Destra di Popolo.net

POLITICI IN FUGA: “NON ROMPERE I COGLIONI…”, MA ADESSO SCAPPANO

Gennaio 30th, 2012 Riccardo Fucile

L’EX MINISTRO CASTELLI CHE LASCIA SERVIZIO PUBBLICO QUANDO UN OPERAIO SARDO GLI URLA “NON ROMPERMI I COGLIONI” E’ IL SINTOMO DEL TRACOLLO DEI PARTITI, PRECIPITATI AL 9% DI CREDIBILITA’….I POLITICI-DINOSAURI HANNO L’ACQUA ALLA GOLA

“Castelli, non rompere i coglioni a me, eh”.
Con queste parole, scandite giovedì a Servizio Pubblico, l’operaio disoccupato Antonello non ha soltanto costretto alla goffa fuga l’ex ministro leghista.
Ha mostrato, inequivocabilmente, lo scollamento che esiste tra piazza e casta.
E l’imbarazzo che i gerarchi tradiscono quando il salotto televisivo non è quello dei talk precotti, ma osa porgere il microfono alla gente comune.
Senza (più) timori reverenziali verso i politici.
La puntata di giovedì è stata a suo modo storica.
Ecco perchè merita, forse, una telecronaca doviziosa.
Minuto 20 “I nodi vengono al pettine”:
Enrico Letta comincia col cipiglio che gli è consono (quello del carlino appisolato). Passare dalla rivolta dei forconi alla flemma piddina si rivela straniante, come abbandonarsi lascivamente a una mazurka di Casadei dopo un rave party.
Minuto 30 Finalmente (come no) parla Castelli, con quel bel visino da Fonzie canuto al Bar della Polenta Taragna, e quella vocina da cyborg senza pile.
Castelli parte con un freestyle in cui parla senza dire nulla. Come ai bei tempi.
Che però non son più belli (per lui).
Minuto 35 “C’è una grande insipienza politica”.
È la volta di Maurizio Zamparini, il mangiallenatori biscardiano.
Zamparini ricorda a Castelli che lui, fino all’altro giorno, era al governo. E quindi lo sfacelo è anche colpa della Lega.
Raccoglie applausi scroscianti. In effetti, come arringatore, Zamparini — non esattamente Engels o Popper — mostra doti inattese.
“Loro (rivolto a Castelli) sono la causa, insipienti!”.
Notare il curioso uso reiterato della parola “insipienti”, imparata evidentemente un minuto prima sul Devoto-Oli.
Minuto 40 Santoro ricorda che i forconi sono nati con Berlusconi.
Lo fa anche per togliere un alibi alle tesi complottistiche di Monti. Di fatto è un assist per Castelli.
Il quale, sveglio come una lince in letargo, blatera: “Eh ma voi siete proprio ossessionati da Berlusconi”.
È la stessa frase ripetuta nelle settimane precedenti da Santanchè e Mussolini: nella banalità , il centro-destra è ancora ampiamente coeso.
Santoro scrolla la testa, come Savicevic quando elargiva assist a Pancev. E Pancev, detto “Ramarro”, li sbagliava. Sempre.
Minuto 50 Castelli desidera “rispondere a quello lì che non conosco” (il fingere di non sapere i nomi degli avversari è altra prassi antica Pdl).
Ecco la sua “risposta: “Lei è un ignorante” (ulteriore topos dei berluscones; tu argomenti, io sfanculo).
In un rutto di genialità , Castelli lamenta poi la chiara presenza di una claque pro-Zamparini. Come dargli torto.
Ogni giovedì, i suoi fans assaltano gli studi per entrare: Zamparini, si sa, è un po’ lo spin doctor di Santoro.
Minuto 58 È il momento di Enrico Letta. Quindi possiamo andare avanti.
Minuto 76 Castelli si vanta d’esser stato ministro dei Trasporti. Un po’ come se Schettino si vantasse di quanto bene dribbli gli scogli.
Minuto 83 Castelli boccheggia livido: “La Sicilia è quella che spreca di più. Voi avete 23 mila dipendenti pubblici, mentre in Lombardia ce ne sono solo tremila”.
I protestanti attaccano anche Letta: “Siete tutti uguali, dov’è finita la vertenza per ridurre i costi della politica?”.
Letta non risponde, e questo è normale (non rispondere è la linea politica del Pd), mentre è inedita la definitiva percezione di come quei manifestanti — in collegamento da Siliqua, Sardegna — stiano usando il linguaggio che apparteneva alla prima Lega.
Castelli, di colpo, appare un relitto.
È superato nel suo stesso (presunto) terreno.
Non solo non ha argomenti, cosa arcinota; non ha nemmeno più appigli.
Non può parlare nè alla testa (mai fatto) nè alla pancia (sempre fatto), perchè ciò che dice non interessa più.
Da giovedì, Castelli è ufficialmente un dinosauro. Di cui mai nessun archeologo si interesserà  mai.
Minuto 90 Castelli esala un “perchè bocciare la mia proposta tout court?”, ignaro del significato dell’espressione “tout court” (che infatti pronuncia “tukurt”).
È qui che appare Antonello, operaio disoccupato dell’Eurallumina di Portovesme.
In pochi secondi, riassume 18 anni di malapolitica: “Castelli, non rompere i coglioni a me, eh”, “A me non me li rompi i coglioni tu”.
Una sintesi meravigliosa, liberatoria e iconoclasta, già  divenuta tormentone in Rete.
Castelli, puerilmente, abbandona lo studio. Attenzione: è una fuga inedita. Non è esibizione di arroganza, come Berlusconi da Lucia Annunziata.
E non avviene per un attacco di un “pari grado” (Mastella, Santanchè).
Castelli, letteralmente, scappa.
È l’emblema del politico sconfitto, senza più armi di fronte al semplice cittadino.
Non è un caso — sarebbe oltremodo erroneo pensarlo — che lo sfogo si sia verificato nel momento esatto in cui tutti i politici, con l’eccezione miracolistica di Monti, stiano patendo un livello di consenso minimo.
Tutti, da Berlusconi a Bersani, Lega (ampiamente) inclusa.
A fuggire è stato Castelli, ma la faccia di Letta, ancor più quando Marco Travaglio ha scudisciato lo zio, non era certo più serena: egli era ben conscio di apparire, agli occhi della piazza, egualmente colpevole e “correo”.
Guai a ridimensionare lo sfogo di Antonello a mero atto folclorico.
La sua arringa è stata forse un po’ sgrammaticata, ma lucidissima: “Tu, e la classe dirigente degli ultimi 30 anni, ha commesso il reato più grave che si poteva fare. Ha rotto il patto tra generazioni”.
Parole che qualsiasi opposizione, se solo esistesse, dovrebbe far proprie.

Andrea Scanzi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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LA CASTA VIAGGIA GRATIS E GLI ITALIANI PAGANO 17 MILIONI

Gennaio 30th, 2012 Riccardo Fucile

I TRASPORTI DEI PARLAMENTARI COSTANO 17 MILIONI DI EURO OGNI ANNO…VIAGGIANO GRATIS ANCHE GLI EX DEPUTATI

Camera e Senato sono impegnati, in questi giorni, a vedere dove si possa operare una qualche risparmio.
Tra diaria, appalti e bonus, si è pensato di dare una sforbiciata anche ai viaggi di deputati e senatori, puntando sulla buona volontà  di questi.
Ogni onorevole, oggi, può viaggiare gratuitamente sul territorio nazionale, che prenda aereo, nave o treno.
Non paga i pedaggi autostradali, e riceve, alla Camera, un ulteriore rimborso per percorrere la distanza da casa all’aeroporto più vicino e dallo scalo di Fiumicino a Montecitorio (la cifrà  è di 3.323, 70 euro a trimestre che diventano 3.995, 10 se l’aeroporto dista più di cento chilometri da casa).
Al Senato non esiste una voce unica, ma è previsto un rimborso forfettario di 1. 650 euro al mese che va a sostituire quei bonus che un tempo erano le “spese accessorie di viaggio” e le “ricariche telefoniche”.
I viaggi dei parlamentari sulla rete nazionale sono sempre gratuiti, che l’onorevole sia in viaggio per lavoro o che parta per le vacanze.
Sui trasporti, i Questori della Camera ritengono di poter risparmiare nell’anno a venire la bellezza di un milione di euro.
I senatori questori, invece, la consistente cifra di mezzo milione di euro.
Come? Invitando i parlamentari a spendere meno.
Facile, ma come si fa?
Nel bilancio della Camera 2010 le “Spese di trasporto” ammontano a
11.605. 000 euro, così divisi: 8. 180.000 per viaggi aerei, 1. 650.000 per i treni, 600.000 per i pedaggi autostradali, 200.000 per autonoleggio.
Altri 15.000, infine sono stati investiti alla voce “altre spese di trasporto”.
La Camera, a differenza del Senato, separa nel proprio bilancio la spesa di trasporto dei deputati eletti all’estero.
È una cifra considerevole: far arrivare in Parlamento i 12 onorevoli dai cinque continenti costa in un anno la bellezza di 950. 000 euro (anche perchè, prima che l’ufficio di presidenza suggerisse di tirare la cinghia, gli eletti all’estero prediligevano la classe business per il lungo tragitto).
Ma i cittadini italiani non pagano solo i viaggi sul territorio nazionale ai deputati in carica. Montecitorio spende circa 900mila euro l’anno per far viaggiare gratis gli ex deputati.
Non dovunque, però. Chi è stato eletto almeno una volta alla Camera può beneficiare di dieci voli aerei gratis ogni anno e della possibilità  di viaggiare in treno su Intercity e Regionali, ma non sui Frecciarossa.
Per il 2010 Palazzo Madama ha speso 1. 300. 000 euro per il trasporto degli ex senatori contro una previsione iniziale di 1. 900. 000.
Trasportare invece i senatori in carica è costata alle casse del Senato 5. 810. 000 euro contro una previsione iniziale di 5. 220. 000.
Più o meno quello che è stato risparmiato dagli ex senatori è stato speso in viaggio da quelli in carica.
Tecnicamente funziona così: il parlamentare mostra la propria tessera e sono poi le compagnie aeree, ferroviarie o marittime a far arrivare il conto alla Camera di appartenenza.
Lo stesso avviene per i pedaggi autostradali. Il parlamentare dispone di un apparecchio telepass e di una viacard: il conto arriva al Parlamento.
Ma cosa succede nel resto d’Europa?
Una situazione simile a quella italiana si può riscontrare solo in Belgio.
In Germania è gratuita la circolazione ferroviaria; per i voli interni, però, si possono chiedere rimborsi motivati.
La Francia ha un sistema misto: il deputato dispone di un abbonamento ferroviario, di 40 voli andata e ritorno dal collegio dal quale proviene e di altri 6 viaggi (sempre a / r) fuori da quello.
In Spagna il meccanismo è legato alla diaria: i viaggi all’interno del territorio nazionale consentono di ottenere una diaria di 120 euro al giorno.
Per quelli all’estero la dia-ria sale a 150 euro.
L’Olanda paga ai propri deputati il viaggio in treno in prima classe.
Se non esistono mezzi pubblici l’onorevole ha un rimborso per l’utilizzo dell’auto propria di 0, 37 euro per ogni chilometro percorso.
In caso esistano mezzi pubblici il rimborso è assai più misero: 0, 9 euro a chilometro.
In Austria, infine, gli onorevoli dispongono di un piccolo forfait di 489 euro al mese che però viene ricompreso nella voce omnicomprensiva delle “spese di rappresentanza”.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TAGLIATE LE INDENNITA’ DI 200 ONOREVOLI VIP DEL 15%, MA IL DEPUTATO NON VUOLE PIU’ FINANZIARE IL PARTITO

Gennaio 30th, 2012 Riccardo Fucile

LA RIDUZIONE COLPIRA’ CHI INCASSA PER LE PRESIDENZE DELLE COMMISSIONI DA 1.000 A 4.000 EURO

Taglio del 15% per tutte le indennità  aggiuntive percepite da circa 200 parlamentari, tra componenti degli uffici di presidenza di Camera e Senato, presidenti, vice e segretari di commissioni e giunte.
L’input di Gianfranco Fini è stato recepito dai collegi dei questori dei due rami del Parlamento, riuniti per mettere a punto le misure che lunedì saranno varate in via definitiva.
Si parte da subito col taglio ai più privilegiati tra i privilegiati (da mille a 4 mila euro al mese in più).
Ma nel vertice è stato anche deciso che il rimborso per il “portaborse” resterà  forfettario per il 50 per cento, senza bisogno di alcuna “pezza giustificativa”. Nonostante la marcia indietro rispetto alla stretta iniziale, in Transatlantico monta il malessere in tutti i gruppi.
Perchè a quel budget i deputati hanno attinto finora per versare il contributo ai rispettivi partiti.
Ora che duemila euro andranno coperti da contratti e bollette “veri”, gli onorevoli non vogliono più devolvere i restanti 1.800 ai loro tesorieri.
Confermato invece il passaggio dal vitalizio al sistema contributivo, evitando però il conseguente aumento del netto in busta paga che già  più di un imbarazzo stava provocando in tempi di magra. Il varo ufficiale a Montecitorio è previsto lunedì, a Palazzo Madama slitta a martedì.
I parlamentari del Pd versano ogni mese 1.500 euro al partito. Come i loro colleghi dell’Udc.
Alla Lega la quota sale a 1.800 euro.
Più light la “tassa” nel Pdl, 800 euro solo su base volontaria.
Ora però la scure sul contributo per il “portaborse”, divenuto contributo per l’esercizio del mandato (3.690 euro alla Camera, 4.100 al Senato), sta per spaccare parlamentari e loro gruppi di appartenenza.
Il taglio alla fine sarà  inferiore al previsto, gli onorevoli dovranno giustificare con contratti e bollette solo la metà  di quel budget, dunque continueranno a essere corrisposti loro a forfait tra i 1800 e i 2000 euro al mese.
Ma è poco più della cifra che dovrebbero continuare a corrispondere ai loro partiti. Molti sono pronti ad aprire il caso. Intanto, come spiega il questore del Senato Benedetto Adragna, la figura del portaborse sarà  disciplinata da un ddl messo a punto dagli stessi questori o dagli uffici di presidenza, non da iniziative individuali (vedi Moffa).
In ogni caso, sarà  esclusa la possibilità  di ricorrere al giudice del lavoro per i collaboratori ai quali non viene rinnovato il contratto.
I questori di Camera e Senato hanno confermato l’adeguamento delle nuove pensioni (col sistema contributivo e non più vitalizi) alle figure “non contrattualizzate” della pubblica amministrazione.
Ovvero a magistrati, prefetti e generali dell’esercito.
Come pure viene confermato lo slittamento dell’età  pensionabile ai 60 anni (con più legislature) o 65 (con una sola) sia nell’uno che nell’altro ramo del Parlamento.
Misura drastica che fa scivolare anche di un decennio la quiescenza per una generazione di cinquantenni. Infatti alla Camera pendono già  18 ricorsi che il Consiglio di giurisdizione interna, presieduto da Giuseppe Consolo (Fli), esaminerà  il primo febbraio.
Se i ricorsi, per lo più di ex parlamentari, saranno accolti, altre decine se non centinaia ne seguiranno.
I collegi dei questori hanno messo nero su bianco anche il passaggio al sistema contributivo per tutto il personale delle rispettive amministrazioni. Il presidente del Senato Schifani ha già  varato un decreto in materia.
Deputati e senatori continueranno a percepire i loro 3.500 euro netti mensili a titolo di diaria, per le spese di mantenimento a Roma.
Adesso anche il Senato, come già  la Camera da qualche mese, introduce il registro delle presenze che consentirà  di penalizzare con una decurtazione da 200-300 euro ogni assenza del parlamentare in commissione.
Finora la penalità  era in vigore solo per quelle in aula.
Il nuovo sistema entrerà  in vigore a febbraio e comporterà  anche a Palazzo Madama il ricorso appunto a un registro da firmare.
Da quando il meccanismo è stato adottato a Montecitorio, in autunno, le presenze alle riunioni di commissione fino ad allora al lumicino sono aumentate in misura esponenziale.
Molto probabile che il fenomeno si ripeta al Senato.
Così come la diaria, anche l’indennità  netta di circa 5 mila euro mensili resta comunque intatta.
Voci che sommate alla quota forfaittaria rimasta a titolo di rimborso per il portaborse (1.800 alla Camera, 2000 al Senato), compongono uno “stipendio” netto che per gli onorevoli si aggirerà  adesso attorno ai 10.300-10.500 euro.
Deputati e senatori pagano l’Irpef solo sull’indennità  in senso stretto, una delle tre voci del loro “stipendio”.
Di conseguenza, si avvantaggiano di un risparmio del 53 per cento rispetto agli altri contribuenti.
La stima è stata elaborata da Fiscoequo. it, sito dell’associazione per la legalità  e l’equità  fiscale. “Per i parlamentari – si legge nello studio – il benefit è sempre esentasse. Grazie ad una interpretazione estensiva della norma da parte dei due rami del Parlamento ogni anno deputati e senatori incassano circa 110.000 euro senza pagare l’Irpef, con un risparmio d’imposta di circa 50.000 euro. Il deputato tipo riceve in un anno complessivamente 246.295 euro (indennità  lorda annua di 135.400 euro e altri benefits pari a 110.895) e subisce una tassazione ai fini Irpef pari a 44.628 Euro. Se le stesse somme, a titolo di stipendio e di benefit, fossero corrisposte a qualsiasi altro cittadino, manager o alto dirigente, l’imposta Irpef dovuta ammonterebbe a 95.031 Euro”.
Conclusione: “Un risparmio di imposta di 50.403 euro”.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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LEGA NEL RIDICOLO: ORA RAPISCONO DALLA BIBLIOTECA COMUNALE IL LIBRO CRITICO VERSO IL PARTITO

Gennaio 29th, 2012 Riccardo Fucile

I PADAGNI HANNO TOCCATO IL FONDO (DELLA BOTTIGLIA): L’IDEA E’ DEL SINDACO MARONIANO DI SESTO CALENDE… FA PRENDERE IN PRESTITO IL LIBRO A TURNO DAI MILITANTI PER TOGLIERLO DALLA CIRCOLAZIONE

Il rogo dei libri non si può fare.
Ma il sindaco leghista di Sesto Calende, paesino del Varesotto, ha comunque fatto ritirare dagli scaffali comunali un volume scomodo.
La bibliotecaria aveva acquistato «L’idiota in politica. Antropologia della Lega Nord», saggio scritto da una studiosa, Lynda Dematteo, che traccia un profilo critico del Carroccio. Banalizzando un po’, il libro descrive il partito di Umberto Bossi come un movimento che ha avuto successo nella politica italiana sparandole sempre più grosse, a partire dagli anni Ottanta.
Il borgomastro Marco Colombo, 37 anni, quando ha saputo che la biblioteca lo aveva acquistato si è arrabbiato, e ha sgridato la funzionaria: «È vero, le ho urlato dietro – conferma il primo cittadino – esiste una commissione che sceglie i libri e non mi risulta che la scelta sia stata condivisa. E poi, diciamolo, la bibliotecaria è di sinistra».
Insomma, la sua sarebbe stata una scelta politica.
Il sindaco è scatenato: «I soldi dei cittadini del mio Comune si devono spendere meglio — sentenzia. E se qualcuno proprio vuole leggere quel libro, lo può cercare nel sistema interbibliotecario provinciale, dove ce ne sono già  due copie».
Inizialmente il borgomastro lumbard ha cercato un modo «alternativo» per farlo sparire dalla circolazione. Legalmente.
Si è inventato una sorta di ritiro permanente. Che ora rivendica.
Dice che funzionava così: ha ordinato all’assessore alla Cultura di prendere in prestito il volume.
Detto fatto, la signora Silvia Fantino, leghista moderata, lo detiene a casa propria da tre mesi. E l’ha persino letto: «Io non avevo tempo ma lei è una professoressa e l’ha analizzato per bene – osserva il primo cittadino – mi ha detto che però non l’ha molto apprezzato, innanzitutto perchè l’ha trovato fazioso».
Ma non finisce qua: Colombo ha dato sfogo alla fantasia, e già  immagina una sorta di «passalibro» di protesta: «L’assessore lo dovrà  restituire, ma io non mi arrendo – continua – lo faremo prendere in prestito da un militante leghista ogni mese, a turno, così manifesteremo il nostro dissenso verso quell’acquisto».
Più ne parla, Colombo, e più si vede che ha voglia di spararla grossa: «Alla fine lo farò ritirare – sbotta -.
Naturalmente mi rendo conto che non posso vietare un libro, però posso chiedere alla biblioteca di prestare il consenso alla vendita definitiva, per toglierlo dagli scaffali».
E chi lo acquisterà ? S
emplice: «La sezione della Lega di Sesto Calende».
Insomma, il sindaco sembra pronto a tutto.
Anche se in fondo, lui e il suo assessore sono contenti che questa storia venga divulgata.
E il motivo è presto detto. Colombo si aspetta di diventare un eroe per la truppa leghista, in questi giorni un po’ ammaccata per le guerre interne tra maroniani e cerchio magico, che in provincia di Varese sono state particolarmente accese.
Anche Roberto Maroni qualche giorno fa aveva criticato il libro in questione.
Dalla sua pagina di Facebook aveva definito Lynda Dematteo una sconosciuta che vuole solo attaccare la Lega.
E Colombo è un maroniano di ferro, uno di quelli che dirigeva i cori contro il cerchio magico durante il «Maroni Day» della settimana scorsa al teatro di Varese.
Curiosamente, la Dematteo è stata invitata a Varese, a un convegno sul Nord e la Lega organizzato dal Pd locale, dove parlerà  proprio delle sue teorie sul ruolo da Gianburrasca che Bossi si è autoattribuito da un ventennio a questa parte.
Giusto in tempo per commentare la singolare fatwa lanciata dai leghisti contro il suo libro.

Roberto Rotondo

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I NAUFRAGHI DEL PDL INVOCANO: “SILVIO, SALI A BORDO, CAZZO”: UN PARTITO ALLA DERIVA CON TROPPI CAMBI DI ROTTA

Gennaio 29th, 2012 Riccardo Fucile

“ORMAI PUO’ ACCADERE DI TUTTO, ANCHE UNA SCISSIONE: LA DIVISIONE TRA CHI SOSTIENE MONTI E CHI LO VORREBBE FAR CADERE E’ VERTICALE”: PARLA UN EX MINISTRO DI BERLUSCONI

C’e chi sta lavorando in questi giorni al reclutamento.
Avvicinando uno a uno i deputati per chiedergli «tu che farai se bisognerà  staccare la spina al governo? Sarai dei nostri?».
Ecco, al di là  della retorica, l`impressione è che l`onda alta provocata dall`arrivo dei tecnici abbia investito prima e con più forza il Pdl.
Sottoposto a una fortissima pressione centrifuga a causa del sostegno a Monti.
Incalzato dalle lobby, che reclamano modifiche al decreto liberalizzazioni.
Schiacciato dal ricatto di Bossi sulla giunta della Lombardia, allettato da Casini al Sud.
Con la matematica certezza, come si legge nel report riservato che Denis Verdini ha sottoposto giorni fa al «capo», di un clamoroso cappotto alle amministrative, con la «perdita secca» in tutti e 28 i comuni capoluogo e le 7 province che vanno al voto.
Quella davvero sarebbe la fine.
Sono pessimista – ha confessato l`ex premier ancora ieri a un`amica – e questa rottura con Bossi non so dove ci porterà ».
Altro dunque che “il Caimano”.
La scena che si sono trovati di fronte gli uomini e le donne del Pdl, chiamati giovedì sera a raccolta a palazzo Grazioli, «sembrava confessa uno dei presenti – piuttosto quella di un funerale».
l Cavaliere, depresso oltretutto per la condanna che ritiene ormai «certa» al processo Mills, li aspettava con un montaggio dei suoi 18 anni di impegno politico: dalle strette di mano con Clinton al G8 dell`Aquila.
Una Spoon River per immagini, che alla fine lo ha anche commosso, con tutti che gli dicevano «caro Silvio, i prossimi 18 anni saranno anche migliori, vedrai, torneremo al governo».
Ecco, per comprendere il «male oscuro» che ha preso il Pdl bisogna partire da qui, dall`eclissi del leader che finora ha tenuto insieme le tre grandi anime del partito: gli ex missini, gli ex socialisti e gli ex democristiani.
Fuori lui da palazzo Chigi, senza voglia e possibilità  di rientrarci, sta saltando tutto.
Tanto che ormai si parla apertamente di scissione, di federazioni di partiti, di Pdl del Nord e del Sud.
Il tutto in un vortice di libanizzazione tra clan, correnti, potentati in lotta fra loro.
E,   a proposito di Libano, giusto ieri Franco Frattini e Claudio Scajola erano proprio a Beirut, ospiti del falangista Gemayel, per l`internazionale democristiana.
Insieme a Pier Ferdinando Casini.
Un caso? Scajola è il più avanti nell`elaborazione di una strategia che porta il Pdl a sciogliersi nella futura casa dei moderati.
«Siamo arrivati un bivio – spiega dalla sua stanza a Beirut-, si tratta di darci finalmente un`identità : decidere chi siamo, dove dobbiamo andare e con chi».
Scajola, e con lui Frattini e la gran parte degli ex Dc, sono per sostenere Monti senza se e senza ma.
«Dobbiamo approfittare del fatto che non governiamo – dice l`ex ministro dello Sviluppo-   per preparare la strada del domani. Altrimenti saranno altri a occupare lo spazio dei moderati».
Sono considerazioni che Frattini ripete spesso ad Angelino Alfano.
E proprio il segretario del partito, in gran segreto, sta pianificando un tour di accreditamento personale presso le cancellerie europee che lo porterà  presto a Londra, Parigi e Madrid. Presentandosi come il leader italiano del Ppe.
Alfano deve crescere in fretta.
Muoversi in anticipo prima che il partito gli si sciolga sotto al naso.
Per non farsi trovare impreparato, in vista della candidatura del 2013, ha persino promesso all`amico Frattini di imparare l`inglese entro la prossima estate con un corso accelerato.
Ma il tempo corre troppo veloce anche per i piani di Angelino, l`eterno delfino.
Gli ex An infatti scalpitano, guidati da Ignazio La Russa.
Che intravede il crollo del sistema di potere messo in piedi in Lombardia in quindici anni. Esagerazioni?
Ieri “Libero” apriva la prima pagina con un irriverente «Addio Pdl».
Con Daniela Santanchè che è arrivata a paragonare il Cavaliere al comandante della Costa, ingiungendogli un «Sali sulla nave, Berlusconi, cazzo!».
L`eclissi del leader, fermo sullo scoglio mentre la nave affonda.
In questa Babele di lingue, di tattiche contrapposte che è diventato il Pdl, chi cerca di tenere la baracca in piedi sono i capigruppo.
Diventati, forse anche loro malgrado, le uniche bitte a cui ancorare il vascello alla deriva.
È stato Maurizio Gasparri a fare la spola con palazzo Chigi per limare il decreto sulle liberalizzazioni la notte prima dell`approvazione.
Ed è stato Fabrizio Cicchitto a gestire la partita della mozione comune sull`Europa.
E proprio Cicchitto ha instaurato la consuetudine di una consultazione presso chè quotidiana e riservata con il dirimpettaio Dario Franceschini, capogruppo del Pd.
È la nascita, di fatto, di quella cabina di regia parlamentare che Casini reclamava in aula un paio di settimane fa.
E che La Russa vede come fumo negli occhi.
Del gruppo fa parte anche Gaetano Quagliariello, che lavora insieme agli sherpa del Pd per una nuova legge elettorale.
La scommessa è un triplo salto mortale: sostenere Monti, salvare il Pdl e il bipolarismo.
«C`è un interesse convergente – osserva Sandro Bondi – tra noi e il Pd per fare le riforme.
La rotta è quella e alla fine gli elettori, anche quelli della Lega, sapranno giudicare chi ha messo al centro gli interessi del paese».
Ma il problema, a questo punto, è se ci sarà  ancora un Pdl sulla prossima scheda elettorale.

Francesco Bei
(da “La Repubblica”)

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I DIRITTI DEI NUOVI FIGLI D’ITALIA

Gennaio 29th, 2012 Riccardo Fucile

LA CITTADINANZA AI BAMBINI CHE SONO NATI IN ITALIA DA GENITORI STRANIERI:   PER LORO RAPPRESENTIAMO UNA SPONDA DI SICUREZZA E DI CIVILTA’ DOVE APPOGGIARE UN FUTURO DI SPERANZA… DIMOSTRIAMO DI ESSERE LA PATRIA DELLA LIBERTA’, DELLO SVILUPPO, DELLE PARI OPPORTUNITA’ E DELLA SOLIDARIETA’

Gli opposti populismi, che sempre più parlano la stessa lingua in questa Italia in cui la politica si rattrappisce, hanno finalmente trovato un bersaglio comune, di alto rango: è la proposta di introdurre anche nel Paese dello “ius sanguinis” il principio dello “ius soli”, concedendo la cittadinanza ai bambini che sono nati in Italia da genitori stranieri.
L’idea era stata sollevata dal segretario del Pd Bersani alle Camere, al momento della fiducia per il governo Monti; poi, rilanciata con forza dal presidente della Repubblica Napolitano, secondo il quale “negare la cittadinanza ai bambini nati in Italia da immigrati sarebbe una vera assurdità “.
Oggi anche il presidente della Camera Fini e il ministro della Cooperazione Riccardi riprendono il tema, come il presidente della Cei Bagnasco, e lo ripropongono all’attenzione delle forze politiche e del Parlamento: dove sono state presentate proposte di legge in questo senso, mentre nel Paese diverse organizzazioni stanno raccogliendo le firme per abolire la normativa del 1991.
Stiamo parlando di un milione di bambini, i figli degli stranieri residenti in Italia.
Poco più della metà , 650 mila, sono nati nelle strutture del servizio sanitario nazionale.
Venuti al mondo, dunque, nel nostro Paese, in ospedali italiani, figli di immigrati che hanno scelto di vivere e lavorare qui e che iscriveranno questi bambini agli asili comunali e alle scuole italiane, perchè crescano con la lingua, l’istruzione e la cultura del Paese che li ospita.
Ora, come vogliamo pensare al rapporto tra il nostro Stato e quei ragazzi che sono nati nel suo territorio, spesso dopo una fuga dei genitori dalla fame, dalla miseria e dalla dittatura? Nella storia delle loro famiglie questo Paese rappresenta una sponda di civiltà  e di sicurezza, dove appoggiare un futuro di libertà  e di speranza: e dove – proprio per queste ragioni – poter investire per la crescita dei proprio figli, la prima generazione che nasce e vive nell’Europa dei diritti e della democrazia, l’Europa dei cittadini e delle istituzioni, in quell’Occidente che racconta se stesso – e noi vogliamo crederci – come la patria delle libertà , dello sviluppo, dell’uguaglianza delle opportunità , addirittura della fraternità .
Quei bambini venuti a nascere in Italia, sanno di essere nati in un Paese libero, come uomini finalmente liberi.
Ma sanno che non saranno cittadini, non diventeranno italiani.
Studieranno la nostra storia, l’epopea del Risorgimento, le radici di Roma e dei Cesari, la Costituzione repubblicana, parleranno la nostra lingua con gli accenti dei nostri dialetti, lavoreranno nelle fabbriche e negli uffici, sposeranno magari italiani e italiane.
Ma resteranno stranieri, qualunque cosa facciano anno dopo anno, comunque la facciano, soltanto perchè sono figli di stranieri.
È l’ultima, nuovissima forma del peccato originale: una sorta di “peccato d’origine”, incancellabile, in un Paese che ha paura della diversità  perchè ha incertezza d’identità  (tanto che persino il dato storico del centocinquantenario dell’unità  viene ridotto a polemica politica contingente), e teme la perdita della vecchia uniformità  vissuta più come un mito della tradizione che come una realtà .
Come può spaventare la cittadinanza italiana ai bambini nati in Italia?
Come non capire che la stessa identità  nazionale, oggi, è in movimento continuo esposta com’è al contagio di culture diverse, alla complessità  del sociale, alla pluralità  dei soggetti con cui dobbiamo non solo convivere, ma scambiare e interagire?
La paura della cittadinanza separa queste identità  ed esalta le differenze, riduce gli individui ai gruppi di origine, ripropone di fatto il modello distintivo delle tribù dentro il contesto dilatato e avvolgente della globalizzazione.
Col peccato d’origine, gli steccati sono per sempre e le culture vengono concepite come strutture statiche, che non possono evolvere o mettersi in movimento, ma devono rimanere immobili e soprattutto chiuse.
È il disegno di una società  spaventata in un Paese che vede l’immigrazione altrui solo come un problema, mentre esalta le proprie radici magari mentre nega la sua storia.
È evidente che l’immigrazione comporta anche un problema di sicurezza, di spaesamento, a cui bisogna rispondere.
Ma proprio per questo, come si può pensare che la risposta sia un modello sociale per cui si vive sullo stesso suolo, sottoposti alla medesima sovranità , formati dalle stesse scuole ma con due livelli diversi di cittadinanza?
Tutto ciò comporta differenze non soltanto sociali, ma nei diritti, cioè nella sostanza democratica che è a fondamento del nostro discorso pubblico.
Col risultato – pericoloso – che la democrazia rischia di non avere sostanza concreta per una categoria di persone che vive in mezzo a noi, noi per i quali soltanto vale il concetto pieno e realizzato di società  democratica.
Ma dal punto di vista delle generazioni future, persino dal punto di vista della sicurezza, domandiamoci che Paese prepariamo se c’è tra noi chi considera la democrazia come un concetto non assoluto ma relativo, addirittura un privilegio di alcuni, che contempla gradi minori e persino esclusioni.
Dunque un concetto per nulla universale e nemmeno neutrale, ma strumentale, perchè avvantaggia alcuni a danno di altri.
E infatti, per gli altri non usiamo ormai nemmeno più il termine “straniero”, che presuppone una dimensione culturale, una scoperta, un viaggio o un percorso, ma li riduciamo alla categoria geometrica, spaziale e binaria di “extra”, dove conta solo l’esito finale: dentro o fuori.
Se guardiamo avanti, ai prossimi anni, l’idea di Paese che il rifiuto della cittadinanza propone è quella di uno Stato-armadio, dove è previsto che le diverse culture si vivano semplicemente accanto, separate ed appese ognuna alla sua presunta radice: culture condannate a riprodursi nella separazione, magari ostili, certamente diffidenti, per definizione impermeabili. Come se la libertà  e la democrazia non avessero fiducia in sè e nella loro capacità  di far crescere, di contagiare, di seminare valori in chi le frequenta, le pratica e ne beneficia.
Dicendo questo non penso alla cittadinanza come strumento di assimilazione e riduzione delle diversità .
Penso che l’Italia può offrire a chi sceglie di vivere e lavorare qui dei valori come la democrazia e l’uguaglianza e un metodo per valorizzarli nella vita sociale, che è proprio la cittadinanza. Il nostro modo di vivere è una cultura, e come tale sarà  per forza di cose influenzato dalla convivenza e dal confronto con gli altri, non è un modello, come ogni cultura è mobile e negoziabile, un sistema in movimento insieme con gli altri, nel gioco del dialogo, dello scambio, del confronto.
Ma la democrazia non è una cultura, è un valore di fondamento, su cui si regge lo Stato e la sua convivenza.
Uno Stato neutro rispetto alle culture diverse, non rispetto ai principi democratici.
Questo Stato non può dunque non preoccuparsi del rischio che livelli diversi di democrazia e di partecipazione ai diritti facciano crescere fenomeni pericolosi di marginalità , di alterità , di ghettizzazione (e autoghettizzazione).
Solo l’emancipazione attraverso il lavoro e la cittadinanza è la possibile salvaguardia, è la vera inclusione.
Solo così, può valere fino in fondo il richiamo alle nostre leggi, alla regola democratica in cui crediamo.
Leggi che devono essere pienamente rispettate da uomini pienamente liberi, perchè diventati finalmente – grazie al nostro Paese – compiutamente cittadini.

Ezio Mauro
(da “La Repubblica”)

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SALDI CULTURALI: LE CITTA’ D’ARTE METTONO IN VENDITA I PROPRI GIOIELLI

Gennaio 27th, 2012 Riccardo Fucile

A MIUCCIA PRADA VA UN PEZZO DEL CANAL GRANDE, A FIRENZE L’OSPEDALE DELLA FAMIGLIA VESPUCCI E’ STATO VENDUTO AI PRIVATI DOPO 600 ANNI… MA I RICAVI VANNO SOLO A RIPIANARE I BUCHI DI BILANCIO E NON PRODUCONO INVESTIMENTO

C’è un modo radicale di risolvere l’annosa disputa (tornata d’attualità  col pasticcio del Colosseo) sul ruolo dei privati nella gestione del patrimonio storico e artistico pubblico: alienarglielo direttamente.
Voleva farlo il governo Berlusconi, ora lo stanno facendo, alla spicciolata e lungo tutta la Penisola, enti di ogni tipo e di ogni colore politico.
A Venezia il Comune vende a Miuccia Prada un pezzo pregiato del Canal Grande: Ca ‘ Corner della Regina.
Una sorta di versione radicale della privatizzazione della Punta della Dogana, ceduta (temporaneamente) al bilionario Pinault.
Si potrà  discutere all’infinito su chi possa garantire la miglior tutela e il miglior godimento del palazzo (se, cioè, il ricchissimo privato o il comune sempre in bolletta): ma bisogna sottolineare che il Comune ha usato i 40 milioni di Prada per risanare il bilancio ordinario, non per realizzare qualcosa di durevole (un asilo o un ospedale, per esempio).
In altri termini, la generazione presente decide di sottrarre a quelle future un bene comune per ricavarne un fuggevole beneficio una tantum.
A Parma l’Ospedale Vecchio, fondato nel 1476 e di proprietà  del Comune, è stato affidato a un’impresa locale attraverso lo strumento del project financing, che prevede l’affidamento al privato del 44% della struttura per ventinove anni.
Il risultato è che si pensa di realizzarci un albergo e un centro commerciale, mentre l’Archivio di Stato di Parma, ospitato dall’ultimo dopoguerra nell’Ospedale, è stato trasferito in periferia e la Biblioteca Civica giace pressochè abbandonata.
A Firenze, lo strombazzatissimo Anno Vespucciano (cioè le celebrazioni per il quinto centenario della morte di Amerigo Vespucci) si apre in modo tragicomico con la notizia che l’Ospedale di San Giovanni di Dio, cioè la viva eredità  della famiglia Vespucci a Firenze, è stato venduto (con tutte le opere d’arte e le testimonianze storiche che contiene) dalla Asl ad una società  privata.
Nell’anno 1400 Simone Vespucci, il prozio di Amerigo, dispose in testamento che tutte le sue case di Borgo Ognissanti fossero trasformate in un ospedale, a beneficio della popolazione.
La filantropia di Simone si irradia fino al 2012: ma non andrà  oltre, perchè — in nome di un presente onnivoro — decidiamo di tagliare questo prezioso filo di senso civico che lega il passato al futuro.
E anche in questo caso, la Asl non investirà  il ricavato in qualche progetto duraturo (magari nel restauro della Villa di Careggi di Lorenzo il Magnifico, che le appartiene e che va in rovina), ma lo userà  per ripianare il bilancio ordinario, sommando danno a danno.
Sempre a Firenze, la Facoltà  di Architettura sta vendendo a privati il Palazzo San Clemente “il quale — scriveva Giorgio Vasari nel 1568 — per ricchezza di diverse varie fontane … non ha pari in Fiorenza, nè forse in Italia”.
Risulta che la destinazione d’uso potrebbe cambiare radicalmente: da sede dei Dipartimenti di Costruzioni e Restauro, e di Urbanistica e Pianificazione del Territorio (nonchè di buona parte della biblioteca e di alcuni importanti archivi storici), a sede di un albergo di lusso.
E cioè: da luogo dove si impara a tutelare e conservare l’architettura del passato, ad architettura essa stessa stravolta e violata per essere suddivisa in camere. E ancora: da luogo dove si studia la più virtuosa distribuzione dei nostri preziosi spazi storici, a spazio esso stesso privatizzato; da luogo votato al reddito culturale collettivo, a luogo deputato a produrre reddito monetario privato.
A Pisa è l’Ospedale dei Trovatelli, praticamente in Campo dei Miracoli, a essere venduto con tutti i suoi beni. Il 16 dicembre scorso l’asta (24 milioni di base) è andata deserta, e alla prossima il complesso (che appartiene alla Asl) verrà  battuto con un ribasso del 10 %, per poi passare alla trattativa privata.
La probabile trasformazione in albergo potrebbe mettere a rischio lo splendido edificio e le opere che contiene, tra cui la ruota cinquecentesca su cui venivano esposti i bambini, ricollocata all’interno.
Continuiamo a scendere: in Lazio il Comune di Priverno (amministrazione Pd) ha appena messo in vendita l’edificio nel quale è ospitato il Museo Medievale di Fossanova, che è l’antica foresteria della gloriosa Abbazia in cui è morto san Tommaso d’Aquino.
Il destino del museo è probabilmente quello di tramutarsi in un ristorante, e per ottenere una deroga al vincolo della legge regionale attraverso cui è stata finanziata la realizzazione del museo si dovranno esporre altrove le opere: dove, ancora non è dato saperlo.
Concludiamo, in gloria, nella Campania in cui tutto è possibile.
Va in vendita il Casino reale di Carditello, una delle residenze extraurbane preferite da Carlo di Borbone e Ferdinando IV, decorata da artisti come Philipp Hackert e Fedele Fischetti e già  centro di una complessa azienda agricola, ma oggi teatro di spettacolari discariche di monnezza. Carditello appartiene al Consorzio di bonifica del Volturno, che è indebitatissimo nei confronti del Banco di Napoli, cioè di Banca Intesa: nel prossimo marzo il complesso sarà  battuto all’asta, se la Regione Campania non troverà  9 milioni di euro.
Si potrebbe continuare a lungo, fino a disegnare una mappa della inarrestabile trasformazione che, convertendo la ricchezza del popolo italiano in ricchezza privata, inverte un secolare processo di civilizzazione.
E il messaggio di quella mappa è chiarissimo: la recessione economica sta diventando regressione culturale.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL SINDACO DI ADRO INSULTA NAPOLITANO: “CI VERGOGNIAMO DI AVERLA COME PRESIDENTE”

Gennaio 26th, 2012 Riccardo Fucile

IL PROBLEMA E’ CHE MOLTI CITTADINI DI ADRO NON SI VERGOGNANO DI AVERE UN RAZZISTA COME PRIMO CITTADINO…LANCINI ACCUSA NAPOLITANO PER AVER NOMINATO CAVALIERE L’IMPRENDITORE CHE PAGO’ LA MENSA A QUEI BAMBINI ESCLUSI PERCHE’ I GENITORI ERANO MOROSI

“Ci vergogniamo di averla come Presidente. Venga a chiedere scusa alla mia gente, è un suo dovere morale”.
Il sindaco di Adro, Oscar Lancini, torna a far parlare di sè.
Se la prende con il Capo dello Stato, ritenuto colpevole di aver “insultato” i cittadini del piccolo comune bresciano noto per essere stato tappezzato dal Sole delle Alpi e per aver vietato la mensa scolastica a bambini di genitori morosi per 10mila euro complessivi.
Una situazione che spinse un imprenditore locale a saldare il debito e scrivere una lettera al Corriere nella quale accostava l’azione “razzista” del sindaco a quella dei nazisti.
Gesto che è valso all’imprenditore la nomina a Cavaliere della Repubblica da parte di Napolitano.
Nomina che ha scatenato il sindaco: “Le onorificenze quando consegnate a cani e porci fanno divenire ingiustamente porci o cani anche quelli che le hanno meritate”.
E questo è solo l’incipit della lettera, che il fattoquotidiano.it pubblica in esclusiva, inviata il 23 gennaio e che oggi alle 11 sarà  presentata in una conferenza stampa appositamente convocata in Comune ad Adro.
Per esprimere il suo “punto di vista” Lancini riempie quattro pagine. Invoca le scuse di Napolitano, prende le distanze dall’imprenditore benefattore che ha “purtroppo” il suo stesso cognome (ma “non siamo parenti”), lo accusa di aver “sfruttato” i bambini per “fare pubblicità  alla propria azienda” e rivendica il diritto di usare il Sole delle Alpi che, sottolinea, non è “un simbolo di partito” ma significa “appartenenza radicata della gente a un territorio dalla storia millenaria”.
Quale? “La Padania”. Quella che per Giorgio Napolitano non esiste.
Lo ha detto e ribadito chiaramente, il Capo dello Stato: “Il popolo padano non esiste”. E invece Oscar Lancini glielo ripete, costringendolo a doversi interessare nuovamente di qualcosa che non c’è. Il sindaco rivendica con orgoglio che il suo sia un popolo leghista.
“Ho l’onore di guidare come Sindaco dal 2004 il comune di Adro. Nel primo mandato fui eletto con la lista monocolore Lega Nord con il 44,65% dei voti, nel secondo mandato, quello tuttora in corso, sempre con lista monocolore Lega Nord, sono stato riconfermato con il 61,08% dei voti”, scrive Lancini. Insomma: avrò diritto a parlare a nome dei cittadini? L’onoreficenza, quindi, “la reputo ingiusta e offensiva per la mia gente”.
Perchè, spiega, “la realtà  sulla vicenda della mensa di Adro non corrisponde certo a quanto riportato dalla stampa e dalle televisioni, sempre affamate di notizie da trasformare in patetici e fantasiosi scoop. Un esempio su tutti sia la puntata di Annozero di Santoro, faziosa e filo comunista”.
Ce n’è per tutti. Compreso il cosiddetto “benefattore di Adro”, l’imprenditore Silvano Lancini. Scrive il sindaco: “Premiare il ricco Lancini per il gesto ‘nobile’ — nobile se fosse rimasto anonimo, poichè la generosità  è una medaglia che si appunta all’anima e non al petto — di contribuire alle casse della mensa trovatasi in difficoltà  a causa dei mal pagatori, sarebbe stato già  eccessivo. Questo ‘signore’ ha agito così perchè poteva permetterselo, ha agito come in passato molti altri cittadini hanno agito, e senza ricevere onorificenze”.
Inoltre “appare chiaro che il ricco Silvano ha compiuto il suo gesto al fine di ottenere due risultati”, il secondo “deprecabilmente andato a buon fine, era fare pubblicità  alla propria azienda”.
Come? Lancini ha le idee chiare e spiega: “La donazione era esplicitamente subordinata alla consegna di una lettera alla stampa. Lettera che ha pesantemente offeso l’intera comunità , le nostre famiglie, l’autorità  civile, e l’istituzione religiosa”.
La lettera pubblicata dal Corriere della Sera era di fatto piuttosto forte nei toni. Lancini ne riporta un breve estratto, specificando che tra i due “non intercorrono rapporti di parentela”.
Scrisse l’imprenditore: “So bene che i campi di concentramento nazisti non sono nati dal nulla, prima ci sono stati anni di piccoli passi verso il baratro. In fondo in fondo chiedere di mettere una stella gialla sul braccio agli ebrei non era poi una cosa che faceva male. Mi vergogno che proprio il mio paese sia paladino di questo spostare l’asticella dell’intolleranza di un passo. Ma dove sono i miei sacerdoti? Sono forse disponibili a barattare la difesa del crocifisso con qualche etto di razzismo”.
Ora, nell’onorificenza che Napolitano ha riconosciuto all’imprenditore, il sindaco di Adro vede una offesa per la comunità  perchè premia, scrive ancora nella missiva inviata al Capo dello Stato, “una persona che ha sfruttato la situazione per fini personali, una persona ricca che ha regalato dei soldi a chi non voleva pagare”.
Quindi “egregio Presidente, ma come si permette? L’onorificenza ha avvalorato le offese scritte dal signor Lancini Silvano! Conferire il titolo di Cavaliere Ordine al Merito della Repubblica Italiana a tal ‘signore’ che con la complicità  dei media ha dipinto la mia comunità  come una comunità  egoista e razzista, mi permetta, è stato un gesto sconsiderato”.
La mia gente, prosegue Lancini, “non può certo essere paragonata ai fascisti e ai nazisti della secondo guerra mondiale. I miei preti non possono essere considerati degli ingordi di denaro come i mercanti nel Tempio”. I cittadini del luogo “devono vergognarsi sì, ma di ben altro: si devono vergognare di avere un concittadino (Silvano Lancini) che di loro pensa questo e — aggiungo io ora — di avere un presidente della Repubblica che lo ha addirittura onorificiato. Venga ad Adro e chieda alla mia gente come stanno veramente le cose, venda ad Adro e chieda scusa alla mia gente. E’ un suo dovere morale”. Infine il monito: “Non si stupisca se il popolo del Grande Nord si sente sempre più distante da Roma e dalle sue istituzioni. Sono anche questi gesti sconsiderati che creano le distanze”. Chissà  se il Quirinale prenderà  per buona la lettera o la considererà  uno scherzo di qualche burlone che crede nell’esistenza della Padania.
Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
Il commento del nostro direttore

Qualcuno potrebbe liquidare il caso del sindaco di Adro come un caso psichiatrico, altri come una manifestazione schizoide di un esibizionista da giardinetti, altri   potrebbero vedere in lui il wate connesso al tricolore usato come carta igienica.
In realtà  si tratta di un semplice personaggio “razzista” che la maggioranza di un paesotto ha fatto sindaco.
E quindi non preoccupa tanto lui, quanto i concittadini che lo hanno votato.
L’uno e gli altri però altro non sono che il prodotto e le vittime di una cultura razzista che è stata tollerata e giustificata per troppo tempo nel nostro Paese per evidenti interessi di bassa cucina politica.
La paura del “diverso” per dare risposta alle proprie insicurezze, la discriminazione dello straniero per tutelare i propri egoismi, l’additare l’extracomunitario come colui “che toglie” lavoro ai propri figli, per non dover ammettere che “i propri figli” non hanno voglia di fare certi lavori e in troppi preferiscono non fare un cazzo, salvo farsi mantenere dai genitori.
Fino a giungere a discriminare persino i piccoli, i più indifesi, fino a umiliarli davanti ai coteanei, negando loro persino un pasto caldo, fino ad accusare di “volersi fare pubblicità ” un imprenditore che in realtà  voleva restare anonimo se non fosse stato scovato dai giornalisti dopo giorni di ricerche.
Napolitano ha nominato Cavaliere della Repubblica il benefattore?
Siamo d’accordo, non sarebbe stato necessario se le istituzioni avessero subito fatto quello che sarebbe accaduto in qualsiasi altro Paese civile: l’immediata destituzione del sindaco di Adro e la sua denuncia per istigazione all’odio razziale, come previsto dalla legge.
Con un ministro degli Interni come si deve e non un “barbaro sognante”, il commissariamento sarebbe avvenuto in 24 ore.
Con una destra sociale e militante qualcuno non sarebbe neanche più uscito di casa per portare il cane a fare i bisogni.
In attesa di uno Stato che si rispetti e di una destra vera, accontentiamoci del nobile gesto del Presidente della Repubblica che ci ha riportato alla considerazione dei valori etici che dovvrebbero presiedere una Comunità  nazionale.

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ORA CESARO PUO’ SUCCEDERE A COSENTINO

Gennaio 25th, 2012 Riccardo Fucile

ALFANO RISOLVE IL PROBLEMA, TOGLIENDO L’INCOMPATIBILITA’… UN ALTRO INQUISITO COORDINATORE REGIONALE DEL PDL

La Camera ha negato l’autorizzazione all’arresto di Nicola Cosentino, ma lui si è dimesso ugualmente da coordinatore del Pdl della Campania.
Un segnale che indicava la volontà  di rischiarare le ombre calate sul partito?
Forse, di certo non c’è stato un riscontro altrettanto netto nelle norme per la successione del prossimo coordinatore.
Infatti il segretario nazionale Angelino Alfano ha apportato una deroga al “Regolamento sulle incompatibilità ” che consente di fatto la candidatura di Luigi Cesaro, attuale presidente della Provincia di Napoli per il Popolo delle Libertà , ma anche coordinatore nel capoluogo campano e parlamentare.
Non solo: Cesaro, come Cosentino, è coinvolto nell’inchiesta su camorra, affari e politica che a dicembre ha portato in carcere oltre 50 persone, considerate vicine al clan dei Casalesi.
E alla seconda richiesta d’arresto per l’ex coordinatore regionale.
Lo scorso 6 dicembre il segretario nazionale aveva inviato una lettera ai dirigenti del Pdl per specificare quali cariche istituzionali fossero incompatibili con quelle partitiche.
Secondo quelle disposizioni Cesaro, che lo scorso novembre aveva promesso di non volersi ricandidare, non avrebbe potuto presentarsi al posto di Cosentino, perchè la carica di coordinatore regionale era incompatibile con quella di presidente della Provincia.
Fino al 19 gennaio, quando Alfano invia un’altra comunicazione — pubblicata in esclusiva da Dagospia — che riguarda “l’attuazione della seconda norma transitoria”. Viene modificato l’articolo 2: “Per quel che riguarda le incompatibilità  dei Presidenti, dei membri della Giunta e dei Capogruppo del Consiglio Provinciale”, si legge nel documento, tali posizioni “saranno considerate compatibili con gli incarichi di Coordinatore o Vice Vicario Regionale, Provinciale o di Grande città . Sono escluse da tale deroga le Province autonome di Trento e Bolzano”.
Tradotto: Cesaro potrà  candidarsi per sedere al posto di Cosentino.
L’attuale Presidente della Provincia è stato coinvolto negli anni ’80 in un processo per collusioni camorristiche finito con l’assoluzione, ma sul quale incombono le frequentazioni, peraltro ammesse, con alcuni boss cutoliani.
Poi le strade di Cesaro e Cosentino si incrociano sulle carte della Procura di Napoli lo scorso 6 dicembre quando quando il gip Egle Pilla firma l’ordinanza cautelare per l’ex coordinatore regionale, già  a processo per concorso esterno in associazione camorristica.
Cesaro viene indagato e coinvolto nell’inchiesta per un incontro con funzionari di Unicredit che dovevano assegnare un finanziamento a una impresa ritenuta espressione imprenditoriale del clan dei Casalesi, anche se, questa la sua versione ai magistrati, in quell’occasione si limitò ad accompagnare Cosentino.
Nello stesso giorno Alfano spedisce la lettera sulle incompatibilità , che verrà  poi reinviata modificata il 19 gennaio.
“Vale per noi il principio anatomico — aveva dichiarato il segretario lo scorso ottobre — basta con doppi, tripli e quadrupli incarichi. Umanamente siamo concepiti per occupare una sola sedia e chi con un solo posto vuole occupare tre sedie finisce per lasciarne due vuote e quindi non fare bene”.
Ma la realtà  potrebbe tradire le buone intenzioni e consentire a Cesaro di accedere alla carica di coordinatore regionale.

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