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LA SOLITUDINE DEI GIOVANI ELETTORI: ECCO PERCHE’ HANNO VOTATO NO

Dicembre 12th, 2016 Riccardo Fucile

IL 70% TRA 25 E 34 ANNI HA DATO UN SEGNALE DI RIFIUTO: PIU’ CHE UN SENTIMENTO ANTI-RENZI, UN VOTO DI RI-SENTIMENTO CONTRO CHI NON RISOLVE I LORO PROBLEMI

Il post-referendum procede rapido. Dopo le dimissioni di Matteo Renzi, il premier incaricato, Paolo Gentiloni, ha già  iniziato le consultazioni. E presto presenterà  il programma e la compagine del nuovo esecutivo.
Tuttavia, conviene valutare bene il voto referendario, prima di riprendere a governare. E a fare opposizione. Insomma, a “far politica”.
Perchè il risultato ha, sicuramente, “punito” Renzi, che, per primo, aveva “personalizzato” questo voto. Ma è difficile individuare il vincitore. Meglio “un” vincitore.
Visto che i partiti del No sono diversi. Anzi, diversissimi… per storia, progetto, identità . Per questo, è impossibile, sulla base di questo voto, individuare una nuova e diversa maggioranza “elettorale”.
Conviene, invece, ragionare ancora — e di più – sul significato di questo voto. Da dove origina, che destinazione e che bersagli abbia. Oltre a Renzi.
L’analisi del risultato ha già  offerto alcune indicazioni chiare ed evidenti. Riguardo al “retroterra” — letteralmente — del No.
Le radici territoriali del rifiuto, infatti, affondano anzitutto e soprattutto nel Mezzogiorno. Nel Sud il No ha, infatti, superato il 70%, nelle Isole. E vi si è avvicinato altrove. In Campania e in Calabria, in particolare.
Più del sentimento contrario al Pd e anti-renziano, in alcuni casi (come in Campania) difficile da sostenere, hanno pesato altre ragioni di ri-sentimento.
Collegate al malessere sociale che pervade quelle aree. Sul piano economico e occupazionale.
Si tratta di un’indicazione utile a valutare un’altra “frattura”, che ha caratterizzato il voto referendario in modo evidente. Quella generazionale. Com’è già  stato osservato, il No è stato espresso, in misura largamente superiore alla media, soprattutto dai giovani.
L’indagine dell’Osservatorio di Demos-Coop, condotta giusto alla vigilia della consultazione, lo conferma.
Ma fornisce alcune ulteriori precisazioni. Importanti. In particolare, sottolinea come il dissenso verso la riforma e verso il Pd di Renzi sia meno ampio presso i giovanissimi, che hanno fra 18 e 24 anni.
Mentre ha raggiunto il livello più elevato (7 su 10 No) tra i “fratelli maggiori”, fra 25 e 34 anni. I “giovani adulti”, come vengono spesso definiti.
Per sottolineare la “difficoltà ” di affrancarsi dai vincoli della giovinezza.
In particolare, dalla dipendenza dalla famiglia. Sotto il profilo economico, ma anche “domestico”.
Due su tre, fra loro, vivono (meglio: risiedono) ancora con i genitori.
Il doppio rispetto ai coetanei francesi e tedeschi. Ricordo ancora quando, dieci anni fa, a Parigi, chiesi ai miei studenti i motivi della protesta giovanile — allora dilagante – contro la riforma sul Contrat première embauche (primo impiego), che agevolava alle aziende la possibilità  di licenziare i giovani senza giustificazione, nei primi due anni.
Gli studenti mi risposero, senza imbarazzo: «Non siamo italiani come lei. Quando andiamo a lavorare, poi non rientriamo. A casa e in famiglia. Andiamo a vivere — e ci manteniamo – da soli».
In realtà , anche in Italia i giovani vorrebbero diventare autonomi. Dalla famiglia. Come i coetanei di altri Paesi europei. Ma non se lo possono permettere.
Perchè la legislazione in materia non li aiuta. Mentre i tassi di disoccupazione giovanile non hanno pari, in Europa. Così, quando finiscono gli studi, spesso defluiscono nel mondo dei Neet. Quelli che non studiano e non lavorano. Non perchè non vogliano, ma perchè non trovano occupazione. Si muovono, invece, nella selva oscura dei lavori intermittenti e precari.
Dove riescono a sopravvivere grazie all’appiglio familiare. Al quale ricorrono in caso di emergenza. Cioè, spesso. Così si spiega la ragione per cui fra i giovani-adulti si osservino i picchi di incertezza nel futuro (62%), ma anche la convinzione generalizzata della necessità  di “emigrare” all’estero, per fare carriera (73%).
Mentre la maggioranza di essi (63%) è consapevole che difficilmente riuscirà  a raggiungere — non dico a superare – la posizione sociale dei genitori. D’altronde, solo il 21% di loro pensa che esistano opportunità  e possibilità  adeguate.
Così, nonostante l’età , circa il 40% dei “giovani adulti” ammette di sentirsi spesso “solo”. Molto più, rispetto ai genitori e ai nonni. Ma anche rispetto ai fratelli minori, che hanno meno di 25 anni. Sono “le pene del giovane adulto”. Che, perlopiù, ha concluso gli studi, oppure li prosegue, per non sentirsi “disoccupato”.
Magari intermittente o precario. Come, inevitabilmente, avverrà . I giovani nati negli anni Ottanta. Sono divenuti “invisibili”. Mimetici. In continua fuga. Alla ricerca di un lavoro. Un futuro.
Così, non è difficile comprendere le ragioni del No al giovane Renzi. Proprio perchè “giovane”. Perchè aveva “promesso” di rottamare i vecchi e di dare più spazio ai più giovani. Ma i “giovani adulti” vivono sospesi. Non più giovani e non ancora adulti. Confusi. Perchè nella nostra società , tutti, o quasi, si dicono giovani. E all’improvviso diventano vecchi. Senza mai conquistare l’età  adulta. La maturità .
Così “giovani adulti” si sentono vicini al M5s. E hanno votato No perchè non hanno speranza. Non vedono il futuro. Ma senza speranza e senza futuro anche la famiglia diventa una prigione. Anche l’Italia. E a loro non resta che la speranza di “fuggire” dal Paese. E dalla solitudine che incombe. Tanto più quando vivono in mezzo ad altri giovani. In-sofferenti come loro.
Ma senza dare loro risposta neppure l’Italia può avere un futuro. È destinata a restare un Paese “giovane adulto”.

(da “La Repubblica”)

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IL GABIBBO BIANCO HA COLPITO ANCORA: IL 64% DEGLI ELETTORI DI TOTI IN LIGURIA HA VOTATO SI’ AL REFERENDUM

Dicembre 10th, 2016 Riccardo Fucile

L’ESSERSI ESPOSTO A FAVORE DEL NO INSIEME A SALVINI HA OTTENUTO IL RISULTATO OPPOSTO: DUE SUOI ELETTORI SU TRE GLI HANNO VOLTATO LE SPALLE

Fino alle elezioni Politiche del 2013 si è spesso sostenuto che il sistema politico italiano fosse un sistema stabile, caratterizzato da un’assenza di mutamenti nei rapporti di forza fra i partiti e da un elevato tasso di fedeltà  all’appartenenza politica. Da quel momento in poi, come se avessero premuto insieme i tasti Ctrl+Alt+Canc, gli elettori hanno iniziato a essere sempre più mobili, a perdere persino quella “fedeltà  leggera” che il sociologo Paolo Natale aveva riscontrato agli inizi del terzo millennio.
Si è passati, poi, alle Europee del 2014 e alle Regionali del 2015, appuntamenti elettorali a forte carica emotiva, gravati dagli scontri interni al Partito Democratico, alle tensioni mai sopite della crisi economica e alle altalenanti ondate di protesta contro la classe politica.
Ed è arrivato il referendum del 4 dicembre.
I risultati li abbiamo analizzati da mille punti di vista. Meno chiari, invece, erano i flussi di voto.
Ci chiedevamo, infatti, come avessero votato gli elettori del Pd, quelli di Forza Italia, del Movimento 5 Stelle o quale posizione avessero preso gli astenuti.
Mettendo a confronto i risultati per sezione della tornata referendaria con quelli delle Regionali del 2015 (per prossimità  temporale e per “intensità ” dello scontro) possiamo rilevare alcune informazioni.
Se osserviamo i dati appare chiaro come esista una divisione netta tra chi, nel 2015 ha votato per Alice Salvatore (quindi M5S) e chi ha votato per Toti (Forza Italia, Fdi e Lega) o per la Paita (Pd)
Nello specifico, l’87,4% degli elettori pentastellati è andato a votare e ha preferito il No (mentre il restante 12,6% si è orientato verso il non voto).
Gli elettori di Paita hanno preferito il Sì nel 77,6% dei casi (dato in linea con quello nazionale)
La sopresa viene dal 63,7% di elettori di Toti che hanno votato Sì, considerando quando Toti e Salvini si siano spesi , in apparizioni anche congiunte, per il No anche in Liguria.
Il che dimostra lo scarso appeal del governatore ligure in un territorio dove fa solo disastri, riuscendo a portare a votare per il Si tre volte la percentuale nazionale di “dissidenti” dalle indicazioni dei vertici del centrodestra.
Il Gabibbo bianco ha colpito ancora.

(da “il Secolo XIX”)

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GIANCARLO ANERI, L’IMPRENDITORE CHE HA COMPRATO LA PAGINA PER MARIA ELENA BOSCHI

Dicembre 9th, 2016 Riccardo Fucile

IERI IL PAGINONE SU “LIBERO”: “NON LA CONOSCO, MA QUANDO TUTTI ORA SPARISCONO E’ GIUSTO CHE QUALCUNO RICONOSCA I SUOI MERITI, COME ME LA PENSANO TANTI ITALIANI”

Ieri su Libero è stata pubblicata una pagina pubblicitaria con un messaggio di complimenti e incoraggiamento nei confronti di Maria Elena Boschi firmata semplicemente dall’iniziale G. Il messaggio recitava semplicemente:
Gentile onorevole Maria Elena Boschi, volevo ringraziarLa, come semplice cittadino, per quello che ha fatto…
Impegno e responsabilità : penso che abbia sopportato tutto e dato tutto in buona fede nell’interesse dell’Italia.
Sappia che il suo lavoro non è stato inutile.
Il giallo sull’identità  dell’autore è durato poco.
Si chiama Giancarlo Aneri, è un 68enne imprenditore veneto dei vini di pregio e inventore del premio E’ giornalismo.
«Io non conosco nè Renzi nè il ministro – spiega Aneri al Corriere della Sera dopo aver opposto un tentativo di resistenza –. Non volevo che il mio gesto fosse strumentalizzato. Semplicemente, ho ritenuto fosse doveroso rendere merito a una giovane donna che si è impegnata per fare qualcosa nell’interesse degli italiani. Mi ha colpito il fatto che dopo la vittoria del No al referendum nessuno le ha detto grazie. Da cittadino, ho pensato di farlo io».
Aneri ha parlato anche con Repubblica:
Perchè non ringraziare anche Renzi?
«Penso che lui si sappia difendere da solo mentre con la ministra sono spariti tutti, anche quelli che fino a sei giorni prima andavano a trovarla in elicottero».
Ci ha pensato molto prima di scrivere?
«No, mi è venuto spontaneo, l’ho fatto col cuore, un gesto gentile verso una signora che non conosco. Ma poi mi hanno chiamato in molti e ho capito che la cosa è diventata più importante di quanto pensassi».
Non si sente controcorrente a difendere l’autrice di una riforma bocciata?
«Credo che lo pensino molti italiani».

(da agenzie)

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INTERVISTA A CHIARA SARACENO: “LA NARRAZIONE MIRACOLISTICA E’ STATA UN BOOMERANG PER RENZI”

Dicembre 7th, 2016 Riccardo Fucile

LA SOCIOLOGA: “E’ STATO UN VOTO DI SPERANZE DELUSE, ALLARMA IL DISAGIO DELLA POVERTA’, E’ LA SENSAZIONE DI FRANARE”

La narrazione “miracolistica” si è rivelata un “boomerang” per il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Perchè, mentre gli esponenti del governo parlavano di un’Italia che riparte e di un #cambiaverso, i cittadini non hanno visto la loro vita cambiare. “E questo ha prodotto irritazione”.
E’ questo uno dei motivi che hanno portato il popolo italiano a bocciare in modo netto la riforma costituzionale al referendum del 4 dicembre, sostiene la sociologa Chiara Saraceno.
I dati diffusi dall’Istat sul rischio di esclusione sociale, (un italiano su quattro ne viene investito, al Sud tocca a un cittadino su due) fotografano una realtà  che non ha trovato riscontro nella narrazione ottimistica del premier in questi due anni di governo.
Ed è anche per questa ragione che gli italiani hanno detto No, dice la sociologa in un’intervista all’HuffPost.
Professoressa Saraceno, il popolo italiano hanno detto senza mezzi termini No alla riforma costituzionale. Ma non solo a quella. C’è un legame tra il voto referendario e i dati diffusi dall’Istat sull’esclusione sociale?
“Il risultato referendario è la combinazione di motivazioni diverse. Molti hanno votato nel merito, essendo contrari al modo in cui era stata formulata la riforma. Altri hanno votato contro Renzi, per mandarlo a casa. Però, se si guarda al Sud e ai giovani, tanti hanno votato sul fatto che il governo non ha realizzato quanto aveva promesso, sottovalutando una serie di problemi anche gravi, come le diseguaglianze e il Mezzogiorno. Le speranze sono state deluse e alcuni problemi non sono stati visti per niente, portando così a un aggravamento della situazione. Basta guardare i dati Istat per capire che questo è un Paese che non cresce ma crescono invece le diseguaglianze. Sono dati preoccupanti. È gravissimo che il Sud si sia ulteriormente allontanato”.
Quale è stato l’atteggiamento del governo?
Chiunque denunciasse questi problemi era etichettato come arretrato, non moderno oppure non sufficientemente speranzoso. Nessuno si aspettava un miracolo, ma a fronte di un leader che ha fatto della sua capacità  miracolistica la sua parola d’ordine, questo è stato un prezzo da pagare. Sembrava che tutti i problemi dell’Italia sarebbero stati risolti dalla riforma della Costituzione.
Quale Italia esce dalla fotografia fatta dall’Istat?
Secondo i parametri Eurostat, si dice che è a rischio di esclusione sociale chi presenti almeno uno di quattro indicatori (come vivere in famiglie dove non ci sono occupati o a “bassa intensità ” lavorativa, oppure essere a rischio di povertà  relativa, o ancora essere in condizione di deprivazione grave). Non sono tutti della stessa misura e dello stesso peso. Forse sono indicatori un po’ troppo larghi ma di certo in termini comparativi con altri Paesi vediamo una percentuale di diseguaglianza che è aumentata dall’inizio della crisi. Grave perchè si conferma al Sud e cresce nel Centro Italia, un altro dato allarmante. Ci sono gruppi sociali che in questi anni o non hanno visto modificare la loro situazione o addirittura l’hanno vista peggiorare.
Non di rado Renzi si è vantato dei risultati dati dalla sua riforma del lavoro.
Eurostat conferma quello che già  si era capito leggendo altri dati Istat, quelli sui consumi. Anche avere un lavoro spesso non mette al riparo dalla povertà , in particolare su base familiare. Se una famiglia è monoreddito – ed è un reddito modesto – e la famiglia è numerosa il rischio povertà  è altissimo. Il 15% delle persone che vivono in famiglie monoreddito soffrono di deprivazione grave. Vuol dire che tutta questa enfasi del governo sull’aumento dell’occupazione – e non è aumentata di molto – non si spiega, perchè non è stato un incremento sufficiente. I motivi sono diversi: ci sono disoccupati in famiglia oppure i redditi sono particolarmente modesti. Come dimostra l’ultimo rapporto Inps, i contratti a tutele crescenti sono cresciuti ma sono aumentati molto quei contratti a tempo parziale, e se uno ci deve mantenere una famiglia è molto difficile.
Il disagio sociale è diffuso, in sintesi.
Il disagio forse è più diffuso della povertà : c’è la sensazione di franare. Mentre c’è uno zoccolo duro di povertà  anche assoluta, allo stesso tempo c’è una quota di ceto medio che si è sentita franare di più verso il basso e ha visto allontanare i suoi punti di riferimento. E questo non contribuisce a far sentire inclusi e solidali, se mi accorgo che vado a stare peggio mentre qualcuno sta meglio.
Cosa ha sbagliato Renzi nella sua narrazione sull’operato del suo governo?
La narrazione funzione se ci sono dei riscontri oggettivi. In questo caso non ci sono stati. L’unica cosa a favore di Renzi è l’occupazione che ha cessato di diminuire, risalendo un pochino. Ma la qualità  dell’occupazione aumentata l’abbiamo capita, sono cresciuti i contratti a tempo per non parlare dei voucher che sono ripresi alla grande. Il premier ha fatto una narrazione per certi versi comprensibile: ha tentato di dare iniezioni di ottimismo, e va bene. Però di qui a dire che saremmo diventati il primo Paese d’Europa, che ormai avevamo la crisi alle spalle e che tutti i problemi erano legati al “gufismo” conservatore, non ha poi aiutato i giovani che faticano a trovare lavoro o a trovarlo con un orizzonte temporale decente. Nel Mezzogiorno solo negli ultimi tempi è ritornato sulle cronache, lì dove è andato a fare i Patti per il Sud per motivi elettorali. Il Sud ormai è sparito, ma da prima di Renzi, sono ormai 10 anni.
Ha messo in campo misure insufficienti?
Guardi, si fa il bonus bebè ma non si fa la riforma degli assegni per i figli, si fa la quattordicesima per gli anziani a basso reddito ma gli anziani poveri, parliamo di povertà  assoluta, sono un ottavo di tutti i poveri assoluti mentre i giovani sono invece la metà . C’è uno squilibrio di attenzione, si capisce. Le risorse sono scarse ma si sprecano e si distribuiscono in modo poco efficiente. E questo è diventato un boomerang: all’inizio ha prodotto speranze e simpatia ma quando alla sua narrazione non facevano seguito dei cambiamenti, il prodotto è stato l’irritazione. E che Renzi rovesciasse ogni sensazione di disagio o di critica a questa narrazione univocamente produttiva in un problema di gufi e frenatori, non ha aiutato. È stato come non avere più un interlocutore.

(da “Huffingtonpost“)

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FUGA DAI PARTITI. I PIU’ FEDELI GLI ELETTORI CINQUESTELLE

Dicembre 6th, 2016 Riccardo Fucile

L’ ANALISI DEL VOTO DELL’ISTITUTO CATTANEO: LA RIFORMA E’ STATA AFFOSSATA DAI MILLENNIALS

Un replay delle comunali della primavera scorsa. Nell’analisi del voto del 4 dicembre, il fronte del Sì soffre negli stessi settori sociali che avevano penalizzato il Pd di Renzi a giugno: le periferie, le aree non metropolitane e le fasce sociali più deboli.
Ancora peggio va dove, in particolare nel Mezzogiorno, il numero di giovani è percentualmente più elevato, e le loro condizioni economiche più difficili.
Il No di giovani e periferie  
«Il problema del Pd nelle periferie, sia geografiche che “sociali”, era già  emerso chiaramente nelle elezioni amministrative del 2016», spiega l’Istituto Cattaneo di Bologna, che registra la fatica del premier a raccogliere i consensi nel «ceto medio impoverito» dalla crisi.
Il Sì si salva solo nelle due regioni rosse per eccellenza, Emilia Romagna e Toscana più il Trentino Alto Adige, ma anche qui c’è una prevalenza nelle grandi città  come Bologna (52,2%) e Firenze (56,6%), e un successo più tiepido in provincia.
Sì avanti di un soffio a Milano città  (51,1%), mentre il No prevale in tutti gli altri grandi capoluoghi del Nord, da Torino (53,6%) a Venezia, Genova e Trieste (63,5%).
Al Sud va molto peggio per i sostenitori della riforma: da Napoli a Bari è una Waterloo, con il Sì intorno al 30%, e una punta negativa del 27% a Palermo.
A Roma il No è al 59%, in media con il dato nazionale. E si registra una coincidenza con le amministrative che hanno visto vittoriosa Virginia Raggi: il Sì vince di misura nei due quartieri benestanti, centro e Parioli, dove aveva prevalso il candidato del Pd Roberto Giachetti. Mentre il No dilaga nelle periferie.
Il trend che vede il Sì più in salute nelle zone economicamente più forti trova un’eccezione nel lombardo-veneto, dove il No prevale in tutte le province, con un picco negativo nella regione guidata da Luca Zaia al 62%.
Età  e scolarizzazione  
Il dato socio economico si intreccia in modo perfetto con quello anagrafico. Nella fascia tra i 18 e i 34 anni, secondo uno studio di Quorum per Sky Tg24, il No è all’81%, tra i 35 e i 54 anni al 67%, mentre il Sì prevale nella fascia oltre i 55 anni con il 53%.
Un dato certamente influenzato dall’alto numero di giovani che vota M5S, ma che coincide anche con l’elevato tasso di disoccupazione giovanile.
Un No dei Millenials, dunque, delle generazioni nate alla fine del secolo scorso e ora alle prese con la fine degli studi e le incerte prospettive professionali.
Un altro studio, realizzato da Tecnè per Canale 5, mostra invece una sostanziale omogeneità  del voto tra i cittadini con diversi livelli di istruzione, con un picco dei No tra i laureati (66%), mentre tra i diplomati è al 58%, al 59,5% tra chi ha la licenza media e al 58,6% tra gli elettori che hanno la licenza elementare.
La fedeltà  ai partiti
L’Istituto Cattaneo ha analizzato il tasso di fedeltà  degli elettori di Pd, Fi e M5S (nel 2013) alle indicazioni dei rispettivi partiti sul referendum.
Per quanto riguarda i dem, si registra un tasso di disobbedienza che oscilla tra il 20% a Firenze fino al 40% di Napoli e Palermo e al record del 46% di Cagliari.
In sostanza, nelle aree geografiche più fedeli alla linea del Nazareno un elettore Pd su 5 ha tradito le indicazioni di Renzi, mentre nel Sud si arriva al 40% di «dissidenti».
Stesso trend per Forza Italia che registra (tra le città  prese in esame dall’Istituto), un tasso di infedeltà  (cioè di elettori Pdl del 2013 che hanno scelto il Sì) che oscilla tra il 20% di Parma, il 36,8% di Brescia, il 41% di Bologna e il 44% di Firenze.
Monolitico invece l’elettorato del M5S, con percentuali di No che superano il 90% con picchi a Napoli, Palermo e Padova.
Rispetto alla somma dei voti raccolti nel 2013 dai partiti che sostenevano il Sì e il No, il Cattaneo registra un allineamento quasi perfetto.
Il fronte del No va oltre i numeri dei partiti che lo sponsorizzavano in quasi tutto il Sud, nelle isole e nel Nord-est. Viceversa, nella «zona rossa» tra Emilia-Romagna, Toscana, Umbria e Marche, il Sì va meglio.
Secondo il Cattaneo, «la strategia di Renzi, volta a conquistare consensi alla riforma fra gli elettori di centro- destra e del M5S, non ha avuto successo».
Il caso Salerno  
Particolarmente rilevante il dato della Campania, dove il Pd con Vincenzo De Luca aveva vinto seppur di misura le regionali nel 2015. Nonostante l’attivismo del governatore, in Campania il Sì è andato molto male.
Il dato generale registra un No al 68,5%. A Salerno, città  da sempre fedele a De Luca (alle regionali l’ex sindaco sfiorò il 70%), per la prima volta da anni si registra una rivolta dell’elettorato: il Sì si ferma al 39,9%, un po’ meglio di Napoli (31,7%).
Un’affluenza politica  
Secondo il Cattaneo, infine, il dato di partecipazione al voto del 4 dicembre rappresenta un’eccezione rispetto ai precedenti referendum, compresi quelli costituzionali del 2001 e del 2006. Rispetto al 2001, quando gli italiani furono chiamati a confermare la riforma del Titolo V, la partecipazione al voto è quasi raddoppiata: 65,5% contro il 34,1%, mentre il voto sulla riforma Berlusconi-Bossi del 2006 ha registrato una partecipazione del 52,4%.
Per il Cattaneo, quindi, l’affluenza del 2016 è simile a quella di un’elezione politica. Un voto pro o contro il governo che ha spinto in alto l’affluenza alle urne.

Andrea Carugati
(da “La Stampa”)

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IL NO DEGLI ESCLUSI, UN VOTO SOCIALE ANTI-POLITICA

Dicembre 5th, 2016 Riccardo Fucile

L’ANALISI DELL’ISTITUTO CATTANEO: “PIU’ CHE UN VOTO POLITICO SU RENZI, E’ STATO UN VOTO SOCIALE DI CHI NON SI SENTE RAPPRESENTATO”

Il No degli esclusi, di chi non si sente rappresentato, il No anti-establishment.
Prima che un voto “tecnico” sulla riforma costituzionale o “politico” sul governo Renzi, è stato un voto “sociale”.
“La rabbia” che cova in alcuni strati della società  e che esplode appena si apre uno spazio utile allo sfogo. In questo caso, in modo dirompente vista l’affluenza e l’ampiezza del divario tra Sì e No.
A meno di 24 ore dal voto, dati alla mano, si possono fare le prime valutazioni sul risultato del referendum costituzionale. Ma soprattutto sui suoi molteplici significati.
“È il No di chi non si sente rappresentato e che sale sul primo tram che passa ed esplode nella rabbia del voto”, afferma Marco Valbruzzi, ricercatore dell’Istituto Cattaneo, all’HuffPost.
“Si tratta di un classico voto anti-establishment. In questo caso, che si votasse su una questione tecnica come le modifiche della Carta costituzionale, ha interessato poco. Il presidente del Consiglio ha contribuito a dare al voto significati politici. E gli elettori hanno rincarato la dose traducendolo in una punizione di questa classe politica e sociale”.
La classe politica che ha governato in questi anni e che non ha saputo ridurre le distanze con gli elettori, tagliandoli fuori.
“Una punizione che è arrivata a compimento”, dice Valbruzzi. Perchè il premier Matteo Renzi non ha esitato molto prima di presentarsi in conferenza stampa a Palazzo Chigi per rassegnare le sue dimissioni.
Tuttavia, a parte i risvolti politici del voto, ce ne sono altri che vanno analizzati, come i comportamenti degli elettori sulla base dell’età  e della provenienza geografica, oppure di una nuova forma di “ideologia”.
“La forza di mobilitazione del Movimento 5 Stelle si è confermata anche al referendum costituzionale, al Sud in particolare. Il caso di Palermo è emblematico: il 98% dell’elettorato grillino del 2013 è tornato a votare domenica e ha votato No”.
Un dato che assume una rilevanza maggiore se si considera che a Palermo il Movimento 5 Stelle sta facendo i conti con lo scandalo più recente, quello delle firme false.
Le polemiche degli ultimi giorni, sulle quali il premier ha investito molto durante la campagna referendaria, non hanno di fatto condizionato il comportamento dell’elettore grillino.
Come si spiega? “In questo caso siamo di fronte a un voto fortemente ‘ideologico’, un’ideologia a bassa intensità  diversamente da quella ‘classica’ comunista: persone che votano il Movimento 5 Stelle al di là  di tutto quello che accade intorno al Movimento 5 Stelle, perchè ormai entrate a far parte di quella realtà  più o meno virtuale. La riconferma di una scelta d’appartenenza a un mondo, in sintesi”.
Ci sono poi quei fattori strettamente legati alla disoccupazione e all’età .
“Questo lo vediamo un po’ ovunque ma soprattutto al Sud e in aree come la parte meridionale della Sardegna e quella orientale della Sicilia. Qui il disagio è più sentito, in particolare quello giovanile visto che la disoccupazione tra i ragazzi i è schizzata al 45-50%. Mischiata con la capacità  di un’offerta politica disponibile in loco come quella dei grillini, ne è nata una miscela esplosiva”.
L’aspetto sociale sovrasta tutti gli altri.
“Il referendum costituzionale è diventato un referendum sociale, e lo vediamo a Napoli come a Bologna”, prosegue Valbruzzi. “Gli elettori che avevano voglia di sfogare la loro rabbia hanno utilizzato il voto per mandare un messaggio di disagio sociale. Il mix gioventù-disoccupazione ha dato una forte spinta per la vittoria del No. Nel Nord il dato anagrafico è meno eclatante e più equilibrato”.
Per quanto riguarda invece gli elettori over 55, nelle regioni centrosettentrionali, in particolare nella fascia appenninica, Toscana, Emilia e in parte Umbria tendono a dare un sostegno al Sì.
“Lì è dove c’è l’elettorato tradizionale del principale partito di sinistra e resiste ancora uno zoccolo duro che segue le indicazioni della segreteria”.
Ma, ed è un altro dato allarmante con cui Renzi e il Pd dovranno fare i conti, “si sta riducendo. Il motivo è il fenomeno di socializzazione politica avvenuta nelle passate generazioni e che tende a riprodursi: un voto per abitudine legato a quel mondo di sinistra, anche se non esiste più. Anche per questo sta andando erodendosi nel corso del tempo: la zona rossa si è ristretta parecchio in questo referendum: lo vediamo nell’entroterra toscano. E lo vediamo anche in Emilia Romagna: nelle città  più vicine alla Lombardia ha finito per prevalere il No, vedi Piacenza, Parma e Ferrara. E’ l’inizio di una fase di erosione”.
Analisi politica.
L’Istituto Cattaneo ha pubblicato diverse analisi sul voto referendario. E, guardando i flussi elettorali, emerge un dato su tutti: la strategia del premier Matteo Renzi ha fallito su tutti i fronti, sia su quello interno alla sinistra, sia su quello esterno, ovvero nella ricerca di consensi tra gli elettori del Movimento 5 Stelle e di Forza Italia.
Molti elettori del Partito democratico alle politiche del 2013 hanno votato contro la riforma costituzionale, è la conclusione di un primo studio del Cattaneo di Bologna. Nel Pd c’è una “componente minoritaria ma significativa di elettori dissenzienti rispetto alla linea ufficiale della segreteria”, che va da un minimo del 20,3% di Firenze (su 100 elettori del 2013 hanno votato no 20,3) e del 22,8% di Bologna, al 33% di Torino, fino a punte del 41,6% di Napoli e di 45,9% di Cagliari.
Quasi nessuno degli elettori del Pd nel 2013 si è rifugiato nell’astensione.
Quanto al Movimento 5 Stelle, abbiamo già  analizzato il comportamento in linea degli elettori con le indicazioni dei vertici (in sei città  su dieci le percentuali sono superiori al 90% di voti per il No). Forza Italia perde invece una quota abbastanza significativa verso l’astensione.
E solo in parte la riforma ha convinto gli elettori che hanno votato per Silvio Berlusconi nel 2013, inducendo a votare Sì solo una quota comunque significativa.
Se l’obiettivo di Renzi era sottrarre i voti determinanti a Fi e M5S per vincere non ci è riuscito.

(da “Huffingtonpost”)

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IL VERO VINCITORE DEL REFERENDUM E’ IL CNEL

Dicembre 5th, 2016 Riccardo Fucile

IL MOVIMENTO CONTRO LA KASTA HA SALVATO IL CNEL E TUTTI SONO INVITATI A FESTEGGIARE PER IL MANTENIMENTO, TANTO PAGA LO STATO ITALIANO

Non è ancora ben chiaro chi abbia vinto al referendum di ieri.
Verso le undici un euforico Brunetta annunciava che avevano vinto “la Sinistra, il MoVimento 5 Stelle, la Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia”.
Ma in realtà  l’unico ad aver vinto è stato il CNEL, il Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, un ente del quale nessuno aveva mai sentito parlare e che nessuno sapeva di cosa si occupasse.
Perchè se c’è qualcuno che oggi festeggia non sono i deputati del MoVimento 5 Stelle ma i dipendenti e i nuovi estimatori del CNEL.
Nella riforma costituzionale infatti era prevista la soppressione del CNEL, che ha 64 consiglieri, costa venti milioni all’anno e che da quando è stato istituito (nel 1959) ha avanzato appena 14 proposte di legge (che il Parlamento ha ignorato).
Insomma un organo consultivo che effettivamente non sembra essere molto utile al Paese.
Ciononostante è successo che ieri gli elettori hanno votato per salvare il CNEL. Certo, in realtà  nessuno di quelli che hanno votato No probabilmente ieri aveva in mente il CNEL quando è entrato in cabina elettorale, le priorità  erano altre, in ordine sparso: evitare la deriva autoritaria, mandare a casa Renzi, difendere la Costituzione approvata con suffragio universale nel 1948, mandare Renzi a casa, consentire l’elezione di un premier eletto dal popolo e così via.
Dall’altra parte della barricata il CNEL invece è stato raccontato come uno dei simboli della casta, e va da sè che dal momento che la casta ha vinto anche se a votare No erano quelli “contro la casta” (che è uno dei momenti di confusione più alta ingenerato da questo referendum) al CNEL si festeggi.
Così come in seguito al referendum “sulle trivelle” fu organizzato il Petrolio Party per festeggiare la sconfitta del comitato promotore e degli ambientalisti del No da qualche giorno su Facebook è stato organizzato l’evento Rave Party al CNEL: “domani si festeggia e dopodomani ripartono le assunzioni”, recita la descrizione dell’evento.
E ovviamente c’è chi si diverte a immaginare il fantastico mondo dei dipendenti del CNEL, con le loro lussuose scrivanie in mogano, la servitù, i benefit e l’ampio parcheggio.
Chi non vorrebbe lavorare al CNEL? Ci vorrebbe un Jobs Act apposito.
Anche Lercio ha fatto dell’ironia sul fatto che Renzi abbia dovuto concedere la sconfitta al Presidente del CNEL durante una sofferta telefonata notturna.
Ora che gli italiani hanno salvato il CNEL non potranno certo dire che l’Italia non è una Repubblica fondata sul lavoro.
E in fondo anche Renzi dovrebbe essere contento: ha evitato la perdita di altri posti di lavoro.

(da “NextQuotidiano“)

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GLI INVISIBILI CHE NON CREDONO PIU’ AI LEADER: ECCO L’ITALIA CHE HA DETTO NO

Dicembre 5th, 2016 Riccardo Fucile

HA VINTO LA GENTE CHE NON SI FIDA PIU’…SARA’ DIFFICILE PER QUALUNQUE LEADER TRASFORMARE LA PROTESTA IN CONSENSO

La vittoria c’è ma i vittoriosi dove sono?
Li si è cercati per tutto il giorno a Roma, e per il semplice gusto della conferma: non li si sarebbe trovati.
Non fino a notte, in nessuna piazza, non c’era una sede di comitato o di partito, non c’erano luoghi di fermento al Testaccio o alla Garbatella nè tantomeno in centro, già  festival di luminarie ed esultanze per il derby che uscivano dalle birrerie.
E invece – e non è nemmeno un paradosso – di sconfitti se ne trovavano, qua e là , dentro le loro trincee novecentesche, le stanze del Partito democratico al Nazareno, quelle del Comitato per il Sì a piazza Santi Apostoli, dove erano stati costruiti il successo e la breve vita dell’Unione di Romano Prodi; posti di attesa classica, dove a sera sarebbero arrivati i leader per i commenti all’impiedi a beneficio di questa o quella emittente televisiva, e il distacco è lì che appare in tutta evidenza.
È una rivoluzione – piccola o grande lo dirà  il tempo – senza manifestazioni oceaniche, senza popolo dietro a capopopolo, senza casematte attorno a cui radunarsi: e quanto aveva ragione Beppe Grillo quando anni fa, all’inizio dell’avventura a cinque stelle, lo chiamavano a casa cercando il segretario del Movimento e lui gli passava il figlioletto Ciro.
È la sostanza stessa che non è richiesta: ieri Roma e il resto d’Italia sono state percorse e scosse dal complotto delle matite, sequel del complotto delle lavatrici denunciato dal sindaco Virginia Raggi, e di tanti altri complotti delle banche, delle lobby, della finanza, della Nasa, di grandi mostri calati sulle nostre teste ad avvelenare i pozzi.
Le notizie infatti ci spingevano verso Castelnuovo di Porto, dove si tiene lo spoglio dei voti degli italiani all’estero, e dove quelli del Comitato per il No erano rimasti fuori, intanto che all’interno – spiegavano – si stavano consumando irregolarità  fino al broglio; e poi alla scuola Garrone di Ostia, dove un insegnante denunciava, centesimo o millesimo di giornata, la truffa delle matite copiative, i cui segni su un foglio bianco venivano via con una gomma.
E non c’era verso di spiegare che le matite copiative funzionano indelebilmente soltanto sulla carta delle schede elettorali.
Erano piccoli epicentri della grande rivolta dove, quando li si raggiungeva, non c’era più niente perchè intanto si erano spostati in un altro seggio, o in un altra città .
E l’imprevedibile ed effimero leader di giornata è diventato Piero Pelù, il cantante dei Litfiba che ai tempi d’oro cantava «dittatura e religione / fanno l’orgia sul balcone». Perfetto inno per i sentimenti di oggi: il post su Facebook di Piero Pelù sulla frode di Stato ha avuto 62 mila like, 10 mila commenti, più di 100 mila condivisioni, e quella è stata l’unica vera grande manifestazione fisica del popolo degli infuriati, diretto ai seggi armato di gomma e foglietto bianco per verificare che anche il loro voto fosse falsificabile dalla planetaria associazione per delinquere.
Inutile farci sopra dell’ironia.
Ha vinto la gente, il mare di gente che non si fida più, molto ben disposta verso l’inverosimile e diffidente verso il verosimile, per intima ed esasperante convinzione che là  fuori c’è qualcuno che lavora alla sua infelicità , perchè manca il lavoro, perchè si indeboliscono le garanzie, per invidia sociale, perchè l’investimento in banca è andato storto, perchè ci sono i poteri forti, perchè c’è l’Europa, perchè c’è una classe dirigente che in quanto tale campa sulla pelle delle periferie, fisiche o esistenziali. Ognuno è partecipe di quella massa per una ragione diversa, e col minimo comune denominatore del rifiuto feroce dell’establishment farabutto, una condizione che non riguarda soltanto l’Italia, come raccontano di recente la Brexit e Donald Trump.
Gli ultimi messaggi dell’unico vero tempio della rivolta – Internet – spiegavano le ragioni del No, e cioè per «mandare a casa il c… Renzi», perchè se Napolitano vota Sì io voto No», perchè «voglio un lavoro dopo anni di studio», perchè «mio marito è precario», perchè «le banche ricominceranno a essere dalla parte della gente», perchè la dittatura e il fascismo eccetera.
E tutto questo non ha bisogno di comitati e sale da trasformare in sale da ballo, non di leader perchè è difficile immaginare che alla sommità  della montagna siedano Massimo D’Alema o Pierluigi Bersani, o pure i più giovani e puri, come Matteo Salvini o Giorgia Meloni.
Sarà  probabilmente la vittoria di Beppe Grillo, il non capo del non partito che non ha sedi e nemmeno una struttura certa.
E non c’è niente di più lontano dal senso di questa ribellione del raduno del Comitato per il No romano a San Lorenzo, il comitato dell’Anpi, di Gustavo Zagrebelsky, di Stefano Rodotà , della Cgil, del residuo più cospicuo e pensoso del Novecento, dove alle 23 di ieri sera si vedeva, finalmente, la prima parvenza di raduno in attesa che si ufficializzassero le indiscrezioni di trionfo del pomeriggio.
C’erano Giovanni Russo Spena e Alfonso Gianni, volti che ai cornisti parlamentari raccontano di antiche stagioni dell’altro millennio.
Ecco, la storia di oggi sembra avere molto più a che fare con il sito del Consiglio regionale della Toscana, colpito ieri mattina dagli hacker di Anonymous: sulla home page è comparso un manifesto con la scritta Sì, e sullo sfondo Matteo Renzi, Maria Elena Boschi e Denis Verdini, e con la scritta No, e sullo sfondo un’immagine di partigiani della guerra civile.
Il volto della vittoria di oggi non è altro che il volto anonimo e digrignante di un uomo senza capi.

Mattia Feltri
(da “La Stampa“)

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I SOCIAL RUSSI ESULTANO: “IN ITALIA HA VINTO PUTIN”

Dicembre 5th, 2016 Riccardo Fucile

IL POPOLO DEL WEB CREDE CHE IL PRESIDENTE POSSA INFLUENZARE LE ELEZIONI IN EUROPA E IN AMERICA… E FESTEGGIA

Il senatore Alexey Pushkov è il primo a twittare quello che in molti si chiedono: «La sconfitta del governo Renzi può portare all’Italexit o all’uscita dall’euro, l’Ue sta vivendo tempi difficili».
I giornali e le agenzie principali mantengono un tono distaccato, limitandosi al massimo a dare parecchio risalto alle critiche della Lega e di Forza Italia.
L’agenzia governativa Ria Novosti nella cronaca del referendum, per esempio, cita tutte le accuse di «scandalose» irregolarità , inclusa la storia delle matite copiative, e arriva alla conclusione che in Italia si respira «una grande tensione politica».
Sui social impazza una tifoseria da calcio: «Putin ha vinto in Italia», «Un calcio agli europei».
Il popolo del web russo sembra credere per primo all’idea che il presidente russo manipola l’esito del voto in Europa e America, e i pochi appassionati di politica che nel cuore della notte seguono le notizie sperano che ora l’Italia abolirà  le sanzioni contro Mosca e riconoscerà  l’annessione della Crimea.
Fantapolitica da tastiera, che però è sintomatica di un clima, mentre la sortita di Pushkov – giornalista televisivo di spicco e presidente della Commissione del Senato russo per la politica delle informazioni – viene letta da molti osservatori come un’anticipazione delle strategie del Cremlino.
Dall’inizio della crisi ucraina, ormai tre anni fa, la diplomazia russa ha cercato l’anello debole in Europa, scommettendo ora sulla Grecia, ora sull’Ungheria, ora sugli ambienti tradizionalmente filorussi del grande business tedesco.
Ma nè Tsipras, nè Orban hanno osato andare contro Bruxelles, pur stringendo rapporti privilegiati con Mosca.
Matteo Renzi in Russia non era visto affatto come un leader ostile, e c’è chi racconta che la sua apparizione al Forum economico di Pietroburgo avesse impressionato molto favorevolmente l’èlite russa, «giovane, dinamico, brillante e parlava a braccio», racconta uno dei partecipanti.
E il realismo della diplomazia di Mosca non le concede troppe speranze su una drastica svolta filorussa dell’Italia in seguito alla risalita delle quotazioni di Lega e dei berlusconiani.
Ancora prima di contare eventuali guadagni e perdite, le fazioni conservatrici che gravitano intorno al Cremlino preferiscono incassare un altro punto a favore della loro narrativa su un’Europa ipocrita e manipolata dai poteri forti e dagli americani, con il popolo che si ribella all’oppressione.
Che poi è il vero tratto che accomuna il Front National, la Lega e i fautori del Brexit, e Izvestia due giorni fa ha pubblicato un articolo sulla «svolta a destra» imminente dell’Europa flagellata dalla globalizzazione, con interviste a Salvini, il leader xenofobo olandese Geert Wilders e la deputata di Alternative fur Deutshland Beatrix von Storch.
Una (anti) Internazionale eterogenea, i cui emissari sono spesso ospiti graditi a Mosca, che però nello stesso tempo si mostra abbastanza preoccupata da uno scenario di caos europeo che metterebbe a rischio molti rapporti consolidati, diplomatici e imprenditoriali, della Russia.

Anna Zafesova
(da “La Stampa“)

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