Novembre 1st, 2016 Riccardo Fucile
ATTESA PER IL GIUDIZIO DEL TRIBUNALE DI MILANO SUL QUESITO
Una volta ancora una decisione della magistratura potrebbe cambiare il corso della politica italiana.
In queste ore il Tribunale civile di Milano sta esaminando il ricorso dell’ex presidente della Corte costituzionale Valerio Onida e al termine potrebbe emettere un’ordinanza con la quale si rimanda alla Consulta la decisione sul possibile «spacchettamento» dei quesiti referendari.
L’effetto dell’ordinanza sarebbe clamoroso: il rinvio a data da destinarsi del referendum costituzionale già fissato per il 4 dicembre.
La Corte costituzionale, salvo una irrituale e frettolosa auto-convocazione immediata, finirebbe per pronunciarsi in primavera
Naturalmente il Tribunale di Milano potrebbe decidere diversamente, rigettando il ricorso, ma è sintomatico che l’approssimarsi della decisione e l’infittirsi di richieste esplicite di rinvio del referendum per l’emergenza-terremoto abbiano indotto il presidente del Consiglio ad intervenire sul tema: «Il rinvio della data è una cosa che per quello che mi riguarda non esiste. Il referendum si tiene il 4 dicembre come abbiamo fissato, nessuno ci ha chiesto peraltro di fare il contrario. E’ una boutade giornalistica»
Ovviamente il governo si tira fuori dalla questione giuridica. Ma è altrettanto vero che – da tempo e in modo informalissimo – in tutti i Palazzi romani, si ragiona sulle possibili conseguenze dell’ accoglimento di un ricorso, la cui fondatezza non è stata mai sottovalutata dagli addetti ai lavori, in quanto presentato da un giurista autorevole e certamente non sprovvisto di intelligenza politica.
L’effetto immediato del rinvio alla Corte Costituzionale sarebbe il corposo slittamento di un referendum che, stando a quanto rilevato da tutti gli istituti di sondaggi, a 35 giorni dal voto nelle intenzioni di voto vede in testa il No.
Dunque, al momento – anche non potendo affatto escludere un recupero del Sì e dando per buoni i sondaggi – il rinvio potrebbe aiutare Matteo Renzi, che comunque sarebbe chiamato ad «attrezzarsi» per la fase nuova che si aprirebbe
Ecco perchè già da tempo, a palazzo Chigi e non solo, si studia un «piano B».
La prima mossa sarebbe quasi scontata: il presidente del Consiglio aprirebbe immediatamente il cantiere della riforma elettorale.
E d’altra parte Renzi lo ha detto con grande chiarezza anche in occasione della recente manifestazione del Pd a sostegno del Sì: «Penso che questa legge elettorale vada bene. Ma compito di chi fa politica è ascoltare tutti. Noi non è che abbiamo aperto, abbiamo spalancato ad un accordo».
Per fare un accordo che vada bene a tutti – a Grillo e a Berlusconi ma anche a Salvini e ad Alfano e a Bersani – a palazzo Chigi sanno che c’è una via maestra: legge proporzionale con sbarramento alto e – ecco la novità – sfiducia costruttiva.
La seconda mossa, da quel che trapela, potrebbe riguardare il partito: ferma restando l’intangibilità dello Statuto del Pd che prevede il doppio incarico per una stessa persona- segretario del partito e presidente del Consiglio – Renzi potrebbe aprire alla minoranza interna, prevedendo – tra le altre ipotesi – una «reggenza» del partito affidata a due «vice»: un esponente renziano e uno della minoranza interna.
Ad esempio Gianni Cuperlo che in queste settimane ha svolto un ruolo di «garanzia»
Ma il possibile slittamento del referendum è legato alla decisione del giudice della prima sezione civile di Milano Loreta Dorigo su due ricorsi, in particolare su quello presentato da Onida, che ha chiesto di sollevare davanti alla Consulta l’eccezione di legittimità della legge istitutiva del referendum laddove non prevede l’obbligo di scissione del quesito.
L’eterogeneità dei temi violerebbe la libertà di voto dell’elettore, chiamato a decidere su «un intero pacchetto senza poter valutare le sue diverse componenti».
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Ottobre 30th, 2016 Riccardo Fucile
REFERENDUM: IL NO AVANTI DI 4 PUNTI, MA GLI INDECISI SONO ANCORA TROPPI
Il clima politico è acceso. Da un solo fuoco: il referendum sulla riforma costituzionale che avrà luogo il
prossimo 4 dicembre.
Il sondaggio condotto nei giorni scorsi da Demos riflette, dunque, un sentimento che definirei di sospensione.
Da un lato, gli orientamenti politici riproducono le tendenze dell’ultimo periodo. Le stime di voto, come nella rilevazione precedente, delineano un sostanziale equilibrio, fra Pd e M5S.
Con un lieve vantaggio del Pd, nel voto proporzionale, e del M5S, nel ballottaggio.
In entrambi i casi, la distanza è molto ridotta. Tanto da non permettere previsioni.
Il centrodestra vede Forza Italia in aumento e una Lega per la prima volta sotto il 10%, con Fdi in calo al 4,2
D’altra parte, però, le intenzioni di voto, in merito al referendum, il No supera il Sì.
Di stretta misura, in effetti: 4 punti. Anche perchè gli incerti sono ancora molti.
E la quota dei potenziali astenuti – nascosti, fra l’altro, nelle mancate risposte – ancora molto elevata.
Si tratta di un orientamento osservato da altri già da qualche mese.
Il sondaggio dell’Atlante Politico di Demos rende evidente un processo di personalizzazione del voto.
Solo un quarto degli elettori – intervistati – ritiene, infatti, che l’obiettivo del referendum sia di riformare oppure mantenere l’attuale Costituzione.
Mentre una maggioranza molto larga – 57% – pensa che si tratti di una consultazione a favore oppure contro Renzi e il suo governo.
Ed è probabile, dunque, che, a sua volta, voterà seguendo la stessa logica.
I caratteri che accompagnano il voto, d’altronde, sono piuttosto chiari.
Il favore per la riforma è più largo nel Nord (dove, peraltro, prevale il No) e nelle “regioni rosse” del Centro.
Mentre l’opposizione cresce soprattutto fra i più giovani.
Ma la discriminante delle scelte rispecchia soprattutto le preferenze politiche ed elettorali.
Il sostegno alla riforma costituzionale, infatti, raggiunge il livello più elevato fra gli elettori del Pd e, in secondo luogo, della nebulosa centrista (Ncd e dintorni).
Il fronte del No, simmetricamente, mobilita gli elettori della forza-leghisti e del M5S. Non per caso lo spartiacque riproduce il giudizio sul governo.
Fra chi ne ha fiducia, i favorevoli alla riforma raggiungono il 60% e i contrari si fermano al 13% (il resto è avvolto dalla nebbia dell’incertezza).
Mentre fra chi esprime sfiducia verso il governo il peso del No è perfino più ampio: 62%.
Difficile, dunque, pensare che l’esito del referendum non produca conseguenze significative sulla posizione e sulla legittimazione di Renzi. E del suo governo.
Non per caso oltre metà degli italiani pensa che, in caso di vittoria del No, il premier si dovrebbe dimettere.
Non solo, ma la maggioranza degli elettori ritiene probabile che dopo il referendum il Pd si dividerà . È ciò che pensano, fra l’altro, oltre 4 elettori del Pd su 10.
Più che di fratture reali si tratta, in effetti, di conflitti d’opinione. Prodotti e amplificati dalle polemiche accese che attraversano il partito, al suo interno.
Dove alcuni autorevoli leader, come Bersani e D’Alema, si sono espressi – e operano – apertamente per il No.
Così, si riproduce, con maggiore evidenza, l’immagine di due Pd – sempre più distanti e distinti fra loro.
Da un lato il “Pd delle origini”, che riassume tradizioni e organizzazione dei partiti di massa.
Dall’altro il Pd-di-Renzi, un partito “personalizzato” e sempre più “personale”. Tuttavia, la “marcia del referendum” pare stia producendo – e abbia prodotto – un esito diverso delle previsioni.
Più che accentuare le divisioni interne fra gli elettori, ha, invece, compattato il Pd intorno alle posizioni e alla persona del leader-premier.
Circa 3 elettori del Pd su 4 affermano che voteranno Sì alla riforma costituzionale. E 9 su 10 manifestano fiducia nel governo (guidato da Renzi).
Intanto, la stima personale nei confronti di Renzi appare stabile, mentre la considera- zione verso gli oppositori interni – del premier e della riforma – cala sensibilmente. Bersani, nell’ultimo mese, perde 3 punti. D’Alema 6. E finisce sotto il 20%.
Le divisioni e i conflitti nel Pd, dunque, sembrano coinvolgere e dividere i gruppi dirigenti e i militanti, più che la base elettorale.
La campagna del referendum, invece, pare aver contribuito a rafforzare l’identità “personale” del Pd. A sovrapporre il PdR al Pd. Fino quasi a farli coincidere. Ha, inoltre, radicalizzato il confronto. Fra il No e Renzi. Senza alternative.
Così, è facile prevedere che l’esito del voto, il prossimo 4 dicembre, avrà un impatto rilevante sulla politica italiana. Sul destino del governo e del premier. Sul futuro del Pd e del PdR.
Dopo, di certo, nulla – o quasi – sarà come prima.
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 29th, 2016 Riccardo Fucile
SONDAGGIO SCENARI POLITICI: IL NO AVANTI DI 5 PUNTI
Se al referendum costituzionale del 4 dicembre vincesse il No, il presidente del Consiglio Matteo Renzi
dovrebbe dimettersi.
È quanto emerge dal sondaggio fatto da ScenariPolitici per HuffPost. Secondo il 66% degli intervistati infatti il premier dovrebbe lasciare il suo incarico.
Solo il 24% vorrebbe che Renzi rimanesse a Palazzo Chigi nonostante la sconfitta al referendum.
Per Renzi le cose non vanno meglio nemmeno sulle preferenze.
Il fronte del No è sempre in testa, con una differenza di circa 5 punti col fronte del Sì. L’affluenza a oggi sarebbe bassa, con solo il 53% degli elettori convinti di recarsi alle urne.
Secondo le persone sentite da Scenari Politici poi il premier ha fatto un grave errore a personalizzare, in principio, la consultazione del 4 dicembre.
Per il 68% infatti la personalizzazione favorirà le ragioni del No.
La maggioranza degli intervistati confessa di andare a votare per il contenuto della riforma.
Solo il 37% dice che lo farà per dare un segnale al Governo.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 23rd, 2016 Riccardo Fucile
TRA I PARLAMENTARI ELETTI ALL’ESTERO VINCE IL SI’… 43 COMITATI DEL SI’, 27 QUELLI DEL NO
Ha fatto discutere il viaggio di Maria Elena Boschi in Sud America per diffondere il verbo del sì al
referendum costituzionale nella grande comunità di italiani che vivono in quei paesi.
Appena passata la bufera sulle spese della ministra, e il grillino Luigi Di Maio il 17 ottobre scorso annuncia il suo “tour mondiale” per convincere gli italiani all’estero delle buone ragioni del no.
Sono quattro milioni i voti in ballo, e potrebbero rivelarsi addirittura decisivi. Lo dimostra il fiorire di comitati in giro per il mondo, diviso come l’Italia, tra sì e no.
All’estero, almeno stando ai numeri dei comitati aperti, prevale il sì, forte anche della struttura del Partito Democratico con i suoi circoli sparsi un po’ dappertutto.
Sono 43 i comitati “Basta un Sì” e 27 quelli del variegato schieramento del no.
A fare la parte del leone ci sono l’Europa e, in generale, i paesi di emigrazione italiana.
In Svizzera, Germania, Francia, Belgio, Inghilterra, Spagna, Stati Uniti e Australia si sono organizzati sia i sostenitori del sì che quelli del no.
Ma la campagna elettorale è nel vivo in tutto il mondo.
Dalla Svezia, dove c’è il Comitato per il Sì Svezia, ad Hasselby vicino Stoccolma, fino al Venezuela, dove nella capitale Caracas c’è un comitato per il no. Per giungere alla Sky Tower di Abu Dhabi negli Emirati Arabi, indirizzo di un comitato per il sì.
In prima linea ci sono i parlamentari eletti all’estero.
Come il Pd Marco Fedi, presidente del gruppo interparlamentare di amicizia Italia-Australia. Ma la sua casella di posta istituzionale della Camera risulta, dalla mappa dei comitati “Basta un Sì”, come la mail di riferimento del comitato tunisino per il Sì al referendum.
Mentre Francesca Lamarca, sempre del Partito Democratico, ha dato il suo indirizzo di posta di Montecitorio come contatto del comitato per il sì di Toronto, in Canada, la città dove è nata nel 1975.
Un altro deputato dem, Gianni Farina, guida il comitato Basta un Sì — Sì della Ragione con sede a Uster, in Svizzera. Nella cittadina del Canton Zurigo vive una folta comunità di italiani, e i sostenitori del sì si riuniscono nell’associazione culturale “Svizzera Italiana”.
Ma il boom del sì è a Londra. Nella capitale del Regno Unito si contano ben quattro comitati per il sì, coordinati da quello che fa riferimento al circolo del Pd di Londra.
Il segretario dei democratici “londinesi”, Roberto Stasi, impegnato nella campagna elettorale anche in Irlanda dice: «La nostra è un’iniziativa di partito, ma nel comitato ci sono anche persone senza tessere, inoltre coordiniamo gli altri gruppi a Londra, tra cui uno animato da giovani della Uil».
Continua Stasi, 34 anni impiegato in una banca inglese: «Io sto girando tutto il Regno Unito, da Edimburgo a Dublino, non solo l’Inghilterra, e facciamo volantinaggio in qualsiasi luogo dove ci possano essere italiani, persino ai concerti di Zucchero e Laura Pausini».
Il segretario del Pd di Londra commenta: «A me non interessano le beghe interne del Pd, e ho notato che qua i dibattiti sono più incentrati sui contenuti della riforma che sulle polemiche politiche, gli italiani all’estero vogliono capire».
Lo stesso concetto è ribadito da Maurizio Manca, referente del comitato per il No a Ginevra, altro posto dove c’è una numerosa comunità italiana: «Qua c’è più spirito critico, agli incontri ai quali partecipano dalle 40 alle 80 persone ogni sera, non vedo tifosi sfegatati come in Italia».
Il comitato di Ginevra riunisce al suo interno molte anime del No: c’è Anpi Ginevra, Libera, Il Circolo Libertà e Giustizia, e l’associazione “A Riveder Le Stelle” fondata proprio da Manca.
Che specifica: «Io sono un attivista del Movimento Cinque Stelle, ma in questo caso “a riveder le stelle” è una citazione dall’ultimo verso dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri».
Domenico Di Sanzo
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Ottobre 22nd, 2016 Riccardo Fucile
CAMPAGNA REFERENDARIA AL VELENO
Sul referendum sale la tensione all’Università di Bologna tra i sostenitori del Sì e del No.
Al punto che ieri gli universitari del comitato “Stavolta sì – studenti Unibo” hanno denunciato di essere stati intimiditi e aggrediti alle Scuderie di piazza Verdi da una decina di coetanei.
«Eravamo al bar per una riunione organizzativa – raccontano -. All’improvviso siamo stati interrotti, ci hanno insultato ripetutamente e strappato alcuni fogli sul tavolo. Come conseguenza, incomprensibile, il responsabile del locale ci ha obbligati a uscire, sebbene fossimo noi le vittime. Noi comunque continueremo la campagna, non ci facciamo intimidire».
Mentre arriva la solidarietà agli studenti dei parlamentari Pd Andrea De Maria («fatti come questo non vanno sottovalutati») e Francesca Puglisi, emerge un altro episodio contro i sostenitori della riforma.
È lo storico Alberto De Bernardi, presidente del comitato “Sigalvanizza!”, ad esprimere «amarezza per l’ennesimo atto vandalico» nei confronti della sede del Pd in via Orfeo: prima è stata strappata l’insegna del circolo, poi il nuovo cartello è stato tappezzato di adesivi. «Esistono ancora persone che non accettano il confronto democratico», commenta lo storico.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2016 Riccardo Fucile
SI VOTA PIU’ SUL GOVERNO CHE SULLA COSTITUZIONE…EQUITALIA PESA PIU’ DI OBAMA… VITTORIA SARA’ SUL FILO DI LANA
Conta di più un selfie con Obama o la ghigliottina calata su Equitalia? 
Vale tutto, nella battaglia referendaria di Matteo Renzi. E tutto sposta voti, anche se non può bastare una cena alla Casa Bianca per issare la bandiera del governo sulla montagna del No.
Certo, il trend indica un’inversione di tendenza a favore della riforma, ma un solo istituto registra per adesso il controsorpasso del Sì.
“La verità – spiega Alessandra Ghisleri (Euromedia Research) – è che non vale solo “quello” che fai per ottenere consenso, ma “quando” lo fai e “cosa” accade nel frattempo. Un vertice con il presidente degli Stati Uniti non deve pesare oggi, ma il 4 dicembre…”.
Tutto nasce da un sondaggio di Demopolis.
Per la prima volta da mesi, segnala il Sì oltre la soglia del 50%. Un 51% frutto dell’impatto mediatico di alcune misure annunciate dal governo, assicura il direttore Pietro Vento.
Il reset di Equitalia, ad esempio, oltre agli interventi sulle pensioni e alle le missioni internazionali del premier. “Il trend è certamente quello di un recupero del Sì – premette Antonio Noto a nome di Ipr – ma è per lo più precedente rispetto a questi eventi. E il No, comunque, è ancora al 51,5%”.
Ma se qualcosa si è mosso, è davvero merito del brindisi con Barack? “Gli endorsement dei leader internazionali spostano nulla – chiarisce Noto – semmai possono incidere quelli negativi, generando una reazione “difensiva” nell’elettorato. Altro discorso è Equitalia: muove qualcosa, soprattutto se il messaggio si sedimenta a ridosso del voto”.
Ecco il punto, il “quando”: “Lo sa che il 15% decide l’ultima settimana, il 4% addirittura nella cabina elettorale? Insomma, annunci del genere hanno presa sulla fetta di elettorato “emotivo”. Un po’ come fece Berlusconi l’ultimo giorno di campagna elettorale con l’Ici sulle prime case, ricorda?”.
Il portafogli più che la diplomazia internazionale, sembra di capire.
Lo sostiene anche il sondaggista Alessandro Amadori, che stima il No ancora in vantaggio al 52%. “Obama non c’entra proprio nulla – distingue – mentre Equitalia può incidere indirettamente a favore di Renzi. Il voto è come un investimento”.
Metafora suggestiva, che dimostra come in gioco ci sia l’esistenza stessa dell’esecutivo: “Noi lo paragoniamo al Rot, cioè alla capacità del capitale investito di trasformarsi in ricavi di vendita: ecco, misure fiscali di questo tipo posso creare nell’elettore un atteggiamento favorevole alla permanenza di questo governo”.
Neanche Nicola Piepoli pensa che la rimonta del Sì sia completata, nè considera certo che mai si concretizzerà .
“Eppure penso che il 54% che attribuisco oggi al No non sia l’unico dato da tenere in considerazione. Conta pure la psicologia di massa. Cosa ci dice? Che la partita è aperta per la forte volontà di Renzi di vincere: il Sì ha un significato naturalmente positivo, creativo. E questo ha presa nella gente”.
Portafoglio e psiche, insomma. “E poi anche l’incontro con Obama, perchè no? Spostasse anche l’1%, servirebbe comunque: i referendum si vincono con un voto in più. E, come è noto, per un voto Martin perse la cappa…”.
Su tutto, naturalmente, pesa l’immensa incognita degli indecisi.
“Il No è tra il 52 e il 53%, al momento – informa Ghisleri – La soglia di “non ritorno” statistico è al 54%, ma comunque oggi non varrebbe a causa dell’alto numero di elettori che non sa cosa votare”.
Molto, insomma, può cambiare. “Negli Stati Uniti si vota l’8 novembre – ricorda ancora la sondaggista – dunque prima del nostro referendum. Ci si può chiedere quanto valga l’appoggio di Obama, visto che il 4 dicembre ci sarà già un nuovo presidente. O quanto invece peserebbe una vittoria di Trump: farebbe percepire come più apprezzabile il sostegno dell’ex presidente Usa?”.
È tutto molto più complicato di un selfie.
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 21st, 2016 Riccardo Fucile
SECONDO SWG PD 33%, M5S 26,5%, FORZA ITALIA 12,6%, LEGA 12%, FDI 3,9%, SINISTRA ITALIANA 3,5%…MA UN ELETTORE SU TRE DI M5S E LEGA E UNO SU DUE DI FORZA ITALIA NON VOTERANNO NO
Il No leggermente avanti, con un’affluenza di poco superiore della metà degli aventi diritto e gli indecisi
che ancora galleggiano su circa un quarto degli elettori.
A sei settimane dal voto l’unica cosa certa del referendum costituzionale del 4 dicembre è che sarà uno scrutinio quasi scheda per scheda, almeno stando ai dati di affluenza di tutti i sondaggi.
Secondo Ixè per Agorà , che ha diffuso le sue rilevazioni come ogni venerdì, l’affluenza presunta è in leggero aumento, al 55 per cento (+4 in una settimana).
In contemporanea è in lieve calo la quota di indecisi fra Sì e No (tra quelli che dicono che andranno a votare): si passa dal 26 al 25 per cento.
Piccola curiosità : tra quegli indecisi due su 3 sono donne.
Il No è avanti di un punto, 38 contro 37 , ma quasi nulla in un sondaggio che — come gli altri — ha un margine d’errore del 3 per cento.
Gli elettori del Pd ovviamente sono in maggioranza favorevoli (71 per cento), quelli di M5s e Lega Nord in maggioranza contrari (64 e 68 per cento dei rispettivi elettorati voterebbero No). In Forza Italia i No sono il 52%.
E’ stato diffuso anche un sondaggio di Swg, secondo il quale il Pd è in crescita di oltre un punto, dal 31,4 al 33 per cento, mentre cala il M5s, dal 27,1 al 26,5.
Di senso inverso l’esito su Area Popolare che secondo l’istituto triestino resta intorno al 3.
Tra le opposizioni confermato il calo di Fi (dal 13 al 12,6) ma anche della Lega Nord (dal 12,3 al 12).
Lievi flessioni anche per Fdi (dal 4 al 3,9%) e Si (dal 3,6 al 3,5%).
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 20th, 2016 Riccardo Fucile
ERA SUL QUESITO “INGANNEVOLE” DEL REFERENDUM, PRESENTATO DA M5S E SIN. ITAL.
Il quesito referendario è neutrale e il ricorso in questione non rientra nelle competenze della giustizia
amministrativa.
Con queste motivazioni il Tar del Lazio ha respinto il ricorso sul quesito del referendum costituzionale del 4 dicembre presentato da M5s e Sinistra italiana. Secondo il Tribunale amministrativo il ricorso “è inammissibile per difetto di giurisdizione”.
Il Tar in pratica ha ammesso la propria impossibilità a decidere sulla materia che non rientra tra quelle demandata alla giustizia amministrativa.
Secondo i giudici amministrativi, “l’individuazione del quesito contestato è riconducibile alle ordinanze adottate dall’Ufficio Centrale per il Referendum istituito presso la Corte di Cassazione ed è stato successivamente recepito dal Presidente della Repubblica nel decreto impugnato”.
“Sia le ordinanze dell’Ufficio Centrale per il Referendum” che hanno predisposto il quesito referendario “sia il decreto presidenziale nella parte in cui recepisce il quesito – si legge nella sentenza – sono espressione di un ruolo di garanzia, nella prospettiva della tutela generale dell’ordinamento, e si caratterizzano per la loro assoluta neutralità , che li sottrae al sindacato giurisdizionale”.
La decisione è stata assunta dalla sezione 2bis del Tar. Il ricorso era stato presentato dalle opposizioni che avevano giudicato come ingannevole il contenuto del quesito referendario.
(da agenzie)
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Ottobre 18th, 2016 Riccardo Fucile
“I GRILLINI ESPONGONO ROMA A FIGURACCE GLOBALI, C’E’ BOSOGNO DI RIFORME SERIE”
L’italia ha estrema necessità di riforme, per snellire e rendere meno farraginose burocrazie che spesso paralizzano le amministrazioni, ma il voto del 4 dicembre non inciderà sui bisogni reali degli italiani. E congelare l’Italia per mesi su una riforma che modifica quarantasette articoli della Costituzione non è ciò che serve al Paese.
Un Paese che soffre da anni per la crisi economica, l’eccessiva pressione fiscale, l’azzeramento dell’assistenza ai più deboli. Partiamo da qui.
La riforma dell’articolo 117 della Costituzione assegna maggiore potere al governo nazionale nello stabilire i livelli di assistenza, con l’intento di porre fine alle disparità della sanità regionale che ha creato ventuno sistemi, con cure gratuite in alcune parti d’Italia, a pagamento in altre o addirittura inesistenti in alcune regioni del sud.
Questa riforma si può condividere, ma non si può tacere sul fatto che in molti ospedali ormai manca di tutto, le liste d’attesa sono drammatiche al punto che una donna in gravidanza ottiene l’appuntamento per un’ecografia dopo che il suo bambino è già nato, che il costo dei ticket spesso è così alto che non conviene più rivolgersi al pubblico tanto il prezzo è uguale al privato.
Qualche giorno fa, un primario di cardiologia della Capitale si è sfogato con me: «Nel nostro ospedale potremmo sostituire oltre 150 valvole cardiache all’anno ma abbiamo risorse solo per 50 interventi: come scegliamo i pazienti da salvare e quelli da scartare?».
Ben venga un maggiore coordinamento della sanità a livello centrale, ma è soprattutto ora di intervenire sull’organizzazione territoriale, sul corretto finanziamento e sul funzionamento delle strutture.
Non si sentiva invece il bisogno di una riforma del Senato che non risolve nulla. Il Senato andava abolito e invece rimane con i suoi costi, bloccherà le leggi che vorrà bloccare, i senatori avranno l’immunità ma non saranno eletti dai cittadini, bensì da consiglieri regionali che dovranno anche scegliere venti sindaci-senatori sulla base di non si sa quale rappresentanza popolare.
Si è ripreso ad annunciare il Ponte sullo stretto di Messina. Invece di immaginare strutture miliardarie non sarebbe meglio intervenire per sanare i rischi idrogeologici delle nostre terre?
Proprio vicino a Messina decine di persone sono morte per i disastri per i quali piangiamo, ci indigniamo e poi ci dimentichiamo. Se davvero ci sono miliardi per le opere pubbliche non dovremmo dare la priorità a ciò che può creare lavoro e al tempo stesso prevenire tragedie?
C’è poi il grande tema della stabilità , politica e amministrativa.
Negli enti locali come a livello nazionale, i governi si susseguono, le amministrazioni cambiano con il rischio di rendere inefficaci le decisioni assunte.
Prendiamo il caso emblematico di Roma – tralasciando le vicende politiche che conosciamo – la cui instabilità amministrativa ha prodotto enormi danni.
Durante il mio mandato, bruscamente interrotto da un notaio, avevamo due progetti di lungo respiro che avrebbero modificato il volto della città : la costruzione del nuovo stadio della Roma e le Olimpiadi.
Il primo avrebbe riversato sulla città circa due miliardi d’investimenti privati e creato più di cinque mila posti di lavoro nella fase di costruzione e quattromila a lungo termine.
Che fine ha fatto il progetto con Virginia Raggi? Chi lo sa, tutto fermo, tutto bloccato. Nessuna certezza. Anche per questo gli imprenditori stranieri, con pragmatismo, decidono di spostare in altri Paesi i propri investimenti, lasciando a bocca asciutta una città che ha vitale bisogno di essere rivitalizzata nella sua economia.
Più moderni, ma per davvero
Per non parlare del capitolo Olimpiadi, una vera figuraccia a livello planetario e un’occasione persa per la Capitale.
Virginia Raggi ha denunciato il rischio delle “Olimpiadi del mattone”: un timore legittimo, ma se si ha l’ambizione di cambiare tutto, come sostengono i grillini, allora si doveva tener testa ai costruttori per fare prevalere un progetto olimpico utile alla città , con l’ammodernamento dei suoi obsoleti impianti sportivi e la riqualificazione di quartieri che avrebbero tratto beneficio dai Giochi. Rilanciare invece di rinunciare.
E invece il clamoroso passo indietro non ha fatto che confermare negli ambienti internazionali quelle critiche di inaffidabilità e incertezza che caratterizzano l’Italia. Un’etichetta che non riusciamo a scrollarci di dosso.
Roma, lo dico a ragion veduta, ha grandissime potenzialità , ma ha un altrettanto grande punto debole, rappresentato dalla sua condizione di Capitale con troppi oneri e pochi onori.
Un esempio su tutti: il fondo nazionale dei trasporti assegna alla Regione Lazio ogni anno circa 570 milioni per tram, autobus, metropolitane, treni regionali.
Il 70 per cento del trasporto pubblico si concentra su Roma che durante l’ultima fase dell’amministrazione Polverini, ha ricevuto zero euro e poi, con Zingaretti, si è passati a 140 milioni l’anno.
Un aumento ma ancora lontano da una equa distribuzione dei fondi se si pensa che nel 2014 la Lombardia ha destinato a Milano più di duecento milioni e Milano ha un terzo della superficie servita dai mezzi pubblici rispetto a Roma. Il risultato è che gli autobus a Roma sono destinati a rimanere nei depositi invece che in strada.
Non è sui numeri che voglio soffermarmi ma sul sistema: trasporto pubblico, smaltimento dei rifiuti, dissesto idrogeologico, manutenzione delle scuole sono tutti ambiti in cui la Capitale non ha autonomia e tuttavia risulta responsabile delle inefficienze nell’erogazione dei servizi.
Ecco una riforma che servirebbe: dare a Roma lo status di Capitale non solo cambiando la carta intestata e le divise dei vigili urbani ma nei fatti e, così come accade in altri paesi europei, attribuirle fondi e responsabilità dirette affiancando una indipendenza amministrativa dei municipi, vere e proprie città delle dimensioni di Bologna o Firenze, ma senza un bilancio autonomo e privi di quelle competenze gestionali che invece può esercitare anche il sindaco di un piccolo comune di cinquemila abitanti.
Riforme che cambiano il volto di un Paese, lo rendono più moderno e al passo con il resto del mondo, più credibile e più vivibile.
Un Paese che dia delle opportunità a quei centomila giovani che, secondo la Fondazione Migrantes, l’anno scorso hanno fatto le valigie per vivere altrove.
Giovani talenti che realizzano i loro sogni nei centri di ricerca e nelle università straniere in luoghi che li valorizzano per quello che valgono e per l’impegno che dimostrano senza la spinta di un padrino che sia politico, universitario o familiare. L’assenza della cultura del merito è davvero un tarlo inestirpabile al punto che, in politica ma anche in tutta la pubblica amministrazione, scegliere i più fedeli e non i più bravi è un fatto talmente scontato da essere considerato normale.
Una stortura diventata strada maestra, in cui i brillanti, i creativi, gli innovatori finiscono in panchina e così abbandonano una gara truccata. È anche così che il nostro Paese s’impoverisce, restando ancorato alle cose come si sono sempre fatte, senza rischi, senza miglioramenti, senza speranza.
La politica di questi anni è proprio il paradigma di questa cultura tutta italiana, con una classe dirigente che si è imposta forte della sua carica di cambiamento e in un batter d’ali ha restaurato una dopo l’altra le cattive abitudini del passato, arrivando a mettere in tutte le posizioni chiave dell’amministrazione pubblica e delle grandi aziende fedelissimi e amici. Alla faccia della rottamazione.
Ignazio Marino
(da “L’Espresso”)
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