Aprile 14th, 2016 Riccardo Fucile
AL DI LA’ DEL RAGGIUNGIMENTO DEL QUORUM, SE SI SUPERERA’ QUESTA SOGLIA RENZI NON DORMIRA’ SOGNI TRANQUILLI IN VISTA DEL REFERENDUM COSTITUZIONALE
Apparentemente è facilissimo: se domenica notte verrà raggiunto il quorum avranno vinto i
referendari, altrimenti sarà Renzi ad aver avuto ragione.
Ma la realtà è molto più complicata. Perchè può pure capitare che il quorum non scatti, e ciò nonostante il premier abbia buoni motivi per non essere soddisfatto.
In altre parole, dipende. Da cosa? Da quanti saranno i sì.
Pochi sì, massima tranquillità a Palazzo Chigi; tanti o tantissimi sì, grande allarme da quelle parti.
Proviamo a stabilire il livello di guardia.
IL NUMERO MAGICO
Delle trivelle al premier non importa granchè, tanto che invita gli italiani ad andarsene al mare. Però gli importa molto, anzi moltissimo, dell’altro referendum: quello costituzionale che si terrà in autunno.
E in quel caso non potrà sperare nell’astensione, dovrà spingere milioni di elettori alle urne. Quanti? Difficile stabilirlo a priori.
Però nel 2006 ci fu un altro referendum costituzionale che riguardava la riforma proposta dall’ex Cavaliere.
Nell’occasione votarono in 26 milioni (e Berlusconi venne sconfitto).
Quel numero teniamolo a mente. Ci permette una stima a spanne di quanti voti potrebbero servire a Renzi in ottobre: almeno 13 milioni per potercela fare.
Se convincerà un maggior numero di italiani, meglio per lui. Però quella è la base minima. Ed ecco il «link» con le trivelle: il voto di domenica può fornire qualche interessante indizio sulle reali speranze del premier.
IL TERMOMETRO DEI MALDIPANCIA
L’area no-triv rappresenta grosso modo il maldipancia politico nei confronti del governo. Lo sostengono a vario titolo tutte le opposizioni, dalla sinistra-sinistra alla Lega, dal centrodestra ai grillini.
Negli ultimi giorni l’attenzione si è molto accesa anche come effetto della vicenda petroli. Insomma, può essere un test niente affatto trascurabile. E qui ricordiamoci il numero magico, 13 milioni.
Se i «sì» non arriveranno a quella soglia, e magari si fermeranno parecchio sotto, difficilmente potranno rovinare i piani del premier.
Se invece dovessero superarla, allora Renzi avrebbe poco da stare sereno. Vorrebbe dire che in autunno, sulla Costituzione, nulla sarà scontato, potrà accadere di tutto.
E i vincitori politici del referendum, sebbene sconfitti dal quorum, saranno proprio i no-triv.
Ugo Magri
(da “La Stampa”)
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Gennaio 19th, 2016 Riccardo Fucile
SI SVOLGERA’ TRA IL 15 APRILE E IL 15 GIUGNO
Gli italiani decideranno con un referendum sulla durata delle attività petrolifere.
La Corte Costituzionale ha dichiarato ammissibile il sesto quesito, quello sulle attività petrolifere entro le 12 miglia marine, che si concentra sull’attuale previsione che i titoli abilitativi già rilasciati debbano essere fatti salvi “per la durata di vita utile del giacimento”.
Per i promotori del referendum, infatti, l’emendamento introdotto dal Governo alla Legge di Stabilità permette che i titoli già rilasciati “restino validi in attesa di tempi migliori”. Per conoscere le motivazioni bisognerà attendere ancora (la pubblicazione è prevista per il 10 febbraio), ma di fatto la Consulta segue la strada intrapresa dai giudici della Cassazione.
IL SESTO QUESITO
Lo scorso 8 gennaio, infatti, la Suprema Corte ha trasferito sulla nuova normativa entrata in vigore il 1 gennaio con la Legge di Stabilità il sesto quesito ritenendo che la legge soddisfacesse tutte le altre richieste.
Il Parlamento, del resto, aveva accettato di modificare la norma del codice dell’ambiente che consentiva la conclusione dei procedimenti in corso, prevedendo però che i permessi e le concessioni già rilasciati non avessero più scadenza.
Non si chiariva, inoltre, che i procedimenti in corso dovessero ritenersi definitivamente chiusi e non solo sospesi. La Cassazione ha ritenuto che la modifica del Parlamento non recepisse completamente la richiesta referendaria e ha dichiarato il sesto quesito ammissibile, rinviandolo alla Corte Costituzionale.
COSA POTREBBE CAMBIARE
Il referendum è stato promosso da 9 Regioni: Basilicata, Marche, Puglia, Sardegna, Veneto, Calabria, Liguria, Campania e Molise. L’Abruzzo, invece, ha fatto dietrofront. Cosa cambierà se Regioni promotrici e i movimenti anti-trivelle vincessero la loro battaglia? Dall’abrogazione referendaria deriverà un vincolo per il legislatore che non potrà rimuovere il divieto di cercare ed estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia e l’obbligo per il ministero dello Sviluppo economico di chiudere definitivamente i procedimenti in corso, finalizzati al rilascio dei permessi e delle concessioni.
VERSO IL REFERENDUM
La sentenza della Consulta sarà ora notificata alla presidenza del consiglio dei ministri. Verrà indicata una data tra il 15 aprile e il 15 giugno prossimi per consentire che si svolga il referendum.
Che a quel punto sarà indetto con un decreto del Presidente della Repubblica. Nel frattempo, però, non è da escludersi che il governo tenterà di modificare la norma per evitare che si arrivi alla consultazione popolare. Come è già accaduto. La sentenza della Corte Costituzionale e le relative motivazioni saranno pubblicate entro il 10 febbraio.
LA DELIBERA IN VENETO
Intanto il Consiglio regionale del Veneto ha approvato all’unanimità la proposta dell’Ufficio di presidenza di ricorrere alla Corte Costituzionale per conflitto di attribuzione sul caso delle previsioni normative, comprese le autorizzazioni concesse dallo Stato, sulle trivellazioni e la ricerca di pozzi petroliferi o giacimenti di gas naturale. “Voto compatto e unanime” ha detto il presidente Roberto Ciambetti.
Sono sei le Regioni promotrici del referendum pronte a sollevare il conflitto di attribuzione con il Parlamento: si tratta di Basilicata, Sardegna, Veneto, Liguria, Puglia e Campania.
Lo scopo è anche quello di non abbandonare la battaglia su altri due referendum non dichiarati ammissibili dalla Cassazione, sulle proroghe dei titoli già concessi e sul piano estrazioni.
Luisiana Gaita
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Ottobre 1st, 2015 Riccardo Fucile
“SONO STATO LASCIATO SOLO”… “NESSUNA ALLEANZA CON RENZI ALLE AMMINISTRATIVE”
Scadeva ieri il termine per la raccolta di firme sugli otto referendum promossi da Pippo Civati. Non
ce l’ha fatta.
Quante firme avete raccolto?
Le stiamo ancora contando. Al momento direi 300mila. Non bluffo. Ma sono molto soddisfatto: è stato un crescendo. Se l’alchimia che c’è stata fosse scattata una settimana prima ce l’avremmo fatta.
È soddisfatto? Sapeva di non farcela?
Sono soddisfatto perchè da soli e senza soldi abbiamo fatto un gran risultato. Ma credevamo in cifre più grandi basandoci su alcune città , come Aosta, Verona, Genova, Napoli. Dove avevamo visto crescere una tendenza.
Cosa non ha funzionato?
Intanto l’oscuramento dei media è stato sorprendente. Non abbiamo i soldi per fare una campagna informativa e abbiamo sofferto tantissimo fino al 15 settembre. Poi però è stato un diluvio di partecipazione. Non ha funzionato il fatto che potevamo lavorare tutti insieme e invece sono fioccati distinguo inverosimili sui quesiti. Però quello della scuola, il più attaccato, è quello che ha raccolto più firme, con quello sulle trivelle. Non voglio polemizzare però…
Però?
Però io ho proposto a tutti i quesiti a maggio. Se fossimo partiti tutti insieme ce la facevamo. Avrò anche io le mie responsabilità , ma ora voteremo fra due anni. Sono più incazzato da elettore che da promotore. Anzi, da promotore sono contento.
È partito da solo, l’hanno sospettata di avere un suo disegno personale.
Una stronzata. E quale sarebbe questo mio personale disegno?
Magari costruirsi un ruolo, e costruire la sua associazione Possibile attraverso i referendum.
Possibile ha 5mila iscritti per ora. Abbiamo posposto il tesseramento proprio per tenere separate le due cose. Ora abbiamo un sacco di progetti. Forse faremo una Leopolda negli stessi giorni di Renzi. In parlamento stiamo lavorando con la sinistra e con un pezzo del gruppo misto. In questi giorni si è un po’ freddata la tensione per ragioni, diciamo così, referendarie. E anche per le amministrative.
Nei comuni la futura ‘cosa rossa’ ha un problema. A Milano Sel farà le primarie con il Pd, semprechè si facciano. Lei no.
C’è un problema un po’ dappertutto, ed è di senso politico. Se siamo una cosa autonoma dobbiamo fare una cosa autonoma. Le eccezioni non possono arrivare prima della regola. Abbiamo idee diverse sulla base della nostalgia del 2011? Se a Milano ci fosse Pisapia se ne potrebbe discutere, ma non c’è. Come è successo a Barcellona, anche noi possiamo fare ‘Milano in Comune’, e così Bologna, Napoli. Se diamo il voto a un’alleanza in cui il Pd è egemone magari governeremo ma non prenderemo i voti e porteremo acqua al mulino di Renzi. Non possiamo dire che Renzi è un turboliberista e poi allearci con lui.
Ma in parlamento almeno farete i gruppi unitari?
Prima di tutto ognuno chiarisca al proprio interno cosa vuole fare. Ci sono frange meno unitarie in Sel, in Rifondazione, poi ci sono due tipi di verdi, poi c’è l’Altra Europa, i comunisti italiani, gli ex pd e noi. Non è colpa mia se alcuni sono divisi. Facciamo le comunali con un simbolo civico per chiamare tutto il centrosinistra, non solo la sinistra radicale. Il Pd si è spostato a destra, voteranno noi. Io avrò anche un attivismo disordinato, ma la sinistra Pd che strategia ha, quella dell’autoestinzione? L’ho detto anche alla Cgil: va bene, non volete fare i referendum, ma poi che farete, voterete Renzi?
Magari un sindacato preferisce che un referendum sul lavoro lo promuovano i lavoratori, o sulla scuola gli insegnanti.
A parte il quesito sulla scuola, e quello sull’Italicum, non c’è stata nessuna polemica di merito. Gli ambientalisti oggi festeggiano il referendum delle regioni contro le trivelle? Il nostro quesito era uguale, scritto dalla stessa persona. E infatti adesso ci mettiamo a loro disposizione. Sui temi sociali io sono andato da Landini a dirgli di scriverli lui i quesiti, e di promuoverli. L’unica condizione che chiedevo è di farli subito, non fra due anni. Ho i testimoni. E invece si racconta che Civati non ha sentito nessuno. E che Civati è diventato un problema.
Magari le hanno obiettato che con i tempi così stretti si rischiava il flop. Per lei 300mila firme saranno anche un successo, per gli altri no.
Se ci fosse stata la Fiom, la Coalizione sociale, Sel, Rifondazione e i verdi ce l’avremmo fatta. Ce la stavo per fare anch’io, bastava una settimana in più. Abbiamo perso un’occasione. I renziani festeggiano. E fanno bene: l’idea che rompevamo le scatole a Renzi piaceva molto ai banchetti. Se un piccolo movimento da solo raccoglie 300mila firme vuol dire che potenzialmente ci sono due milioni di firmatari. Ma non mi accusino di aver compromesso qualcosa. Ora ci sono 300mila persone pronte ad essere ricontattate.
Con Fiom, Sel, Prc amici come prima?
Ho un buon carattere. Avrei apprezzato la collaborazione, ed io per loro l’avrei fatto, lo dimostrerò alla prima occasione. Ma voglio dire a tutti una cosa: c’è un mondo fuori da noi. Persone pronte ad attivarsi. Non proponiamogli i soliti convegni.
C’è un appuntamento di tutta la sinistra a novembre. Ci andrà ?
Vedremo se Sel ha idee che coincidono con le mie e quelle di Ferrero e di altri sulla collocazione autonoma dal Pd alle amministrative.
Se no non ci andrà ?
Se no vado andrò a dire che io non mi alleo con il Pd. Ma con simpatia.
Dica la verità , lei vorrebbe fare il capo della cosa di sinistra?
No, non voglio fare il capo di niente. Anzi, sto cercando un candidato premier. Che però ancora non vedo. Forse dobbiamo cercarlo meglio. Oltretutto per me la cosa a sinistra si fa, non si predica.
(da “il manifesto”)
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Settembre 26th, 2015 Riccardo Fucile
NEL MIRINO JOBS ACT E BUONA SCUOLA, MA SOPRATTUTTO L’ITALICUM: “MANCANO 100.000 FIRME”
Cinque giorni per 100 mila firme. È appeso a questo numero l’esito degli otto quesiti referendari
promosso dal movimento politico di Pippo Civati, “Possibile”.
«Non è impossibile da raggiungere», gioca con le parole l’ex compagno di banco della prima Leopolda di Matteo Renzi.
Da settimane l’ex dem gira in lungo e largo lo stivale, «in questo momento sono a Crotone, in serata a Cosenza, e domani che ci saranno 500 banchetti in tutta Italia tornerò a quello di casa, dove troverò la mia compagna».
L’impianto dei quesiti vorrebbe smontare leggi chiave del renzismo.
«Non per far cadere il governo», ma, afferma Civati, «per far tornare i cittadini a poter votare». Degli otto, infatti, due riguardano l’Italicum, legge elettorale approvata in via definitiva la primavera scorsa. Che Civati propone di modificare eliminando i capilista bloccati e le candidature plurime.
Il terzo e il quarto vogliono le eliminazioni delle trivellazioni a mare.
Il quinto è contro lo Sblocca italia, per superare- dice Civati- la politica delle grandi opere. Il sesto e il settimo prendono di mira il Jobs Act, provvedimento che ha scatenato le ire della sinistra interna al Nazareno.
E infine, l’ottavo colpisce la “buona Scuola”. Per l’appunto si chiede di abrogare «il potere di chiamate del preside manager ».
La campagna referendaria è stata avviata lo scorso 17 luglio. Da completare con la raccolta di 500 mila firma entro il 30 settembre.
Secondo i calcoli dello staff di Civati, ne mancherebbero circa 100 mila. Un numero che l’ex leopoldino spera di ottenere in questo weekend.
Così da portare a compimento l’impresa: il referendum nella primavera del 2016. Ma la meta appare lontana. I promotori dell’iniziativa hanno iniziato un dialogo con alcune forze politiche e sociali.
Con l’intento di servirsi del referendum per provare a «ricostruire una sinistra alternativa a Matteo Renzi e al partito della nazione».
Ma Civati ha perso per strada i “compagni” vendoliani di Sel.
Il motivo? «Non ci convince di formularli in questo modo e in questi tempi» taglia corto Nicola Fratoianni, parlamentare e segretario nazionale di Sel.
«Oltretutto molti soggetti coinvolti, penso ai sindacati della scuola, ma anche alla Cgil, hanno espresso dubbi anche di merito».
Qualche giorno fa, però, Fratoianni ha cambiato idea firmandoli ugualmente perchè «non sia mai che alla fine dovesse mancarne una, la mia».
Anche Paolo Ferrero, Antonio Di Pietro, il grillino Alessandro Di Battista e l’intramontabile Marco Pannella hanno sottoscritto i quesiti proposti da Civati.
Il leader radicale ha messo a verbale che «firmo a prescindere dal contenuto dei quesiti anche a nome dei milioni di elettori che non hanno visto il diritto alla conoscenza ».
In casa dem si è registrato il sostegno del lettiano Marco Meloni e di Walter Tocci.
Grande assente la Cgil. E, soprattutto, quel Maurizio Landini invocato da Civati a più riprese: «Perchè non firmi i referendum? ».
Giuseppe Alberto Falci
(da “La Repubblica”)
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Agosto 13th, 2015 Riccardo Fucile
DALL’ITALICUM AL JOBS ACT: LANDINI E SEL FERMI, I CINQUESTELLE DICONO NO PER CONVENIENZA
Esiste una campagna referendaria di cui nessuno parla.
Qualcosa che non capitava in queste dosi neanche alle campagne referendarie dei radicali, qualcosa di quasi incredibile, in una democrazia.
Lanciata da Giuseppe Civati, ex deputato democratico, ha davanti lo scoglio arduo di superare cinquecentomila firme entro il 30 settembre.
I referendum proposti dalla sua nuova aggregazione politica, che si chiama «Possibile», sono otto.
Le modalità sono sia online, sia coi banchetti: si può firmare, se si ha una firma autenticata, sul sito: referendum.possibile.com/quesiti/ oppure si può organizzare un banchetto.
E ne stanno nascendo, autoprodotti, ovunque. Nessuno li vuole vedere.
Il primo quesito riguarda «l’eliminazione dei capilista bloccati e delle candidature plurime» nell’Italicum.
Il secondo punta – più problematicamente – all’«eliminazione della legge elettorale proporzionale con premio di maggioranza, capilista bloccati e candidature plurime».
Il terzo riguarda «l’eliminazione delle trivellazioni a mare».
Il quarto riguarda «l’eliminazione del carattere strategico delle trivellazioni».
Il quinto attacca lo Sblocca Italia, «dalle grandi alle piccole opere».
Il sesto e settimo quesito attaccano il Jobs Act, uno tentando «l’esclusione del demansionamento», l’altro la «tutela del lavoratore dai licenziamenti illegittimi». L’ottavo chiede di abrogare, nella riforma della scuola, il «potere di chiamata del preside-manager».
Ogni quesito ha una formulazione tecnica che vi risparmiamo.
Il problema è che, anche considerando questo assordante silenzio, anche la mobilitazione delle forze è frastagliata a dire poco.
C’è stata qualche significativa adesione, per esempio Aldo Giannuli, che ha a lungo collaborato con il M5S e in particolare con Casaleggio e il blog, ha scritto che li sottoscriverà , pur tra mille riserve, e che «Civati mi sembra l’unico che può ancora avere qualche credibilità in tutta la banda che si muove (piuttosto scompostamente, in verità ) nell’area fra Pd e M5s. Non ho ancora capito se “Possibile” fa parte o no del cantiere Vendola-Ferrero-Fassina-Campanella o no e come si pone verso la coalizione sociale di Landini».
Domanda sensata, perchè Landini, per ora, aspetta che il direttivo Cgil decida «come avviare un coerente percorso referendario abrogativo» (campa cavallo).
La Cgil aveva votato per farli, ma poi ha cambiato idea.
Il movimento della scuola è diviso (Lip e comunisti contrari, insegnanti favorevoli). Sel di fatto non aiuta, anzi, Fratoianni vorrebbe usare l’estate per un dibattito, ma così, se mai arrivassero le firme, si voterebbe nel 2017 (buonanotte).
Solo i verdi firmano i quesiti ambientali (e i presidenti di alcune regioni, tra cui Michele Emiliano).
Insomma, appena c’è un’iniziativa a sinistra si spacca subito il capello. Un grande classico. Bisogna fare a meno di queste agenzie del passato.
C’è poi un gigantesco problema: Casaleggio ordina da sempre al M5S, una forza che oggi varrebbe intorno al venti per cento, di non aderire a iniziative altrui.
Nei giorni scorsi Toninelli ha spiegato «penso che sia più utile lavorare sul referendum confermativo della riforma del Senato dove non è previsto il quorum». L’Italicum non veste così male addosso al M5S.
Jacopo Iacoboni
(da “La Stampa”)
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
LA VITTORIA DI TSIPRAS OLTRE OGNI ASPETTATIVA
No verso la vittoria in Grecia dove alle 19 (le 18 in Italia) si sono chiuse le urne del referendum con cui i greci devono scegliere se dire «sì» o «no» all’accordo per il pagamento dei debiti ai creditori internazionali.
Lo scrutinio corre veloce e con oltre il 40% delle schede scrutinate i «no» sono avanti con il 61% e i «sì» si fermano al 39%.
Un dato che coincide perfettamente con la prima proiezione della Singular Logic, diffusa dal ministero dell’Interno, con il «no» oltre il 61%, mentre i «sì » al 39%.
I greci hanno quindi respinto massicciamente la proposta dei creditori internazionali.
«Lavoreremo per un accordo in tempi brevi»
La Grecia «farà tutti gli sforzi possibili per arrivare presto ad un accordo» con i creditori, «anche nelle prossime 48 ore», sono le prime dichiarazioni del portavoce del governo Sakellaridis alla Tv greca.
Intanto il premier greco, Alexis Tsipras alle 19 si è recato a Palazzo Massimo, la sede del governo, per seguire gli esiti del referendum.
Mentre il ministero delle Finanze fa sapere che il ministro, Yannis Varoufakis a breve incontrerà i banchieri greci.
«Da domani apriamo la strada per tutti i popoli d’Europa. Oggi la democrazia batte la paura», aveva dichiarato il premier Alexis Tsipras in mattinata dopo aver votato ad Atene.
L’affluenza alle urne è stata del 65%: Lo hanno riferito le autorità elettorali greche. La consultazione è pertanto valida avendo superato il quorum.
Intanto il presidente francese, Francois Hollande, secondo fonti dell’Eliseo, ha annunciato che incontrerà la cancelliera tedesca, Angela Merkel lunedì sera a Parigi per fare il punto sulla crisi greca.
I due leader, spiegano dall’Eliseo, terranno una cena di lavoro per «valutare le conseguenze del referendum in Grecia» e per decidere se concedere un piano di salvataggio.
Il portavoce della Merkel precisa che il colloquio tra i due leader inizierà «alle 18.30 e terminerà con una cena di lavoro. L’intento è trovare una valutazione comune della situazione dopo il referendum»
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
ALLE 18 SI SONO CHIUSE LE URNE
Hanno chiuso alle 18 (ora italiana, le 19 in Grecia) le urne in Grecia per il voto nel referendum sul
piano dei creditori internazionali, una tornata elettorale che potrebbe decidere le sorti della permanenza della Grecia nell’euro e scuotere l’unione economica e tutta la costruzione europea.
Primi exit poll: i no in vantaggio.
Secondo i sondaggi non ufficiali diffusi dalla televisione avrebbe vinto il “no” con il 51,5 per cento.
Secondo una rilevazione riservata che il Financial Times ha potuto vedere, il “no” sarebbe tra il 51 e il 53, mentre il sì tra il 47 e il 49 per cento.
Secondo i primi sondaggi (“phone-poll”) diffusi dalle Tv greche il «no» sarebbe avanti. Tutti le rivelazioni sono concordi, eccole:
– Ant1 dà il «no» al 51% contro il 37% di «sì».
– Mega dà il «no» al 51,5%, il «sì» al 48,5%.
– Skai dà il «no» è al 52% contro il 48% di «sì»
– Star dà il «no» al 49% contro il 46% di «sì»’.
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Luglio 5th, 2015 Riccardo Fucile
MANIPOLAZIONE MEDIATICA: “NEI CENTRI URBANI IL NO E’ AL 70%, FACCIAMO USCIRE UN SONDAGGIO FAVOREVOLE”
Avreb bero potuto tito larlo «come mani po lare una cam pa gna refe ren da ria». Invece il docu mento
top secret del fronte del sì per influen zare il voto è defi nito in maniera più neu tra: «Note stra te gi che per il referendum».
Il vade me cum a uso interno di Nea Demo cra tia (il par tito di cen tro de stra dell’ex pre mier Sama ras), tre pagi nette affi date a una società di mar ke ting, risale con ogni pro ba bi lità a gio vedì, visto che parla della mani fe sta zione del giorno prima, e
testi mo nia delle enormi dif fi coltà in cui si trova il fronte del sì.
Lo sce na rio che dipinge non è quello uffi ciale di gior nali e tv: «Le per sone in eta’ dina mica, dai 25 ai 55 anni (spe cial mente quelli tra i 35 e i 45), sono per il no e nei cen tri urbani il no è al 70%. A favore del sì sono i pen sio nati e la pro vin cia», ma si ammette che per sino «il 10% degli elet tori di Nea Demo cra tia è per il no».
La prio rità per i soste ni tori dell’accordo con i cre di tori inter na zio nali è una stra te gia per con qui stare gli indecisi.
Innan zi tutto, «dob biamo pun tare su donne, sui gio va nis simi e su quella parte di votanti di Syriza che pro viene dal Pasok», sti mata intorno al 30 per cento degli elet tori del par tito al governo.
«È soprat tutto a loro che dob biamo rivol gerci», sot to li neando «l’isolamento inter na zio nale del paese e il fatto che Rus sia e Cina pren dono le distanze dalle scelte del governo greco», si legge nel documento.
Inol tre, per pro vare a recu pe rare con sensi nelle ultime ore di cam pa gna refe ren da ria, è neces sa rio che «i mes saggi della nostra comu ni ca zione siano con vin centi e soprat tutto ascoltati».
La stra te gia è chiara: stop alla sovrae spo si zione dei poli tici, in par ti co lare quelli di Nea Demo cra tia che hanno appli cato i Memo ran dum e non sareb bero ascol tati, ed evi tare ogni con fronto diretto con Tsi pras, che sarebbe per dente.
Al con tra rio, «è il momento dei cit ta dini», fatta ecce zione per i sin daci di Atene e di Salo nicco, Gior gios Kami nis e Yan nis Bou ta ris (che si sono schie rati per il sì insieme al Pre si dente della Repub blica Pro ko pis Pavlopoulos).
Per loro, con si de rati più popo lari, non c’è nes suna pre clu sione a spen dersi pub bli ca mente, anzi la loro pre senza va incen ti vata. Biso gna fare in modo, invece, che in tele vi sione gli espo nenti di Syriza ven gano «messi a con fronto con gior na li sti, rap pre sen tanti del mondo pro dut tivo, degli agri col tori e delle asso cia zioni dei commercianti».
La linea è quella di evi tare il con fronto poli tico diretto, che sarebbe per dente e por te rebbe solo acqua al mulino del no: «Non è il momento di pren dersi una rivin cita per le ele zioni perse a gen naio e va sot to li neato il carat tere nazio nale e non di par tito del referendum».
Altro punto cen trale della stra te gia anti-Syriza: enfa tiz zare le code alle ban che e nei
super mer cati, per chè «gli exit poll mostrano che quando vanno in onda que ste imma gini i con sensi per il sì rad dop piano».
Attra verso un uso sapiente delle imma gini di dispe ra zione gli stra te ghi del mar ke ting con tano di recu pe rare un altro 10 per cento.
Una tabella mostra chi ha la meglio nello scon tro tra alcune parole chiave: se si usa l’argomento euro-dracma, ad esem pio, pre vale il sì, vice versa non pagano la con trap po si zione Grecia-Europa, misure con tro Memo ran dum e men che meno Tsi pras con tro Sama ras o altri politici.
Si arriva infine agli argo menti e punti chiave delle ultime ore di cam pa gna refe ren da ria: il
turi smo, con si de rato «fon da men tale», cosa acca drà il giorno dopo la vit to ria del no e dove fini ranno i risparmi depo si tati in banca (un gior nale della destra tito lava ieri, appunto, sul pre lievo for zoso sui depo siti oltre i 20 mila euro), evi tando la domanda «di chi è la colpa se le ban che sono chiuse», per chè su que sto punto le per sone sono divise e «le que stioni tec ni che sono dif fi cili da spie gare».
Se pro prio qual cuno dovesse tirare in ballo l’argomento, «noi dob biamo rivol gerci ai cit ta dini con una sem plice domanda: con quale governo le ban che hanno chiuso?»
Un ulte riore pro blema riguarda la vola ti lità dell’opinione pub blica: è dif fi cile anco rare in maniera cre di bile i cam bia menti d’umore verso il sì per chè gli inde cisi cam biano spesso idea.
Dun que biso gna far appa rire «una dina mica sta bile a favore del sì, mai con per cen tuali simili per chè la gente è molto sospet tosa nei con fronti di chi fa le rile va zioni, che con si dera una parte del sistema».
Venerdì 3 luglio, ultimo giorno utile per la pub bli ca zione, dovrà com pa rire un son dag gio che mostra in maniera chiara il van tag gio del sì, senza che esso possa «essere messo in discussione».
È quello che è acca duto, dopo il passo falso del gior nale con ser va tore Kathi me rini il giorno pre ce dente, che aveva dato i sì in van tag gio ed era stato smen tito a stretto giro di posta dallo stesso isti tuto demo sco pico al quale la rile va zione era stata com mis sio nata.
Il son dag gio pub bli cato ieri dal quo ti diano To Eth nos (di pro prietà del con te stato magnate dei media Gior gos Bobo las, pro prie ta rio anche di Mega tv, impe gnata in una feroce cam pa gna anti-Syriza) è diven tato la prin ci pale noti zia per i media di tutto il mondo, oscu rando per sino i numeri, quelli sì impres sio nanti, della piazza ate niese che lo stesso giorno si è stretta attorno a Tsi pras e al suo governo.
Angelo Mastrandrea
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Luglio 4th, 2015 Riccardo Fucile
LA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI E’ A FAVORE DELLE MISURE IMPOSTE DA BRUXELLES, MA SI FIDA DELL’EUROPA SOLO IL 49%
Il referendum promosso dal leader greco Tsipras rappresenta un vero e proprio guanto di sfida
lanciato alle istituzioni europee e sta tenendo con il fiato sospeso i cittadini per le implicazioni che potrebbe avere sul futuro dell’Ue.
In attesa di conoscere l’esito delle urne, con il sondaggio odierno abbiamo voluto verificare le opinioni degli italiani rispetto a questo importante appuntamento.
La maggioranza (53%) prevede che, indipendentemente dal referendum, la Grecia riuscirà ad accordarsi con l’Unione Europea, onorando i propri impegni per restare nell’euro, mentre un italiano su tre (31%) è pessimista e ritiene che la Grecia alla fine sarà costretta a dichiarare un fallimento e a uscire dalla moneta unica.
Parlando di Grecia talora viene evocato un effetto domino che potrebbe toccare anche l’Italia, da tempo alle prese con il risanamento finanziario e una difficile politica di riforme strutturali per poter far fronte agli impegni con i partner europei.
L’Italia è spesso considerata sullo stesso livello della Grecia nonostante vi siano profonde differenze, basti pensare al Pil o al numero di imprese (4,4 milioni).
Siamo il secondo Paese manifatturiero d’Europa ma oltre 70% degli italiani lo ignora. Non stupisce quindi che di fronte alla vicenda greca il 55% degli italiani pensi innanzitutto al rischio che questa crisi potrebbe colpire anche l’Italia, come già avvenne nella primavera del 2011 e il 16% sia preoccupato per i crediti che l’Italia vanta sulla Grecia, che potrebbero non essere onorati causando un buco nei nostri bilanci pubblici.
Solo il 15% si mostra tranquillo perchè ritiene che l’Italia sia oggi un Paese economicamente più solido della Grecia.
La crisi greca sta mettendo a dura prova l’Ue minandone la credibilità e mettendo in discussione il suo ruolo politico.
Secondo quasi tre italiani su quattro (72%) l’Europa esce da questa vicenda più debole, perchè non sembra capace di trovare soluzioni che tengano assieme tutti i Paesi mentre solo il 14% è di parere opposto e la ritiene più forte, perchè si rafforza il concetto che con l’unificazione tutti i Paesi devono cedere una parte della propria sovranità .
Ma cosa succederebbe in Italia se fossimo chiamati a votare per un referendum come quello greco?
La maggioranza (51%) voterebbe a favore delle misure imposte dall’Europa, pur di evitare il fallimento dell’Italia e l’uscita dall’euro, mentre il 30% voterebbe contro, correndo il rischio di ritornare alla lira, fortemente svalutata.
Gli elettori del Pd (83%) e quelli centristi (67%) sarebbero nettamente a favore del sì, mentre a favore del no risulterebbero gli elettori di Forza Italia (48%), del Movimento 5 Stelle (48%) e soprattutto i leghisti (56%), anche se una significativa minoranza dei rispettivi elettorati paventerebbe l’uscita dall’euro.
In occasione della crisi greca del 2011 la fiducia degli italiani nei confronti dell’Ue ha subito un brusco calo passando dal 72% al 53%.
Oggi la fiducia si è ulteriormente ridotta e si colloca ai livelli più bassi di sempre (49%).
Non va dimenticato che la vittoria di Tsipras nel gennaio scorso era stata salutata positivamente dal 54% dei nostri connazionali animati dalla speranza di attenuare la politica di austerità per favorire la crescita, di ridefinire le politiche comunitarie e di cambiare i rapporti tra gli Stati membri.
Indipendentemente dall’esito delle urne, l’Europa rischia di uscire ulteriormente ammaccata dal referendum greco.
È un’Europa perennemente a metà del guado nel processo di integrazione: vissuta come tecnocratica, arcigna e distante, concentrata sulle tematiche economiche e assente dai temi più sentiti dai cittadini come lavoro, istruzione e ricerca, sanità , pensioni, ambiente, immigrazione
Troppo spesso si dimenticano i motivi che stanno alla base della costruzione dell’Ue e tra gli italiani manca una riflessione non tanto su ciò che possiamo guadagnare stando in Europa, quanto su ciò che possiamo portare in Europa.
Sembra giunto il momento di un nuovo mito fondativo e di leader europei coraggiosi, visionari e dotati di grande capacità politica.
Ma è proprio ciò che manca ai nipoti di Schuman, Adenauer e De Gasperi.
Nando Pagnoncelli
(da “Il Corriere della Sera”)
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