Novembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile
L’ENNESIMA POLEMICA PRETESTUOSA NON VEDE TUTTI D’ACCORDO TRA I FAUTORI DEL NO
L’approccio, come sempre, è cattedratico. Ma il messaggio, mai come questa volta, è politico.
Il comitato del No, quello dei professori, annuncia che potrebbe presentare ricorso se al referendum del 4 dicembre i Sì dovessero prevalere grazie al voto degli italiani all’estero.
Mediaticamente un ordigno, seppure in punta di diritto, che contribuisce a quel clima ‘senza esclusione di colpi’ degli ultimi giorni.
Il ricorso si fonderebbe sulla incostituzionalità della legge che regola il voto degli italiani all’estero.
Secondo Alessandro Pace, presidente del comitato, “la Costituzione all’articolo 48 dice che il voto è personale, libero e segreto. Così com’è strutturato quello degli italiani all’estero non dà garanzia di segretezza: di fatto ti arriva una busta, senza nemmeno raccomandata, l’elettore apre firma sì o no e la rimanda”.
Il rischio, è il ragionamento, è che la missiva finisca in mani altrui o, peggio, in quelle di “capibastone” della criminalità .
Se dovesse essere valido questo ragionamento dovrebbero essere annullate anche le elezioni negli Stati Uniti, visto che oltre 20 milioni di americani hanno votato per corrispondenza, per non parlare degli altri Paesi europei.
Domani una delegazione sarà ricevuta dal ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni. “Presenteremo tutte le ragioni — racconta Alfiero Grandi, vice presidente del Comitato – che ci spingono a pensare che ci sono dei rischi, d’altra parte sono ancora in tempo per rimediare. Quanto meno è legittimo chiedere che vi sia attenzione”.
In questa ultima frase emerge la pretestuosità della polemica, anche perchè se si è a conoscenza di irregolarità , basta andare a palazzo di Giustizia.
Tra gli aderenti al comitato non tutti condividono la scelta di finire a carte bollate. Peraltro, c’è anche un rischio pratico: ossia che la situazione si rovesci e siano i no a vincere solo grazie al voto dei connazionali residenti fuori.
E in quel caso si fa finta di nulla e la votazione sarebbe regolare?
Sintomo chiaro di polemica preventiva e nervosismo diffuso.
(da agenzie)
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Novembre 21st, 2016 Riccardo Fucile
COSA CAMBIA REALMENTE CON LA NORMA CHE DA’ PIU’ POTERE ALLO STATO CENTRALE E NE TOGLIE ALLE REGIONI
Beppe Grillo sul blog ha lanciato l’ennesimo allarme su cosa potrebbe succedere in Italia se vincesse
il Sì al referendum costituzionale e di conseguenza se la riforma Renzi Boschi venisse approvata.
Questa volta tocca alla parte della riforma che va a modificare il Titolo V della Costituzione, ovvero quella parte che regola i rapporti tra Stato ed Enti Locali (Comuni e Regioni) che era già stata modificata dalla riforma costituzionale del 2001.
Quella del Titolo V della Costituzione è una riforma che va in larga parte a modificare quanto stabilito dalla riforma del 2001 (anche quella riforma costituzionale fu sottoposta a referendum confermativo) che aveva di fatto istituito una forma piuttosto precaria di federalismo concedendo ampie fette di autonomia alle Regioni.
Il periodo in fondo era ancora quello in cui la Lega Nord di Umberto Bossi sognava ad occhi aperti l’indipendenza della Padania ed in parte l’intento era quello di disinnescare le pretese secessioniste della Lega.
Quindici anni dopo la storia politica italiana è cambiata di nuovo, e dal momento che nemmeno per la Lega di Matteo Salvini la secessione è un obiettivo prioritario il federalismo non è più un aspetto così interessante dal punto di vista politico.
In cambio — per così dire — di un accentramento di poteri e competenze le Regioni ottengono il nuovo Senato delle autonomie, dove i rappresentati dei vari Consigli regionali avranno la possibilità di intervenire (seppure in misura molto ridotta) sull’iter legislativo parlamentare e che dovrebbe fungere nelle intenzioni da organo di raccordo tra Governo (e Stato Centrale) ed Enti Locali.
I contrari alla riforma lamentano però che manca l’indicazione del cosiddetto mandato imperativo (su modello tedesco) che vincola i senatori a votare in accordo con le necessità dei territori che li esprimono (di fatto i Senatori continuano a rappresentare la Nazione e non una singola Regione).
Ma non è solo il contesto storico e politico ad essere mutato dal 2001 ad oggi: l’idea di federalismo concepita da quella riforma costituzionale ha provocato numerosi conflitti di competenze tra Stato e Regioni che sono stati sollevati dinnanzi alla Corte Costituzionale.
Ora, c’è chi dice — i sostenitori del Sì — che la riforma farà diminuire i contenziosi tra Stato ed Enti Locali perchè stabilirà in modo chiaro chi può fare cosa.
I sostenitori del No ribattono invece che i contenziosi andrebbero diminuendo lo stesso in maniera fisiologica poichè in quindici anni ormai la Corte ha già prodotto una cospicua giurisprudenza in materia e che quindi gran parte dei conflitti di competenze sono già stati presi in esame.
Viceversa con la nuova riforma si assisterà ad un’impennata dei ricorsi presso la Corte.
Come verrà usata la clausola di supremazia
Il punto del contendere è la legislazione concorrente, ovvero quegli ambiti del governo del territorio dove le competenze di Stato e Regioni si sovrappongono.
In teoria la riforma costituzionale 2016 mira ad eliminare la legislazione concorrente creando delle aree di competenza esclusiva dello Stato e altre invece che sono materia esclusiva delle Regioni (ad eccezione però delle Regioni a Statuto Speciale che invece mantengono inalterata la loro quota di autonomia, con tutti i problemi del caso che potrebbero presentarsi in futuro).
C’è da rilevare che le nuove materie di competenza regionale potrebbero essere oggetto di contenzioso, quindi si tornerebbe ad una situazione analoga (bisognerà vedere poi quanto) alla attuale per quanto riguarda i conflitti di attribuzione.
Viene inoltre introdotta la clausola di supremazia in base alla quale con una legge dello Stato il Governo può richiamare a sè una delle competenze affidate alle Regioni se viene ravvisata l’esistenza di un interesse pubblico generale in quell’ambito, come recita l’articolo 117 riformato: «quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale».
Questo è il punto più spinoso della riforma del Titolo V, in primo luogo perchè il chiaro intento centralizzatore della riforma non piace a molte Regioni, in secondo luogo perchè — dicono i sostenitori del No — una Regione potrebbe ricorrere alla Corte Costituzionale qualora non ravvisasse l’esistenza di un “interesse generale”.
Sulla riforma del Titolo V i due schieramenti hanno visioni diametralmente opposte: da un lato c’è chi sostiene che va a correggere alcuni effetti nefasti del federalismo istituito nel 2001, dall’altra invece chi è convinto che questo accentramento di potere comporti non solo una cessione di competenze da parte delle Regioni ma di fatto anche un esproprio di altro tipo.
Tutti sono d’accordo su una cosa: la riforma toglierà potere alle Regioni e ne darà di più allo Stato Centrale (il che non essendo l’Italia una Repubblica Federale non è proprio un grande scandalo, costituzionalmente parlando).
Le materie di competenza esclusiva dello Stato sono infatti ventuno — tra cui la “produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia”, le “infrastrutture strategiche e grandi reti di trasporto”, i “porti e aeroporti civili”, la “tutela e valorizzazione dei beni culturali e paesaggistici”, l’“ambiente ed eco-sistema” — e di competenza delle Regioni ne rimangono invece soltanto otto.
Ma è proprio sulla clausola di supremazia che si innesta il discorso di Grillo: lo Stato ora potrà svendere gli asset statali, privatizzando acqua luce e gas.
Si tratta però di un’ipotesi formulata nel 2013 dall’allora Ministro dell’Economia Fabrizio Saccomanni che fu poi smentito (o meglio “rettificato” dal Tesoro).
Anche su questa possibilità però non è dato di sapere in che modo la riforma aiuterà le privatizzazioni (che in passato sono già state fatte) o la vendita di alcune aziende statali (come è stato fatto già in passato).
Si sa che la Renzi-Boschi prevede che il Senato — sempre per la storia che rappresenta le Regioni — ha la possibilità di intervenire (in maniera assai debole) su alcune questioni e soprattutto non è dato di sapere se la clausola di supremazia verrà applicata per risolvere contenziosi “eccezionali” oppure semplicemente per ribadire l’autorità dello Stato Centrale sulle Regione.
Immagino che sarà compito di ogni Governo (ed eventualmente della Corte Costituzionale) decidere entro quali limiti muoversi.
Dire che automaticamente il patrimonio statale verrebbe svenduto se passasse la riforma non ha però molto senso, almeno dal punto di vista economico (ovvero di chi vende). E del resto lo dice lo stesso Grillo sul blog
È chiaro che le utilities sono già ora disciplinate con criteri comunitari, che vanno tutti in direzione di una “privatizzazione”, contro le gestioni “in house”, mentre la regolazione delle tariffe è gestita dalle authority. Ma coi poteri assicurati in tali materie allo Stato centrale dalla riforma, il Governo può agire sui criteri di regolazione (assetti societari, legislazione tariffaria) con uno spazio più agevole per procedimenti legislativi e amministrativi.
Ovvero acqua, luce e gas sono già regolamentate secondo criteri che esulano dalle competenze di Regioni e Comuni, secondo alcune direttive emanate dalla Commissione Europea.
L’allarme specifico relativo alla riforma sembra essere ridimensionato dallo stesso leader del MoVimento, che dopo il titolo ad effetto corregge il tiro.
Sullo sfondo rimangono ovviamente gli interessi privati dei vari fondi d’investimento, ma se la clausola di supremazia (dato per scontato che nessuno sa come verrà applicata nel concreto) è necessaria per la tutela “dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale” bisognerà dimostrare la sussistenza di questo interesse.
Inoltre è alquanto difficile far passare una cessione di un ente statale (vengono citate ENI e Finmeccanica che non risultano essere di competenza regionale nemmeno ora) come conseguenza della riforma costituzionale del Titolo V.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 21st, 2016 Riccardo Fucile
IL MAXI PIANO PER PRENDERSI LE CASE DEGLI ITALIANI E’ SOLO UNA MAXI-BALLA… LA SMENTITA UFFICIALE DEL VIMINALE
Il Giornale apre raccontando di un piano del Viminale per espropriare hotel e seconde case sfitte nei Comuni che si rifiutano di accogliere immigrati: secondo il quotidiano il presunto piano è pronto ma è rimandato a dopo il voto perchè impopolare.
«Fino al referendum — manco a dirlo — non si muoverà foglia. Poi dal Viminale arriverà il via libera alle requisizioni, finora più uno spauracchio per i comuni poco «accoglienti» con i migranti che una misura realmente applicata.
Solo due strutture ricettive — una a Goro e una in provincia di Verona — sono state requisite finora per far fronte all’emergenza immigrazione, anche se la legge che le autorizza risale addirittura all’Ottocento.
E le due sole strutture, tra proteste e trattative tra Viminale e sindaci, sono al momento ancora in attesa di accogliere materialmente gli ospiti stranieri per i quali erano state requisite».
Secondo il quotidiano, che ovviamente non cita alcuna fonte a sostegno della propria tesi, dopo il referendum e qualunque ne sia l’esito «scatteranno le requisizioni delle seconde case sfitte».
In caso di adesione volontaria la sistemazione prevede l’erogazione di 35 euro per il mantenimento di ogni singolo immigrato al quale vengono dati 2,50 euro al giorno. Chi si vedesse requisito il proprio immobile avrebbe diritto ad un indennizzo da quantificare. In più occasioni è stata ipotizzata la requisizione non soltanto di alberghi ma anche di seconde case sfitte, garantendo ovviamente un rimborso. Il governo non ha escluso l’extrema ratio della requisizione delle case sfitte prevedendo di rimborsare i proprietari grazie allo stanziamento della Ue che prevede 10.000 euro per migrante “ricollocato”. Se l’indennizzo offerto dallo Stato possa essere considerato soddisfacente è questione aperta.
Ma il Giornale omette di segnalare che la requisizione, possibile in teoria (oltre che, appunto, configurata come provvedimento temporaneo (a differenza dell’esproprio) che deve avere necessariamente una fine, un compenso per il proprietario dell’immobile e l’impegno a riconsegnare il bene nello stesso stato in cui si è trovato), è l’ultima soluzione che il ministero dell’Interno ha nel caso che le altre soluzioni individuate finora siano improponibili.
C’è poi da segnalare che il rapporto sulla protezione internazionale pubblicato il 16 novembre da Anci, Cittalia, Fondazione migrantes e Servizio centrale Sprar ha spiegatoc he su ottomila comuni italiani solo 2600 hanno accolto i migranti, cioè un comune su quattro.
Il 10 agosto 2016 il ministero dell’interno ha approvato un decreto per potenziare il sistema ordinario di accoglienza chiamato Sprar proprio per limitare il ricorso all’accoglienza di emergenza dei Cas.
Lo Sprar, infatti, permette una maggiore trasparenza e rendicontazione delle spese e risponde a linee guida nazionali che il sistema di accoglienza straordinario non è tenuto a seguire.
Oltre 13 mila sono nei centri di prima accoglienza, poco più di 22 mila nel sistema Sprar. Gli altri sono sistemati nelle strutture temporanee dove vengono forniti vitto, alloggio, assistenza sanitaria.
I servizi sono assicurati dai gestori che hanno vinto le gare d’appalto, oppure da chi ha dimostrato di avere i requisiti ed è stato inserito nelle liste delle prefetture che – a ogni sbarco – devono provvedere allo smistamento dei migranti.
Qual è poi la posizione ufficiale del governo sul tema?
«Le requisizioni — ripete il ministro Alfano da qualche settimana, dopo il caso di un agriturismo requisito in provincia di Rovigo, possono essere una extrema ratio. Ma restano una extrema ratio».
C’è poi il Fondo di riconoscenza, ovvero 100 milioni di euro che il governo ha stanziato con la legge di Stabilità .
«Un Bonus Gratitudine di 500 euro a migrante per i Comuni che ci hanno aiutato in questa sfida», lo aveva presentato Alfano.
Ne possono beneficiare i 2600 Comuni (su 8000) che hanno aperto all’accoglienza dei profughi. Il Friuli Venezia Giulia, per dire, ha già fatto qualche conto: sono in arrivo 2,8 milioni di euro per 5.565 migranti ospitati.
Non si capisce quindi perchè da una parte il quotidiano asserisca che questo famoso piano di esproprio verrà messo in funzione qualunque sia l’esito del referendum (anche se il governo cade, quindi?) e insieme ospiti alla fine dell’articolo le dichiarazioni del senatore Maurizio Gasparri (tu guarda il caso) che invita a votare No per sventarlo:
«Il rinvio a dopo la consultazione- prosegue infatti il senatore azzurro — è dovuto ovviamente al tentativo di non suscitare reazioni: chiediamo di far luce su questa intenzione abietta del governo».
Ora il piano, che il Viminale difficilmente confermerà prima del 4 dicembre,può entrare nella contesa referendaria, almeno per i comitati del «no». «Questo maxi piano — conclude Gasparri- va sventato trasformando il referendum in un’occasione per difendere la proprietà privata»
Insomma, delle due l’una: o l’esito del referendum non conta (e quindi è inutile votare per favorire o sfavorire il piano) oppure conta ma allora l’articolo si autosmentisce da solo. L’unica cosa sicuramente vera è che c’è chi sta utilizzando l’argomento profughi e strutture ricettive per fare campagna elettorale per il referendum.
Arriva a stretto giro la smentita del ministero dell’Interno: “Non esiste nessun piano sulle requisizioni, ne’ segreto ne’ ufficiale, ne’ prima del referendum ne’ dopo il referendum, ne’ un piano ‘Alfano’ ne’ un piano ‘Viminale’. Gli articoli che ieri e oggi parlano di questo, non hanno alcun fondamento nella realta’”.
Cosi’, in una nota, l’ufficio stampa del Viminale chiude l’ennesima bufala.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 21st, 2016 Riccardo Fucile
SE QUESTA E’ UNA CLASSE DIRIGENTE… LE DICHIARAZIONI CATASTROFISTE DEI POLITICI NEL CASO VINCA IL NO E NEL CASO VINCA IL SI’
Se vince il No
Sarà il caos (Luigi Zanda, Pd).
Avremo una coalizione di governo che vede insieme grillini, leghisti e comunisti (Gianfranco Librandi, Civici e innovatori).
Torniamo a essere una vera democrazia (Silvio Berlusconi, FI).
Sarà un po’ come la Brexit (Dario Franceschini, ministro).
Il paese sarà in balia di speculatori finanziari (Dario Nardella).
Lo Stato potrebbe estendere la ricerca di petrolio ovunque (Michele Emiliano, governatore della Puglia).
Avremo Virginia Raggi sindaco d’Italia (Pier Ferdinando Casini, Area popolare).
Il nostro paese sarà ingovernabile per decenni (Dario Franceschini).
Non si ridurranno mai più i costi della politica (Matteo Renzi).
Gli italiani che sono andati via torneranno in Italia (Luigi Di Maio).
Torniamo alla casta (Matteo Renzi).
Sarà un Natale con la casta (Comitato Bastaunsì).
Avremo un sistema che non riesce a decidere, e lì c’è il rischio autoritario (Maria Elena Boschi).
Avrà una funzione educativa e farà crescere il paese (Gianna Fracassi, Cgil).
Si metterà in sicurezza il paese (Lorenzo Cesa, Udc).
Avremo la democrazia del vuoto di potere (Dario Nardella).
Siamo cool e vincenti, come Bob Dylan (Carlo Sibilia, M5s).
Non avremo voce nei grandi vertici internazionali (Matteo Renzi).
Torniamo alla bicamerale D’Alema (Matteo Renzi).
Non diventeremo schiavi del sistema più infame, schiavi di Bruxelles, di Francoforte e di Berlino (Matteo Salvini, Lega).
Non verrà fuori un nostro Erdogan (Lorenzo Cesa).
Tornano i dinosauri della politica (Dario Nardella).
Gli amici di Renzi – JP Morgan in primis con il loro consulente Tony Blair – ci rimettono un sacco di soldi (Renato Brunetta, FI).
Vince l’Italia del rancore e dell’odio, l’italietta senza credibilità che si rassegna senza combattere (Simona Vicari, sottosegretario).
Nell’Unione europea non ci fila più nessuno (Matteo Renzi).
Lascio la politica (Alberto Baccini, sindaco di Porcari, Lucca).
Se vince il Sì
È caos (Stefano Parisi, FI).
Si soddisfano le esigenze di lobby occulte anche criminali (Antonio Ingroia, Azione civile)
La politica manterrà le sue promesse (Ettore Rosato, Pd).
L’Italia aiuta le sue imprese (Paolo Gentiloni, ministro).
Migliora anche la mia città (Dario Nardella, sindaco di Firenze).
Si ridà un futuro al Sud (Stefania Covello, Pd).
Si aprono le porte alle grandi speculazioni straniere (Danilo Toninelli, M5s).
Si va contro i sardi (Ugo Cappellacci, FI).
Ci sarà un fondo di 500 milioni per le nuove povertà (Matteo Renzi, premier).
Si rischia di tornare al ventennio fascista (Roberto Calderoli, Lega).
La sanità non può che migliorare (Beatrice Lorenzin, ministro). Daremo ai malati di cancro cure migliori (Maria Elena Boschi, ministro).
Le conseguenze ambientali sarebbero gravi (Angelo Bonelli, Verdi).
Vuol dire tagliare gli stipendi di lusso (Matteo Renzi).
Si attua il Piano rinascita di Licio Gelli (Beppe Grillo, M5s).
Il voto degli italiani all’estero sarà più rilevante (Fabio Porta, Pd).
Il nuovo Senato bloccherà i provvedimenti dei cinque stelle (Luigi Di Maio, M5s). Questo clima può trasformarsi in violenza (Danilo Toninelli).
L’economia andrà meglio e ci sarà più lavoro (Pier Carlo Padoan, ministro).
La democrazia è in pericolo (Luigi De Magistris, sindaco di Napoli).
Nascerebbe il Pdr, il partito di Renzi (Massimo D’Alema, Pd).
Si mandano a casa i dinosauri della politica (Dario Nardella).
In costituzione ci sarà l’equilibrio di genere (Maria Elena Boschi).
Assistiamo a un colpo di Stato (Roberto Calderoli).
È finita la stagione degli inciuci (Matteo Renzi).
Farà con meno violenza, meno arresti, meno morti, quello che han già fatto Mussolini, Franco, Salazar, Ceausescu, Erdogan (Maurizio Bianconi, Conservatori e riformisti). L’Italia sarà più simile all’Ungheria (Ferdinando Imposimato)
(da “La Stampa”)
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Novembre 21st, 2016 Riccardo Fucile
“SE TORNANO PROPORZIONALE E PREFERENZE CON MATTEO E SILVIO MI SPARO E BUONANOTTE”
“Questo referendum non mi piace, per riformare la Costituzione avrei voluto una nuova assemblea costituente su base proporzionale. Non è sufficiente dire che, siccome Berlusconi si è sfilato a metà via, non era più necessario cercare il consenso”. Premesso questo, “conservo una posizione terza. Sicuramente andrò a votare, ma magari farò scheda bianca, anche l’astensione ha un suo profilo politico”.
Michele Santoro non chiarisce fino in fondo come voterà il 4 dicembre, ma in un’intervista a Libero chiarisce il suo pensiero sull’attualità politica, sulla televisione, sulla Rai e sulla sua ultima fatica, quel “Robinù” che arriva nelle sale il 6-7 dicembre e racconta i baby-camorristi.
Dopo il voto, “se vince il Sì, Renzi si rafforza e conosciamo tutti il modo in cui affronta i problemi”, anche se “non sono d’accordo con chi lo accusa di fare solo una politica votata alla ricerca del consenso. Io penso ce la metta tutta”, ma “non basta”. Se vince il No, invece, dal punto di vista economico “le conseguenze negative sono ovvie”, perchè “noi non siamo gli Usa, tanto solidi da potersi permettere Trump, e non siamo neppure la Gran Bretagna, che forse riuscirà ad assorbire perfino la Brexit. Noi siamo l’anello debole d’Europa”.
Se vince il No, inoltre dal punto di vista politico “lo scenario diventa molto più confuso”.
Michele Santoro ha un incubo: se si torna al Patto del Nazareno fra Renzi e Berlusconi, al sistema elettorale proporzionale con le preferenze “io mi sparo e buonanotte – dice il giornalista – Ho sempre combattuto proporzionale e preferenze perchè per me agevolavano la mafia”.
Santoro critica Pier Luigi Bersani perchè “trovo ipocrita la sua bonomia” quando dice che se vince il No non accade nulla, “è insopportabile”.
Critica Massimo D’Alema per cui “ormai è più facile avere successo come vignaiolo che come politico”.
Entrambi “sono ciechi: non capiscono che la crisi che ha investito le socialdemocrazie è senza ritorno”.
Oggi la nuova via è “la partecipazione dei cittadini”, la gestione politica verticale è “il limite di Matteo Renzi e se perderà perderà per questo. E mi dispiacerà , perchè come dice Berlusconi, Renzi è l’unico leader che l’Italia ha”.
Un limite è anche “tenere il Paese ostaggio del referendum per mesi” aprendo un “uno contro tutti”, che “è straordinario dal punto di vista energetico. Però un leader deve anche governare un gruppo dirigente e un partito con varie anime”.
Capitolo Berlusconi.
“Non l’ha ammazzato nessuno – afferma Santoro – ha 80 anni e ancora rompe le scatole. Gli auguro lunga vita, umanamente mi è sempre stato simpatico. E credo che la cosa sia reciproca … ma bisogna stare attenti, lui è capace di ammazzarti mentre ti sorride”. Quanto al futuro, “lui sogna di essere riabilitato prima dalla giustizia europea e poi dal premier. A quel punto potrebbe addirittura passare il testimone, ma solo a Renzi, beninteso”.
Capitolo Grillo.
Secondo Michele Santoro, molta delle responsabilità dell’ascesa del Movimento 5 Stelle è della sinistra di Bersani. “Caduto Berlusconi nel 2011, Bersani perde tempo e anzichè opporsi a Napolitano e chiedergli di portare l’Italia al voto, acconsente al governo dei tecnici e dell’idraulico Monti”, con il risultato che tutti hanno “lavorato per Grillo” lanciando M5S, fino ad allora “movimento di protesta residuale”.
Capitolo televisione.
“La Rai deve essere una forza che traina gli altri; per questo c’è il servizio pubblico, per fare quello che gli altri non fanno”. Bisogna darla “ai più capaci e tornare a fare progetti”, altrimenti “tanto vale privatizzarla”.
Servono autori veri, “quella degli autori è la qualifica più abusata della tv. Ormai sono in centinaia a definirsi tali, ma per me sono come i parcheggiatori abusivi, gestiscono spazi per i quali non hanno le carte in regola”.
La questione centrale, secondo Santoro, è “ricostruire la seconda serata: Chiambretti, Arbore, Lerner, Minoli, siamo tutti nati là . Era un laboratorio”.
Ma mancano i soldi ” e così ci siamo ridotti a tre ore che alternano Bersani e le feci dei cani, senza volerli accomunare con questo esempio. L’unica via per uscirne -dice ancora Santoro – sarebbe concentrare il meglio delle professionalità in prima serata e dedicare la seconda alla creazione di nuove risorse, puntando sul disordine creativo”.
Ed ancora. Antonio Campo Dall’Orto? “È persona colta e sensibile, ma il problema è che non è dotato di una macchina operativa”. Daria Bignardi? “La rete regge e perfino migliora, ma paga l’insuccesso di Politics”. Politics? “Un flop annunciato”. Giovanni Floris? “Meriterebbe di più”. Lilli Gruber: “È brava, è breve, viene dopo il tg ma in anticipo sulla prima serata e ha contro dei format vecchi”. Bianca Berlinguer? “Non si può parlare di editto bulgaro per lei, le hanno dato un programma con carta bianca”, dovevano collaborare in un nuovo progetto, ma “lavorare con me non è facile. Non sono uno che si limita a dare consigli e inevitabilmente chi vuol fare il direttore preferisce sentire il programa come figlio suo e andare avanti da solo; così ho liberato Bianca dalla mia presenza”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 21st, 2016 Riccardo Fucile
UNA BATTAGLIA ESAGERATA DA ENTRAMBE LE PARTI… CHE NON RIGUARDA PIU’ L’ITALIA MA SOLO I DESTINI DI CHI LA CONDUCE…E DOPO SARA’ TUTTO DA RICOSTRUIRE
«Questa regola non contiene la totalità di ciò che è giusto». L’avessero fatta propria, la clausola
finale della regola dettata da San Romualdo ai monaci di Camaldoli nel 1025, i profeti del Sì e gli apostoli del No non si troverebbero in questa situazione.
A due settimane dal voto che tremare-il-mondo-fa del 4 dicembre, l’ultima foto scattata dai sondaggi prima del divieto di pubblicazione ritrae il No in vantaggio sul Sì, un quarto di indecisi e un’affluenza di votanti prevista di poco più della metà . Certo: numeri destinati a essere rimescolati nei prossimi quattordici giorni in cui si moltiplicheranno gli appelli al voto a italiani all’estero, poliziotti, insegnanti, coltivatori diretti, artigiani, imprenditori, notai, tassisti, artisti, poeti, navigatori, trasmigratori…
Ma si può fin da ora registrare più saturazione che partecipazione.
La «maggioranza silenziosa», l’ha chiamata Matteo Renzi, in modo maldestro perchè da Richard Nixon al deputato piduista Massimo De Carolis l’espressione ha sempre definito quella parte di elettorato legge e ordine che si fa vivo solo il giorno del voto per poi tornare a inabissarsi: l’opposto del coinvolgimento in un’impresa collettiva, la vita activa di Hannah Arendt.
Ma Renzi, involontariamente, ha colto il punto.
Perchè non può essere considerata una maggioranza silenziosa quella che ha eletto Donald Trump in America, era al contrario una minoranza rumorosissima, se solo avesse trovato orecchie pronte ad ascoltare e non foderate di pregiudizio tra i liberal, i sondaggisti, la stampa.
Mentre qui in Italia, il referendum divide e lacera in modo drammatico il Palazzo e i partiti, ma a questo clima apocalittico corrisponde il crescente distacco con cui la maggior parte degli italiani, anche quelli che voteranno sì o che voteranno no, seguono lo scontro tra l’opposta retorica della riforma risolutiva (basta un sì? magari…) e della deriva autoritaria.
Un sentimento ben raccontato e rappresentato da Roberto Saviano su l’Espresso : «Tutto il rumore che si sta facendo è un modo per occupare posizioni in quella che è una personalissima lotta per il raggiungimento di un personalissimo potere. Non mi saranno amici i signori del sì e non mi saranno amici i signori del no se dico che questo risiko per recuperare una percentuale minima di consenso è il peggior servizio che si sta facendo all’Italia. Un danno del quale non voglio essere complice. Non mi chiamate in sostegno, questo referendum è solo affar vostro, per questo referendum, io non ci sono».
Qualcosa di simile ha detto Romano Prodi: «Il grande evento ormai si è consumato. Le altre sono realtà più piccole», ha ridimensionato il Professore dopo la vittoria di Trump.
Il rumore del Palazzo. E il silenzio della società .
«Quella degli ultimi anni è un’Italia esagerata», ha detto un monumento vivente, l’ex portierone della Nazionale Dino Zoff. La campagna per il voto referendario è lo specchio di questa esagerazione, senza misura e limite. Interminabile, eccessiva, sproporzionata, spudorata.
Trasformata in una guerra di religione, con i suoi condottieri, i dottori della legge, i teologi, gli inquisitori, i gesuiti euclidei, i professori armati di catechismi con apposite formulette, senza possibilità di perdono in caso di deviazione dalla retta via.
Tifoseria contro tifoseria, setta contro setta, predisposte a escludere più che a includere, fuori di noi nessuna salvezza: l’inferno dell’instabilità , per i seguaci del Sì, o della dittatura strisciante, per i messaggeri del No.
E più si avvicina l’ora della verità , più si percepisce il quasi-falso, l’artefatto, il taroccato: come quei marchi che ricordano il modello originale ma lo tradiscono. Taroccato il quesito, sventolato dal premier negli studi tv, taroccato il futuro Senato, una simil-Camera alta acquistabile a prezzi stracciati al mercatino, taroccata, forse, l’intera riforma.
Ma taroccato, anche, il pericolo della svolta totalitaria, fasullo il rischio dell’uomo-forte che sarebbe, al più, un simil-Erdogan.
Si parte da un’esigenza giusta, il cambiamento, o da una legittima preoccupazione, il timore di smantellare la Costituzione.
Ma subito dopo arriva la propaganda, l’urlo sui social che non lascia scampo al pensiero critico.
All’osso: il sì vincerà se Renzi riuscirà a far passare che la riforma taglia stipendi e poltrone, con gli argomenti dell’anti-politica, di Grillo (e di Trump), non per le raffinatezze costituzionali sulla fine del bicameralismo paritario.
E il no vincerà se prevarrà l’idea di rovesciare il premier con un voto su altra materia, argomento iper-politico, da manovratori di Palazzo, più alla D’Alema che da 5 Stelle. Schemi rudimentali, che di profondo smuovono solo il rancore.
Nulla di paragonabile a quanto accaduto in altri momenti della storia repubblicana: il referendum tra la repubblica e la monarchia di settant’anni fa, vero passaggio cruciale, gestito dalla nuova classe politica anti-fascista, i democristiani, i comunisti con l’intento di ricucire la lacerazione dolorosa tra una metà del Paese e l’altra.
Oppure il referendum sul divorzio del 1974, in cui gli elettori si dimostrarono più maturi e avanzati dei dirigenti di partito.
E i referendum di Mario Segni di inizio anni Novanta, soprattutto il primo del 1991, che sprigionarono energie e passioni più ampie dell’oggetto della consultazione (la modesta abolizione della preferenza multipla).
Fu una rivolta dei cittadini contro un sistema partitico sclerotico come la nomenclatura sovietica che si era espresso per far fallire quel voto.
Quell’onda di entusiasmo è un lontano ricordo.
Il referendum 2016 registra il derby tra i costituzionalisti, gli ex presidenti della Corte costituzionale, i giornalisti, schierati di qua o di là .
E scarsissima mobilitazione sui territori, nei quartieri, nelle città . Responsabilità di Renzi che non ha saputo, nonostante l’occupazione mediatica, dare l’idea di un gioco nuovo. E di chi, contrastandolo, si è barricato sul terreno della più cocciuta conservazione.
Nel merito il referendum è la risposta a una domanda decisiva trent’anni fa, quando il Parlamento era il cuore del sistema e riformare il bicameralismo significava davvero accelerare le decisioni.
Mentre oggi vuol dire tagliare la mano quando già è stato amputato il braccio: le assemblee legislative contano poco in Europa e pochissimo in Italia, il pendolo del potere si è spostato sull’esecutivo, il governo. Ma di questo la riforma non parla. Appunto.
Così sul referendum si combattono altre battaglie. Sul 4 dicembre si svolge il congresso del Pd e si decide chi avrà la futura leadership del centro-destra, il trumpista Matteo Salvini o il Berlusconi che ora si scopre centrista e moderato (chiedere informazioni a Marco Follini e Gianfranco Fini), con il povero Stefano Parisi già scaricato.
Come sarà la nuova legge elettorale e chi guiderà la Rai, l’Eni, l’Enel, Fimeccanica.
Nell’attesa del Giudizio universale l’intero Paese è stato bloccato in queste due parole. Il Sì e il No.
Il renziano fronte del Sì, per assonanza, ha cominciato a dire di sì a tutto: sì al ponte sullo stretto, sì ai condoni, sì ad Altiero Spinelli e sì al tricolore al posto dello stendardo europeo.
Il fronte del No, di Salvini e Grillo, in compenso ha detto di no a tutto: no alle Olimpiadi, no alle linee della metro, no agli sbarchi dei migranti. Troppe cose per una sola sillaba.
Troppo stretti, il Sì e il No, per contenere la complessità della società , le speranze e le angosce, la rabbia e la volontà nonostante tutto di ripartire.
La campagna referendaria, per ora, consegna un’unica certezza: non basta un sì o un no a coprire il vuoto politico, organizzativo e culturale in cui si muovono i leader vecchi e nuovi.
Un progetto politico è più grande di un sì e un giornale deve restare più aperto e imprevedibile di un no.
Ci sono più cose in cielo e in terra da rifare in questa Italia di un sì o di un no.
Per questo, nelle prossime settimane, sarà interessante valutare chi rimane fuori dai due schieramenti. I non Incasellati. I non Arruolati che voteranno in modo laico e saranno decisivi per il risultato.
Quando ci sarà da ricostruire. Scrivere la pagina del Dopo. Liberati, finalmente dalla gabbia asfissiante del Sì e del No.
Nessuna regola contiene la totalità di ciò che è giusto, dettava la saggezza dei monaci antichi. Bastava dirlo.
Marco Damilano
(da “L’Espresso”)
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Novembre 21st, 2016 Riccardo Fucile
NON CI SARANNO DISASTRI, CHIUNQUE VINCA… E’ SOLO UNA RESA DEI CONTI PER CHI HA MESSO IN GIOCO IL PROPRIO POTERE PERSONALE
Non mi avrete mai. Mi piace questo genere di frasi, frasi a effetto, che si ricordano e che in qualche modo mi espongono.
Quando in “Gomorra” usai l’io so pasoliniano ci fu chi capì esattamente cosa volessi dire (la maggioranza dei lettori) e chi ancora oggi mi accusa di aver osato paragonarmi a Pasolini.
Poco importa, ciò che mi interessava dieci anni fa e che ancora oggi considero importante, è dare un messaggio chiaro, inequivocabile, che si sia d’accordo con me o in disaccordo.
E provare a non essere strumento nelle mani di chi ha fini personali da raggiungere, fini che spesso non sono evidenti e che traggono in inganno chi ascolta e si fida.
Io racconto, e lo faccio dal mio punto di vista.
Io scrivo, e chi scrive non ha amici. Non deve averne prima, mentre sta cercando la forma da dare ai propri pensieri, e ne avrà sempre meno dopo aver reso pubbliche le proprie parole.
Quando ho scritto “Gomorra” avevo 25 anni, la mia convinzione di allora – gli anni della faida di Secondigliano, un morto al giorno e non faccio distinzione tra colpevoli e innocenti – è la stessa di ora: le storie del Sud vanno raccontate e bisogna trovare il pulpito più alto e il megafono più potente perchè un gran numero di persone possa ascoltarle.
Le storie che riguardano il Sud vanno raccontate, però, senza fare sconti a nessuno, senza pensare che ci siano amici: politici amici, giornalisti amici, direttori di giornali amici, magistrati amici, avvocati amici.
Raccontarle pensando di perdere qualcosa, ogni volta.
Un politico ti dirà che stai diffamando (la mia personalissima lista è lunga e va da Andreotti a Renzi passando per Berlusconi, De Magistris, De Luca, Gasparri per dire solo dei più assidui), un magistrato ti dirà che non hai capito niente, un giornalista ti dirà che hai preso i fatti dalle sue cronache che a loro volta erano prese da atti giudiziari, uno scrittore ti accuserà di aver scritto dopo di lui e di aver oscurato la luce che per una questione di precedenza o magari di anzianità sarebbe toccata a lui. Scrivere storie di camorra non ti rende amico di nessuno.
E per nessuno intendo proprio nessuno, anche e soprattutto quelle persone per bene che non ci stanno a vedere la propria terra raccontata come un inferno.
E per nessuno intendo quegli amministratori pubblici, quei sindaci, ma anche quei presidenti di regione o primi ministri o senatori che sono abituati alle figure ambigue di intellettuali cortigiani. Di chi si sente ricattabile o ha paura di non avere spazi e per questo blandisce.
Di chi pensa che scrivere libri o fare film equivalga a scrivere guide turistiche.
Io appartengo a un’altra scuola. Non sono di quelli che finchè sono outsider si battono perchè tutto cambi e poi se diventano insider l’Italia smette di essere crimine organizzato e crisi, e si rivela improvvisamente sole, turismo e arte.
Io non sono di quelli che all’opposizione vogliono riformare il mondo e al potere (basta un ruolo istituzionale qualsiasi), diventano “yesman”.
Io sono all’opposizione, sempre e all’opposizione di tutti.
Non mi si deve voler bene e non mi interessa che mi si tema, mi piace pensare di ragionare, mi piace pensare che ci sia sempre una partita aperta.
E non accetto di alimentare questo eterno clima da campagna elettorale.
Mi piace chi ammette, con consapevolezza e responsabilità , che qualunque sia l’esito del voto referendario per il nostro Paese cambierà poco o nulla.
Mi piace tranquillizzare gli italiani su un punto: se vincesse il no l’Italia non sprofonderebbe nel baratro e una riforma costituzionale sarà sempre possibile in futuro, come in caso di vittoria del sì non ci sarà alcuna deriva autoritaria.
Non ci saranno accelerazione, progresso risparmio in caso di vittoria del sì e non ci sarà lentezza e stallo in caso di vittoria del no.
Questa riforma non è la resa dei conti, se non per chi ci ha messo la faccia, sbagliando, rendendo questo referendum uno spartiacque, ma non per il Paese, ma per se stesso.
Tutto il rumore che si sta facendo è un modo per occupare posizioni in quella che è una personalissima lotta per il raggiungimento di un personalissimo potere.
Non mi saranno amici i signori del sì e non mi saranno amici i signori del no se dico che questo risiko per recuperare una percentuale minima di consenso è il peggior servizio che si sta facendo all’Italia.
Un danno del quale non voglio essere complice.
Non mi chiamate in sostegno, questo referendum è solo affar vostro, per questo referendum, io non ci sono.
Roberto Saviano
(da “L’Espresso“)
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Novembre 21st, 2016 Riccardo Fucile
UNA PERCENTUALE CHE OSCILLA TRA IL 13% E IL 25% SARA’ DECISIVA IL 4 DICEMBRE
Il popolo degli indecisi sarà l’ago della bilancia nel referendum del prossimo 4 dicembre. Che siano il
13% (nella valutazione Ipsos) o il 25% (Demos e Demopolis) spetterà a loro decidere se la Costituzione deve essere cambiata.
Sono tanti, diversi per formazione, idee politiche, età . Tormentati dalla scelta.
C’è Luigi Silvestrini, ristoratore, 68 anni, che ha sempre votato a destra ma che adesso voterà «cercando di fare il bene del nostro paese».
Cioè? «Non voglio votare contro qualcuno, come farà il 90 per cento delle persone che conosco, ma in maniera positiva, immaginando che si vada a stare meglio. Che ci sia un ricambio di classe politica. Non sono sicuro però di questa riforma, io il Senato lo avrei abolito del tutto e non mi piace che sia composto da sindaci e consiglieri regionali». Opposto l’atteggiamento di Anton Giulio Grande, stilista che vorrebbe votare contro Renzi, «ma non è deciso perchè capisco che il paese ha bisogno di un cambiamento e di un leader che sia tale, con maggiori poteri».
Giovanna Palmieri, architetto, 49 anni, dice che gli verrebbe «da votare no».
«Poi però penso che forse è sbagliato opporsi a un inizio di cambiamento. E penso che forse sarebbe più giusto il Sì. In più vedo alcuni politici che voteranno No e non mi piacciono affatto. Ma proprio non riesco a decidermi per il Sì».
A Gianni Grimaldi, pensionato, «non convince per niente il Senato come Camera regionale». «E poi ho paura di una deriva autoritaria se rimane l’Italicum, e del fatto che si accentri ancora più potere a Roma, ma non credo che sia un bene neanche rimanere immobili. Mi sento chiuso all’angolo e non so come uscirne, vorrei scegliere per il meglio e per i nipoti e i figli».
Tra chi considera come scelta la possibilità di rimanere a casa c’è Alessandra De Monte: «perchè veramente ho difficoltà a decidere, anche se non è corretto delegare la scelta agli altri. Rischiamo l’immobilismo, ma questa è una riforma in cui non mi riconosco. Finchè c’è Renzi mi sento tranquilla, ma metti che domani il potere lo prende Salvini siamo fritti. E poi – aggiunge – che razza di idea mettere in Senato i sindaci, gli assessori, quando abbiamo tutti i comuni inquisiti?».
Michela Zaffarana, ostetrica vuole andare a votare «nella speranza che cambi qualcosa». «Del Sì mi convince il taglio alle spese della politica, la diminuzione del numero dei parlamentari, ma non basta per cambiare 47 articoli della nostra bella Costituzione. Seguo i politici nei loro dibattiti, ma alla fine mi confondono di più le idee. Ci sono ragioni da tutte e due le parti dello schieramento. Certo, la tentazione di provare a cambiare qualcosa nel paese è forte. Ma è forte anche la paura che si cambi in peggio».
Edoardo De Giorgio, esperto di comunicazione dice che è «più portato a votare No, «ma poi sento Renzi e mi convince. Una spinta verso il Sì me la da anche il fatto che Veltroni si sia schierato, ma poi tornano le paure perchè la nostra Costituzione è bellissima e mi dà sicurezza, garantisce la democrazia. Come anche il bicameralismo. Non voglio che sia un voto contro qualcuno, sono confuso».
Manfredi Latini, studente di legge, 21 anni, vorrebbe votare «Sì», anche se il suo «cuore giuridico« gli suggerisce il «No».
«Non sono d’accordo sul Senato, sul fatto che i senatori non vengano eletti direttamente: e poi perchè 21 sindaci devono eleggere 2 giudici della corte costituzionale?».
Ed è in questa terra di nessuno, popolata da dubbi e domande, tra elettori in cerca di rassicurazioni, che i due schieramenti dovranno lavorare per portarsi a casa il risultato.
Maria Corbi
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Novembre 20th, 2016 Riccardo Fucile
CONTRIBUTI DA DAVIDE SERRA E DA ALTRI PRIVATI.. COSTO DI 1,5 MILIONI DI EURO, TARIFFA POSTALE RIDOTTA DI 3 CENTESIMI… STESSO CODICE DELLA LETTERA DI BERSANI
Ieri il presidente del Consiglio Matteo Renzi ha fatto sapere che ha intenzione di querelare chi dice che le lettere che il Partito Democratico invierà agli italiani per il sì al referendum costituzionale del 4 dicembre sono mandate usando i soldi pubblici. Oggi Il Fatto spiega che l’iniziativa per gli italiani all’estero è stata finanziata in effetti con donazioni fatte da privati, tra cui Davide Serra di Algebris, da sempre vicinissimo al premier.
Il Fatto ha scoperto che il Nazareno ha ricevuto un contributo economico dal simbolo del renzismo finanziario, Davide Serra, per inviare 2,5 milioni di lettere agli italiani al l’estero con le fotografie e l’autografo di Renzi.
Il capo del fondo d’investimento Algebris, assieme a numerosi e finora ignoti uomini d’affari, ha risposto a un appello del partito di governo: “Diverse persone stanno finanziando le lettere agli italiani all’estero, non solo Serra, e il denaro va al comitato ‘Basta un Sì’ inglese e italiano”, spiega un portavoce di Serra.
Il finanziamento è personale, non tramite Algebris. Ogni comitato europeo ha partecipato: a Bruxelles i membri si sono autotassati per gli aperitivi elettorali, a Londra sono in allerta i tanti italiani attivi nella finanza, che hanno disponibilità economiche più consistenti.
Poi ci sono le Poste, che hanno praticato uno sconto per il recapito all’estero
L’azienda controllata dal Tesoro e quotata in Borsa, i cui vertici sono stati nominati dal governo in carica e sono in scadenza, ha praticato ai dem una tariffa di spedizione per 0,52 centesimi a busta — cifra comunicata al Fa t t o in maniera ufficiale da Poste Italiane —contro gli 0,55 (Europa) e 0,65 (Africa, Americhe, Oceania) previsti dalle tariffe di mercato per il servizio Postatarget International Plus.
Il conto è agevole: 1,3 milioni di euro per 2,5 milioni di lettere, più la spesa per la tipografia che spinge il totale verso il milione e mezzo. §
Come si può evincere dagli ultimi numeri che indicano l’anno, il codice stampato sui volantini di Renzi — G i p a / C n /E r / 0 0 0 2 / 2 01 3 — è lo stesso delle lettere che l’allora segretario Pd Pier Luigi Bersani recapitò agli italiani all’estero per lepolitiche del febbraio 2013.
(da “NextQuotidiano“)
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