Ottobre 4th, 2019 Riccardo Fucile
A FORZA DI FARE IL GUASTATORE FINISCE PER CONTRADDIRSI
Matteo Renzi funziona così. Il giorno prima, attraverso i suoi parlamentari, fa un accordo (rivendicandolo) per la prossima manovra di governo, il giorno dopo critica quello stesso prodotto frutto dello stesso accordo.
Nella nota di aggiornamento del Def, in base alla vulgata di questi giorni, Matteo Renzi si è battuto per scongiurare qualsiasi variazione dell’Iva, anche considerandola come rimodulazione (con l’abbassamento di alcune aliquote e l’aumento di alcune altre).
Eppure, Matteo Renzi oggi dice che in quella stessa manovra si poteva fare molto di più, rivolgendo una critica implicita al ministro dell’Economia Roberto Gualtieri.
Come, ad esempio, tagliare il costo dei servizi, attualmente fissato in 150 miliardi di euro. Secondo il leader di Italia Viva, che ha scritto una lettera al Corriere della Sera, l’inghippo sta tutto lì: «Approfittare dei tassi bassi — dice Renzi — è il modo per allungare la scadenza e spendere meno: solo così si può mettere in sicurezza il Paese. Si tratta di un’occasione unica».
Insomma, Matteo Renzi ha criticato la manovra. Quella che è stata appena impostata avendo anche il benestare della sua parte politica. Il ragionamento esposto questa mattina sul Corriere della Sera si sarebbe potuto fare prima. E invece il leader di Italia Viva ha iniziato a fare il guastatore, proprio come temeva il Partito Democratico alla vigilia della scissione.
Ecco perchè, invece, Nicola Zingaretti ha frenato dopo le parole di Matteo Renzi e ha messo in guardia gli alleati di governo, compreso il Movimento 5 Stelle: qualsiasi polemica interna alle forze di maggioranza è un regalo a Matteo Salvini.
E, se è vero che questo governo è nato per scongiurare l’Iva, è pur vero che l’esecutivo aveva anche lo scopo — non secondario — di evitare il trionfo elettorale del leader della Lega.
Il primo obiettivo sembra raggiunto. E il secondo?
(da agenzie)
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Settembre 21st, 2019 Riccardo Fucile
GIUDIZIO NEGATIVO DEL 64% DI ELETTORI PD… META’ ELETTORI FORZA ITALIA POSITIVI… SU 10 VOTI CIRCA 6 ARRIVANO DAL PD, 1 DAL CENTRODESTRA E 2-3 DA ALTRE FORZE POLITICHE E DA ASTENSIONISTI
C’è un nuovo sondaggio sulla neonata avventura politica di Matteo Renzi.
All’indomani dell’annuncio della scissione nel Pd, Italia Viva, il partito lanciato dall’ex premier, è al 4,4% dei consensi. È il dato che emerge dall’ultimo sondaggio realizzato da Ipsos per il Corriere della Sera.
Una decisione, quella di Renzi, che ha colto di sorpresa gli italiani viste le tempistiche e gli sforzi fatti dal senatore dem per forgiare un’alleanza giallorossa ora all’esecutivo. La scissione in casa dem è giudicata positiva solo dal 28% degli intervistati, tra cui prevale sfiducia nei confronti del nuovo partito di Renzi.
Significativo il dato relativo agli elettori Pd, il cui 64% ha un giudizio negativo sull’uscita di Renzi dal Partito Democratico. Diversa, invece, forse a sorpresa, l’opinione tra gli elettori di Forza Italia divisa tra giudizi positivi (48%) e quelli negativi (50%).
Non convince neanche il ruolo che la nuova formazione potrà avere all’interno del governo. Secondo il 38% degli intervistati il neonato partito di Renzi indebolirà l’esecutivo, mentre il 35% è incerto sul futuro degli eventi.
Il giudizio più negativo arriva dagli elettori della Lega, la cui maggioranza, il 64%, crede che la scissione renziana non porterà giovamento al governo M5S-Pd.
Altro dato significativo sul presente e il futuro del gruppo di Renzi è dato dal successo di questa operazione. Secondo i dati del Corriere, ben il 67% dell’opinione pubblica è convinta che Italia Viva non riuscirà a raccogliere consensi, limitando di fatto la sua capacità di influenzare la politica italiana.
Per il 16% la formazione di centrosinistra potrebbe invece diventare un bacino di voti per i riformisti, moderati ed europeisti.
Il 35% degli intervistati pensa che Italia Viva raccoglierà consensi in particolar dal centrosinistra, mentre il 25% vede il nuovo partito attirare voti sia dall’ala di centrosinistra che dal centrodestra.
Ma uno dei quesiti più attesi è quale sarà il peso di Italia Viva in un eventuale prossima tornata elettorale.
Quanto vale il partito di Renzi? Nel neo sondaggio, la formazione guadagnerebbe il 4,4% dei consensi, corrispondenti al 2,8% degli elettori totali (circa 1,4 milioni di italiani), 64% dei quali provenienti dal Partito Democratico, il 12% da partiti di centrodestra (Lega, FI, FdI), 12% da altre forze politiche e il 12% da astensionisti attratti dal nuovo soggetto politico.
(da agenzie)
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Settembre 21st, 2019 Riccardo Fucile
TRA GLI ANALISTI EMERGONO DIVERSE PERPLESSITA’
Per la sondaggista Alessandra Ghisleri Italia Viva, il partito di Matteo Renzi, ha un potenziale
elettorale tra il 4 e il 6 per cento.
Antonio Noto, di Ipr Marketing, lo stima al 5 per cento. Per Roberto Weber di Ixè si fermerebbe al 3,8.
Queste le prime valutazioni degli esperti, a pochi giorni dall’annuncio della nuova creatura lanciata dall’ex leader del Pd.
Per Ghisleri, che ha presentato i suoi dati a Porta a porta, Renzi ruba il 3 per cento al Pd, più un punto a +Europa, mezzo punto gli viene da Forza Italia.
È un dato indicativo, premette la sondaggista, una prima rilevazione. Ma è già una fotografia, che coincide con quella scattata da Noto. “Noi lo stimammo dopo le dimissioni da premier, nel gennaio 2017, in quel momento il suo ipotetico partito valeva il 10 per cento. Ha perso la metà dei consensi da allora. Anche per me leva il 3 per cento al Pd, un punto a Forza Italia e uno a un elettorato non fidelizzato. Bisogna capire se questo cinque per cento rappresenta l’inizio o la fine”
Fa breccia nel bacino moderato? “Ma parliamo di un mercato che non esiste in questo momento. E poi Renzi non lo è nè nei torni nè nei contenuti. I suoi temi sono nutriti di emotività . E del resto gli elettori oggi chiedono questo ai leader: messaggi forti”.
Dello stesso avviso è Weber. “I voti moderati non sono determinanti, basta vedere come sta crescendo Fratelli d’Italia. Prevale la radicalizzazione. Il rancore è ancora molto elevato”.
È stato notato che inizialmente sia Futuro e Libertà di Gianfranco Fini che Leu, dopo la scissione dal Pd, vennero stimati con proiezioni molto più alte, e che poi si sono sgonfiati alla prova dei fatti.
“Il tasso di fiducia personale di Renzi è molto basso” fa notare Weber. Il partito di Conte, è stata la rivelazione di Weber per la trasmissione di Rai3 Carta Bianca, ha come potenziale (quelli che sarebbero disposti a votarlo con una probabilità elevata), addirittura dell’11 per cento.
“Renzi una chance ce l’ha” osserva il politologo Roberto D’Alimonte, esperto di sistema elettorali. “Anche se ultimamente Renzi ha scontato l’effetto antipatia. La sua decisione è comunque tardiva. Doveva farlo quando perse con Bersani, ed era il rottamatore. Non lo è più. Ora vedo che si batte per il ripristino del proporzionale, ma questo potrebbe voler dire che intende mantenere le mani libere per giocare a tutto campo”.
(da agenzie)
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Settembre 19th, 2019 Riccardo Fucile
RENZI ASSICURA CHE ALLA LEOPOLDA ARRIVERANNO NUOVE ADESIONI
Nel giorno in cui deputati e senatori spediscono le lettere di addio e il correntone renziano prende forma grazie alle prime 41 adesioni, anche una senatrice di Forza Italia, Donatella Conzatti.
Al Senato ieri sera la lista ufficiosa contava 13 in uscita dal PD, ma — scrive oggi il Corriere della Sera — il senatore di Scandicci dal palco della Leopolda ne vuole annunciare 50 in totale.
Il quotidiano segnala che se ne vanno Giacomo Portas, il deputato Matteo Colaninno, Lucia Annibali, Michele Anzaldi, De Filippo, Ferri, Roberto Giachetti, Marattin, Migliore, Nobili, Paita.
La neo-sottosegretaria Anna Ascani rimane invece nel PD, mentre Maria Elena Boschi è presidente in pectore del nuovo gruppo, che punta a partire con 26 onorevoli.
Dal Misto è stato pescato Gabriele Toccafondi e da +Europa sarebbe in arrivo Alessandro Fusacchia, mentre non sono per ora confermate le voci sull’approdo di Bruno (o Br1) Tabacci e Riccardo Magi.
Il Corriere indica come pronta a passare al renzismo anche Maria Chiara Gadda, insieme a Lisa Noia, Sara Moretto, Raffaela Paita, mentre Giovanna Vitale su Repubblica racconta una storia curiosa che riguarda proprio la Ascani:
Patrizia Prestipino e Debora Serracchiani invece si sono risolte a restare. «Mi dispiace che i giornali parlino di scissione a freddo, qui c’è solo dolore e sofferenza», singhiozza Noia. «Capisco bene come vi sentite», la accarezza Prestipino, lei stessa a lungo combattuta sul da farsi, «vedervi andar via fa un male cane». Un lutto che anche i maschietti faticano a elaborare: i “rimanenti” Stefano Ceccanti e Andrea Romano si aggirano in Transatlantico con lo sguardo perso, il “separatista” Massimo Ungaro si asciuga gli occhi con le mani.
E «ho pianto» confessa pure una delle amazzoni del renzismo, colei che nessuno si aspettava potesse abiurare: Anna Ascani. «Non me la sento di lasciare la mia storia alle spalle», scrive su Fb. Anche se le voci di palazzo raccontano un’altra storia: lei era in pole per guidare l’Istruzione, ma Boschi – che avrebbe perso il primato di ministra più giovane del centrosinistra – si sarebbe messa di traverso, convincendo il capo a indicarla come vice. Pettegolezzi, forse. E mentre gli scissionisti abbandonano la chat del gruppo con sms strappalacrime, i candidati a rimpiazzarli si defilano. «Non siamo usciti dal Pd per Renzi e non saranno le scelte di Renzi a farci rientrare», chiarisce il Leu Roberto Speranza.
Addio profezia, almeno per ora.
(da “NextQuotidiano”)
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Settembre 18th, 2019 Riccardo Fucile
IN UN CONTESTO DI POLTRONE E DI CONVERSIONI POLITICHE, LA MOSSA DI RENZI ROMPE GLI ALIBI CHE CIRCONDANO IL GOVERNO
Sorpresa! Scandalo! Matteo Renzi lascia il Pd. E il Governo, il Palazzo, i media, e (forse) il paese
sobbalzano.
Per una volta, tuttavia, questo è un caso in cui a Renzi proprio non si può rimproverare nulla. Nè la sorpresa, nè le intenzioni.
E se davvero Giuseppe Conte è rimasto di sasso a sentire l’annuncio, se davvero, come ha detto, “Renzi è stato poco trasparente”, i casi sono due: o Conte vive nella bambagia, o Conte vive nella bambagia. In entrambi casi la sua reazione ci dice qualcosa di molto serio sul livello di rimozione su cui si fonda il Governo che ha insediato l’Avvocato a Palazzo Chigi.
A proposito di sorpresa. Mi par di ricordare che il senatore fiorentino confessò il progetto di lasciare il Pd già alle sue dimissioni dopo il referendum del 2016 — al punto che la domanda se avrebbe fatto un partito o un movimento è diventato negli anni un gioco di società in più di un dinner party fra Roma e Milano. La scissione è stata infine annunciata sempre meno velatamente negli ultimi mesi, fino all’annuncio nelle ultime ore.
La possibilità di questa separazione, ricordiamo anche questo, è stata una delle ragioni calate sul tavolo da chi non voleva questo Governo o, per lo meno, voleva prima le elezioni anticipate.
Il Pd, si diceva, a causa dell’incognita Renzi è troppo fragile per poter assumere sulle sue spalle la responsabilità di un esperimento di Governo così audace come l’alleanza con i 5 Stelle.
Renzi, si ripeteva, sia che resti, sia che vada, con i suoi numeri in Parlamento avrà il controllo della durata della legislatura, sarà il vero padrone di casa dell’esecutivo giallorosso.
Non esattamente un mistero, dunque. Persino per i più disattenti osservatori della politica italiana — figuriamoci per gli addetti ai lavori.
Capitolo motivazioni. Il senatore di Firenze sa bene che da anni la sua persona attrae un fiume di critiche (comprese quelle di chi scrive).
La più ripetuta, e “sentita” da coloro che non ne hanno condiviso nè la linea politica, nè l’assalto al cielo del potere romano e del partito, è di essere un uomo che ha tradito ogni ideale della sinistra, guidato solo dal proprio opportunismo e dalla propria sete di potere.
Critiche che sono state riproposte tutte insieme in queste ore per criticare la scissione. Ma viste le condizioni del presente quadro politico, questa indignazione ha molto poco filo da filare.
Si è appena insediato un Governo fra due ex nemici che improvvisamente hanno scoperto che che ne valeva la pena, anzi era un atto di eroismo pubblico abiurare alle proprie posizioni precedenti per formare insieme una coalizione – nientemeno! Nessuna formula intermedia presa in considerazione, nessun appoggio esterno o Governo tecnico! Direttamente un matrimonio.
Principi considerati di ferro fino ad un’ora prima, sia per i 5 Stelle che per il Pd, sono stati modificati in una rapida conversione alla ragion di Stato.
Giro di valzer perfettamente incarnato dal premier che è lo stesso che ha guidato una coalizione di destra a trazione Salvini, e che poi in venti giorni è divenuto il garante della democrazia in Italia.
Certo, il viale che li ha portati tutti a Palazzo Chigi è pavimentato di alte intenzioni e buoni propositi (la salvezza dell’Italia, naturalmente), ma nessuno può negare che si è trattato di un bell’atto di trasformismo, nonchè di un sostenuto desiderio, nemmeno ben nascosto, di guidare il potere italiano.
Tra le ragioni per cui dovremmo ammirare il nuovo assetto viene citata la responsabilità di gestire le nuove nomine delle aziende di Stato nella prossima primavera e successivamente l’elezione del presidente della Repubblica. Per battere il sovranismo e per riportare in paese in Europa, ovviamente.
Guai dunque a parlare di poltrone per questo Governo. Si incazzano tutti — a dispetto della rissa e ressa cui abbiamo assistito intorno al più piccolo sediolino di sottogoverno.
Perchè allora attaccare Renzi che dice apertamente nella sua prima intervista da scissionista che vuole contare in questa spartizione?
Perchè definirlo poltronista dato che le poltrone — pardon, gli incarichi — sono al cuore della formazione del nuovo Governo? Perchè definirlo “traditore”, se lascia?
Forse che quando Bersani andò via – e proprio Renzi lo accusò di tradimento – non si difese la libertà e l’orgoglio della scissione? Insomma, povero Renzi, ci tocca ora difenderlo dal doppio standard.
Ma, si dice, in questo modo Renzi destabilizza il governo. E certamente Renzi ha tutte le intenzioni di far pesare la sua presenza.
Ma il suo strumento maggiore rimane il controllo dei numeri nei gruppi parlamentari del Pd. Con la sua azione interna ai gruppi ed esterna come nuovo partito, può pesare, tirare fili, far ballare, ma rimane una tattica tutta interna agli equilibri delle forze che governano. Tattica che regge fino a che i numeri rimangono quelli di oggi. O fino a che il nuovo partito diventa sufficientemente grande da poter vincere.
Dunque, paradossalmente, Renzi si aggiunge come quarto ai tre soggetti, Conte, Pd e M5S, cui non conviene far finire male la legislatura. Almeno per ora.
Niente fuochi di sbarramento, dunque, please. Qui non ci sono molti buoni pulpiti da cui far la predica all’ex leader.
Se ci spostiamo così dal terreno dell’indignazione, l’agitazione creata dalla mossa di Renzi nel mondo politico, si capisce molto meglio. Se si guarda alla scissione come “messaggio” diretto a fuori le mura dei palazzi, se ne capisce meglio la portata.
Come spesso ha fatto in passato, l’ex premier ha ancora una volta scelto una mossa che rompe gli alibi che circondano la politica.
Nel Pd ha sempre agito come rivelatore dell’ipocrisia dell’unità interna — con quanta velocità i dirigenti di allora scelsero il giovane fiorentino quando fu in odore di vittoria? E Letta non fu forse concesso agli appetiti di Matteo non appena sbattè un pugno sul tavolo (anche dell’allora Quirinale)?
Anche oggi la reincarnazione pubblica di Renzi svela le debolezze altrui. Svela ancora una volta che il Pd non ha saputo gestire bene il suo passaggio verso il Governo.
Svela che a due giorni dal completamento della compagine governativa Conte siede su un formicaio, non certo sul piedistallo di una nuova pacificazione nazionale.
E infine, svela l’opportunismo senza fine dei 5 stelle che a due settimane dal giuramento hanno già abbassato le vele della navigazione orgogliosa e indipendente per fare catenaccio alle Regionali, preparare il proporzionale, e ora anche accettare Renzi, l’odiatissimo Renzi, come alleato diretto, non più confuso fra gli altri senatori qualunque nei vellutini rossi del Senato.
Renzi, insomma, non pone direttamente un pericolo numerico per la stabilità , ma occupa di nuovo lo spazio pubblico: quello dei media, delle polemiche, dei social, insomma di quella agorà permanente che è oggi il vero spazio della politica.
Non a caso quello che ha occupato e continua ad occupare Salvini, di cui vuole diventare, come ha detto subito, l’unico antagonista.
Il vero pericolo che Renzi costituisce per il Governo, insomma, non è quello di farlo cadere, ma di metterlo in ombra. Ed è già accaduto.
Lucia Annunziata
(da “Huffingtonpost”)
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Settembre 18th, 2019 Riccardo Fucile
UN PASSAGGIO ANCHE DA FORZA ITALIA, LA SEN. CONZATTI
Dopo aver in parte svuotato il Pd, ora Matteo Renzi ha preso di mira Forza Italia.
Per ora lo smottamento è contenuto ma i primi segnali ci sono già tutti. In mattinata la senatrice Donatella Conzatti annuncia l’uscita dal gruppo ‘azzurro’ per entrare in “Italia viva”. Mentre Massimo Mallegni, il cui nome è circolato con insistenza negli ultimi giorni, smentisce voci di fuga: “Le battaglie si fanno da dentro”.
Intanto però il gruppo renziano di Palazzo Madama dovrebbe arrivare almeno a quota tredici se si pensa che il capogruppo Andrea Marcucci ha annunciato la fuoriuscita di dodici parlamentari.
Lo scauting renziano però ha preso di mira anche il Movimento 5 Stelle e non è escluso che anche su questo fronte ci possano essere sorprese: “Siamo in una fase politica particolare, tutto può succedere”, ammette un deputato grillino.
Articolo 1 si tira del tutto fuori da questi dinamiche di palazzo: “Il mio cuore batte a sinistra – dice il ministro Roberto Speranza – quello di Renzi un po’ più al centro. Noi non siamo usciti dal Pd per Renzi e non saranno le sue scelte a farci rientrare”.
Il Partito democratico tuttavia inizia a guardare con preoccupazione alle manovre renziane. Tra i sicuri che lasceranno il gruppo dem di Palazzo Madama, oltre a Renzi, ci sono i fedelissimi Francesco Bonifazi e Davide Faraone. La catanese Valeria Sudano, come anticipato oggi su La Sicilia, Teresa Bellanova, Ernesto Magorno, Laura Garavini, Eugenio Comincini, Nadia Ginetti, Giuseppe Cucca, Mauro Marino, Leonardo Grimani. Il senatore dem Tommaso Cerno, dato tra gli scissionisti, rimarrà invece nel Pd: “A Zingaretti — dice — chiedo di cancellare le correnti”.
Non è ancora chiaro se i renziani entreranno a far parte di un gruppo parlamentare o confluiranno nel Misto. Il regolamento di Palazzo Madama vieta la creazione di nuovi gruppi, dunque il segretario del Psi Enzo Maraio scioglierà nelle prossime 24 ore la riserva sulla concessione del simbolo ‘Insieme’ a Italia viva, cosa che consentirebbe a Renzi di formare un gruppo parlamentare autonomo al Senato.
In queste ore, si apprende da fonti parlamentari, si stanno susseguendo telefonate e contatti. Maraio sta sondando il gruppo dirigente e la concessione del simbolo, al momento, “non è scontata”. Intanto, le stesse fonti sottolineano che per l’eventuale via libera all’utilizzo del simbolo di ‘Insieme’ non c’è alcuna necessità di avere il benestare da parte di Giulio Santagata e Angelo Bonelli, i rappresentanti degli altri due partiti che con il Psi costituivano il cartello elettorale alle scorse politiche e che non hanno eletto rappresentanti in Parlamento.
Alla Camera invece i renziani puntano ad arrivare a quota 26 deputati, ma i numeri non sono stati ancora ufficializzati. Voci di Transatlantico ne considerano sicuri 22-23, compreso l’arrivo dal Misto di Gabriele Toccafondi mentre Beatrice Lorenzin ha declinato. Sempre a Montecitorio si è tirata indietro la sottosegretaria Anna Ascani. Restano convinti del passaggio invece Giachetti, Nobili, Anzaldi, Carè, Librandi, Boschi, Di Maio, Mor, Marattin, Fregolent, Scalfarotto, Rosato, Migliore, Annibali, Del Barba, Paita, Gadda, De Filippo, Rossi. Tra gli incerti ci sono Noia e D’Alessandro.
“Renzi sta chiamando tutti personalmente”, racconto un parlamentare. Chi tiene il pallottoliere a Montecitorio fa notare che ben oltre la metà dei parlamentari di area renziana ha deciso di non seguire il senatore di Firenze. E inoltre Base Riformista, la componente Lotti-Guerini, resta in piedi con circa in 55-56 parlamentari tra Camera e Senato. I contatti sono interrotti e ora Renzi, per allargare, guarda altrove. Appunto a Forza Italia.
(da “Huffingtonpost“)
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Settembre 18th, 2019 Riccardo Fucile
TRA GLI ELETTORI PD L’ 85% CONTRO LA SUA SCELTA, SOLO IL 6% FAVOREVOLE
Il primo sondaggio sul partito di Renzi Italia Viva è quello diffuso ieri da Cartabianca, che gli
attribuisce un non pregevolissimo 3,8%, ma è chiaro che ad oggi è troppo presto, vista l’accelerazione degli eventi degli ultimi giorni, per considerare come attendibili questo tipo di rilevazioni.
È interessante comunque far notare che l’elettorato potenziale di questa ancora troppo recente rilevazione è quello del Partito Democratico in gran parte, ma è sostanzioso anche tra gli altri partiti e persino tra chi non votava.
Un altro sondaggio di Ixè ha riguardato invece la scelta di Renzi di lasciare il Partito Democratico: ha detto sì il 6% degli elettori del Partito Democratico, ha detto no l’85%. Ora bisognerebbe capire se tra quelli che hanno detto sì ci sono coloro che magari lo volevano già fuori da prima o no.
Nel dicembre scorso Il Sole 24 Ore aveva pubblicato una rilevazione di Winpoll Srls sul partito di Renzi, ovvero su un nuovo soggetto politico guidato dall’ex premier, e se quanti prendevano in considerazione l’idea di votarlo.
Questi i risultati dell’epoca, anche se nel frattempo il quadro politico, che vede oggi al governo una coalizione M5S-PD nata proprio per iniziativa di Renzi, è profondamente cambiato.
(da agenzie)
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Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
“IN UN SISTEMA PROPORZIONALE LA SUA PERCENTUALE SAREBBE DETERMINANTE, DIFFICILE CHE VADA OLTRE IL 5%”
Non c’è salvezza fuori dalla Chiesa, ha scritto Matteo Orfini a poche ore dall’annuncio di Matteo Renzi sulla “scissione” dal Partito Democratico. È forse troppo presto per valutare obiettivamente se il destino dell’ex leader sia da paragonare agli eretici del 250 dC
Probabilmente, come sottolinea il fondatore di YouTrend e Agenzia Quorum Lorenzo Pregliasco, molti elettori non sanno nemmeno che sia avvenuta la separazione.
Ma Renzi non è un personaggio nuovo della scena politica. Non è un outsider o un tecnico spuntato fuori per rimescolare le carte in tavola al Parlamento. Sebbene siano ancora molti i dettagli da definire, una riflessione su quello che sarà il futuro della nuova «casa» renziana può già nascere.
Pregliasco ha commentato per Open gli obiettivi e le strategie dell’ex premier, senza dimenticare una questione centrale, che potrebbe rendere Renzi un «big problem» per il governo: la partita sulla legge elettorale.
Renzi ha fatto la scelta giusta?
«Diciamo che la correttezza delle scelte in politica va valutata sulla base degli obiettivi. Il suo obiettivo è rafforzare il governo creando un gruppo che potrebbe aggregare i parlamentari che oggi sono nel centrodestra? In questo caso potrebbe essere un’operazione giusta, se il suo obiettivo è consolidare il governo. Dall’altra parte potremmo immaginare invece che il suo obiettivo sia quello opposto, cioè quello di frammentare e condizionare l’attività dell’esecutivo, rendendo ancora più dipendente il governo dalla componente renziana».
Possiamo già immaginare i suoi obiettivi?
«L’indizio c’è ed è legato alla partita della legge elettorale. È chiaro che una scissione per arrivare a un partito che probabilmente può pesare il 3, il 4 o un 5 percento, è una scissione che si sposa con un meccanismo proporzionale. Se ci fosse — come molti pensano — un’evoluzione in quel senso, è chiaro che un partito di queste dimensioni, politicamente di centro, potrebbe risultare determinante per formare future maggioranze. Diciamo che questo indizio fa pensare che a breve o meno breve, lui la immagini come un’operazione che lo può rendere determinante in un assetto proporzionale».
È d’accordo con chi ritene che il “partito” di Renzi non andrebbe oltre il 3 o 5%, dunque?
«Credo che sia molto difficile stimare l’appeal di soggetti nati così poco tempo fa. Molti elettori non hanno la minima idea che questo sia avvenuto. Considerando il livello di fiducia personale in Renzi che noi diamo al 15%, è realistico immaginarsi che possa valere tra il 3,4 o 5%. Chiaro questi numeri possono voler dire o contare pochissimo, se non si supera lo sbarramento, o al contrario contare molto».
Lui si propone di essere l’antisalvini, ma in qualche modo lo è già stato: è stato il nemico perfetto per far crescere i consensi del leader leghista. E’ la collocazione giusta?
«A me pare difficile che lui possa avere una funzione attrattiva sull’elettorato che vota o ha votato Lega. C’è sicuramente una parte di elettorato di centrodestra più moderato, che magari ha votato Salvini perchè lo riconosceva come leader di centrodestra. Non ci dobbiamo dimenticare, però, che la figura di Renzi all’inizio aveva questo appeal nei settori del centrodestra, ma oggi tutti i dati ci dicono che non ha recuperato quel rapporto col Paese compromesso dall’esperienza di governo e dalla sconfitta al referendum costituzionale».
Secondo lei quali sono le parole d’ordine che userà per accrescere i consensi?
«Credo che il possibile posizionamento sarà “più liberale” in economia rispetto ai 5Stelle, quindi più vicino al centro destra. Più atlantista e europeista, invece, come posizionamento internazionale. Mi aspetto questo tipo di parole d’ordine”
A quali fasce elettorali deve puntare?
«Immagino che l’obiettivo sia recuperare una parte dell’elettorato renziano che gli aveva dato fiducia agli inizi della sua discesa in campo nazionale, nel 2014. Probabilmente punterà da un lato a una fascia mediana di età , e dall’altra su un pezzo di elettorato che è quello delle professioni, del lavoro autonomo, dei dipendenti più istruiti. Mi immagino un appeal di questo tipo, che è poi un classico dei centristi».
(da Open)
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Settembre 17th, 2019 Riccardo Fucile
GENIO POLITICO O INCREDIBILE EGOCENTRISMO? IL POPOLO RENZIANO SI DIVIDE
Matteo Renzi è un mistero indecifrabile: genio politico o incredibile egocentrico? Dice una cosa
e fa l’esatto contrario. Non sorprende quindi che molti simpatizzanti dell’ex Segretario del PD ci abbiano messo un po’ per assorbire quello che è successo tra ieri notte e questa mattina.
«Voi la chiamate scissione, io la chiamo novità » scrive Renzi su Facebook. Ma di novità del genere se ne sono viste parecchie nel campo del centrosinistra.
I renziani delusi perchè Renzi si porta via il pallone
E così mentre le ministre Teresa Bellanova ed Elena Bonetti fanno sapere che anche loro seguiranno la strada tracciata da Matteo Renzi. La Bellanova spiega che parlare di scissione è fuori luogo: «non è scissione ma sincera presa d’atto di una difficoltà di coesistenza tra anime diverse che in questi anni si è fatta sempre più evidente».
In pratica è una scissione. Addirittura la ministra dell’Agricoltura ritiene che sia questo il momento di voltare pagina «dopo aver sconfitto Salvini e il peggiore leghismo sul terreno della democrazia parlamentare, restituendo al Paese una prospettiva civile e un nuovo corso politico». Peccato che Salvini sia tutt’altro che sconfitto, al massimo sono state rintuzzate le sue pretese di avere pieni poteri ma rimane l’avversario da battere.
Ma mentre nei commenti ai post si plaude alla scelta coraggiosa di andarsene dal PD dopo aver partecipato alla spartizione delle poltrone (prima sarebbe stato in effetti complicato). Altrove non tutti i renziani sono contenti.
Su Matteo Renzi News, la pagina ufficiale della propaganda renziana, si plaude alla decisione del grande leader, ma c’è chi ci tiene a ribadire il suo dissenso con la classica critica dell’elettore di centrosinistra: la base chiede unità e voi vi dividete.
Ma ci sono anche critiche più feroci all’imperscrutabile strategia di Renzi che prima ha favorito la nascita del governo Conte per allontanare le elezioni ed assicurarsi un margine temporale per far crescere il suo nuovo soggetto politico.
C’è chi lo capisce ma dice che ha sbagliato i tempi perchè rischia di mandare in crisi il governo, e se dovesse succedere tutti daranno la colpa a lui.
Lasciando “noi che ti abbiamo sempre difeso, senza più argomenti” per farlo. Ma va bene così, il nuovo partito si farà lo stesso anche se quelli che lo hanno sempre difeso a spada tratta non lo capiscono. O meglio non capiscono che Renzi li ha usati per cementare la sua posizione di potere nel PD anche dopo la sconfitta del 2016. Non certo perchè fosse un uomo di sinistra.
Chi sbaglia quindi non è Renzi, che sta solo facendo se stesso, sono quelli che in questi anni non hanno capito chi è Renzi dal punto di vista politico.
E probabilmente ci vorrà ancora del tempo per capire il senso della sua avventura politica. Anche se è almeno dalle primarie del 2012, quando Renzi perse contro Bersani per la guida della coalizione di centrosinistra, che l’ex sindaco di Firenze sta preparando questa mossa.
Nei vari gruppi come “Simpatizzanti Liberi per Matteo Renzi” o “Primarie Sempre” invece una volta passato lo spavento dell’abbandono di Renzi sono tutti (o quasi) pronti a seguirlo.
Ieri sera all’annuncio dell’addio c’era chi ribadiva che pur essendo “renziano sin dalla sua candidatura a Presidente della Provincia di Firenze” fa sapere che non ha alcuna intenzione di seguirlo in questa nuova avventura. L’idea dell’uomo solo al comando con il suo partito personale non piaceva moltissimo ma c’era anche chi annunciava che non avrebbe rinnovato la tessera del PD e non avrebbe appoggiato il nuovo soggetto politico di Renzi.
Se fossero in molti a pensarla così questa notizia sarebbe una manna per i partiti che vogliono conquistarsi l’elettorato del PD.
Oggi però la musica è cambiata e la maggioranza è rappresentata dagli entusiasti. Ex #SenzaDiMe ancora perplessi dall’idea di andare al governo con il M5S che fanno sapere con orgoglio #IoCiSono.
E curiosamente in molti dei commenti gli utenti spiegano che lo fanno “per i miei nipoti” (sono questi gli esponenti delle famose armate dei vecchietti per Renzi che imperversano da anni sui social).
Entusiasmo alle stelle nel gruppo di nostalgici del 2014 “Tutti insieme per Matteo Renzi al 41%” dove tra proclami sul ci riprendiamo tutto quello che nostro come il partito, i voti e Palazzo Chigi in pochi mettono in dubbio le scelte del leader.
Anzi spunta anche un simpaticissimo sondaggio dove tre opzioni su quattro sono a favore della “scissione” (all’epoca non era ancora arrivata la direttiva di chiamarla “novità ”) di Renzi e solo una per esprimere il dissenso.
Manco a dirlo la maggioranza è nettamente a fianco di Renzi, quel grande politico. E c’è chi prima di andarsene pretende anche i ringraziamenti, come quella che scrive «a tutti coloro che criticano la decisione di Renzi, dico solamente, ricordatevi che se il Pd esiste ancora e per merito di Renzi, se oggi il Pd è al governo e per merito di Renzi».
Ma non è che per caso sono quelli del PD che se ne stanno andando e sono loro a fare la scissione? Leggendo certi commenti sembra proprio così.
(da “NextQuotidiano”)
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