Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
AL LAVORO NELLA WAR ROOM DEL SI’ UNA CINQUANTINA DI GIOVANI SMANETTONI ALLA CACCIA DEGLI INDECISI: “IL VENTO STA CAMBIANDO”
Mancano dieci giorni e nella tana del giaguaro che tenta il sorpasso in corsa, non ci sono musi lunghi
da sconfitta annunciata.
Indirizzo, piazza Santi Apostoli 75, ma si potrebbe chiamare piazza delle vittorie dell’Ulivo, per quello che evoca nella memoria dei militanti anni ’90.
La Boschi è di casa, Matteo Renzi non ci ha ancora messo piede, ma la sua presenza qui, oltre a correre sul filo dell’etere, trasuda dai muri.
Nessuna sua fotografia, ma sulle pareti di questa war room molto all’americana quelle di gente comune, operai, ragazzi, donne, che narrano ad altri come loro i vantaggi del Sì per i cittadini. «Io voglio diminuire i politici e tu?», «Io voglio meno burocrazia e tu?», sono il perno della narrazione del “ragazzo di provincia”. Testimonial da marciapiede, tipo quelli usati da Hillary, anche se dirlo non porta bene.
Una cinquantina di giovani, 25-30 anni – educati, parlano a voce bassa, ben vestiti, niente piercing e dreadlock per capirci – smanetta sui pc.
Tra tavoloni e tavolini molti piddini e “leopoldini”, in quattro team all’opera: area video, call center, ufficio stampa, area sito e social. E sopra, la stanza del caffè.
I comunicatori multi-tasking sanno che quelli del No sono partiti prima e ora hanno più followers, ma non sono allarmati, «il vento è cambiato e si annusa nell’aria».
Il tassista fuori dal coro
«Allora jelo posso dì, voto pur’io Sì’». «E perchè mi aveva detto che votava No?». Una smorfia e un gesto come a dire che il perchè è ovvio. Il mood è che ora tutti si vergognano di confessare che votano a favore del governo, questo il succo della questione.
Dicono che il tassinaro romano sia un buon termometro del sentire popolare, la confessione che «tutti nel mio parcheggio votamo Sì, tranne uno che è cocciuto», la motivazione «abbiamo capito che quelli del No ce vogliono fregà », sono un tonico per i renziani in trincea.
Lo scambio di battute sull’auto bianca che la porta al Comitato, raccontato dalla campaign manager Simona Ercolani ai volontari, secondo loro è illuminante. E uno ti soffia nell’orecchio quella che deve apparire come la grande verità nascosta: «Non è vero che siamo sotto».
«Francesco, devi andare da Vespa e mi spiace, lo so che così saltano gli eventi in Sicilia», annuisce col capo l’ufficio stampa Rudy Calvo mentre chiama alla pugna il costituzionalista Clementi.
Sulle ginocchia cartellina divisa per fasce televisive, mattina, pomeriggio, sera. Da Mattino Live, a Del Debbio, spazi da riempire nella settimana clou, dal 28 novembre al 4 dicembre, ospiti in studio da piazzare. Intorno il brusio.
La bufala sulla guerra
Da fuori chiamano per sapere come fare un comitato e il «porta a porta», ma non solo. Al call center ci sono i laureandi e laureati, background giuridico per districarsi meglio. «Il fronte di sinistra – così lo chiama Piercamillo, responsabile dei contenuti del sito – ha lanciato pure questa bufala che con la riforma sarà più facile la dichiarazione di guerra e noi dobbiamo controribattere che non è vero».
«I sondaggi che a dieci giorni dal voto ci danno sotto caricano i ragazzi a impegnarsi sul territorio, sono un fattore mobilitante in questa fase», sorride Rudy Calvo.
E sul territorio tutti a battere sul «door to door», in tasca il kit del volontario, penna Usb con materiale, spillette, bracciali, matite.
Guru a caccia di indecisi
I guru americani di stanza qui ora non ci sono, «stamattina c’era il Cacciatore», così chiamano David Hunter, socio di Jim Messina, arruolato per la conquista del target più prelibato, i mitici «indecisi».
Apericene, format cool, per organizzare il consenso, cocktail rinforzati si sarebbe detto una volta per quei rendez vous nelle case chic.
Oggi è uno dei modi che questi ragazzi suggeriscono ai volontari sul campo. La Ercolani sfreccia da un lato all’altro, c’è il video di Franca Valeri per il Sì da render virale.
Camicia bianca, fisico asciutto, ingegnere in Technogym, Mattia 26 anni, guida il call center. «Diamo supporto ai volontari per fare i banchetti, visualizzare sulla mappa gli eventi. Cosa ci chiedono? Come si eleggono i senatori, i risparmi sui costi…».
La violenza della rete
E la polemica su Renzi che si dimette se perde? Nessuno ci pensa, esorcizzano la questione. Qualcuno ricorda che «quando lo disse a Natale scorso lanciando il referendum, dopo non ci fu alcuna polemica». Dunque la colpa non è sua. E lo scoramento, il timore di perdere? Nella tana del giaguaro si corre e basta.
L’unica paura è la violenza in rete, sulla pagina facebook del comitato hanno postato la foto di un proiettile, testimonial come il ballerino Roberto Bolle coperti d’insulti, «ogni slogan che lanciamo ci aggrediscono, stiano tutti molto più calmi»
Carlo Bertini
(da “La Stampa”)
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Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
TRA SONDAGGI TOP SECRET E CAMPAGNA PERMANENTE, RENZI TORNA OTTIMISTA
Dopo un mese raggelante per Matteo Renzi, dopo settimane e settimane durante le quali tutti gli istituti di sondaggio scandivano gli stessi numeri (il No in vantaggio di 5-8 punti), da 48 ore a palazzo Chigi si è allentata la tensione.
Il presidente del Consiglio confida: «Il clima nel Paese sta cambiando».
Una sensazione a “pelle”, o invece suggerita dalla lettura di istituti che convergerebbero nel segnalare un “risveglio”, magari timido, del Sì?
Impossibile saperlo e comunque scriverlo: nei 15 giorni che precedono le consultazioni elettorali è vietata la pubblicazione dei sondaggi.
E dunque soltanto la notte del 4 dicembre si capirà se negli ultimi giorni si stia concretizzando il fenomeno che Renzi sta preparando da mesi: il cambio del “clima” e delle intenzioni di voto nell’ultima settimana prima del voto, quella nella quale l’approssimarsi della scadenza può indurre scarti significativi.
Il presidente del Consiglio ci crede.
Lo dice, perchè deve dirlo, nei comizi. Ma lo dice anche nelle riunioni ristrette: «Vinciamo largo…». Training autogeno, certo. Motivazione delle truppe, certo. Ma Matteo Renzi, dopo aver fatto due mesi fa una apparente autocritica, dicendo che «è stato un errore personalizzare», da quel momento si è reso protagonista della più massiccia partecipazione personale di un presidente del Consiglio ad una campagna elettorale in tutto il dopoguerra.
Una campagna permanente fatta di comizi in quasi tutte le province, di una partecipazione senza precedenti a talk show e Tg, di una presenza potenziata sui social network.
Il tutto rafforzato da una presenza capillare, che sta sfuggendo ai media nazionali e che proseguirà anche negli ultimi cinque giorni: interviste a tappeto alle radio e alle tv locali. L’ambizione di una copertura totale, di un “total body”, al quale l’elettore medio è quasi impossibilitato a sfuggire.
Una campagna che ha fatto segnare una progressiva “grillizzazione” nei toni, nel modo di apostrofare gli avversari, per non parlare di un risvolto del tutto originale per un capo di governo: oramai nei comizi Renzi fa l’imitazione di Silvio Berlusconi, di Matteo Salvini, ma anche di un suo ministro, Dario Franceschini.
Anche se negli ultimi cinque giorni di campagna, Renzi agiterà in modo ripetitivo tre concetti, quelli capaci di smuovere nel profondo l’elettorato: il più importante di tutti è la paura del «salto nel vuoto» (espressione che Renzi si è tenuta per gli ultimi giorni); lo sbandierare il pericolo del «governo tecnico», scommettendo sulla sua impopolarità ; l’uno contro tutti, il Renzi contro la vecchia nomenclatura.
Messaggi espliciti e subliminali che non sono sfuggiti ad un personaggio come Mario Monti.
Intervistato da Maria Latella a Sky Tg24, l’ex presidente del Consiglio ha detto: «Non credo ci sia la necessità di governi tecnici, senza che questo diventi un mantra in positivo o in negativo. Io nè auspico nè prevedo ci sia un governo tecnico. E prevedo che il capo del governo resterà Matteo Renzi».
E quanto al presidente del Consiglio in carica, negli ultimi cinque giorni, oltre ad una presenza massiccia in tv, continuerà a girare per il Paese.
Anche venerdì 2 dicembre: per la chiusura quasi certamente Renzi sarà in due grandi città del Sud e la sera chiusura della chiusura nella sua Firenze.
Fabio Martini
(da “La Stampa”)
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Novembre 28th, 2016 Riccardo Fucile
MPS VICINA AL MINIMO STORICO… TIMORI LEGATI AL REFERENDUM
Le banche affossano piazza Affari per i timori legati al 4 dicembre. Schizza lo spread, Mps vicina al
minimo storico
Avvio da cancellare per piazza Affari, che viene trascinata giù, a -2%, dal crollo dei titoli bancari.
Segno rosso, con pesanti perdite, per Banco Popolare (-4,04%), Bpm (-3,76%), Unicredit (-3,55%), Intesa (-2,52%), Bper (-3,95%), e Ubi (-2,24%).
Preoccupa Mps, subito sospesa dopo una breve fase di contrattazione.
Il titolo è entrato in asta di volatilità dopo aver registrato un crollo del 7,3 per cento. Sul capitombolo delle banche pesano i timori di un’affermazione del No al referendum costituzionale del 4 dicembre.
Per il Financial Times, che cita fonti ufficiali e bancarie di alto livello, se si dovesse verificare questo scenario, otto banche, tra cui Siena, saranno a rischio fallimento.
Situazione complicatissima per Monte dei Paschi di Siena.
Le azioni sono di fatto sospese dall’avvio della seduta. Tra i pochissimi contratti conclusi, l’ultimo è stato siglato a 17,56 euro (-12,2%), in prossimità del minimo storico.
La capitalizzazione si aggira intorno al mezzo miliardo di euro. Rocca Salimbeni avvia oggi l’offerta per la conversione dei bond subordinati. Il periodo di adesione è compreso tra il 28 novembre e il 2 dicembre, salvo un’eventuale proroga.
Operazione su cui la banca senese punta moltissimo perchè punta a raccogliere circa 1,5 miliardi di euro, fondamentali per centrare l’obiettivo dell’aumento di capitale, pari a 5 miliardi di euro, che è una delle condizioni imprescindibili per evitare il bail-in.
Sotto i colpi dei timori per il referendum anche lo spread. Parte male la seduta per i titoli di Stato sul mercato secondario con lo spread tra Btp e Bund a ridosso di quota 190. Il differenziale di rendimento tra i titoli italiani e tedeschi sale a quota 189 punti, livello ai massimi da oltre due anni e mezzo.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 24th, 2016 Riccardo Fucile
GLI ESPERTI AVVISANO: “GLI INDECISI SONO PIU’ PROPENSI AL SI” E SOPRATTUTTO NEL CENTRODESTRA NON SEGUONO LE INDICAZIONI DI PARTITO”
Tutto può cambiare in poche ore, e prende forza anche la rimonta del Sì, avvertono i sondaggisti che sono entrati nel periodo di black out pre elettorale e non possono rendere pubbliche le rilevazioni.
Roberto Weber, presidente Ixè, spiega che «una sottovalutazione dei Sì è da tenere presente in base al fatto che è percepito più rock votare No».
«E la gente ha difficoltà ad ammettere che si sta votando in maniera un po’ “democristiana”».
Un popolo silenzioso su cui conta Renzi «Non fidatevi dei sondaggi», avverte e di cui ha paura Alessandro Di Battista: «sarà dura».
All’ultimo voto, all’ultimo giorno senza certezza.
Perchè quel che è certo, come emerge dai sondaggi fatti, gran parte degli elettori non decideranno in base a una conoscenza certosina della riforma.
Chi dice sì crede al messaggio kennediano «change is the law of life» fatto proprio da Renzi.
E basta ascoltare le persone per capire che il dibattito costituzionale articolo per articolo è un’altra cosa.
E che come, spiega Alessandra Ghisleri, fondatrice di Euromedia research le sorprese arriveranno da chi «ha un’idea referendaria opposta a quella della sua parte politica». «Certamente gli indecisi sono più nel centrodestra, e questo ovviamente rende il risultato assai incerto».
Giovanna Paniccia, 50 anni, imprenditrice, spiega che è spaventata «dall’immobilismo». «Le cose devono cambiare e voler sempre bloccare tutto in nome di qualcosa che si può fare meglio non è più un ragionamento accettabile. Ci sono imprese e persone che soffrono. L’Italia non può fermarsi e questa proposta va in questo senso, non temo derive antidemocratiche perchè credo che il nostro Paese su questo sia vaccinato».
Sapo Matteucci, scrittore, spiega di votare Sì «perchè da 30 anni il bicameralismo perfetto si vuole cambiare, perchè il titolo V di D’Alema e Amato ha prodotto disastri e perchè non voglio che l’Italia finisca nelle fauci di Trumpillo».
Annamaria Lenzi, pensionata, 70 anni, di Napoli ammette: «Mi spaventa il fronte del No. Contestualizzo il referendum e intendo con il Sì appoggiare Renzi che qualche riforma l’ha pur fatta. Ricordo agli amanti del proporzionale i tempi in cui un Mastella con pochi voti poteva decidere le sorti di un governo. O peggio di lui Bertinotti».
Il taglio dei costi della politica è un motore potente per votare Si.
Antonella De Santis Lucciola dice: «Si tutta la vita basta politici 500 milioni di risparmi sulla politica a casa chi è di troppo da troppo tempo».
Fabio Buttarelli, autore televisivo, 51 anni, ha «molto rispetto per chi voterà NO perchè io stesso ho avuto molte perplessità prima di decidere per il SI». «In particolare la riforma del Senato mi è parsa non brillante, mentre trovo urgenti e necessarie tutte le altre modifiche. C’è l’opportunità irripetibile di aver fatto votare i senatori contro se stessi, e la necessità improcrastinabile di velocizzare l’azione di governo per far fronte ai tempi più rapidi di ogni altra istituzione internazionale (spesso finanziaria e tutt’altro che democratica)».
Elisabetta Bolondi, insegnante, vota «si »perchè vuole «andare avanti con le riforme imperfette di Renzi , desidero aggiornare la seconda parte della Costituzione, apprezzo il lavoro fatto dalla Boschi e dalla Camera che ha votato le riforme. Sono in buona compagnia, con amici seri e sensati che condividono una scelta di progresso. I toni di Grillo, il livore di D’Alema, la compagnia Salvini, Meloni, Casa Pound , Brunetta, Berlusconi, non sono i miei riferimenti».
Davide Mincica, 49 anni, trader di antichità , voterà a Londra dove vive e lavora.
Anche per lui il ragionamento non si fonda su una attenta lettura degli articoli della Carta Costituzionale che dovrebbero essere cambiati. «Mah, io voto Sì perchè non sarà la migliore delle riforme, ma restare perennemente cristallizzati nel passato non è mai la migliore soluzione per affrontare il futuro. L’importante è iniziare a muoversi, in seguito si potrà anche perfezionare il tutto. L’Italia è uno dei Paesi più conservatori dell’Europa, e lo dico con cognizione di causa, dato che mi divido tra Londra e l’Italia, e penso sia ormai venuto il momento di smuoversi. O almeno di provarci».
Maria Corbi
(da “La Stampa”)
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Novembre 24th, 2016 Riccardo Fucile
IL GIOCO DELLE SORPRESE SULL’ULTIMO MIGLIO
Tutti gli ultimi sondaggi pubblicati indicano una vittoria del No al prossimo referendum del 4
dicembre.
Le recenti disavventure delle previsioni alle elezioni presidenziali americane, e ancora di più alle primarie della droite francese di domenica, inducono alla cautela nel pronosticare la sconfitta dello schieramento del Sì.
Soprattutto perchè vi sono alcuni validi motivi per ritenere che il Sì, indipendentemente dalle preferenze di chi scrive, abbia buone possibilità di successo.
Vediamole
1) Il vantaggio del No è stato costante in tutti questi mesi. Come dimostrano molti casi e in particolare la raffinata analisi statistica di Serge Galam sulla dinamica delle opinioni dell’elettorato (un suo paper del 22 agosto aveva previsto la vittoria di Trump), il vantaggio di una parte pubblicizzato dai media e dai sondaggi mobilita la componente avversaria: questo quadro crea una dinamica favorevole alla parte percepita come la più debole e invece rilassa quella che si ritiene vincente.
In effetti, il Sì è già da qualche settimana all’attacco ed è divenuto dominante in termini di interventi e nei media. Il tono è quello arrembante di chi deve andare a conquistare posizioni mentre il No è sulla difensiva.
2) La disponibilità di una struttura partitica tradizionale.
Tutto il Pd è mobilitato per il Sì, ivi comprese molte componenti che su altri piani si oppongono alla segreteria Renzi, dall’area ex-Civati a quella di Cuperlo più la frangia dei “giovani turchi” critici. Ad eccezione dei bersaniani tutto il partito si è attivato per il Sì, e anche in periferia molti sostenitori dell’ex segretario evitano di fare propaganda per il No. Il riflesso di solidarietà e compattezza, introiettato da anni di cultura politica di lealtà alla “linea del partito”, si fa sentire.
3) Il peso della rete degli amministratori soprattutto al centro-sud.
Renzi ha accortamente mobilitato gli eletti nelle amministrazioni locali, soprattutto nel centro-sud. In questi contesti il voto – anche sul referendum – si esprime come gesto di sostegno e solidarietà nei confronti degli eletti locali.
Sono i sindaci e gli altri amministratori locali che indirizzano il voto di tanti che per “tradizione” si sentono in primo luogo fedeli al proprio rappresentante. E se questo dice di votare Sì, in un contesto difficile come il cambiamento della costituzione, gli elettori si adeguano senza problemi.
4) Il quesito referendario. La formulazione del quesito referendario con un chiaro riferimento alla riduzione dei costi della politica solletica uno dei sentimenti più diffusi oggi in Italia.
L’insistenza su questo punto da parte del Sì trova un riscontro nella scheda e questo può far scattare la scelta. Un tale comportamento non deve stupire perchè sappiamo che una quota non indifferente, e crescente, sceglie all’ultimo minuto, proprio nella cabina elettorale. Il quesito così formulato può essere convincente per chi decide in extremis.
5) L’eterogeneità del fronte del No. È vero che in termini di voto alle ultime elezioni e sulla base delle attuali preferenze politiche la maggioranza degli italiani è a favore del No.
Ma le dinamiche referendarie hanno sempre contraddetto il riferimento alle scelte politiche del passato, in Italia e altrove. Il fronte del No spazia dalla destra più arrembante alla sinistra più critica passando per alcune figure più moderate e istituzionali.
Questa trasversalità , che appare una forza, diventa invece un elemento di debolezza perchè proprio l’eterogeneità dei fautori del No priva questo fronte di un leader riconosciuto e di una proposta alternativa condivisa.
Il No si profila essenzialmente come una espressione di rifiuto, senza una indicazione sul futuro ( salvo un documento promosso da Massimo D’Alema che però non ha avuto alcuna visibilità ).
6) Il timore del “salto nel buio”. Stabilità e continuità , integrate da progresso e rinnovamento, sono messaggi rassicuranti e convincenti. È vero che circola in molti strati dell’opinione pubblica un fortissimo sentimento di insoddisfazione e la personalizzazione di Renzi può sollecitare questo strato di elettorato a votare contro.
Ma vi è anche una componente altrettanto ampia di persone che non amano, sia per riflessi conservatori tout court sia per preferenze e interessi, essere messe di fronte all’imprevisto. Il No apre scenari nuovi e “incerti” mentre il Sì garantisce continuità ma anche cambiamento. Un mix molto efficace.
Tutto può succedere in queste due settimane.
La tendenza registrata dai sondaggi può confermarsi o essere smentita. Ma di fronte alle previsioni generali di una vittoria del No, va ricordato che il Sì ha molte frecce nel suo arco.
Piero Ignazi
(da “La Repubblica”)
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Novembre 24th, 2016 Riccardo Fucile
SARANNO OSPITI SU DOMENICA LIVE MA NIENTE FACCIA A FACCIA… ED E’ LOTTA PER CHI PARLERA’ PER ULTIMO
Una sfida a distanza nel salotto più visto della domenica pomeriggio, dove in passato hanno
spopolato tra selfie con la conduttrice e racconti su Dudù.
Entrambi a caccia del ghiotto pubblico di Barbara D’Urso, Matteo Renzi e Silvio Berlusconi dovrebbero essere entrambi ospiti del popolare programma di Canale 5 nell’ultima domenica utile prima del referendum.
Il condizionale è d’obbligo, mancando le conferme ufficiali, ma che il premier si accomoderà nello studio di Domenica Live lo ha svelato Paolo Liguori a TgCom definendo il contenitore pomeridiano di punta delle reti Mediaset come “la trasmissione preferita” di Renzi.
Mentre da fonti di Forza Italia si apprende che l’ex Cavaliere sfrutterà lo stesso palcoscenico per uno degli ultimi appelli in favore del No.
Niente faccia a faccia, questo è certo: il duello, se si farà , sarà ‘in differita’.
Si alterneranno di fronte alla conduttrice, prima l’uno e poi l’altro.
Ma chi si parlerà per primo?
È attorno a questo che a Mediaset si ragiona in queste ore. Ed è poi il motivo della mancanza di certezze.
Perchè esordire o chiudere lo spazio che Domenica Live sta dedicando da settimane al referendum del 4 dicembre cambia — e non poco — la faccenda: significa avere la possibilità di ribattere alle ragioni espresse da chi ha parlato prima.
Quando sono iniziate le ospitate politiche di Barbara D’Urso, come spiegato in diretta dalla stessa conduttrice, è infatti stato effettuato un sorteggio per decidere chi tra gli esponenti del Sì e del No dovesse aprire le danze.
Toccò a Daniela Santanchè, quindi nelle settimane successive si è andati avanti per alternanza. Secondo questo principio, domenica toccherebbe a Renzi parlare per primo e solo a seguire entrerebbe Berlusconi. Renzi e l’ex Cavaliere sono entrambi d’accordo? E lo è anche Mediaset?
Il Biscione sta nel mezzo, in situazione delicata.
Da una parte, c’è il padrone di casa e dall’altra il presidente del Consiglio. Che il suo network ‘tifi’ per il Sì, lo ha spiegato lo stesso Berlusconi a Porta a Porta con schiettezza: “Hanno paura della possibile ritorsione di chi ha il potere. Ho avuto discussioni a questo livello e ho dovuto accettare questo fatto essendoci dentro le aziende i risparmiatori e devo prendere atto che le dichiarazioni del presidente Mediaset sono attribuibili alla difesa di questi risparmiatori — è stato il suo ragionamento davanti a Bruno Vespa — Se il governo dovesse vincere ci sarebbero conseguenze negative per le nostre aziende e per le altre”.
Ecco quindi che a Domenica Live — prodotto da Videonews, che è una testata giornalistica — si gioca una partita nella partita, una sorta di braccio di ferro, per avere più presa possibile su una fetta di elettorato difficilmente raggiungibile attraverso talk show e programmi politici, oltre che ampia. Molto ampia.
Basti pensare che nell’ultima puntata, la trasmissione ha fatto registrare oltre 2.8 milioni di telespettatori dalle 17 in poi.
Chi parlerà per primo rischia di avere meno presa, perchè confutato subito dopo dall’altro.
A una settimana dalle urne, l’occasione di lasciare il segno su un pubblico così vasto e variegato è troppo ghiotta per non calcolare tutto nei minimi dettagli.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 24th, 2016 Riccardo Fucile
PERSONE CHE L’HANNO PENSATA NELLO STESSO ORA SI TROVANO SU FRONTI OPPOSTI E NASCONO PERSINO RISENTIMENTI
Un sottile veleno si è insinuato all’ombra del referendum: la netta frattura fra chi l’ha sempre pensata allo stesso modo, fra chi ha condiviso per lunghissimi anni una comunanza di opinioni e di credenze.
Ora tutto questo è finito per sempre
Confesso che per la prima volta in vita mia sto sperimentando questa insana frattura, che si misura più su una scelta ideologica (sì o no al referendum) che non su indirizzi concreti di politica economica, ovvero su che cosa fare in pratica per migliorare il paese
Trovo molti amici su un fronte opposto, e a volte non c’è verso di instaurare uno straccio di confronto: su tutto predomina un giudizio aprioristico sulla bontà di un Sì o di un No.
E non c’è dubbio: emerge anche un sottile senso di risentimento.
Schierarsi da una parte o dall’altra è obbligatorio, visto che il referendum ci sarà .
Ma un assenso o un diniego al cambiamento della Costituzione così come è stato proposto è riduttivo sia per gli uni che per gli altri.
I fautori del Sì molto spesso conoscono, ma minimizzano li rischio di eccessivo accentramento dei poteri (anche in relazione alla legge elettorale Italicum), i sostenitori del No sanno che ci sono molte cose buone nella riforma costituzionale, ma ritengono che manchi nel nuovo quadro istituzionale un corretto bilanciamento dei poteri.
Vien da pensare: ma se invece di fare una riforma a colpi di maggioranza si fosse lavorato un anno in più per trovare un più largo consenso?
In questo caso non soltanto si sarebbe evitato un referendum che è solo la subordinata della linea principale di una revisione effettuata con l’assenso dei due terzi del Parlamento, ma si sarebbe evitato di creare ulteriori lacerazioni in una cittadinanza sempre più disorientata e confusa da spinte e controspinte dove ormai i demagoghi la fanno da padroni.
Bisognerebbe invece ricordare che è naturale e giusto dividersi sulle cose da fare, e che fa parte del normale corso della democrazia, che è conflittuale per definizione.
La quale dovrebbe progredire verso un allontanamento dall’ideologia per chiarire le ragioni profonde, umane ed economiche ma razionali, che sostengono certe scelte piuttosto che altre.
Con il referendum, invece, si è tornati indietro.
Adriano Bonafede
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 23rd, 2016 Riccardo Fucile
UN MILIONE E MEZZO ANDRANNO ALLE URNE… IL SI’ IN VANTAGGIO IN AMERICA, IL NO IN TESTA TRA I CERVELLI IN FUGA
L’unica cosa su cui vanno d’accordo è che questa volta saranno tanti gli italiani all’estero che
voteranno al referendum.
E tanto per i promotori del Sì, quanto per i comitati del No, il loro peso potrebbe oscillare tra il 5 e il 6 per cento dei votanti complessivi, prendendo per buona l’ipotesi di Renzi di 25-30 milioni alle urne.
Vuol dire, in cifra assoluta, tra il milione e 400 centomila e il milione e mezzo di connazionali che voteranno all’estero e che in caso di testa a testa potrebbero rivelarsi decisivi.
Con la maggioranza che si dovrebbe schierare per il Sì. È con queste previsioni che negli ambienti di governo spiegano il ricorso annunciato dal No sui voti all’estero: “In giro per il mondo rischiano il cappotto e ora mettono in dubbio quel voto”.
I renziani sono convinti che i ricorsi verrebbero respinti. E quelli tra di loro che conoscono bene le nostre comunità – particolarmente attivi Boschi e Gozi – confidano sul fatto che “gli italiani all’estero già si sentono esclusi, se poi metti in dubbio il loro voto si arrabbiano e il Sì cresce”.
Chi vive all’estero ha già ricevuto le schede elettorali. Le buste con il voto e il codice a barre anti-brogli dovranno essere restituite ai consolati entro il 1° dicembre e da lì arriveranno in Italia nei sacchi diretti all’hangar di Castelnuovo di Porto.
Dal conto delle prime schede arrivate ai consoli, i votanti sono decisamente più di quelli del referendum sulle trivelle, 700mila, e forse anche delle politiche del 2013, quando votarono 1,2 milioni dei circa 4 che aventi diritto.
La sensazione che si raccoglie dai responsabili estero dei due schieramenti è che a favore del No siano principalmente i cervelli in fuga, arrabbiati con un Paese che li ha costretti ad emigrare.
Per il Sì, invece, la fascia di mezza età . A maggior ragione se professionisti, manager o imprenditori. I più anziani, a sorpresa, non rispondono agli input di patronati e sindacati (in prevalenza per il No) che gestiscono il voto estero.
Protesta il Comitato del No: “Certo, con le lettere di Renzi e i viaggi dei ministri…”.
In Sud e Nord America – granai tradizionalmente governativi come Argentina e Brasile – i sostenitori del Sì prevedono un trionfo, puntano al 75%.
In Europa la partita è più incerta. In Svizzera, ad esempio, per il No è molto attivo il senatore dem Claudio Micheloni.
In Germania i governativi sono comnunque ottimisti. La pd Laura Garavini assicura: “Molti elettori inizialmente per il No ora cambiano opinione”.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 22nd, 2016 Riccardo Fucile
RENDERE IL REFERENDUM LA MADRE DI TUTTE LE BATTAGLIE CONTRO IL PREMIER FA SOLO IL SUO GIOCO
Partiamo da un dato di semplice lettura, relativo alle forze in campo nella battaglia referendaria, quello dell’entità degli schieramenti.
Contro Renzi troviamo il M5S (30%), l’intero centrodestra (28%), Sinistra e Liberta’ (4%), minoranza Pd (gli vogliamo concedere il valore del 5%?), sindacati, Anpi, estrema sinistra ed estrema destra (diciamo un altro 3%).
Fa un totale del 70%.
A favore del Sì la maggioranza del Pd ( dal 30% detraiamo il 5% e fa 25%) e centristi di varia origine (Ncd, Udc in primis) a cui concediamo un 5%.
Fa un totale del 30%.
Da cui deriva che il risultato dovrebbe essere 70% NO, 30% SI’.
I risultati possono essere tre in realtà .
Se vince il SI’, l’opposizione il giorno dopo dovrebbe suicidarsi in una cerimonia di massa per manifesta incapacità e Renzi realizzerebbe un risultato storico.
Se vince il NO 70% a 30%, si sono mantenute le percentuali di partenza, Renzi esce sconfitto perchè vuol dire che non è riuscito ad aggregare nessuno al suo progetto, quindi farebbe bene a ritirarsi a vita privata.
Ma se, terza ipotesi, quella attualmente più probabile, il NO dovesse prevalere 52-55% contro 45%-48% ( o anche meno), Renzi “contro tutti” avrebbe ottenuto il risultato che cerca in queste settimane: rappresentare “da solo” oltre il 40% del “comune sentire italico”.
E con quel 45%-48% andare a elezioni anticipate con la quasi certezza di vincerle, perchè il fronte avversario non sarà più unito al 70%, ma frazionato in mille rivoli (come prima).
In più avrà dalla sua argomenti che brandirà come una clava ( hanno voluto bloccare le riforme, ci hanno isolato dall’Europa, i dati dell’economia sono tornati negativi, volete fare un salto nel buio?, solo io garantisco governabilità contro l’accozzaglia variegata che non potrà mai essere d’accordo su nulla, ecc).
E non dimentichiamo dettagli tutt’altro che ininfluenti ( chi ha dato 80 euro ai dipendenti, 500 euro ai docenti, 500 euro ai 18enni, 16 miliardi di sgravi alle imprese, la 14° ai pensionati?).
Aggiungerà un pizzico di linea dura contro “l’Europa delle banche” e il gioco è fatto.
Anche perchè l’opposizione sta sbagliando tragicamente strategia: invocare continuamente le elezioni per perderle o senza essere certi di vincerle ha forse un senso?
Fare di un confronto referendario la madre di tutte le battaglie è solo un regalo a Renzi che (e qui il più lucido è ancora Silvio) è un leader vero, che piaccia o meno (e a noi non piace), e va combattuto con l’arte della politica, non con l’invettiva e l’insulto di quattro mezze calzette che insieme non fanno neanche una borsa termica.
La differenza sta in due elementi: avere una strategia e un’ampia elasticità politica contro chi cerca la pesca delle occasioni senza un disegno alternativo ed è incapace di “rinnovare” tesi e proposte, in sintonia con una società in cambiamento.
Renzi vince perchè “pesca ” consensi trasversali.
Certa destra perde perchè è incapace di “pescare” un solo voto a sinistra, con il guardaroba che si ritrova pieno di tarme e capi (d’abbigliamento e non solo) usciti dal museo delle cere o degli orrori.
Comunque vada, stante così le cose, sarà un successo (per Renzi).
Non ci vuole molto a capirlo.
Poi ognuno ci metta pure il tempo che crede.
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