Novembre 30th, 2017 Riccardo Fucile
RENZI AVEVA SCARICATO SU ROSSI LA RESPONSABILITA’ DEL FLOP DELL’EX ACCIAIERIA LUCCHINI DI PIOMBINO
Il Partito Democratico e MDP governano assieme la Toscana, dove il segretario del PD è nato e dove è presidente Enrico Rossi, passato qualche tempo fa con Bersani. Eppure, colpo di scena, l’avvocatura regionale della Toscana sta predisponendo la querela del presidente della Regione Enrico Rossi (Mdp) nei confronti del segretario del Pd Matteo Renzi.
Tutto ciò perchè due giorni fa lo stesso Renzi ha incontrato durante la tappa toscana del suo giro nella Penisola a bordo del treno “Destinazione Italia” una delegazione dei lavoratori dell’acciaieria ex Lucchini.
La materia del contendere è Issad Rebrab, l’imprenditore algerino che rilevò le acciaierie nel 2014 «sorpassando» il magnate indiano Jindal.
«Abbiamo fatto una cazzata a fidarci di Rebrab», ha detto Renzi, assicurando agli operai saliti sul treno che il governo «sta lavorando per trovare una soluzione» e che gli ammortizzatori sociali saranno garantiti.
Ma soprattutto, ha aggiunto Renzi, a volere Rebrab «furono Rossi e Landini».
Ed è proprio questo che ha fatto arrabbiare il governatore: “Il progetto industriale presentato dall’imprenditore Issad Rebrab è stato scelto attraverso una regolare procedura di gara del ministero dello Sviluppo economico, sulla quale non ho avuto alcuna influenza. Le affermazioni su Piombino, così come riportate dai giornali, meritano una sola risposta: la querela. Ne sono dispiaciuto ma su questa materia non si scherza e non sono ammessi equivoci”, ha fatto sapere Rossi.
(da agenzie)
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Novembre 30th, 2017 Riccardo Fucile
“POSSIBILE CHE NON RIUSCIATE A FAR APPROVARE LO IUS SOLI CHE PERSINO MIO FIGLIO DI 4 ANNI CAPISCE QUANTO SIA GIUSTO?”… RENZI RISPONDE CON VEEMENZA ARRAMPICANDOSI SUGLI SPECCHI, IL PUBBLICO NON GRADISCE
«Per me l’incidente è chiuso. Nessun problema». Matteo Renzi preferisce non
commentare. Ma la rete invece non smette di guardare il video e di commentare l’inconsueto siparietto, finito in litigio, tra l’ex premier, Oscar Farinetti e Fabio Volo. Teatro degli eventi, la presentazione dell’ultima fatica dello scrittore e showman «Quando tutto inizia».
Niente di più noioso, di solito, di una presentazione libraria. Non questa volta, però, e non tanto per le qualità letterarie e dialettiche di Volo, quanto per la presenza, che si rivelerà più che ingombrante, del segretario del Partito democratico.
Alla fondazione di Mirafiore di Serralunga d’Alba, in Piemonte, Volo sale sul palco con Sergio Chiamparino, presidente del Piemonte, Oscar Farinetti, presidente della fondazione, e la sorella Anna Farinetti.
A un certo punto, compare Renzi.
Ed è quando Volo gli chiede conto della mancata approvazione della legge sullo Ius soli, che scoppia il caos. «È possibile che non riusciate a far approvare una legge che anche mio figlio di 4 anni ha capito quanto sia giusta?» chiede Volo.
«Capolavori politici»
Renzi replica parlando dei «capolavori politici» fatti dal suo governo e dal suo Pd sugli sprechi alimentari, sull’autismo e su altro.
Il pubblico, oltre 500 persone, rumoreggia e grida «basta».
A quel punto Volo, da consumato uomo di spettacolo, si alza, lamentando che la presentazione sia diventata di fatto un comizio e abbandona platealmente la scena, ottenendo un’ovazione del pubblico.
Ma che ci faceva Renzi alla presentazione? Volo, in effetti, non l’aveva invitato.
Era prevista una cena a tre, nel post presentazione, convocata da Farinetti. Al desco serale doveva partecipare anche l’ex premier.
Ma il vulcanico fondatore di Eataly ha insistito perchè Renzi si presentasse in anticipo e presenziasse anche all’evento della Fondazione. Ed è lì che «tutto inizia», per citare Volo.
Perchè Renzi non è uomo da starsene in disparte e da abbozzare quando viene chiamato in causa. E così alla domanda sullo ius soli reagisce con veemenza, rivendicando l’attività del governo e assicurando il suo impegno.
Volo, indispettito, lascia la sala. E poi se la prende, nel fuori scena, soprattutto con Farinetti, che nel suo zelo renziano ha creato le premesse dell’incidente.
Il fondatore di Eataly
Il fondatore di Eataly spiega: «Avevamo avvertito Fabio dell’arrivo di Renzi e avevamo concordato di concludere insieme l’incontro in modo simpatico, senza tirare per la giacca nessuno. Mai mi sarei aspettato un simile epilogo».
Volo, che giorni prima aveva discusso animatamente dello ius soli anche con Silvio Berlusconi, capisce di avere esagerato nella sua uscita di scena spettacolare e si affida a twitter: «Mi spiace per questa sera non era nulla di personale nei confronti di Renzi. Ci siamo ritrovati in una situazione che ho gestito male. Sorry»
(da “Il Corriere della Sera”)
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Novembre 28th, 2017 Riccardo Fucile
IERI IL LEGHISTA ACCUSAVA IL PD DI VOLER CENSURARE LE BUFALE SU FACEBOOK, OGGI LA REPLICA DELL’EX PREMIER
Matteo Renzi risponde su Facebook a Matteo Salvini che ieri lo ha accusato di voler censurare Facebook.
Mai detto nulla di tutto questo, caro Salvini. Ho solo chiesto di non rilanciare notizie false come stai facendo tu adesso. Se poi ti avanza tempo, puoi spiegare ai tuoi amici e fans che rapporti ci sono tra il tuo team digitale e quello dei Cinque Stelle, ma fallo solo per loro: noi vi abbiamo già sgamato, non abbiamo bisogno di saperlo. Ragazzi, evitare bufale in rete è fondamentale non solo per la campagna elettorale. Ma anche e soprattutto per la salute: pensate alla propaganda sui vaccini o sull’anoressia.
Caro Salvini, sei padre come lo sono io: ripuliamo la rete dalle bufale, senza alcuna censura ma solo rispettando la realtà . Facciamolo per i nostri figli. Poi ci confronteremo in campagna elettorale e litigheremo come sempre, ma prima prendiamoci l’impegno di non rilanciare notizie spazzatura. Nessuna censura, solo educazione e rispetto. Buona giornata a tutti, anche a Salvini.
La censura a Facebook di cui parla Salvini dovrebbe essere la legge sulle fake news che il Partito Democratico vuole presentare in Senato, a prima firma di Luigi Zanda insieme a Rosanna Filippin: secondo la proposta i giganti del web sono invitati ad attivarsi per valutarlo entro 24 ore se si tratta di «contenuti manifestamente illeciti», altrimenti entro sette giorni.
Se nulla succede alla scadenza del tempo, si può ricorrere al Garante della privacy: se anche dinanzi a una sua disposizione il social network decide di far finta di niente, scattano sanzioni pesanti, da 500mila a un milione di euro.
(da “NextQuotidiano“)
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Novembre 25th, 2017 Riccardo Fucile
VIAGGIO TRA I MILITANTI: CRONACA DI UNA GIORNATA NELLA PANCIA DEL RENZISMO
Ecco Luca Lotti: “Oh ragazzi, ma lo sapete che alle tre si gioca a calcio con la nazionale
parlamentare femminile?”. Accanto c’è Matteo Richetti, sorridente e divertito: “Non dirlo che, se vengono, oscuriamo mediaticamente la Leopolda”.
Alle tre, allo Stadio Bozzi, non troppo lontano dalla Leopolda, Lotti e Richetti, scarpette e calzoncini, sono a tirare calci al pallone, con la squadra femminile, rigorosamente renziana: Bonaccorsi, Malpezzi, un undici titolare di fedelissime.
È il renzismo, bellezza: stile da novelli Peter Pan mai cresciuti, giovanilismo spinto e ostentato, eterni adolescenti compiaciuti dell’essere tali.
Ieri un minuto di silenzio sulla strage nella moschea egiziana, in tono solenne.
Oggi il battutismo e poca gravitas, politica ed emotiva.
Poco prima Richetti, grande protagonista della scorsa edizione, sale sul palco, sempre facendo il giovane di professione: “Che formicaio di gente, che casino questa Leopolda… È la Leopolda otto. Altre due puntate e diventiamo una serie tv, come Gomorra o The Young Pope”.
Pausa, nell’attesa di un applauso che però non scatta, nella sala sonnecchiosa e distratta dei “tavoli tematici”.
Sul palco però va in scena un’altra serie, ovvero la possibile nuova puntata del conflitto con le banche, perchè c’è Marco Fortis, l’economista “ottimista”, già collaboratore di Tremonti, molto inserito nel mondo che conta tra finanza e industria sin da quando iniziò a collaborare con Carlo Sama, il famoso “Carlo il bello”, ex manager del gruppo Montedison e cognato di Raul Gardini.
Poi nei cda di Edison, Eridania Beghin Say e Antibioticos, fino alla collaborazione con Renzi a palazzo Chigi.
Quello di Marco Fortis, curriculum di tutto rispetto nel settore, ma certo non “super partes”, al momento è uno dei nomi “graditi”, forse il più gradito, per la sostituzione di Giuseppe Vegas alla Consob.
È una casella cruciale, la presidenza dell’autorità che multò Boschi senior su Etruria, nell’ambito dell’offensiva su Bankitalia scatenata nella commissione d’inchiesta sulle banche, dove Consob è stata già chiamata per dichiarare sulle informazioni ricevute da via Nazionale nei casi delle banche insolventi.
Fortis, seduto accanto a Richetti, parla di economia, della “ripresa” del paese in questi anni, pari a quella francese e inglese: “C’è una differenza tra la realtà e la realtà percepita. La realtà è di una crescita forte, soprattutto nei settori del manifatturiero e del turismo”. E chissà se è colpa dei giornali, altro grande classico da queste parti, se non tutti la pensano così.
Leopolda in tono minore, più affollata di gente e solitaria (politicamente) al tempo stesso, grondante di retorica dei millennials per coprire l’assenza di tutte le figurine di successo di questi anni, ma anche “politiche”, da Chiamparino a Bonaccini. Millennials sul palco, sopra una platea di mezza età , anzi un po’ agèe: “Ma la strategia — si chiede un amministratore – quale è? Bene i mille giorni, bene tutto, ma con quali proposte andiamo?”.
È una Leopolda in tono minore, ansiosa di raccontarsi che non è finita.
Dice Francesco Crò, che si occupa di comunicazione per il Pd: “Mi chiedi che gente c’è? Beh, questi sono i suoi, i suoi di Renzi voglio dire, sono avvelenati di partecipazione, lo vogliono sostenere. Insomma, vogliono dire e dimostrare che non è finita col 4 dicembre”.
Già . Al tavolo che l’anno scorso, e quello prima, e quello prima ancora era presieduto da Maria Elena Boschi — il famoso tavolo sulle “riforme” — quest’anno c’è Roberto Giachetti.
È uno sfogatoio in libertà : “Serve una riforma fiscale”, “serve una riforma degli ordini professionali”, serve pure una lezione ai giudici: “Perchè quando un magistrato come Woodcock sbaglia non viene espulso e condannato? Dobbiamo raccogliere le firme per la separazione delle carriere”.
Alla fine Giachetti sbotta: “Voi state dicendo cose sacrosante, tutte giuste, ma ce la vogliamo dire la verità ? E la verità è che la sconfitta del 4 dicembre ha prodotto danni in tutti i settori. E poichè non siamo D’Alema, non siamo dei venditori di fumo, non possiamo dire che in sei mesi si sistema tutto. Ci vuole tempo. E la responsabilità è di chi ha ingannato i cittadini dicendo che la riforma rappresentava la deriva autoritaria”. Scatta l’applauso, forte.
Perchè c’è poco da fare. Tutte le chiacchiere sulle alleanze, sulle aperture, sulle consultazioni di Fassino, franano nell’animus delle persone.
La ferita del 4 dicembre brucia ancora, ed è come se l’orologio politico fosse ancora fermo lì. La signora seduta accanto a Giachetti: “Siamo rimasti a bocca asciutta, lì stiamo”. E con una grande paura per quel che accadrà : “Ma guarda — dice Stefano Ceccanti — che non è vero che siamo condannati ad arrivare terzi. Al Senato noi siamo secondi perchè non votano quelli tra i 18 e i 25 anni (i millennials, ndr), che in maggioranza stanno con Grillo, mentre alla Camera con una coalizione ce la giochiamo col centrodestra”.
È comunque una bella falcidiata per il gruppo parlamentare uscente. Quello sì, presente in massa, come mai: prime, seconde, terze file di stretta osservanza renziana. Un gruppo di lavoro è coordinato da Gianfranco Librandi, ex Scelta civica, frequentatore assiduo delle trasmissioni Paolo Del Debbio, non proprio uno di sinistra. Manuela Repetti, invece, ex Forza Italia, moglie di Sandro Bondi, è rimasta solo il primo giorno.
Passa Claudio Velardi, vecchio volpone che ne ha viste tante: “L8, Lotto… Qua tutti dicono ‘lotta lotta’. Bah. Ma che è ‘sta lotta?”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 25th, 2017 Riccardo Fucile
RENZI PROVA A RILANCIARE COI MILLENNIAL, MA TRA LA GENTE PREVALE IL REDUCISMO
Oddio come si è ristretta la Leopolda. Le file di sedie sono parecchie di meno, rispetto ai tempi dell’assalto al cielo, a quello del potere, a quando poi si trasformò nel bunker del sì. Leopolda senza effetti speciali, senza la regia di Simona Ercolani, senza nomi di successo, sfavillanti testimonial del nuovo che avanza: Alessandro Baricco, Oscar Farinetti, Davide Serra, Brunello Cucinelli, Luigi Zingales.
Ci sono i giovani, i millennials, quelli che vanno all’Università , nati quando Silvio Berlusconi era a palazzo Chigi nel 2001.
Sono loro i co-conduttori di questa edizione.
“Chi di voi era maggiorenne nel 2011? Che ricordate di allora?” chiede Renzi, nei panni del presentatore. Loro rispondono, come in una puntata di Amici. Domande incalzanti, risposte brevi: “I ristoranti che erano pieni”, “la disastrosa riforma Gelmini”.
Come in un format che celebra se stesso, partono le immagini delle scorse edizioni, peccato che la regia fa cilecca e i video non partono: “Ragazzi — scherza il segretario del Pd — siamo peggio di un tg di Mentana”.
Manca il pathos, la tensione, il nemico da rottamare, il plebiscito da vincere.
La Leopolda è insofferente, irriducibile ridotta del renzismo impaurito delle prossime elezioni. Monica, sindacalista per una vita, appena vede il giornalista, si ferma: “Voi giornalisti dovete raccontare la verità , dovete denunciare le fake news, smetterla di essere sempre contro. Noi comunque prenderemo il 40 per cento, altro che ‘arrivate terzi'”. Annuiscono quelli attorno: “Noi il programma ce l’abbiamo, quello dei mille giorni: il jobs act, gli ottanta euro, altro che Camusso, il peggior segretario che la Cgil ha mai avuto, peggio dei Cobas”
Ecco, le fake news, “la battaglia per la verità “. È questo l’unico titolo di giornata con Renzi che impugna il pezzo del NYT, per bollare come dire che quel che sta accadendo in Italia che è impressionante: “Un sito che sparge odio, veleno e falsità contro di noi. La Leopolda inizia per la lotta per la verità “.
C’è rabbia, non elaborata, per quel che è successo, timore, senso di sospensione in un finale di legislatura che è un viaggio verso l’ignoto.
Magone e malinconia, per ciò che è stato e non è più. “Non permettiamo ai rimpianti di superare i sogni”, è scritto nel panello al centro della sala di questa stazione dismessa dove tutto partì, otto anni fa.
È il messaggio che vuole dare Matteo Renzi, quando sale sul palco, consapevole che aleggia tra i suoi il rimpianto del passato: “Quello che abbiamo fatto nei mille giorni non ce lo porta via nessuno. Basta il ricordo dei mille giorni, dai tavoli una proposta concreta”.
Epperò il ricordo aleggia, vero collante di una comunità ristretta, compiaciuta dell’essere tale, avvolta dallo spirito reducista del “siamo meno ma siamo noi”. Parli con la gente e la sensazione è questa. Giancarlo, del Pd fiorentino, dice: “C’è rimpianto. Ma ce lo ricordiamo il paese come era prima dei mille giorni? La verità è che i nemici li abbiamo avuti dentro, in casa. Quelli del Pci, Pds, Ds e che ora hanno fatto la scissione”.
Tutte le chiacchiere sulle alleanze, sulle aperture, sulle consultazioni di Fassino, franano nell’animus delle persone. C’è poco da fare, la ferita del 4 dicembre brucia ancora, ed è come se l’orologio politico fosse ancora fermo lì: “Io — dice Fabrizio, produttore cinematografico italo-canadese — se Renzi fa l’alleanza con D’Alema e compagni non lo voto più. D’Alema è più pericoloso di Berlusconi”. Un altro obietta: “Ma senza alleanze perdiamo”. Arriva Giancarlo da Pistoia: “C’è una zona silenziosa anche nei sondaggi. Noi il 40 per cento lo possiamo prendere, come alle europee”.
Leopolda 8, L8, che si legge “lotto”, come dire che la battaglia continua. E che c’è un futuro, non solo un passato: “Se leggo i giornali — dice Renzi – vedo associato alla nostra esperienza un sentimento quasi di rassegnazione, la Leopolda serve a metterci energia”. Già , l’energia.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 24th, 2017 Riccardo Fucile
DA QUANDO RENZI E’ SEGRETARIO LE ELARGIZIONI CALATE DI IN TERZO, MA SONO CRESCIUTE QUELLE AL GIGLIO MAGICO
C’è una strana tendenza iniziata in concomitanza alla sua ascesa ai vertici del Pd. Da
quando Matteo Renzi è diventato segretario, le donazioni private ricevute dal partito sono calate di un terzo.
Contemporaneamente sono quasi triplicate quelle incassate dalla sua fondazione.
I numeri non lasciano spazio a interpretazioni.
Dal 2013 al 2016 le contribuzioni liberali ricevute dalla fondazione Open sono passate da 672 mila a 1,9 milioni di euro, mentre quelle incassate dal Pd sono calate dagli 11,6 milioni del 2013 agli 8,1 milioni dell’anno scorso.
L’inchiesta dell’Espresso traccia il profilo dei grandi finanziatori della politica, analizzando i dati delle donazioni private di cui hanno beneficiato i partiti negli ultimi dieci anni.
Una radiografia del passato per comprendere il futuro. Perchè le prossime elezioni saranno le prime senza finanziamento pubblico. Con i capitali privati destinati a pesare più che mai sulla campagna elettorale.
Quello della fondazione renziana Open, organizzatrice in questi giorni della Leopolda, è solo uno dei tanti casi analizzati dal settimanale. Un caso sintomatico della strada intrapresa da diversi leader politici.
Gli imprenditori hanno infatti preferito sostenere la creatura del giglio magico, piuttosto che il partito di cui l’ex sindaco di Firenze è segretario
. La tendenza potrebbe aver colpito anche altre forze politiche, ma è difficile verificarlo dato che la fondazione Open è una delle poche a pubblicare bilanci e liste dei donatori. O almeno di quelli che non si sono opposti a questa operazione di trasparenza.
Spulciando i resoconti della fondazione che sostiene Renzi si legge che finora ha ricevuto donazioni pari a 5,5 milioni di euro. Tesoretto a cui hanno contribuito oltre un centinaio di imprese.
In cima alla classifica dei donatori di Matteo c’è il finanziere Davide Serra, 225 mila euro finora versati. Subito dietro — 200 mila euro – si piazza Vincenzo Onorato, armatore napoletano proprietario della compagnia di traghetti Moby, che da un paio d’anni ha acquisito anche il controllo dell’ex azienda pubblica Tirrenia. Operazione tuttora sotto i riflettori dell’Antitrust.
Al fianco dei grandi finanziatori convivono donatori poco noti. Tra i più recenti c’è per esempio la Assisi Project, tra i cui azionisti troviamo Giacomo Straffi, collega e socio, in un’altra impresa, del senatore Nicola Di Girolamo, condannato per la vicenda Fastweb-Telecom Sparkle.
C’è l’ex numero due del ministero dell’Economia, Lorenzo Codogno, che ha donato 30 mila euro attraverso una società inglese, la Mci Research and Management, il cui socio di maggioranza è il finanziere Claudio Zampa, italiano con base in Svizzera. E c’è pure una misteriosa fiduciaria: la S. Andrea Mf 1117, di cui non è possibile conoscere i soci, ma che di certo ha molti interessi in Italia essendo azionista di ben 51 aziende.
(da “L’Espresso”)
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Novembre 20th, 2017 Riccardo Fucile
LIQUIDATA MDP: NON CI VEDREMO NEANCHE DOPO IL VOTO
«Bersani stia tranquillo, non ci si vede neanche dopo il voto». La reazione di un
dirigente del Partito democratico la dice lunga sul deterioramento del clima con gli ex compagni di Articolo1-Mdp.
Le parole dell’ex segretario dem in tv da Lucia Annunziata arrivano come un colpo di mannaia sulle speranze di un accordo di coalizione.
E chiudono probabilmente la partita, nonostante il tentativo in zona Cesarini di Romano Prodi, gli appelli a ciclo continuo di Giuliano Pisapia e gli altri padri nobili in esilio pronti a tornare a brandire la bandiera, ormai logora, dell’unità a tutti i costi. Ma i renziani sono soddisfatti: «Bersani e gli altri non stanno più dicendo no a Renzi. Dicono di no a Fassino, a Prodi, a Veltroni, all’Ulivo, al centrosinistra. E questo rende enormemente più facile la chiamata che faremo in campagna elettorale al voto utile». Con una prospettiva, nei calcoli di queste ore del segretario dem: «Con un arco di forze che parte da Beatrice Lorenzin passa per Pier Ferdinando Casini e arriva fino a Pisapia, arriveremo a superare il 30 per cento dei voti. E saremo ancora il primo gruppo parlamentare».
Secondo questi calcoli, tutti da verificare, Grillo non andrebbe oltre il 25 per cento: «E questo significherebbe che prenderebbe soltanto 10 collegi su 231».
La «linea D’Alema»
In verità , forse non ci sarebbe troppo da festeggiare in casa pd. E in effetti non tutti i dem, a parte la sinistra pd, sono entusiasti.
Perchè è concreto il rischio che la spaccatura elettorale produca un’emorragia di elettori e anche una minore competitività in molti collegi.
Il niet bersaniano non può essere visto, dunque, come un successo. Ma tra i fattori da considerare c’è anche molto altro.
C’è la soddisfazione, un po’ rancorosa, nel vedere confermata la misura incolmabile del crepaccio che divide i due campi. «Ha vinto la linea D’Alema», dicono i renziani, ricordando non tanto la «rottura sentimentale» evocata dal lider maximo in passato, quanto la più recente intervista al Corriere, nella quale parlava di «stupidità » a proposito dell’idea di introdurre le coalizioni nella legge elettorale e sentenziando, senza appello: «Mai alleati con il Pd».
Il voto utile
Tra i fattori c’è da considerare anche quella che viene giudicata una vittoria mediatica. Spiega Lorenzo Guerini: «Noi abbiamo fatto un’apertura vera e generosa. E loro rispondono chiudendosi in un recinto identitario che ha come unico obiettivo quello di porsi in alternativa al Pd. Spero che ci ripensino, anche perchè dobbiamo ricordarci che i nostri avversari veri, di tutti noi, sono i 5 Stelle».
Ma tutti in realtà , nel Pd a trazione renziana, escludono un ripensamento vero. E nessuno lo auspica, perchè un accordo ora sarebbe considerato un’intesa strumentale, politicista, elettoralistica.
A questo punto, a rottura fatta (anche se le liste si fanno a fine gennaio, il tempo per ripensarci ci sarebbe), molto meglio invocare il voto utile.
Anche perchè il Pd è convinto di essere riuscito a mettere in piedi, se non proprio una formidabile macchina da guerra (del resto il riferimento ad Achille Occhetto non porta granchè fortuna), almeno una serie di plotoni, divisioni e reggimenti in grado di combattere la battaglia delle urne. Fassino sta lavorando sul fianco sinistra, mentre Guerini è il messaggero per il centro.
I Radicali italiani
A sinistra c’è il Campo progressista di Giuliano Pisapia: si vedrà se insieme all’area laica, liberale e radicale di Riccardo Magi, Benedetto Della Vedova e Emma Bonino (che auspica una convergenza e una lista dal nome «Più Europa»).
Al centro c’è una serie di gruppi, a dir la verità non troppo omogenei, che potrebbe vedere uniti l’Ap di Angelino Alfano (il 24 novembre si deciderà la linea), i cattolici di Pier Ferdinando Casini, la Democrazia Solidale di Lorenzo Dellai, più i moderati di Giacomo Portas e qualche eletto dell’area della Comunità di Sant’Egidio.
Basterà ? Si vedrà , ma in ogni caso, spiegano i renziani, «non sarà quel tre o quattro per cento che raccatteranno Mdp e Sinistra a farci comodo dopo le elezioni. Anche perchè, se pure Bersani volesse tornare all’ovile, dovrebbe abbandonare al suo destino uno come Nicola Fratoianni, che si è scisso da Sel perchè era troppo poco di sinistra. Sarebbe l’ennesima scissione dell’atomo».
(da “Il Corriere della Sera”)
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Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
LA SINISTRA CONTA SUL NO DELLA CAMUSSO AL TAVOLO DI GOVERNO
Altro che dialogo. Tra Pd e Mdp la rottura è già pronta. Scorre su un terreno con mine
ben piazzate e pronte a esplodere a partire da domani. La prima, le pensioni. La seconda, l’articolo 18. Vediamo.
Domani, mentre l’inviato di Matteo Renzi ai rapporti con la coalizione, Piero Fassino, sarà a Milano per incontrare Giuliano Pisapia e convincerlo a fare una lista alleata del Pd alle politiche, a Palazzo Chigi il governo incontrerà di nuovo i sindacati al tavolo sul posticipo dell’età pensionabile.
A meno di novità dell’ultim’ora, la Cgil di Susanna Camusso dovrebbe confermare la sua insoddisfazione per le proposte dell’esecutivo, rompere rispetto all’intesa che potrebbe invece essere firmata da Cisl e Uil e portare i pensionandi in piazza il 2 dicembre: contro la legge Fornero che stabilisce l’aumento dell’età pensionabile a 67 anni a partire da gennaio 2019, contro le proposte dell’esecutivo che vorrebbe esonerare ‘solo’ 15 categorie professionali.
Questi sono i calcoli che si fanno in casa Mdp. Tanto che, proprio per via dello sciopero, Roberto Speranza e i bersaniani, Massimo D’Alema, Nicola Fratoianni e Pippo Civati stanno pensando di posticipare dal 2 al 3 dicembre la loro assemblea unitaria che lancerà la lista unica della sinistra alle elezioni.
Assemblea alla quale dovrebbero partecipare anche i presidenti di Camera e Senato Laura Boldrini e Pietro Grasso. La prima si è sbilanciata a favore di Mdp all’assemblea di Campo Progressista domenica scorsa, tanto da lasciare di stucco lo stesso Pisapia, colto di sorpresa dal discorso della presidente. Grasso finora ha solo lasciato il Pd, ma dentro Mdp continua a essere evocato come leader di una coalizione a sinistra di Renzi.
La seconda mina su cui salterà un ‘dialogo in fondo mai partito’ arriva lunedì in aula alla Camera.
Trattasi della proposta dell’ex Pd Francesco Laforgia, ora deputato di Mdp, per il ripristino dell’articolo 18 nelle imprese dai 5 dipendenti in su. “Una proposta che parte dai 3,3 milioni di firme raccolte dalla Cgil per la richiesta di un referendum sul jobs act”, spiegano da Sinistra Italiana. Referendum che non si è mai celebrato: il quesito sull’articolo 18 non è stato ammesso dalla Corte Costituzionale, quelli sui voucher e sugli appalti sono stati evitati dall’intervento in extremis del governo.
Dal Pd però considerano la proposta La Forgia una “provocazione”: ne chiederanno il ritorno in commissione. E a quel punto anche i giochi di coalizione saranno fatti: spenti sul nascere.
L’articolo 18 da riformare in questa legislatura è il banco di prova su cui Mdp aspetta il Pd. Mentre Fassino cerca di concordare un programma elettorale con gli alleati per riforme da fare nella prossima legislatura. Questione di tempi e anche di contenuti. Nell’idea di Fassino ci sarebbe anche un documento programmatico sul Jobs Act, comunque da svolgere dopo le elezioni.
Domani a Milano l’incontro tra Fassino e Pisapia. Anche lui e i suoi chiedono segnali concreti. Dal Pd sperano gli basti l’apertura su ius soli e biotestamento (tutta da verificare sul banco dei numeri della maggioranza in aula al Senato).
Il leader di Campo Progressista è disponibile a siglare un accordo per non rinunciare ad una prospettiva unitaria di centrosinistra. Ma, alla vigilia, il rischio che gran parte dei suoi non lo segua è reale.
Tanto che nemmeno Romano Prodi, padre nobile dell’Ulivo che ieri ha benedetto lo sforzo unitario del Pd e di Fassino, è disposto a scommettere sui risultati di questo giro di tentativi che pure, è convinto il professore, vanno fatti.
Sia da Mdp che da Sinistra Italiana fanno sapere che potranno anche incontrare Fassino: il punto non è quello. “Questione di cortesia, ma i presupposti per un accordo non ci sono”, dice Fratoianni.
“La prossima settimana troveremo il modo di incrociarci, con me o altri delegati — dice Speranza al Mattino — Ma il nostro giudizio riguarda una stagione di politiche sbagliate che hanno distrutto il centrosinistra provocando rotture anche nel Pd”.
Non c’è dialogo, ma ricerca di giustificazioni politiche per confermare le posizioni di partenza: distanti.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 16th, 2017 Riccardo Fucile
I DUE SONO APPAIATI, PIU’ DISTANZIATO PISAPIA
Due elettori del centrosinistra su tre chiedono unità e sarebbero disposti a votare una lista unitaria. Il messaggio unitario di Renzi è piaciuto a un italiano su tre, quota che sale a due su tre se si interpellano i soli elettori di centrosinistra.
Un quadro che dovrebbe spingere a ricomporre la frattura in seno al centrosinistra, secondo quanto scrive Nicola Piepoli sulle pagine della Stampa.
Il nodo della leadership è in un duello: Matteo Renzi o Piero Grasso, appaiati al 17% tra gli elettori del centrosinistra, secondo la rilevazione dell’Istituto Piepoli.
A seguire c’è Giuliano Pisapia al 12%, Pier Luigi Bersani all’8%, Marco Minniti e Dario Franceschini al 6%, Laura Boldrini e Graziano Delrio al 5%, Massimo D’Alema e Roberto Speranza al 2%.
La convinzione dell’elettorato è che divisi perderanno e saranno altre forze a imporsi.
Tra le dichiarazioni non del tutto in sintonia con l’opinione pubblica colpisce l’affermazione di Renzi di «essere più in sintonia con gli scissionisti che con gli avversari storici, visto che con i primi il Pd governa in 14 Regioni».
Su questa parte della relazione solo la minoranza dei simpatizzanti del centrosinistra da la propria approvazione mentre gli altri italiani se ne fregano.
(da agenzie)
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