Ottobre 9th, 2016 Riccardo Fucile
PERCHE’ LA RIFORMA DELLA COSTITUZIONE NASCE VECCHIA
Fingiamo di credere che lo scontro referendario riguardi il merito della riforma costituzionale. 
Temo che il dibattito serio sul tema si sia concluso in Italia col fallimento della Bicamerale e il successivo ventennio di scatenato centralismo burocratico- ministeriale perfettamente condiviso da centrodestra e centrosinistra.
Ciò che stupisce nei discorsi dei duellanti è l’incapacità o la non volontà di esprimere con la dovuta chiarezza le proprie ragioni, il senso ultimo, non occasionale, non episodico, che le dovrebbe sostenere.
È evidente che nelle posizioni più consapevoli del “fronte del No”(e cioè nè in quelle che “mandiamo-a-casa-renzi- e-basta”, nè in quelle portatrici di una insostenibile “ostinazione conservatrice” in materia costituzionale) si agitano preoccupazioni storiche, politiche e culturali che travalicano da ogni parte il merito dell’attuale riformetta.
Preoccupazioni giustificatissime sullo stato di salute della nostra democrazia. Renzi e i suoi disegni vengono avversati in quanto sintomo e fattore insieme del malanno.
Ma nel far questo si cade in una loro incredibile sopravvalutazione!
Abolire doppia o tripla lettura delle leggi, qualche senatore e, chissà quando in via definitiva, le Province, per quanto nel modo più incasinato e dilettantesco, non sembra in sè spregevole, e d’altra parte ha ben poco o nulla a che fare con i problemi di fondo che il No dei “consapevoli” solleva.
È un No nei confronti di una sub-cultura politica e di un cattivo senso comune che va diffondendosi a vista d’occhio.
I tempi della politica sono inconciliabili con quelli dell’economia, della finanza e del libero scambio, assunti a exemplar.
La complessità è un male e va ridotta a ogni costo. Democrazia è sinonimo di procedure snelle e efficaci per giungere alla decisione; partecipazione e comunicazione sono problemi del web.
I Parlamenti tanto più funzionano quanto più si trasformano in anti-camere del Principe. I partiti politici sono creature preistoriche; contano i leader, la loro immagine, legittimata da sondaggi e Twitter.
I sindacati organizzino patronati e difendano, se son capaci, la merce-lavoro.
Nel No dei “consapevoli” suona il retro-pensiero che Renzi rappresenti tutto questo. Certo, non rappresenta l’opposto. E tantomeno lo rappresenta la riforma di cui si discute.
Ma presentarla come uno snodo decisivo su questo fronte è dar credito ai loro autori di una potenza e di una visione strategica che per fortuna son lungi dal possedere.
Questa cosiddetta riforma si colloca certamente nella prospettiva di chi ignora la gravità della crisi che la democrazia attraversa. Essa non si esprime soltanto nella debolezza dell’Esecutivo, in una “costituzione senza scettro”( come il sottoscritto con altri predicava quarant’anni fa), ma ancor più in quella del Parlamento.
La spasmodica ricerca di trasformarlo per quanto possibile in un’assemblea di nominati e cooptati da parte di chi sarà chiamato a formare il governo significa liquidarne la stessa ragione d’essere.
Il Parlamento nasce e si giustifica in quanto essenzialmente organo di controllo e espressione della sovranità del popolo.
Il rafforzamento dell’Esecutivo, in una riforma degna di questo nome, avrebbe dovuto combinarsi con un rafforzamento del Parlamento, della sua rappresentatività , del suo ruolo.
La stessa legge elettorale in discussione a tutto mirerà , siamone certi, fuorchè a questo fine
La subordinazione del Legislativo al Governo è prodotto della stessa cultura che vede partiti, sindacati, corpi intermedi come fastidiose sopravvivenze o una sorta di micro-stati nello Stato.
Per le attuali leadership ci sono soltanto il popolo e loro a rappresentarlo. Ma questo non è il popolo! È una moltitudine di individui, ciascuno coi propri più o meno legittimi appetiti, destinati perciò a “delegare” in bianco a chi comanda.
Il popolo è popolo quando si presenta come entità politica, giuridica, culturale, e cioè quando dà vita in sè e da sè a organismi che danno forma e voce alle forze, agli interessi, alle culture che lo costituiscono.
Altrimenti è una pura astrazione, oggetto di pure retoriche, in realtà semplicemente un insieme di sudditi.
Dunque, una vera riforma avrebbe dovuto rafforzare, anche nella Costituzione, il principio di sussidiarietà , la promozione di ogni forma di auto-organizzazione, regolare la vita democratica di partiti e sindacati
Da questo punto di vista, la riforma di cui si discute nasce stra-vecchia, anzi, come qualcuno ha detto, è una riforma postuma.
Parlamento ancora più debole, enti locali allo stremo, corpi intermedi ridotti a funzioni assistenziali: che vinca il Sì o il No nulla di questo quadro è destinato a cambiare.
Ed è altrettanto evidente che al di là della quasi-eliminazione del Senato l’attuale (tutto) ceto politico non sarebbe in grado di muovere un passo.
Teniamoci il topolino – e coloro che si oppongono non tanto a Renzi, per carità , quanto alla deriva culturale che ho sopra descritto, comincino a lavorare non per resistere-resistere-resistere, ma per innovare- innovare-innovare la nostra cara, e tutt’altro che vecchia, democrazia.
Massimo Cacciari
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 8th, 2016 Riccardo Fucile
SE QUELLI DEL NO HANNO DECISO DI PERDERE, CONTINUINO A MANDARE IL LEADER LEGHISTA IN TV A RIMEDIARE BRUTTE FIGURE CON LA BOSCHI
Il confronto tra il leader della Lega (colui che ambirebbe ad essere il punto di riferimento dell’intero
centrodestra) ed il Ministro per le Riforme, è stato a dire poco esilarante.
Salvini ha dimostrato approssimazione ed incapacità di “stare sul pezzo”.
“La Ministra”, invece, logica, coerente, molto persuasiva.
Quando, nel riflettere sulla scarsa efficacia comunicativa di Zagreblesky (nel confronto con Renzi), sollevai la questione/necessità di una comunicazione che fosse adeguata, efficace ed efficiente, alludevo a tante cose.
Il riferimento non era soltanto al “ritmo”, alle “note” ed agli “accenti”, ma anche (e soprattutto) alla logica; anzi, per restare alla dinamica musicale, il riferimento fondamentale era “all’armonia”, ad uno sviluppo perfettamente armonico tra i “suoni di sostegno” e la “melodia”…
Viviamo in una società nella quale la comunicazione è sempre più veloce, sintetica, “focalizzata” su accenti specificatamente rivolti alla persuasione ed alla stessa “seduzione di concetto”: non capirlo è davvero ridicolo…
Salvini ha dimostrato molta superficialità . A dire il vero, è una carenza parecchio diffusa nel centrodestra.
Continuare a sostenere che il NO sarebbe lo strumento per mandare “Renzi a casa” (quando è pacifico che questo effetto non si verificherà mai) ovvero per tutelare la libertà , sono percorsi logicamente inadeguati.
Rischiano di far vedere “mostri” – che proprio non ci sono – e di produrre soltanto tantissima confusione e disorientamento mentre le persone vogliono un “sogno da sognare”, una speranza da nutrire ed un domani da riuscire nuovamente ad immaginare…
Le persone non sono stupide. Vogliono appassionarsi.
Non si accontentano degli slogan, nè di quelli “pro NO, nè di quelli “pro SI”…
Prima lo si capirà e meglio sarà .
Salvatore Castello
Right BLU – La Destra Liberale
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Ottobre 7th, 2016 Riccardo Fucile
INVECE CHE PARLARE DEL REFERENDUM ATTACCA IL PADRE DELLA MINISTRA CHE LO GELA: “A DIFFERENZA DEI RISPARMIATORI TRUFFATI DALLA VOSTRA BANCA LEGHISTA, NOI I SOLDI LI STIAMO RESTITUENDO”… E NEL MERITO DELLA RIFORMA NON C’E PARTITA
A La7, nella trasmissione della Gruber, durante il confronto tra il ministro Boschi e il leader leghista Salvini sul tema referendario, si è assistito al massacro di un incompetente.
La Boschi ha iniziato spiegando a grandi linee i contenuti della riforma, poi la parola è passata a Salvini che, invece che entrare nel merito, ha pensato bene di accusare il padre della ministra per il fallimento di Banca Etruria dando dati a casaccio.
La Boschi si è prima congratulata con Salvini per essere entrato nel merito della riforma, poi ha replicato che tutti i risparmiatori che avranno diritto saranno ristorati come da provvedimento del governo, a differenza dei risparmiatori leghisti che sono stati truffati dalla Banca leghista Credieuronord.
Salvini impallidisce e batte in ritirata: “Parliamo del referendum”, colpito e affondato.
Cerca di recuperare criticando il mantenimento del Senato di raccomandati ma la Boschi è documentata e gli ricorda la riforma proposta da Calderoli che diceva le stesse cose, con la differenza che Calderoli prevedeva il mantenimento degli stipendi mentre la riforma Boschi no.
Salvini balbetta, ride nervosamente e bonfonchia: “vedo che è documentata”.
Salvini non ne azzecca una, critica l’Europa e fornisce l’assist alla Boschi: “dell’Europa le piace solo lo stipendio di 20.000 euro al mese che percepisce come parlamentare europeo?”.
Salvini replica “io sono stato eletto, lei no” e la Boschi lo annienta: “Io sono stata eletta in Parlamento come lei, con il Porcellum che non ha votato il mio partito, ma il suo: se non le piaceva perchè l’ha votato?”.
Ormai in piena disfatta Salvini va completamente in tilt e della riforma costituzionale non parla più: parla di tutto, dalle moschee ai profughi, dagli artigiani agli studi di settore, dalle vacche da latte alla scuola.
La Boschi è un carro armato con i cingoli, altro che ruspa. Ha indubbiamente un gran controllo ed è preparata, alterna esposizione lineare e affondi.
Al di là delle posizioni sul referendum, non c’è partita: il ministro vince per manifesta superiorità , un ko tecnico senza appello.
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Ottobre 7th, 2016 Riccardo Fucile
PIACE L’ABOLIZIONE DEL BICAMERALISMO PERFETTO, BOCCIATO IL SENATO NON ELETTIVO…. CI VOLEVANO I PROPAGANDISTI DEL NO PER FAR RISALIRE IL SI’
La fiducia degli italiani nel premier Renzi resta attorno al 33 per cento, quella nel governo appena un
punto sopra. La tendenza non si inverte. In compenso, la partita del referendum è apertissima, con il Sì che rimonta puntando su alcuni punti della riforma, che suscitano largo consenso.
Verso il voto
Di eventi futuri che dominano il pensiero degli italiani (la ricerca è stata eseguita da Istituto Piepoli su campioni settimanali rotativi di 500 casi, rappresentativi della popolazione degli elettori) ce n’è solo uno: il referendum del 4 dicembre.
Dal punto di vista formale si conferma il No, che è al 54% mentre i Sì sono al 46%. Tuttavia chi è abituato come me a fare test di prodotto è giunto a una conclusione un po’ diversa.
Abbiamo sottoposto infatti agli italiani le varie aree referendarie contenute nel quesito che sarà proposto nella scheda elettorale.
In sintesi, delle 8 parti in cui abbiamo suddiviso il quesito referendario, ben 6 ottengono la maggioranza assoluta dei Sì, e solo 2 ottengono una netta sconfitta, cioè un No da parte degli elettori.
Quindi, nel caso in cui si spezzetti il referendum e si approvino o disapprovino le singole parti dello stesso, il risultato finale è marginalmente favorevole al Sì: il 47% approva il referendum contro il 46% che lo rifiuta.
La distanza è irrisoria. L’unica cosa altamente probabile è una forte partecipazione degli elettori alla prova. La nostra previsione è di una presenza al referendum di 30 milioni di italiani.
Il mondo del potere
Dall’inizio di aprile, Renzi naviga sotto il 40% nella fiducia degli italiani. Quanto alla compagine ministeriale, tiene bene alla botta del tempo, anche se i Top 10 sono cambiati: nella prima epoca del governo erano sostanzialmente donne e adesso sono tutti uomini; la prima delle donne, Roberta Pinotti, compare infatti al sesto posto.
La consuetudine di leader dei ministri si materializza in Graziano Delrio e l’ultimo della classe è, dall’inizio del governo, Angelino Alfano.
In ogni modo, nel complesso, questo governo ha una popolarità più costante e dimostra di essere «più squadra» rispetto ai cinque governi precedenti.
Ma cosa ha fatto di buono questo governo? Lo abbiamo chiesto agli elettori e loro puntualmente ci hanno risposto che tra i provvedimenti del governo Renzi detiene la palma il bonus di 80 euro in busta paga per i lavoratori dipendenti e per quelli a progetto.
Seguono, in termini di preferenza, i tagli alla spesa pubblica e il taglio del 10% dell’Irap.
Anche la riforma del lavoro, il Jobs Act e gli incentivi connessi alle assunzioni a tempo indeterminato completano l’area di maggior gradimento da parte dell’opinione pubblica.
Quindi, più lavoro e meno tasse: queste sono le cose che valgono per la gente. Il resto è silenzio.
Il Quirinale
Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella si fa poco sentire dalla gente soprattutto confrontandolo con l’attivismo del suo predecessore Giorgio Napolitano. La sua patente ritrosia a comparire non tarpa le ali alla sua immagine che è piuttosto alta: 6 italiani su 10 si dichiarano contenti della sua presenza al Quirinale.
E’ ben vero che qualche punto, attraverso i mesi di gestione del ruolo di Presidente, Mattarella l’ha perso. Ma è sempre costantemente superiore a Scalfaro che aveva una media di 54/55% e non è lontano dagli ultimi momenti di Napolitano che qualche volta, come Ciampi, ha goduto del punteggio di solito riservato ai Re (oltre l’80%).
Le istituzioni
Chi resta oltre al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio Renzi e ai suoi ministri?
Ben poco secondo l’opinione pubblica, che infatti assegna punteggi bassi o in discesa persino a Luigi Di Maio (che in quest’ultimo mese ha perso alcuni punti in termini di fiducia).
Quanto agli altri, il 27% assegnato a Beppe Grillo, il 21% assegnato a Matteo Salvini e il 14% assegnato a Silvio Berlusconi sono piuttosto poco: un’opposizione all’attuale governo è tutta da costruire, e senza un’opposizione seria, un governo serio perde colpi.
(da “La Stampa”)
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Ottobre 7th, 2016 Riccardo Fucile
“COME CON LA DC”… “OGGI FA FINO DIRE IO VOTO NO”
È un modo per sottolineare che non basta una riforma del governo per far cambiare verso al Pil, se poi
«nessuno rischia e non ha il coraggio di mettersi in gioco».
È il senso di scoramento di chi non si lamenta per la propria azienda, «quest’anno la raccolta pubblicitaria va un po’ meglio», ma osserva lo scontro sulle previsioni di crescita nazionale attorno a qualche decimale.
Il segno dei tempi è il clima di incertezza che accresce per effetto della schizofrenia «sui dati dell’economia»: «Si drammatizza e si sdrammatizza tutto nel giro di poche ore. Al tg delle tredici siamo sull’orlo del default, al tg delle venti arriva il “contrordine”, non succede nulla».
E sarà pur vero che la crisi globale ha provocato macerie, ma se l’Italia del dopoguerra seppe trasformarsi in potenza forse è perchè allora non era «un Paese afflitto dai parassiti». Nè cercava capri espiatori: «L’Europa, per esempio…».
Nell’attesa di sentirsi dare sul referendum la risposta che già conoscono, gli ospiti che Confalonieri riceve nella sede del Biscione a Roma vengono coinvolti in una discussione sul «Malaussène» dell’era contemporanea, su quell’entità con sede a Bruxelles a cui si attribuiscono anche colpe che non ha: «E io, sia chiaro, non penso sia sbagliato criticare l’Unione, per gli errori, le omissioni e pure – vogliamo dirlo? – per certe storie poco chiare che hanno coinvolto persino dei commissari europei. A posteriori si capiscono molte cose… Ma vogliamo davvero sbaraccare tutto?».
L’ordalia che attraversa il Vecchio Continente fa tornare alla mente del patron di Mediaset «certe immagini» che pensava fossero sepolte, «perchè da bambino ho visto la guerra. E se non ne ho vista un’altra è grazie alla costruzione di una nuova Europa. L’Europa ci ha salvato da altri conflitti, ha debellato gli “ismi” del secolo breve. Sentire adesso certi commenti, sentir dire con superficialità che la Brexit è stata un bene e che è giunto il momento anche per noi di fare la stessa cosa, è da irresponsabili. Ma scherziamo?».
Lentamente si scorge l’ordito del ragionamento, si intuisce che Confalonieri sta rispondendo alla domanda.
E soprattutto si capisce come il braccio destro di Berlusconi da anni stia sfruttando l’accusa di essere un lobbista per proteggersi: «Ma io sono un lobbista», ripete ogni volta. In realtà è un alibi.
Un lobbista non avrebbe mai detto – a suo tempo – che Berlusconi sbagliava a togliere la fiducia al governo Letta, non si sarebbe speso per consigliare al Cavaliere di dare il suo sostegno all’elezione di Mattarella al Quirinale, nè avrebbe tifato (continuando a farlo) per il patto del Nazareno.
Certo, «Renzi sarà anche un ganassa e tutto questo può dar fastidio», ma ciò non gli fa cambiare idea sul referendum e non lo dissuade dal convincimento che serva un’intesa tra le forze del popolarismo e del socialismo europeo in Italia nel contesto della crisi globale, con tutti gli «ismi» che girano per l’Europa.
Raccontano che gli scappi spesso un sorriso la mattina, quando legge che le sue posizioni sono mosse da un puro spirito aziendalista. Che è un pezzo di verità , ma non tutta la verità : «Se qualcuno scrive che faccio politica, giuro che lo querelo».
L’alibi regge. E gli consente di fare ciò che sostiene di non fare. Appena si rende conto di aver estenuato i suoi interlocutori, che nel frattempo hanno perso ogni speranza di ascoltare la risposta alla loro domanda, Confalonieri decide di rispondere. Con una serie di domande: «Ma quelli che stanno in Parlamento sono davvero convinti che vinca il No al referendum? Sono sicuri dei sondaggi che danno Renzi per perdente? E lei che idea si è fatto?».
L’effetto disorientamento sull’ospite è riuscito.
E il capo del Biscione – aggrappandosi alla sua «esperienza» – si mette a ricordare di «quando in Italia c’era la Dc e sembrava che nessuno la votasse. Infatti nei sondaggi era data sempre bassissima. Poi si aprivano le urne e… Magari mi sbaglio, ma penso che sul referendum oggi faccia fino dire “io voto No”».
Ecco la risposta alla fatidica domanda. Più chiaro di così…
Francesco Verderami
(da “il Corriere della Sera”)
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Ottobre 6th, 2016 Riccardo Fucile
L’EX MAGISTRATO AYALA: NON E’ AFFATTO IN CONTRASTO CON LA NORMATIVA VIGENTE
L’ultima scomposta polemica a proposito della formulazione del quesito che sarà proposto alla risposta
degli elettori mi ha convinto a tornare sull’argomento nel tentativo di offrire un contributo di chiarezza. Modesto, forse, ma sincero di sicuro.
Alcuni dei fautori del No, dopo averlo letto, l’hanno definito senza mezzi termini un “quesito truffa”, se non peggio ancora.
Non c’è dubbio che in tal modo può esser visto a una sola condizione: essere in contrasto con la normativa che regola la materia.
E ciò per l’ovvia ragione che solo il mancato rispetto della legge può consentire di aprire le porte ad una ipotesi truffaldina destinata, addirittura, ad ingannare i cittadini chiamati alle urne.
Tralasciamo di chi sia la responsabilità della formulazione del testo del quesito.
Come vedremo ben poco importa specie laddove il medesimo dovesse rispettare la disciplina normativa che lo regola.
Il mancato rispetto di questa è stato rilevato in un ricorso al Tar che, apprendo dai giornali, fa espresso riferimento all’art. 16 della legge n. 352 del 1970. Non sarebbe, insomma, stato rispettato quanto precisato in quella norma.
A questo punto non riesco proprio ad evitare di risultare noioso. I lettori mi scuseranno.
Tralasciando ogni questione sulla competenza o meno del giudice amministrativo in materia, da modesto artigiano del diritto mi sono limitato a leggere il testo di quell’articolo e, quindi, a confrontarlo con quello che troveremo sulla scheda elettorale.
La formulazione testuale di quest’ultimo è la seguente: “Approvate il testo della legge costituzionale concernente disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle Istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016”.
Con tutto il rispetto dovuto alle ragioni del No, non c’è dubbio che proprio di quanto indicato si occupa la riforma offerta al giudizio dei cittadini.
Sarà pure pessima, ma quella è.
Vediamo, a questo punto, cosa prescrive il citato art 16 della legge n. 352 del 1970. Leggiamone il testo: “Il quesito da sottoporre a referendum consiste nella formula seguente: Approvate il testo della legge di revisione dell’ art….( o degli articoli….) della Costituzione concernente ( o concernenti)…approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale N…. del….., ovvero Approvate il testo della legge costituzionale concernente…,… approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n….. del…”
“In claris non fit interpetratio” asserivano i giuristi latini.
La previsione successiva all'”ovvero” mi pare pienamente rispettata, non prevedendo affatto l’elencazione degli articoli oggetto della riforma.
Rimane, perciò, solo la curiosità di attendere il pronunciamento del Tar.
Giudichino, nel frattempo, i lettori in cosa possa consistere la ” truffa” della quale, a giudizio dei ricorrenti, rischiano di essere vittime il prossimo 4 dicembre.
Giuseppe Ayala
magistrato
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 6th, 2016 Riccardo Fucile
SU COSA SI BASA, MODI E TEMPI DELLA DECISIONE
Che cosa contesta il ricorso sul referendum? 
Prende di mira il quesito che troveremo sulla scheda. Dove ci chiederanno di approvare o no la legge «sul superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione». Secondo i ricorrenti, questo riassunto è fazioso e viola la legge 352 del 1970 sui referendum.
Cosa prescrive la legge?
La sostanza dell’art.16 è che nelle leggi di revisione costituzionale si dovrebbero elencare sulla scheda gli articoli da cambiare, indicandone il contenuto; per le altre leggi costituzionali, invece, è sufficiente specificare l’argomento cui si riferiscono. L’accusa dei ricorrenti (gli avvocati Giuseppe Bozzi e Enzo Palumbo, cui si sono uniti Vito Crimi per M5S e Loredana De Petris per Sel) è che la formulazione renziana non indica gli articoli uno per uno, come secondo loro avrebbe dovuto, e per spiegare il contenuto usa il titolo propagandistico della Boschi.
È un ricorso fondato?
Lo deciderà il Tar del Lazio, seconda sezione bis, presieduta dalla dottoressa Spanizzi. Il tribunale amministrativo deve anzitutto chiarire se è competente a decidere. Certi giuristi sostengono di no, che i ricorrenti hanno sbagliato indirizzo, avrebbero dovuto bussare invece alla Cassazione che già aveva messo il suo timbro sul quesito. Sennonchè la legge sui referendum (art.12) non prevede alcuna forma di ricorso in Cassazione, per cui Bozzi e gli altri non avevano altra possibilità che contestare l’intero decreto con cui il Presidente della Repubblica ha indetto il referendum. Per questo motivo si sono rivolti al Tar, correndo i rischi del caso.
Nella sostanza i ricorrenti hanno ragione?
Il governo tramite i suoi avvocati dirà di no, che pure in passato si era fatto così: tanto nel 2001 quanto nel 2006 la scheda non indicava gli articoli da cambiare ma semplicemente «il Titolo V», oppure «la seconda parte della Costituzione»: formulazioni che guarda caso corrispondevano ai titoli delle due riforme sottoposte a referendum. Sostiene il premier: noi ci siamo regolati esattamente allo stesso modo, inserendo il titolo della legge approvata dal Parlamento. Sottovoce, certi fautori del Sì riconoscono che c’è stato un po’ di furbizia; salvo aggiungere che la legge del 1970 non la vieta affatto, perchè la formulazione del famoso art. 16 è alquanto lacunosa. Prescrive semplicemente di specificare sulla scheda l’argomento cui la riforma costituzionale «concerne», ma non indica il modo in cui la riforma va sintetizzata. Renzi l’ha riassunta a modo suo, e per il Tar non sarà facile metterlo con le spalle al muro.
Quando la decisione?
La cattiva notizia: qualunque cosa il Tar decida, ci sarà un appello davanti al Consiglio di Stato. La buona notizia: diversamente da quella civile, la giustizia amministrativa procede in fretta. Già oggi a mezzogiorno è fissata la prima udienza.
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Ottobre 5th, 2016 Riccardo Fucile
“IN ITALIA SERVONO MENO LEGGI E MIGLIORI”
Le riforme costituzionali del governo Renzi sono “un ponte verso il nulla“. E sarebbe meglio che il
governo Renzi facesse “meno leggi, ma di migliore qualità “.
E’ il consiglio che il Financial Times rivolge al capo dell’esecutivo.
“Per quale motivo — domanda Tony Barber, autore dell’editoriale — Matteo Renzi, che nel 2002 criticò” la costruzione del ponte sullo stretto di Messina, ora propone di costruirlo e “ne tesse gli elogi?”.
La risposta: “Ventilando al rilancio di un progetto caro a Silvio Berlusconi, Renzi punta a ridurre la propensione dei lealisti di Berlusconi e delle altre forze di centrodestra a farlo cadere nel caso in cui dovesse perdere il referendum“.
Ma “contrariamente a quanto pensa lo stesso Renzi, le riforme costituzionali che propone faranno poco per migliorare la qualità del governo, del processo legislativo e della politica” italiana.
Secondo il premier, prosegue Barber attaccando alle basi la dottrina renziana, il bicameralismo paritario “produce ritardi inutili che fanno zoppicare anche i governi benintenzionati come il suo, che vogliono mettere in atto riforme in grado di modernizzare il Paese. Eppure la storia dei governi del dopoguerra, compresa quella dello stesso esecutivo Renzi, smentisce la sua teoria. Il Parlamento italiano ha approvato anno dopo anno un numero maggiore di leggi di quelle passate in Francia, Germania, Regno Unito e Stati Uniti. Nonostante la mancanza di una maggioranza in Senato, il Partito Democratico di Renzi è riuscito a far passare i tagli delle tasse e la riforma del mercato del lavoro su cui si basa il suo programma”.
“L’Italia — si legge ancora — non ha bisogno di leggi approvate più rapidamente, ma di un numero minore di provvedimenti e di migliore qualità “.
Leggi che “dovrebbero essere scritte con cura e applicate davvero, piuttosto che essere bloccate o aggirate da pubblica amministrazione, interessi privati e pubblici”.
Le riforme, poi, “sono legate a una legge elettorale che garantirà un premio al partito vincente, garantendogli la maggioranza per 5 anni. Elaborata nel 2014 da Renzi e Berlusconi, anche questa è davvero una cattiva riforma“.
Tony Barber ha cambiato idea sull’ex sindaco di Firenze, dirà chi ricorda un editoriale del 2015 in cui il giornalista definiva Renzi come “l’ultima speranza per l’Italia”.
Ma nell’ultimo paragrafo dell’articolo, Barber riprende il concetto.
Con un distinguo: “Nelle capitali europee si ha la sensazione che Renzi meriti di essere sostenuto. Un’Italia senza timone, esposta a una crisi delle banche e al Movimento 5 Stelle, comporterebbe guai”, continua il Financial Times sottolineando i pericolo che una vittoria del No al referendum del 4 dicembre comporterebbe.
Ma “dall’altro lato una vittoria (del Sì, ndr) potrebbe rivelare la follia di voler anteporre l’obiettivo tattico della sopravvivenza del governo alla necessità strategica di una democrazia robusta“.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 4th, 2016 Riccardo Fucile
IL FILOSOFO DEL DIRITTO: “LA RIFORMA ALLARGA LA PARTECIPAZIONE, GARANTISCE MAGGIORE EFFICIENZA AL PARLAMENTO ED ELIMINA LA LEGISLAZIONE CONCORRENTE TRA GOVERNO E REGIONI”
«Finalmente la grande politica…». Filosofo del diritto e presidente dell’Istituto Gramsci, Beppe Vacca è stato deputato del Pd e dirigente dei Ds e ora, da sinistra, guida il fronte del Sì nel Lazio.
Napolitano ha bacchettato Renzi per i «molti errori» che hanno favorito il No
«L’errore di aver personalizzato troppo non lo ha fatto solo lui, ha cominciato l’opposizione».
Non fu Renzi a legare il suo destino politico alla riforma?
«È stata l’opposizione a farne un referendum sul governo, poi Renzi ha fatto più uno e in questo ha sbagliato»
Il Sì è in tempo per recuperare
«La vera campagna è appena iniziata. La strategia che unisce tutti i No è portare gli italiani a votare sul proponente, anzichè sulla proposta».
La vostra contromossa?
«Spiegare le ragioni del Sì. La riforma allarga la partecipazione democratica, garantisce maggiore efficienza del Parlamento ed elimina la legislazione concorrente tra governo centrale e Regioni»
Il taglio dei costi della politica la convince?
«È un argomento demagogico, infatti non lo proponiamo come fondamentale. Spiegando bene i punti della riforma io spero che si riesca a rimuovere la campagna del No per accrescere il disgusto dei cittadini nei confronti della politica»
Vogliono abbattere Renzi?
«Non sono mica stupidi! Lavorano per far scendere il quorum, così in campo restano solo gli anti premier… Ma io vedo un inizio di mutamento. Se l’elettore si interessa e discute del merito, capirà che il dominus del referendum è lui».
Fa bene il leader del Pd a cambiare l’Italicum per tentare di ricompattare il partito?
«È giusto cercare un punto di intesa, anche se i tempi prima del 4 dicembre non ci sono. Per me il Parlamento come è stato ridisegnato dalla riforma è compatibile con qualsiasi legge elettorale».
Per Bersani il Paese è sull’orlo del burrone…
«Io ho fatto parte della minoranza e se condividessi uno solo dei loro argomenti non avrei accettato di coordinare il Sì nel Lazio».
Non si esagera nel dire che è la riforma cruciale degli ultimi vent’anni?
«Il Paese ne ha bisogno dagli anni 80, per il rapporto tra politica interna e internazionale».
Rafforza troppo i poteri del premier?
«Manco per niente. Come fa il capo del governo a prendersi tutto, se il quorum per eleggere le istituzioni di garanzia viene rafforzato?».
Che impressione le fa trovarsi dalla parte opposta di Massimo D’Alema?
«È mio fratello minore. Ma, personalizzando la sfida sul governo, sta dando una mano a Renzi».
Monica Guerzoni
(da “il Corriere delle Sera“)
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