Marzo 10th, 2019 Riccardo Fucile
“CONTE E’ UN AZZECCAGARBUGLI CHE PORTA AVANTI IL GOVERNO MA INDIETRO L’ITALIA”
“È solo fuffa, in Amici Miei si sarebbe definita una supercazzola, un’incredibile presa in giro. Prendono un piccolo parere giuridico per portare avanti il Governo, ma nel frattempo va indietro l’Italia”.
A dirlo è Matteo Renzi, intervistato a Mezz’ora in più, su Raitre, commentando la strategia del Governo sulla Torino-Lione.
“Bisogna dire sì alle infrastrutture” aggiunge il senatore Pd, “io ho sempre detto che quel percorso previsto non andava bene. E nel 2014, diventato premier, abbiamo fatto la revisione dell’opera e dal 2015 al 2016 abbiamo ridotto l’opera di 2 miliardi e 200 milioni e ridotto il percorso che oggi è una versione ristretta. Ma il collegamento Torino-Lione si deve fare, perchè collega pezzi d’Europa”.
Quella di Conte è una “non soluzione, non ha cambiato nulla sulla Tav”. Perchè “l’unico soggetto giuridico che può cambiare la decisione sulla Tav è il Parlamento” e in Parlamento “non c’è una maggioranza” per cancellare la Tav. Il Pd? “Questo non è tema di divisione nel partito”.
Secondo Renzi, al Governo sta per essere presentato il conto dei danni che ha provocato, quando servirà una manovra correttiva: “Questi non reggono la prossima legge di bilancio, altro che 4 anni”… “Salvini si sgonfia sull’economia, non sull’immigrazione. Insieme a Di Maio e al premier Azzeccagarbugli, ha bloccato la fase di crescita più interessante che l’Italia aveva da anni per fare due misure autogol: reddito di cittadinanza e quota 100. Sull’economia Salvini salterà in aria”.
Matteo Renzi tiene a distinguere fra la sua leadership e quella del vice premier leghista. “Salvini non ha una visione di Paese, segue l’algoritmo. Segue la vita più come influencer che come politico”.
In queste settimane, Renzi è in giro per la presentazione del suo libro, con grandi presenze di pubblico. “C’è gente che ti ama e che ti odia. Nell’ultimo periodo tanti mi hanno odiato. Poi vedi all’opera gli altri, vedi questo Governo cialtrone e incompetente, ti manda in recessione, allora dici “vabbè, Renzi era antipatico ma almeno era competente, questi sono simpatici, ma…”.
Capitolo Zingaretti. Renzi ribadisce il suo sostegno: “Questa settimana ha fatto due cose: è andato al cantiere Tav con Chiamparino. Ha fatto bene, per chiarire a chi dovrà votare la nostra posizione. Poi è andato in un’azienda salvata da un bravissimo imprenditore con gli strumenti del Jobs Act e di Industria 4.0 e ha rilevato Ideal Standard. Si sono salvati e creati posti di lavoro, è la via migliore per rispondere a Salvini e gli altri”. Poi, la “miglior cosa che può fare un ex segretario con un nuovo segretario è non dare consigli. Io farò il tifo”.
La prima distanza con il nuovo segretario si sta registrando nel rapporto in Europa con Emmanuel Macron. Renzi ha firmato il Manifesto Ue del presidente francese e dice che “”è di fatto rimasto l’unico leader europeo”, perchè “la Germania è debole, la Gran Bretagna è fuori a metà dall’Europa, la Spagna è in fase elettorale, Italia e Polonia sono in mano a governi populisti. Rimane solo Macron”.
Secondo Renzi “è sconvolgente che il vicepremier Di Maio abbia incontrato di nascosto il leader dei gilet gialli”. Si tratta di una “figuraccia” che a “livello di credibilità internazionale ci costerà più del bunga bunga”
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 13th, 2019 Riccardo Fucile
UN LIBRO E UN TOUR LUNGO TUTTA L’ITALIA PER SANCIRE LA SUA SEPARAZIONE CON IL PD
Rieccolo. Torna Renzi, eternamente uguale a se stesso, incapace di ammettere limiti e
errori, perchè “a differenza dei comunisti, penso che se uno si deve pentire si pente davanti a un confessore”.
Anche l’autocritica diventa sfoggio narcisistico su una grande rimozione di ciò che è stato che, in fondo, era tutto giusto e poteva solo essere comunicato meglio: “Non ho investito su una comunicazione social, ho solo lavorato su twitter. E intanto twitter è morto”.
Poco importa che, nel frattempo, sia morta — o quasi — la sinistra.
Rieccolo, con un libro che sarà presentato a Roma, poi a Firenze, dove stanno organizzando i pullman per l’iniziativa, poi in un tour in tutta Italia, anche a Sasso Marconi e nei piccoli comuni, proprio come si fa quando si deve “lanciare” un nuovo movimento.
In un sms che gira tra i suoi amici fiorentini scrive: “Dieci anni fa le primarie di Firenze segnarono l’inizio di una storia incredibile. Una storia ricca di successi e di cadute, ma una storia bellissima. Esattamente dieci anni dopo ci ritroviamo nella Sala Rossa del Palazzo dei Congressi”. Per un nuovo inizio, per un Un’altra strada. Matteo”
Ecco. Nuovo inizio e altra strada, rispetto al cosiddetto populismo altrui, inteso come governo ma, evidentemente, in un gioco — per ora – di non detti e allusioni, anche rispetto al Pd, partito di cui ha perso il controllo e rispetto al quale si sente, e non da oggi, altra cosa.
Perchè, prima ancora della politica, della razionalità , prima ancora del pensiero stesso, c’è l’indole che condiziona politica, logica e pensiero.
L’Io di chi preferisce sentirsi capo di una casa più piccola, piuttosto che costruttore, assieme agli altri, di una casa più grande.
In fondo, anche Berlusconi, che del suo partito è padrone, pensa che il suo partito morirà con lui.
L’Io, prima ancora del progetto, di chi al momento non sta nè fuori nè dentro, ma è pronto a uscire al momento opportuno, magari dopo le Europee: “Gli conviene aspettare il risultato delle europee — dice Giachetti — e lì decide”.
È proprio il “quando” si consumerà la rottura ad alimentare incredulità , congetture, ipotesi.
Non il “che cosa” farà , che in molti considerano annunciato da tempo. Ci sarà un momento in cui la scelta di Marco Minniti di ritirarsi dalla primarie sembrerà meno incomprensibile di come è stata raccontata.
Perchè è avvenuta proprio su questo. Nell’ultima riunione prima dell’annuncio, con Lotti e Guerini, l’ex ministro dell’Interno vincolò la sua decisione a una frase da inserire nel documento che si sarebbe presentato.
Questa: “Il Pd è e resterà sempre casa nostra”.
I due che intimamente la ritenevano giusta, dopo qualche telefonata, dissero che non c’erano le condizioni per inserirla. E a quel punto vennero meno anche le condizioni della candidatura per Minniti, perchè è complicato candidarsi se il tuo principale sostenitore pensa di sfasciare il suo partito e di fare un’altra cosa.
Il libro segna una separazione politica, emotiva, umana, tra Renzi e il Pd, col primo che scommette su di sè chiamando a raccolta il quel che resta del suo popolo.
Lo chiama a raccolta, con lo spirito reducista di chi confonde l’elaborazione critica con l’abiura, prigioniero di un lutto mai elaborato, in pieno stile, anch’esso populista: disintermediazione, personalizzazione, visione degli anni di governo come mito fondativo di un “nuovo inizio” perchè “il tempo è galantuomo”.
Ovviamente, dirà , “con amore e senza rancore”, e ovviamente “guardando al futuro” anche se nel libro sono annunciati vari passaggi polemici sul “fuoco amico” di questi anni.
Nella convinzione che il tempo sia “galantuomo” e il fallimento che prima o poi arriverà del governo gialloverde, farà risorgere ciò era giusto ed è stato incompreso. Che è un po’ come dire, parafrasando Brecht, che “ha sbagliato il popolo” interpretando il pericolo come cambiamento.
Basta fare due chiacchere alla Camera per percepire che, anche chi lo ha sostenuto con grande convinzione, non nasconde un certo sarcastico fastidio.
Perchè è evidente che l’operazione è tutta contro il Pd.
Disincentiva la partecipazione alle primarie, indebolisce il partito nell’immediato e nella prospettiva, contribuisce a rendere plastico che a sinistra, più che un’alternativa, c’è l’ennesima guerra civile.
Antonello Giacomelli, ad esempio, dice: “Che cosa farà Renzi? Fa in modo che tu scriva pezzi come quello che vuoi scrivere, che se ne parli insomma. Sei esecutore inconsapevole di uno dei suoi obiettivi, ma non vedo un suo progetto”.
Debora Serracchiani, impegnata nel congresso del Pd, è visibilmente infastidita: “Non farmi dichiarare che il momento è delicato, ma lo vedi anche tu. Sta dentro ma fuori, sostiene Giachetti ma pensa a un suo partito. Insomma, è fatto così, qualcosa deve sfasciare. C’è un problema di accettazione del principio di realtà “.
Principio di realtà . L’ultimo sondaggio dell’infallibile Alessandra Ghisleri attribuiva a un partito di Renzi un non entusiasmante 4 per cento sulla carta.
Voti tutti presi al Pd che precipiterebbe al 13 per cento.
I comunisti, gente semplice, avrebbero detto che un’operazione siffatta non è la costruzione di una alternativa, ma un’avventura velleitaria che divide la sinistra e, dunque, favorisce l’avversario.
Ma nel confessionale renziano, i peccati non esistono.
Esistono solo le autoassoluzioni.
(da “Huffingtonpost”)
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Gennaio 8th, 2019 Riccardo Fucile
SALVINI E DI MAIO AMICI DEI BANCHIERI, NON DEI RISPARMIATORI, COME I LORO PREDECESSORI
Pd all’attacco del Governo sul salvataggio di Carige. “Ieri il Governo del cambiamento ha salvato una banca. Giusto così, per i risparmiatori. Ma se fossero uomini seri Di Maio e Salvini dovrebbero riconoscere che hanno fatto la stessa cosa che abbiamo fatto noi”, scrive Maria Elena Boschi su Twitter.
“Non lo faranno – aggiunge l’ex sottosegretario alla Presidenza del Consiglio – perchè la parola verità non appartiene al loro vocabolario”.
“Hanno approvato un decreto per salvare la banca di Genova. Giusto, serve ai risparmiatori. Ma così certificano di aver mentito quando attaccavano noi sulle Venete, Etruria, Ferrara. Il tempo è galantuomo e fa giustizia delle tante bugie di questi piccoli imbroglioni”, scrive su Twitter il senatore del Pd, Matteo Renzi.
Nel video allegato, l’ex segretario del Pd dice: “Salvini e Di Maio si devono vergognare per quello che hanno detto per anni contro di noi. Si devono vergognare per le offese e gli insulti. Hanno truffato gli italiani raccontando storie non vere su di noi: sulla Tav, sulla Tap, sull’Ilva, sulle trivelle… Adesso persino sulle banche. E’ proprio vero, puoi ingannare qualcuno per tutta la vita e puoi ingannare tutti per una sola volta. Ma non puoi ingannare tutti per tutta la vita. Con la vicenda delle banche di ieri Salvini e di Maio devono semplicemente scrivere la parola vergogna”.
Sulla vicenda Carige “il governo interviene a sostegno della banca. Bene. Ricordo gli schiamazzi sui ‘regali ai banchieri’ quando intervenivamo noi. Ora mi auguro solo prudenza e serietà . Propaganda e allarmismi sono molto pericolosi”, scrive su Twitter l’ex presidente del Consiglio Paolo Gentiloni.
“M5s senza vergogna! All’opposizione erano i novelli tribuni del popolo, al governo con decreto salvano Carige con soldi pubblici. Se hanno capito che salvare le banche vuol dire salvare l’economia locale chiedano scusa e la smettano di fare i rivoluzionari a giorni alterni”.
Lo scrive su Twitter Alessia Rotta, vicepresidente vicaria dei deputati del Partito Democratico, postando il video in cui “Alessandro Di Battista arringava l’Aula di Montecitorio parlando di bancocrazia e di regali dello stato alle banche private”.
(da agenzie)
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Dicembre 31st, 2018 Riccardo Fucile
L’EX PREMIER: “LA MANOVRA PREMIA I DISONESTI”
Il Governo “andrà in pezzi prima delle Europee”, ma per il dopo Conte “sono capaci di tutto
pur di non andare al voto”.
A improvvisarsi oracolo del 2019 è l’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, convinto del fallimento imminente dell’esperimento gialloverde.
“Se mi si chiede quale potrebbe essere la novità del 2019 dico che prima del previsto, nei primi mesi del 2019 e prima delle elezioni Europee, potrebbe maturare la rottura nel governo. I passaggi sono diventati stretti. Sulla Tav Salvini non può perdere la faccia e non può perderla neppure Di Maio, dopo aver “ingoiato” Tap, terzo valico, Ilva. Si è capito che non possono fare il reddito di cittadinanza come lo avevano immaginato i Cinque stelle. Il “presentismo” paga nell’immediato, alla lunga stanca. La crescita purtroppo sarà più bassa del previsto. Quelle sul tagliando e sul rimpasto non mi sembrano voci dal sen fuggite. Ma non si andrà ad elezioni anticipate, i peones non mollano la poltrona…”.
Critiche alla manovra, che conferma, secondo Renzi, il messaggio di fondo di questi mesi di vita dell’esecutivo:
“La cosa più impressionante in questi primi 8 mesi di governo è lo sdoganamento concettuale del lavoro in nero e più in generale dei furbetti. Ci sono tanti messaggi al mondo che è abituato ad arrangiarsi: il reddito, i due condoni. Sembrava che la loro constituency fosse quella della onestà . Il messaggio è un altro: vivere onestamente è inutile”.
La manovra è stata “un’occasione persa, una vicenda imbarazzante nel metodo e nel merito” secondo Matteo Renzi.
“Sono aumentate le tasse. Per mandare in pensione qualcuno, si tagliano e si congelano le pensioni a molte più persone. Per dare un sussidio ai disoccupati del Sud, hanno rinunciato alle assunzioni nella Pa, che nel Mezzogiorno avrebbero potuto svolgere un ruolo più efficace. Il mio timore è che stiamo andando incontro al temporale, ad un peggioramento dell’economia, senza ombrello. Naturalmente spero di sbagliarmi”.
Per l’ex premier ed ex segretario Pd la flat tax “non c’è”, il reddito di cittadinanza “è un guscio vuoto”.
“Fino a ieri lo diceva soltanto il leghista Siri, ora lo dice anche Buffagni dei Cinque stelle: quel provvedimento potrebbe essere trasformato, da assegno alle persone in difficoltà ad incentivo alle imprese per assumere. In quel caso faranno il capolavoro di chiamare reddito di cittadinanza, la seconda parte del Jobs act! Dovevano dare soldi ai disoccupati e invece li daranno agli imprenditori per assumere. Esattamente come abbiamo fatto noi nel 2014. E saranno costretti a rimangiarsi il progetto iniziale perchè non possono provocare chi si spezza la schiena per portare a casa 800-1000 euro. Finendo comunque col dare denaro a chi non lavora o a chi fa lavoro nero”.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 11th, 2018 Riccardo Fucile
I RENZIANI SI RIUNIRANNO OGGI PER SCEGLIERE IL PROPRIO CANDIDATO
Matteo Renzi non si ricandiderà al vertice del Partito democratico.
È lo stesso ex premier a scriverlo in un post su Facebook: “Candidati al congresso, mi hanno scritto in tanti. Grazie del pensiero, ma non lo farò. Ho vinto due volte le primarie con il 70% e dal giorno dopo mi hanno fatto la guerra dall’interno. Mi sentirei come Charlie Brown con Lucy che gli rimette il pallone davanti per toglierlo all’ultimo istante. Non mi ricandido per la terza volta per rifare lo stesso. Chiunque vincerà il congresso avrà il mio rispetto e non il logorio interno che ho ricevuto io”. Non si ricandida ma ritira fuori la storia del lanciafiamme, cosa che fa capire quanto l’ex segretario sia ancora avvelenato.
“Il mio errore più grande è stato non ribaltare il partito. Non entrarci con il lanciafiamme come ci eravamo detti. In alcuni casi il PD ha funzionato, in altre zone è rimasto un partito di correnti. Ritengo che le correnti siano il male del partito”.
Ovviamente, l’ex premier non tira i remi in barca, ma preannuncia quello che farà nei prossimi mesi: “A fine gennaio uscirà un mio libro, per Marsilio, e girerò tutto il Paese, specie i piccoli borghi di provincia, per parlare e per ascoltare. Come ai vecchi tempi. Negli stessi giorni partirà un progetto di WebTV al quale sto lavorando da mesi per rilanciare i nostri contenuti e non lasciare la rete in mano alle Fake News. Continuerò a incoraggiare i comitati civici e a riunire il meraviglioso popolo della Leopolda, simbolo di chi ci crede e si impegna. Io continuo a combattere: non corro per il congresso ma non vado in pensione, resto in campo, sorridente e tenace”.
La chiusura della telenovela arriva al termine di una giornata in cui si inseguono tra i suoi le voci di una diretta Facebook fissata per le 18, preannunciata proprio per chiudere qualsiasi spiraglio alla sua (ri)discesa in campo, dopo il passo indietro di Marco Minniti.
Poi, poco prima dell’ora prefissata, sulla sua pagina appare solo il trailer del suo documentario su Firenze, che parte sabato prossimo. “Diretta annullata”, appare sui telefonini di chi chiede spiegazioni.
Ed è di nuovo caos, fino al post definitivo.
Sarà il summit dei renziani convocato per domani alle 13 nella Sala Berlinguer, al gruppo Pd di Montecitorio, a decidere cosa fare in vista del congresso.
Senza un’indicazione dall’alto e senza un’alternativa in grado di fornire garanzie sul futuro della linea politica e, perchè no, anche sui destini personali, il corpaccione residuo dei renziani si guarda attorno spaesato, più propenso a rimandare una decisione su chi sostenere al congresso o perfino a tenersi al di fuori della contesa. In attesa di un’opzione che, stando così le cose, più che essere scongiurata sembra rafforzarsi: la nascita di un nuovo partito.
Renzi non scrive nulla in proposito, rigettando la patata bollente nelle mani del prossimo segretario.
“Con che lista ci presenteremo alle Europee e alle Politiche? — sono le parole affidate ancora a Facebook — Qualcuno vorrebbe liste superando il simbolo del Pd, altri chiedono un fronte repubblicano, altri di aprire a Leu, qualcuno a Più Europa, alla società civile, al movimento dei sindaci, ai Gilet Gialli (che in Italia peraltro sono al Governo). A me sinceramente sembra giusto che questa decisione sia presa da chi rappresenterà la nuova leadership del Pd. Altrimenti che facciamo a fare le primarie?”.
Tra i renziani che non vogliono rimanere in tribuna a godersi lo spettacolo, sono almeno tre le posizioni che si contano nel chiacchiericcio parlamentare e che si confronteranno alla riunione di domani.
Una buona parte di renziani, se ancora si possono chiamare così, è pronta a convergere sulla candidatura di Martina, contando sui buoni auspici di Matteo Richetti e, soprattutto, di Graziano Delrio, il cui telefono in questi giorni è rimasto sempre parecchio caldo.
Appare però poco credibile l’ipotesi circolata in queste ore di affidare a Maria Elena Boschi la presidenza dell’assemblea nazionale, coerentemente con l’idea dichiarata da Martina ieri a In mezz’ora di individuare per quel ruolo una figura femminile. L’immagine dell’ex ministra e sottosegretaria appare ancora troppo ingombrante per un ruolo di garanzia come questo. E non è nemmeno detto che lei voglia spendersi in prima persona in questa fase.
C’è poi chi non vuole arrendersi all’idea di affidare ad altri la propria rappresentanza. I capifila di questa posizione sono Stefano Ceccanti e Andrea Romano, che spiega: “Un confronto politico autentico è indispensabile al Pd. Se un’area ampia decide di non impegnarsi attivamente nel congresso, perchè non vede rappresentate le proprie posizioni, la discussione rischia di essere monca. Per questo abbiamo bisogno di schierare un nostro candidato”.
Ma il tempo scorre: le candidature, con tanto di firme, devono essere sul tavolo della commissione nazionale per il congresso entro mercoledì a mezzogiorno.
Non potendo avere la pretesa di contendere a Zingaretti e Martina la segreteria, l’obiettivo minimo è quello di non apparire come la ridotta del renzismo, peraltro apocrifa.
L’identikit che circola è quindi quello di un candidato giovane, meglio se donna, che sia in grado di convogliare su di sè i voti degli iscritti di fede renziana e abbia anche l’appeal necessario ad attrarre il popolo delle primarie.
Infine, un po’ a sorpresa, c’è una terza frangia — molto minoritaria, va detto — che potrebbe perfino sostenere Zingaretti.
È l’ipotesi sulla quale, sin dall’inizio, spingeva Luca Lotti, ma che non ha mai convinto Renzi. Se Lotti non compirà in prima persona un passo che possa allontanarlo dal suo amico Matteo, non si può escludere che altri a lui vicini possano invece perseguire questa strada.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 10th, 2018 Riccardo Fucile
ZINGARETTI IN TESTA CON IL 41%, RENZI AL 31%, MARTINA AL 28%
Matteo Renzi non deve candidarsi di nuovo alla guida del Partito democratico. A pensarlo è il
53% della base dem secondo un sondaggio effettuato dall’istituto di Antonio Noto e pubblicato su Quotidiano Nazionale.
Nello stesso sondaggio si evidenzia che l’ex premier è comunque ritenuto una risorsa per il partito dal 56% della base. Mentre il 33% lo reputa un problema.
Nelle intenzioni di voto in vista delle primarie del 3 marzo invece, Nicola Zingaretti è in testa col 41%, Renzi sarebbe secondo con il 31% mentre Maurizio Martina è l’ultimo con il 28%.
Se invece Renzi decidesse di farsi un partito personale? Il primo rilevamento fatto il primo dicembre lo attestava al 9%. Mentre l’ultimo sondaggio fatto l’8 dicembre, lo vede scendere al 7%.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
LA “PAZZA IDEA” SOLLECITATA DAI SUOI, DIPENDERA’ DA UN SONDAGGIO LAMPO
La “pazza idea” è affidata ora a una “riflessione” e a un sondaggio lampo, di cui si attende l’esito nei prossimi giorni.
La “pazza idea” consiste nel grande ritorno di Renzi, come candidato alle primarie del Pd.
A grande richiesta di un’area smarrita, a un passo dal “liberi tutti” dopo il gran rifiuto di Minniti. Perchè, gli hanno ripetuto i suoi, “se vince Zingaretti a quel punto siamo dei corpi estranei e il Pd non è più casa nostra, solo tu hai un appeal nel nostro popolo”.
L’ex segretario, per dirla con chi ha parlato con lui, “non ha detto no”. Ma neanche sì. Sta, appunto, riflettendo.
E l’esito della riflessione è affidato non solo a valutazioni politiche di ordine generale, ma anche a un sondaggio che, detta in modo un tranchant, verifichi se c’è partita o se, invece, il suo ritorno la personalizzazione della pugna produrrebbe l’effetto referendum.
Ovvero una valanga a favore di Nicola Zingaretti.
Nei giorni scorsi proprio Renzi ha avuto un lungo colloquio con gli esperti di Swg. È un dato di fatto che, in attesa di capire le mosse dell’ex segretario, la situazione è congelata per qualche giorno. Anche perchè altri candidati “forti” non ci sono.
Guerini ha escluso perchè dovrebbe rinunciare alla guida del Copasir, Rosato o la Bellanova sarebbero candidature di bandiera, ma non competitive. Altri non ce ne sono e parecchi parlamentari, in queste ore, hanno avuto colloqui con Graziano Delrio, perchè, in una situazione da rompete le righe”, potrebbero essere tentatati dal sostenere Maurizio Martina.
È chiaro che il grande ritorno avrebbe l’effetto di compattare l’area e, magari, di far smottare anche le altre.
Perchè a quel punto, per dirne una, sarebbe complicato per Orfini o per Delrio, non schierarsi con Matteo Renzi. E avrebbe l’effetto anche di chiudere l’altra ipotesi, anch’essa affidata a sondaggi e riflessioni, di un nuovo partito di Renzi alla Ciudadanos, senza la nomenklatura.
Ipotesi ufficialmente sempre smentita pubblicamente ma su cui c’è un fitto lavorio, per evitare che quello spazio sia occupato da una iniziativa analoga di Carlo Calenda. L’ipotesi, però, prevede “sommersi” e “salvati”, perchè il grosso della nomenklatura, cacicchi e capibastone resterebbe nel Pd, presentato come una bad company di correnti rispetto al nuovo progetto, rispetto a quale l’ex segretario rinuncia al ruolo di “burattinaio”, secondo quella nuova narrazione che ieri ha affidato alla sua diretta facebook.
È una “pazza idea”, quella del ritorno accettando la sfida alla primarie, così la chiamano al Nazareno. Su cui un pressing è in atto.
Il presupposto è che Renzi possa vincere la partita. Perchè una sconfitta varrebbe doppio. Nel Pd e fuori.
È complicato far nascere un’altra Cosa perchè si è perso il congresso. A quel punto sarebbe una “scissione” di chi ha perso, non un progetto nuovo.
(da “Huffingtonpost”)
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Dicembre 7th, 2018 Riccardo Fucile
OPINIONISTI DIVISI : DAL 6% AL 12%
Mentre lo psicodramma del Partito Democratico aggiunge un nuovo tassello con il ritiro di Marco Minniti dalla corsa per le primarie i sondaggisti misurano il valore dell’ipotetico partito o movimento di Matteo Renzi.
Repubblica racconta i conti degli uomini dei numeri:
La prospettiva più rosea la fornisce Emg Acqua, che a novembre ha diffuso un sondaggio su 1.603 intervistati che dava un ipotetico partito di Renzi al 12%: bottino proveniente per metà dal Pd.
Stesso risultato di Ipr marketing, che ha invece stimato Renzi al 9%, anche qui con oltre la metà dei consensi in arrivo dalle file dem.
«Renzi toglierebbe il 5% al Pd, che scenderebbe dal 18% al 13%. Il resto – spiega il direttore Ipr Antonio Noto – arriva da elettorato moderato».
Dificile dire quale, però. «L’elettorato di Forza Italia residuo è fedelissimo di Berlusconi e non è così facile da spostare».
Più probabile, piuttosto, che l’ex premier agganci una parte del mondo imprenditoriale, visto che «tra le imprese solo il 25% dà oggi un giudizio positivo sul governo».
A conti fatti, tuttavia, un partito di Renzi servirebbe più che altro a «sgonfiare il Pd, delegittimando indirettamente anche le primarie».
SWG invece non ha svolto rilevazioni ma fa notare che Macron, il modello a cui l’ex premier guarda, funziona nel sistema elettorale francese mentre in Italia un 10% serve a investire sul lungo periodo e non sul breve
Per Roberto Weber, di Ixè, l’avventura avrebbe un tono ancora minore: «A settembre lo abbiamo stimato al 5-6%. Il suo dimensionamento potenziale era all’8%, ma considerato che di solito le previsioni sui partiti personali sono a rialzo di un terzo, abbassiamo al 5-6%. Tutti voti in arrivo dal Pd, o quasi».
Senza contare che, aggiunge, «Renzi ha un gradimento tra i più bassi, tra i leader».
Un giudizio negativo condiviso anche da Nicola Piepoli, presidente dell’omonimo Istituto: «Non abbiamo testato il partito di Renzi perchè lo giudichiamo inattuale. A voler far numeri, diciamo che potrebbe valere il 2%… Come il partito della scissione di Bersani e D’Alema, insomma».
(da “NextQuotidiano”)
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Dicembre 6th, 2018 Riccardo Fucile
GLI ALTRI POTREBBERO SEGUIRE DOPO IL CONGRESSO PD SE VINCE ZINGARETTI
Se nuova avventura politica sarà , sarà ‘solitaria’. Almeno nella prima fase. 
Matteo Renzi si muove da solo in questa nuova azione politica che potrebbe portarlo fuori dal Pd. Con lui ci sono Sandro Gozi, che da tempo spinge sulla necessità di andare oltre il Partito Democratico. Ci sono gli eurodeputati Enrico Gasbarra e Nicola Danti, sostenitori di questa opzione.
Ma, specificano fonti vicine all’ex segretario, sbaglia chi si immagina una scissione del Pd, commette un errore chi si prefigura un addio di gruppo al Nazareno: della serie, Renzi e i suoi ‘luogotenenti’ da Luca Lotti a Maria Elena Boschi. Non sarà così. Non subito, almeno. E chissà dopo.
Renzi ha cominciato a muoversi oltre il recinto del Pd, partendo dagli incontri di ieri a Bruxelles. Stamane su Facebook scrive: “Non farò mai il capo di una corrente. Faccio una battaglia sulle idee, non per due poltrone interne. Per me le correnti sono la rovina del Pd. Le correnti potevano andar bene nei partiti del Novecento: nella Dc o nel Pci. Oggi le correnti non elaborano idee ma proteggono gruppi dirigenti. E tutta la mia esperienza, fin dai tempi delle primarie da Sindaco, dimostra che io sono abituato a rischiare in prima persona, non a chiedere il permesso a qualcuno. Per cui: chiedetemi tutto ma non di fare il piccolo burattinaio al congresso del Pd”.
Briglie sciolte e niente zavorre. Ma per la definizione di questo nuovo soggetto – se davvero andrà così – bisognerà aspettare gennaio, forse anche la fine di gennaio. Certo, prima delle primarie del Pd, il 3 marzo.
Ma prima di Natale, invece, non si prevedono sviluppi di sostanza. Tanto che l’ex premier non parteciperà all’assemblea fondativa del nuovo movimento che sui social si autodefinisce cittadini2019.it, tipo ‘Ciudadanos’ in Spagna anche se quest’ultimo è movimento nato più da costole dei partiti di centrodestra e liberali che dal centrosinistra.
I ‘Cittadini’ italiani invece sono contatti noti all’ex sottosegretario agli Affari Europei Gozi, esponenti della società civile anche ex Pd. Domenica 16, in un palazzo di via Nazionale a Roma, Gozi sarà con loro. Renzi no.
I contorni della nuova iniziativa sono ancora sfumati, complicati nella gestione dei rapporti con i renziani che restano nel Pd e si sentono abbandonati dal leader, disperati alla ricerca di un candidato per il congresso. Quantomeno per contarsi. Poi, se vince Nicola Zingaretti come sembra soprattutto dopo il ritiro di Marco Minniti, si vedrà .
E’ possibile che a quel punto ci sia la vera scissione. Sempre che Renzi li voglia ancora con sè.
Di certo, si scommette nell’area, va prima creata una nuova ‘casa’ e poi si decide il destino politico dell’area renziana, che in gran parte non si immagina in un partito guidato da Zingaretti, un partito dove magari ritornano Massimo D’Alema e Pierluigi Bersani.
Dunque, Renzi va avanti. Gli altri restano e seguiranno dopo, se seguiranno. Questa è l’idea di massima. Invece è ben più chiaro l’orizzonte politico di tutta l’operazione, anche alla luce degli incontri di Renzi ieri alla Commissione europea.
Innanzitutto si muove in ambito europeo: parte e torna lì, alle europee di maggio, centrali di questa fase. Va da sè che un nuovo soggetto politico vedrebbe Renzi candidato alle europee, ma anche qui niente di ufficiale. Di certo, si tratta di un’operazione che punta a stringere un’alleanza anti-sovranista già prima del voto di maggio e non dopo.
Ecco perchè ieri a Bruxelles, tra tutti gli incontri che ha avuto, Renzi si è ritrovato particolarmente in sintonia con la Liberale Marghrete Vestager.
Anche lei vorrebbe costruire un’alleanza anti-sovranista da subito, senza aspettare il voto. E’ ciò che la differenzia dai socialisti e dal loro candidato per la presidenza della Commissione Frans Timmermans, che pure ieri Renzi ha incontrato.
Il Pse rimanda ogni tipo di ragionamento sulle alleanze a dopo il voto: del resto, il sistema per le europee è proporzionale. Renzi invece anticipa, convinto com’è che i socialisti servano per questa nuova alleanza – che immagina dai Liberali, ai Popolari ai Verdi – ma non ne saranno protagonisti.
Significa scommettere sulla debacle dei socialisti, particolarmente in difficoltà in molti paesi europei? Chi glielo fa notare, si sente rispondere che di certo la crisi dei socialisti è un fatto in sè, non imputabile a Renzi.
E comunque la nuova operazione renziana non sarebbe conflittuale col Pd: punta invece ad “allargare”, è il mantra.
Certo, tra il dire e il fare, c’è un oceano. Le mosse renziane degli ultimi tre giorni stanno seminando tensioni nel Pd, anche nella stessa area dell’ex segretario. E nessuno è pronto a scommettere che i rapporti tra il ‘nuovo’ Renzi e il suo ex partito fileranno lisci da qui alle europee.
E’ iniziata una cavalcata in solitaria. Resterà tale?
(da “Huffingtonpost”)
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