Ottobre 21st, 2011 Riccardo Fucile
SENZA COMPRAVENDITA IL GOVERNO SAREBBE GIA’ CADUTO… I POTENZIALI “TRADITORI” SONO GUARDATI A VISTA: ORA TOCCA A MAZZUCA… AL MOMENTO GIUSTO SAREBBERO MOLTI I DEPUTATI DESTINATI A TRAGHETTARE VERSO IL POLO
Stanno in piedi per miracolo. E grazie ai saldi di fine legislatura.
Il governo regge l’anima con i denti, ma anche quando l’interesse della maggioranza è prioritario, in aula alla Camera entrano solo se proprio non ne possono fare a meno.
Così, mentre ieri lo spread volava a 400 punti e il governo appariva sempre più impantanato sul ddl Sviluppo, alla Camera andava in scena l’ennesima dèbà¢cle della maggioranza, con il provvedimento sulla libertà d’impresa (modifica dell’articolo 41 della Costituzione , a firma Calderoli) che è stato accantonato per mancanza di numero legale.
Certo, un nubifragio aveva allagato la Capitale, ma anche i pochi presenti sul “posto di lavoro” preferivano i divani del Transatlantico alla noia dello scranno.
Ormai tutto sembra immobile.
E, invece, si muove eccome, ma sottotraccia.
Le fibrillazioni interne e il terrore, dipinto da settimane negli occhi della gendarmeria berlusconiana, di non riuscire a comprare in tempo il prossimo malpancista e di finire a gambe per aria su una sciocchezza e casomai per un voto solo, hanno convinto Berlusconi a presidiare di persona il territorio.
E così, nella sala Colletti del governo a Montecitorio, proprio a un passo dall’aula, Denis Verdini quotidianamente aggiorna il Cavaliere sulle onde e sui marosi che sconvolgono una maggioranza allo sfascio.
Ieri, poi, all’elenco di proscrizione dei possibili “traditori” si è aggiunto un altro nome, quello di Giancarlo Mazzuca.
Da tempo l’ex direttore del Quotidiano Nazionale mostra insofferenza, si accompagna sereno a chi ha già da tempo fatto una scelta di campo (Versace) e viene guardato con sospetto per i suoi contatti con uomini vicini a Casini (Galletti dell’Udc).
Verdini, a quanto pare, lo ha già avvicinato, come ha fatto con Giustina Destro e Fabio Gava che, infatti, negano pubblicamente di aver voglia di uscire dal Pdl, ma il fuoco che cova sotto la cenere è tutto legato alla possibile formazione di un nuovo gruppo parlamentare autonomo; nel momento in cui ci saranno i numeri, tutti i “ribelli” usciranno allo scoperto.
E se non saranno abbastanza (si dice che anche in zona Miccichè e Forza Sud il lavoro in questo senso sia effervescente) potrebbero anche chiedere appoggio al Terzo polo, con una scelta politica di campo a quel punto molto chiara.
Per questo Berlusconi vigila. E Verdini è pronto ad accorrere.
Al momento si guarda con ansia, per esempio, ai numeri di maggioranza all’interno di tre commissioni chiave.
Se la Destro e Gava, alla fine, facessero davvero il “gran rifiuto”, la commissione Attività produttive, dove dovrebbe transitare il prossimo (forse) ddl Sviluppo, passerebbe all’opposizione, così come la delicata Giunta per le autorizzazioni a procedere dove lo stesso Gava è scomodo ago della bilancia.
E in arrivo ci sono provvedimenti come la richiesta di scarcerazione per Alfonso Papa e l’uso dei suoi tabulati telefonici.
Oppure il via alla lettura di quelli del ministro Romano, chiesto dal pm Morosini di Palermo.
Per non parlare, poi, della Vigilanza Rai, dove l’uscita di Sardelli ha messo le forze in campo in piena parità (20 a 20) e a questo punto se anche Mazzuca decidesse di seguire la sirena Casini, la maggioranza perderebbe anche quella.
Segni di sfaldamento che avanzano e che danno l’idea di una decadenza che, però, non trova il modo di sfociare in una crisi.
Alle viste, infatti, non c’è la discussione di un provvedimento che possa essere considerato “pericoloso” per la tenuta della maggioranza.
Forse solo il ddl intercettazioni, se decidessero di farlo tornare in aula a breve, altrimenti si dovrà aspettare l’arrivo proprio del ddl Sviluppo.
Che, però, è ancora da scrivere.
Così, in un clima di caos calmo, Berlusconi guarda alle elezioni, straparlando su cosa farà per rivincerle ancora.
Come cambiare nome al partito “perchè Pdl non comunica più niente, non emoziona, non commuove”, ma intanto avanti “fino a dicembre, che da gennaio, quando le elezioni anticipate non saranno più un rischio, faremo le cose che vogliamo e ci presenteremo al Paese con straordinarie riforme” .
Quindi, sull’onda della sua endemica volgarità ha ricordato di essere stato “accusato di tutto, tranne che di essere gay”.
Ma sarebbe meglio non mettere mai limiti alla Provvidenza.
Sara Nicoli
(“da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 21st, 2011 Riccardo Fucile
IL LEGHISTA DIVENTA LO ZIMBELLO DEL WEB… POLLEDRI DIVENTA MITICO QUANDO URLA: “VIGLIACCO, IO NON SONO MALATO”…E SE IL MALATO FOSSE LUI?
Rissa sfiorata, alla Camera, per colpa di Twitter. 
Il social network irrompe nell’aula di Montecitorio: il leghista Massimo Polledri, offeso da un tweet del deputato democratico Pierangelo Ferrari, che gli dava dell'”omofobo”, arriva quasi ad aggredire il parlamentare dell’opposizione.
“Io non sono malato”, gli ha urlato contro Polledri.
Una vera e propria esplosione di rabbia, che, però, potrebbe essere frutto di un fraintendimento.
O di ignoranza, secondo le voci del web.
Per alcuni, infatti, Polledri avrebbe scambiato il termine di “omofobo” con quello di “omosessuale”: quanto è bastato per farlo sentire “malato” (secondo un’errata e, per fortuna, superata concezione dell’omosessualità ).
La frase incriminata viene lanciata in rete poco dopo le dodici di ieri, mentre alla Camera si discute la ratifica di un trattato internazionale.
Il tweet è accompagnato dall’hashtag “opencamera”, creato nello scorso mese di luglio dal democratico Andrea Sarubbi, insieme all’utente Tigella, per raccontare, seduta per seduta, le attività della Camera.
Polledri aveva appena finito, nel suo intervento, di attaccare la Bce, quando Ferrari scrive: “L’on Polledri, Lega, ultracattolico e omofobo, interviene attaccando la Bce. Nel nome di CrediNord, la banca leghista fallita”.
“Una critica legittima – osserva Ferrari, interpellato telefonicamente – che, sinceramente, mi è sembrata doverosa, ricordando anche la sua posizione imbarazzante contro la legge sull’omofobia”.
Poco dopo aver terminato il suo intervento, però, Polledri si alza dal suo scranno, e si dirige a passo spedito verso i banchi dell’opposizione.
“Vigliacco, io non sono malato, tu non puoi dire quelle cose”, inizia ad urlare, mentre Emanuele Fiano (Pd) si alza e cerca subito di bloccarlo.
Impresa che gli riesce, grazie anche al suo metro e 94 centimetri di altezza.
Giovanna Melandri assiste alla scena, sorpresa per una reazione che, anche a distanza di ore dai fatti, appare ancora incomprensibile ai più.
Il tutto viene raccontato, in diretta, da Sarubbi ai suoi quasi cinquemila follower, che rilanciano immediatamente la notizia.
Chi assiste alla scena parla di una persona “fuori controllo, che ha perso la testa”.
Su Twitter partono le congetture su quello che potrebbe aver capito Polledri, anche se il giudizio della maggior parte degli utenti sul comportamento del leghista è spietato. Mariop89 non ha dubbi: “E’ scandaloso che Polledri pensa che omofobo significa omosessuale. Quanta ignoranza in parlamento”.
Simontemplar84 si chiede se “Polledri abbia fatto almeno le elementari”.
Jane_lane è meravigliata: “Sono perplessa più dal fatto che per Polledri omosessualità =malattia, piuttosto che per la sua confusione omofobo=omosessuale”. “Polledri non è omofobo, è omologo di un ignorante”, attacca Byebyepapi.
Interviene anche il deputato Guido Melis, sempre del Pd: “Omofobia: paura irrazionale nei confronti dell’omosessualità . Non coincide con omosessuale, spiegatelo all’on Polledri”.
Un’ipotesi che circola tra gli utenti dei sito è che Polledri, che non usa Twitter, sia stato male informato dal suo ufficio stampa o da qualche altro collega leghista. “Qualcuno deve avergli riferito, magari in maniera non corretta, il tweet di Ferrari”, suggerisce il 39enne romano Sarubbi che, intanto, su Twitter, continua a spiegare in inglese la lite ai colleghi politici stranieri, stupiti dalla reazione del leghista.
La sua creatura, “opencamera”, dopo una partenza quasi in solitaria, è riuscita a far entrare in maniera dirompente Twitter a Montecitorio e, subito dopo, a trasferire quella quasi-rissa sulle pagine virtuali del sito di microblogging.
“Questa è una notizia. Lite in Aula per un tweet di #opencamera . L’Italia cambia, ragazzi”, scrive fiero nel pomeriggio.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 21st, 2011 Riccardo Fucile
PER LA PROCURA DI PALERMO “ROMANO SI E’ MESSO A DISPOSIZIONE PER AIUTARE COSA NOSTRA INTASCANDO 500.000 EURO”
Bernardo Provenzano è uno che sulla politica ha sempre avuto la vista lunga, scegliendo i
giovani su cui puntare, quelli destinati ad andare lontano.
E la sua attenzione sarebbe stata catturata da un rampollo democristiano, un ragazzo sveglio che non disdegnava i contatti con gli amici degli amici.
E’ così che secondo i nuovi verbali raccolti dagli investigatori il padrino corleonese nel 2001 avrebbe investito sulla carriera di un parlamentare particolarmente promettente: Saverio Romano.
Una nuova accusa contro l’onorevole che nello scorso dicembre ha lasciato l’Udc garantendo la sopravvivenza del governo di Silvio Berlusconi e ottenendo poi la poltrona di ministro dell’Agricoltura.
Pochi giorni fa, le prime intercettazioni trasmesse dalla procura di Palermo alla Camera hanno spinto Gianfranco Fini a chiederne le dimissioni, innescando uno scontro con il segretario del Pdl Angelino Alfano.
Ma adesso “l’Espresso” è in grado di rivelare tutti gli elementi raccolti dagli investigatori nei confronti dell’esponente siciliano dei Responsabili.
A partire dalle dichiarazioni inedite di un collaboratore di giustizia considerato di primo piano dagli inquirenti: Giacomo Greco.
Non è un mafioso qualsiasi, perchè arriva da una famiglia che per decenni è stata al fianco di Provenzano.
E conosce Romano da sempre perchè sono cresciuti nello stesso paese, a Belmonte Mezzagno, piccolo centro a 24 chilometri da Palermo, con una forte presenza mafiosa. Nel 1997 i carabinieri li fermarono insieme durante un controllo di ruotine: con loro c’era un’altra persona, poi assassinata.
Ma soprattutto il pentito è il genero del boss Ciccio Pastoia che per decenni curò gli interessi economici e la latitanza del vecchio padrino di Corleone.
Nel 2004 Pastoia fu intercettato da una microspia mentre confidava i segreti del sistema di potere di Provenzano, svelando mandanti ed esecutori di diversi omicidi. Fu arrestato e in carcere si suicidò per avere disonorato la sua famiglia.
Ma i mafiosi non giudicarono la sua morte sufficiente a lavare l’onta: bruciarono il loculo con la sua bara
Oggi i verbali di Greco sull’appoggio di Provenzano per il futuro ministro sono importanti perchè confermano il contesto delle altre accuse, quelle per concorso esterno in associazione mafiosa e corruzione “aggravata dall’avere avvantaggiato” Cosa nostra.
Due procedimenti distinti, per i quali il parlamentare era già indagato prima della nomina a ministro. Le ipotesi di reato sono gravissime.
Il parlamentare avrebbe incassato tangenti per circa 500 mila euro per favorire una società in cui avevano interessi Vito Ciancimino e Bernardo Provenzano.
E per questo motivo gli inquirenti ritengono che Romano facesse parte di un “comitato d’affari” dove si “collegano le condotte di imprenditori spregiudicati, liberi professionisti a libro paga, amministratori corrotti, politici senza scrupoli votati ad una “raccolta del consenso” senza regole”.
Ma la storia, stando al racconto di Giacomo Greco ai pm di Palermo, comincia con le elezioni del 2001, quando la famiglia dei Mandalà di Villabate, che gestiva la latitanza di Provenzano, e quella di Ciccio Pastoia “si interessarono per far votare Saverio Romano”.
Il pentito spiega che all’epoca venne a conoscenza di queste direttive dei boss “perchè direttamente informato da Ciccio Pastoia e dai suoi figli”.
Mafia e politica si intrecciano ancora una volta: dieci anni fa, secondo Greco, c’era la “necessità ” di portare Saverio Romano in Parlamento. Per farlo eleggere tutto il clan si sarebbe mobilitato.
Evitando passi falsi: per non “bruciare” il candidato, Ciccio Pastoia evitò di farsi vedere in pubblico insieme a Romano, ma come rivela il pentito, i due si conoscevano bene e l’uomo di fiducia di Provenzano teneva i suoi rapporti con il futuro ministro attraverso Nicola Mandalà , il mafioso che per due volte accompagnò Provenzano in una clinica a Marsiglia.
“Sia Ciccio Pastoia che i suoi figli Giovanni e Pietro affermarono che su Romano c’era anche l’interesse dello “zio” e cioè di Bernardo Provenzano”, spiega il collaboratore di giustizia. Ma nel 2003 le cose cambiano.
I carabinieri del Ros cominciano a concentrarsi su Belmonte Mezzagno, piazzando microspie e telecamere nascoste: lo stesso Romano finisce sotto inchiesta assieme a Totò Cuffaro.
E i boss sostengono di venire delusi da lui, perchè non mantiene più le promesse.
“Nel 2004 Ciccio Pastoia mi incaricò di organizzare ed eseguire un attentato incendiario in danno dell’abitazione del padre dell’onorevole Romano.
Mi disse che Nicola Mandalà ce l’aveva con Romano perchè non aveva mantenuto gli impegni precedentemente assunti”.
L’intimidazione non venne portata a termine perchè il controspionaggio dei mafiosi, come spiega Greco, aveva individuato le indagini segrete del Ros: c’era il rischio di finire nel mirino delle telecamere piazzate nel paese.
Giacomo Greco è il quarto pentito a parlare del ministro, dopo Francesco Campanella, Angelo Siino e Stefano Lo Verso.
E anche le sue deposizioni hanno pesato nella decisione dei pm di Palermo di cambiare linea nei confronti di Romano.
Nei mesi scorsi la procura aveva chiesto per due volte l’archiviazione delle accuse di mafia, pur sostenendo la “contiguità ” del ministro con gli ambienti mafiosi. Il gip ha respinto e alla fine ha imposto l’imputazione.
E oggi i pubblici ministeri sono convinti che il parlamentare abbia “consapevolmente e fattivamente contribuito al sostegno e al rafforzamento di Cosa nostra, mettendo a disposizione il proprio ruolo così contribuendo alla realizzazione del programma criminoso dell’organizzazione, tendente all’acquisizione di poteri di influenza sull’operato di organismi politici e amministrativi”.
Quanto alla corruzione, secondo i pm le prove sono in 25 conversazioni registrate dai carabinieri di Monreale tra luglio 2003 e settembre 2004.
Al centro c’è il Gruppo Gas, una holding energetica “made in Corleone” controllata da Provenzano e Ciancimino.
Le intercettazioni sono state inoltrate dal gip Piergiorgio Morosini alla Camera con la richiesta di utilizzazione.
I consulenti della procura (Elio Collovà e Salvo Marino) hanno evidenziato in una relazione consegnata ai pm “l’importanza dell’appoggio offerto dai politici al Gruppo Gas nel “controllo occulto” delle procedure relative alla installazione degli impianti di metanizzazione in diversi comuni della Sicilia; procedure connotate da gravi irregolarità amministrativo-contabili funzionali all’aggiudicazione “preferenziale” dei lavori”.
Il collegamento fra Romano e la società di Ciancimino-Provenzano è rappresentato dal professore Gianni Lapis, indicato come l’uomo di fiducia di “don” Vito Ciancimino e la mente economico-politica del figlio Massimo Ciancimino.
Lapis è stato condannato in Cassazione per tentata estorsione mentre ha ottenuto la prescrizione per avere fatto da prestanome a Ciancimino.
Dalle conversazioni di Romano depositate alla Camera emerge il collegamento fra Lapis, il gruppo dell’Udc in Sicilia e le somme che avrebbe incassato.
Un pagamento che mette l’attuale ministro “a disposizione” del clan Ciancimino.
Ai politici Ciancimino versò in un solo anno un milione 330 mila euro.
Gli investigatori sottolineano che è “emblematico” quanto accadde il 3 divembre 2003 quando Lapis chiamò Romano che si trovava nell’aula del Parlamento per chiedergli due favori: inserire un emendamento nella legge finanziaria e ottenere un’udienza al ministero delle Attività produttive, “con l’intima consapevolezza che Romano non avrebbe potuto negarglieli, vista la somma di denaro che attendeva da Lapis”.
Per poter agevolmente acquistare metano dalla Russia e essere autorizzato a rivenderlo in Italia, Lapis aveva la necessità che fosse presentato un emendamento alla Finanziaria.
Le intercettazioni rivelano che il professore dopo aver assicurato Romano che il giorno dopo si sarebbero visti “per definire la transazione economica promessa”, gli chiede di intervenire in modo da far integrare l’emendamento a proprio vantaggio.
E Romano “si mise immediatamente a disposizione”, invitandolo a inviargli un fax con la stesura del testo da presentare.
Gli investigatori evidenziano che “due giorni dopo la vendita del gruppo Gas che permise al professore Lapis di avere una disponibilità economica di circa 20 milioni di euro, i politici dell’Udc (oltre a Romano, Salvatore Cuffaro e Salvatore Cintola) si sono prodigati per agevolare Lapis”.
Per questo motivo il giudice sostiene che Romano farebbe parte di un “comitato d’affari”:
“I politici gestiscono il flusso della spesa pubblica e le autorizzazioni amministrative; gli imprenditori si occupano della gestione dell’accesso al mercato; i mafiosi riciclano capitali, partecipano agli affari e mettono a disposizione la forza materiale per rimuovere gli ostacoli che non è possibile rimuovere con metodi legali”.
Al ministro viene contestato che “nello svolgimento delle sue funzioni pubbliche si sarebbe messo al servizio degli interessi” delle holding di Ciancimino-Provenzano.
Per i favori concessi Romano avrebbe ricevuto in tre tranche somme in contanti per circa 500 mila euro.
Le conversazioni telefoniche evidenziano un “rapporto di stabile disponibilità ” del ministro in favore della società energetica che stava a cuore a Provenzano.
Per l’uomo dell’Udc e oggi leader dei Responsabili, il professore Lapis era diventato una fonte di approvigionamento dal quale non avrebbe voluto più staccarsi.
Tanto che dopo il terzo versamento in contanti, Romano continua a chiamare Lapis, da come emerge dalle intercettazioni depositate alla Camera. Il 22 marzo 2004 il deputato telefona per la terza volta, nell’arco di poche ore. Lapis risponde un po’ infastidito e gli dice di non avere novità e che presto gli avrebbe fatto sapere.
“Non abbiamo novità per quelle cose… perchè io non ci sono stato e debbo provvedere ancora, va bene?”.
Romano risponde:”Mi fai sapere tu allora”.
Lapis chiude la telefonata, annuisce, ma non si ribella.
Perchè pagando Romano gli si erano aperte molte porte.
Lirio Abbate
(da “L’Espresso“)
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Ottobre 20th, 2011 Riccardo Fucile
SIAMO ALLA FARSA: UN DECRETO DEL 2010 DECURTAVA GLI STIPENDI PUBBLICI SUPERIORI A 90.000 EURO A PARTIRE DA GENNAIO 2011…ORA UNA CIRCOLARE DEL MINISTERO SPIEGA CHE VALE PER TUTTI ESCLUSI I MEMBRI DEL GOVERNO
A sentirla pare una notizia inventata dall’ufficio propaganda degli indignati: in piena crisi, tra manovre lacrime e sangue e in attesa del decreto sviluppo, lo Stato restituisce soldi ai membri del governo.
A raccontarlo, e a documentarlo, è invece Italia Oggi.
Il quotidiano economico riporta una circolare del ministero dell’Economia, che dispone, appunto, la restituzione di quanto è stato trattenuto dalle “paghe” di ministri e sottosegretari in base ai tagli decisi l’anno scorso suglio stipendi pubblici più alti.
Il decreto legge 78 del 2010, che conteneva misure di “stabilizzazione finanziaria”, prevedeva che dal primo gennaio 2011 al 31 dicembre 2013 le retribuzioni dei dipendenti delle pubbliche amministrazioni superiori a 90.000 euro lordi annui fossero ridotti del 5 per cento per la parte oltre il “tetto”, e del 10 per cento per la parte superiore ai 150 mila euro.
La riduzione è quindi entrata in vigore e ha pesato sugli stipendi degli statali dall’inizio dell’anno a oggi, ministri, viceministri e sottosegretari compresi.
Ma ora, rivela Italia Oggi, la circolare numero 150 del l’11 ottobre 2011, diramata dalla direzione centrale dei sistemi informativi e dell’innovazione del Ministero dell’economia, spiega che chi siede al governo “ricopre una carica politica e non è titolare di un rapporto di lavoro dipendente”.
Quindi a ministri e sottosegretari va restituito tutto quello che il fisco ha trattenuto quest’anno.
Il rimborso arriverà a stretto giro di posta: “Sulla mensilità di novembre 2011”, promette la circolare, “si darà corso al rimborso di quanto trattenuto”.
E’ lo stesso quotidiano a bollare la vicenda come “un inghippo legale, ma scandaloso”.
E infatti l’indignazione monta in Rete, a mano a mano che la notizia viene ripresa dai siti e blog. Data l’aria che tira, checchè dicano le norme, è difficile mandare giù il paradosso che a essere rimborsati siano proprio quelli che decidono i tagli, e tutti gli altri paghino.
Qualcuno si rifugia nell’ironia: se i ministri non sono dipendenti, significa che sono “precari”.
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Ottobre 20th, 2011 Riccardo Fucile
IL COCER: “SIAMO STANCHI DI SUBIRE LE IMPOSIZIONI DI UN GOVERNO CHE CONTINUA A PENALIZZARCI ECONOMICAMENTE PER GIUSTIFICARE I PROPRI SPRECHI”… CI VOLEVA IL GOVERNO PATACCA FORZA-LEGHISTA PER SPUTTANARE LA VERA DESTRA SOCIALE ANCHE CON LE FORZE DELL’ORDINE
Tagli e botte in piazza: dopo la protesta di piazza dei poliziotti alla quale s’erano associati i militari dell’esercito, arriva quella, a sorpresa, dei carabinieri, che in un comunicato del Cocer attaccano la casta, il governo e il premier.
Non era mai successo a un esecutivo di suscitare la contemporanea protesta di polizia, carabinieri ed esercito per i tagli a sicurezza e difesa.
Anche l’Arma ora non ci sta più, i militari sono “stufi”.
Rompono il loro consueto silenzio.
E, soprattutto, la tradizione che li vuole non solo nei secoli fedeli, ma sempre rispettosi soprattutto nei toni nei confronti del governo che, di recente, li ha elevati a rango di quarta Forza Armata.
Va detto che l’Arma dipende un po’ dalla Difesa (polizia militare), un po’ dall’Interno (ordine pubblico), un po’ dalla Salute (Nas), un po’ dall’Ambiente (Noe), un po’ dai Beni culturali (Nucleo patrimonio artistico), un po’ da Palazzo Chigi.
Senza contare che dai loro ranghi proviene uno dei tre direttori dei servizi segreti, il generale Giorgio Piccirillo (Aisi).
Ma il combinato disposto dei tagli alle risorse della sicurezza e del lavoro massacrante al quale sono stati sottoposti a Roma sabato scorso, li ha esasperati.
La preoccupazione per la manifestazione No-Tav di domenica in Val di Susa (“auspichiamo – dicono – che sia garantita “in primis” l’incolumità del personale in divisa”), ha fatto esplodere tutta la loro rabbia finora compressa nelle caserme.
E hanno deciso di uscire allo scoperto per “urlare”, per usare le parole di un alto ufficiale dell’Arma, il loro “grido di allarme”.
I militari, si sa, non hanno facoltà di esprimere dissenso, nè, tantomeno, di protestare pubblicamente.
Questo compito è demandato dunque al loro unico organo di rappresentanza, il Cocer, una sorta di sindacato democraticamente eletto.
È questo organo di rappresentanza a esprimere “umore e preoccupazione” per quanto sta avvenendo.
Lo fa, forse per la prima volta nella storia dell’Arma, con un linguaggio forte e con toni antipolitici e antigovernativi stile sindacati di polizia, forse anche per appagare in qualche modo la protesta che proviene dal basso da una base di carabinieri e sottufficiali che non sono più disposti a incassare botte “per sette euro all’ora”.
“Il governo – accusa il Cocer carabinieri in polemica, senza però mai citarlo, con il ministro della Difesa Ignazio La Russa – taglia sulla sicurezza, ma non si dimentica di finanziare la festa delle Forze Armate del prossimo 4 novembre”.
“È questo – continua – un governo impegnato a salvaguardare l’apparenza più che la sostanza: si sa, le foto ricordo durante queste manifestazioni possono valere più di cento parole, facendo percepire agli ignari cittadini una vicinanza al comparto sicurezza e difesa, di fatto inesistente! Con i tagli alle spese dell’ordine e sicurezza pubblica, il governo ha infatti dimostrato tutti i limiti della sua azione”.
Ecco il j’accuse alla casta.
“Alla nostra classe politica – sostiene la rappresentaza militare – non interessa che durante questi servizi il Carabiniere il più delle volte non mangi, oppure lavori dodici ore continuative senza percepire straordinario e in condizioni a dir poco aberranti come ampiamente hanno dimostrato le immagini dei violenti scontri di piazza. A loro interessa solo tagliare le spese per questi servizi. Siamo nel pieno ciclone alimentato da una classe politica che pensa più che a salvaguardare, ad aumentare i propri privilegi”.
“Ci chiediamo – è l’affondo rivolto polemicamente in questo caso al ministro dell’Economia Giulio Tremonti – quali spese verranno tolte dal bilancio statale, visto che siamo già altamente maltrattati”.
Ed ecco l’attacco frontale al governo. “I Carabinieri sono stanchi di sottacere e di subire le imposizioni di un governo che continua imperterrito a penalizzarli economicamente per giustificare i propri sprechi (auto blu con scorta, autisti/maggiordomi, segretari, vigilanze) e che continua a chieder loro sacrifici economici”.
“Oggi – continua la protesta – abbiamo un dato di fatto oggettivo: la sicurezza per l’italiano è gravemente compromessa. Garantire sicurezza, per i Carabinieri vuol dire lavorare gratis, per i nostri amabili parlamentari vuol dire aumento di servizi di esclusiva utilità gratuiti perchè pagati con i sacrifici dei cittadini tutti e con i tagli ai servitori dello Stato garanti dell’ordine e della sicurezza pubblica”.
Ce n’è anche per il premier: “Qualcuno – attacca il Cocer – spieghi al presidente del Consiglio il significato dei sacrifici che il Carabiniere fa per garantire la giustizia sociale ed i diritti del cittadino. I Carabinieri rimandano al governo le belle parole ed i ringraziamenti ipocriti”.
Il malessere serpeggia fra le forze dell’ordine.
Martedì i sindacati di polizia di tutto l’arco costituzionale hanno protestato in piazza contro il ministro dell’Interno Roberto Maroni che riferiva al Senato sulla guerriglia di sabato.
Nella stessa giornata il Cocer Esercito solidarizzava (anche questo, senza quasi precendenti), con la manifestazione dei poliziotti.
“I tagli all’Esercito – denuncia il suo Cocer – la componente più impegnata nelle missioni all’estero, incidono sulla protezione e sulla sicurezza del personale. E stanno facendo vertiginosamente decadere la qualità della vita nelle caserme”.
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Ottobre 20th, 2011 Riccardo Fucile
ANCHE IL DEPUTATO LUIGI MIRO CONFERMA QUANTO DETTO IERI DA DI BIAGIO… A VERDINI SALTANO I NERVI E IN PARLAMENTO GLI URLA “PEZZO DI MERDA”…L’SMS DI GASPARRI: “MISERABILE, MERITI TUTTE LE DISGRAZIE POSSIBILI, FARAI UNA BRUTTA FINE”…COME MAI LA PROCURA NON APRE UN’INCHIESTA PER CORRUZIONE?
La denuncia dell’on. Aldo Di Biagio di Fli ha squarciato quel velo che copriva la bassezza di una politica ridotta a merce di scambio.
La diga si è rotta e il coraggio scorre senza freni.
Anche l’onorevole di Futuro e Libertà , Luigi Muro decide di raccontare la sua storia di resistenza.
Avvocato, 51 anni, sposato padre di tre figli, finiano da sempre, una lunga esperienza amministrativa: dieci anni sindaco di Procida, uno dei pochi a dimettersi da consigliere regionale una volta nominato assessore provinciale, Muro il 15 dicembre, giorno dopo la fiducia della vergogna, subentra a Domenico De Siano del Pdl eletto consigliere regionale in Campania.
“Ho resistito due mesi, poi non ce l’ho fatta più e a febbraio ho comunicato a Gasparri che sarei passato a Fli”, racconta Muro che spiega: “Mi piacerebbe andare sui giornali per ciò che faccio, ma di fronte all’antipolitica è importante che si sappia che ci sono anche persone che antepongono l’etica e la dignità al mercimonio”.
E Gasparri? “Sei folle! Devi ripeterle a Verdini queste cose”.
Le ho ripetute a Verdini, ma a lui non interessava proprio il piano politico, mi ha sopportato più che ascoltato e al termine mi h chiesto: dimmi cinque cose che desideri dopodichè mettici il timbro e considerale fatte. Vieni a vivere a Roma, tu fai l’avvocato ci penso io.
E io continuavo a fare ‘no’ con la testa.
Il giorno dopo Gasparri mi ha detto: è opportuno che tu parli anche con Berlusconi.
Non gliel’ho detto ma avevo deciso di non accettare.
Era giovedì, sono tornato a Procida, la sera a tavola ne ho parlato con la mia famiglia. Mio figlio mi ha detto: papà sbagli, devi dire in faccia a Berlusconi le ragioni che ti spingono ad andartene, in fin dei conti sei avvocato, hai una storia politica alle spalle, che ti importa se non farai più il deputato.
Ho comunicato a Gasparri che avrei incontrato il premier. Mi ha ricevuto a Palazzo Chigi, con me c’era Gasparri, il 17 marzo, giorno in cui era in corso il Consiglio dei ministri per decidere se aderire alla missione umanitaria in Libia.
Ero molto imbarazzato ‘Presidente non credo di essere così importante, ci vediamo un’altra volta’.
E lui ‘No, no è importante altrochè! Dimmi, che problemi hai?’.
I miei problemi riguardavano la politica, gli ho spiegato che venivo da una storia di passioni sulla scia di Tatarella, ho denunciato la situazione in Campania con Cosentino con gli annessi e connessi.
Lui ha cominciato a disquisire dei massimi sistemi, poi ha contestato duramente la scelta di Fini, infine come un vecchio patriarca mi ha messo la mano sulla spalla: ‘Che ti importa di tutto questo, te ne vieni a Roma, fai politica nazionale, qui ci siamo noi e starai bene’.
Prima di salutarci, dopo oltre un’ora, mi ha chiesto se avevo parlato con Verdini. Sì, sì. ‘Bene, condivido tutto quello che ti ha offerto Verdini’.
Il 20 marzo ho partecipato all’assemblea nazionale di Fli.
Il giorno dopo ho ricevuto un sms di Gasparri in cui mi dava del traditore e molto altro.
A Pasqua, in virtù della lunga militanza in An gli ho inviato gli auguri aggiungendo che la mia era stata una scelta giusta e non di convenienza.
Mi ha risposto, guardi l’ho conservato” dice mostrandomi il cellulare: “Altro che Buona Pasqua, sei un miserabile, meriti tutte le disgrazie possibili e immaginabili. Vedrai che fine farai!’.
Alla delusione politica si è aggiunta quella umana che ha rafforzato le mie convinzioni: “per due mesi nel Pdl mi sono sentito come in carcere, ora faccio il parlamentare da uomo libero”.
Il fattore umano spesso sfugge alla logica della convenienza che avrebbe consigliato a Verdini di tacere.
Invece l’addetto alla compravendita dei parlamentari, dopo aver letto sul Fatto l’intervista all’on. Di Biagio e la storia di Ricardo Merlo è entrato nell’aula della Camera, e come una furia gli ha urlato: “Ti chiameranno i miei avvocati”.
Pronta la risposta di Di Biagio: “Fai pure, porto al magistrato le registrazioni, che problema c’è?!”.
È stato come parlare al diavolo di acqua santa. “Allora non ti querelo più, però tu sei un pezzo di. merda” espressione non propriamente oxfordiana, ma coerente con lo stile della maggioranza.
“Vuoi scommettere che io ti faccio rimangiare queste parole?” rilancia Di Biagio.
Provvidenziale per Verdini l’arrivo di Bocchino: “Lascia perdere, non conosci Aldo, dai retta a me, non ti conviene” .
Scena appetitosa per colleghi e fotografi e anche per il presidente Fini che se la gustava dallo scranno trattenendo a fatica il sorriso.
Un attimo dopo ecco il mea culpa: “Ti chiedo scusa non volevo offenderti”.
Epiteto pronunciato a sua insaputa.
Poco dopo il portavoce di Verdini chiama la segreteria di Di Biagio rinnovando le scuse a nome del “Dimmi cinque cose che desiderio” annunciando un comunicato per renderle pubbliche.
Ma dall’altra parte del filo una voce ha risposto con un gentile: non importa.
Mentre l’on. Luigi Bellotti, che in cambio del suo passaggio da Fli al Pdl ha portato a casa una poltrona da sottosegretario al Welfare, come raccontato ieri al Fatto da Aldo Di Biagio, non ha avuto alcun sussulto nel leggere la sua storia di “acquistato”.
“E cosa possono dire? Si sono venduti la nostra anima in cambio, come fece Giuda Iscariota, di trenta denari” esclama Di Biagio.
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 20th, 2011 Riccardo Fucile
ACCOLTO IL RICORSO DEI SINDACATI: ANNULLATI GLI EFFETTI DEI DECRETI PER CONDOTTA ANTISINDACALE
Il tribunale di Roma ha bocciato i ministeri leghisti di Monza.
Non c’è proprio pace per Umberto Bossi e i suoi, a cui forse in questi giorni bastavano le divisioni interne che stanno lacerando il Carroccio.
Nelle scorse ore, come risulta dai documenti in possesso dell’Adnkronos, il Tribunale di Roma ha annullato gli effetti dei decreti che istituivano le sedi periferiche dei ministeri a Monza.
Il colpo di spugna sulle sedi di rappresentanza di villa Reale, porta la firma del giudice Anna Baroncini, ed è stato motivato con la condotta antisindacale.
Il ricorso era stato infatti promosso dai sindacati della presidenza del Consiglio che avevano appreso dell’istituzione delle sedi a Monza “dai giornali e dai tg — come spiega Alfredo Macrì, presidente del consiglio direttivo del Sipre (Sindacato indipendente della Presidenza del Consiglio dei ministri) -.
La decisione era stata adottata e portata avanti senza coinvolgere le organizzazioni sindacali o attivando, come previsto dalla legge, informazione preventiva e concertazione prima di procedere al taglio del nastro”.
Ora un decreto del giudice del lavoro, depositato oggi, annulla gli effetti dei provvedimenti “stabilendo la chiusura — sottolinea Macrì — delle sedi periferiche affidate ai ministri Bossi e Calderoli”, rispettivamente “un dipartimento e una struttura di missione”.
Condannando per di più la presidenza del Consiglio al pagamento di un terzo delle spese legali.
La sentenza, in realtà , si limita ad annullare gli effetti dei provvedimenti che sono stati adottati con condotta antisindacale.
“Di fatto — precisa Macrì — le sedi periferiche cessano di essere strutture della presidenza del Consiglio. Noi — puntualizza — ci eravamo spinti più in là , chiedendo l’annullamento dei decreti istitutivi. Ma questo tipo di decisione è stato rinviato al giudice amministrativo. Tuttavia, la sentenza depositata oggi ci dà ragione e rende inagibili le sedi di Monza”.
Una vera tegola sulla testa del Carroccio, ai minimi storici in fatto di credibilità .
L’apertura della sede di villa Reale era stata annunciata come un vero e proprio trasferimento dei ministeri, tanto da scatenare reazioni delle massime cariche dello Stato.
L’operazione era stata seguita da una raccolta firme lanciata sul sacro suolo di Pontida.
Poi è arrivata l’inaugurazione e a settembre gli uffici sono diventati operativi. È lì che si è scoperto il bluff. Di fronte agli uffici vuoti il ministro
Calderoli si era giustificato spiegando che si trattava in realtà di “sedi distaccate” e, in ultima istanza, dopo la visita di alcuni esponenti del Partito democratico brianzolo, i ministeri sono stati declassati a semplici “uffici di rappresentanza”.
Sembrava che più in basso di così non si potesse cadere, invece il giudice di Roma ha sentenziato diversamente.
“Se decideranno di ignorare questa pronuncia e continueranno ad avvalersene siamo pronti a ricorrere anche al giudice amministrativo. Siamo stufi di regole che vengono puntualmente disattese, non ne possiamo più”, avverte poi Alfredo Macrì, che conclude esprimendo soddisfazione “per il risultato ottenuto in un periodo in cui tutto il pubblico impiego è fatto oggetto di provvedimenti legislativi discriminatori e di svariati attacchi denigratori anche da parte di autorevoli membri del governo”.
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Ottobre 19th, 2011 Riccardo Fucile
SUL SITO DI SANTORO LA TESTIMONIANZA-DENUNCIA DI DUE POLIZIOTTI IN PIAZZA A ROMA : “SENTIVAMO LE RICHIESTE DI AIUTO DEI COLLEGHI IN PIAZZA SAN GIOVANNI, MA NON CI DAVANO L’ORDINE DI INTERVENIRE PER NON SGUARNIRE GLI OBIETTIVI POLITICI”
Sul sito di Servizio Pubblico il racconto di poliziotti-sindacalisti in piazza a Roma il 14
ottobre. “Sentivamo le richieste di aiuto dei colleghi in piazza San Giovanni, ma non ci davano l’ordine di intervenire”.
Per non sguarnire gli obiettivi politici: “Ci hanno sacrificato per salvare il palazzi del potere”.
E’ la dura accusa di due poliziotti, sindacalisti al Primo reparto mobile di Roma.
Due celerini insomma, Gino e Angelo che raccontano gli scontri di Roma del 15 ottobre in un’intervista a Michele Santoro su Servizio Pubblico, il sito messo in piedi per sostenere l’avvio del nuovo progetto editoriale del giornalista.
“Sentivamo via radio i colleghi chiedere aiuto”, spiegano, “dicevano ‘li abbiamo da tre lati, ci stanno accerchiando’, ma nessuno dava l’ordine di interventire”.
I black bloc, spiegano ancora, hanno “preso” piazza San Giovanni alle 16,30, ma l’ordine di intervenire “ci è arrivato solo alle 18,30, non capiamo perchè”.
Da qui l’accusa a chi ha gestito l’ordine pubblico il 15 ottobre: evidentemente, i poliziotti impegnati in piazza San Giovanni, quelli che hanno subito l’incendio del blindato e vere e proprie cariche da parte dei manifestanti violenti, “sono stati ritenuti sacrificabili per garantire la sicurezza di una zona ristretta”.
La “zona ristretta”, come si capisce chiaramente dall’intervista rilasciata a Servizio Pubblico, sono “Palazzo Chigi e gli altri palazzi del potere”.
Per arrivarci, i manifestanti avrebbero dovuto superare “quattro sbarramenti”.
E’ per non sguarnirli, affermano i due poliziotti-sindacalisti, che sono stati abbandonati al loro destino i colleghi di piazza San Giovanni.
In un frangente in cui, dicono Gino e Angelo, qualcuno “voleva il morto, ma tra i poliziotti”.
La loro testimonianza conferma peraltro altre dichiarazioni rese da molti loro colleghi e quanto da noi sostenuto fin dal primo momento del verficarsi degli incidenti.
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Ottobre 19th, 2011 Riccardo Fucile
“UNA MISURA PALESEMENTE ILLEGGITIMA”: IL PARERE DEL PROF. AZZARITI DELLA SAPIENZA DI ROMA….”UNA REINTERPRETAZIONE IN CHIAVE CENSITARIA DI UN NOSTRO DIRITTO FONDAMENTALE, UNA FOLLIA COSTITUZIONALE”
Una misura «palesemente illegittima». Di più: «Una follia costituzionale».
Gaetano Azzariti, docente di diritto costituzionale alla Sapienza di Roma, non ha dubbi: «Quella del ministro dell’Interno rischia di essere una reinterpretazione in chiave censitaria di una nostra libertà fondamentale».
Insomma non è pensabile obbligare gli organizzatori di una manifestazione a prestare garanzie patrimoniali per gli eventuali danni provocati
«L’articolo 17 della Costituzione è chiaro: “I cittadini hanno diritto di riunirsi pacificamente e senz’armi. Per le riunioni, anche in luogo aperto al pubblico, non è richiesto preavviso. Punto e basta. La nostra Costituzione non prevede il pagamento di un obolo e la libertà di riunione non può certo subire alcun impedimento di carattere economico».
Non ci sono limiti al diritto di manifestare?
«Leggiamo l’ultimo comma dell’articolo 17: “Delle riunioni in luogo pubblico deve essere dato preavviso alle autorità , che possono vietarle soltanto per comprovati motivi di sicurezza o di incolumità pubblica”. È chiaro? Il diritto di manifestare non ha altro vincolo se non quello dell’ordine pubblico, questo è il cuore della libertà costituzionale di riunione».
Chi difende allora la cittadinanza dai danni provocati da un corteo?
«È chiaro che gli atti vandalici sono comportamenti penalmente rilevanti, che chiamano in causa responsabilità personali anche per quanto riguarda il risarcimento dei danni. Per il resto tali reati non rappresentano una cattiva utilizzazione della libertà di riunione, al contrario limitano quella libertà , esercitata dalla maggioranza pacifica dei manifestanti».
(da “La Repubblica“)
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