi il 40 per cento circa delle contestazioni vengono poi annullate da un giudice: in questo modo c’è il rischio che l’obbligo di versare un terzo della cartella per avviare il ricorso diventi un onere improprio per le imprese. Pensi ad una piccola azienda accusata di aver evaso o comunque non versato al fisco 2 milioni di euro: deve pagarne in due mesi 700 mila solo per fare ricorso e se non lo fa rischia di vedersi ipotecare gli impianti o pignorare i conti correnti col risultato che le banche le chiudono il credito perchè viene segnalata alla centrale rischi”.
Nel mirino, insomma, finiranno le Pmi, che già  vivono un rapporto difficile con la pubblica amministrazione.
E’ lecito dubitare che la pistola gentilmente fornita da Tremonti verrà  usata con prudenza: è stata data proprio per sparare.
Le pressioni dal Tesoro e dall’Agenzia delle Entrate, confermano fonti di Equitalia, sono tutte dirette al conseguimento degli obiettivi di budget.
Tradotto: gli agenti riscossori dovranno portare a casa l’osso dei 13 miliardi e poco male se nel frattempo un altro pezzo di imprenditoria italiana sarà  desertificato o si finirà  in realtà  per aumentare l’evasione.
“I veri evasori — spiegano — non pagano quasi niente e mettono da parte una sorta di fondo rischi con cui poi chiudere una procedura di conciliazione col fisco: con gli sconti che strappano ci guadagnano lo stesso. E così anche chi paga pensa comincia a pensare che farlo sia da fessi”.
La reazione dei cittadini — per ora sottotraccia — è di esasperazione: il tono dei commenti sul web, per dire, è lo stesso ad ogni latitudine, dal blog di Beppe Grillo ai siti del Sole, del Giornale o della Repubblica.
Per capirci su cosa si rischia, in Sardegna — dove ci fu una sollevazione popolare contro Equitalia già  ad aprile — vanno in esecuzione oltre 80mila cartelle: “C’è aria di rivolta”, titola un giornale dell’isola.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LA DEMOCRAZIA DEL CAMPAR MALE

Settembre 26th, 2011 Riccardo Fucile

LA VEDOVA CHE A FINALE LIGURE VENDE I SACCHETTINI DI LANA SUL LUNGOMARE E LO SQUALLORE DI NICLA TARANTINI CHE ESIGE 20.000 EURO AL MESE PER “CAMPARE”

L’altro giorno passeggiando sul lungomare di Finale Ligure ho visto, seduta su una panchina, una vecchia che sferruzzava.
Non stava facendo un golfino per il nipotino, ma dei piccoli sacchetti in lana leggera da appendere al collo e dove infilare la patente, la carta di credito, le chiavi della macchina, quelle di casa, gli spiccioli e insomma tutte quelle cose che d’estate, in braghette e t-shirt, non sai dove mettere.
Li vendeva a pochi euro.
La vecchia signora non è una clochard. Vedova, con due figlie adulte, vive a Vercelli con una pensione modestissima e in tarda primavera, d’estate e nei primi mesi d’autunno, si sposta sulla Riviera per arrotondare le sue magre entrate.
Non però in luglio e agosto perchè in piena stagione il costo della stanza del modesto albergo dove alloggia (modesto ma decoroso, son andato a dare un’occhiata) le rimangerebbe tutto il magro guadagno.
Ho pensato a Nicla Tarantini, la moglie di Gianpi, quando dice, piangendo, ai pm di Napoli: “E adesso senza quei soldi che ci dava il presidente come faremo a campare?”.
Alla signora non passa nemmeno per la testa che si possa “campare” lavorando.
E al pm che le chiedeva come mai avendo ricevuto dal “Presidente”, oltre ai 20 mila euro sborsati mensilmente, un surplus di altri 20 mila per una vacanza a Cortina, abbia sentito il bisogno di bussare ulteriormente a quattrini da Berlusconi reclamandone ancora 5 mila, ha risposto: “Siccome era la prima vacanza che facevamo dopo tre anni, eravamo in quattro e volevo far fare una bella vacanza alle mie bambine”.
Penso a Nicla Tarantini e sento montare in me una collera pericolosa.
Vorrei prendere a sberle questa impunita, raccontarle della vecchia signora di Finale, ricordarle che 20 mila euro al netto sono lo stipendio annuale di un     impiegato o che i suoi coetanei se la sfangano nei call center a mille euro.
Non è una questione personale, naturalmente.
Perchè la tipologia di Nicla e Gianpi Tarantini, gente che “campa” nel lusso senza aver mai battuto un chiodo, è vastissima.
Per capirlo basta entrare in uno dei tanti locali “trendy” di Milano frequentati dal demimonde dello spettacolo, da escort (ammesso che vi sia ancora una differenza) e da una fauna maschile indefinibile, uomini di quaranta e cinquant’anni che ricordano, nell’eleganza kitsch e nel gestire, certi magliari degli anni Cinquanta.
Dai tavoli senti discorsi di questo tipo: “Domani sono a New York, poi faccio un salto a Boston e prima di rientrare mi fermo una settimana in Thailandia”.
Se ti capita di parlare con uno di questi e, dopo un po’, gli chiedi che lavoro fa, le risposte sono vaghissime.
Non è un grande avvocato, non è un primario, non è un architetto di grido.
Si muove, vede gente. Ma che mestiere faccia non si sa, anche se intuisci che       non deve essere molto diverso da quello degli infiniti Tarantini, Lavitola, Bisignani che popolano questo Paese.
Ma la questione è più ampia.
Da quando esiste la democrazia non ha fatto che allargare il divario fra ricchi e poveri.
Un contadino dell’ancien règime era più vicino al suo feudatario di quanto lo sia oggi il cittadino comune a un     personaggio dello star-system.
Non solo in termini di ricchezza ma, paradossalmente, anche di status (in fondo feudatario e contadino, abitando sullo stesso pezzo di terra, facevano, almeno in una certa misura, vita comune).
Ancora negli anni Cinquanta un alto dirigente Fiat guadagnava 15 volte il suo operaio, oggi un grande manager 400 volte.
Un divario intollerabile, osceno.
C’è del marcio nel regno di Danimarca.
C’è del marcio nella democrazia.
Un sistema, come ho scritto brutalmente in Sudditi, “per metterlo nel culo alla gente, e soprattutto alla povera gente, col suo consenso”.

Massimo Fini
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IVA, AUMENTANO ANCHE CIBI E BEVANDE: L’AUMENTO AL 21% RIGUARDERA’ META’ DEL CARRELLO DELLA SPESA

Settembre 20th, 2011 Riccardo Fucile

I CONSUMATORI: “VIGILARE SULL’ALIQUOTA APPLICATA NELLE BOLLETTE DI TV, GAS E TELEFONO”… IL FENOMENO DEGLI ARROTONDAMENTI POTREBBE PORTARE A UN ESBORSO DI 400 EURO A FAMIGLIA

Se nel carrello della spesa mettete bibite analcoliche, tè o caffè, vino o birra, cioccolato, acqua minerale, sale, superalcolici, oltre a qualche sfizio gastronomico, come ostriche o aragoste, allora preparatevi a pagare l’Iva al 21%.
Il balzo dell’imposta, entrato in vigore da ieri, si applica, infatti, anche a moltissimi alimentari che non rientrano nel gruppo di quelli con l’Iva ridotta al 4%.
È una batosta silenziosa che si nasconde dietro le etichette di tanti prodotti, presenti in buona parte dei sacchetti della spesa.
Sono dei comunissimi generi alimentari che pesano per quasi il 50% del conto finale alla cassa.
Quell’uno per cento, dunque, potrebbe far salire i costi di almeno 1 euro su uno scontrino da circa 200 euro con una metà  di prodotti con Iva al 4% e l’altra metà  al 21%
In particolare il costo di una bottiglia di vino dal costo orientativo di 10 euro salirà  10 centesimi.
Su un pacco di succhi di frutta (4 euro) si applicherà  un aumento di 4 centesimi, una bottiglia di birra (1 euro) costerà  1 centesimo di più, un whisky di qualità  (intorno ai 40 euro) rincarerà  di 40 centesimi, così come una confezione di acqua minerale (2 euro) salirà  di 2 centesimi.
Attenzione quindi agli aumenti che da ieri sono stati applicati anche nel settore alimentare e che vanno ad affiancare i rincari su computer e prodotti hi-tech (dall’iPad alle tv fino al personal computer), abbigliamento e calzature, giocattoli, audio-video, gioielli, automobili (riparazione, vendita, carburanti), mobili, orologi, cosmetici e profumi, anche quelli venduti in farmacia dove il regime Iva è di norma fissato al 10%.
Tra gli altri ritocchi vanno ricordati quelli che scattano su tanti settori e servizi, dalle lavanderie al parrucchiere, dai trasporti agli abbonamenti internet o tv e le bollette energetiche.
In particolare su questo tema si fa sentire il Codacons che lancia l’allarme sui consumi del gas (a partire da una certa soglia di consumi), sulle bollette telefoniche e quelle relative ai servizi internet: «La legge fiscale – spiega l’associazione – consente ai gestori di retrodatare l’incremento dell’Iva, che può essere quindi applicato sui consumi non ancora fatturati. Ciò comporterà  un maggior esborso per milioni di euro a danno dei cittadini nonostante sia materialmente possibile limitare l’incremento dell’Iva ai consumi realizzati a partire da oggi».
In sostanza il Codacons invita i consumatori a controllare che in bolletta gli incrementi partano con data 18 settembre.
Inoltre l’associazione segnala «l’aumento dell’Iva e arrotondamenti vari messi in pratica dal 35% degli esercizi commerciali».
Si tratta di «rincari applicati principalmente dai piccoli negozi – spiega l’associazione – e i beni maggiormente colpiti sono quelli di piccolo importo come prodotti per la pulizia della casa e per l’igiene personale. Il rischio è che i rincari possano estendersi anche a beni e servizi non coinvolti dallo scatto dall’aliquota Iva, determinando così una stangata pari a 385 euro a famiglia».
Per Confesercenti, invece, il passaggio dell’Iva al 21% graverà  per 140 euro sul 70% delle famiglie mentre secondo Federalimentare ogni nucleo familiare sborserà  50 centesimi al giorno pari a 180 euro l’anno.
Adusbef e Federconsumatori, infine, parlano di «ricadute pesanti da 173 fino a 408 euro annui per famiglia».

Lucio Cillis
(da “La Repubblica”)

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NEGLI USA I POVERI HANNO RAGGIUNTO LA QUOTA RECORD DI 46 MILIONI

Settembre 14th, 2011 Riccardo Fucile

MAI COSI’ TANTI DA OLTRE 50 ANNI: LA MIDDLE CLASS PERDE POTERE D’ACQUISTO….NEL 1973 UN AMERICANO GUADAGNAVA 49.000 DOLLARI, ORA E’ SCESO A 47.000…IN CRESCITA I CITTADINI SENZA ASSISTENZA SANITARIA.

La recessione, anzi la Grande Contrazione, presenta il conto all’America.
E’ un conto drammatico: la fine dell’American Dream, l’impoverimento della middle class, l’arretramento del tenore di vita e del potere d’acquisto, le aspettative di intere generazioni ridimensionate di colpo.
Oggi 46,2 milioni di americani vivono sotto la soglia della povertà , fissata al livello di 22.113 dollari di reddito annuo per un nucleo familiare di quattro persone.
E’ un livello record, mai raggiunto negli ultimi 52 anni e cioè da quando esistono questi dati raccolti dal Census Bureau, l’agenzia federale responsabile per il censimento demografico.
L’impatto della lunga recessione iniziata nel 2008 si prolunga e non se ne vede la fine: nel solo anno 2010, infatti, ben 2,6 milioni di americani sono andati ad aggiungersi all’esercito dei nuovi poveri.
Ormai il 15,1% della popolazione è al di sotto della soglia di povertà .
Ma non sono soltanto loro a subire l’impatto sociale di questa crisi.
L’arretramento viene percepito da una vasta maggioranza di americani: il reddito “mediano”, cioè quello rappresentativo della maggiore percentuale di cittadini, è sceso del 2,3% in termini reali nel corso del 2010.
«Questi dati sono importanti – ha sottolineato ieri il direttore del Census Bureau, Robert Groves – perchè ci dicono qual è l’impatto concreto della situazione economica sulla vita degli americani e delle loro famiglie».
Non tutto l’impoverimento va attribuito all’effetto della recessione, però.
Un altro dato significativo è questo: il reddito annuo mediano per un maschio adulto che lavora a tempo pieno nel 2010 si è attestato a 47.715 dollari; se misurato in potere d’acquisto reale, questo reddito è regredito rispetto ai livelli del 1973.
Per la precisione, 38 anni fa un maschio adulto con un lavoro a tempo pieno guadagnava l’equivalente di 49.065 dollari all’anno, ai prezzi di oggi. Si stenta a crederlo, ma tutto ciò che è accaduto negli ultimi 38 anni, nel bene e nel male, dagli shock energetici degli anni 70 alla stagflazione, dalla “economia dell’offerta” reaganiana alla New Economy di Internet nell’èra Clinton, dalla “vita a credito” e gli sgravi fiscali di George Bush fino alla deflagrazione sistemica del 2008: tutto questo riporta l’americano medio al livello di partenza, anzi un po’ più indietro.
E’ la conferma del processo di retrocessione della middle class, o l’avvento della “società  a clessidra” divisa tra un vertice di privilegiati e una base sempre più larga di cittadini il cui potere d’acquisto perde terreno.
Altri dati confermano quanto l’American Dream sia ormai una rappresentazione superata, un miraggio che riflette visioni d’altri tempi.
La condizione dei giovani ha subito un degrado notevole: la caduta di reddito mediano più pesante nel 2010 è quella che ha colpito la generazione tra i 16 e i 24 anni: meno 9%.
Si accentua il fenomeno dei “bamboccioni” d’America, costretti dalla situazione economica a rimanere in casa dei genitori o a farvi ritorno: un comportamento in netto contrasto con le consuetudini che erano consolidate da molte generazioni.
Ora che il 45,3% della fascia compresa tra i 25 e i 34 anni si trova sotto la soglia della povertà , è aumentato del 25% il numero di coloro che devono abitare sotto lo stesso tetto dei genitori.
Fra le conseguenze collaterali dell’aumento dei poveri, c’è il fatto che il numero di persone senza assistenza sanitaria è salito da 49 milioni nel 2009 a 50 milioni l’anno successivo (la riforma sanitaria di Barack Obama non è entrata ancora pienamente a regime e quindi non se ne misurano tutti gli effetti).
Un altro aspetto conferma quanto la recessione iniziata nel 2008 sia diversa per la sua gravità  da tutte quelle che l’anno preceduta, con l’unica eccezione della Grande Depressione degli anni Trenta: nelle più gravi recessioni del dopoguerra, come quella conclusa nel 1961 e quella che finì nel 1975, la percentuale degli americani sotto la soglia della povertà  era già  diminuita nel primo anno dopo la fine della recessione. In tutti i sensi quella attuale merita l’appellativo di Grande Contrazione coniato dall’economista Kenneth Rogoff.
«Non si tratta solo dei disoccupati e dei poveri – ha dichiarato Sheldon Danziger dell’università  del Michigan – ma dell’americano medio che non fa più alcun progresso».

Federico Rampini
(da “La Repubblica“)

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LA RIDUZIONE DEL DANNO: L’ITALIA E’ CONSIDERATA ORMAI LA ZAVORRA CHE RISCHIA DI AFFOSSARE L’EURO

Settembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

NELLA QUINTA VERSIONE DEL DECRETO PERLOMENO I CONT TORNANO… ALLA FINE LA SINTESI E’ “PIU’ TASSE PER TUTTI”… MANCANO MISURE PER LA CRESCITA E LO SVILUPPO

Se non li puoi convincere, confondili. È la legge di Truman.
Berlusconi e Tremonti, ormai svuotati di spessore politico, la applicano alla manovra con rigore scientifico.
Dopo quattro tentativi miseramente falliti in appena due mesi, spunta ora la quinta versione del decreto anti-crisi.
Già  questa abnorme bulimia quantitativa sarebbe sufficiente a giudicare disastrosa l’azione del governo.
Ma quello che stupisce, e indigna di più, è la totale schizofrenia qualitativa delle misure messe in campo.
A giugno Tremonti aveva garantito che, d’accordo con l’Europa, l’Italia non aveva bisogno di una vera e propria manovra di bilancio, e per questo aveva annunciato una modesta leggina di minima “surplace” contabile.
Ai primi di luglio abbiamo scoperto che eravamo sull’orlo dell’abisso.
Così è cominciata la folle teoria estiva dei decreti usa e getta.
Prima la stangata del contributo di solidarietà  sui ceti medio-alti.
Poi la batosta sulle pensioni d’anzianità  cumulate con il riscatto della laurea e della naja.
Poi ancora la finta caccia agli evasori fiscali a colpi di “carcere & condono”.
Trovate estemporanee di questo o quel ministro, frustate casuali all’una o all’altra categoria.
Senza logica politica, senza tenuta economica.
Non solo i cittadini allibiti e gli speculatori affamati, ma l’intero establishment interno e internazionale ha fatto giustizia di tanta irresponsabile approssimazione.
L’Unione Europea e la Bce, la Banca d’Italia e la Confindustria. Da ultimo, addirittura il Capo dello Stato, che con il suo intervento ufficiale di due giorni fa ha compiuto un passo senza precedenti, fin dai tempi della Prima Repubblica.
Ha imposto la linea non solo sui tempi, ma persino sui contenuti della manovra.
Alla fine, dopo molte figuracce penose esibite sul mercato politico e molti miliardi bruciati sul mercato finanziario, il governo si è dovuto arrendere.
L’ennesima, radicale riscrittura della manovra non cancella le storture di fondo.
Con l’aumento dell’Iva e la reintroduzione della supertassa sui redditi oltre i 300 mila euro si fa persino più massiccio il ricorso alla leva fiscale, che già  occupava quasi il 70% del menù dei provvedimenti varati nelle stesure precedenti.
Svanisce così, ormai anche sul piano simbolico, la ridicola promessa del Cavaliere: “Non mettiamo le mani nelle tasche dei contribuenti”, aveva giurato il premier, che ora invece in quelle tasche ci entra non solo con le mani, ma con tutte le scarpe.
Si anticipa il giro di vite sull’età  pensionabile delle donne, e si rinuncia così a qualunque ambizione riformatrice più generale sul capitolo della previdenza.
Resta la drammatica carenza di misure concrete per la crescita e lo sviluppo.
Resta la plastica evidenza di un governo che non ha una visione sulla società  italiana di oggi, nè una soluzione per quella che vuole costruire domani.
Tuttavia la quinta manovra, per quanto iniqua e sgangherata, almeno un pregio ce l’ha: i saldi contabili sono finalmente più solidi, come la stessa Commissione di Bruxelles ha già  puntualmente riconosciuto.
È certo il gettito in aumento dell’imposta sul valore aggiuntivo, il “male minore” invocato da tempo dalla Banca d’Italia e osteggiato per puro puntiglio dal ministro del Tesoro.
È certo l’incasso a regime dell’intervento sulle pensioni delle donne, suggerito da Confindustria e ostacolato per puro ideologismo dal leader della Lega.
È certo, per quanto risibile, il maggior introito del mini-tributo di solidarietà  per i ceti più abbienti, inopinatamente preferito a una seria imposta sui grandi patrimoni per puro opportunismo elettorale.
Dunque, almeno sulla copertura integrale dei 45 miliardi, la manovra risulta oggettivamente migliorata.
Anche se rimane la sua irrimediabile inefficacia, rispetto alle esigenze di equità  sociale e alle urgenze di rilancio del Pil.
E anche se rimane la sua probabile insufficienza, rispetto agli impegni sottoscritti in Europa sul pareggio di bilancio e alle aspettative delle società  di rating e della business community
Quella di ieri, in definitiva, è solo una tardiva “riduzione del danno”.
I problemi dell’Italia sono tutt’altro che risolti.
Nel momento in cui aggiusta la manovra, il governo certifica paradossalmente la sua fine. Berlusconi, Bossi e Tremonti si acconciano a continui compromessi al ribasso, ormai logorati dentro una convivenza da separati in casa, che li spinge a camminare a tentoni nella buia notte calata su Eurolandia.
Il governo non c’è più.
Lo sostituisce Napolitano, lo commissaria la Banca d’Italia, lo etero-dirigono i mercati.
La stessa coalizione di centrodestra ne è tanto consapevole, che si vede costretta all’ultimo sfregio alle istituzioni: la richiesta del voto di fiducia, su una manovra che lo stesso Pd era pronto a non votare ma a non ostacolare, sembra più un atto di forza interno al centrodestra che non un atto di sfida rivolto al centrosinistra.
In queste condizioni si può tamponare un’emergenza congiunturale, ma non si può affrontare una crisi globale.
Lo scrive ormai anche la grande stampa mondiale, dal “Wall Street Journal” al “Financial Times”: l’Italia è unanimemente considerata la zavorra che rischia di affondare l’euro.
Per questo, ancora una volta, l’unica via d’uscita da questa tempesta imperfetta è l’approvazione rapida del decretone, e poi le dimissioni immediate del governo. Sarebbe l’ultimo, e forse l’unico gesto di responsabilità  compiuto dal presidente del Consiglio.
Con la quinta manovra si recupera un po’ di attendibilità  aritmetica, ma non si ricostruisce la credibilità  politica.
Quella, per il Cavaliere, è perduta per sempre.

Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)

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