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LIGURIA: COME LA ‘NDRANGHETA INQUINA LA POLITICA

Febbraio 11th, 2012 Riccardo Fucile

DOPO LO SCIOGLIMENTO DEI COMUNI DI BORDIGHERA E VENTIMIGLIA, EMERGONO I RAPPORTI TRA MALAVITA E POLITICA…LE FAMIGLIE CHE GESTISCONO IL CONSENSO, I RETROSCENA DELLE CAMPAGNE ELETTORALI SVELATI DALLE INTERCETTAZIONI

Nel Ponente Ligure i voti “dei calabresi” contano. I politici li vanno a cercare. E alla fine si scottano.
“Al voto calabrese si sono rivolti tutti i candidati a tutte le elezioni, è un dato che vi posso dare per certo”, conferma Alessio Saso, consigliere regionale del Pdl eletto nel 2010 nella circoscrizione di Imperia.
Saso è attualmente indagato per promesse elettorali in una delle inchieste che hanno portato allo scioglimento per infiltrazioni mafiose del Comune di Ventimiglia, pochi mesi dopo che la stessa sorte era toccata alla vicina Bordighera.
Una doppietta senza precedenti nel Nord Italia.
E senza precedenti è il numero di politici locali citati nelle ultime inchieste sulla ‘ndrangheta storicamente insediata nella fetta occidentale della Riviera Ligure, in particolare la “Maglio 3” del 2011.
Oltre a Saso, il parlamentare Eugenio Minasso, anche lui del Pdl, fotografato mentre festeggiava l’elezione a consigliere regionale nel 2005 con Michele Pellegrino, esponente della famiglia al centro dell’indagine che ha portato allo scioglimento di Bordighera, e Giovanni Ingrasciotta, già  luogotenente del boss trapanese Matteo Messina Denaro e recentemente rinviato a giudizio per tentata estorsione.
Poi l’ex vicesindaco di Ventimiglia Vincenzo Moio (Pdl), per il quale la Procura di Genova ha chiesto l’arresto per associazione mafiosa — non concesso dal gip — intercettato mentre chiedeva appoggio elettorale per sua figlia Fortunella, candidata per la lista Alleanza democratica-Pensionati alle regionali del 2010, a Domenico Gangemi, attualmente in carcere con l’accusa di essere il capo della “locale” di ‘ndrangheta a Genova.
Avrebbero ricevuto sostegno dalla crimnalità  calabrese anche Pietro Marano dell’Udc e Cinzia Damonte dell’Idv, già  assessore all’urbanistica del Comune di Arenzano.
Non sono casi isolati.
Una manciata di nomi “di rispetto” appaiono in grado di controllare un migliaio di preferenze, spesso determinanti.
Li elenca tutti insieme, in una telefonata intercettata, lo stesso Saso: “Ho altre persone sono riuscito a tenermi nel tempo e che ancora mi danno una mano: Michele Ciricosta, Nunzio Roldi, Peppino di Bordighera (Giuseppe Marcianò, annotano gli investigatori, ndr)”.
E ancora, Fortunato Barilaro e i fratelli Pellegrino”. Tutti, dal primo all’ultimo, coinvolti nell’inchiesta Maglio 3.
Roldi è stato arrestato per aver preso a fucilate la macchina di Piergiorgio Parodi, uno dei più importanti imprenditori edili del Ponente, dopo una discussione sui lavori per la costruzione del porto turistico di Ventimiglia.
I politici coinvolti non possono negare di aver chiesto quei voti.
Giurano però di non aver minimamente sospettato di legami con la criminalità  organizzata, in alcuni casi ancora da provare in tribunale.
“Sono stato ingenuo e superficiale”, afferma Alessio Saso, “ma almeno fino al 2009 la Liguria era presentata da tutti, investigatori compresi, come un’isola felice. I calabresi in Liguria sono migliaia, e le persone più conosciute tra loro possono dire ‘sostenete questo candidato’, ma senza forzare nessuno”.
Il primo dicembre 2009, Alessio Saso va a trovare Domenico Gangemi nel suo negozio di frutta e verdura in piazza Giusti a Genova, dopo alcune telefonate dove, in tono piuttosto confidenziale, i due discutevano dell’appoggio elettorale.
In una di queste, Gangemi spiega che può controllare molti voti nel capoluogo, ma di essere in grado di convogliare consensi anche nell’imperiese: “Ce li ho tutti sotto mano qui! anche lì c’ho tanti paesani, qualche parente, qualcosa penso che faremo anche lì, penso, la dobbiamo fare, non penso!”.
Il 13 luglio 2010 Gangemi sarà  arrestato nell’inchiesta Crimine-Infinito, con l’accusa di essere il numero uno della ‘ndrangheta in Liguria.
A inguaiarlo, tra l’altro, i suoi incontri a Rosarno, con Domenico Oppedisano, considerato il capo del “crimine”, cioè il sommo custode delle regole della ‘ndrangheta.
“Siamo tutti una cosa, pare che la Liguria è ‘ndranghetista”, gli spiega Gangemi, “quello che c’era qui lo abbiamo portato lì”.
E’ normale andare a cercare voti da un fruttivendolo?
“Gangemi è una persona che da anni organizzava la festa dei calabresi a Genova”, spiega Saso, “era uno conosciuto, che si muoveva. Non mi ha mai chiesto nulla di illecito, ma col senno di poi ho commesso un errore”.
Il politico del Pdl sarà  eletto con più di seimila voti, secondo soltanto a Marco Scajola, nipote dell’ex ministro Claudio, incontrastato re della politica imperiese.
A Domenico Gangemi si rivolge anche Vincenzo Moio, già  vicesindaco di Ventimiglia, per ottenere un sostegno elettorale in favore della figlia Fortunella.
Il padre di Vincenzo, Giuseppe, è stato condannato all’ergastolo perchè coinvolto in una sanguinosa faida calabrese.
“Vengo da una famiglia con certe problematiche e ho lottato una vita per uscire da queste situazioni”, dice Vincenzo Moio, nato a Taurianuova in provincia di Reggio Calabria,“ma in campagna elettorale i voti si vanno a cercare da tutti”.
Secondo l’ex vicesindaco del Comune poi sciolto per mafia, anche in Liguria “ci sono delle famiglie storiche meridionali che hanno mantenuto un certo tipo di gestione del consenso elettorale, ma non hanno nulla a che vedere con la malavita”.
Quanto al provvedimento del ministero dell’Interno che, su sollecitazione del Prefetto di Imperia Fiamma Spena, ha colpito la sua città , Moio pensa che faccia “male alla città ”, perchè non vede “alcuna forza criminale che possa incidere sull’amministrazione”.
Pacchetti di voti a disposizione dei politici più “affidabili”, equilibri di ‘ndrangheta che finiscono per influenzare l’esercizio della democrazia in Liguria.
In questo contesto matura lo scioglimento del Comune di Bordighera, il 10 marzo 2011, e del Comune di Ventimiglia, il 3 febbraio di quest’anno.
Perchè secondo le indagini, i signori del voto calabrese cercavano di ottenere in cambio la loro parte di affari e favori pubblici. Con le buone o con le cattive.
A Bordighera tre consiglieri comunali hanno denunciato minacce da esponenti del clan Pellegrino — al quale la Dia ha sequestrato beni per nove milioni di euro — seguite alla mancata autorizzazione per l’apertura di una sala giochi.
A Ventimiglia sono ancora in corso le indagini sulla costruzione del porto turistico, l’affare alla base delle fucilate all’imprenditore Parodi.
E sulla Mavron, la cooperativa sociale regina degli appalti comunali, che secondo i carabinieri di Imperia è controllata in modo occulto da Giuseppe Marcianò, proprietario di diversi locali nella zona, ora sotto inchiesta per associazione mafiosa.
Marcianò è uno dei “grandi elettori” citati da Alessio Saso, così come Fortunato Barilaro, sorpreso in due “summit” di ‘ndrangheta dove, secondo i carabinieri, si decidevano “doti” e affiliazioni.
Suo figlio Giuseppe — che respinge fermamente ogni coinvolgimento della famiglia in affari criminali — è funzionario del Settore commercio al Comune di Ventimiglia.

Lorenzo Galeazzi e Mario Portanova
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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RADIO PADANIA NON FA LA RASSEGNA STAMPA: L’EDICOLA NON GLI DA’ PIU’ I GIORNALI SE NON PAGA GLI ARRETRATI

Febbraio 9th, 2012 Riccardo Fucile

ETTORE PIROVANO, PRESIDENTE DELLA PROVINCIA DI BERGAMO E DEPUTATO DEL CARROCCIO, IRONIZZA: “CHIEDERO’ IN VIA BELLERIO DI FAR ESEGUIRE UN BONIFICO DALLA TANZANIA ALL’EDICOLANTE”

Ettore Pirovano, il presidente della Provincia di Bergamo, nonchè parlamentare lumbard, ironizza sulle trovate dei colleghi leghisti e nel farlo dà  una notizia che la dice lunga sullo stato della “cassa” dei verdi padani: “Radio Padania – annuncia il leader di via Tasso – non ha fatto la consueta rassegna stampa, perchè l’edicola dove normalmente si serve l’emittente del Carroccio si è rifiutata di consegnare i giornali per un pregresso ancora non pagato”.
Ragion per cui, Pirovano avanza la propria proposta agli amministratori della Lega: “Chiedere alla Banca della Tanzania di inviare un bonifico all’edicola per saldare gli ultimi mesi dei giornali non pagati in modo che così potremmo riprendere la rassegna stampa per gli ascoltatori di Radio Padania”.
Pirovano, vicino alle posizione di Roberto Maroni, ha così inteso denunciare le difficoltà  in cui versano molte sezione leghiste a causa dei mancati contributi del partito a livello nazionale e al contempo farsi interprete dell’incazzatura della base leghista verso la scelta del “cerchio magico” di “parcheggiare” otto milioni di euro iattraverso investimenti in fondi della Tanzania.
Qualche maligno però avrebbe commentato che coi quattrini che Pirovano percepisce nella sua duplice veste avrebbe fatto meglio a passare lui a saldare il conto all’edicolante.

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PROVINCIA LEGHISTA DI COMO TRAVOLTA DALLO SCANDALO: AUTO BLU PER TRASPORTARE LETTERE

Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile

PROTAGONISTA IL PRESIDENTE DEL CARROCCIO LEONARDO CARIONI, APERTO UN FASCICOLO PER PECULATO, SEQUESTRATI I SATELLITARI DELLE DUE AUDI A6

Lettere che viaggiano con l’auto blu, spostamenti per migliaia di chilometri, straordinari per gli autisti e registri che non si trovano.
A Como, a pochi mesi dalle elezioni che porteranno al rinnovo dell’amministrazione provinciale, è scoppiato l’auto-blu gate: uno scandalo chilometrico che vede il presidente leghista Leonardo Carioni nell’occhio del ciclone.
Da qualche settimana i riflettori della stampa locale e gli occhi della magistratura sono puntati su di lui e sull’uso che ha fatto delle auto a disposizione dell’ente (una per la giunta, una per il presidente), tanto che nei giorni scorsi la procura di Como ha anche aperto un fascicolo per peculato (al momento non ci sono indagati), mentre gli uomini della Guardia di finanza hanno provveduto al sequestro dei navigatori satellitari delle due Audi A6, oltre all’acquisizione dei tabulati relativi ai pagamenti del telepass effettuati dalla Provincia di Como.
I militari delle Fiamme gialle hanno anche sentito uno degli autisti in servizio presso l’ente, cercando di fare luce sugli spostamenti dell’auto presidenziale.
La macchina a disposizione di Carioni è infatti sprovvista dell’apposito libro macchina, sul quale ogni conducente dovrebbe annotare il giorno e le ore di utilizzo, le percorrenze effettuate (con indicazione delle esigenze di servizio che le hanno motivate) e i chilometri percorsi.
Un registro simile esiste per l’auto della Giunta ma non è mai stato compilato per quella del presidente.
La ricostruzione dei dati sull’uso dei due mezzi, pubblicati nei giorni scorsi dal quotidiano La Provincia di Como, non lasciano spazio a dubbi o interpretazioni.
Il presidente Carioni, tra gennaio e novembre del 2011, ha percorso con le due Audi di rappresentanza un totale di 33 mila 898 chilometri.
In particolare il presidente ne ha percorsi 25 mila 590 con la sua (fermata a settembre per la malattia dell’autista) e 8.308 con quella in uso a tutta la giunta, che di chilometri ne ha percorsi complessivamente 28 mila 905.
Andando a ritroso il risultato non cambia: le due auto in quattro anni hanno percorso 239 mila chilometri in tutto, circa 30 mila all’anno ciascuna (160 mila quelli addebitabili al presidente).
Carioni (che oltre ad essere presidente della Provincia di Como dal 2002, è anche consigliere del Cda di Expo, consigliere di Pedemontana e presidente di Sviluppo sistema fiera) ha risposto alle domande del quotidiano comasco, cercando di spiegare come ha fatto a macinare i 34 mila chilometri che gli vengono attribuiti per il 2011: “Tutte le mattine il mio autista viene a prendermi a Turate, e sono 26 chilometri. All’ora di pranzo mi riporta a casa e fanno 52. Poi alle 3 mi riporta in Provincia e la sera mi riporta a casa, e fanno 104. Se andassi a casa a mangiare tutti i giorni sarebbero anche il doppio, visto che poi ci sono i viaggi di ritorno. Ma stiamo comunque sui 104 chilometri al giorno, per meno di 200 giorni siamo già  a 24mila”.
E poi continua: “Quando ero malato l’autista è venuto spesso a casa mia a farmi firmare le carte”.
Ma le carte della Provincia non viaggiavano solo tra la sede dell’ente e la residenza del presidente.
Dalla lettura dell’unico registro disponibile (quello dell’auto della giunta), emerge come in quattro anni la seconda auto abbia percorso circa 8 mila chilometri per “servizi vari”, ovvero consegna di buste, documenti e plichi indirizzati ad altri enti.
Il presidente della provincia di Como parla di “accanimento”, ma sulla vicenda pesano anche altre evidenze, come i 13mila euro di straordinari liquidati ai due autisti delle due auto blu nei primi dieci mesi del 2011.
Stando alle informazioni divulgate dallo stesso ente, al primo autista (in malattia da settembre) sono stati liquidati 6510 euro di straordinari per il periodo gennaio — agosto.
Al secondo autista (che da settembre è l’unico in servizio), sono stati pagati 6199 euro di straordinari per il periodo che va da gennaio ad ottobre.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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DISABILI RENDONO LA TESSERA ELETTORALE

Febbraio 8th, 2012 Riccardo Fucile

L’INIZIATIVA DI UN GRUPPO DI GENITORI PER PROTESTARE CONTRO I TAGLI ASSISTENZIALI E L’IPOTESI DI NUOVI TICKET

Sta succedendo. Giorno dopo giorno.
Crescono l’ansia, la rabbia, la preoccupazione, l’incertezza.
La disabilità  non è solo una situazione umana che tocca chi la vive sulla propria pelle. Molto spesso la disabilità  si trasferisce su altre persone. Per primi i genitori. La mamma. il papà . E poi i fratelli, le sorelle. E’ inevitabile.
E’ così che succede da sempre, soprattutto quando la persona con disabilità  non è in grado di rappresentarsi da sola, di parlare, di comunicare nel modo ordinario che noi tutti attribuiamo a questo termine.
E allora succede che l’handicap si trasferisce sui familiari. Avviene da un punto di vista legale, il che è assolutamente logico.
Ma accade anche dal punto di vista della comunicazione emotiva. Specialmente in tempi difficili come questi.
Quando cioè, per effetto della crisi del welfare, cadono le certezze, aumentano le insicurezze rispetto ai diritti conquistati in anni di leggi e di leggine, di certificati e di diagnosi, di percentuali e di servizi messi in fila uno dopo l’altro per ridare un senso dignitoso alla vita.
Leggo in questi giorni di una iniziativa molto forte e dolorosa, messa in atto da un gruppo di genitori su iniziativa di una mamma torinese, molto determinata e tenace, Marina Cometto (fondatrice dell’associazione Claudia Bottigelli, il nome della figlia, colpita da sindrome di Rett).
Hanno deciso di restituire la tessera elettorale al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, accompagnando il gesto con una lettera dai toni forti e amari, diffusa in questi giorni grazie al tam tam dei social network, in particolare facebook.
Eccone un passaggio: “La goccia che però ha fatto traboccare il vaso è stata l’ultima notizia   che ho letto riguardo ai ticket   che si vogliono imporre anche   sulle forniture di pannoloni, ossigeno, alimenti per celiaci, ausili per diabetici , lancette, strisce e macchinette perla rilevazione quotidiana della glicemia , molti di questi sono salvavita   e la vita non si può salvaguardare   a seconda del reddito , non in un Paese civile”.
Notizie non confermate da provvedimenti, solo ipotesi di lavoro, ma tanto basta a mettere in uno stato crescente di ansia un popolo di genitori che soprattutto negli ultimi anni sono stati costretti a ridiscutere, a causa dei controlli a tappeto sulle pensioni di invalidità , originati dalla campagna sui cosiddetti “falsi invalidi”, anche certificazioni relative a situazioni di assoluta gravità , non migliorabili a meno di un miracolo.
E poi i tagli ai trasferimenti agli enti locali, la contrazione dei servizi socioassistenziali, la mancanza di punti di riferimento certi.
Tutto sta portando le famiglie verso una esasperazione che è comprensibile, anche se in verità  il recente incontro del ministro Fornero con le rappresentanze di Fish e Fand, i coordinamenti delle più importanti associazioni italiane, è stato tutt’altro che negativo.
Il rischio dell’antipolitica contagia dunque anche il mondo normalmente molto pacato e dignitoso dei familiari di persone disabili in situazione di gravità .
La coesione sociale, di cui tanto si parla, è ai limiti di rottura. E qui non c’è nessuna monotonia da superare, visto che la disabilità , in questo caso, è davvero a tempo indeterminato.

Franco Bomprezzi –
da “Il Corriere della Sera“)

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IL VOTO DI FLI SULLA DIRETTIVA EUROPEA, L’ON. RAISI CI SCRIVE PER INSULTARCI, MA NOI LO PERDONIAMO: NON SA DI COSA PARLA

Febbraio 7th, 2012 Riccardo Fucile

DI FRONTE A CONTESTAZIONI CIRCOSTANZIATE NEL MERITO SUI DUE EMENDAMENTI DA LUI PRESENTATI, IL DEPUTATO DI FLI TOGLIE L’AMICIZIA SU FB AL NOSTRO DIRETTORE INVECE CHE AI VIVISETTORI, POI CANCELLA IL NOSTRO POST E E CI ACCUSA DI VOLER FAR MORIRE I NOSTRI CARI PER NON VOLER   FARE SPERIMENTARE SU ANIMALI   CURE MIRACOLOSE

In merito all’ampio e documentato articolo che abbiamo dedicato alla votazione alla Camera relativa alla direttiva europea sulla vivisezione e alla presentazione di due emendamenti a firma Raisi (Fli) (articolo che trovate sulla nostra home page e che per correttezza abbiamo postato anche nella pagina Fb dell’on Raisi) riceviamo dal deputato di Futuro e Libertà  questa cortese nota che riproduciamo integralmente:

Cazzate le scrivete voi che cadete nella propaganda della Brambilla come dei bambinoni. Llegete   bene le norme e la legge e siate menù faciloni nel fare i commenti EED esprimere i giudizi perchè essere strumentalizzati da miss autoreggenti e’ il massimo.
E poi vorrei sapere per quale motivo   essere a favore del mantenimento della ricerca scientifica nel nostro paese   che inevitabilmente prevede anche la sperimentazione animale, che non vuol dire vivisezione lo dico   perchè ignorate anche questo, significa essere succubi delle presunte lobbies farmaceutiche: siete ignoranti e offensivi e di questo articolo vi dovete vergognare.
Spero solo che nessun vostro caro debba aver bisogno di cure che debbano essere sperimentate su animale perchè vi rimangereste ciò che avete scritto.

Enzo Raisi

Non ci siamo permessi di provvedere ad alcuna correzione poichè, essendo noi “ignoranti”, come ci ricorda l’on Raisi, non avremmo voluto rovinare nè la fluidità  grammaticale del suo dire nè la sua profonda analisi tecnica del tema.

Qua di seguito pubblichiamo la risposta del nostro direttore.

Caro amico Raisi,
anzi ex amico sarebbe il caso di dire, visto che, in un impeto d’ira non controllato e non attenuato da uno di quei tanti farmaci calmanti in commercio, tutti uguali tra loro, ma sperimentati separatamente su centinaia di animali in centinaia di diversi laboratori, hai pensato bene di cancellarmi dalle tue amicizie su Facebook, insieme al post che commentava i tuoi emendamenti, mi hai fatto ricordare un episodio di tanti anni fa.
Una localizzazione che dovrebbe perlomeno accomunarci per le origini, un congresso nazionale del Msi.
Poco più che ventenne, impegnato nelle battaglie ambientaliste degli allora Gruppi di Ricerca Ecologica, ricordo che illustrai un ordine del giorno contro la vivisezione, primo caso in Italia in un congresso di un partito di destra.
Ricordo l’attenzione con cui l’allora segretario Giorgio Almirante seguì il mio breve intervento: alla fine si alzò per darmi la mano, dimostrando sensibilità  al tema, dicendomi un semplice e convinto “grazie”.
Altro stile certo, ma anche altra classe dirigente, ne converrai.
Allora le posizioni erano tante, magari si litigava ferocemente su tutti i temi, ma c’erano personaggi di spessore in grado di sostenerli, giusti o sbagliati che fossero.
Non c’erano soggetti che negavano di aver votato sì ad un emendamento, salvo poi, di fronte alla pubblicazione dei tabulati, qualificarsi come bugiardi.
Non c’erano politici che per giustificare un emendamento prima ne negano gli effetti, poi li sminuiscono, poi come contorsionisti si attaccano alle autoreggenti di una poveretta come argomento politico, per finire con il dover ammettere lo scopo che li ha mossi e gli interessi che intendevano tutelare.
La tua reazione scomposta non fa che dimostrare che avevo visto giusto, la tua assoluta mancanza di una risposta nel merito conferma che parli di argomenti che non conosci.
Basta avere una minima dimestichezza con i testi di norme ed emendamenti per capire che se i tuoi fossero passati avrebbero permesso il mantenimento e il proliferare di tanti Green Hill e di tante sperimentazioni senza anestesia.
Qualcuno ha giustamente osservato: la norma europea non tutela a sufficienza gli animali.
E’ vero, non serve chiudere gli allevamenti in Italia se poi si permette l’importazione dall’estero: infatti mi chiedo perchè non hai fatto un emendamento in tal senso?
Non lo hai fatto semplicemente perchè lo spirito del tuo interessamento era l’opposto, quello di tutelare le case farmaceutiche e i centri di ricerca che ricevono lauti finanziamenti dallo Stato per ricerche che non servono a nulla.
Esiste un’ampia documentazione scientifica che lo dimostra, avallata da illustri scienziati.
Intendiamoci, non contesto il tuo diritto ad avere la tua opinione, ma dato che non rappresenti te stesso, ma Fli, è mio diritto ritenere che hai fatto politicamente una cazzata mostruosa che Fli pagherà  cara elettoralmente:
E per cosa, visto che i tuoi emendamenti sono stati respinti 400 a 40?
Per quale motivo si è   voluto spostare il partito su posizioni da “becero destra”, più affini a Lega e Pdl, invece che a un movimento futurista che sa interpretare la società  del futuro e i valori che emergono nella società ?
Lascia stare la retorica dei parenti che muoiono a causa del divieto di sperimentare farmaci su animali; sono argomenti fasulli che andavano di moda trent’anni fa.
Potrei risponderti: quanti pazienti entrano con minime patologie negli ospedali italiani e ne escono con altre più gravi, per malattie contratte in ambienti sanitari o per cure sbagliate?
Quante speculazioni esistono nel fissare i prezzi delle medicine, quante sono realmente testate, quante sono copiate e fatte passare per frutto di ricerche?
Mi fermo qua, caro ex amico che non ama il confronto e non accetta critiche dalla base.
Spero per te che un giorno ti possa vergognare per gli insulti che mi hai indirizzato solo per aver dissentito.
Se così non fosse, cercherò di sopravvivere lo stesso.
Anche senza i farmaci, a te cari, testati su animali.
A tua disposizione per qualsiasi confronto pubblico sul tema, io non sfuggo.

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IL DEPUTATO LEGHISTA PINI, EVASORE A SUA INSAPUTA: E’ L’AUTORE DELL’EMENDAMENTO SULLA RESPONSABILITA’ CIVILE DEI GIUDICI

Febbraio 6th, 2012 Riccardo Fucile

IL DEPUTATO DEL CARROCCIO GIANLUCA PINI VANTA UNA STORIA DI UNA TRUFFA AVVENUTA A “SUA INSAPUTA”… VICENDE DI CONTABILITA’ SPARITE, DI QUESTORI FATTI TRASFERIRE E DI 200.000 EURO DOVUTO AL FISCO

Anche l’onorevole leghista Gianluca Pini, autore dell’emendamento approvato giovedì dalla Camera sulla responsabilità  civile dei giudici come da copione vanta una storia di una truffa avvenuta a “sua insaputa”.
Quando la Guardia di Finanza scopre che la società  Scyltian dicasi “cartiera” ha tra i vari clienti anche la sua ditta, la Nikenny, per impedire ogni verifica, ricorre all’alibi del furto della contabilità  aziendale (per la legge è reato solo l’uso della fattura falsa).
Così in mancanza di accertamenti ne esce “illeso” penalmente.
Paga solo 196,467 mila euro più 23,92 mila euro di interessi sui 679 mila euro contestatigli dall’Agenzia delle Entrate.
Pini è un imprenditore “flessibile” passa dall’import-export di elettronica di consumo – la Nikenny chiusa nel 2005 – alla Nikenny Corporation srl messa in liquidazione nel 2011 di cui Pini è procuratore institore con una vasta gamma di poteri.
Ma ad essere accusata dalla Procura della Repubblica di Forlì di aver “utilizzato ed emesso al fine di evadere le imposte sui redditi e o sul valore aggiunto fatture per operazioni inesistenti per l’anno 2004 per complessivi euro un milione 419,044 mila emesse dalla Tech line srl e nell’anno 2003 per fatture emesse dalla Full service srl per euro 627,00 mila nonchè l’emissione di fatture alla “Full service” srl per euro 217,243,61” è l’Amministratore, Alessia Ferrari,ex dipendente della Nichenny di Pini, società  che era tra i clienti della “cartiera”.
Al momento della liquidazione è anche emerso che non erano state pagate multe per 4 mila e trecento euro.
L’auto, ancora oggi usata dall’onorevole leghista, una Bmw X6 nera, è una di quelle intestate alla società .
A seguire nasce la Gold Choice srl, import-export di caffè, amministratrice la sua compagna Paola Ragazzini, infermiera all’ospedale di Lugo in aspettativa da quando è diventata suo “portaborse” ed infine germoglia la Grado Golf and Resort srl, con sede a Roma in via Frattina.
Società  che nasce esclusivamente per la realizzazione di un Resort sui terreni di proprietà  di Zamparini della Palermo Calcio.
Operazione da 150 milioni di euro. Ad occuparsi di trovare investitori è il professionista Roberto Zullo: nomi protetti dallo schermo di una società  inglese Reset Ltd.
Ma l’operazione salta e la società  resta inattiva.
Pini fa eleggere consigliere comunale Francesco Aprigliano, poliziotto di Rossano Calabro in servizio a Forlì.
E quando questo viene sottoposto a provvedimento disciplinare dal questore Calogero Germanà  perchè svolgeva l’attività  di immobiliarista e imprenditore, Pini presenta un’interrogazione parlamentare al ministro dell’Interno Maroni, suo uomo di riferimento nella Lega, per chiedere l’immediato trasferimento di Germanà .
Germanà , vale la pena ricordarlo , è l’investigatore miracolosamente scampato, dopo due mesi dalla strage di Via D’Amelio in cui venne ucciso Paolo Borselino di cui era stretto collaboratore, all’agguato sul lungomare di Mazzara del Vallo.
A sparargli con fucili a pallettoni e kalashnikov il gotha di Cosa Nostra: Matteo Messina Denaro, Leoluca Bagarella e Giuseppe Graviano.
Un eroe vivente, seppure sia stato nominato questore dopo 12 anni.
Pini prendendo a pretesto una denuncia, archiviata per infondatezza , nei confronti del questore da parte del sindacato Siulp in merito a presunte disparità  di trattamento degli straordinari scrive: “Mi chiedo se il Ministro intenda provvedere celermente con un provvedimento di turnazione nei confronti del questore evitando altresì che la nuova sede non sia vicina a quella attuale”.
Ritenendo Ravenna, sede vacante, troppo vicina a Forlì per un questore, ritenuto così “scomodo” chissà  perchè. Germanà , simbolo della lotta alla mafia, viene inviato a Piacenza dall’ex Ministro che ama rivendicare i meriti della cattura dei latitanti.
Forse per questo Pini non potendo far trasferire i magistrati scomodi ha pensato ad una norma per punirli minandone l’indipendenza?

Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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‘NDRANGHETA, IMPRESA E POLITICA: LE AMNESIE DEL PREFETTO DI LODI, TRA I CASI CACI E MAMONE

Febbraio 6th, 2012 Riccardo Fucile

A GENOVA DAL 2006 AL 2009, AVEVA FONDATO UN’ASSOCIAZIONE CON SOCI IN ODORE DI MAFIA… E NON SI ERA ACCORTO CHE UN BENE CONFISCATO ERA STATO RIOCCUPATO DA UOMINI DI COSA NOSTRA

“Prevenzione e grande attenzione agli appalti nel settore dei rifiuti”. Con queste parole il 10 gennaio scorso Pasquale Gioffrè, classe ’54, calabrese di Seminara, fa il suo esordio sulla poltrona di Prefetto di Lodi. Incarico di prestigio.
E ruolo delicato visto che l’area, una delle più ricche della Lombardia, da tempo è nel mirino della criminalità  organizzata.
Affari mafiosi che cuciono assieme gli interessi di ‘ndrangheta, camorra e cosa nostra.
Insomma, il lavoro non mancherà .
E Gioffrè ci mette la faccia: “La sicurezza non è una preoccupazione”. Parole che forse hanno lo scopo di rassicurare, ma in realtà  un po’ inquietano. Soprattutto dopo avere spulciato tra le sue esperienze precedenti.
Andando a ritroso: ultima tappa Lodi, prima vicario a Bologna e ancora indietro una lunga esperienza a Genova.
Ed è proprio all’ombra della Lanterna che Gioffrè macina diversi inciampi.
In Liguria ci arriva alla fine del 2006 e saluta nel 2009 con la fama “dell’ex vice prefetto che non vedeva la mafia”.
Tre anni e qualche ombra, dunque.
A partire dal pasticciaccio di vico Mele, centro storico della città , ma soprattutto centrale operativa del gelese Rosario Caci, rappresentante del clan Madonia in Riviera.
L’uomo di Cosa nostra da anni abita in vico Mele 4/1a.
Nel 2005, però, l’appartamento (due camere, cucina e servizi) su ordine della Dia di Caltanissetta viene sequestrato e poi confiscato.
Confisca che diventa definitiva nello stesso anno.
Che succede a questo punto?
La casa viene assegnata all’Agenzia del Demanio, e passa sotto il controllo della Prefettura, di cui, all’epoca, fa parte lo stesso Gioffrè che ha la delega alla sicurezza e ai beni sequestrati.
Per due anni, però, non succede quasi nulla. Sul portone i sigilli ingialliscono.
Nel frattempo la moglie di Caci scrive alla presidenza della Repubblica per bloccare la confisca. Atto solo formale che di per sè non ha il potere di frenare l’iter avviato nel 2005.
Eppure due anni dopo, l’appartamento è ancora vuoto. E tale resterà  fino all’ottobre 2007, quando ci si accorge che la famiglia Caci lo ha rioccupato.
La notizia viene pubblicizzata sui quotidiani locali.
L’associazione Casa della legalità  denuncia tutto. Scoppia lo scandalo.
Che si trascina fino al 2008, quando lo stesso Caci lascia la casa per migrare in una camera d’albergo pagata dallo stesso comune.
Uno scandalo nello scandalo che all’amministrazione costerà  oltre 20mila euro e che finisce nel 2009, anno in cui il referente dei clan tornerà  di nuovo in carcere. In tutto questo il ruolo di Pasquale Gioffrè viene messo sotto accusa: “Da oltre cinque anni — scrive in una denuncia l’associazione Casa della legalità  — segue per conto della Prefettura la questione di Vico Mele”.
Di più: l’esposto rileva come la presenza di Caci nella zona di Vico Mele veniva denunciata dai cittadini alla Prefettura.
“Gioffrè — si legge — replicava che non è assolutamente vero”.
Insomma la vicenda sembra consumarsi tutta all’insaputa dello stesso Gioffrè.
Non solo: il neo-prefetto di Lodi nel gennaio 2007 ricopre anche l’incarico di commissario nel comune di Arenzano sciolto nel novembre 2006.
La giunta, infatti, si spacca su una variante del piano regolatore fortemente voluta dal sindaco di centrosinistra Luigi Gambino.
La vicenda avrà  anche risvolti giudiziari. Nel frattempo Gioffrè si siede sulla poltrona dell’ex primo cittadino. E mentre lui governa, la Guardia di finanza indaga su quel cambiamento di Pgt.
E’ in questo momento che nella rete delle intercettazioni finisce la voce di Gambino (non indagato) al telefono con Gino Mamone, imprenditore calabrese in odore di mafia.
Nel 2002, infatti, una nota della Dia tratteggia i suoi collegamenti con la ‘ndrangheta e in particolare con la cosca Mammoliti di Oppido Mamertina.
Il 30 gennaio 2007 Mamone chiama l’ex sindaco che in quel frangente è un semplice cittadino senza incarichi pubblici.
Nonostante questo, Gambino promette all’imprenditore di intervenire a suo favore su un funzionario comunale per la questione dell’ex area Stoppani alla cui acquisizione è interessata la Eco.Ge srl dello stesso Mamone.
“Gambino — dice l’imprenditore — noi abbiamo mandato un fax al commissario di Arenzano (…) per fare già  un’infarinatura”. In programma c’è una riunione al comune di Cogoleto.
Mamone vorrebbe che partecipasse anche un rappresentante di Arenzano. Gambino ne parla direttamente con “Lazzarini, quello dell’Ambiente” perchè, spiega l’ex primo cittadino, “lui (Mamone, ndr) vorrebbe che ci fossi anche tu”.
Quindi rassicura l’imprenditore: “Io gli ho detto apertura massima”. Come sempre il tutto avviene all’insaputa del commissario Gioffrè.
Nella primavera 2007 Gambino vince di nuovo le elezioni.
Un anno dopo, il 3 giugno 2008, interrogato dall’opposizione, risponde in aula: “La telefonata intercettata riguarda il periodo in cui Gambino non aveva alcuna carica pubblica e con quella chiamata veniva richiesto un suo interessamento come cittadino presso le istituzioni competenti”.
Nel frattempo lo stesso Gambino fino al 2010 si tiene in giunta l’assessore Cinzia Damonte che nello stesso anno corre per le regionali tra le file dell’Idv e in parte ottiene (senza finire indagata) il supporto elettorale di Onofrio Garcea, uno dei capi della ‘ndrangheta genovese.
E l’ombra della mafia calabrese emerge anche dall’elenco dei soci dell’associazione Città  del sole tra i cui fondatori compare lo stesso Gioffrè. “Ma io vi presi parte — ha detto poco tempo fa lo stesso prefetto — solo per la presentazione di alcuni libri”. Lo statuto, invece, racconta altro.
L’associazione viene fondata il 28 ottobre 2005 in vico Salvaghi 36 a Genova.
E tra i soci fondatori, oltre a Gioffrè, compare Francescantonio Anastasio, figlio di Pietro morto nel 2010 e il cui nome, pur non indagato, compare nell’indagine Maglio del 2011 per i suoi “rapporti di ‘ndrangheta” con Domenico Gangemi capo della mafia calabrese in Liguria.
Non è finita.
Sulla poltrona di presidente dell’associazione siede, infatti, Salvatore Cosma, anche lui calabrese, ma da tempo protagonista della scena politica ligure.
Personaggio trasversale, negli anni ha cambiato otto volte formazione politica.
Il suo nome — pur non iscritto nel registro degli indagati — compare nelle informative della Finanza che indaga sui rapporti tra mafia e politica.
Annotano i militari: “Le indagini tecniche hanno consentito di accertare che Salvatore Cosma fosse effettivamente in contatto con esponenti della malavita”.
Si fanno i nomi di Gino Mamone e Onofrio Garcea.
L’elenco dell’associazione è lungo.
E dalla lista compare addirittura quel Giuseppe Profiti, già  condannato in appello per tubativa d’asta, già  presidente dell’ospedale Bambin Gesù di Roma e spinto dal Vaticano nel cda dell’ospedale San Raffaele finito in bancarotta dopo la lunga gestione di don Luigi Verzè.
Insomma, nella carriera di Gioffrè molto è accaduto a sua insaputa.
Nulla di penalmente rilevante.
Eppure su questi episodi Giuseppe Lumia, senatore del Pd e membro della commissione parlamentare antimafia, ha annunciato un’interrogazione per valutare il caso.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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INFILTRAZIONI MAFIOSE, SCIOLTO IL COMUNE DI VENTIMIGLIA: LIGURIA TERRA DI MAFIA, TUTTI LO SANNO ALL’INTERNO DEI PARTITI, MA GUAI A DIRLO

Febbraio 5th, 2012 Riccardo Fucile

DOPO BORDIGHERA, SALTA UN’ALTRA GIUNTA PER LE COLLUSIONI CON LA ‘NDRANGHETA… IL SINDACO E’ UN FEDELISSIMO DI CLAUDIO SCAJOLA

Tutti a casa. Il consiglio dei ministri ha sciolto l’amministrazione comunale di Ventimiglia (Imperia) per sospette infiltrazioni di tipo mafioso.
Un provvedimento che arriva 11 mesi esatti dopo lo scioglimento di Bordighera dove, lì come a Ventimiglia, «sono state riscontrare – sostiene il Consiglio dei Ministri – forme di condizionamento da parte della criminalità  organizzata».
Ventimiglia, qualcosa in più di 26 mila abitanti, storicamente terra di conquista – dai Romani ai Longobardi, dagli Austriaci ai Francesi -, possiede l’ultima piazza italiana che coincide con il confine di Stato.
Da lì in poi, si parla in francese. Ventimiglia, secondo la leggenda, ha dato i natali anche al Corsaro Nero ed è la porta più occidentale d’Italia.
Il governo della città , per molti anni affidato alla Democrazia Cristiana, ebbe una pausa progressista che durò un quadriennio.
Dal 1998 la cittadina è guidata dal centrodestra.
E fino ad oggi, la giunta comunale di Ventimiglia era targata Pdl: con il sindaco Gaetano Scullino, imprenditore di 65 anni, ci sono quattro assessori del Pdl e uno della Lega Nord.
Il Consiglio comunale è composto da 21 consiglieri: 12 del Pdl, uno della Lega Nord, due dell’Udc, due del Pd, uno di Fli e tre appartenenti ad altrettante liste locali.
Tutti pronti a difendere la loro onorabilità  e quella dell’amministrazione comunale, in testa il primo cittadino: «Ho speso cinque anni della mia vita, lavorando dieci ore al giorno, solo per fare gli interessi della città  di Ventimiglia, e vengo ripagato con questa moneta. Un verdetto che ritengo ingiusto, maledettamente ingiusto», mentre i consiglieri, di maggioranza e opposizione, negano qualunque condizionamento.
Ventimiglia terra di confine, dove vige un solido accordo tra autorità  italiane e francesi di pubblica sicurezza sia in materia di clandestini che di criminali di grande spessore, in genere latitanti, che hanno interessi nella zona.
Droga, armi e denaro sporco – secondo recenti indagini degli inquirenti – gli interessi che transitano dall’ultimo comune italiano e che riguarda oltre alla Costa Azzurra anche Marsiglia e la Corsica, che sono a un tiro di schioppo.
Nel tempo, non a caso da Ventimiglia e’ passata la crema della `ndrangheta calabrese: gli Albanese, gli Ursini, i Bellocco con i Pesce, i Bruzzaniti, i Condello, i Cordi’, i De Stefano ma anche i Gullace con i Santaiti, e gli Iamonte, i Piromalli.
I fatti che hanno portato allo scioglimento sono già  stati raccontati nell’inchiesta Maglio del 2011 e nella relazione del Prefetto.
Tra i punti gli interessi per la costruzione del nuovo porto
Ponente ligure provincia di ‘ndrangheta. Tradotto: presenza criminale e infiltrazioni nelle attività  politiche.
La decisione, arrivata nel primo pomeriggio, appare, però, più una conferma che una sorpresa.
Per capire, infatti, basta spulciare le carte dell’inchiesta Maglio che un anno fa ha raccontato la presenza delle cosche in tutta la Liguria.
Una presenza che ha eroso non solo il tessuto imprenditoriale, ma anche quello politico.
E così nella geografia mafiosa a Ventimiglia i padrini della Calabria affidano un ruolo decisivo, quello di camera di compensazione rispetto alle dinamiche regionali.
In città  esiste un locale di ‘ndrangheta. Il gip lo certifica e fa i nomi: Giuseppe Marcianò, Michele Ciricosta, Benito Pepè, Forunato e Francesco Barillaro.
Tutti uniti a doppio con filo con il capo della Liguria Domenico Gangemi.
Annotano i magistrati: “L’esistenza nella zona di Ventimiglia di un gruppo malavitoso appartenente alla ‘ndrangheta si desume dai rapporti dallo stesso intrattenuti con il locale di Genova”.
Per questo “Gangemi manteneva contatti con il locale di Ventimiglia”
E che la presenza mafiosa sia in grado di impastare i propri interessi con quelli della pubblica amministrazione lo rileva già  la relazione prefettizia del 2011 dove “si segnala il tentativo di condizionamento degli enti locali soprattutto nel settore degli appalti pubblici di lavori, forniture e servizi, nonchè nel settore commerciale ed urbanistico”.
E a dimostrazione di quanto sia forte il radicamento, la stessa relazione segnala come “i carabinieri hanno notato pregiudicati calabresi, intenti ad osservare il lavoro della Commissione d’Accesso di Ventimiglia, con atteggiamenti e finalità  tipici degli ambienti malavitosi della regione di origine.”
E ancora “le famiglie che fanno capo al “locale” di Ventimiglia mantengono un legame inscindibile con la potente cosca Piromalli dalla quale ricevono ordini e direttive”.
La relazione del Prefetto segnala infiltrazioni di uomini della ‘ndrangheta nella costruzione del nuovo porto.
“Fra le presenze attuali di famiglie calabresi di rilievo sotto il profilo criminale spicca la figura di Giuseppe Marcianò”.
Lo stesso che “con la società  Marvon, intestata alla moglie Angela Elia, si è inserito nell’ambito dei lavori del costruendo porto di Ventimiglia”.
E tanto per spiegare quanto sia forte la presenza viene ricordato un episodio intimidatorio ai danni di un importante imprenditore della zona impegnato proprio nella costruzione della nuova marina. Il 23 novembre 2010, infatti, finiscono in carcere Ettore Castellana e Annunziato Roldi “per aver esploso colpi di fucile a scopo intimidatorio contro l’autovettura di Piergiorgio Parodi, facoltoso e noto imprenditore locale, perchè a loro avviso non aveva rispettato accordi precedentemente assunti. Il Roldi è persona vicina al noto Antonio Palamara”, uno dei primi personaggi legati alle cosche saliti in Liguria.
Impresa, dunque. Ma non solo.
Anche politica e voti, sostegni elettorali e raccomandazioni. Il tutto giocato all’ombra del cittadina al confine francese.
Lampante la vicenda del consigliere regionale Pdl Alessio Saso, eletto nel 2010, pescando preferenze nel ponente ligure.
Ed è proprio su questo punto che si concentra una parte dell’indagine Maglio del 2011.
Si legge: “In occasione delle elezioni amministrative liguri del marzo 2010, il Gangemi si impegnava a fornire il proprio appoggio ad Alessio Saso”.
E per farlo “provvedeva ad attivare il locale di Ventimiglia nelle persone di Michele Ciricosta e Giuseppe Marcianò”.
Non a caso il 3 febbraio 2010, e cioè a poche settimane dalla tornata elettorale, “il Gangemi riferiva a Saso di avere incontrato il Ciricosta e che questi gli aveva assicurato il proprio interessamento in considerazione del fatto che riteneva il Saso un bravo ragazzo”.
Non è finita, perchè la stessa inchiesta mette agli atti la vicenda dell’ex vice sindaco di Ventimiglia Vincenzo Moio che, annotano i Ros, chiedeva ai boss un aiuto per la candidatura della figlia Fortunata.
Per farlo mandava “un’ambasciata tramite Raffaele D’Agostino a Domenico Belcastro, organico al gruppo di Genova il quale mostrava interessamento alla richiesta”.
Insomma la decisione presa oggi dal ministro dell’Interno appare quasi scontata.

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AD ADRO LA LEGA CONDANNATA PER MANIFESTO RAZZISTA

Febbraio 5th, 2012 Riccardo Fucile

IL TRIBUNALE PUNISCE IL LOCALE PARTITO PER LE OFFESE ALLA SINDACALISTA CHE DIFESE UNA FAMIGLIA MAROCCHINA… DOVRA’ RISARCIRE 7.500 EURO

La Lega Nord è stata condannata per molestie.
È accaduto al tribunale di Brescia dove è stata emessa una sentenza di condanna nei confronti della sezione del Carroccio di Adro per un manifesto offensivo affisso nella sede del partito contro un’attivista dello Spi, il sindacato dei pensionati, Vittoria Romana Gandossi.
Il procedimento era nato in origine contro i vertici della Lega, dal segretario federale Umberto Bossi al capo del partito in Lombardia Giancarlo Giorgetti.
Il giudice del Tribunale, Maria Grazia Cassia, ha però riconosciuto la soggettività  giuridica della Lega Nord di Adro, al contrario di quanto sostenuto dalla Cgil che sperava di costringere i vertici nazionali ad assumersi le responsabilità  di quello che accade sul territorio.
Il manifesto incriminato era comparso sulla vetrata della sede della Lega di Adro dopo che Vittoria Romana Gandossi era intervenuta per aiutare una famiglia marocchina sfrattata.
La Lega ora dovrà  risarcire non solo l’attivista ma anche le associazioni ricorrenti.
Sono “evidenti la portata diffamatoria del messaggio oggetto di censura, così come la violenza razzista”, si legge nell’ordinanza che sarebbe destinata a fare giurisprudenza.
à‰ infatti “la prima volta — ha spiegato l’avvocato dell’ASGI (Associazione Studi Giuridici sull’Immigrazione), Alberto Guariso — che viene riconosciuto vittima di molestie un soggetto che non fa parte del gruppo discriminato, in questo caso cittadini stranieri”.
Il giudice ha riconosciuto che il manifesto razzista ha offeso anche tutti gli stranieri e che la vicenda va inquadrata nell’ambito della molestia, intesa come comportamento che “lede la dignità  della persona e crea un clima degradante, umiliante o offensivo” come prevede il decreto legislativo 215 del 2003.
Il volantino incriminato esordiva dicendo: “Cara la me Romana, sono tutti bravi a fare i culattoni con il culo degli altri” riferendosi a Vittoria Romana Gandossi, la pensionata conosciuta con l’epiteto di “nonna Anti-Carroccio”. La sentenza, quindi, dispone che Vittoria Romana Gandossi sia risarcita per i danni morali subiti con 2.500 euro così come l’ASGI e la fondazione Guido Piccini che avevano depositato il ricorso insieme alla donna. I
l totale delle spese ammonta a 7.500 euro per il volantino diffamatorio scritto dal segretario della Lega che lo stesso giudice definisce “un povero ignorante che scrive sgrammaticato”.
Si torna a parlare dunque di Adro dopo gli attacchi del sindaco leghista Oscar Lancini al presidente della Repubblica per aver omaggiato del cavalierato l’imprenditore Silvano Lancini (nessuna parentela) che nel 2010 pagò 10mila euro di rette arretrate alla mensa scolastica.
Ora arriva la condanna alla sezione leghista dalla quale, in sede di udienza, si era dissociato lo stesso avvocato di Umberto Bossi, Matteo Brigandì.

E. R.
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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