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SCIPPATORI PADANI: ORA PUNTANO A FREGARE ANCHE GLI SPICCIOLI NEL BORSELLINO DEGLI IMMIGRATI

Settembre 5th, 2011 Riccardo Fucile

UNA TASSA SULLE RIMESSE IN PATRIA DEGLI IMMIGRATI PROPOSTA DAI RAZZISTI DELLA LEGA… CHI PENSA ANCHE AL RECUPERO COATTIVO DEL CONDONO 2002…IL GOVERNO ESCLUDE DI RICORRERE ALLA FIDUCIA E AUTORIZZA NUOVE TASSE COMUNALI

Un colpo di mano della Lega impone una nuova tassa sui trasferimenti di denaro all’estero da parte di cittadini stranieri che non hanno matricola Inps e codice fiscale.
Questo emendamento alla manovra, approvato in commissione Bilancio al Senato, interessa varie centinaia di migliaia di stranieri sconosciuti ai database della previdenza e del Fisco.
In pratica, clandestini o immigrati sfruttati (i lavoratori “regolari” non saranno toccati), in assenza dei due requisiti, pagheranno a caro prezzo l’invio di soldi al di fuori dei nostri confini: la tassa (ufficialmente è un’imposta di bollo) è parametrata sul 2% di ogni transazione, con una soglia minima di 3 euro.
Ad esempio, per un bonifico di 300 euro effettuato in uno dei tantissimi money transfer sparsi in Italia, gli stranieri sborseranno 6 euro mentre la soglia minima al di sotto della quale sarà  meno conveniente inviare denaro, è teoricamente fissata a 150 euro (costo 3 euro).
Le rimesse all’estero degli stranieri ammontano a 6,7 miliardi di euro mentre la nuova “imposta di bollo” potrebbe portare in cassa circa 100 milioni.
Praticamente il nulla, ma tutto fa propaganda ormai.
Anche perchè chi potrà  fare il trasferimento di denaro a un amico con codice fiscale, lo Stato non incasserà  un euro e Calderoli lo prenderà  nel naso come sempre.
Ma dal Senato arrivano anche cattive notizie per gli italiani che hanno dichiarato e “dimenticato” di pagare il condono tombale del 2002.
Agenzia delle Entrate ed Equitalia, potranno imporre il pagamento delle somme non versate “anche dopo l’iscrizione a ruolo e la notifica delle relative cartelle di pagamento”.
Entro 30 giorni dall’entrata in vigore partirà  una ricognizione e il mese successivo Equitalia potrà  avviare azioni “coattive” volte al recupero delle somme entro il 31 dicembre prossimo.
In caso di mancato pagamento le sanzioni salgono al 50% di quanto dovuto.
Non solo: in questo caso Agenzia delle Entrate e Guardia di Finanza, entro il 31 dicembre 2012, potranno passare al setaccio le posizioni dei contribuenti a partire dal 2002.
Inoltre, dal 2015 le maggiori entrate dalla lotta all’evasione andranno a ridurre la pressione fiscale.
Tra le principali correzioni approvate in commissione vanno poi ricordati il salvataggio delle feste laiche, che non saranno più differite alla domenica più vicina (quelle patronali spariranno dal calendario), il paracadute offerto ai piccoli istituti di ricerca e enti culturali, l’addio al blocco delle tredicesime per gli statali.
Aumenteranno, invece, le imposte comunali.
È stato infatti approvato un emendamento del Pdl in base al quale “per assicurare la razionalità  del sistema tributario e la salvaguardia dei criteri di progressività , i Comuni possono stabilire aliquote dell’addizionale comunale all’imposta sul reddito, differenziate in relazione agli scaglioni di reddito corrispondenti a quelli stabiliti dalla legge”.
Bocciato, invece, l’emendamento delle opposizioni che prevedeva l’asta competitiva per le frequenze televisive nel passaggio al digitale.
I lavori proseguiranno per chiudere e dare l’ok alla manovra mentre il voto, come conferma il presidente del Senato Renato Schifani, resta fissato in settimana: “Non vi è alcun rallentamento nei tempi. Il dibattito parlamentare non sarà  strozzato in Aula dalla fiducia che impedirebbe ai parlamentari di confrontarsi con correttezza e senso di responsabilità  come stanno facendo”.
Anche il segretario del Pdl, Angelino Alfano, ribadisce il “no” della maggioranza e del governo alla fiducia e annuncia “una convergenza sia con il Pd che con l’Api: noi diremo sì ad un tema caro al Terzo Polo sulla riforma della giustizia e a un emendamento importante del Pd sulla spending review” in base al quale il ministero dell’Economia avvierà  una ridefinizione dei fabbisogni standard di spesa delle amministrazioni dello Stato.

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INDAGINE DI CONFCOMMERCIO: IN 17 REGIONI CONSUMI COL FRENO A MANO, LIVELLI INFERIORI A QUELLI DEL 2000

Agosto 29th, 2011 Riccardo Fucile

I RITARDI MAGGIORI AL SUD, BENE SOLO FRIULI, MOLISE E BASILICATA

«La debolezza dei consumi a livello pro capite, complice il biennio di crisi 2008-2009, lascia prevedere un rallentamento generalizzato dell’uscita dalla crisi tanto che, a fine 2011, ben 17 regioni su 20 rischiano di registrare un livello di consumi inferiore a quello del 2000».
È quanto rileva un’indagine della Confcommercio, che evidenzia i ritardi del Sud.
Su 20 Regioni italiane, la dinamica dei consumi pro-capite indica che solo Friuli, Molise e Basilicata segnano livelli di consumi superiori a quelli di 11 anni fa.
Secondo la ricerca della Confcommercio «negli ultimi anni si riduce il contributo del Sud in termini di consumi rispetto al totale nazionale con una quota che è passata dal 27,2% del 2007 al 26,6% del 2011».
Risultano, invece, positive le dinamiche delle regioni settentrionali, «con quote – spiega – in costante aumento sia nel Nord-Est (dal 21,8% al 22,2%) che nel Nord-Ovest (dal 30,1% al 30,6%)».
L’associazione dei commercianti, fa, inoltre, notare, che «alle deboli performance del Mezzogiorno si associano anche gli effetti del calo demografico registrato in quest’area (la quota della popolazione sul totale nazionale è scesa dal 36,4% del 1995 al 34,4% del 2011) che hanno determinato il protrarsi del calo dei consumi anche nel 2010».
A livello di singole regioni, sottolinea la Confcommercio, «nel 2009 tutte fanno registrare una contrazione dei consumi in termini reali con picchi in Calabria (-4,2%), Puglia (-3,6%), Sicilia (-3,2%) e Campania (-3,0%), mentre nel 2010 solo il Nord-Est ha recuperato i livelli di consumo pre-crisi».
Per l’associazione in una prospettiva di più lungo periodo, nel 2017, «il Mezzogiorno avrà  acuito il suo ritardo con una continua riduzione della spesa per consumi rispetto al totale nazionale».
In ogni caso, aggiunge, «al di là  delle differenti dinamiche dei consumi che evidenziano una maggiore debolezza delle regioni meridionali confermando i divari territoriali presenti nel Paese, a livello generale va segnalato il tentativo delle famiglie di recuperare i livelli di consumo persi nel biennio recessivo anche se le previsioni per il 2011 sull’intero territorio restano modeste con un +0,8%».

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LA LEGA VUOLE TAGLIARE LE PENSIONI DELLE VEDOVE, COME SE I MARITI NON AVESSERO MAI LAVORATO

Agosto 26th, 2011 Riccardo Fucile

VOGLIONO COLPIRE ANCHE L’ASSISTENZA: FORSE BOSSI NON AVRA’ BISOGNO DELL’ASSEGNO DI ACCOMPAGNAMENTO, CI PENSA GIA’ LA ROSY MAURO A NON FARLO CADERE DAL LETTO, MA LE FAMIGLIE NORMALI SI’.. L’IMPORTANTE E’ NON TASSARE I RICCHI E NON TAGLIARE LE PROVINCE

Un intervento sulle pensioni di reversibilità  delle vedove e l’assegno di accompagnamento.
Roberto Calderoli si è presentato al meeting di Rimini con nuove palle mediatiche e vecchie chiusure.
Il ministro della Semplificazione, infatti, ribadisce che sulle pensioni non ci sono margini di manovra. «Direi proprio di no. Il punto di compromesso sull’età  pensionabile, frutto di una mediazione lunga e laboriosa tra Lega e Pdl, è contenuto nella manovra bis».
Ma i soldi bisogna trovarli da qualche parte.
Non si esclude neanche il ritorno del condono. Sia pure legato alla delega in materia fiscale e all’avvio del nuovo regime.
E il ministro leghista porta ulteriore scompiglio nel già  confuso dibattito sulla manovra con un’altra proposta choc: «Bisogna andare a interessarsi delle pensioni di chi non ha mai lavorato che forse è il caso di andare a rivedere».
Spiega meglio Calderoli che bisogna occuparsi di chi «ha pensioni di reversibilità  eccessivamente alte o prende accompagnamenti che oggi vengono dati indistintamente a tutti».
Proposta che fa insorgere le opposizioni. «Calderoli chieda scusa ai disabili e alle vedove», intima subito il portavoce dell’Idv Leoluca Orlando.
«Si vuol colpire in questo modo una platea di persone a basso reddito e socialmente più deboli», commenta Cesare Damiano, ex ministro del Pd.
Calderoli però annuncia un’altra “novità “: «Ci siamo inventati una sorta di tassa patrimoniale sui patrimoni evasi».
Ci sta lavorando un gruppo di esperti della Lega ( e allora siamo a posto n.d.r.)   per mettere a punto un meccanismo che, spiega il ministro « si applicherà  soltanto a chi su quel patrimonio non ha pagato le tasse o le ha pagate in misura minore al dovuto».
Nel gruppo di esperti che lavora alla proposta ci sono lo stesso Calderoli, Giancarlo Giorgetti e Massimo Garavaglia, convinti che la loro proposta darà  un incasso «significativo e superiore al gettito del contributo di solidarietà ».
Tanto da renderlo inutile.
In pratica il terzetto sta studiando come e quanto tassare il patrimonio.
Una volta stabilità  l’entità  del prelievo chi ha dichiarato tutto il patrimonio può detrarre l’importo delle tassa dalla dichiarazione dei redditi.
Chi non ha rivelato al fisco il reale patrimonio dovrà  versare la tassa.
Calderoli dice no anche alla totale abolizione delle province.
E ieri la commissione Bicamerale per gli affari regionali, su proposta del relatore di centrodestra e con il voto favorevole del Pdl, ha votato per lo stralcio dalla manovra di anche quella “scrematura” parziale prevista al momento.
Insomma restano tutte come prima.
Fioccano intanto le altre proposte.
Dai “frondisti” del Pdl, guidati dal sottosegretario Guido Crosetto, per esempio, arriva un emendamento che propone di tagliare dalle piante organiche, entro alcuni anni, un dipendente pubblico su quattro.
Anche Popolo e territorio ha le sue idee e Silvano Moffa chiede un vertice di maggioranza.
Si parla anche di un tetto agli stipendi dei manager pubblici che non potrebbero guadagnare più del presidente della Corte di Cassazione.
Tutti nodi che dovrebbero essere sciolti lunedì in vertice fra Bossi e Berlusconi.

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GLI IMMIGRATI DANNO ALL’INPS PIU’ DI QUELLO CHE RICEVONO: VERSAMENTI PER 7,5 MILIARDI DI EURO, SOLO IL 2,2% PRENDE UNA PENSIONE

Agosto 24th, 2011 Riccardo Fucile

SONO IN TOTALE 2.727.254 I LAVORATORI STRANIERI ASSICURATI, PARI AL 12,9% DI TUTTI GLI ISCRITTI ALL’INPS (21.108.368)….SONO STIMATI IN APPENA 110.000 I PENSIONATI STRANIERI E QUELLI ENTRATI IN ETA’ PENSIONABILE

Danno molto più di quanto ricevono. Sono gli immigrati iscritti all’Inps.
Quanto versano in contributi? Tanto: circa 7,5 miliardi di euro nel 2008.
Nell’insieme, sono 2.727.254 i lavoratori stranieri assicurati, pari a oltre un ottavo (12,9%) di tutti gli iscritti all’Inps (21.108.368).
A fotografare il pianeta immigrazione è il IV Rapporto sui lavoratori di origine immigrata negli archivi Inps, curato dai redattori del Dossier Caritas/Migrantes e presentato a Roma.
I lavoratori immigrati assicurati sono così ripartiti: lavoratori dipendenti da aziende (63,2%); lavoratori domestici (17,6%); operai agricoli (8,5%); lavoratori autonomi (10,8%).
Tradotto: ogni 10 lavoratori immigrati, 9 sono impiegati nel lavoro dipendente e uno solo svolge attività  autonoma.
Nel settore familiare, il supporto dei lavoratori immigrati, soprattutto donne consenta alla rete pubblica   –   in un Paese con almeno 2,6 milioni di persone non autosufficienti e una popolazione composta per oltre un quinto da ultrasessantacinquenni   –   un risparmio quantificato dal ministero del Lavoro in 6 miliardi di euro.
Anche in agricoltura la presenza immigrata, che incide per oltre un quinto sul totale degli addetti, è sempre più rilevante sia tra gli stagionali che tra gli operai a tempo indeterminato, specialmente nell’allevamento, nella floricultura e nelle serre.
“In prospettiva   –   scrivono i ricercatori della Caritas   –   questo apporto dei migranti andrà  valorizzato anche per favorire il ricambio generazionale dei coltivatori diretti, tra i quali più di un decimo ha superato i 65 anni”.
All’ingente versamento di contributi previdenziali da parte degli immigrati (circa 7,5 miliardi di euro nel 2008), corrisponde una loro scarsa presenza tra i beneficiari di prestazioni pensionistiche: all’inizio del 2010 sono stimabili in appena 110mila i pensionati stranieri e quelli entrati in età  pensionabile nel corso dell’anno incidono appena per il 2,2% sul totale dei residenti.
Considerata l’età  media nettamente più bassa di quella degli italiani (31,1 anni contro 43,5), questo andamento è destinato a durare per diversi anni.
Funzionali a sostenere l’andamento del mercato, ma molto esposti alle sue variazioni, i lavoratori immigrati non sono stati risparmiati dalla recente crisi economia, specialmente se addetti al settore industriale e “hanno pagato il prezzo di una ulteriore canalizzazione verso le mansioni di più basso profilo, con effetti anche sul livello reddituale, che per diverse categorie già  risultava inferiore alla soglia di povertà “.

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ALLE FAMIGLIE GIOVANI NESSUNO PENSA: il 58,4% SPENDE TUTTO IL REDDITO MENSILE, IL 5% E’ COSTRETTA A FARE DEBITI, SOLO IL 28% RIESCE A RISPARMIARE QUALCOSA

Agosto 22nd, 2011 Riccardo Fucile

I DATI CENSIS FOTOGRAFANO UN FUTURO SEMPRE PIU’ NERO PER LE GIOVANI COPPIE: OLTRE IL 40% VIVE IN AFFITTO, L’8% NON PUO’ CONTARE SU ALCUN GENERE DI PATRIMONIO E IL 42,6% E’ PRIVO DI IMMOBILI

Le famiglie giovani riescono sempre meno a risparmiare.
L’indebolimento economico dei lavoratori più giovani e’ ormai un fenomeno di lungo periodo. E questa tendenza e’ destinata inevitabilmente a mettere a rischio la solidità  patrimoniale delle famiglie italiane, erodendo la tradizionale propensione al risparmio.
Secondo i risultati del primo anno di lavoro del progetto “Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali” di Censis e Unipol, sono le famiglie con persona di riferimento più giovane quelle che meno delle altre sono riuscite a risparmiare nel corso dell’ultimo anno. Solo il 28,6% dei capofamiglia fino a 35 anni indica che la sua famiglia e’ riuscita a mettere da parte qualcosa, rispetto a una percentuale più alta (il 38%) riferita ai capofamiglia di 45-54 anni.
Sono infatti le famiglie più giovani quelle che in quota maggiore spendono tutto il loro reddito mensile (il 58,4% contro la media del 52,5%) e che sono costrette a indebitarsi (il 5% contro la media del 3,7%).
Dall’osservazione dell’assetto patrimoniale delle famiglie italiane emerge in modo netto la debolezza dei nuclei più giovani, particolarmente marcata in oltre la metà  dei casi.
L’8% non può contare su nessun genere di patrimonio, e a queste si aggiunge il 42,6% che non ha nessun patrimonio immobiliare (contro il 16,8% medio).
Circa il 20% delle famiglie giovani (rispetto al 40% circa del totale delle famiglie) può contare esclusivamente sulla prima casa (3,7%) o sulla prima casa e un conto in banca (19,1%).
Il possesso di altri immobili o di investimenti e rendite riguarda circa il 23% di esse, contro il 36% riferito alla totalità  delle famiglie italiane.
Oltre il 40% delle famiglie giovani vive infatti in una casa in affitto.
E una ulteriore testimonianza della loro fragilità  patrimoniale proviene proprio dall’analisi della condizione abitativa.
Considerando l’insieme delle famiglie che non possiedono la casa in cui vivono, di nuovo sono le famiglie più giovani a risultare le più svantaggiate.
L’83% di esse e’ in affitto da un privato (contro il 73,5% del totale delle famiglie non proprietarie), il 15,9% vive in una casa di un parente, e solo l’1% usufruisce di un affitto da un ente, che generalmente prevede canoni agevolati, a fronte del 9,5% del totale delle famiglie non proprietarie (percentuale che sale invece al 15% circa per i nuclei con persona di riferimento con 55 anni e più).
Nel dibattito pubblico le risorse rappresentate dal risparmio e dai patrimoni delle famiglie vengono frequentemente citate come un elemento di solidità  del sistema economico nazionale.
Ma questo discorso e’ destinato a essere sempre meno vero, se i giovani lavoratori, sulle cui spalle ricade prevalentemente il peso dell’incertezza economica, spesso senza alcun genere di ammortizzatori, non sono nelle condizioni di accantonare risorse per il futuro.
E anzi mostrano, diversamente dai loro padri, una maggiore tendenza (e necessità ) a indebitarsi.

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STORIE ITALIANE: “NOI IMPROVVISAMENTE POVERI CON 1000 EURO AL MESE”

Agosto 17th, 2011 Riccardo Fucile

PRECARI, CON FIGLI A CARICO, COSTRETTI A TORNARE NELLA CASA DEI GENITORI….E’ LA SITUAZIONE DI TANTI ITALIANI CHE SONO PASSATI DALLA SERENITA’ ALLA MISERIA

Gianna P. ha trentasette anni, un bel bambino e un grande sorriso.
“La povertà ? Io l’avevo assaggiata da piccola, quando mio papà  è morto in un incidente. Solo assaggiata, però. Se chiedevo un paio di scarpe, queste arrivavano, magari dopo quattro mesi. Sono andata a scuola, mi sono diplomata, ho avuto la macchina come tutte le mie amiche. Adesso sì, sono povera. E ho capito che ad essere povera la cosa che manca di più è la libertà . Se avessi ancora il mio lavoro e il mio stipendio, anche se mi sono separata dal marito, potrei affittare un appartamento per me e per mio figlio che ha sette anni. E invece sono tornata a vivere da mia madre, non potevo fare altro. Sei sempre una bimba, per i tuoi genitori, e così ti trattano. Io l’ho provata, l’indipendenza economica, l’avevo conquistata”.
“Da più di un anno l’ho persa e assieme a lei se n’è andata la libertà  di vivere in un posto tutto mio. Le vacanze al mare, le gite nel week-end? Ormai sono un ricordo ma questo non mi pesa. Mi manca la chiave della mia porta, della mia cucina… “.
La parola “povertà ” ha un sapore amaro, soprattutto in questa terra emiliana che sembrava tutta ricca.
Ricorda i libretti dell’Eca (Ente comunale di assistenza), chiamati semplicemente “i libretti dei poveri”, tenuti nascosti nei comò ed esibiti solo per avere le medicine gratis o un sussidio per mandare i figli in colonia.
Gianna P., perdendo il lavoro, si trova dentro l’11% delle famiglie italiane che hanno una capacità  di spesa inferiore a 992,46 euro al mese.
“Adesso mi sveglio al mattino e mi dico: Gianna, fatti coraggio. Fai finta di essere ancora una ragazzina, alla ricerca del primo lavoro. Se sei stata capace di andare avanti, devi essere capace di tornare indietro e di ricominciare. Ho cominciato a lavorare nel 1995, avevo 21 anni. Primo stipendio, 800 mila lire. Prima receptionist, poi impiegata di buon livello. Due anni dopo mi sono sposata e le cose andavano davvero bene. Prima che l’azienda andasse in crisi, io e mio marito portavamo a casa 3100 euro al mese, 1500 io, 1600 lui. E c’erano la tredicesima e la quattordicesima, e anche i buoni pasto da 6,45 euro, che quando li hai quasi non ci badi ma quando spariscono ti accorgi quanto siano utili. Ci sentivamo non ricchi ma tranquilli. Un appartamento in affitto, a 600 euro al mese. Quattrocento euro per l’asilo nido del piccolo. Ecco, in questi giorni di caldo ci preparavamo per andare al mare, dieci o quindici giorni in un appartamento o in un hotel. E d’inverno ci prendevamo un’altra pausa, quattro o cinque giorni in Trentino, senza sciare ma con lunghe passeggiate sulla neve. Al ristorante o in pizzeria? Quasi mai. Preferivamo risparmiare per le nostre piccole vacanze o per portare il bimbo a Gardaland”.
Arriva la separazione dal marito ma le cose non cambiano troppo. “Con il mio stipendio e l’assegno dell’ex coniuge per il bimbo – 350 euro al mese – ce l’avrei fatta a vivere in autonomia. Ma all’inizio del 2010 arriva la crisi dell’azienda, con gli stipendi che tardano prima un mese poi due poi sei mesi e ti trovi all’acqua. L’affitto non lo puoi più pagare, torni dalla mamma e meno male che ha un appartamento suo. In azienda arriva il nuovo proprietario, tornano gli stipendi ma solo per qualche mese. Adesso non so di quale statistica Istat io faccia parte. So soltanto che da marzo ad oggi, e forse fino a novembre, non prendo un euro. In teoria c’è la cassa integrazione speciale, perchè anche i nuovi padroni hanno dichiarato fallimento, ma gli assegni da 700-800 euro ancora non si vedono. L’unico reddito è l’assegno del mio ex. Io però sono una che non accetta di farsi mantenere. A mia madre non pago l’affitto ma partecipo a tutte le spese, dal vitto alle bollette, dalla benzina all’assicurazione della macchina. Se ne vanno in media 450 euro al mese, che prendo in gran parte dai miei risparmi”.
Non è purtroppo una mosca bianca, Gianna P.
“Seguo i lavoratori delle aziende metalmeccaniche nei Comuni di Casalecchio e Sasso Marconi – dice Cristina Pattarozzi della Fiom – e purtroppo l’80% vivono ormai di ammortizzatori sociali. Chiusure, fallimenti, cassa integrazione, mobilità … A volte noi sindacalisti dobbiamo fare un altro mestiere, quello dell’assistente sociale. Ci sono famiglie dove tutti sono in cassa integrazione e se gli assegni sono, come sempre, in ritardo, non hanno i soldi per comprare da mangiare o per pagare bollette e mutui. E allora vai in Comune, spieghi la situazione, intervieni per bloccare uno sfratto. Le donne e gli stranieri sono i più colpiti ma forse anche i più forti. Sanno reagire, cercano nuove strade. Per molti uomini, anche giovani, la crisi dell’azienda è invece vissuta male. Si sentono persi, vanno in depressione. Stanno male perchè non hanno i soldi per andare al solito supermercato e vanno al discount quasi di nascosto perchè si vergognano”.
Non è facile essere poveri e accendere la tv per sentire uno che dice che “il lusso è un diritto”.
I bar sono pieni, si paga un caffè e si sta lì mezza giornata.
“Io sono senza stipendio da quattro mesi e allora, all’inizio di giugno, ho preso i miei due figli e sono andato a pranzo dai miei genitori. Non ho dovuto spiegare nulla. Hanno apparecchiato e solo alla fine mia madre ha detto: va bene alle 13 anche domani?”.
“Io ho tirato giù dal solaio la tenda, non andavo in campeggio da vent’anni. Insomma, con la crisi si torna giovanotti”.
“Ad agosto porto i miei tre bambini al mare, ma solo perchè mia suocera ha pagato l’affitto dell’appartamento. E’ stata gentile, non mi ha fatto pesare nulla. Ha detto: ho preso un appartamento con tre stanze, un’occasione. Venite con me?”.
“Ho controllato i punti della Coop e ho scoperto che ho speso meno di un terzo, rispetto all’anno scorso. Vado al discount per spendere meno. Al mattino presto, oppure mi sposto nei Paesi vicini, dove non mi conoscono”.
Gianna P. deve andare via, per prendere il bambino al centro estivo.
“Si paga anche lì, è un sacrificio ma non voglio che il mio piccolo abbia meno degli altri. E’ stato anche al mare, con suo papà  che per fortuna ha ancora lo stipendio. Se il bimbo sta bene, sto bene anch’io. Quest’anno per me niente vacanze, ma non importa. Io sono una cui non piace “stare in schiena” e nessuno. Vuol dire che non mi piace farmi mantenere, nè dalla mamma nè dallo Stato. E così proprio l’altro giorno sono andata all’Inps per interrompere la cassa integrazione. Ho trovato da lavorare in un’azienda, da una settimana. Sono in prova, spero che mi assuma davvero. Certo, cercare lavoro oggi è come subire una rapina a mano armata. Prendevi 1500 euro? Te ne do 1025, prendere o lasciare. Se tengo conto dell’assegno di 700-800 euro al mese che dovrà  pur arrivare e delle spese per andare in macchina nella nuova azienda, faccio pari e patta. Prenderei gli stessi soldi restando a casa, ad aspettare cassa integrazione o mobilità . Ma ho un figlio e devo dargli un futuro. E poi sono fatta così. Se devo ricominciare, ricomincio davvero. Non sono più una ragazzina ma non voglio uscire dal mondo del lavoro. Se sei fuori, anche con un assegno dell’Inps, è un macello. A non lavorare si sta male, perchè ti senti vuota e inutile. Niente ferie, niente piscina, niente vestitino nuovo e va bene così. Ma io, quella voglia che avevo dentro quando ho cominciato a lavorare, la sento ancora. E’ una voglia di stipendio, di casa, di libertà . Chiedo troppo?”.

Jenner Meletti
(da “La Repubblica“)

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PIANETA ITALIA: ECCO COME IN VENTI ANNI CI SIAMO INDEBITATI

Agosto 8th, 2011 Riccardo Fucile

PENSIONI, SANITA’, CONDONI E SPRECHI: IL DEBITO ORA VALE IL 120% DEL PIL, ALL’INIZIO DEGLI ANNI ’70 ERA AL 50%…L’ERA DELLE SPESE INCONTROLLATE: ASSUNZIONI FACILI, CORRUZIONE E SPERPERI…LE UNA TANTUM E LE CARTOLARIZZAZIONI NON SONO STATI UTILIZZATE PER RIEQUILIBRARE IL BILANCIO PUBBLICO

La vetta dei 2 trilioni è vicina.
Siamo, secondo i dati Bankitalia, a quota 1.890 miliardi, e per fine anno si salirà  ancora più su.
Come ormai ripetono tutti: il 120 per cento del Pil.
Un debito il cui costo cresce al crescere degli spread e che, con la solita ruvidezza, Bossi ha paragonato a “carta straccia”.
Che ci espone all’assalto dei mercati e ci costringe a cure, improvvise, quanto severe e dolorose.
Per Berlusconi, che non dimentica mai di ricordarlo, la colpa è “dei governi che ci hanno preceduto”.
E’ così?
Certo il passato è comunque gravido del presente, ma bisogna vedere come e perchè.
Fatto sta che nel lontano periodo 1961-1973 il debito-Pil dell’Italia era solo al 50,3 per cento del Pil.
A Maastricht mancavano trent’anni.
E poi? Poi comincia l’esplosione.
Nel periodo 1974-1985 raggiungiamo l’80,5 per cento del Pil, nel 1990 siamo al 94,7 per cento, nel 1995 il picco storico è del 121,5 per cento.
Toccò a Romano Prodi, affiancato da Ciampi, per raggiungere l’obiettivo dell’euro, stringere la cinghia e riportare il livello al 109 per cento nel 2000.
A dare la caccia alle responsabilità  si rischia di non uscirne se si guarda alla storia.
Senz’altro l’invecchiamento demografico ha gonfiato a partire dai primi Anni Novanta le pensioni (incidevano per un quarto nel 1980 e ora hanno superato il 32 per cento).
E furono necessari i decisi interventi di riforma di Amato-Dini-Prodi.
La sanità  è stata inarrestabile: è passata, nello stesso periodo, dal 13,6% al 15,3%.
A guardare le tabelle della recentissima Commissione Giarda, sembra che anche le spese per gli apparati burocratici dello Stato siano incomprimibili: la voce “servizi generali” incideva per il 12,3 nel 1980 e pesa il 13,8 per cento dell’intera spesa delle amministrazioni pubbliche nel 2009, a dispetto di tutte le campagne di tagli annunciate dai vari governi.
La collezione delle norme che hanno acceso il boom del nostro debito è sterminata.
Negli anni Settanta le pensioni italiane cominciarono ad essere calcolate sugli ultimi stipendi (oggi non è più così), furono indicizzate all’inflazione, nel 1971 nacque la Gepi e vennero assunti 600 mila dipendenti pubblici.
Tutta colpa dei “formidabili” Anni Settanta?
Altrettante responsabilità  vanno attribuite agli Anni Ottanta: l’economia cresceva ma i governi, segnati da un alto tasso di corruzione, non ne approfittarono per risanare.
Ma forse è agli ultimi dieci anni, dopo l’introduzione dell’euro che bisogna guardare per trovare le responsabilità  del rischio-default dell’Italia di oggi.
Nel periodo 2001-2006 con Berlusconi e Tremonti si evitò accuratamente di affrontare il problema ricorrendo alle “una tantum”: 19,3 miliardi furono incassati con il condono tombale e furono cartolarizzati gli immobili pubblici senza però migliorare i conti dello Stato.
Anzi, già  nel 2005 la Ue estrasse il “cartellino rosso” e ci mise sotto accusa per deficit eccessivo (giunto al 4,3%).
Dopo la parentesi di Padoa Schioppa, che nel 2007 ridusse il deficit-Pil al 2,7%, siamo tornati nella tempesta: dovuta, in parte, alla crisi internazionale.
Ma sono in molti a chiedersi se, ad esempio, i due miliardi destinati alla riduzione dell’Ici nel 2008 non potevano essere spesi per dare un po’ di fiato all’economia e se, anche stavolta, si è persa l’occasione per risanare

Roberto Petrini
(da “La Repubblica”)

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CACCIA A 17 MILIARDI, NEL MIRINO LE PENSIONI DI ANZIANITA’

Agosto 8th, 2011 Riccardo Fucile

CONTRATTI   AZIENDALI ESTESI, IL GOVERNO PREME, IL SINDACATO E’ DUBBIOSO

Gli esperti si sono già  messi a fare i conti, arrivando a una conclusione univoca: anche a essere molto cattivi, dalla spesa per l’assistenza sociale sarà  impossibile tirar fuori 17 miliardi di euro, quanti ne servono per anticipare il pareggio di bilancio, entro la fine del 2013.
E così si fa strada l’ipotesi di nuovi interventi sulle pensioni per evitare di pescare nel serbatoio delle agevolazioni fiscali, destinato a finanziare la riduzione delle aliquote Irpef, e in qualche modo a bilanciare i tagli.
Ufficialmente l’argomento non è all’ordine del giorno, e il governo non ha neanche accennato alle parti sociali nell’incontro di due giorni fa.
Prima di tutto, con loro, c’è da affrontare il problema delle norme per estendere “erga omnes” la contrattazione aziendale.
Il governo le vuole, la Confindustria le sollecita, ma i sindacati hanno ancora qualche perplessità .
Mettere subito sul piatto anche la questione previdenziale sarebbe forse troppo.
Resta il fatto che tra i tecnici dell’esecutivo e gli esperti del settore, la discussione sulla previdenza è già  avanzata.
Il perchè è presto detto: dalla riforma dell’assistenza, in soli due anni, si possono tirare fuori al massimo 4 miliardi di euro.
È vero che a regime, cioè in un tempo più lungo, potranno essere molti di più.
Ma i soldi per arrivare al pareggio di bilancio un anno prima del previsto, nel 2013, servono subito.
E dunque si ragiona su almeno tre fronti: l’età  di pensione delle donne nel settore privato, le pensioni di reversibilità , e soprattutto quelle di anzianità .
Per le donne si tratterebbe di accorciare drasticamente il periodo di avvicinamento ai 65 anni degli uomini, che si concluderà  solo nel 2030.
Mentre sui 5 milioni di pensioni di reversibilità , che l’Italia concede con generosità  senza pari in Europa (38 miliardi l’anno), l’intervento sarebbe più graduale, dovendo far salvi i diritti acquisiti.
Il vero problema, come il grosso della spesa e dei possibili risparmi, è nelle pensioni di anzianità .
Nel 2010 l’età  media effettiva di pensionamento degli uomini è stata di appena 58,5 anni.
Nel 2011 salirà  a 58,8.
Da qui al 2014, a tirar su l’asticella, contribuirà  l’aumento progressivo delle “quote”, date dalla somma di contributi ed età  anagrafica.
Tra tre anni, tuttavia, si potrà  ancora andare in pensione a 61 anni (a 62 per gli autonomi).
E di questo passo, per arrivare a un pensionamento effettivo a 65 anni ci vorranno almeno trent’anni.
Perpetuando ancora a lungo, per giunta, le ingiustizie del “doppio binario”.
Chi va in pensione anticipata oggi, ci va con il vecchio sistema “retributivo”, cioè con un assegno pari alla media degli ultimi dieci anni di stipendio.
Chi arriverà  alla pensione di anzianità  fra quindici anni, invece, ci andrà  parecchi mesi dopo, e con il sistema “contributivo”, ovvero con una pensione di gran lunga più bassa.
C’è dunque anche una ragione di equità , oltrechè l’emergenza del momento, che potrebbe spingere il governo a compiere il passo decisivo e finale sul sistema previdenziale.
Gli esperti valutano due strade possibili.
La più drastica è l’abolizione tout-court delle pensioni di anzianità , lasciando nell’ambito della legge sui lavori usuranti le uniche vie di fuga prima dei 65 anni (che poi saliranno con l’agganciamento alle speranze di vita).
C’è chi suggerisce, invece, la strada dei disincentivi: un “x” per cento in meno di pensione per ogni anno che manca al limite della vecchiaia, oppure il ricalcolo dell’assegno solo con il meccanismo contributivo.

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IL FISCO E LA GIUNGLA DEI RINCARI: 647 EURO IN PIU’ A TESTA IN PIU’ IN 5 ANNI

Luglio 26th, 2011 Riccardo Fucile

RIALZI PER 14 MILIONI DI CONTRIBUENTI, LA MAPPA DEGLI AUMENTI CITTA’ PER CITTA’….LE TASSE LOCALI, IMPOSTE SULLE PERSONE FISICHE, IL RECORD DI VENEZIA…FEDERALISMO UGUALE A PIU’ TASSE

La riforma del fisco che ridurrà  a tre le aliquote (20%, 30% e 40%) è affidata ai tempi lunghi del disegno di legge delega (tre anni dall’approvazione del ddl) mentre tasse e imposte stanno aumentando e aumenteranno nei prossimi anni per effetto della manovra (il taglio del 5% delle agevolazioni dal 2013 e del 20% dal 2014) e del federalismo.
Proprio ieri la giunta Pisapia ha deciso di introdurre a Milano, che finora non l’aveva, l’addizionale Irpef: si pagherà  lo 0,2% già  da quest’anno ma con l’esenzione fino a 26 mila euro di reddito.
Tra Patto per la salute, attuazione dei decreti del federalismo fiscale, senza contare i ticket sanitari aggiuntivi, quest’anno, per circa 14 milioni di contribuenti, cioè uno su tre, ci sarà  un rialzo consistente del prelievo, con forti differenze sul territorio.
Il fisco a macchia di leopardo penalizza infatti sopratutto gli abitanti delle cinque Regioni dove è scattato l’aumento dell’Irpef a causa dell’extradeficit sanitario, che sono Lazio, Molise, Campania, Puglia e Calabria.
Ma anche quelli dei 179 Comuni che hanno deliberato l’incremento dell’addizionale Irpef.
Già  da quest’anno, infatti, sono possibili aumenti delle aliquote comunali se queste sono sotto lo 0,4%, mentre a partire dal 2013 i ritocchi sono liberi fino al tetto dello 0,8%.
Allo stesso tempo le addizionali regionali Irpef potranno salire fino al 2% nel 2014 e al 3% dal 2015.
Ma questi limiti potranno essere superati di 0,3 punti nelle Regioni col buco nei conti della sanità , come già  accade ora.
Sono 62 i Comuni che hanno messo per la prima volta quest’anno il balzello Irpef, tra cui Venezia (0,19% fino a 55mila euro, 0,2% sopra), Brescia (0,2%) e appunto Milano, mentre i restanti 117 hanno aumentato l’imposta per problemi di bilancio, con il massimo raggiunto a Roma, dove l’addizionale è passata dallo 0,5% del 2010 allo 0,9% del 2011.
Un vero salasso per ogni contribuente della Capitale che dovrà  versare in media 119 euro in più nelle casse del Campidoglio, ai quali si aggiungono 71 euro in più di Irpef regionale, per un totale di 190 euro aggiuntivi a testa rispetto al 2010.
Oggi sono in tutto 6.199 i municipi che applicano l’addizionale Irpef, per un gettito di oltre 2,9 miliardi (94 euro per ciascun contribuente), il 5,3% in più rispetto all’anno scorso.
Colpiti pure i cittadini delle 36 Province che hanno deciso di maggiorare l’imposta sull’assicurazione Rc auto, anche questa una facoltà  prevista dal federalismo.
L’aliquota sul servizio sanitario applicata al premio assicurativo, finora fissata al 12,5%, può infatti salire di 3 punti e mezzo, fino al 16%, sempre in base a uno dei decreti del federalismo fiscale.
Trentuno Province hanno già  sfruttato questa possibilità  interamente.
Tra le 36 che hanno comunque aumentato l’aliquota, che con incassi pari a 1,8 miliardi rappresenta il 41% delle entrate proprie, anche 7 capoluoghi: Milano (16%), Venezia (16%), Bologna (16%), Ancona (15,5%), Perugia (16%), L’Aquila (15,5%) e Catanzaro (15%), per rincari medi di circa 45 euro ad assicurato.
Questi dati, commenta Guglielmo Loy, segretario confederale della Uil che dirige l’osservatorio del sindacato che sforna periodicamente un monitoraggio del fisco locale completo e preciso, «sono solo l’antipasto di quanto potrà  succedere quando il federalismo fiscale entrerà  a regime, in particolare dal 2013, quando tra l’altro si faranno sentire i tagli a Regioni e Province previsti dalla recente manovra», che prevede anche la riduzione del 20% delle detrazioni e deduzioni fiscali, con un appesantimento del prelievo che non risparmierà  neppure la prima casa.
Senza contare, infine, i continui aumenti delle tariffe dell’acqua e dei rifiuti che, come ha calcolato la Cgia di Mestre elaborando i dati Istat, sono quelle che negli ultimi dieci anni sono aumentate di più: +55,3% l’acqua potabile, più 54% la Tarsu o Tia.
Alla fine, calcola ancora l’osservatorio Uil, se tutti i Comuni e le Regioni utilizzeranno la leva fiscale fino al massimo consentito dai decreti attuativi del federalismo, un lavoratore con un reddito imponibile di 30 mila euro annui (uno stipendio di circa 1.600 euro), si ritroverà  a pagare in media nel 2015, 647 euro in più rispetto a quanto ha pagato per queste due voci nel 2010: 1.158 euro contro 511, il 126,6% di aumento.
In particolare, l’addizionale Irpef regionale, passerà  da 364 euro medi nel 2010 a 917 nel 2015 (con un rincaro di 553 euro) mentre quella comunale da 147 a 241 (94 euro in più).
Il rincaro è già  cominciato quest’anno, con le due addizionali considerate insieme che passano da 511 euro in media a 532 euro.
Ma l’accelerazione ci sarà  dal 2013 con l’entrata a regime dei decreti, che porterà  il prelievo addizionale Irpef (comunale e regionale) sui redditi da 30 mila euro a 678 euro e poi a 858 euro nel 2014 e a 1158 euro appunto nel 2015.
Ogni Regione e Comune segue le sue regole per le addizionali.
Si va da situazioni dove il fisco usa la mano leggera, come a Milano dove fino a ieri non c’era l’addizionale comunale, e quella regionale va dallo 0,9% all’1,4% secondo gli scaglioni di reddito, a situazioni dove il prelievo è molto pesante: oltre a Roma, Napoli, Campobasso e Catanzaro, dove l’aliquota regionale dell’1,7% colpisce tutti i redditi.
Di conseguenza anche gli aumenti medi nel quinquennio saranno diversi. Sempre prendendo i 30 mila euro di reddito, si pagheranno per le addizionali 480 euro in più a Campobasso, passando dai 750 euro del 2010 ai 1.230 del 2015, fino a 870 euro in più a Venezia, rispetto ai 270 euro versati nel 2010.
Il fisco locale, sottolinea Loy, colpirà  maggiormente lavoratori e dipendenti nelle Regioni e nei Comuni dove non sono previste deduzioni, detrazioni e fasce d’esenzione.

Enrico Marro
(da “Il Corriere della Sera”)

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