Dicembre 25th, 2020 Riccardo Fucile
“QUANDO HO VISTO LE CODE DI PERSONE BISOGNOSE DAVANTI AI CANCELLI DI “PANE QUOTIDIANO” NON POTEVO NON FARE NULLA”… CROCCO E’ GIA IMPEGNATO IN UNA FONDAZIONE IN INDIA PER I BAMBINI ORFANI E ABBANDONATI
Ha fondato la Hublot, un marchio di orologeria di alta gamma, ha vissuto 37 anni a Milano
e ora qui ci sono i suoi figli.
Carlo Crocco è l’imprenditore (anche se ora non è più proprietario del marchio) che ha staccato un assegno da 100 mila euro e l’ha consegnato al sindaco di Milano Beppe Sala con una missione: consegnarlo oggi come regalo di Natale a Pane Quotidiano, l’associazione milanese che nelle due sedi (la principale è in viale Toscana) da molti anni accoglie gli ultimi, quelli che hanno bisogno. Senza chiedere loro chi sono, ma donando cibo e conforto.
Nei giorni scorsi le file di persone fuori dai cancelli di Pane Quotidiano sono state immortalate in video che dai social sono finiti nei telegiornali, sui giornali: sempre più lunghe, perchè la crisi sociale ed economica del coronavirus ha seguito inevitabilmente quella sanitaria, con sempre più persone che hanno perso il lavoro, o comunque hanno più bisogno.
Racconta Carlo Crocco: “Sono molto legato a Milano, dove torno spesso anche perchè tre dei miei figli vivono qui. E quando ho visto quelle code di persone in attesa di un sacchetto di cibo ho pensato che dovevo fare qualcosa: ho stima di Sala, che già mi aveva contattato per chiedermi una mano, e ho pensato che aiutare questa associazione sarebbe stato il modo migliore per dare il mio contributo”.
Carlo Crocco ha fondato e presiede una fondazione – Main dans la Main – che è attiva in diverse regioni dell’India dove sostiene più progetti a favore dei bambini orfani, abbandonati o bisognosi e che presto arriverà con un progetto anche a Milano. E questo regalo di Natale, in qualche modo, si lega all’impegno della sua famiglia per chi ha meno. E non solo a Natale.
(da agenzie)
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Dicembre 25th, 2020 Riccardo Fucile
“IN OSPEDALE HO PIANTO PER LA MIA GENTE”
“Nonostante tutto quello che sta accadendo posso dire che questo diventa il Natale più bello
della mia vita”: a dirlo è stato il presidente della Cei e arcivescovo di Perugia-Città della Pieve, il cardinale Gualtiero Bassetti. In occasione della messa di Natale di questa mattina nella cattedrale di Perugia.
Il prelato è tornato a celebrare per la prima volta dopo la guarigione dal Covid, per il quale è stato a lungo ricoverato. “Questo – ha aggiunto con i giornalisti – è un giorno e un Natale speciale, anche se siamo ancora nel cuore di questa pandemia”.
Ripensando ai giorni difficili in cui era ricoverato per il Covid, il presidente della Cei ha confidato di “aver pianto”. “Non per me – ha detto – ma per la mia gente”. “In quei momenti – ha aggiunto prima di celebrare la messa del Natale – ti vengono in mente tutte le persone che hai incontrato nella vita. La morte di un pastore è sempre un momento corale, se fossi morto non sarei morto da solo”.
“Per me è speciale – ha detto ancora Bassetti – anche perchè posso riavvicinare la gente e posso offrire la mia preghiera, seppur ancora sofferta per la convalescenza”. “Questa è la gioia più grande che oggi mi ha fatto il Signore”, ha concluso il presidente della Cei. Nell’omelia il cardinale ha detto: “Fratelli e Sorelle, è davvero indescrivibile l’emozione con cui torno a celebrare la Santa Eucaristia nella nostra amata chiesa cattedrale, dopo i giorni drammatici del ricovero ospedaliero e poi della convalescenza”.
“Sono grato al Signore di poter essere ancora con voi a spezzare il pane e di vita. Ringrazio tutti per la vicinanza e la fervorosa preghiera al Signore e alla Madonna della Grazia. L’affetto e la preghiera di tanta gente, ne sono certo, mi ha aiutato tanto a vincere il male. Il Bambino Gesù, con la sua fragilità , ci insegna ad avere fiducia e a guardare al futuro sempre con speranza”.
(da agenzie)
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Dicembre 25th, 2020 Riccardo Fucile
“IL VOLTO DI DIO E’ RIFLESSO NEL MALATO, NEL POVERO, NEL DISOCCUPATO, NELL’EMARGINATO, NEL MIGRANTE, NEL RIFUGIATO”
“Vaccini per tutti, specialmente per i più vulnerabili e bisognosi, loro al primo posto”. Lo ha chiesto Papa Francesco, rivolgendosi ai governanti, nel messaggio di Natale.
“Non possiamo lasciare che ci chiudiamo nei nazionalismi, nell’individualismo”, ha spiegato, che rischia di “renderci indifferenti” sulla base delle “leggi del mercato e dei brevetti che sono poste al di sopra delle leggi dell’amore”.
Bergoglio ha aggiunto che “siamo tutti sulla stessa barca. Ogni persona è un mio fratello. In ciascuno vedo riflesso il volto di Dio e in quanti soffrono scorgo il Signore che chiede il mio aiuto. Lo vedo nel malato, nel povero, nel disoccupato, nell’emarginato, nel migrante e nel rifugiato”
(da agenzie)
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Dicembre 24th, 2020 Riccardo Fucile
LA DONNA INVORIANA RITROVA IL FIGLIO DI 5 ANNI… UNA RAGAZZA SI E’ PRESA CURA DI LUI FINO AL RICONGIUNGIMENTO
Una splendida storia che si conclude con un abbraccio, dopo otto mesi di lontananza e le peripezie legata a una traversata del Mediterraneo con il sogno di un futuro diverso.
Protagonisti della vicenda una madre e il figlio di cinque anni, divisi nei momenti del viaggio e infine ricongiunti a Reggio Emilia, dopo mesi, grazie anche alla tenacia di una ragazza che aveva promesso alla donna di prendersi cura di lui finchè i due non si fossero ricongiunti.
La vicenda è stata raccontata dal Comune di Reggio Emilia.
A giugno, presso il Pronto soccorso dell’Arcispedale “Santa Maria” si presentano una ragazza e un bimbo di cinque anni, che dichiarano di provenire dalla Costa d’Avorio: si erano recati in ospedale perchè il piccolo non si sente bene.
Il bellissimo gesto di una ragazza
La ragazza dice prima di essere la madre, poi la zia del piccolo e, infine, racconta un’altra storia: il bambino non è suo parente, ma è il figlio di una donna che ha conosciuto durante il viaggio dalla Costa d’Avorio alla Tunisia, dove si sarebbero imbarcate per l’Italia. Durante la salita su un mezzo di fortuna, la madre sarebbe rimasta bloccata dalla folla non riuscendo a salire sullo stesso barcone su cui era invece salito il figlio affidato alla giovane con la promessa di non abbandonarlo fino al suo arrivo. Compiuta la traversata del Mediterraneo, dalla Sicilia la ragazza arriva a Reggio Emilia senza documenti, senza un luogo in cui essere ospitata e con un bambino non suo.
L’arrivo in Italia
I due, compiuti gli accertamenti sulla veridicità della vicenda, vengono affidati a una struttura utilizzata per l’accoglienza di mamme e bambini. Sbarcata in Italia ad agosto, la madre del piccolo viene ospitata presso un centro di accoglienza ad Agrigento, dove riesce a mettersi in contatto con la giovane amica.
Il lieto fine
Da questo momento inizia una serie di videochiamate in cui il piccolo e la madre mostrano chiaramente il loro affetto reciproco. Le istituzioni italiane si convincono della veridicità del loro rapporto familiare e permettono alla donna, dopo numerosi e complessi passaggi burocratici, di riabbracciare mercoledì il piccolo.
Cosa accadrà
Ora si dovrà attendere che il Tribunale si esprima sulla possibilità che mamma e figlio possano vivere insieme nel centro di accoglienza che ospita la donna. La giovane amica è stata accolta in un centro per richiedenti asilo, nel quale inizierà il proprio percorso personale.
(da Globalist)
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Dicembre 22nd, 2020 Riccardo Fucile
CERCAVA DI RENDERSI UTILE, ORA LA POSSIBILITA’ DI UN CONTRATTO VERO… UNA STORIA DRAMMATICA ALLE SPALLE
Kemo Darboe ha 40 anni e viene dal Gambia. In Italia ci è arrivato anni fa alla ricerca di un
futuro migliore. Approdato a Crotone, ha trovato nel supermercato di Via G.Da Fiore un punto di riferimento e ristoro.
Per anni ha continuato a fare l’elemosina davanti al punto vendita, poi ha iniziato a dare una mano come poteva nonostante non avesse un contratto di lavoro. Il proprietario del supermercato ha poi deciso di assumerlo. Non cerca pubblicità , dice, e ritiene di aver fatto un gesto normale “che non ha bisogno di essere strumentalizzato”.
Policastrese è proprietario di due supermercati a Crotone e ha offerto a Kemo un contratto a tempo determinato. “Poi si vedrà — ha spiegato -. Lo conosco da anni e quando mi ha chiesto aiuto gli ho offerto un contratto. Di certo non mi aspettavo questo riscontro o che mi venissero riconosciuti dei meriti particolari. Credo che sia un gesto normale. Nonostante la reticenza del commerciante, la notizia ha colpito diversi cittadini crotonesi. tra questi Pino Leonardi, che ha firmato una lettera indirizzata al sindaco Vincenzo Voce. L’obiettivo? Far ottenere un encomio alla famiglia Policastrese. Leonardi definisce il gambiano come uno dei “tanti invisibili arrivati in Italia con storie tristi e drammatiche alle spalle”.
La lettera si chiude con la proposta di riconoscere pubblicamente il commerciante che ha assunto il gambiano: “La mia modestissima proposta — scrive Leonardi — è un encomio da parte del Comune al signor Francesco per ciò che ha fatto per un ragazzo che altrimenti avrebbe continuato a vivere nella difficoltà , tra le ultime file ancora affollate di chi arriva nel nostro Paese e sopravvive di stenti”. Il commerciante continua a sostenere di non aver fatto nulla che valga un encomio pubblico. “Questo è un gesto come un altro, una cosa normale — racconta Policastrese — e soprattutto conosco Kemo da tanti anni. Lo avrei fatto per chiunque”.
La storia di Kemo
Il giovane Kemo ha ricominciato la sua vita da zero dopo tante peripezie. Dopo pochi mesi dal suo arrivo in Germania, aveva ottenuto il permesso per andare in Germania e ottenere il ricongiungimento con i suoi 3 figli che avrebbero dovuto lasciare il Gambia.
Li affida ad un’amica e al fratello di lei. Mentre prepara la procedura per riunirsi alla famiglia, già priva della mamma che era morta di parto, i bambini muoiono in un incidente stradale mentre viaggiavano su un bus in Gambia insieme ad altri bambini. Dopo la tragedia, il giovane ha deciso di non partire e di rimanere in Italia, dove con fatica ha cercato di ricominciare a vivere fino al contratto di lavoro.
(da Fanpage)
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Dicembre 18th, 2020 Riccardo Fucile
IL CORRISPETTIVO DI 25.000 EURO DEVOLUTO IN GENERI ALIMENTARI
I poliziotti del IX Reparto Mobile di Bari hanno deciso di acquistare beni da devolvere ai
più bisognosi, devolvendo i buoni pasto per un corrispettivo di oltre 25mila euro. Hanno donato generi alimentari ad associazioni, parrocchie e comunità locali impegnate sul territorio barese nel volontariato sociale ed umanitario.
I buoni pasto donati dagli agenti, pari a circa 4.500 pasti, sono stati convertiti in generi alimentari quali farina, pasta, caffè, passate di pomodoro e latte.
Il tutto grazie alla collaborazione della ditta LADISA Ristorazione Srl che cura la ristorazione della mensa del Centro Polifunzionale della Polizia di Stato del capoluogo pugliese.
Poi, nella mattinata odierna, è iniziata nel Centro Polifunzionale della Polizia di Stato di Bari la distribuzione dei cesti e dei beni alimentari a cura del servizio logistico del Reparto Mobile.
Si tratta di un gesto per rendere più sereno il periodo delle festività a coloro che ne hanno più bisogno. Coloro che si trovano in situazioni di indigenza sono aumentati nel corso del 2020, soprattutto dopo la crisi scatenata dalla pandemia di Covid-19. L’epidemia ha causato la cassa integrazione per tanti lavoratori e la chiusura di diverse attività private che non hanno resistito alle limitazioni imposte dalla seconda ondata di contagio.
Per questo motivo, le associazioni di volontariato hanno incrementato la loro azione su tutto il territorio nazionale, in particolare sulle città del Sud Italia, colpite a morte dalla crisi economica innescata dal lockdown.
Ad aiutare le associazioni anche le forze dell’ordine, che più di una volta si sono occupate di operazioni di tipo umanitario per famiglie sprovviste anche della spesa per arrivare alla fine della settimana corrente. Gli agenti hanno portato a casa delle famiglie interessate il necessario per la settimana e la cena.
(da Fanpage)
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Dicembre 13th, 2020 Riccardo Fucile
LA RAGAZZA HA 25 ANNI E HA SALVATO UN GIOVANE DI 35 ANNI IN STATO CONFUSIONALE… “PERCHE’ MI AIUTI, SONO UN IMMIGRATO”… “TI AIUTO PERCHE’ SIAMO TUTTI ESSERI UMANI”
“Non ci ho pensato troppo, è stato un gesto istintivo. Credo che chiunque, in quella situazione, avrebbe fatto lo stesso, anche chi a mente fredda dice di no”.
Racconta così Rachele al Corriere della Sera, l’avventura che l’ha coinvolta. La ragazza, 25 anni, ha salvato un uomo di 35 anni dalla morte. La storia è avvenuta a Mestre.
Giovedì sera, alle 20.30, è stata lei a salvare da un treno un uomo di 35 anni: l’ha raggiunto sui binari e l’ha convinto a spostarsi, proprio mentre la locomotiva correva loro incontro. Il convoglio li ha comunque colpiti, ma entrambi si sono salvati grazie al freno d’emergenza tirato dal macchinista e, ovviamente, alla presenza di spirito della ragazza.
La dinamica dell’incidente è chiara. La ragazza, scesa dal treno, ha notato un gruppo di persone impegnate a portare lontano dai binari un uomo in stato confusionale; ha aiutato anche lei, poi si è offerta di restare ad aspettare con lui l’ambulanza.
“L’ho convinto a sedersi a terra, poi ho cercato di ingannare il tempo parlandogli – spiega -. Lui ogni tanto mi guardava stupito e chiedeva come mai lo aiutassi, lui che è un immigrato. Gli ho risposto solo che erano discorsi senza senso, siamo tutti persone”.
Ma l’uomo non vuole saperne di allontanarsi dai binari.
“Poi, con la coda dell’occhio, ho visto il treno che arrivava e ho cercato di schivarlo, spostandomi di lato”. La locomotiva stava decelerando per fermarsi alla banchina, forse anche grazie al profilo di Rachele che svettava sulle rotaie il macchinista ha subito tirato la leva d’emergenza.
Il 35enne ha riportato gravi traumi alla testa e alla schiena, è stato ricoverato in rianimazione ma non è in pericolo di vita; la giovane è stata più fortunata: il colpo le ha causato una frattura alla tibia e sarà necessario un intervento di ricostruzione di parte della gamba, ma non è mai stata a rischio di vita.
(da agenzie)
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Dicembre 11th, 2020 Riccardo Fucile
I DATI SONO TERRIBILI, LE TIMIDE MISURE PRESE DAL GOVERNO HANNO SOLO RALLENTATO LA SECONDA ONDATA, MA SI PARLA SOLO DI COME FESTEGGIARE
Lo spunto viene da un ‘festante’ comunicato del Torino Airport: “Riprende forza la domanda di
viaggi aerei da e per Torino in vista delle Festività natalizie 2020. Dal 13 al 20 dicembre saranno operati 208 voli da e per Torino Airport: si tratta di 153 voli in più rispetto agli 8 giorni precedenti, pari a un aumento del +278%. Le compagnie aeree tornano dunque ad investire sullo scalo piemontese, confermando il clima di fiducia verso una concreta ripartenza del settore”.
Per carità , la notizia è positiva sotto certi punti di vista. Ma negativa su altri: siamo in piena pandemia, giorni fa abbiamo contato quasi mille morti in un giorno, oggi sfiorati i novecento, il dato più basso è stato di 499 morti
Abbiamo ‘macinato’ circa 4-5 mila morti a settimana e le timidissime misure prese dal governo hanno rallentato di pochissimo la diffusione del virus con un indice tamponi/positivi che sta al 10% ed è molto alto.
Eppure nessuno si è fermato a chiedersi: come mai ogni giorno ci sono centinaia di morti come nei peggiori giorni della prima ondata e nessuno sembra più interessarsene?
Come mai i bollettini quotidianamente danno conto di una vera e propria strage e quasi nessuno si ferma a chiedersi come sia potuto accadere (per non farlo più) ma le uniche preoccupazioni sono gli spostamenti di Natale, lo shopping ed è stato perfino necessario alzare la voce per opporsi alla riapertura degli impianti di sci?
Il dato che imbarazza e lascia sbalorditi è che in questi giorni non ci sia da parte dell’opinione pubblica una forte richiesta di maggiore sicurezza e di norme stringenti ma, al contrario, qualsiasi restrizione viene vissuta non come una protezione ma come una limitazione.
Eppure, come già avvenne la scorsa estate, molte ‘Cassandre’ (ossia quelli che predicono il futuro ma non vengono creduti) che sono numerosi studiosi ipotizzano la ‘tempesta perfetta’ nel combinato disposto di restrizioni leggere, feste di Natale, voglia di evadere, inverno che favorisce i contagi e medicina territoriale che al momento è ancora inefficiente come lo era a marzo.
I loro avvertimenti sono vissuti con fastidio perchè si deve parlare solo di Natale, di shopping, cenoni, veglioni o dei vaccini che arriveranno ma ancora non sono arrivati e, quindi, nel frattempo si muore.
Tra 15 giorni è Natale, poi Santo Stefano, Capodanno e in fine l’Epifania. Tra Natale e la Befana ci saranno due settimane intense.
C’è da sperare che qualcuno pensi ai morti di questi giorni che non vedranno il nuovo anno, a circa 65 mila famiglie senza un padre, una madre, un nonno e faccia il meglio per evitare che tanti altri non arrivino vivi a gennaio o in tempo per avere il vaccino.
Se è vero che è triste un paese che ha bisogno di eroi, è orribile un paese che trasforma gli eroi di ieri – medici e infermieri – nei reietti di oggi e che di fronte a migliaia di morti a settimana sostituisce la pietà con l’indifferenza.
(da agenzie)
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Dicembre 10th, 2020 Riccardo Fucile
IL MESSAGGIO DI FEDERICA CAPPPELLETTI PER IL MARITO SCOMPARSO
“Non ci sarà mai nessuno come te, unico, speciale, dopo te il niente assoluto…”: è l’addio a Paolo
Rossi postato su Facebook dalla moglie, la giornalista perugina Federica Cappelletti.
Parole seguite da un cuore, con sotto una foto del marito e delle loro due figlie. Tutti di spalle.
Paolo Rossi, scomparso nella notte all’età di 64 anni, aveva tra l’altro militato nel Perugia nella stagione 1979-1980. E’ stata Cappelletti a dare la notizia della morte del marito, con una foto su Instagram che li ritraeva insieme, accompagnata dalla didascalia: “Per sempre”.
I due si erano conosciuti nell’estate del 2008, per poi sposarsi nel luglio del 2010. Dalla loro unione sono nate due bambine, Maria Vittoria, di 10 anni, e Sofia Elena, di otto. Negli scorsi mesi avevano rinnovato la loro promessa di matrimonio.
“Per me lui non è il calciatore, il personaggio, ma l’uomo che mi fa trovare i bigliettini disseminati per casa e scrive lettere d’amore. Un giorno mi ha detto: ‘Io nella vita ho avuto tantissimo, adesso lo voglio dare a te’”, aveva raccontato in un’intervista.
(da “Huffingtonpost”)
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