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ANCHE LA DEMOCRAZIA E’ COLPITA DALLA CRISI: CHI NON HA PIU’ FIDUCIA A LIVELLO RECORD

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

IL 23% LA EQUIPARA AI REGIMI AUTORITARI, CAUSA GOVERNO IN TILT… TRE ANNI FA IL DATO ERA INFERIORE DI 7 PUNTI…TRA GIOVANI, ELETTORI DI PDL E LEGA LO SCETTICISNO E’ MAGGIORE

Nel Paese si percepisce un diffuso disincanto politico.
Investe non solo i partiti e i loro leader, ma anche le istituzioni dello Stato. Ad eccezione del Presidente Napolitano, com’è noto, la sfiducia dei cittadini non risparmia nessun soggetto e nessun attore pubblico.
Non sorprende che questo sentimento stia erodendo il consenso nei confronti delle istituzioni rappresentative. Verso la stessa “democrazia”.
È ciò che sta capitando, secondo un sondaggio di Demos di alcuni giorni fa.
Certo, la gran parte degli intervistati (oltre due terzi) resta convinta che “la democrazia è preferibile a qualsiasi altra forma di governo”.
Se ne desume, però, che circa un italiano su tre la pensa diversamente.
In particolare, il 23% del campione accetta l’idea che: “autoritario o democratico non c’è differenza”.
Si tratta del dato più alto registrato negli ultimi dieci anni.
Nel 2001 questa posizione era, infatti, condivisa dal 16% degli intervistati. La stessa percentuale rilevata nel 2008.
Il disincanto democratico sembra, dunque, essere cresciuto sensibilmente negli ultimi anni. In particolare, si è diffuso fra i più giovani (18-29 anni). Ma risulta condiviso, soprattutto, nell’elettorato di centrodestra: il 31% tra gli elettori del Pdl, addirittura il 34% tra i leghisti.
Difficile sorprendersi.
La democrazia rappresentativa non sta offrendo grande prova di sè, in questa fase. In Italia, ma non solo.
Basti pensare a come è stata affrontata la crisi economica e finanziaria.
L’agenda: dettata dalla Ue, in particolare dalla Bce e dal Fmi. Cioè: da istituzioni finanziarie e monetarie, non elettive.
Nell’ambito della Ue, peraltro, le scelte comunitarie – in particolare, le nostre – sono state imposte da due Paesi su tutti: Francia e Germania.
Da due leader su tutti: Sarkozy e Merkel. Eletti dai cittadini dei loro Paesi, non dagli europei, nel loro insieme. Tanto meno dagli italiani.
Peraltro, mentre i mercati dettano le regole e i vincoli ai governi, il rapporto tra mercato e democrazia non appare più stretto e automatico come un tempo.
Leonardo Morlino, sull’ultimo numero dell’Espresso, mostra come il tasso di crescita del Pil nei regimi autoritari (4,9%) sia decisamente superiore a quello dei Paesi democratici e liberi (2,3%).
Questa tendenza si spiega, in parte, con il basso punto di partenza dei regimi autoritari. Tuttavia, non sorprende troppo, vista l’influenza esercitata sulle economie occidentali da Cina e Russia (sistemi peraltro molto diversi).
Visto il peso della Libia (e della famiglia) di Gheddafi nell’economia italiana fino a un anno fa.
Prima dell’intervento armato, deciso e guidato da Usa, Gb e, anzitutto, dalla Francia (di nuovo). A nome e per conto della Comunità  Internazionale (Italia compresa).
Il disincanto democratico degli italiani, però, è condizionato, in misura rilevante, dalle vicende interne.
La sfiducia nel governo eletto nel 2008, in un’altra epoca: oggi solo il 20% degli elettori lo considera adeguato al compito.
Stesso giudizio nei confronti dell’opposizione. Ma il consenso verso il governo è crollato in breve tempo.
Il Presidente del Consiglio ottiene, a sua volta, una valutazione sufficiente da due soli elettori su dieci.
D’altra parte, un governo e un Presidente del Consiglio che, per sopravvivere, ricorrono alla fiducia una volta alla settimana, non possono che riprodurre la sfiducia. Tanto più se si assiste a passaggi continui di parlamentari, tra uno schieramento e l’altro. In queste ore, ad esempio, Berlusconi sta contattando, ad uno ad uno, i “dissidenti” del Pdl.–
Per ricomporre, una volta di più, la maggioranza, in vista del voto. Allargando ancora, se necessario, il numero dei sottosegretari e dei vice-ministri (se ne è perso il conto, oramai).
Difficile riconoscere il marchio della “volontà  popolare” a una maggioranza sempre in bilico, tenuta insieme e rattoppata mediante incentivi personali continui.
Anche perchè non è per “sanare” i problemi giudiziari nè i conflitti di interesse di Berlusconi che gli elettori, nel 2008, avevano garantito al Centrodestra una maggioranza parlamentare larga come mai prima, nella Seconda Repubblica.
Le preoccupazioni degli italiani, ormai segnate dalla crisi economica, hanno reso insopportabili i costi della politica.
I privilegi di cui godono i parlamentari e gli amministratori pubblici.
E hanno alimentato un clima “antipolitico”, sostanzialmente diverso da quello dei primi anni Novanta.
Perchè allora rifletteva la rottura con il “vecchio” sistema politico. Evocava una domanda di cambiamento, proiettata nel futuro.
Mentre oggi l’antipolitica riflette la frustrazione suscitata da un sistema politico esausto, prigioniero del presente – e del passato.
Anche per questo la “fiducia” nella democrazia, in Italia, appare in declino.
Tanto più fra coloro che diffidano dei partiti.
D’altra parte, a fidarsi dei partiti, ormai, è una quota residua: il 5% degli italiani.
Non a caso i soggetti che raccolgono maggiore consenso fra i cittadini sono “esterni” ai partiti.
Non solo il Presidente, Napolitano. Ma anche imprenditori, finanzieri, leader di organizzazioni economiche, tecnici.
Gli stessi ai quali fanno riferimento quanti vedono in un governo di unità  nazionale l’unica soluzione a questa crisi – politica ed economica.
Ma Berlusconi e gli altri leader della maggioranza, in caso di sfiducia parlamentare, invocano il ritorno alle urne.
Ogni diversa soluzione sarebbe “un golpe”, ha denunciato, sabato scorso, il ministro Calderoli.
Responsabile della legge elettorale attualmente in vigore, in base alla quale è stato eletto questo Parlamento.
Secondo lo stesso Calderoli: una “porcata”, che impedisce ogni controllo sugli eletti da parte degli elettori. Contro questa legge elettorale sono state raccolte, in un mese e mezzo, oltre 1 milione e 200 mila firme.
Per promuovere un referendum abrogativo, che riscuote il consenso di gran parte degli elettori (come ha mostrato la “Mappa” della scorsa settimana).
Questa legge elettorale – ogni legge elettorale – è, per definizione, principio e fondamento della nostra democrazia rappresentativa.
Visto che la “rappresentanza” democratica è realizzata mediante le elezioni. Per questo occorre prendere sul serio il disincanto della società  italiana.
Perchè mina la “legittimità ” della nostra democrazia.
Alla radice.

Ilvo Diamanti
(da “La Repubblica”)

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IL PDL IMPLODE AL GOVERNO, MA IN CAMPANIA E’ BOOM DELLE TESSERE

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

ISCRIZIONI RECORD: SCATENATI I SIGNORI DELLE TESSERE: 200.000 ADESIONI E INCASSO DI 2 MILIONI DI EURO…ALL’ORIGINE LA LOTTA TRA LE CORRENTI PER ACQUISTARE IL CONTROLLO DEL PARTITO

E meno male che il segretario del Pdl Angelino Alfano si era tanto raccomandato di non esagerare, per non trasferire nel tesseramento lo scontro tra i leader e gli aspiranti coordinatori cittadini e provinciali.
A Napoli e dintorni il suo appello è caduto nel vuoto.
Nella Campania di Nicola Cosentino, che festeggia il sesto anno da coordinatore regionale a dispetto di inchieste e rinvii a giudizio per camorra e trame varie, il Pdl ha staccato ben 185.000 tessere e ha raccolto quasi due milioni di euro.
Una fetta molto consistente del milione e mezzo di persone che in tutt’Italia avrebbe versato almeno dieci euro per iscriversi al partito di Berlusconi.
Sulla genuinità  e spontaneità  della campagna di adesioni campana, si pronunceranno le varie commissioni di garanzia. Le cui maglie di solito, per usare un eufemismo, non sono strettissime.
Ma di fronte a certi numeri i sospetti sono inevitabili. Come sono stati raggiunti?
Col consueto lavorìo dietro le quinte di parlamentari e capobastone locali.
I soliti noti che da anni fanno il bello e il cattivo tempo nei territori. Luigi Cesaro. Nicola Cosentino, Edmondo Cirielli. Vincenzo Nespoli.
Si racconta che a Sant’Antimo, feudo del presidente della Provincia “Giggino ‘a Purpetta’” Cesaro, le tessere azzurre erano così tante da riempire ben due pulmini, diretti a Roma col pieno di benzina poche ore prima della chiusura della campagna.
“Ma quali pulmini” ha replicato stizzito Cesaro in un’intervista a Dario del Porto sulle pagine napoletane di Repubblica “un gruppo di giovani ha utilizzato un Doblò per trasportare le scatole. E solo perchè serviva una vettura più capiente, altrimenti avremmo dovuto impiegare tre o quattro auto”.
Cesaro è il signore delle tessere di Napoli.
Col suo triplo ruolo di deputato, Presidente della provincia e coordinatore provinciale del partito dai tempi di Forza Italia, nonchè fedelissimo del Cavaliere fino al punto di inserire in giunta una delle sue ‘pupille’, la ex billionarina Giovanna Del Giudice, Cesaro controllerebbe un pacchetto di circa 40.000 iscritti attraverso le adesioni raccolte dal suo gruppo sul territorio. Angelo Agrippa, giornalista del Corriere del Mezzogiorno molto informato sulle vicende in casa Pdl, disegna così la mappa del tesseramento dell’area Cesaro: 3000 iscritti riconducibili al consigliere regionale originario dell’isola d’Ischia, Domenico De Siano; 4000 a un altro consigliere regionale, Massimo Iannicello; 3500 alla parlamentare Giulia Cosenza; 4000 al capogruppo regionale Pdl Fulvio Martusciello, fratello di Antonio Martusciello, ex vice ministro di un vecchio governo B. e attualmente commissario all’Agcom; 1000 tessere sono riferibili al Responsabile sottosegretario all’Economia Bruno Cesario; 10.000 tessere, infine, farebbero capo a un ex finiano, il deputato Amedeo Laboccetta.
Il variegato e variopinto gruppo ha un cavallo su cui puntare per il ruolo di coordinatore provinciale: il giovane sindaco di Pollena Trocchia, Francesco Pinto.
Più complicata la corsa per il coordinatore della città  di Napoli, dove Laboccetta dovrà  vedersela con l’ex parlamentare e assessore regionale all’Urbanistica Marcello Taglialatela, detentore di un pacchetto di circa 7000 tessere e collocabile nello scacchiere nazionale vicino al sindaco di Roma Gianni Alemanno.
Saranno decisive probabilmente le mosse di alcuni politici non collocabili in questo o quello schieramento cittadino, come il senatore Raffaele Calabrò, detentore di 5000 adesioni, dell’area di Gaetano Quagliariello, e il senatore Giuseppe Scalera, fedelissimo di Lamberto Dini, che vale 1000 tessere.
In provincia, si segnalano le 6000 tessere raccolte dal sindaco-deputato di Afragola Vincenzo Nespoli, in ambasce per la recente sentenza della Consulta che lo costringerà  a lasciare uno dei due incarichi.
Se dovesse rinunciare a quello di parlamentare, però, scatterebbe per lui l’esecuzione degli arresti domiciliari disposti nell’ambito di un’inchiesta per bancarotta fraudolenta sul fallimento di alcuni istituti di vigilanza, misura cautelare congelata per il diniego della Camera dei deputati. Chiudono l’elenco le duemila tessere del deputato nolano Paolo Russo, le tremila riconducibili al sindaco di Castellammare di Stabia Luigi Bobbio (ben 10.000 adesioni in tutto nella città  delle Terme), le 5000 iscrizioni raccolte a Giugliano
A Salerno e provincia hanno aderito al Pdl 25.000 persone.
E circa 22.000 lo avrebbero fatto grazie agli input del presidente della Provincia e deputato Edmondo Cirielli, padrone incontrastato del partito salernitano, un potere che nemmeno la ministra conterranea Mara Carfagna è riuscita a scalfire.
In Irpinia circa 5000 tessere sono state raccolte intorno al presidente della Provincia e deputato Cosimo Sibilia e al consigliere regionale Antonia Ruggiero.
Infine, Caserta e hinterland. Dove il Pdl è una cosa sola con Nicola Cosentino.
Quindicimila iscritti e due uomini forti sul territorio, il presidente del consiglio regionale della Campania Paolo Romano (quasi 4000 tessere) e il consigliere regionale Angelo Polverino (3500 tessere).
Il governatore Pdl della Campania, Stefano Caldoro, era contrario all’apertura della campagna di tesseramento.
In alcune interviste ha predicato la necessità  di costruire un partito aperto, sul modello americano. Dichiarando: “L’organizzazione del consenso in un partito non si costruisce solo con le tessere, che possono essere un elemento di valutazione, ma occorre puntare a un modello moderno di partito nel quale il tesseramento sia un aspetto marginale”.
Alla fine, però, si è iscritto anche lui.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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LE MAFIE SONO LA PRIMA INDUSTRIA ITALIANA: MUOVONO 150 MILIARDI

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

ESCE IL VOLUME “SOLDI SPORCHI”: COME IL RICICLAGGIO INQUINA L’ECONOMIA LEGALE…UN FIUME   DI DENARO PROVENIENTE DAI TRAFFICI DI DROGA E DI ARMI

Non ha odore e non riposa mai. È il denaro delle mafie, corre veloce, cambia posto di continuo e quando si materializza è irriconoscibile.
Profuma di fresco e di pulito, candeggiato dopo decine di transazioni, ricompare in circolo come linfa buona per nuovi affari.
Rintracciarlo nei forzieri dove sta in ammollo prima di finire nella centrifuga degli scambi e degli acquisti, delle cessioni e delle vendite, è la sfida del nuovo millennio.
Governi, non tutti, e analisti si ingegnano a trovare soluzioni, ma dall’altra parte un sistema vive di quei soldi e sa di non poterne fare a meno.
È il sistema dell’economia parallela, che si muove nell’ombra per difendere quella fetta di fortuna alla quale deve la propria esistenza e sopravvivenza.
Ma il denaro delle mafie non alimenta un circuito chiuso, non genera soltanto nuovi e redditizi traffici criminali.
Il riciclaggio non è un accessorio dei reati, non è la parte terminale di un traffico, è il pilastro sul quale sempre di più le organizzazioni criminali edificano le loro opere.
I grandi gruppi avviano un’attività  solo nella consapevolezza di potere ripulire i proventi.
Con i soldi della droga, senza altre mediazioni, si può comprare soltanto altra droga. Gli utili, però, sono alti, i rischi di impresa calcolati e per ogni organizzazione c’è la necessità  di immettere quei liquidi nell’economia sana.
Così quel denaro entra nel circuito legale. Si annida dietro formidabili scalate, ascese di tycoon rampanti, sta a difesa dei patrimoni di manager in grisaglia, fa sempre più spesso capolino in Borsa.
Rappresenta una holding con migliaia di partecipate e collegate, ha diramazioni in tutto il mondo e schiere di professionisti e consulenti che lavorano per cancellare le tracce della provenienza di quei soldi e per individuare nuove opportunità  di investimento.
L’economia criminale, lo ha ricordato l’ex magistrato Giuliano Turone, è protesa verso la conquista illegale di spazi di potere economico e inquina il tessuto produttivo e gli assetti istituzionali dei Paesi in cui opera.
In un sistema corrotto non c’è più spazio per la libera concorrenza, saltano le regole, i valori sono falsati, si creano posizioni dominanti, le istituzioni subiscono effetti che non governano.
Il denaro delle mafie, semmai, si apposta comodo nei settori più moderni del mercato, dall’energia al riciclo dei rifiuti, e sconvolge anche lì le regole.
Dal riciclaggio spicciolo, dal reinvestimento nel mattone, fino alla creazione di fiduciarie estere, la movimentazione delle fortune dei boss è una parte rilevante dell’economia planetaria.
Secondo il Fondo monetario internazionale il denaro sporco muove tra il 3 e il 5% del Pil del pianeta, pari a una cifra che oscilla tra 600 e 1500 miliardi di dollari solo negli Usa, come dire: l’intera economia italiana.
Lo studioso americano Dale Scott, ex diplomatico ed ex insegnante a Berkeley, nel suo American War Machine, citando fonti del Senato Usa, sostiene che il riciclaggio bancario muoverebbe tra 500 miliardi e 1000 miliardi di dollari, con la metà  incanalati verso il circuito bancario americano.
La gran parte proverrebbe proprio dal traffico di droga che è appena dopo il petrolio e prima del commercio di armi per volume di traffici.
In Italia, ogni giorno, l’industria del riciclaggio produce 410 milioni di euro, 17 milioni l’ora, 285 mila euro al minuto, 4750 euro al secondo.
Bankitalia stima che rappresenti da sola il 10% del Pil.
Con un fatturato di 150 miliardi di euro, dunque, la holding del riciclaggio è la prima azienda del Paese, davanti a un colosso come Eni, che con i suoi 120 miliardi è in cima alle classifiche della produzione italiana e tra le venti maggiori imprese internazionali.
La massa dei capitali sporchi stacca di quasi un terzo il primo polo bancario nazionale, Unicredit, fermo a 92 miliardi, ed è tre volte più grande di un’azienda di credito come Intesa San Paolo.

(stralcio tratto l’introduzione del volume “Soldi sporchi”, di Pietro Grasso con Enrico Bellavia)

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GABRIELLA CARLUCCI: “UN PASSO INDIETRO DEL PREMIER, SOLO COSI’ SI RADDRIZZERANNO LE COSE”

Novembre 8th, 2011 Riccardo Fucile

HA LASCIATO IL PDL PER ENTRARE NELL’UDC: “AL   POSTO DI BERLUSCONI, LETTA O MONTI”

Come ha reagito il presidente Berlusconi quando gli ha detto che anche lei, la fedelissima Gabriella Carlucci iscritta a Forza Italia fin dal 1994, aveva deciso di passare armi e bagagli al gruppo dell’Udc?
«Guardi, non so se Berlusconi abbia saputo in anticipo di questa mia scelta ma io a lui non ho detto niente. Non vado a Palazzo Grazioli dall’estate scorsa… In queste settimane ho parlato con Casini e con Cesa ai quali mi lega un antico rapporto di stima e amicizia».
Sì, va bene. Ma come è possibile che la Carlucci non abbia mandato neanche un ambasciatore per avvertire il Cavaliere?
«No, nessuno sapeva di questa mia decisione. Nel partito ho parlato solo con la Bertolini e Antonione perchè sono una persona seria e mi sono decisa ad andare fino in fondo, con coerenza, perchè di questo passo l’Italia non può farcela a rispettare gli impegni presi con l’Europa. Ormai il nostro governo non ha i numeri in Parlamento».
Sicura che nel Pdl questo suo abbandono sia stato visto come un fulmine a ciel sereno?
«Certo, anche se ora desidero ringraziare il ministro Fitto che è il mio mentore e mi ha sempre aiutata…».
E dunque, ieri sera, Berlusconi ha fatto sapere che lui non ne sapeva nulla: «Mi dispiace per la Carlucci che lavorava con noi da tanto tempo».
Ma ora Gabriella Carlucci è disposta ad «andare fino in fondo» anche sostenendo un governo di emergenza nazionale affidato a un tecnico?
«La mia scelta è chiara: Berlusconi fa solo un passo indietro e permette così a un’altra personalità  del centro destra di formare un governo capace di raccogliere uno schieramento più ampio e di unire quelle forze, come l’Udc, che hanno a cuore le sorti del Paese. Anche Napolitano ha detto che non permetterà  ribaltoni mentre un altro discorso è permettere l’ingresso in maggioranza di altre forze di centro destra. E poi l’Udc fa già  parte del Ppe».
Ma se non ce la fanno Letta o Schifani, lei sosterrebbe con la stessa convinzione un governo tecnico guidato da Mario Monti?
«Certo, se trova un largo consenso in Parlamento io sostengo anche un governo Monti. È una personalità  talmente importante che ha già  dimostrato di valere in Europa. Proprio lui potrebbe fare quello che ci viene richiesto dall’Unione anche se, per me, l’ideale sarebbe un governo a guida Letta o Schifani».
Poco prima della 20, il deputato dell’Udc Roberto Rao si diverte su twitter: «Giornata fruttuosa, guardate i tg, ci saranno novità ».
Ed eccola l’anticipazione sul filo dei secondi del Tg di Enrico Mentana che mette a soqquadro i palazzi della politica deserti ma presidiati a distanza: dopo Bonciani e D’Ippolito, il Pdl cede all’Udc anche la deputata di terza legislatura Gabriella Carlucci che già  nell’83, a 24 anni, entrò nei tinelli degli italiani dagli schermi di Portobello accanto ad Enzo Tortora.
Da allora, la sorella Carlucci di mezzo — la più grande e famosa è Milly che da poco ha un grosso contenzioso con Mediaset per il presunto plagio della trasmissione Baila, mentre la più piccola si chiama Anna – si è divisa tra Rai e Mediaset conducendo Buona Domenica, le serate per il David di Donatello, il programma Melaverde e altro ancora.
Insomma, la Carlucci di mezzo è il classico volto televisivo che piace tanto a Silvio Berlusconi: a lui e solo a lui si deve il suo ingresso in Parlamento nel 2001 (quando però lei si conquistò i voti nel collegio uninominale di Trani) e le successive conferme nel 2006 e nel 2008.
Oggi quell’infatuazione sembra svanita.
Gabriella Carlucci però sfuma i toni, forse perchè sogna ad occhi aperti un governo a guida Letta e Schifani col sostegno di un’Udc imbottita di transfughi del Pdl: «Io a Berlusconi gli voglio bene, lo stimo moltissimo e continuerò a volergli bene e a stimarlo. Purtroppo le cose sono andate così e ora si possono raddrizzare solo se lui fa un passo indietro e permette a una personalità  del centro destra di guidare un governo che sappia rispondere alle richieste dell’Europa. Io sono seriamente preoccupata per quello che è successo nelle ultime settimane».
Crede a questo punto la neo-centrista Carlucci – «A proposito, sul rendiconto, con l’Udc ci asterremo …» – che altri fedelissimi di Forza Italia seguiranno il suo passo?
«Non lo so e non mi pongo il problema. Io sono sindaco a Margherita di Savoia, in Puglia, quindi vedo tutti i giorni problemi devastanti cui non so dare una risposta. Io non ci dormo la notte… Così non si va da nessuna parte».

Dino Martirano

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BERLUSCONI DICE DI AVERE I NUMERI, ALTRI SOSTENGONO CHE ORMAI LI DA’: ANCHE LA CARLUCCI DICE ADDIO AL PDL

Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

IL PREMIER AGGRAPPATO ALLA TAVOLETTA DEL NAUFRAGO INSISTE A NEGARE CHE LA NAVE STIA AFFONDANDO… ANCHE GABRIELLA CARLUCCI PASSA ALL’UDC: “NEL 1994 HO CAMBIATO LA MIA VITA PERCHE’ CREDEVO IN FORZA ITALIA, ORA IL PDL E’ TROPPO DISTANTE DAI PROBLEMI REALI DEL PAESE”

Il voto sul Rendiconto, in programma martedì a Montecitorio, assume sempre di più i contorni di un appuntamento cruciale per il governo. Non solo.
L’esecutivo potrebbe trovarsi a fare i conti anche con una mozione di sfiducia delle opposizioni. Silvio Berlusconi, però, non mostra tentennamenti.
«Abbiamo verificato in queste ore, con numeri certi, che la maggioranza c’è», ha assicurato collegato telefonicamente con la convention di Azione Popolare.
Ma intanto il Pdl perde un altro pezzo, importante, perchè si tratta di una delle fedelissime della prima ora, l’ex-showgirl Gabriella Carlucci.
La deputata passa all’Udc: «Aderisco a questo partito che fa parte del Ppe, perchè spero che i moderati possano trovare nuove strade».
Così la parlamentare in una nota in cui annuncia l’addio al Pdl e afferma:« Ho con passione contribuito alla crescita di Forza Italia dal 1994 nel campo delle attività  culturali e dal 2001 in Puglia dove con spirito di servizio mi dedico, tra l’altro, alla cura dei problemi amministrativi del Comune di Margherita di Savoia dove sono Sindaco. Ho cambiato la mia vita, con grandi sacrifici familiari, perchè ho creduto nella politica, ma non in quella che da qualche tempo non riesce a preoccuparsi di quanto drammaticamente sta accadendo e ritengo che un Governo di larghe intese possa essere l’unica soluzione per salvare il Paese».
E dire che il Premier aveva detto: «Nonostante le defezioni che mi auguro possano rientrare, siamo ancora maggioranza», aggiunge il presidente del Consiglio, mentre da più parti e anche da alcuni dei suoi gli arrivano inviti a fare un passo indietro, a «non arroccarsi» alla fortezza del Pdl, a fare attenzione ai numeri «troppo risicati».
Se il governo dunque sembra appeso al pallottoliere, il Cavaliere è comunque convinto di avere ancora la maggioranza.
Per questo insiste sul fatto che non esiste alcuna alternativa a questo esecutivo se non il voto, ribadendo il suo «no» a governi tecnici o di larghe intese.
Se l’opposizione votasse contro o facesse ostruzionismo sulle misure chieste dall’Ue, è l’avvertimento di Berlusconi, «si assumerebbe una chiara responsabilità ».
Al contrario di quanto afferma il premier, per il capogruppo del Pd, Dario Franceschini, l’esecutivo non ha più i numeri: «Il problema non è il voto di martedì sul Rendiconto nè quello che avverrà  nelle prossime ore – spiega il deputato -. Berlusconi non ha più la maggioranza alla Camera, o si dimette o presto i parlamentari che vogliono un governo di emergenza per salvare il Paese voteranno la sfiducia per poterlo far nascere».
Lo stesso Pier Luigi Bersani conferma a In mezz’ora che l’opposizione presenterà  una mozione di sfiducia anche e soprattutto se dovesse essere approvato il Rendiconto.
Il leader Pd chiude poi all’ipotesi di un governo tecnico guidato da Gianni Letta o da Renato Schifani: «Sarebbe un governo di centrodestra e non si vede come potrebbe fare quello che non ha fatto il governo Berlusconi», spiega Bersani.
Frena sulla mozione di sfiducia il leader dell’Idv Antonio Di Pietro. «Prima dobbiamo avere i numeri e poi presentare la mozione di sfiducia. In questo momento non è tanto in discussione la mozione di sfiducia del centrosinistra ma la presa d’atto dello sfaldamento del centrodestra», chiarisce l’ex pm.
Un invito alla cautela arriva a Berlusconi da Claudio Scajola. «I numeri in Parlamento sono diventati molto risicati – avverte l’ex ministro intervistato da Maria Latella -, siamo riusciti ad andare avanti un anno in un momento difficilissimo per la crisi economica, oggi questi numeri, con le ulteriori uscite, sembrano non esserci più, allora il mio invito a Berlusconi è che o riesce a mantenere le redini del governo oppure deve farsi lui stesso protagonista di un cambiamento».
Critiche al nostro Paese arrivano intanto dalla Francia.
L’Italia ha un «problema di credibilità , è vero. Bisogna lottare contro questa sfiducia», ha detto il ministro degli Esteri francese, Alain Juppè, affermando a Radio Europe 1 che è necessario vigilare sull’impegno del governo italiano sulle riforme.

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I RIBELLI PDL SALGONO A VENTI, GOVERNO SENZA PIU’ MAGGIORANZA

Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

SAREBBE GIA’ PRONTO IL GRUPPO AUTONOMO ALLA CAMERA… SE SI REALIZZA PER BERLUSCONI E’ LA FINE…IL TERZO POLO PER UN GOVERNO DI UNITA’ NAZIONALE CHE AFFRONTI L’EMERGENZA

I ribelli, finora, hanno viaggiato in ordine sparso.
Adesso vogliono offrire la prova di forza finale contro Berlusconi: un gruppo parlamentare da costituire tra domani e dopodomani.
Venti deputati che si uniscono sotto la stessa sigla per chiedere al premier di lasciare mandando in frantumi la maggioranza.
Si potrebbe chiamare, fantasticando, “PI”: il gruppo del “passo indietro”. Giustina Destro, che si è sfilata dal Pdl qualche giorno fa, lo annuncia senza esitazioni: “Siamo pronti”.
Nomi e cognomi sono nel taccuino di chi sta organizzando il dissenso.
Alcuni già  noti, ma non sufficienti per avere un proprio spazio autonomo alla Camera.
Quelli tenuti coperti però fanno schizzare all’insù le adesioni e gettano nel panico Denis Verdini e gli altri reclutatori del Pdl.
I firmatari della lettera che ha messo in mora il premier mercoledì scorso costituiscono il nucleo chiave del gruppo.
Sono Roberto Antonione, Fabio Gava, la Destro, Isabella Bertolini, Giorgio Stracquadanio e Giancarlo Pittelli.
Nessuno di loro si è mosso, nessuno ha ceduto ai ripensamenti.
A questa pattuglia bisogna aggiungere Giuliano Cazzola e Giancarlo Mazzuca. Bolognesi, il primo ex sindacalista il secondo ex direttore del Resto del Carlino. Sono in sofferenza e non lo nascondono.
Credono a un nuovo governo Pdl-Lega ma senza Berlusconi.
Sponsorizzano l’ipotesi Letta. Aspettano, trepidano.
Potrebbero votare il Rendiconto e poi salutare la baracca governativa.
Vacilla un fedelissimo della maggioranza come Pippo Gianni. Il suo partito, il Pid, è stato il più premiato dopo il 14 dicembre con l’assegnazione di un ministero a Saverio Romano nonostante i guai giudiziari.
Eppure Gianni non si nasconde e mette nero su bianco il suo disagio.
Siamo a quota 9, lontani dalla meta.
I riflettori adesso sono puntati sulla improvvisa defezione di tre responsabili. Giovedì hanno lasciato Popolo e Territorio, il gruppo di Silvano Moffa, Arturo Iannacone, Elio Belcastro e Americo Porfidia.
Sono passati al gruppo Misto garantendo la fiducia all’esecutivo.
Ma la loro può essere solo una tappa di avvicinamento alla sfiducia.
Si era parlato di dissidi con il capogruppo, cosucce personali da risolvere con una bella chiacchierata. Non è così.
Giustina Destro conteggia anche i tre. Ieri i ribelli consideravano conquistata alla causa anche l’ex olimpionica Manuela Di Centa.
Lei smentisce con decisione: “Farò quello che mi dice di fare Berlusconi”. Eppure il nome compare nel taccuino di Antonione, friulano come lei.
Manca lo sprint decisivo.
Michele Pisacane e Antonio Milo hanno già  tenuto Berlusconi con il fiato sospeso durante il voto di fiducia del 14 ottobre.
Pisacane creò ad arte un po’ di suspence entrando per ultimo nell’aula di Montecitorio. Il loro disagio però è sempre presente.
E può portare il gruppo del dissenso a 15 deputati.
Ma Cicchitto, Verdini e Alfano sanno che sono molti di più i parlamentari pronti alla fuga.
E l’approdo in un gruppo autonomo è sicuramente più appetibile di una frammentazione nei gruppuscoli del maldipancia che si sono formati in queste ultime settimane.
Questi movimenti nella maggioranza vengono seguiti e spinti dai sostenitori dell’esecutivo di emergenza.
Gianfranco Fini manda un messaggio al premier: “Se lascia può scegliere lui il successore”.
E Pier Ferdinando Casini garantisce un futuro a chi pensa al dopo Silvio: “In questo momento serve un armistizio tra tutte le forze politiche, non le elezioni anticipate”.

Goffredo De Marchis
(da “La Repubblica“)

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CRISI FINANZIARIA: “NON MERITIAMO DI ESSERE SALVATI”

Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

LA PROVOCAZIONE DI MASSIMO FINI: “TANGENTOPOLI CI COSTO’ 630 MILIARDI DI VECCHIE LIRE, UN QUARTO DEL DEBITO PUBBLICO, MA LA POLITICA HA CONTINUATO A RUBARE, NELL’INDIFFERENZA DEL PAESE”…”I GIUDICI SONO STATI FATTI DIVENTARE I COLPEVOLI E I LADRI LE VITTIME”

I“grandi comunicatori”, i professionisti delle promesse e dell’ottimismo a 24 carati possono funzionare in tempi normali perchè di rilancio in rilancio, come al poker, il loro bluff non viene mai “visto”.
In situazioni drammatiche, dove contano i fatti e non le parole, la cosa non funziona più. Mussolini era un uomo di questa fatta (in parte, perchè, in pace, fece anche delle ottime cose), ma quando entrò in guerra si scoprì che l’Italia, a differenza della Germania, vi era completamente impreparata e non bastarono gli slogan (“spezzeremo le reni alla Grecia”, “fermeremo gli americani sul bagnasciuga”) per evitarci la più umiliante delle sconfitte e una guerra civile.
Berlusconi con le sue promesse e i suoi bluff è riuscito a ingannare gli italiani per 17 anni pur non avendo fatto, a differenza di Mussolini, nulla di notevole.
E per 17 anni gli è andata bene.
Adesso, in una situazione di crisi economica drammatica, ha cercato, con la sua ridicola “lettera di intenti”, di ripetere il giochetto con gli europei sperando di farla franca anche con loro.
Ma i fatti, in questo caso i mercati, gli han dato la risposta brutale che si meritava e con lui l’Italia che gli ha creduto e anche quella che non gli ha creduto, ma non è stata capace di fermarlo.
Berlusconi però non è che la ciliegiona marcia su una torta marcia.
Nella crisi attuale, che è planetaria ed è dovuta alla cocciuta cecità  delle leadership mondiali che si ostinano a inseguire il mito della crescita quando crescere non si può più, la particolare debolezza dell’Italia è data, com’è noto, dall’enorme debito pubblico.
Questo debito è stato accumulato soprattutto negli Ottanta, gli anni della “Milano da bere” (per la verità  bevevano solo i socialisti), della triade dei santi e martiri Craxi-Andreotti-Forlani quando, per motivi clientelari, di conquista del consenso si elargivano a pioggia pensioni di vecchiaia fasulle, pensioni di invalidità  false, pensioni baby, pensioni d’oro.
Inoltre dalla metà  degli anni Settanta c’è stata la cassa integrazione a tempo indeterminato, che è la forma che l’assistenzialismo ha assunto al Nord.
Quando il mercato tirava l’imprenditore si gonfiava di operai, quando si restringeva li metteva in cassa integrazione, accollandoli alla collettività .
Si chiamava “privatizzazione dei profitti e socializzazione delle perdite”.
In quanto agli operai mi ricordo di aver fatto nel 1974 un servizio, per L’Europeo, sulla prima cassa integrazione, alla Fiat di Torino.
Parlando con gli operai mi accorsi che, dietro i piagnistei di prammatica, tutto volevano tranne che tornare al lavoro.
E chi glielo faceva fare? Prendevano il 90% del salario e il 10% che mancava era compensato dal non doversi pagare gli spostamenti.
Oltretutto in Piemonte erano quasi tutti “barotti”, operai-contadini, cui non pareva vero di poter curare i loro campi senza la rogna di dover andare in fabbrica.
Nel frattempo i partiti taglieggiavano e rubavano a redini basse.
Giuliano Cazzola ha calcolato che la prima Tangentopoli ci è costata 630 mila miliardi di vecchie lire, circa un quarto del debito pubblico.
E il calcolo si basa solo sulle sentenze arrivate a giudizio definitivo che rappresentano, come per ogni reato, un decimo degli illeciti commessi.
Poteva essere una lezione salutare. E invece nel giro di pochi anni abbiamo visto i giudici diventare veri colpevoli e i ladri le vittime, giudici dei loro giudici.
E tutto è continuato peggio di prima.
Può un Paese del genere salvarsi? Può darsi.
Ma, nonostante le eiaculazioni senili di Napolitano sul Milite Ignoto, non lo merita.

Massimo Fini
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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SCAJOLA NON RICORDA LE LETTERE DI LEDDA: “NON HO FAVORITO LA SUA LATITANZA E NON E’ STATO LUI A FARMI CONOSCERE IL PREMIER”

Novembre 7th, 2011 Riccardo Fucile

SCAJOLA CONOSCEVA BENE LEDDA E SUA MOGLIE MA NON RAMMENTA LE LORO MISSIVE… QUANDO IL GIORNALISTA GLIELE LEGGE, SCAJOLA COMMENTA: “MA QUESTA E’ UN’ESTORSIONE”

Proprio così, Scajola è inutile girarci intorno, queste lettere configurano un’estorsione di un carcerato a un ministro dell’Interno. Perchè non ha mai presentato una denuncia?
Non ricordo assolutamente di avere ricevuto lettere di questo tipo. Ma lei è sicuro che mi siano state mostrate? Potrebbero essere state aperte dalla mia segreteria e io certamente non vedevo tutta la mia corrispondenza al ministero .
Ma dal carteggio risulta che lei ha incontrato al ministero l’avvocato Giuseppe Arcadu il 5 settembre del 2001 proprio per parlare delle richieste di Mario Ledda.
Non lo escludo ma non lo ricordo. Devo controllare l’agenda. Come fa a dire che l’ho incontrato?
Ci sono due lettere nelle quali si parla di questo incontro. Nella prima , del 21 settembre, l’avvocato Arcadu scrive al suo segretario Luciano Zocchi ricordando l’incontro del 5 settembre e nella seconda diretta a lei personalmente si fa cenno allo stesso incontro.
E allora vedrà  che ha incontrato solo il mio segretario di allora, Zocchi, e non me.
Nella lettera indirizzata dall’avvocato Arcadu a lei personalmente, al suo indirizzo di Imperia, si legge “ministro la ringrazio per l’incontro che Ella ha voluto concedermi il 5 settembre”.
Ma non le viene in mente che questo dossier è stato costruito ad arte da chi scriveva quelle lettere, proprio per tirarlo fuori dopo? Io non ricordo l’incontro. Ma verificherò.
Ledda e la moglie scrivono nelle lettere che lei avrebbe aiutato Ledda stesso durante la sua latitanza. In pratica la minacciano di rivelare il suo reato di favoreggiamento. Al riguardo lei cosa ricorda? Ha mai aiutato economicamente Ledda quando era in Francia?
Non ho mai dato soldi a Ledda. Se lo hanno fatto altri non lo so. Io in Francia l’avrò visto solo una volta a Nizza quando pranzai con lui, se non ricordo male all’aeroporto, durante un mio viaggio.
Ledda nelle lettere sostiene di averle fatto conoscere Berlusconi nel 1995 a Sanremo e la minaccia di dire ai giornalisti che la sua versione del primo incontro, favorita dall’industriale dell’olio Carli, è falsa.
Questo Ledda era un millantatore. È vero che lo conoscevo e che all’inizio ingannò anche me per la sua intelligenza, ma poi si svelò per quello che era. Forse lui in cuor suo pensava di essere altro. Io conobbi Berlusconi per telefono dopo che Carli gli scrisse una sua lettera nella quale parlava bene di me. Poi lo vidi a Sanremo nell’occasione in cui c’era Ledda ma non fu lui a presentarmelo.

(da “Il Fatto Quotidiano”)

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IL VESUVIO DI GENOVA: SCATTA IL RIMPALLO DELLE RESPONSABILITA’ PER LA MANUTENZIONE DEI FIUMI

Novembre 6th, 2011 Riccardo Fucile

MANCANO 400 MILIONI PER IMBRIGLIARE IL BISAGNO CON LA COSTRUZIONE DI UN CANALE SCOLMATORE… SONO 40 ANNI CHE SE NE PARLA E NESSUNO HA FATTO NULLA

Lo dice la parola stessa: la piena cinquantennale dovrebbe arrivare una volta ogni mezzo secolo.
Invece il Bisagno ne ha regalate tre in quarant’anni.
Il Bisagno per Genova è come il Vesuvio per Napoli, una bomba pronta a esplodere intorno a cui, follemente (ma con le approvazioni delle autorità ) è cresciuta la città . Il fiume oggi, dopo gli ultimi interventi, può reggere 710 metri cubi d’acqua al secondo.
Le piene più devastanti ne portano 1. 300. I seicento di troppo devastano la città .
Uccidono.
Ecco la bomba del Bisagno e del Fereggiano che venerdì è esplosa.
E adesso tutti a Genova temono di restare con il cerino in mano.
La posta in gioco è alta. C’è in ballo anche la guida della città  e della regione. Così ieri in molti hanno cominciato a puntare il dito contro Marta Vincenzi.
Un po’, forse, perchè il sindaco è il parafulmini.
Non solo: siamo alla vigilia delle elezioni, Vincenzi è sola.
Di fronte ha il centrodestra, alle spalle una parte del suo centrosinistra, che sarebbe lieto di togliersela dai piedi.
Poi Vincenzi ci ha messo del suo, con le dichiarazioni della prima ora: “Se qualcosa abbiamo sbagliato, è stata la scelta di fare poco terrorismo”. Ancora: “Non mi sento responsabile. I genovesi devono capire che l’allerta 2 è una cosa seria”.
Le scuole aperte? “Pensate se i bambini fossero stati in giro per la città  invece che in luoghi sicuri”.
Nessun mea culpa.
Così gli abitanti della val Bisagno l’hanno contestata.
Venerdì a Genova qualcosa non ha funzionato: le scuole erano aperte. All’una, quando il Bisagno e il Fereggiano hanno invaso il centro, c’erano migliaia di ragazzi per strada.
A Brignole il traffico era congestionato come in un giorno qualsiasi.
Se il Bisagno fosse esploso come nel 1970 oggi conteremmo decine di morti. Ma la tragedia del Bisagno, e l’alluvione di polemiche che in Italia segue sempre quella di fango, ci raccontano altro.
Dalle nostre parti la matematica è un’opinione.
È vero, c’è la crisi, ma per il Ponte sullo Stretto targato Berlusconi sono previsti 10 miliardi.
Per l’autostrada Mestre-Civitavecchia, cara al centrosinistra, siamo oltre i 15 miliardi.
Mentre a Genova mancano 400 milioni per imbrigliare il Bisagno, un torrente d’estate invisibile che in autunno si ricorda di essere un fiume.
Così si fanno i risparmi in Italia: “Le alluvioni dal 1945 al 1970 sono costate molto più di quanto sarebbe stato necessario per mettere in sicurezza il fiume”, assicura Paolo Tizzoni, dirigente Area Sviluppo Urbanistico del Comune.
E non contiamo le alluvioni dei primi anni Novanta e quella di venerdì. Insomma, se si fosse intervenuti per tempo, si sarebbero risparmiati centinaia di milioni.
Senza contare le vite umane: più di trenta dal 1970 a oggi.
Ma i morti non entrano nei bilanci dello Stato.
La storia del Bisagno dice molto dello spirito con cui si affrontano — o meglio, non si affrontano — le emergenze in Italia: soldi cacciati al vento, opere lasciate a metà , interventi tampone, competenze divise tra una miriade di enti. E morti.
A Genova la parola magica è “scolmatore”, l’opera che risolverebbe la questione.
In pratica è una bretella che raccoglierebbe 450 metri cubi d’acqua del fiume e li devierebbe altrove.
Se ne parla dagli anni Settanta, è stata avviata, poi lasciata a metà , con un seguito di inchieste giudiziarie.
Poi ripresa nel 1998, ma mancano i fondi.
A chi tocca, però, curare i fiumi liguri che si trasformano in killer ogni autunno, dal Vara al Magra, passando per il Bisagno?
“La legge è un labirinto”, allarga le braccia Sebastiano Sciortino, assessore all’Ambiente della Provincia di Genova.
“La parte alta dei fiumi toccherebbe alla Provincia, quella bassa a Regione e Comuni. E poi ci sono anche i frontalisti”.
Cioè? “Gli abitanti”. Sembra fatto apposta per perdersi.
Così nello stesso ente c’è un assessore che parla di investimenti per 160 milioni e un altro che si limita a 10.
Ma che cosa è stato fatto davvero?
Mario Margini, assessore ai Lavori Pubblici del Comune, mostra i suoi dati: “Per l’assetto idrogeologico abbiamo lavori in corso per 132 milioni. La nostra Giunta ha ultimato cantieri per 81 milioni”.
Ma il Bisagno e il Fereggiano? “Sono stati oggetto di importanti e recenti interventi”, ha assicurato Claudio Burlando, presidente della Regione.
Già , interventi alla foce e a monte.
Sono stati abbattuti palazzi che rischiavano di formare una diga in caso di alluvione. Lo scolmatore è stato approvato, ma resta al palo dopo i tagli selvaggi di Berlusconi.
E la pulizia del fiume? “Dire che l’alluvione è stata provocata dalla sporcizia è una fesseria”, è perentorio Margini.
Aggiunge: “I rivi erano stati appena puliti”.
Gli abitanti della Val Bisagno non sono tutti d’accordo: “C’erano tronchi e rifiuti di ogni genere”.
Una cosa è certa: i soldi sono pochi.
“Noi ce la mettiamo tutta. Per la pulizia dei fiumi abbiamo stanziato circa due milioni l’anno”, racconta Paolo Perfigli, assessore alla Pianificazione di Bacino della Provincia.
Pochi soldi, tante polemiche.
Spesso nessun responsabile.
Il presidente Giorgio Napolitano ieri ha sollecitato chiarezza: “Cerchiamo ancora di capire quali siano state le cause della tragedia”.
Beppe Grillo, che è originario dei quartieri alluvionati, è duro: “L’Italia del fango sta mostrando il suo ghigno. Il cittadino è solo. L’Italia del cemento lo sta seppellendo vivo. Non c’è governo, non c’è opposizione, ma un comitato di affari che si spartisce il Paese. Oggi mi sento impotente, la distruzione di Genova era annunciata. Ho visto la mia città  trasformata in fanghiglia”.
Ma non c’è solo il Bisagno.
Il Wwf lanciano altri allarmi: “La Regione Liguria ha ridotto il limite previsto per le nuove costruzioni lungo i fiumi. Erano dieci metri, adesso sono tre. Si rischiano nuovi disastri”.
La Liguria continua a crescere intorno al suo Vesuvio.
In attesa che esploda ancora.

(da “Il Fatto Quotidiano)

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