Ottobre 19th, 2011 Riccardo Fucile
“QUANDO RIFIUTAI E TORNAI A CASA, SENTIRMI DIRE DA MIA FIGLIA 18ENNE CHE ERA FIERA DI ME E’ STATA UNA GIOIA ENORME CHE QUESTI CORRUTTORI NON PROVERANNO MAI”…”DIMMI CINQUE COSE CHE DESIDERI E L’ACCORDO E’ FATTO”: A MERLO OFFRIRONO LA POLTRONA DI VICEMINISTRO DEGLI ESTERI
“Aldo ti devo parlare subito, subito”. La voce dall’altra parte del filo è dolce quasi come un
confetto.
Aldo Di Biagio, deputato di Fli eletto nel 2008 per la circoscrizione Europa.
Siamo a dicembre, nel pieno del mercato dei parlamentari, i telefoni dei possibili “aquistabili” sono incandescenti, il tempo stringe, la maggioranza langue e la fiducia per il governo è una questione di vita o di morte.
Di Biagio, doppia nazionalità italo-croata, passato in An, finiano doc, una vita nel patronato, nel sindacato e nel volontariato, sposato, padre di tre figlie, ha voglia di raccontarlo tutto il “disgusto” provato e confessa: “Se Fini non fosse stato cacciato e non fosse nato Fli me ne sarei andato nel Gruppo misto, non ne potevo più di vedere ruberie di ogni tipo, nani e ballerine come figurine telecomandate, scene indecenti”.
I rapporti con la collega-imprenditrice inviata in avanscoperta, poi nel caso in cui il terreno si fosse rivelato fertile la mano passerebbe ad altri per sottoscrivere il nobile “contratto ”, sono sempre stati cordiali.
Lei lo attende nel corridoio, lui le va incontro: “Sai Aldo, da te ci aspettiamo un atteggiamento serio e coerente. Guarda al futuro, fatti una fondazione e noi ti diamo 1 milione e mezzo di euro di Finmeccanica”.
“Mi dispiace ma la mattina voglio continuare a guardarmi allo specchio per trovarci proprio quella persona coerente e seria che sono”.
Lei lo guarda incredula.
“Ci siamo salutati cordialmente, non aveva fatto altro che eseguire il mandato ricevuto da Verdini, queste sono le loro regole vergognose, o le accetti o sei fuori. Capisco che di questi tempi potrebbe sembrare retorico, ma tornare a casa e sentirsi dire da mia figlia più grande che ha 18 anni ‘sono fiera di te’ è stata una gioia enorme che questi non proveranno mai” aggiunge con orgoglio di padre.
La compravendita, il punto più alto della bassezza della politica berlusconiana non è un reato a meno che, come nel caso di Di Biagio, la merce di scambio non sia Finmeccanica, società partecipata dallo Stato, dunque soldi pubblici.
Perchè non si è rivolto alla magistratura?
“Non credo sia stato un caso che la proposta mi sia stata fatta nel corridoio! Comunque il peso della mia parola è sufficiente a provare il ‘reato politico”.
La notte Di Biagio l’ha trascorsa in bianco al fianco di Luca Bellotti (Pdl passato a Fli tornato all’ovile).
“Cercavo di sostenerlo mentre riceveva telefonate a raffica da Verdini e da Berlusconi fino a che non si è scaricato il cellulare”.
Ah sì, la famosa notte raccontata così da Berlusconi alla festa dei giovani del Ppe: “Fini avrebbe fatto meglio a restare con noi perchè molti dei suoi sono pronti a fare ritorno alla ‘casa madre’, ho fatto incontri tutta la notte anche se avrei preferito incontrare belle ragazze”.
E cosa gli diceva Verdini?
“La domanda da manuale: dicci cinque cose che desideri, quale problema vuoi che ti risolviamo?”. Tempo buttato via visto che Bellotti alla fine ha ceduto per un posto da sottosegretario al Welfare.
E cos’altro?
“Sapevo che il suo impianto di pannelli solari non navigava in buone acque, non è difficile immaginare come si sia conclusa la trattativa ” risponde allargando le braccia e ripete: “Scene indecenti come quella volta in Brasile”.
Quando al fianco di Berlusconi c’era il fido Lavitola. “Sì anch’io ho partecipato a quella missione: pseudo imprenditori italiani, puttanieri, ricottai che accreditati da Lavitola si presentavano in compagnia di ragazzine che sgomitavano per essere scelte. E lui, il nostro presidente del Consiglio si scambiava i numeri di telefono.
Da rabbrividire.
Per rendersi conto della credibilità di cui gode all’estero, la conduttrice di un famoso programma brasiliano di satira con indosso una pelliccia e sotto nuda, ha cercato di farsi riprendere mentre si gettava tra le sue braccia”.
Ma c’è un’altra storia di compravendita fallita rimasta top secret, quella del deputato Ricardo Merlo, eletto con 53.000 preferenza nella corcoscrizione America Latina.
Denis Verdini è andato nel suo appartamento romano per chiedergli: “dicci 5 cinque cose che desideri”.
Poi ha telefonato a Berlusconi e glielo ha passato. Infine la carta segreta ritenuta vincente: una poltrona da viceministro agli Esteri
“Io posso fare accordi sulla base di un progetto politico, ma un obiettivo non si può raggiungere a qualunque prezzo altrimenti perde di valore. Noi siamo contro la corruzione, contro quelli che fanno politica non per la gente, ma per se stessi” e con un sorriso sornione Merlo aggiunge: “Poi io non ho bisogno di soldi”.
Il suo movimento — che conta anche la senatrice Mirella Giai — si è astenuto dal votare la fiducia.
“Poi ci siamo resi conto che questo governo non fa il bene del Paese e degli italiani all’estero perchè non si può prescindere da onestà , trasparenza e credibilità . Berlusconi è ancora qui, ma è già passato. à‰ tempo di costruire il futuro”.
Sandra Amurri
(da “Il Fatto Quotdiano”)
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Ottobre 19th, 2011 Riccardo Fucile
A CAUSA DI IRREGOLARITA’ NELLA GESTIONE DEI FONDI ASSEGNATI AL SETTORE LATTIERO-CASEARIO E PER L’ASSENZA DI VERIFICHE, LA UE CHIEDE I SOLDI INDIETRO…SE NON SI PAGA SAREMO DEFERITI ALLA CORTE DI GIUSTIZIA E SI AGGIUNGERA’ PURE UNA MULTA MILIONARIA
Questa volta il conto è di quasi 78,5 milioni di euro.
Quasi 71 milioni da restituire al più presto a Bruxelles “come rettifica proposta per gli esercizi finanziari 2005-2007 per controlli tardivi nel settore dei prodotti lattiero-caseari”, a cui vanno ad aggiungersi 7,6 milioni di aiuti agricoli per spese effettuate in modo irregolare.
Un assegno non facile da staccare visto il periodo di vacche magre, è il caso di dirlo, per un Paese alle prese con tagli selvaggi e una quadratura di bilancio che proprio non arriva.
E il capitolo di spesa maggiore di quanto chiede la Ue (71 milioni) sono legati alla gestione delle cosiddette quote latte.
Si tratta di fondi della Politica agricola comune (Pac) dei quali sono responsabili gli Stati membri, sia della loro ridistribuzione sul territorio che del loro effettivo utilizzo, ad esempio verificando le domande che gli agricoltori compilano per ottenere i pagamenti diretti.
Succede che la Commissione, vista il numero dei beneficiari in Europa, fa 100 controlli a campione ogni anno.
Verifica anche che le eventuali “correzioni” apportate dagli Stati membri siano efficaci a garantire che i fondi europei siano stati spesi correttamente.
Sì perchè come ha confermato un recentissimo rapporto Ocse, una fetta rilevante degli aiuti Ue all’agricoltura finiscono a chi di aiuto non ha proprio bisogno, o peggio ancora a chi con l’agricoltura non centra davvero niente .
E di magagne quest’anno la Commissione ne ha trovate parecchie, e non solo in Italia. Sorpresa sorpresa la Svezia, ad esempio, dovrà restituire ben 76,6 milioni di euro per “carenze nel sistema di identificazione delle particelle agricole (Sipa), di informazione geografica (Sig), nei controlli amministrativi e nelle sanzioni relativi alle spese per gli aiuti per superficie”.
La Danimarca dovrà dare indietro 22,3 milioni per carenze nei sistemi Sipa e Sig, nei controlli in loco e nel calcolo delle sanzioni”.
E poi ancora Cipro 10 milioni, il Regno Unito 6 milioni e l’Olanda 2,2 milioni.
Nessuna pietà nemmeno per la Grecia, che dovrà restituire 10 milioni.
Bruxelles sta diventando piuttosto attenta alla spesa dei fondi comunitari, soprattutto perchè gli aiuti all’agricoltura costituiscono una bella fetta dell’intero bilancio europeo.
Nel periodo 2007-2013 la quota della spesa agricola costituisce addirittura il 34% dei 142 miliardi di euro spesi dall’Ue, a cui va aggiunto l’11% dedicato allo sviluppo rurale.
Ovviamente la Commissione europea non può essere ovunque, quindi questi finanziamenti vengono principalmente amministrati dagli Stati nazionale e dalle Regioni, che a loro volta lanciano dei bandi per aggiudicarli e dovrebbero essere responsabili dei controlli sul loro utilizzo.
Nel caso dell’Italia proprio i controlli, guarda caso, sono il principale problema.
Infatti i 71 milioni di euro da restituire si riferiscono proprio a controlli carenti e solo per l’anno 2005-2007, il che lascia intendere che ci potrebbero essere altre rate da pagare.
E in questo caso chi apre il portafogli?
Non potendo indagare tutti i beneficiari di questi finanziamenti, a pagare sarà Roma, quindi tanto per cambiare le casse pubbliche. E non è finita qui.
Come nel caso di altri fondi stanziati in modo irregolare, vedasi gli aiuti di stato per le calamità naturali del 2002-2003, l’Italia non è un fulmine a restituire l’illegittimo a Bruxelles.
E allora cosa succede? Solita trafila: Corte di Giustizia, sollecito di pagamento e multa aggiuntiva.
Tra l’altro proprio in questi mesi a Bruxelles è in corso la revisione della politica agricola comune.
La Commissione europea ha annunciato un paio di giorni fa una proposta che vedrebbe da un lato maggiori controlli e dall’altro un tetto ai finanziamenti massimi per ogni Stato.
Se approvata così come proposta, la nuova Pac comporterà per l’Italia un cospicuo taglio ai 5,5 miliardi di euro che ogni anno riceve da Bruxelles, tra aiuti diretti ai produttori e misure di sviluppo rurale.
Alessio Pisanò
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Ottobre 19th, 2011 Riccardo Fucile
A BOLOGNA UNA FESTA POST BUNGA-BUNGA: “SERVE UN RINNOVAMENTO, LA POLITICA DI SILVIO ANDAVA BENE 15 ANNI FA, NON OGGI”…. “ALFANO? UN BUON SOSTITUTO”
Eccoli i ragazzi del post-berlusconismo, quelli che guardano già oltre. 
Dopo essere stati post-fascisti, abituati come sono stati a mettere passati scomodi alle spalle, per questi orfani di Gianfranco Fini archiviare anche un personaggio mai troppo amato come il Cavaliere sarà molto facile.
In realtà lo stanno già facendo. Aspettano solo la fine della legislatura, poi il nome Berlusconi finirà tra le reliquie.
Alla prima festa provinciale della Giovane Italia di Bologna, l’ala giovanile del Popolo della libertà , non va in scena nessun party in stile Palazzo Grazioli, di quelli tra consumati tra soubrette, barzellette e schitarrate di Apicella.
Pochi saluti romani, nessuna croce uncinata (almeno alla presenza di chi scrive, ndr), questi ragazzi e ragazze al 99 % provenienti dalle file di quella che fu Alleanza nazionale, al bunga bunga preferiscono musica identitaria, un trancio di pizza, una birra, e soprattutto niente canne.
Se parlando di politica sembrano tutti addestrati a non mettere mai in discussione il partito, lo sconcerto per gli scandali sessuali che hanno travolto il loro premier è condiviso e imbarazza.
“Il problema diventa tale quando le donne che si porta nella camera da letto vengono candidate nei listini bloccati piuttosto che in altri ruoli”, spiega Lavinia, milanese di 25 anni con un passato quasi decennale di militanza tra le file dei giovani di An.
Runa ha 23 anni, è bolognese.
Da dietro i suoi giganteschi occhiali colorati racconta i suoi valori: onore, patria, rispetto dei patti, famiglia.
Di fronte a questi valori l’immagine delle donne venuta fuori dalle vicende del premier non la mettono a suo agio nella sua azione politica.
“Stare dietro a un banchetto col simbolo del Pdl ti fa ricevere degli appellativi poco simpatici quando sei una donna”.
Runa, come molti dei suoi colleghi di partito guarda già oltre, e anche se difende l’azione del suo partito nel governo, nel futuro per l’attuale presidente del Consiglio non c’è spazio: “Secondo me ci vorrebbe un rinnovamento, la politica di Berlusconi andava bene 15 anni, non adesso”.
Enrico, 21 anni, non ha peli sulla lingua per definire il suo pensiero a riguardo: “Una persona di destra ha dei valori, l’identità del proprio paese, la famiglia, la vita. Sicuramente per i ragazzi che fanno militanza le vicende del nostro premier non sono state un toccasana”.
Allora non sarà un caso dunque che anche per le vie di Bologna il nome di Berlusconi sia sparito dai manifesti elettorali: quel nome imbarazza.
Su chi dovrà succedere a Berlusconi, tuttavia, c’è molta incertezza tra questi ragazzi.
Un nome torna sulla bocca di molti, quello di Angelino Alfano.
Colpisce che non salti fuori un nome ex An, ma del resto, quello che fino a un anno fa sarebbe stato il naturale successore non c’è più.
“Quella dell’addio di Fini è una pagina dolorosa per ognuno di noi. Credevamo in lui e abbiamo scelto di fare politica perchè c’era lui”, raccontano un po’ tutti.
Intanto, sul fronte musicale della festa, dopo un canzone rockettara dal ritornello evocativo, Eja eja alalà , arriva un brano abbastanza inaspettato, l’Avvelenata di Guccini, cantato a squarciagola da tutti i quaranta-cinquanta presenti.
Naturalmente nel punto dove la canzone parla di “compagni”, la variazione sul pezzo è unanime e l’urlo si alza chiaro: “Camerati!”.
Poco prima una ragazza spiega il suo parere sulla recente vicenda della legge bavaglio, che ha visto per qualche giorno a rischio la stessa esistenza del sito di Wikipedia: “Levare la libertà di espressione no, ma mettere un freno quando è troppo è giusto”.
Cos’è “troppo” quando si parla di libertà di espressione e Wikipedia non è chiaro. Insomma, non saranno berlusconiani, ma del resto questa Giovane Italia è cresciuta a pane, nutella e Almirante.
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Ottobre 19th, 2011 Riccardo Fucile
I POLITICI TRATTARONO PER PAURA DI ESSERE UCCISI: NEL 1992 NEL MIRINO DEI BOSS C’ERA UN ELENCO DI MINISTRI… LA SVOLTA NELLE INDAGINI GRAZIE A NUOVI DOCUMENTI E ALLE RIVELAZIONI DEI PENTITI
Oggi sappiamo perchè, al tempo delle stragi, c’è stata una trattativa con la mafia. Sappiamo che non l’ha voluta Totò Riina, ma l’ha voluta lo Stato: per salvare la vita di alcuni uomini politici. Erano in una lista nera. Un elenco di ministri.
E fra loro c’era anche – come riportava una nota del Viminale alla fine dell’inverno 1992 – quello che veniva considerato «il futuro presidente della Repubblica», ossia Giulio Andreotti.
Dopo diciannove anni avvolti nell’omertà e nei depistaggi, su quel patto segreto i procuratori di Palermo stanno seguendo una pista che porta dritta a una conclusione: con l’uccisione dell’eurodeputato siciliano Salvo Lima e quella di Giovanni Falcone qualcuno era finito anche lui nel mirino dei Corleonesi e così ha ordinato – a uomini di fiducia dei reparti investigativi – di agganciare i boss per fermare i sicari e salvarsi la pelle.
Pezzi da novanta della politica che i mafiosi – a torto o a ragione – consideravano «traditori».
Amici o complici che non avevano rispettato accordi antichi, gente che in passato si era presa i voti di Cosa Nostra e poi aveva dimenticato tutto.
La lista nera che hanno ricostruito i magistrati è il risultato di una lunghissima attività istruttoria iniziata nella primavera del 2009 e che è stata completata con l’acquisizione, un mese e mezzo fa, di un documento del ministero dell’Interno su «strategie destabilizzanti» ed «eventi omicidiari» che nel 1992 avrebbero insanguinato il Paese.
Il documento – di cui leggerete alcuni stralci qualche riga più sotto – è diventato pubblico il 10 ottobre scorso, depositato dai pm al processo contro il generale Mario Mori accusato di avere favorito la latitanza di Bernardo Provenzano.
Un dibattimento che è diventato, di fatto, un «pezzo» della trattativa fra Stato e mafia.
Ma torniamo all’elenco dei bersagli della mafia scoperti dagli investigatori.
Si apre con quello che era allora il ministro per gli interventi straordinari per il Mezzogiorno Calogero Mannino, un ras in Sicilia.
E poi Carlo Vizzini, palermitano, ministro delle Poste e Telecomunicazioni.
Il ministro della Giustizia Claudio Martelli, che da poco più di un anno aveva chiamato accanto a sè Giovanni Falcone come direttore generale degli Affari penali al ministero di via Arenula.
E Salvo Andò, catanese, socialista, ministro della Difesa.
C’era anche Sebastiano Purpura, un politico siciliano che 19 anni fa era assessore regionale al Bilancio e soprattutto era un fedelissimo di Salvo Lima.
Sono loro i primi nomi che compaiono nell’indagine dei magistrati di Palermo.
Dalla montagna di carte – centinaia di interrogatori, confronti all’americana, deposizione di pentiti, sequestro di atti – sul negoziato cominciato subito dopo la strage Falcone e poco prima della strage Borsellino è affiorato il «movente», probabilmente è stata individuata la ragione che ha portato uomini degli apparati ad avvicinare personaggi come l’ex sindaco mafioso Vito Ciancimino e che ha convinto successivamente lo stesso Totò Riina a scrivere il «papello», quella piattaforma di rivendicazioni giudiziarie e carcerarie in favore di Cosa Nostra da sottoporre allo Stato.
Sconti di pena, revisione del maxi processo, abolizione del carcere duro in cambio del silenzio delle armi.
Il filo che seguono i pm siciliani – indagano Antonio Ingroia, Nino Di Matteo, Lia Sava e Paolo Guido – parte dagli omicidi Lima e Falcone. Lima, uomo vicino a Cosa Nostra e vicerè nell’isola di Giulio Andreotti, viene ucciso il 12 marzo 1992.
Fatto fuori dai Corleonesi perchè «non ha rispettato i patti».
L’omicidio Lima cambia per sempre la storia di Palermo e fa saltare tutti gli equilibri politici in Italia.
Il primo che paga un altro conto – che poi è sempre lo stesso – è Giulio Andreotti, presidente del Consiglio per la settima volta in quel 1992 e in pole position per l’elezione di fine primavera alla presidenza della Repubblica.
Ma il delitto Lima lo «brucia», gli sbarra per sempre la strada per il Quirinale dove il 24 maggio – dopo tante fumate nere e a ventiquattro ore dalla strage di Capaci – salirà Oscar Luigi Scalfaro.
È comunque già subito dopo il delitto Lima che il ministero dell’Interno, a firma del potentissimo capo della polizia Vincenzo Parisi, dirama un telegramma di due pagine indirizzato a tutti i prefetti e a tutti i questori, all’alto commissario per la lotta alla mafia, al direttore della Dia, ai capi del servizio segreto civile e a quello militare, ai carabinieri e alla finanza.
Porta la data del 16 marzo del 1992.
Il capo della polizia cita alcune fonti che annunciano «nel periodo marzo-luglio corrente anno, campagna terroristica con omicidi esponenti Dc, Psi et Pds, nonchè sequestro et omicidio futuro presidente della Repubblica. Quadro strategia comprendente anche episodi stragisti».
Più avanti il telegramma di Parisi invita «at più attenta vigilanza» per il ministro Calogero Mannino e per il ministro Carlo Vizzini.
Quello di Parisi non è un «avviso» di routine. Ed è subito evidente.
Passano quattro giorni e il ministro dell’Interno Vincenzo Scotti riferisce di «un piano destabilizzante» in un’audizione alla commissione Affari Costituzionali del Senato.
Ma tutti danno addosso a Scotti. Non gli credono.
C’è anche una misteriosa fuga di notizie sul telegramma di Parisi e salta fuori il nome di una delle «fonti confidenziali» che segnala gli attentati: è un detenuto, tale Elio Ciolini, con un passato di depistatore e calunniatore.
Probabilmente Parisi, oltre a Ciolini, ha altre «fonti». Ma il suo allarme cade incredibilmente nel vuoto.
Il presidente del Consiglio Andreotti si precipita a parlare «dello scherzo di un pataccaro», il presidente della Repubblica Cossiga ridimensiona il pericolo.
Come siano andate le cose poi, è noto.
Dopo Lima, il 23 maggio 1992 c’è la strage di Capaci.
Dopo Falcone, il 19 luglio 1992, c’è la strage di via Mariano D’Amelio.
È fra Capaci e via Mariano D’Amelio – ne sono convinti i procuratori di Palermo – che inizia la trattativa fra Stato e mafia. Paolo Borsellino ne viene a conoscenza, si mette di traverso e lo uccidono.
Nei giorni e nei mesi successivi accade molto altro, fra Roma e Palermo. Vincenzo Scotti, che l’8 giugno insieme al Guardasigilli Martelli firma un decreto (il 41 bis) per il carcere duro ai mafiosi, a inizio luglio è improvvisamente dirottato alla Farnesina e il suo posto all’Interno è preso da Nicola Mancino.
Neanche un anno dopo Giulio Andreotti finisce sotto processo per mafia e alla fine si salverà con una prescrizione.
Totò Riina viene venduto e catturato in circostanze misteriosissime nel gennaio 1993.
E così Cosa Nostra, senza più delitti eccellenti, assicura allo Stato italiano una lunga stagione di «pace».
Attilio Bolzoni e Francesco Viviano
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 19th, 2011 Riccardo Fucile
E’ UNA PROTESTA CON RADICI PROFONDE….DEBITI E RICCHEZZA NON SONO EQUAMENTE DISTRIBUITI: LA CRISI E’ NATA FUORI DAI NOSTRI CONFINI MA POI HA FATTO ESPLODERE I NOSTRI PROBLEMI DI FONDO
La minoranza violenta di Roma è riuscita a rovinare una manifestazione che doveva lanciare un doppio importante segnale politico: alla base non c’era infatti solo il disagio dei giovani che come in tutti i paesi occidentali sono le principali vittime della crisi, ma anche la sempre più evidente incapacità dell’Italia di creare nuova ricchezza e nuovi posti di lavoro.
La protesta italiana ha radici diverse e più profonde rispetto agli altri Paesi perchè i nostri problemi sono iniziati ben prima della crisi finanziaria.
Anche se gli slogan sono quelli di New York e Londra contro il debito e le banche, alla base c’è il fatto ben più concreto che “un quarto dei giovani italiani oggi è senza lavoro” (lo ha detto Mario Draghi giovedì, proprio mentre i manifestanti cominciavano a radunarsi) per colpa di un sistema politico che negli ultimi venti anni, dominati dai governi di centrodestra, ha fatto peggiorare tutti gli indicatori di benessere, dal reddito pro-capite, all’occupazione, alla condizione femminile.
I giovani italiani non protestano solo perchè non vogliono accollarsi il debito accumulato dalle generazioni precedenti.
Se fosse così, avrebbero torto perchè a essi verrà consegnata anche una consistente ricchezza immobiliare e finanziaria.
Il problema è che debiti e ricchezze non sono equamente distribuiti e le seconde sono sempre più concentrate nelle mani di pochi e soprattutto di chi non paga le tasse o le paga molto meno delle uniche due categorie oggi tassate: lavoratori dipendenti e pensionati (probabilmente come i genitori di gran parte dei manifestanti).
Dunque la protesta di Roma doveva essere una grande occasione per richiamare l’attenzione sui grandi problemi del Paese e per sfatare forse definitivamente la tesi cara a Berlusconi secondo cui l’Italia è toccata marginalmente dalla crisi.
È vero invece il contrario: la crisi è nata fuori dai nostri confini, ma ha fatto esplodere tutti i problemi di fondo e richiede risposte urgenti, che il governo più screditato della storia non è palesemente in grado di dare.
È successo ai dimostranti pacifici di Roma, in modo ancora più clamoroso, quello che è successo ai No-Tav: una minoranza teppista rischia di oscurare le molte e solide ragioni del dissenso.
Qui la posta in gioco è ancora più alta e le forze di opposizione devono finalmente dimostrare di essere capaci di incanalare e dare uno sbocco a una protesta ancora confusa, ma assolutamente fondata.
Se si vuole davvero cambiare bisogna ripartire da Roma.
Marco Onado
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 18th, 2011 Riccardo Fucile
FLI RISALE NEI SONDAGGI E RITORNA PUNTUALE LA RICHIESTA DI DIMISSIONI DEL PRESIDENTE DELLA CAMERA… MARCHETTARI ED EX PIDUISTI PREFERISCONO LA CAMERA CON IL LETTONE DI PUTIN
L’escalation in corso è il preludio della resa dei conti finale.
Le scintille tra Pdl e Gianfranco Fini hanno acceso ormai un incendio.
Prima le dimissioni – invocate dal presidente della Camera – del ministro sotto inchiesta per mafia Saverio Romano.
Ieri la richiesta dei berlusconiani di consentire la partecipazione di Alfonso Papa (dal carcere) all’attività parlamentare.
Ogni polemica diventa un caso politico. Con l’evidente obiettivo degli uomini del Cavaliere di dimostrare la «incompatibilità » del leader dei Fli a ricoprire ancora la terza carica dello Stato
Oggi a mezzogiorno l’ufficio di presidenza del gruppo del Pdl si è riunita a Montecitorio per discutere, tra l’altro, della strategia di assedio a Gianfranco Fini.
La tentazione che attraversa di nuovo i falchi del partito, a cominciare dal capogruppo Cicchitto, è quella di portare in aula un ordine del giorno o un atto di sfiducia politica del presidente della Camera.
Una mozione che «delegittimi» la terza carica dello Stato non è ammissibile a norma di regolamento, il fondatore di Fli l’ha già cassata mesi addietro.
Il nuovo affondo prenderebbe spunto dal diniego di ridiscutere il rendiconto bocciato dall’aula e dalla richiesta di dimissioni del ministro dell’Agricoltura.
Ieri l’ultima collisione.
Cicchitto, Quagliariello e Laboccetta vanno a Poggioreale per incontrare il collega Papa, in carcere da luglio per l’inchiesta P4. Il processo a carico suo e di Bisignani inizia il 26 ottobre.
I pm Curcio e Woodcock hanno citato 25 testimoni fra i quali Marco Milanese, indagato nell’altra inchiesta della Procura di Napoli.
Il deputato Pdl non si è dimesso. Conseguenza: viene conteggiato ugualmente durante le votazioni alla Camera (sempre più a rischio per la maggioranza), come se fosse presente, concorrendo così al raggiungimento del numero legale.
«Un paradosso inaccettabile» per Cicchitto e gli altri che se la prendono con Fini e la sua «burocrazia perversa».
Quagliariello sostiene che Papa avrebbe anche chiesto di poter esercitare le funzioni non legate alla presenza fisica in Parlamento e che il presidente non gli avrebbe risposto.
La presidenza della Camera replica con una lunga nota, per far presente che non è pervenuta alcuna richiesta di Papa e che sul numero legale sono state rispettate le regole e la Costituzione.
Cicchitto e Quagliariello contrattaccano: «Burocratico cinismo».
E Fini ancora replica: «Definire burocratico cinismo l’applicazione della Costituzione e dei regolamenti di Montecitorio è la riprova di quale concezione hanno della democrazia parlamentare».
Angelino Alfano due giorni fa aveva parlato di «vulnus grave» da parte del presidente.
Ai ferri corti, a dir poco.
Le resistenze opposte dalle «colombe» pidiellini al documento di «sfiducia» nascono dai rischi che potrebbe comportare una nuova prova di forza in aula, superata a stento la scorsa settimana.
Tanto più con le fibrillazioni in atto nel Pdl. Per non dire della possibile reazione del Quirinale e del muro della inammissibilità che la presidenza della Camera quasi sicuramente ergerebbe anche stavolta.
Altra grana esplosa in queste ore nel Pdl quella legata a Fabio Gava, lo scajoliano che con la Destro ha lasciato il gruppo.
La maggioranza si è accorta che col suo passaggio al misto è diventata minoranza nella delicatissima giunta per le autorizzazioni della Camera: lui era decisivo e l’11-10 ora si è capovolto.
Il premier Berlusconi ha ordinato non a caso di tentare una disperata ricucitura e di fermare l’espulsione dei due. Gava avverte: «Casini mi vuole vedere».
Ma intanto sospende il passaggio al misto.
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 18th, 2011 Riccardo Fucile
L’INTERVISTA A LA ZANZARA DEL DEPUTATO DI “POPOLO E TERRITORIO” TRA STRAFALCIONI E STRAPARLARE
Ospite alla trasmissione radiofonica La Zanzara, il deputato di Popolo e Territorio Antonio
Razzi, ex Idv passato tra le file della maggioranza il 14 dicembre 2010, è stato protagonista di una performance linguistica a dir poco audace, in grado di ignorare ogni semplice regola della lingua italiana.
Quindici minuti tra nonsense, legami fantasiosi, nomi e coniugazioni sbagliate. Eppure Razzi è membro delle commissioni “Cultura, scienze ed istruzione” e “Politiche dell’Unione Europea”. Alla fine trionfa l’onestà : “Prendo lezioni di cultura da Sgarbi”.
Ecco alcune parti.
Razzi: “Il 14 dicembre ha portato fortuna al governo Berluscone e il 14 novembre porterà altrettanto fortuna . (…) In questo momento ci bisogna avere la responsabilità del paese, che il governo deve andare avanti, perchè? Perchè altrimenti al posto di Berlusconi chi c’è? Non c’è nessuno. Sennò altrimenti lo dobbiamo formare un altro Berlusconi”.
Sugli scajoliani che vogliono far fuori Berlusconi, spiega: “Magari forse ci sono quelli che aspirano a poltrone grandi, a grandi poltrone. Io no: a me basta che ho la sedia per votare. Arrivare a fine legislatura? È dare del bene al paese. Altrimenti si spende circa un miliardo e mezzo”.
Quindi sulla questione della pensione: “No, io non so’ venuto a lavora’ perchè per me li considero un lavoro! Trovo che oggi una cosa scandaloso che i cittadini votano per il centrosinistra perchè lo devono rappresentare in aula e oggi non c’erano. E do-v’erano? A fare shopping per Roma! Quando il Presidente Berluscone ha parlato loro potevono fare delle proposte. Ma i cittadini italiani sono abbastanza indelligendi e lo capirà , lo capirà …e dopo quando arrivan alle urne si saprà sicuramente scegliere il voto a chi l’ha rappresentato”.
Eppure è stato eletto con l’Italia dei valori: “Ma guarda che tutt quelli che hanno votato all’estero addirittura s’hanno comblimendato. Me l’hanno detto Io ho votato a te e non al partito. L’aspirazione a parlamentare non è solo mio, ma sono di 60 milioni di italiani. E ognuno di voi vuole arrivare al coso, come tutti i grandi sindacalisti che fanno bla bla blaf per tutte le parte e qua..e dove lo… dove lo ritrovi? Lo ritrova alla Camera o al Senato. Prima parlano a favore dell’operaio e poi quando sta in Parlamento s’è dimenticato, come si dice a Napoli ‘scurdemoce o’ passad’ e non fa più e dopo non guarda più a queramente a quello che fabbisogno dell’operaio. (…) Sembra chissà che a me m’hanno combrado, ma a me non mi combrano mango Cristo: me ne avrei andato pure a pagando io. La differenza tra Berlusconi e Di Pietro? Quella che ci passa tra il giorno e la notte. Io, con 15 anni che sono stato con Di Pietro non ci ho parlato mang nu minuto. Con Berluscone ci parlo quando sento problema (…) Comunque, sto facendo un libro, ma devo trovare un editore: se ci riesco esce a dicembre. Finchè che l’editore non mi consiglia alla… perchè gli ho dato 4 o 5! Parla la mia storia da emigrato, ma parla degli ultima avvenimendi, perchè sono andato via dall’Idv. Quello che del libro io non prendo niente perchè lo devolgo alla Chiesa, per la ricostruzione di una Chiesa che sta cadendo (…) non ho mai venuto qui per prendere la pensione da parlamentare, non me ne frega niente, ma sono venuto per il bene della mia nazione (…) Nella vita bisogna sapere tutto, se no non si va avanti. Il professore Sgarbi m’insegna la cultura perchè è l’unica in Italia che ne sa (…) Vabbè, le devo anche lasciare, perchè sono col Maestro (…) Sull’italiano mi dovete correggere voi, quindi, e vi ringrazio che mi aiutate”.
Alberto Sofia
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 17th, 2011 Riccardo Fucile
DOPO IL TRAGICO TEATRINO DEI GRAVI FATTI DI ROMA, ECCO PUNTUALE LA RICHIESTA DI LEGGI SPECIALI DA PARTE DEL GOVERNO… DI PIETRO RICORDA I “BEI TEMPI” DI QUANDO INTERROGAVA GLI IMPUTATI IN QUESTURA CON LA BOMBA A MANO SULLA SCRIVANIA E SI ASSOCIA A MARONI, UNO DEI POCHI ITALIANI CONDANNATI PER RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE E PERTANTO ADATTO A FARE IL MINISTRO DEGLI INTERNI
Ieri il teatrino della politica ha visto come protagonisti il peggior ministro degli Interni che abbia mai avuto l’Italia repubblicana (capace solo di attribuirsi i meriti di polizia, carabinieri e magistrati nella lotta alla mafia) e un ex questurino, oggi progressista, che non riesce a cancellare le sue origini quando, alla questura di Bergamo, era solito interrogare gli indiziati con una bomba a mano ben in evidenza sulla scrivania.
Questo impareggiabile duo comico, il primo uno dei pochi italiani condannati a sei mesi per resistenza a pubblico ufficiale, un passato in Democrazia proletaria, poi avvocato della Avon e quindi con le carte in regola per essere nominato ministro degli Interni, il secondo noto per i metodi spicci, per i piedaterre ricevuti gratis e per aver restituito milioni di lire avvolgendo le banconote in carta da giornale, si sono contesi una grande idea: quella di reintrodurre la famigerata Legge Reale in versione bis e aggiornata.
La legge Reale “uno” rappresenta uno dei momenti più controversi della storia della democrazia italiana.
Fu presentata nel 1975, nel pieno degli anni di piombo, da Oronzo Reale, ministro della Giustizia del governo Moro.
I 36 articoli di quel testo ampliavano a dismisura il potere delle forze dell’ordine, sia per quanto riguarda l’uso delle armi che per il fermo preventivo.
La legge affermava il diritto delle forze di polizia di utilizzare armi da fuoco, se strettamente necessario, anche in ordine pubblico.
La custodia preventiva poteva essere applicata anche in assenza di flagranza di reato, sempre che vi fosse il “fondato pericolo di fuga” di persone nei cui confronti vi fossero “sufficienti indizi di delitto concernenti le armi da guerra o tipo guerra”.
La legge Reale vietava inoltre l’uso di di caschi o altro per rendersi irriconoscibili durante le manifestazioni (l’unica cosa giiusta e pertanto mai applicata).
La normativa ha subito negli anni diverse modifiche e ha anche superato indenne un referendum abrogativo nel 1978.
Il cerchio si chiude: la pessima gestione dell’ordine pubblico durante la manifestazione degli indignados da parte del ministero degli Interni ha permesso che 500 persone rovinassero una manifestazione pericolosa per il potere politico-finanziario, tarpando le ali a ogni velleità degli indignados.
Ha consentito poi che i teppisti creassero panico tra i benpensanti che così possono tornare a votare Pdl e Lega perchè sempre meglio un puttaniere e un rincoglionito che i black bloch secondo il pensiero veicolato dai media amici.
Ha infine dato spazio a certa becerodestra per ergersi come garante della sicurezza dei cittadini, dopo che la stessa aveva posto in essere tutte le condizioni perchè la manifestazione degenerasse.
Per arrivare così tempestivamente a giustificare le leggi speciali il giorno dopo, gia belle pronte e quasi stampate.
Ma invocare leggi che non ci sono più nel nostro paese dimostra in realtà la debolezza dell’attuale governo.
Senza dimenticare che le leggi speciali sono sempre fallite, non hanno mai aumentato la sicurezza e spesso sono diventate strumenti per restringere le libertà di tutti.
E poi quale persona di buon senso darebbe un’arma del genere in mano a Maroni e a Berlusconi, col rischio di trovarsi in galera solo per aver manifestato dissenso nei confronti del governo?
La realtà è un’altra: i disordini sono stati favoriti da una pessima organizzazione delle misure di prevenzione da parte delle forze dell’ordine che a loro volta ne sono rimaste vittime.
Ma l’imput era venuto dal ministro degli Interni che non a caso, mentre Roma bruciava, se ne stava comodo a Varese.
Ben ha fatto il finiano Briguglio, ex membro del Copasir a porre la questione: “Dinanzi a un disegno eversivo che e’ stato organizzato e preparato da estremisti e black bloch, unico caso in Europa, la domanda e’ d’obbligo: ma che hanno fatto i nostri Servizi segreti, quelli alle dipendenze di Gianni Letta?. Dove era la nostra elefantiaca intelligence, quella che cucina per il Copasir rapporti periodici di dubbia utilita’? “.
La nostra tesi è talmente motivata che trova conferma persino tra i sindacati di area di destra (quella vera) della polizia.
I poliziotti del Sindacato indipendente Coisp oggi organizzano un sit-in di protesta davanti a Palazzo Madama, dove alle 16,30 è atteso il ministro dell’Interno Roberto Maroni per riferire sui fatti di Roma.
“Siamo stanchi di assistere alle passerelle e ai bavosi attestati di solidarietà da parte dei politici. Siamo stufi di ascoltare parole, parole e ancora parole. Non sono le parole a proteggerci dalle violenze dei teppisti, non portiamo con le parole il pane a casa, non sono le parole ad assicurare un futuro ai nostri figli”, afferma Franco Maccari, segretario generale del Coisp, che prosegue: “Cosa può dire Maroni al Senato, se non che i poliziotti sono stati bravi, che hanno dimostrato la solita grande professionalità , che hanno evitato che le violenze sfociassero in episodi ancora più drammatici? Lo sappiamo già , lo sanno tutti i cittadini italiani. Gli unici a ricordarlo soltanto all’indomani delle violenze di piazza sembrano essere i rappresentanti del governo, buoni a incassare meriti che non sono loro. Se l’ordine pubblico viene mantenuto nelle piazze, se vengono inferti colpi alla criminalità , lo si deve soltanto agli uomini ed alle donne delle forze dell’ordine, al loro impegno mai ripagato, alla loro abnegazione, alla loro insostituibile professionalità ”.
Durissime le accuse alla classe politica: “Fosse per la politica, il Paese sarebbe già nell’anarchia. La politica, infatti, quando interviene, lo fa solo per ostacolare il lavoro delle Forze dell’Ordine: tagliando le risorse in modo insostenibile, inventando leggi criminogene che vanificano anni di lavoro, adottando qualunque possibile strampalato provvedimento che possa contribuire alla disorganizzazione delle strutture e dell’attività operativa”.
Al ministro Maroni il sindacato chiede due cose: le risorse o le dimissioni.
Un appello viene rivolto anche ai senatori: “Se vogliono davvero dimostrare la loro solidarietà alle forze dell’ordine, lo facciano in maniera concreta: sfiducino Berlusconi e il suo governo che usa i poliziotti come carne da macello, mandandoli ogni giorno al massacro contro i criminali tradizionali e contro i nuovi delinquenti che la politica stessa contribuisce a creare, lasciando affondare il Paese nella crisi economica e negli scandali”..
Ora qualche imbecille becerodestro che ci ha accusati, per un nostro precedente articolo, di essere amici dei black boch solo perchè usiamo il cervello nelle nostre analisi, è servito: i poliziotti e l’opinione pubblica più informata ragionano sulla nostra lunghezza d’onda.
Altro che legge Reale bis che inasprisce il conflitto sociale, è il momento di puntare sulla prevenzione e sull’aumento delle risorse per la sicurezza.
Quanto al governo, un solo slogan potrebbe essere calzante: “fuori dai maroni”.
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Ottobre 17th, 2011 Riccardo Fucile
CON MARONI SIAMO ARRIVATI ALLA “COLLETTA TRA I CITTADINI PER LA BENZINA” … “RISCHIAMO DI NON POTER PIU’ GARANTIRE LA SICUREZZA DOPO I TAGLI DI 60 MILIONI SUL BILANCIO DEDICATO ALL’ORDINE PUBBLICO E ALLE MISSIONI”
“I veri indignati siamo noi poliziotti. Indignati contro i delinquenti che hanno trasformato
una protesta pacifica nell’ennesima mattanza contro le forze dell’ordine, contro i cittadini e contro una città che tutto il mondo ci invidia come Roma. Indignati anche contro il governo che, appena due giorni fa, col Ddl stabilità , ha tagliato altri 60 milioni di euro alla sicurezza, proprio sui capitoli di bilancio dedicati all’ordine pubblico e alle missioni”.
E’ quanto afferma Nicola Tanzi, segretario generale del Sap, il sindacato autonomo di polizia.
“Oggi contiamo i feriti – dice Tanzi – e siamo stufi di dover stilare ogni volta questo triste bilancio. Si rafforzano, pertanto, le ragioni della nostra annunciata mobilitazione nazionale.Il 18 ottobre, saremo noi ad essere pacificamente in piazza in tutte le città italiane per una iniziativa senza precedenti: chiederemo un contributo ai cittadini per acquistare carburante per i nostri automezzi. Siamo costretti a farlo perchè da qui a qualche tempo rischiamo di non essere più in grado di garantire la sicurezza dei cittadini. Al governo, al di là di tante belle parole di solidarietà , chiediamo fatti. Fatti concreti”.
“Quel che è accaduto ieri a Roma non è una novità , ma vorremmo che questa volta servisse a far sì che in futuro non si verifichino ancora situazioni di tale leggerezza e azzardo”. Lo dice in una nota Franco Maccari, segretario generale del Coisp, il Sindacato indipendente di Polizia, all’indomani della manifestazione della guerriglia urbana a Roma.
“Questa è ormai storia quotidiana”, ha aggiunto Maccari, “colleghi feriti e sfiniti, dotazioni di servizio distrutte e non rimpiazzate, e in cambio? Semplice quanto incredibile: tagli, tagli, tagli. Uomini e donne in divisa costretti a turni e servizi che a momenti non riescono più a coprire, e in risposta solo tagli, tagli tagli”.
“Il nostro primo pensiero va a loro – continua – colleghi mandati per la strada in condizioni che tutti hanno potuto vedere, a svolgere servizi cui non si possono certamente opporre o sottrarre, a rischiare la vita per quei quattro soldi che il governo getta loro a fine mese come briciole”.
Un governo, insiste il segretario generale del sindacato, “che risponde a tutto questo con un’infamità dietro l’altra e che da soli pochi giorni ormai ha partorito l’ennesima indecente trovata con una bozza del Ddl stabilità che prevede nel biennio 2012-2013 una sforbiciata di 60 milioni di euro per le missioni di ordine pubblico e sicurezza del ministero dell’Interno”.
Per Maccari “è necessario far rendere conto a tutti che da subito avremo difficoltà oggettive a fronteggiare l’ordine pubblico, per la mancanza anche degli scudi dei reparti mobili che sono stati distrutti ieri, e che non è possibile cambiare per ovvi motivi di portafoglio, o più semplicemente per la mancanza della benzina nei mezzi. Non si può poi ignorare che nessuno, nessuno al mondo, continuerebbe imperterrito a restare fedele al proprio incarico pur svolgendo il lavoro gratis, come fanno colleghi e funzionari che devono restare in servizio senza un’ora di straordinario pagata fino a fine anno, come da recente disposizione ministeriale”.
E incalza: “Bisogna che tutti sappiano che con il taglio delle missioni ci viene imposto di andare dove ci mandano ma senza che ci siano i soldi necessari e quindi obbligandoci pure ad anticipare le spese”.
Italia “Paese dei balocchi! Il Governo reclamizza la svendita dei poliziotti: vanno a farsi massacrare gratis e si pagano pure le spese! Ecco il nuovo slogan della cricca. Ci chiediamo per quanto sarà possibile andare avanti così” , conclude.
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