Novembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile
UNA STORIA CHE CI RICONCILIA CON L’UMANITA’
Sono stati dimessi 15 giorni fa ma la storia di Matteo Merolla e di suo zio è di quelle da ricordare: il nipote, asintomatico, ha deciso di farsi ricoverare con lo zio, affetto da sindrome di Down, per non lasciarlo solo nel reparto COVID. Le sue parole a Repubblica Roma:
La lotta contro il nemico invisibile per Matteo Merolla, 29enne immobiliarista romano, già asintomatico positivo al coronavirus, comincia il 3 novembre scorso quando accompagna d’urgenza lo zio, Paolo Rocchi, 49 anni e disabile non autosufficiente, al Policlinico militare del Celio.
«Da giorni – ricorda Matteo – zio Paolo lamentava febbre alta, oltre i 38 gradi». Le sue condizioni si sono rapidamente aggravate: «Piangeva stremato dalla tosse che non gli dava tregua, respirava poco e male, gli girava la testa, era fisicamente debole: il virus lo aveva già attaccato».
Tanto che i medici gli hanno riscontrato subito una grave polmonite. Aggravata dal fatto che «quando era piccolo gli è stata asportata una grossa porzione di un polmone».
Seppur con sintomi lievi, Matteo non ci ha pensato due volte ad assistere Paolo e a farsi ricoverare con lui. «Il primario dell’ospedale ha acconsentito. E noi due, pur di stare insieme, abbiamo cambiato stanza più volte. Io, una settimana dopo il ricovero potevo già essere dimesso e completare la mia quarantena a casa, guardando serie Tv su Netflix o mangiando sushi».
Ma il dovere di accudire lo zio, per il nipote è stato più forte: «Viveva con la maschera dell’ossigeno 24 ore su 24 e di queste almeno 3 le passava piangendo. Non capiva perchè si trovava lì, in quello stato». A sostenerlo, le cure del nipote e dell’èquipe dell’ospedale: «Lui era diventato la mascotte del reparto»
(da agenzie)
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Novembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile
RITRATTO DEL CHIRURGO DI GUERRA E FONDATORE DI EMERGENCY… “IN ITALIA C’E’ CHI CERCA DI FARE QUALCOSA, CHI NON FA UN CAZZO E QUELLI CHE NON FANNO UN CAZZO MA VOGLIONO DIRE AGLI ALTRI COSA DEVONO FARE”
Gino Strada è l’uomo retto che unisce due punti sanguinosi del globo. Come da manuale la distanza più breve, la figura geometrica ieratica, il punto di sutura definitivo.
Ti fissa con gli occhi infossati e severi, profondissimi, da falcone delle pianure dell’Asia Centrale, e non hai scampo: per qualche secondo comprendi Friedrich Wilhelm Nietzsche e l’abisso in cui il medico chirurgo e fondatore di Emergency si è calato per anni.
D’altra parte riemergere da ospedali da campo improvvisati nel deserto, mentre fioccano i missili – spesso dei tuoi amici occidentali – non è impresa comune.
Ci vuole fegato, mentre la carne è aperta, ma soprattutto infinita tenuta, mentale e spirituale, quando gli occhi sono chiusi.
Caricare su di sè tutto il male del mondo è impresa che neanche Atlante, che infatti il mondo sulle spalle lo portava tutto intero, belle cose comprese, e forse a dover cercare un precedente, un’icona del lavoro assurdo ma necessario, come salvare vite umane in situazioni e contesti dove tutto cospira verso il contrario, bisognerebbe ricorrere al Sisifo di Albert Camus. Alla sua pietra trasportata a fatica in cima e ogni volta pronta a rotolare verso valle.
Nel caso di Gino Strada, a valle, impreparati alla sistematica slavina, ci siamo tutti noi. Imperfetti, distratti, perdigiorno, concentrati in occupazioni di secondaria importanza. “In Italia – raccontava il fondatore di Emergency lungo un viaggio in treno da Milano a Roma con Vittorio Zincone – c’è chi cerca di fare qualcosa, chi non fa un cazzo, e poi i peggiori: quelli che non fanno un cazzo e vogliono dire agli altri cosa fare”.
Ecco, stabilite voi in quale girone stare. Lui, lo ha scelto con precisione, ovviamente chirurgica.
Anche se a dispetto della determinazione che emana da tutti i pori, non bisogna credere a un percorso da enfant prodige. Tutt’altro.
Nato a Sesto San Giovanni, la roccaforte rossa milanese – poi espugnata più volte negli anni a venire – il giovane Luigi detto Gino era un ragazzo come tanti altri. “Mio padre e mia madre erano operai ma da ragazzino non ho mai partecipato alla vita politico-culturale di Sesto”.
Allora pensava “ad andare a bene a scuola, a giocare a pallone e a dare qualche occhiata alle ragazze”. Tra queste, c’era la 17enne Teresa Sarti, che condividerà il sogno di Emergency, che sposerà nel 1971 e che dovrà lasciar andare nel 2009.
“Era straordinaria nella capacità di coinvolgere le persone”. L’impegno sarebbe nato alla Statale, facoltà di Medicina, che a dire il vero lo studente Strada non divora con particolare accanimento e da dove uscirà buon trentenne nel ’78.
C’è altro a cui dare i resti, il Sessantotto a Milano, il Movimento Studentesco. La politica che “ti fagocitava: ogni sabato un corteo da organizzare”. Solo dopo “mi sono messo a studiare sul serio”.
Fare sul serio, per uno come Strada non è solo un modo di dire. La carriera da medico è un dardo scagliato contro il sistema: ogni passo prepara il successivo.
Otto anni all’ospedale di Rho per indirizzarsi verso la chirurgia traumatologica e la cura delle vittime di guerra. Specializzazione in chirurgia cardiopolmonare negli Stati Uniti, in Uk e al Groote Schuur Hospital di Città del Capo, in Sudafrica, quello del primo trapianto di cuore, di Christiaan Barnard, “elegantissimo, con la sua Mercedes, ma ormai operava poco per l’artrosi alle mani”.
Poi arriva la chirurgia di guerra, cinque anni tra Pakistan, Etiopia, Perù, Afghanistan, Somalia e Bosnia con il Comitato internazionale della Croce Rossa. Quella di Ginevra, però, perchè a sentir Strada “quella italiana non esiste”.
Così arriviamo nel 1994, l’Italia è appena entrata nella Seconda Repubblica e nelle calde spire del Cavaliere.
Emergency, fondata in maggio con una ventina di amici, ha bisogno di fondi per finanziarsi l’intervento nel genocidio in Ruanda, tanto per partire bassi. Una cena al Tempio d’Oro, zona viale Monza, raccoglie 12 milioni di lire. Non bastano. Ne servirebbero 250.
Arriva un soccorso insperato, proprio dal cuore del Biscione. “Per fortuna venni invitato da Costanzo, e, puf, la tv è questa cosa qui: in un paio di mesi, arrivarono 850 milioni. Gente che mi suonava al campanello di casa…”.
Puf, una puntata su Canale 5 con compagni di palco come Cesare Previti, allora Ministro della Difesa, il giornalista Mino Damato, il sociologo Francesco Alberoni… e il sogno di Emergency prende il via.
E pazienza se la genesi è un pochino impura, almeno agli occhi della sinistra doc. “Pecunia non olet, quando arriva dal crimine. E quando chi dona, pretende di decidere chi devi operare e chi no”, gli unici paletti di Strada.
Che è abituato a trattare con dittatori come Bashir, trent’anni di scorribande in Sudan. “Quelli che noi chiamiamo dittatori, in Africa sono presidenti. Se un regime è oppressivo, la gente sta male”.
E a forza di sporcarsi le mani, Emergency da aggettivo diventa sostantivo di una certa realtà . 25 anni e settantanove progetti in sette Paesi, ma non in Somalia e Cecenia, dove “tirano su un muro”, o tra gli opachi libici e palestinesi.
120 dipendenti, 9 milioni di persone curate, una nuova sede vicino Sant’Eustorgio, la chiesa più antica di Milano. Un ospedale in Uganda, disegnato gratis da Renzo Piano. L’ultimo degli “amici di una vita”.
E che amici: De Andrè, Eco, Chomsky. Un tris di assi, da affiancare ad altri tre grandi, ma preti: don Gallo, padre Alex Zanotelli, don Ciotti. Lui, ateo, a cui piacerebbe incontrare papa Francesco per parlare dell’abolizione della guerra.
Già , la guerra. Qui non si ammettono deroghe. “Basta non farla”, ripete negli anni Strada, senza se e senza ma. Non esistono eccezioni.
Neanche nel settembre 2001, contro l’Afghanistan, per vendicare le Torri gemelle ancora fumanti. “Quando vedevo sulla Cnn le facce di chi scappava dall’orrore di Manhattan, pensavo che erano le stesse che avevo visto a Sarajevo… Per me già il concetto di guerra è una bestemmia contro l’umanità , e peggio ancora se si parla di guerra giusta, di guerra condotta con precisione chirurgica”.
La guerra per Strada è follia, punto. Come nel febbraio 2003, quando in piazza contro l’attacco a Saddam, non esitava a parlare di “scelta politica compiuta da una banda di petrolieri che vuole mettere le mani sul greggio iracheno”.
Posizioni che lo misero in prima linea del fronte pacifista, lui che pacifista nemmeno si dichiara. E che lo misero nella scomoda posizione di difendere equazioni pericolose come Bush uguale Bin Laden o di negare giustizia alle vittime dell’11 settembre, come sostenuto, uno per tutti da Giuliano Ferrara. A cui Strada, neanche troppo dissimulando la sua natura combattente, risponde: “Questo non è un ragionamento, ma un prodotto della cistifellea”. (Il direttore del Foglio se l’è segnata e ha minacciato di farsi saltare in aria in caso di ascesa del nostro al Quirinale).
D’altro canto che il nostro non abbia alcun rispetto per la politica lo conferma in altre occasioni.
Come nella oggettiva caduta di stile con cui definisce Brunetta “esteticamente incompatibile” con Venezia, che sceglieva il sindaco nel 2013. O come quando definisce “una banda di coglioni” i 5 stelle appiattiti sulle posizioni di Salvini sui migranti.
Proprio quei 5 stelle che lo avevano votato secondo alle Quirinarie, sempre nel 2013, e che 5 anni dopo gli avevano proposto un ministero. Invito declinato nel merito: “Gli ho fatto notare che Emergency è una delle associazioni che loro definiscono ‘taxi del mare’”.
E a proposito di bellicosità verbale, va senz’altro registrato il “Minniti sbirro”, che l’allora titolare del Viminale si beccò per le responsabilità nella gestione dei centri di detenzione in Libia. Per non parlare delle “infamie” di Romano Prodi, reo di aver abbandonato un collaboratore di Emergency di Kabul nelle mani degli uomini di Karzai.
Insomma sono sberle per tutti. Oltre ai citati, ci sono D’Alema, Monti, Letta, Renzi, Gentiloni, per cui far valere la massima di Giulio Andreotti: “La cattiveria dei buoni è pericolosissima. Gli altri la distribuiscono in dosi giornaliere, mentre chi la concentra ne fa strumenti esplosivi”.
Anche se con l’età un po’ il chirurgo si intenerisce e, dopo trent’anni di diserzione alle urne, nutre un po’ di fiducia nella lista Tsipras, che schiera Andrea Camilleri, Barbara Spinelli e Marco Revelli. O nella rivoluzione arancione di Antonio Ingroia, “una persona onesta e degna della massima fiducia”.
Qualche volta ci prende pure, come quando alle regionali di Milano del 2013, chiede a gran voce la cacciata della “banda che ha devastato scuola e sanità ”. “Siamo all’affarismo puro, qui ci sarà lavoro per gli avvocati per i prossimi venti anni”, profetizza, e nonostante lo sguardo lungo non poteva arrivare a pensare che il lavoro sporco lo avrebbe fatto una pandemia.
Nonostante tutto ciò, non deve però sorprendere più di tanto il sì al premier Giuseppe Conte, l’impegno in Calabria, dove il chirurgo dopo qualche tentennamento ha accettato di collaborare sul campo con la Protezione civile.
Non sarà come gestire ospedali in Africa, come gli ha rammentato il procuratore capo di Catanzaro Nicola Gratteri, ma è in linea con quanto già fatto da Emergency a Palermo o a Marghera.
“Da anni — sosteneva Strada nel 2011 lanciando la campagna italiana — mi sono reso conto che i bisogni non sono solo oltre frontiera, in altri paesi”, ma “sempre più qui, in patria”. Tredici progetti. “Un’Italia sconosciuta. Castel Volturno, Polistena, quanti bei posticini. Povertà , degrado, schiavismo, situazioni che non ho mia visto neanche in Sudan”.
Volendo cedere ai sentimenti, infilarsi nel carnage calabrese è qualcosa di molto simile a un gesto d’amore, e quindi, come diceva il filosofo, al di là del bene e del male. Impresa disperante, ma alla portata di uno che per il bene superiore della missione non guarda in faccia nessuno, come ha imparato sulla sua pelle la figlia Cecilia cancellata dalla foto di famiglia di Emergency alla stregua di una Lev Trozky umanitaria.
Una cosa sola è certa, se va male nella complicata terra degli Spirlì e dei Morra, il chirurgo non potrà rifugiarsi nell’asteroide 248908 che porta il suo nome.
Otto milioni di anni luce sono troppi anche per l’uomo retto.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 20th, 2020 Riccardo Fucile
EX GINECOLOGO, AVEVA 83 ANNI: UN ESEMPIO DI DEDIZIONE ALLA SUA COMUNITA’ … COMO PIANGE IL SUO EROE IN CAMICE BIANCO
Ancora una vittima di Covid-19 tra i camici bianchi: è morto martedì 17 novembre all’età di 83 anni Pierantonio Meroni, ex ginecologo di Como che nonostante fosse in pensione era tornato come volontario nel suo reparto all’ospedale Valduce. Sale così a 201 il bilancio dei medici morti per il Coronavirus in Italia. A dare la notizia è la Federazione nazionale ordine dei medici chirurghi e degli odontoiatri che sul suo sito aggiorna “l’elenco dei caduti”.
Meroni ha iniziato la sua carriera alla clinica Mangiagalli di Milano per poi, nel 1975, trasferirsi al Valduce. Amici, colleghi e parenti lo ricordano come un grande uomo e professionista tanto che l’Ordine dei medici di Como nel 2015 lo aveva premiato per i cinquanta anni di carriera.
Poi nel 2020, la decisione che gli è costata la vita: nonostante fosse in pensione da quindici anni durante la nuova ondata di contagi, che ha interessato la Lombardia e in particolare la sua amata Como, Meroni ha scelto di tornare in campo come volontario.
Anche l’amministrazione comunale di Lambrugo, comune in provincia di Como, lo ha voluto ricordare con un post sul suo profilo Facebook: “Resterà il ricordo della sua grande preparazione e umanità con cui, per tanti anni, ha svolto la professione di ginecologo”.
Il comune poi ha espresso il suo cordoglio nei confronti del genero Fabio Poletti, consigliere comunale di Lambrugo, della figlia e della moglie del dottor Meroni.
Dall’inizio della pandemia sono ormai più di duecento i medici che hanno perso la vita a causa del Coronavirus. In un’intervista a Fanpage.it, il presidente Filippo Anelli ha detto: “È un numero che dimostra quanto è ancora difficile affrontare la pandemia”. Secondo Anelli, molti medici nella prima ondata sono morti a causa della carenza di dispositivi, un tema che sembra essere ancora ricorrente: “Assistiamo a tante segnalazioni e denunce di carenza di dispositivi, il che ci crea anche un certo imbarazzo”.
(da Fanpage)
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Novembre 20th, 2020 Riccardo Fucile
L’ATTORE E’ DA SEMPRE IMPEGNATO IN OPERE DI SOLIDARIETA’
Brad Pitt è, probabilmente, l’attore più cool del pianeta Terra al momento in cui sto scrivendo. E non c’è nulla di cui sorprendersi se, passando per Los Angeles, lo ritroviate in jeans strappati, shirt bianca e camicione di flanella a scaricare generi alimentari gratuiti, soprattutto frutta e verdura, per le comunità di volontari della città degli angeli. Un attimo. Cosa? Parliamo di lui, sì: quell’uomo con la mascherina che consegna frutta e verdura per i bisognosi, sì lui, quell’uomo che somiglia a Brad Pitt, è proprio lui: Brad Pitt.
Lo annuncia il Daily Mail, ne parla The Cut, il magazine culturale del New York Magazine. Le foto, pubblicate da Jeff Rayner per la Coleman-Rayner, hanno fatto il giro del web e sono state socializzate dai numerosi fan account dell’attore.
D’altronde, vederlo scaricare generi alimentari in questa tenuta casual non è una storia che si può vedere tutti i giorni. Stando a quanto riferito dal Mail, avrebbe lavorato per ore e nessuno lo avrebbe riconosciuto fino a quando non si è preso una pausa per fumarsi una sigaretta, togliendosi la mascherina.
A dirla tutta, però, Brad Pitt è un habituè in queste opere di bene. La scorsa estate, l’attore di “C’era una volta ad Hollywood” si è offerto volontario con la Watts Community Core, fornendo cibo alle persone bisognose.
Il Daily Mail scrive che in questa occasione, Brad Pitt è stato il più laborioso tra i suoi colleghi: “era quello che afferrava più scatole di chiunque altro, riuscendo a portarne sei per volta su un carrello”. Straordinario, Brad. E il Mail prosegue: “Brad Pitt non si è fermato un attimo”. Gli States si prodigano in lodi sperticate per l’uomo che ancora una volta supera se stesso, il Divo inarrivabile che diventa per tutti, il Re che — di tanto in tanto — toglie la corona e smette i panni regali per mischiarsi tra la gente, in mezzo al popolo. In effetti, è davvero un gran bel gesto.
(da “Fanpage”)
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Novembre 19th, 2020 Riccardo Fucile
“HO FATTO UNA COSA NORMALE, COME SI PUO’ NEGARE CIBO E ACQUA? SONO UN ESSERE UMANO”
Quando risponde al telefono a fanpage.it, di buon mattino, Rosa Esposito, la salumiera di Nerano di Massa Lubrense, perla della Costiera Sorrentina, non è nemmeno consapevole dell’impatto del suo gesto: aver dato del cibo ai migranti sbarcati — non si sa ancora bene come — nella baia sorrentina nel tardo pomeriggio di ieri.
La donna ha alzato la serranda del suo negozietto, ‘Olga’s alimentari’ nella piazzetta di Nerano e ha rifocillato 14 uomini e 2 donne — di nazionalità afghana e irachena, giunti sulle coste della Campania con due barche a vela.
Signora Rosa, ci racconta com’è andata?
Ero a casa, ho saputo che questi ragazzi erano arrivati non si sa bene come, nella baia di Ieranto. Noi siamo nella parte di sopra, sono arrivate le forze dell’ordine, abbiamo visto questi ragazzi seduti sul muretto…
E lei ha fatto il gesto di cui si parla da ieri
Il cibo e l’acqua? Ma a me pare normale, ma chi nega l’acqua e il cibo? Sono esseri umani e io sono un essere umano. Il Comune si è comportato bene, ha subito organizzato l’accoglienza, così come le forze dell’ordine, questo lo posso dire?
Lei ha visto queste ragazze e questi ragazzi.
Sì. Erano silenziosi, non hanno parlato. Gli ho portato quello che potevano mangiare e quello che avevo a disposizione: da bere, biscotti, brioscine. Hanno mangiato in fretta, avevano molta fame ed erano stanchi.
Rosa, da quanto tempo lavora nella salumeria?
Sono di qui, la tengo in gestione però da tre anni. Prima di me c’era la signora Olga (cui è intitolato il negozio ndr.) commerciante storico di Nerano, una donna buonissima, che è venuta a mancare qualche anno fa. Siamo due salumeria qui su a Nerano, io mi sono fatta una buona nominata coi miei panini, c’è tanta gente che passa di qui in estate soprattutto , quando vanno a mare…
Ora ne arriveranno ancora di più: sa che la notizia del suo gesto ha fatto il giro d’Italia in poche ore?
Veramente? Che vi devo dire, ma è stato un fatto così…è semplicemente che l’umanità ci deve essere. Niente di straordinario.
(da Fanpage)
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Novembre 18th, 2020 Riccardo Fucile
“SONO RAGAZZI DI ORIGINE IRANIANA E IRACHENA, EDUCATI”
Sedici migranti, tra cui due donne, sono sbarcati ieri sera a Nerano, borgo di Massa Lubrense in provincia di Napoli, affacciato sulla Costiera Sorrentina.
E una salumeria del posto, senza pensarci due volte, ha deciso di alzare la saracinesca per rifocillarli.
La proprietaria del negozio si chiama Rosa Esposito ed è stata intervistata da Fanpage: «Il mio è stato un gesto normale. Ma chi nega l’acqua e il cibo? Sono esseri umani e io sono un essere umano. Il Comune si è comportato bene, ha subito organizzato l’accoglienza, così come le forze dell’ordine».
I migranti hanno tra i 20 e i 22 anni. Provengono da Iraq, Iran e Afghanistan e avrebbero raggiunto le coste italiane a bordo di due imbarcazioni, di cui però non è stata trovata traccia.
La Guardia costiera ha ispezionato la zona in cui hanno toccato terra, nel tentativo di capire meglio la dinamica del loro arrivo in un punto che di solito non è interessato dal fenomeno degli sbarchi. I 16 hanno trovato momentanea ospitalità nella sala del Comune, dove hanno trascorso la notte dormendo su delle brandine.
I responsabili dell’Azienda sanitaria locale hanno effettuato i tamponi per verificare l’eventuale presenza di casi di Coronavirus e i risultati sono attesi nel pomeriggio.
Il sindaco di Nerano, Lorenzo Balduccelli, ha spiegato: «Solo uno di loro parla un po’ d’inglese. Sono di origine iraniana e irachena, ben vestiti, educati. Le forze dell’ordine stanno cercando di capire quale sia l’organizzazione che li ha portati fin sulla spiaggia della nostra costiera».
(da Fanpage)
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Novembre 15th, 2020 Riccardo Fucile
LUI LO SALVA E LO RINGRAZIA: “CI DAI LA FORZA DI CONTINUARE”… “NEI SUOI OCCHI HO RIVISTO MIO PADRE”
“Noi abbiamo salvato te, ma tu hai salvato noi”. Con queste parole di gratitudine Giuseppe Vallo, medico responsabile di Riabilitazione Respiratoria al Lanzo Hospital della Valle Intelvi, nel Comasco, ha voluto condividere sui social la storia di un 90enne affetto da Covid, che in 15 giorni è uscito dalla terapia intensiva e che ora è in via di guarigione.
Una testimonianza ricca di forza e umanità iniziata lo scorso primo novembre, quando l’anziano aveva varcato la porta del nosocomio in condizioni critiche e aveva detto al medico, stringendogli la mano: “Dottore, ho 90 anni e ho fatto tutto quello che dovevo nella mia vita, lasciami andare”.
“Il giorno successivo al ricovero la sua ossigenazione era così bassa, che gli abbiamo dovuto mettere un casco Cpap con una percentuale di ossigeno al cento per cento per aiutarlo a respirare – racconta Vallo in un lungo post sul suo profilo Facebook -. Nei suoi occhi ho rivisto quelli di mio padre, che ha la stessa età , e la sua richiesta spiazzante e allo stesso tempo così umile mi ha provocato una stretta al cuore tale, che sembrava fossi io quello a cui mancava l’ossigeno”.
Nei giorni successivi, medici e infermieri gli hanno rivolto le stesse cure e attenzioni riservate a ogni paziente e in due settimane il 90enne è migliorato sensibilmente.
“Sono riuscito a fargli vedere i suoi parenti in videochiamata e cercavo sempre di infondergli coraggio – spiega Vallo – Infermieri e operatori sanitari hanno svolto con amore il loro lavoro, standogli accanto in ogni momento possibile e ora che è uscito dalla camera intensiva è tornato bello come prima”.
Tra camminate riabilitative con i fisioterapisti, il prossimo obiettivo dell’equipe è quello di farlo tornare presto a casa: “Ci ha ringraziato così tante volte per quello che abbiamo fatto per lui – scrive il dottore -, ma in realtà non sa che siamo noi ad essere grati a lui perchè il suo inizio di guarigione ci dà la speranza e la voglia di continuare a lottare ogni giorno”.
(da agenzie)
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Novembre 15th, 2020 Riccardo Fucile
SCOPRI’ PER PRIMA IL PAZIENTE 1 IN ITALIA, ORA SI METTE A DISPOSIZIONE DI CHI HA PIU’ BISOGNO DI AIUTO
Un bel gesto di solidarietà : “Abbiamo avuto la possibilità , su base volontaria, di venire a dare una
mano in Fiera a Milano per restituire l’aiuto preziosissimo e vitale che abbiamo ricevuto a marzo e aprile”.
Lo ha detto Annalisa Malara, il medico anestesista dell’ospedale di Codogno che, con la sua equipe, per prima scoprì il paziente 1 in Italia da Coronavirus, Mattia Maestri.
Oggi, per sua scelta, opera nella struttura milanese allestita all’interno della Fiera per i pazienti Covid, anche perchè, ha sottolineato in un video pubblicato dalla Regione Lombardia, senza l’aiuto ricevuto allora a Codogno “non saremmo riusciti con le nostre sole forze a curare tutti. È un modo per ricambiare l’aiuto che ci è stato dato e per e condividere la nostra esperienza clinica. Ho trovato colleghi ben disposti e sono felicissima di essere qui” ha aggiunto.
Quanto alla sera del ricovero di Mattia Maestri a Codogno ha aggiunto: “Mi piace ricordare quella sera come un esempio di lavoro fatto con la testa e con il cuore. Abbiamo cercato, con la mia equipe, di dare le migliori chance diagnostico-terapeutiche possibili, per questo motivo non mi sono sentita di escludere a priori la possibilità che si trattasse di Coronavirus, andando oltre le conoscenze dell’epoca e i protocolli in vigore, chiedendo comunque questo tampone che in quel momento non era visto come necessario perchè non era un paziente considerato a rischio. Cercando però di trattarlo al meglio, avendo come obiettivo primario la centralità del malato, non ho potuto esimermi dall’effettuare anche questa indagine che poi si è rivelata purtroppo positiva e ha dato inizio a quella che ormai conosciamo come una delle più grandi crisi sanitarie degli ultimi cento anni”.
(da agenzie)
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Novembre 14th, 2020 Riccardo Fucile
DON CARMELO: “NON HAI AVUTO NE’ UNA CULLA, NE’ GIOCHI, NE’ SERENITA’ E PACE, NON HAI NEMMENO UNA BARA”
“Caro Joussef, nei tuoi sei mesi di vita, niente avesti da bambino, nè una culla, nè giochi, nè serenità o pace. Ora da bambino non hai nemmeno la bara”. Con queste parole, Lampedusa piange il piccolo Joussef, il bimbo di appena sei mesi vittima dell’ennesima tragedia del Mediterraneo.
Il suo corpo senza vita, trasferito a Lampedusa, è stato accolto da un gruppo di isolani e dal parroco, don Carmelo La Magra.
“Caro Joussef – scrive il parroco – nei tuoi sei mesi di vita, niente avesti da bambino, nè una culla, nè giochi, nè serenità o pace. Ora da bambino non hai nemmeno la bara. Sei mesi e mai hai potuto essere bambino, come la tua mamma giovanissima e già al colmo del dolore. Noi oggi e sempre, qui, siamo la tua famiglia. Ci vediamo in cielo dove saremo bambini per sempre”.
“La morte di uno di noi viene annunciata dal rintocco delle campane della parrocchia – scrive Lampedusa solidale – e diviene immediatamente lutto per l’intero paese. Improvvisamente, si abbassa il volume della voce, tutti sull’isola partecipano al lutto di amici e familiari”.
Il corteo funebre per accompagnare Youssef al cimitero ha attraversato una strada solitamente molto trafficata ma nel giorno dell’addio, per circa mezz’ora auto e moto sono sparite.
Al suo passaggio chiunque si è fermato, anche solo per un attimo, tolto il cappello, il segno della croce, lacrime.
E don Carmelo, rivolgendosi a Joussef: “Siamo la tua famiglia”. Il piccolo viaggiava su un gommone insieme alla madre, caduto in acqua era stato trovato vivo, ma è morto poco dopo, mentre i migranti e l’equipaggio della nave Ong aspettavano gli aiuti.
Il video della mamma che urla disperata per il figlio ha fatto il giro del mondo.
(da agenzie)
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