Febbraio 3rd, 2020 Riccardo Fucile
CON LE SUE DUE AZIENDE AVEVA RIDATO DIGNITA’ A MIGLIAIA DI POVERI TRA AFRICA E INDIA
Il mondo dell’imprenditoria è in lutto per la morte prematura di Leila Janah.
Conosciuta in tutto il mondo come “l’imprenditrice dei poveri”, per aver dato lavoro con le sue aziende ad oltre undicimila persone tra India e Africa, è deceduta lo scorso 24 gennaio nella sua casa a New York a causa di una grave malattia che l’aveva colpita da tempo, un tumore ai tessuti molli, il cosiddetto sarcoma epitelioide, che aveva raccontato anche sui propri canali social, mostrandosi senza capelli e molto dimagrita.
La notizia, tuttavia, è stata resa nota solo nelle ultime ore. Classe 1982 e di origine indiana da parte di entrambi i genitori, era nata a Lewinston, vicino alle cascate del Niagara, prima di trasferirsi in un sobborgo di Los Angeles.
Sin dai tempi delle scuole medie aveva cominciato a pensare di poter dare una mano ai meno abbienti, anche perchè la sua stessa famiglia viveva in condizioni disagiate.
Ma la vera svolta nella sua vita è arrivata durante gli anni dell’Università , quando ha cominciato a trascorrere le sue estati in Ghana per partecipare ad un programma di insegnamento dell’inglese per i bimbi non vedenti.
Il contatto con le aree più povere del contente africano l’hanno spinta a cercare di fare qualcosa di concreto per quelle popolazioni. Così nel 2008 ha fondato in Kenya Samasource, dal sanscrito “Sama” che vuol dire “eguale”, con l’obiettivo di offrire una vita migliore a coloro che vivono al di sotto della soglia di povertà .
L’azienda dà attualmente lavoro a oltre 2.900 persone in Kenya, Uganda e India. La compagnia lavora nel campo digitale e fornisce consulenze, dati, progetti e strumenti poi utilizzati nei campi più vari, dai videogiochi alla meccanica per aut, anche a colossi del calibro di Google, Facebook, Microsoft, Getty Images e Walmart.
Poi, nel 2015 è arrivata anche LXMI, una linea di cosmetici di lusso, che impiega centinaia di donne povere lungo la valle del Nilo, in gran parte in Uganda, per raccogliere le noci Nilotica e trasformarle in un burro che viene esportato negli Stati Uniti per essere utilizzato nella produzione dei prodotti per la cura della pelle.
In totale, nelle sue aziende hanno trovato una stabile occupazione circa undicimila persone. Neppure la malattia, scoperta qualche anno fa, l’ha fermata.
Ha lasciato il marito Tassilo Festetics. “Ci mancherà la sua risata contagiosa, il suo spirito tenace e la sua capacità di ispirare tutti. Era una forza per il bene nel mondo”, si legge in una nota divulgata da Samasource.
(da agenzie)
argomento: radici e valori | Commenta »
Febbraio 2nd, 2020 Riccardo Fucile
A POLIZZI GENEROSA ANCHE GLI ASSESSORI IMPEGNATI PER TENERE APERTA LA STRUTTURA… CI SONO RAPPRESENTANTI DELLE ISTITUZIONI CHE ONORANO IL NOSTRO PAESE
Non si può fare… era la laconica risposta dei burocrati, e dopo l’ennesima alzata di spalle,
Giuseppe Lo Verde, sindaco di Polizzi Generosa, paese di tremila abitanti nell’entroterra del Palermitano, ha trovato da sè la soluzione: stamattina alle 9.30 ha deciso di aprire lui il museo etno-antropologico inaugurato da appena una settimana.
“Cos’avrei dovuto fare – spiega – tagliare il nastro e chiudere in attesa di tempi migliori?”. Lo Verde ha al suo fianco l’intera giunta e, infatti, assessori e primo cittadino si sono dati il cambio per consentire ai turisti della domenica e ai residenti di visitare il museo che si trova nello stesso edificio dell’Archeologico, l’ex Collegio dei Gesuiti, che per fortuna non ha problemi di personale.
Possibile che non ci sia qualcuno da impiegare per questo servizio? “Oggi è diventato tutto difficile – dice Lo Verde – Parliamo tanto di turismo, ma non si riesce ad avere dipendenti, nemmeno per due giorni alla settimana, per aprire e vigilare su un museo importante. Con la quota cento sono andate via parecchie persone. Recentemente abbiamo stabilizzato 24 precari, che lavorano 4 ore al giorno, ma non ci sono figure con un inquadramento che consenta la copertura dei turni festivi al museo”.
Lo Verde garantisce che il museo ha uno straordinario appeal, soprattutto per i turisti che nel week end affollano il paesino che ricade nel Parco delle Madonie (a Polizzi ha sede anche il Mam, Museo ambientalistico madonita) e che ha dato i natali a un grande scrittore del nostro Novecento, Giuseppe Antonio Borgese, costretto nel ’31 all’esilio negli Stati Uniti perchè inviso al fascismo. Appeal a parte, stamattina c’era un motivo in più per visitare il museo: vedere all’opera sindaco e assessori nell’insolita veste di custodi.
L’iniziativa ha avuto un buon successo e sarà ripetuta, promette Lo Verde: “Accadrà così per tutti gli altri week end, fino a quando non si riuscirà a trovare una soluzione”. Soluzione che potrebbe arrivare presto, come sottolinea lo stesso sindaco: “Vedrò di superare l’intoppo sottoscrivendo una convenzione con associazioni di volontariato e pro loco”.
L’apertura, almeno nel week end, per il primo cittadino non è negoziabile. “Nel fine settimana i visitatori arrivano, eccome, attratti dalle bellezze monumentali e naturalistiche di Polizzi Generosa”. E anche gastronomiche: qui si produce lo sfoglio, un dolce al formaggio pecorino e cioccolato, ricetta delle monache benedettine che risale al Seicento.
(da agenzie)
argomento: radici e valori | Commenta »
Gennaio 31st, 2020 Riccardo Fucile
UN NOBILE GESTO DI AMORE VERSO 5 STRUTTURE CHE OPERANO IN PROVINCIA DI LATINA, LA CITTA’ CHE L’HA VISTO NASCERE
Tiziano Ferro ha scelto di devolvere in beneficenza il compenso frutto della sua partecipazione alla settantesima edizione del Festival di Sanremo, dove sarà ospite per tutte le cinque serate. Lo fa sapere l’ufficio stampa del cantautore.
Si era parlato di 250.000 euro ma la cifra sarebbe leggermente più bassa.
Cinque sono anche le associazioni destinatarie della donazione, ovvero la sede di Latina dell’AVIS, (Associazione Volontari Italiani del Sangue, che opera sul territorio nazionale nella raccolta del sangue e derivati dal 1927 e a Latina dal 1957), della quale Tiziano è ambasciatore da quasi vent’anni; la LILT, ovvero la Lega Italiana per la Lotta contro i Tumori, alla quale già nel luglio scorso sono stati indirizzati i regali degli ospiti al matrimonio di Ferro e che a Latina ha sede presso il Centro Oncologico “G. Porfiri” dell’Ospedale S. Maria Goretti; il Centro Donna Lilith, che dal 1986 si occupa di dare accoglienza, assistenza e supporto alle donne e ai minori vittime di maltrattamenti; l’Associazione Valentina Onlus, che su base volontaria offre assistenza ai malati oncologici; e infine l’Associazione Chance For Dogs, un’organizzazione senza fine di lucro che si prende cura dei cani randagi e abbandonati nonchè della loro adozione.
I cinque enti beneficiari hanno riunito in una sola voce il loro ringraziamento, dichiarando: “Siamo tutte strutture della provincia di Latina, che assistono quotidianamente – con estrema fatica e immenso amore – chi ha urgente bisogno di supporto. Tiziano ha scelto di dedicare la sua partecipazione a Sanremo alla città che l’ha visto nascere, sperare e sognare. E quei sogni diventano oggi una speranza in più per chi lotta ogni giorno sotto quello stesso cielo. Grazie di cuore Tiziano, da tutti noi”.
(da agenzie)
argomento: radici e valori | Commenta »
Gennaio 20th, 2020 Riccardo Fucile
“QUANDO MI SONO ISCRITTO HO INDICATO SUL MODULO CHE SCEGLIEVO QUESTO PARTITO PER CONTRASTARE I COMUNISTI PADANI DELLA LEGA, POI ME LI SONO TROVATI ALLEATI”
Da Giorgia Meloni a Carola Rackete, da Fratelli d’Italia alla Sea Watch. 
È la scelta di Massimiliano Rugo, 45 anni, un passato da militare della marina e un presente come agente della polizia comunale.
Rugo ha riconsegnato la tessera di FdI, di cui è stato dirigente provinciale. Ha annunciato le dimissioni da capogruppo in consiglio comunale a Bibbona, in Toscana, e ha mandato una mail alla Ong per chiedere di essere imbarcato.
La svolta può sembrare radicale, ma da quello che riporta il Corriere della Sera sembra che fosse meditata da tempo: «Salvare uomini, donne e bambini non significa essere nè di destra nè di sinistra».
Non solo, la sua scelta arriverebbe anche da una presa di posizione netta contro la strategia dei “porti chiusi” messa in atto da Matteo Salvini:
«Quando anni fa ho chiesto la tessera di FdI nel modulo ho scritto che avevo scelto questo partito per contrastare l’avanzata dei comunisti padani della Lega all’interno del centrodestra. Che poi era la politica di Salvini che mi sono poi trovato alleato. I suoi pensieri non sono i miei e soprattutto non sono quelli della destra che ho conosciuto e amato».
(da agenzie)
argomento: radici e valori | Commenta »
Gennaio 19th, 2020 Riccardo Fucile
CLAUDIO, UN PENSIONATO CHE VOTAVA LEGA: “MI SONO ALLONTANATO PERCHE’ SALVINI NON RISPONDE MAI NEL MERITO. NON MI PIACE IL SUO ODIO PER I MIGRANTI”
Un oceano di folla, oltre 40mila persone, si è riversato in piazza VIII Agosto a Bologna per l’evento
‘Bentornati in mare aperto’, organizzato dalle Sardine, con la partecipazione di gruppi musicali del calibro dei Subsonica e degli Afterhours, degli Skiantos, dei Modena City Ramblers, del rapper Marracash, di giornalisti come Pif e Sandro Ruotolo, e di tante voci della società civile.
Una grande festa, piena di energia, durata dal primo pomeriggio a tarda sera
All’ordine del giorno, i temi dei diritti civili, della lotta alla mafia, dell’immigrazione, della non violenza, della tolleranza e della cultura.
Sono passati poco più di due mesi dal 14 novembre, quando le sardine hanno nuotato per la prima volta nel mare di piazza Maggiore, radunando una folla di circa 11mila persone.
Oggi sono riusciti a surclassare quel successo ma con una differenza. Il pubblico richiamato è più consapevole dell’altra volta, quando era stato attirato dalla curiosità e dalla voglia di scendere in piazza contro le politiche di Matteo Salvini.
Questa volta non c’è il leader leghista a Bologna a cui fare il contraltare dalla piazza vicina. Sono tutti qui solo per le Sardine e da tutt’Italia. Ancora una volta colpisce la partecipazione transgenerazionale, dai ragazzi delle superiori ai pensionati.
Tutti con le loro sardine al collo o sui cartelli; tanti manifesti con sopra scritte contro l’odio, per l’ambiente, o in difesa della democrazia.
“Da una piccola sardina derivano grandi responsabilità ” è uno degli slogan sui cartelli, ma anche “Amnistia sociale, no decreti sicurezza. Libertà per Nicoletta Dosio e per tutti i no Tav”.
La folla, a più riprese, agita palloncini blu e celesti e grida gli slogan ‘L’Italia non abbocca’ e ‘L’Emilia non si lega’.
“Sosteniamo la causa delle Sardine — dice Dario 42 anni, consulente informatico che è venuto da Roma — , appoggiamo il loro antileghismo. Hanno ridato speranza alla gente, ci dicevano che ormai sono tutti leghisti. Hanno dimostrato che non è così, che ci sono tante persone come noi che non lo sono. Speriamo che riescano a contrastare l’astensionismo”.
“La nostra speranza — conferma Santori — è che queste piazze si traducano in una partecipazione anche elettorale, una presa di coscienza perchè siamo ad un punto di svolta. Tra una settimana si capirà se siamo ancora destinati ad altri decenni di sovranismo e di squadrismo digitale oppure se possiamo aprire una nuova epoca fatta di relazioni e di democrazia partecipata”.
“Questa piazza è un monito per i politici — dice Katia che arriva da Arezzo -, ci vuole una politica più sobria, senza odio sui social. Quello delle Sardine è un movimento che vuole portare la politica a ragionare. Spero che riescano a portare di nuovo le persone al voto . Qui non ci sono partiti, non ci sono bandiere perchè la gente non ha più referenti”.
E poi c’è Claudio, 77 anni, pensionato che prima era “molto vicino a Salvini” ma poi “mi sono allontanato perchè il suo odio per le persone non mi piace e perchè non risponde mai alle domande nel merito. Non mi piace il suo odio per i migranti, bisogna riunire le persone di tutti i Paesi perchè l’uomo non è un numero ma una persona. Tutti devono essere rispettati senza differenze, la nostra regione è accogliente e inclusiva da sempre ed è giusto così. L’accoglienza ci porta persone e sviluppo”.
Claudio arriva da Ferrara e porta al collo una sardina di carta con la scritta ‘Pace’. “Le Sardine sono un movimento speciale, vogliono il bene di tutti — dice — , che la gente non si odi e si rispetti. Questa è una piazza di pace. Sono contento dei loro valori e che, finalmente, i giovani riprendano in mano le sorti del Paese”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Gennaio 19th, 2020 Riccardo Fucile
E REGALA UN QUADRO DEL PADRE ALDO
La scena che non ti aspetti. “Il risveglio culturale e politico va premiato. Ecco un regalo per questo
grande movimento”. Parole non di un fan qualunque ma di Giambattista Borgonzoni, papà della candidata Lucia, che si è presentato alla manifestazione delle Sardine con un pacco imballato. Dal quale viene fuori un dipinto, un paesaggio.
Nella piazza di Bologna succede anche questo. A poche ore dall’inizio del mega evento di Bologna, il papà della candidata leghista in corsa per la presidenza dell’Emilia Romagna si avvicina al leader Mattia Santori ed ecco un regalo per lui, il secondo dopo le stampe di un paio di settimane fa. Esclama parole da militante, da primo fan delle Sardine.
Santori sorride e apre il pacco. Spunta un dipinto del pittore Aldo Borgonzoni datato 1971. Si intitola “Paesaggio per Keplero”. Con tanto di cornice.
(da “Huffingtonpost“)
argomento: radici e valori | Commenta »
Gennaio 19th, 2020 Riccardo Fucile
IL POLIZIOTTO: “HO UN PASSATO DA SOMMOZZATORE, POSSO ESSERE UTILE A SALVARE VITE UMANE, MA POSSO ANCHE DARE UNA MANO IN CUCINA”
Ieri abbiamo raccontato la sua storia: ex aspirante sindaco di Bibbona per Fratelli d’Italia, Massimiliano Rugo lascia il partito e segue l’istinto che lo porta in Libia per soccorrere chi scappa sui barconi: “Ho un passato da sommozzatore”.
Oggi il poliziotto municipale a Pisa, nel nucleo antidegrado, quello che si occupa di combattere il commercio abusivo di strada e di contrastare la vendita di prodotti contraffatti da parte degli ambulanti, spiega a Repubblica Firenze perchè vuole imbarcarsi sulla Sea Watch:
«Ho inviato una mail agli uffici di Berlino manifestando la mia volontà di dare una mano e spero che mi rispondano presto – racconta Rugo – Sul sito della Sea Watch c’è un lungo elenco di profili ricercati e io mi metto a disposizione per il ruolo che riterranno più opportuno. Ho un passato da sommozzatore, ho fatto il paracadutista e potrei senz’altro aiutare chi rischia di annegare. Quel che conta, comunque, è essere utile quindi se serve posso anche mettermi in cucina a preparare da mangiare per l’equipaggio».
Una presa di posizione, quella dell’agente, che a molti è suonata come un “cambio di casacca”. «Non si tratta di essere di destra o di sinistra, andare a soccorrere persone in pericolo che hanno alle spalle storie di dolore è semplicemente una scelta di buon senso – ci tiene a precisare – Si tratta di essere delle brave persone e di sfatare tutte quelle frasi di propaganda che vogliono convincerci che il pericolo sono gli immigrati. Trovo sbagliato fare campagna elettorale sulla loro pelle».
Dopo aver lasciato Fratelli d’Italia e aver formato un gruppo autonomo nel consiglio comunale di Bibbona, Rugo è deciso ad andare avanti: «Le missioni della Sea Watch durano 21 giorni, prenderò le ferie e, se necessario, anche l’aspettativa. La cosa più difficile è stata convincere mia moglie, anche perchè abbiamo due figli piccoli, ma il suo sostegno per me è fondamentale».
(da “NextQuotidiano”)
argomento: radici e valori | Commenta »
Gennaio 18th, 2020 Riccardo Fucile
“SONO STATA ANCHE IO EMIGRANTE, SO COSA VUOL DIRE, NON NEGHERO’ MAI DA MANGIARE A CHI HA FAME”
A Ventimiglia c’è un bar che sembra essere stato partorito dalla mente di un autore fantasy. Sarà per quel nome spudoratamente tolkeniano, “Hobbit”. Sarà perchè ormai non siamo più abituati a storie come quella di Delia Buonomo, la sua proprietaria, in bilico perenne tra fiaba e realtà .
Tutto è cominciato quattro anni fa, nell’estate torrida del 2016, quando Delia vede seduti sul marciapiede fuori dal suo bar alcune mamme migranti insieme ai propri bimbi in lacrime.
“Piangevano per la stanchezza e perchè chissà da quanto tempo non cambiavano il pannolino, ma nessuna delle donne osava entrare dentro, non potendo consumare. Così sono io andata da loro e gli ho detto che potevano usufruire dei bagni, sedersi all’ombra e riposare. Ricordo ancora il loro sorriso, persino un po’ confuso, spaesato. Probabilmente era la prima volta che qualcuno gli diceva una cosa del genere.”
Ancora Delia non lo sa, ma quel sorriso è l’inizio di una storia collettiva di umanità , solidarietà e accoglienza che ha pochi precedenti.
Un neo bianco all’interno di una delle epoche più violente e inumane della storia recente, di cui in questi anni Ventimiglia è stato uno dei simboli più dolorosi.
Già perchè, 9 chilometri più a ovest del bar Hobbit, all’altezza dei Balzi rossi, c’è il confine francese, che a partire dall’estate 2015 è diventato una frontiera invalicabile per decine di migliaia di migranti. Siriani, afghani, senegalesi, nigeriani, eritrei, profughi di guerra o richiedenti asilo, non faceva alcuna differenza.
Migliaia di persone in viaggio dal Medio-oriente o dall’Africa verso il centro e il nord Europa che, di colpo, sono stati respinti dal secondo più importante Stato europeo, fondatore della Comunità europea, nel cuore della civilissima Europa, come se gli accordi di Schengen fossero all’improvviso diventati carta straccia. In pochi riescono a passare rischiando la vita via monte o nascosti nei bagni dei treni.
Tutti gli altri o finiscono per morire in qualche scarpata di notte, nei boschi, o vengono torturati e picchiati durante i respingimenti. Nel 2016, nel momento di massima pressione, passavano di qui fino a 1.000 migranti al giorno.
Delia capisce che non può più stare a guardare. Quel primo episodio innesca un passaparola rapidissimo tra gli stranieri in attesa, sospesi in un limbo dello spazio e del tempo che per alcuni di loro dura anni.
Molti hanno sentito parlare di quella donna gentile che offre pasti caldi a chi non se lo può permettere. Delia, d’altra parte, sa riconoscere in un attimo lo sguardo di chi ha fame, di chi è solo, lontano dalle sue radici e dal luogo in cui è cresciuto. Anche lei, in un’altra vita, è stata una emigrante.
“Negli anni ’60 — racconta — quando l’Australia ha aperto le porte all’immigrazione a caccia di braccianti e nuova forza lavoro, i miei genitori hanno deciso di trasferirsi lì, a Melbourne. Siamo arrivati nel ’64 con un lungo viaggio in nave, a bordo della Galilei, e siamo ritornati in Italia nove anni più tardi, dopo che i miei avevano messo da parte un po’ di risparmi, che avevano reinvestito in un negozio a Ventimiglia, a cui poi ne sono seguiti altri. Ricordo benissimo il senso di spaesamento che ho provato quando siamo tornati in Italia. Eravamo partiti che avevo appena 3 anni e tutto quello che sapevo del mondo, la lingua, la scuola, gli amici, l’avevo conosciuto in Australia. Capivo l’italiano, ma non sapevo scriverlo. Ero abituata a mangiare in modo completamente diverso, la televisione non era la stessa. Perciò so cosa significa ritrovarsi in un luogo che non conosci, completamente strappati dalla propria terra, sradicata dal luogo in cui hai tutta la tua vita.”
Molti di loro, oltre alla propria terra, hanno lasciato dietro di sè anche la famiglia e si sono ritrovati respinti a una frontiera, trattati come ospiti non graditi, quotidianamente preda di insulti razzisti e della fame, per via di un’ordinanza comunale che impediva ai residenti di dare da mangiare ai migranti.
“A causa di quell’ordinanza inumana — ricorda Delia — ci siamo organizzati con alcune associazioni fornendo di nascosto interi sacchi di cibo e generi di prima necessità a un loro rappresentante, che a sua volta li distribuiva ai suoi compagni. Ma nel mio bar non ho mai negato da mangiare a nessuno che ne avesse bisogno e non lo farò mai.”
Negli ultimi quattro anni Delia ha visto passare dalle porte del suo bar migliaia di uomini, donne, bambini, rifugiati, vite violentate da botte, abusi, prigionie, respingimenti, spesso costretti a rimanere anni bloccati al confine senza accesso ad acqua potabile, cibo, servizi, un letto dove dormire. Ci sono ragazzi che qui hanno consumato il proprio ultimo pasto prima di prepararsi a scavalcare una cinta spinata e proseguire il proprio viaggio verso l’Europa.
Delia ne ha ospitati così tanti in questi anni che tutti qui la conoscono come “Mamma Africa”. Ma non si è limitata a dare da bere e mangiare. Permette di ricaricare i cellulari, offre la possibilità di farsi una doccia, fornisce scarpe, vestiti, aiuta a decifrare documenti o a trovare un alloggio, ha attrezzato il bagno con spazzolini nuovi e dentifricio, un fasciatoio e pacchi di assorbenti, che costano molto e nessuna si può permettere. Ha persino ricavato in un angolo uno spazio da gioco solo per i bambini.
Quello di Delia non è un bar: è un angolo di resistenza in cui tutta la bellezza e l’umanità del mondo si sono date appuntamento.
“Volevo che queste persone avessero uno spazio in cui sentirsi a casa, dopo l’inferno che hanno dovuto passare e prima di quello che ancora li attende — spiega — Chi ripete che vogliono venire qui a rubarci il lavoro letteralmente non sa di cosa parla. Nessuno di loro vuole rimanere. Sa, in questi quattro anni, in quanti hanno chiesto la residenza a Ventimiglia? Sette. Sette persone in quattro anni. Di cosa stiamo parlando? Spesso ci capita di lamentarci in coda al supermercato. Alcune di queste persone sono da 7 anni in attesa di una risposta, senza un tetto, senza un affetto, e l’unico pensiero che li fa andare avanti è quello della famiglia che hanno lasciato a casa. Sono arrivati qui con lo scopo di aiutare moglie e figli e si ritrovano respinti a una frontiera senza la possibilità di andare avanti, nè di tornare indietro.”
Eppure il bar Hobbit da anni lotta per sopravvivere alla chiusura, tra costi d’affitto, spese, bollette e il boicottaggio continuo da parte dei residenti, che più di una volta hanno preso di mira la stessa Delia per aver osato aiutare gli ultimi tra gli ultimi.
“Ma io non mollo” ha sempre detto lei. Non ha mollato neanche nel 2018, quando una straordinaria gara di solidarietà ha permesso a lei di raccogliere 20mila euro e al bar Hobbit di continuare a vivere.
Oggi la situazione è molto cambiata rispetto a qualche anno fa.
“Da un anno e mezzo a questa parte, in seguito agli accordi con la Libia e alla chiusura dei porti, l’afflusso si è molto ridotto — osserva Delia — In più da quando, un mese e mezzo fa, sono cominciati gli scioperi in Francia, le maglie della frontiera si sono molto allentate. Ufficialmente è sempre chiusa, ma è più facile oltrepassarla e sono terminati i respingimenti violenti. Ma, al di là dei numeri, le condizioni di queste persone sono sempre drammatiche, private della dignità di esseri umani. Questo bar sarà sempre casa loro, le porte sono sempre aperte.”
Si chiama bar Hobbit e no, non è un romanzo fantasy. Esiste davvero. È un luogo di frontiera, in cui le barriere non sono fisiche o reali, nè tracciate su una carta geografica, ma separano soltanto l’umanità dalla barbarie.
Lorenzo Tosa
(da TPI)
argomento: radici e valori | Commenta »
Gennaio 17th, 2020 Riccardo Fucile
IL RACCONTO DELLA NIPOTE DELL’UOMO CHE NON C’E’ PIU’: “CIAO NONNO, OGGI HAI VINTO TU E ANCHE QUESTA DIMENTICATA UMANITA'”
Dieci anni fa Mustafa non aveva niente.
Non aveva un lavoro, nè i soldi per cercare di costruirsi una nuova vita. Quando tutto mancava, qualcuno ha creduto in lui.
Giovanni ha prestato all’uomo dei soldi, grazie ai quali è potuto ripartire. A dieci anni di distanza da quel giorno, Mustafa non ha dimenticato il suo benefattore, e ha cercato un modo per ricompensare quella fiducia.
Lo racconta sul suo profilo Facebook la nipote, che un giorno ha sentito squillare il citofono. “C’è Giovanni? Sono Mustafa”, ha sentito dall’altra parte della cornetta. Un nodo si è stretto alla gola della donna: “Nonno non c’è più. Se vuoi però sali, c’è nonna”.
Con la nonna hanno pianto insieme “come si fa con una madre”. Poi Mustafa ha messo una busta nelle mani della donna: “Signora Peppa, qui ci sono i soldi che Giovanni mi ha prestato dieci anni fa, per andare a lavorare dove abitava mio padre. Ora guadagno bene, ho studiato, ho due bimbi e sono caporeparto in una fabbrica ed è solo grazie ai lui che si è fidato di me. Mi dispiace che non potrà vedere quanto bene può fare una buona azione”.
Mustafa è originario del Marocco, racconta Maria: “La sua vita è stata un alternarsi di tragedie e difficoltà . Oggi, ha dimostrato che le vicissitudini non ti cambiano, non ti incattiviscono, che una buona azione può cambiarti la vita, per sempre. Che aiutarli a casa nostra si può. Non costa nulla, e ci salva l’anima. Il bene e l’umanità che ritornano. Così chiamerei questo paragrafo della vita
Ci sono giorni che ti ricordano di super normali eroi come tuo nonno, e ti fanno capire che esserci, esserci per davvero per qualcuno è la cosa più semplice, e la più difficile del mondo. Ciao nonno, oggi hai vinto tu e anche questa dimenticata umanità ”.
(da “Huffingtonpost”)
argomento: radici e valori | Commenta »