Novembre 14th, 2017 Riccardo Fucile
FINTA APERTURA A MDP PER LASCIARE AD ALTRI LA RESPONSABILITA’ DELLA ROTTURA
Dopo l’apertura ma senza abiura di Matteo Renzi all’alleanza con MDP durante la direzione del Partito Democratico, Antonio Polito sul Corriere della Sera oggi sostiene che la mossa del segretario del PD serva solo a lasciare agli altri la responsabilità della rottura:
Quando in un famoso fuorionda Delrio si lamentò del fatto che i renziani sembravano tutti felici della scissione a sinistra nella convinzione di avere così più seggi da spartirsi, aveva ragione. Il danno che quella rottura arrecò al Pd va infatti ben oltre i voti effettivi che Bersani e D’Alema si porteranno via (vedremo quanti sono); perchè colpì al cuore la credibilità di un partito che era nato presentandosi come un contenitore di tutto il centrosinistra, e che invece finisce la legislatura con i due presidenti delle Camere già in campagna elettorale con lo slogan «mai con il Pd».
Con tutto il rispetto per Emma Bonino, per gli alfaniani, e perfino per Pisapia, i tre forni evocati ieri dal segretario del Pd per metter su una coalizione, difficilmente basteranno a
ricostruire ciò che è andato distrutto.
Ma fin qui siamo alla tattica. Renzi se ne potrebbe pure infischiare se avesse ancora la spinta propulsiva degli inizi, o quella del Veltroni di dieci anni fa. E la ragione per cui non ce l’ha più non è tanto il suo carattere o la sua presunta antipatia (quattro anni fa era simpaticissimo a tutti proprio per il suo carattere); sta piuttosto nel fatto che il Renzi di oggi ha già dato la sua prova di governo, anche lunga, guida un partito che è stato al potere per l’intera legislatura, e dunque non può più promettere un nuovo inizio come se niente fosse.
Il problema, però, è che la tattica di Renzi, che prevede di presentarsi come una sorta di Nuovo Che Ritorna, finisce stritolata nella morsa degli altri due poli che contendono il potere al PD che ha governato per cinque anni
Ancora ieri, mentre in Direzione pronunciava la sua «apertura» a sinistra, il leader era giustamente preoccupato di aggiungere un attimo dopo: «ma senza abiure della nostra opera di governo».
Il guaio è che quell’opera è oggi giudicata male dall’elettorato esterno al Pd anche al di là dei suoi demeriti, forse proprio per l’eccesso di aspettative che aveva creato.
Un solo esempio: il Jobs act è stata una buona legge per rinnovare il mercato del lavoro, ma se la presenti come il toccasana che crea occupazione stabile e poi il precariato giovanile torna appena finiscono gli incentivi, ti si ritorce contro, e toglie credibilità anche alle altre riforme che annunci, in una specie di spirale che si è avvitata fino alla sconfitta referendaria.
Renzi avverte questo problema. E infatti da qualche mese sembra tentato di chiedere voti non come il continuatore dell’opera sua ed i quella di Gentiloni; ma come il «nuovo» che torna, come l’uomo che riparte daccapo, e perciò prende in prestito temi classici del populismo, per esempio l’attacco all’Europa o a Bankitalia.
Ma proprio mentre lui insegue i Cinquestelle, accade che il centrodestra risorge dalla sue ceneri in una versione «governista» che assomiglia sempre di più a Tajani, a Zaia, a Maroni, a Musumeci, come la forza che può fermare il populismo grillino.
Il tripolarismo è un ambiente già di per sè molto ostile per un partito riformista; se poi lo stringe come in una morsa,da destra e da sinistra, rischia di stritolarlo.
(da “NextQuotidiano“)
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Novembre 11th, 2017 Riccardo Fucile
“SPIACE DOVERVI DELUDERE, MA E’ SOLO UNA RICHIESTA DI INFORMAZIONI E DOCUMENTI”
“Indagata anche la madre di Renzi”. Questo il titolo del quotidiano La Verità che il legale della famiglia smentisce: “Nessun avviso di garanzia”.
Secondo il quotidiano diretto da Maurizio Belpietro la Procura di Firenze ha iscritto sul registro degli indagati sia Tiziano Renzi che Laura Bovoli, genitori del segretario del Pd.
“I nomi del padre e della madre dell’ex premier sono stati secretati dalla Procura di Firenze. Le contestazioni sono legate al crac della cooperativa fiorentina Delivery Service Italia, fallita nel 2015. L’ipotesi investigativa è che a tirare le fila dell’azienda dissestata, ma anche di altre società collegate e perquisite, come la Europe service e la Marmodiv srl, ci fosse la Eventi 6 che ha come presidente e rappresentante dell’impresa (con la figlia Matilde) Laura Bovoli ed è proprietà delle donne di casa Renzi (Laura 8%, Matilde 56% e l’altra figlia Benedetta 36%). Nel fascicolo risulta indagato anche il consigliere delegato di Eventi 6, l’ex autista del camper di Renzi durante la campagna per le primarie”.
L’avvocato dei genitori di Matteo Renzi smentisce la notizia. “Spiace dover deludere le attese – scrive l’avvocato Federico Bagattini – ma il presunto scoop odierno richiama una notizia già uscita oltre un mese fa. Non abbiamo ricevuto alcun avviso di garanzia, ma la sola richiesta di informazioni e documenti in merito al fallimento di una terza società che i signori Renzi hanno già presentato. Quanto alla notizia pubblicata dal sito del Corriere.it ricordiamo che il procedimento in questione, aperto dai pm di Genova tre anni fa, è stato definitivamente archiviato, a differenza di quanto riportato dal sito”.
(da agenzie)
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Novembre 9th, 2017 Riccardo Fucile
NEL CASO DI UN GOVERNO DI COALIZIONE IPOTESI PERCORRIBILE
Non è l’incertezza sull’esito del voto politico del 2018 a preoccupare i palazzi romani. 
La legge elettorale è stata approvata e si conoscono le regole del gioco, il voto regionale in Sicilia ha fissato ai blocchi di partenza il peso nelle urne dei competitori e la campagna elettorale potrebbe finalmente cominciare.
La novità è che le urne sono ancora lontane, la data dell’election day non è stata ancora stabilita, e già appare chiaro che il terreno dello scontro si sta per spostare dal piano politico a quello istituzionale, dalla polemica tra i partiti alla delegittimazione degli organi di garanzia, fino ad arrivare ai vertici repubblicani.
Primo segnale: l’attacco del Pd di Matteo Renzi contro il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, che ha preso la forma di un’irrituale mozione parlamentare del gruppo del partito di maggioranza contro l’inquilino di via Nazionale.
Alla fine Visco è stato riconfermato dal governo e dal Quirinale, i due organi cui spetta per legge il potere di nomina, ma è stato il primo strappo pubblico tra Renzi e Paolo Gentiloni (e Sergio Mattarella), nonostante riappacificazioni e abbracci a uso delle telecamere.
Secondo segnale: l’uscita del presidente del Senato Pietro Grasso dal gruppo del Pd in seguito alla raffica di voti di fiducia per approvare in pochi giorni la legge elettorale Rosatellum.
L’ex procuratore capo di Palermo, catapultato alla seconda carica dello Stato all’inizio della legislatura dopo poche ore da semplice parlamentare, fa il primo passo di un cammino che dovrebbe portarlo alla candidatura come bandiera di una lista di sinistra. Non è la prima volta che accade, cinque anni fa Gianfranco Fini da presidente della Camera fondò addirittura un nuovo partito e non andò benissimo.
Nuovo è il contesto in cui arriva il divorzio di Grasso dal Pd e la sua denuncia della «violenza» del voto di fiducia. Una scelta, dunque, più istituzionale che politica.
Terzo segnale: la lettera che il Movimento 5 Stelle ha indirizzato al presidente della Repubblica Sergio Mattarella dal blog di Beppe Grillo chiedendogli di non firmare il Rosatellum «per evitare la catastrofe istituzionale di un nuovo Parlamento eletto con una legge illegittima».
Lettera rispettosa nelle forme, come si dice in questi casi, ma durissima nella sostanza, indirizzata al Capo dello Stato da quello che secondo i sondaggi potrebbe essere il più partito più votato.
Sono solo i primi indizi dello scontro istituzionale latente che potrebbe prodursi nei prossimi mesi, in campagna elettorale e subito dopo.
«Per la prima volta nella storia un partito di governo fa la sua corsa contro il suo governo, presieduto da un amico di Renzi e con i ministri del Pd nelle posizioni-chiave. Una cosa mai vista nella storia repubblicana. E spingerà i partiti dell’opposizione a fare la campagna non contro il governo ma contro il sistema», è la lucida previsione di un anziano conoscitore delle vicende repubblicane come l’ex ministro socialista Rino Formica. «Il comportamento anti-sistema è ormai penetrato nella coscienza del Paese anche in modo inconsapevole. Queste istituzioni sono screditate dall’interno, resteranno indifese».
Una profezia oscura che ricalca i timori dei più avvertiti abitanti del Palazzo. Come accaduto in altri momenti della storia nazionale, i capi-partito vanno in campagna elettorale con l’obiettivo di mantenere gli equilibri precostituiti, ma nessuno può davvero sapere come si comporterà un elettore messo di fronte a una nuova legge elettorale, dopo anni di scontri, e con un ceto politico già estenuato, con M5S entrato a pieno titolo nel gioco e con Renzi che appare come il Pier Luigi Bersani di cinque anni fa, spompo (solo che nel 2013 del segretario del Pd a dirlo era lui, l’allora sindaco di Firenze). Si prepara il salto nel vuoto, per tutti.
Da Renzi ci si aspetta la mossa del cavallo, il cambio di passo sulla scacchiera.
Nel 2016 avrebbe potuto dichiarare che si sarebbe dimesso in caso di vittoria del Sì al referendum costituzionale del 4 dicembre: avrebbe addormentato la campagna referendaria, evitato il muro contro muro con gli avversari decisi a spedirlo a casa e aiutato la causa della riforma costituzionale. Invece mantenne la posizione di partenza («in caso di sconfitta lascio la politica»), ha coalizzato tutti contro di lui, ha perso rovinosamente ed è stato costretto a lasciare Palazzo Chigi.
Oggi la mossa del cavallo per Renzi sarebbe annunciare fin da ora che non corre per la presidenza del Consiglio e che per la candidatura alla guida del governo bisogna passare a una figura capace di tenere unita la coalizione di centro-sinistra allargata ai centristi di Angelino Alfano: Paolo Gentiloni, oppure Marco Minniti e Graziano Delrio, con Walter Veltroni a benedire l’operazione.
Per ora, invece, Renzi ripete che il candidato premier c’è già , è il segretario del Pd, cioè lui.
Anche se sarebbe già pronto un piano B: in caso di governo di larghe intese potrebbe accontentarsi del ministero degli Esteri, la poltrona oggi occupata da Angelino Alfano, come avveniva nella Prima Repubblica, quando era considerata una riserva di lusso per ex presidenti del Consiglio (Aldo Moro, Amintore Fanfani, Giulio Andreotti, Emilio Colombo, Mariano Rumor), per continuare a coltivare le relazioni internazionali avviate in questi anni.
Renzi non è l’unico leader sospeso. C’è Silvio Berlusconi che aspetta una sentenza della Corte europea di Strasburgo destinata ad arrivare fuori tempo massimo, sia per un’eventuale candidatura alle politiche sia per un ruolo di governo (ma non è detto che all’ex Cavaliere dispiaccia davvero, soprattutto se al suo posto dovesse entrare in pista per Palazzo Chigi Antonio Tajani, oggi presidente del Parlamento europeo, ieri suo fedelissimo portavoce).
C’è Matteo Salvini, che cancella il simbolo del Nord e si avventura per le terre finora sconosciute alla Lega con l’obiettivo di diventare il partito sovranista nazionale.
A sinistra, la sospensione è totale: Giuliano Pisapia, per mesi definito da tutti «leader naturale», è finito in dissolvenza, al suo posto sta prendendo forma la candidatura di Grasso, ma ancora non è chiaro se la nuova sigla di sinistra si alleerà con il Pd o andrà da sola, come vorrebbe Massimo D’Alema.
E sospeso è il Movimento 5 Stelle, tra l’abito istituzionale di chi si prepara a governare e la carta anti-sistema, la più facile da giocare in campagna elettorale.
Dai palazzi filtra già l’ipotesi che in caso di impasse dopo il voto il Quirinale sarebbe disposto a sciogliere subito il Parlamento appena eletto e riportare gli italiani alle urne per due volte in tre mesi.
Quasi impossibile immaginare che Mattarella dia il via libera a uno scenario del genere. Ma è l’ennesimo indizio che la sospensione politica è destinata sempre di più a coinvolgere le istituzioni. E che l’esito della campagna elettorale potrebbe essere una nuova crisi di sistema.
(da “L’Espresso”)
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Novembre 7th, 2017 Riccardo Fucile
RILANCIA L’OBIETTIVO 40%… ROSATO E SANDA OFFRONO A MDP LA CARTA GENTILONI MA BERSANI LI GELA
“Sono mesi che cercano di mettermi da parte, ma non ci riusciranno nemmeno stavolta”.
Così Matteo Renzi, nell’e-news, promette battaglia contro chi vorrebbe un suo passo indietro “per sistemare i problemi” del centrosinistra.
Questa – scrive il segretario Pd – non è una novità , visto che hanno studiato vari modi per dirmelo: le prove false di Consip, la polemiche sulle banche, le accuse sulla mancata crescita, i numeri sbagliati sulle tasse e sul Jobs Act […]. Dire che il problema sono io per il voto in Sicilia si colloca nello stesso filone: utilizzare ogni mezzo per togliere di mezzo l’avversario scomodo. Che poi è l’obiettivo di chi è contro di noi”.
L’ex premier chiede ai suoi di smetterla con i litigi e rilancia l’obiettivo del 40%. “Se il Pd fa il Pd e smette di litigare al proprio interno possiamo raggiungere, insieme ai nostri compagni di viaggio, la percentuale che abbiamo preso nelle due volte in cui io ho guidato la campagna elettorale: il 40 per cento, raggiunto sia alle Europee che al Referendum”.
I suoi, intanto, ragionano sulle alleanze. Ettore Rosato e Luigi Zanda offrono a Mdp la carta Gentiloni, ma Bersani li gela: “sono solo tatticismi”.
“Abbiamo bisogno dell’alleanza più ampia possibile, con un programma concordato. Abbiamo Paolo Gentiloni che oggi è a Palazzo Chigi ed è un nome spendibile. Ce ne sono tanti di nomi spendibili e Renzi lo ha detto chiaramente a Napoli: lavoro per portare il Pd a Palazzo Chigi e non per portare Matteo Renzi”.
Così Rosato a Radio Anch’io su Radio Uno. Sul risultato elettorale in Sicilia, Rosato ha aggiunto: “Il Pd ha preso esattamente gli stessi voti dell’altra” tornata elettorale siciliana.
“Ma i Cinque Stelle sono aumentati e il centrodestra, che l’altra volta si è presentato diviso, questa volta si è presentato unito perdendo anche dei voti. L’Udc questa volta ha preso il 7 per cento e si è presentato con Musumeci. L’altra volta si è presentato con il centrosinistra portando il 10 per cento” a Rosario Crocetta.
“Purtroppo la politica in Sicilia è molto, ma molto mobile”, ha concluso.
Sul tema è intervenuto anche Luigi Zanda, capogruppo Pd a Palazzo Madama: “Dobbiamo dirci tutta la verità , senza sconti sulle ragioni delle nostre sconfitte”, afferma a Repubblica.
E alla domanda se Matteo Renzi deve fare un passo di lato, risponde: “Solo lui può decidere di spezzare l’identificazione, prevista dal nostro Statuto, e voluta da Bersani tra segretario e candidato premier”.
“Io non sono mai stato renziano – spiega Zanda – però l’ho sostenuto con lealtà . Il nostro Statuto prevede che segretario e candidato premier siano la stessa persona. Solo Renzi può spezzare questo legame. Lo ha fatto un anno fa con Gentiloni e ha funzionato, ha fatto bene al partito, al Paese e a Renzi stesso. Se vuole scindere le due figure Renzi lo può fare ancora. E’ Renzi e solo Renzi che deve valutare se in questa fase convenga che lui sia segretario e anche candidato presidente. E’ una decisione – aggiunge – che assumerà un’importanza nazionale. Se il prossimo governo sarà di coalizione il presidente del consiglio dovrà essere indicato da tutti gli alleati”.
Le uscite dei capigruppo Pd di Camera e Senato hanno innescato la reazione del renziano Marcucci: “Non esiste una problema legato al candidato premier del centrosinistra. La legge elettorale non lo richiede. Matteo Renzi sarà il capofila della lista Pd, legittimato dal voto delle primarie, peraltro unico segretario di partito ad averle fatte. Esattamente come avviene con Silvio Berlusconi, Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Luigi Di Maio, candidati solo per le rispettive liste di partito”, scrive sulla sua pagina Facebook Andrea Marcucci.
“Il premier – chiarisce il senatore Pd – si vedrà dopo le elezioni, a seconda dei numeri che le diverse forze politiche potranno vantare. Ora – osserva ancora – è il tempo di costruire una coalizione di centrosinistra competitiva e di non perdersi in discussioni fantasiose”.
Dopo la Sicilia, “per le elezioni politiche che facciamo? Proponiamo lo stesso schema: il Pd che costruisce una proposta, un programma, una leadership, cerca condivisone e quando si arriva alla proposta la risposta è non ci piace? Facciamo che la proposta la fate voi, noi siamo disponibili perchè ci stiamo giocando l’Italia, a voi sta a cuore dare un governo stabile all’Italia?”. Lo ha detto Matteo Richetti, rivolgendosi alle forze a sinistra del Pd e in particolare a Mdp, nel corso di ‘Ore nove’.
Tuttavia, per Pier Luigi Bersani, leader di Mdp e possibile ma al momento improbabile alleato del Pd alle prossime elezioni politiche, “questo dibattito sui candidati premier è solo tatticismo. Con il Rosatellum tutti, anche Brambilla del partito animalista, si possono candidare premier. Con il Pd siamo a una rottura profonda che si risolve solo andando nel profondo”.
“Il tatticismo è solo una tecnica di sopravvivenza. Io chiedo al Pd, parlo con tutti, ma – conclude – rivendicate ancora le cose fatte, il Jobs Act, la buona scuola?”.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
NEL PD GLI ORLANDIANI VORREBBERO LANCIARE GENTILONI, MA FRANCESCHINI FRENA
A metà pomeriggio Matteo Renzi guarda il risultato di lista del Pd in Sicilia: 13,5 per
cento. Certo il dato non è ancora definitivo, ma gli basta per arginare quella sensazione di tracollo totale che ieri sera, sull’onda dei soli exit poll, lo ha portato a far dichiarare a Lorenzo Guerini: “Vero, abbiamo perso”.
Il 13,5 per cento, se venisse confermato, è pochissima roba, se paragonata al M5s, che veleggia oltre il 25 per cento. E’ una sconfitta e resta tale.
Ma a Renzi serve per far dire ai suoi che intanto il suo Pd, pur sconfitto e reduce dalla scissione di febbraio, ha fatto quanto il Pd di Bersani 5 anni fa alle regionali siciliane.
E da qui, raccogliendo cocci di una coalizione di centrosinistra mai nata ma sempre meno componibile, il segretario del Pd elabora il suo piano ‘alternativo’ per le politiche: ognuno corra con il suo candidato, dopo il voto si vede chi pesa di più.
Modello centrodestra, insomma: Berlusconi per Forza Italia e Salvini per la Lega. Anche se Berlusconi e Salvini alla fine si spartiscono i collegi del Rosatellum: non è questa la prospettiva cui pensa Renzi con Mdp.
La contempla solo con altri pezzi di centrosinistra. Giuliano Pisapia ed Emma Bonino, per dire, ma dopo il test siciliano non tira una bella aria nemmeno con loro due: non hanno gradito l’attacco renziano a Pietro Grasso, reo di non aver accettato la candidatura a governatore e dunque imputabile della sconfitta in Sicilia, secondo il siciliano Davide Faraone.
Le regionali in Sicilia di fatto mettono una pietra tombale sulla coalizione di centrosinistra, centrale nel discorso di Renzi alla conferenza Pd di Pietrarsa solo una settimana fa. Grasso risponde a tono: “Patetico imputarmi la sconfitta”. Pisapia gli va a esprimere solidarietà a Palazzo Giustiniani. A poco serve se a sera la linea renziana cambia. La esplita il capogruppo Ettore Rosato: “Grasso non va coinvolto…”.
E anche le alleanze col centro non sono in salute dopo il test siciliano.
Al Nazareno mettono nel conto che non tutto il Partito di Alfano potrebbe seguire il Pd in un’alleanza per le politiche. Ancora una volta Silvio Berlusconi potrebbe risultare alternativa più attraente, come è già successo alle regionali in Sicilia: molti potentati di Alleanza Popolare si sono spostati dal sostegno iniziale per il perdente Fabrizio Micari al vincente Nello Musumeci.
Ma soprattutto Renzi mette nel conto che una parte del partito ora partirà all’attacco sul suo ruolo di candidato premier.
Ed è a questo che guarda quando dice “ognuno corra col suo candidato, poi si vede”. All’indomani della debacle siciliana, la minoranza orlandiana lascia trapelare che l’ideale sarebbe se Renzi si facesse da parte come candidato premier, pur restando segretario del Pd.
Sarebbe meglio, è il ragionamento, se facesse spazio a personalità che sono più capaci di unire, tipo Paolo Gentiloni.
Il tutto al netto del fatto che il Rosatellum non contempla precisamente il ruolo di candidato premier: il punto comunque è il leader di riferimento della coalizione.
Senza coalizione, sostengono gli orlandiani, vince il centrodestra o il M5s: la vittoria se la contendono loro e il Pd resta a guardare, insieme a Mdp.
Ecco, ma Renzi non ci sta. “Chi vuole mettere in discussione la mia leadership si faccia avanti”, dice ai suoi.
Ma il segretario non è disposto a rinunciare al ruolo che gli è assegnato da statuto: e cioè che il segretario del Pd, eletto dalle primarie, sia anche il candidato premier.
E conta di avere ancora dalla sua parte anche Dario Franceschini, partner di maggioranza nel Pd che all’indomani delle elezioni in Sicilia assicura di non essere intenzionato ad aprire “alcuna resa dei conti interna”.
Un dato importante che potrebbe far recedere anche la minoranza orlandiana dall’ipotesi di aprire uno scontro diretto con il segretario nella direzione nazionale di lunedì prossimo.
Insomma, Renzi ha lasciato trapelare l’intenzione di farsi da parte, nei retroscena di stampa, se fosse servito a stringere un’alleanza con gli ex Pd di Mdp. Ma realisticamente non ha mai creduto alla possibilità di una ‘reunion’ con Bersani e D’Alema.
Così come, trapela dal Nazareno, non c’è alcuna apertura sulle primarie di coalizione.
Da qui, l’attacco dei suoi a Grasso: di fatto, l’accusa lanciata dal siciliano Davide Faraone in collegamento con la diretta di Mentana su La7 ieri sera è stato il calcio di inizio della campagna elettorale contro il presidente del Senato che i renziani hanno già inquadrato come il candidato premier di Mdp.
Vale a dire il candidato di chi ha espresso “l’esplicita volontà di una parte del centrosinistra di dividersi per perdere e così indebolire il Pd”, dice senza mezzi termini Matteo Orfini.
“Dunque a questo punto, ognuno corra con il suo candidato — ragionano al quartier generale renziano – Renzi è il candidato del Pd, eletto dalle primarie. Mdp correrà con Grasso? Bene: dopo il voto, ci si pesa.
Se Mdp prende più del Pd, allora avranno ragione a chiedere che il premier non sia Renzi”.
E per i renziani, a questo punto ma solo a questo punto, il nome potrebbe essere quello di Gentiloni. “Ma se il Pd prende di più di Mdp, allora avrà ragione Renzi a dire che il candidato premier sono io…”.
Naturalmente il vero dramma in casa Dem è che gli avversari veri sono sempre più agguerriti e imbattibili.
Il centrodestra unito dimostra di essere vincente, nonostante le mai sopite differenze programmatiche tra Salvini, Berlusconi e Meloni, emerse persino alla ‘cena dell’unità elettorale’ a Catania prima del voto.
Insieme non volano ma vincono e mettono a rischio l’ipotesi di una grande coalizione Pd-Forza Italia, mai esclusa a priori da Renzi.
E poi c’è il M5s che prende voti in uscita dal Pd e anche dalla destra, confermandosi primo partito in Sicilia e proiettandosi a gonfie vele sulle politiche.
(da “Huffingtonpost”)
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Novembre 6th, 2017 Riccardo Fucile
E IL SEGRETARIO DEL PD LO SFOTTE: “HA FATTO TUTTO LUI E ORA SCAPPA, NON E’ DEGNO DI ESSERE UN LEADER”
Luigi Di Maio su Facebook ha pubblicato poco fa un lungo post in cui ha fatto il punto sulle elezioni in Sicilia e ad Ostia. La parte più interessante del post però è quella in cui parla del confronto tv con Matteo Renzi, che era stato programmato a DiMartedì da Giovanni Floris il 7 novembre.
Di Maio infatti sembra non voler più fare il confronto, visto che — sostiene — il candidato premier del Partito Democratico non è più il segretario del PD:
Il Pd è politicamente defunto. A quello che leggo oggi sui giornali in interviste di esponenti Pd, non sappiamo neanche se Renzi sarà il candidato premier del centro sinistra. Anzi, secondo le ultime indiscrezioni riportate dai media, a breve ci sarà una direzione del Pd dove il suo ruolo sarà messo in discussione. Il nostro competitor non è più Renzi o il Pd. Combattiamo contro l’indifferenza che genera l’astensione.
Avevo chiesto il confronto con Renzi qualche giorno fa, quando lui era il candidato premier di quella parte politica. Il terremoto del voto in Sicilia ha completamente cambiato questa prospettiva. Mi confronterò con la persona che sarà indicata come candidato premier da quel partito o quella coalizione.
È bene chiarire che sebbene ci siano piani dei maggiorenti PD per un altro candidato premier, nulla di ufficiale è finora pervenuto ed è difficile che lo sia nei prossimi giorni visto che l’apertura ufficiale della campagna elettorale è ancora lontana.
Nella sfida lanciata da Di Maio a Renzi (e accettata dal segretario PD) non si faceva poi cenno al fatto che fosse il candidato premier.
Insomma, quella di Di Maio, se confermata in modo meno sibillino, sarebbe una ritirata strategica.
A quanto apprende l’Adnkronos, il Movimento 5 Stelle non intende lasciare la ‘sedia vuota’ domani sera a Di Martedì, la trasmissione di La7 condotta da Giovanni Floris.
Secondo quanto trapela dalla comunicazione pentastellata, sarà Alessandro Di Battista probabilmente a prendere il posto di Di Maio.
Ma il duello con Renzi sarà alternato, non diretto: stando alle ultime indiscrezioni, infatti, Renzi e Di Battista risponderanno in due momenti distinti alle domande del conduttore. Ovviamente in questo modo non sarebbe un confronto, ma due interviste distinte.
Matteo Renzi sfotte Di Maio per la rinuncia:
Luigi Di Maio mi ha sfidato a un confronto televisivo.
Ha scelto la data, dopo il 5 novembre.
Ha scelto la rete TV, La7
Ha scelto il conduttore, Floris.
Ha fatto tutto lui
Io ho semplicemente accettato perchè Di Maio è il leader del Movimento 5 stelle che in tutti i sondaggi se la batte con il Pd per il primo posto nel proporzionale. E siccome due milioni di italiani mi hanno chiesto sei mesi fa di guidare il Pd, ho pensato fosse un gesto di rispetto accettare un confronto pubblico e trasparente davanti agli italiani. Mi sembra un modo giusto e onesto di far politica.
Oggi Di Maio scappa.
Da giorni sapevamo che stavano litigando al loro interno dopo i precipitosi tweet dell’onorevole campano. Che avevano paura
Ma non credevamo che arrivassero al punto di fuggire così.
Mi spiace. Da padre prima che da politico. Di Maio potrebbe essere il nuovo presidente del consiglio, se vinceranno loro. Mi spiace per i miei figli pensare che gli italiani rischino di essere guidati da un leader che è senza coraggio. Che ha paura di confrontarsi. Che inventa scuse ridicole.
Chi è il leader del Pd lo decidono le primarie, cioè la democrazia interna. Non lo decidono le correnti, non lo decide il software di un’azienda privata, non lo decide Di Maio. Lo decide un popolo meraviglioso che viene ogni giorno insultato sul web da profili falsi e odiatori veri.
La loro fuga nasce dalla paura, tutto qui.
Avevo preso l’impegno con Giovanni Floris di partecipare a questa trasmissione. Io ci sarò, lo stesso.
E risponderemo su tutto, dalla Sicilia alle tasse, dai vaccini alle banche, dall’economia alla politica estera
So di giocare in trasferta.
Ma un leader che vuole governare l’Italia deve far fronte a enormi sfide: terrorismo internazionale, sicurezza globale, disoccupazione, lotta alla corruzione.
Se un leader che vuole governare l’Italia con queste sfide ha paura di uno studio televisivo, semplicemente non è un leader.
(da “NextQuotidiano”)
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Novembre 4th, 2017 Riccardo Fucile
GARA A QUATTRO PER L’ALTERNATIVA A RENZI
Al Pd nessuno ne parla, ma tutti ci pensano. Sia Renzi che i suoi nemici. Si chiama
quota 10 per cento ed è una soglia psicologica ancor prima che politica in una campagna elettorale «tutta in salita», ammette alla fine Matteo Richetti.
Se nei due test amministrativi in programma domani, i siciliani e i romani del quartiere di Ostia dessero al Pd percentuali ad una sola cifra – o anche poco al di sopra – dentro il partito di maggioranza relativa è destinata ad aprirsi una contesa lacerante.
Una pubblica: tra Renzi e i frondisti interni.
E una sotto traccia, finora ben soffocata e che potrebbe rappresentare, come sussurra un ministro del Pd, «la vera novità di scenario delle prossime settimane»: la contesa fra aspiranti candidati-premier del Pd, alternativi a Renzi.
E per scoprire l’identikit dei candidati “concorrenti”, si può assumere il metodo-Falcone, che per le inchieste di mafia diceva sempre: seguite la traccia dei soldi.
Nella sfida interna al Pd, la traccia da seguire si chiama “coalizione”.
Sinora la variegata fronda interna al Pd — dal Guardasigilli Andrea Orlando fino al ministro della Cultura Dario Franceschini — ha sventolato questo vessillo: il Pd deve aprirsi ad una coalizione la più larga possibile.
Il primo a battere questa pista, diversi mesi fa, era stato Franceschini che aveva individuato in una legge elettorale con elementi maggioritari il grimaldello per riaprire la porta ai “compagni che hanno sbagliato”, Bersani e D’Alema.
E una volta che quella legge lì (alla fine accettata da Renzi) è arrivata, a sorpresa sono platealmente usciti allo scoperto sia Paolo Gentiloni che Marco Minniti.
Con un lessico irrituale per entrambi. Il presidente del Consiglio, auspicando nella conferenza Pd di Portici una coalizione con «l’assetto il più largo possibile, aperto verso il centro e la sinistra, per vincere e governare».
Il ministro dell’Interno, rivolgendosi agli ex compagni di Mdp, ha chiesto di «ripartire insieme per una grande sfida».
E ora a 48 ore dalle elezioni sicilian-romane, a chiudere il cerchio ci ha pensato Andrea Orlando, che ha cominciato a svelare quel che da giorni i notabili del Pd si ripetono in privato: «Dopo le elezioni in Sicilia, qualunque sia l’esito, bisognerà discutere sul perimetro della coalizione di centrosinistra e anche sul candidato premier».
Il sillogismo non ancora esplicitato è questo: per vincere le elezioni, tanto più dopo risultati elettorali negativi, serve una coalizione più larga, ma poichè i compagni di Mdp non accetteranno mai un capo-squadra chiamato Matteo Renzi, occorre trovare un candidato premier di sintesi.
E qui arriva la piccola sorpresa: gli aspiranti candidati — in campo attivamente e non solo virtualmente – sono più d’uno.
E per scoprirne i nomi, basta ripercorre la scia dei fautori della coalizione.
In pole position c’è colui che da dieci mesi abita a palazzo Chigi, quel Paolo Gentiloni che nei sondaggi sulla fiducia degli italiani continua a mantenere il primo posto.
L’ultima rilevazione Ixè è in linea con le precedenti: nella top ten della fiducia, Gentiloni ottiene il 39 per cento dei consensi, contro il 32 di Di Maio, il 27 di Renzi e Salvini.
E circa la probabilità di votare Pd alle prossime elezioni, il 3,9% disposto a farlo se il leader è Renzi, diventa 7,1 in caso di leadership Gentiloni.
Ma in campo ci sono anche gli altri fautori della coalizione: Marco Minniti, che continua a godere nel Palazzo e fuori – simpatie bipartisan e Dario Franceschini, che al netto di un rapporto col Capo dello Stato, vanta una solida amicizia con Pier Luigi Bersani.
Un terzetto che non si sfiderà mai pubblicamente e anche per questo motivo nelle segrete stanze si sussurra di una possibile mediazione sul nome di Graziano Delrio.
Di mezzo ci sono risultati elettorali non scontati e un Renzi che ha già capito tutto.
Ieri sera il presidente del Pd Matteo Orfini ha detto: «Il candidato premier del Pd non lo decide Orlando. Abbiamo fatto un congresso e il candidato sarà l’attuale segretario».
(da “La Stampa”)
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Ottobre 28th, 2017 Riccardo Fucile
IL VICEPRESIDENTE DELLA CEI, MONS. RASPANTI: “MI SEMBRA TUTTO MOLTO STRANO”
“In una chiesa dove si celebra regolarmente non si possono fare comizi dall’altare. Nemmeno la Democrazia Cristiana lo faceva, anche perchè non ne aveva bisogno dato che a volte erano proprio i preti a dare chiare indicazioni di voto durante l’omelia”.
Lo ha detto il monsignor Antonino Raspanti, vicepresidente della Cei per il Sud e vescovo di Acireale interpellato dal Fattoquotidiano.it.
Dopo le critiche, raccolta da HuffPost, del parroco della Chiesa paleocristiana di Paestum, don Johny Kaitharath per il comizio improvvisato dal segretario del Pd Matteo Renzi nella sua parrocchia, arrivano i rilievi dell’esponente della Conferenza episcopale italiana per il Sud.
Breve riassunto: il segretario Pd, a bordo del suo trenino in giro per l’Italia, il 25 ottobre si ferma a Paestum. Qui la chiesa si è prestata per un evento culturale, la Borsa mediterranea per il turismo archeologico, non politico.
Eppure l’ex premier si fa largo e guadagna il pulpito dal quale attacca i suoi avversari politici e sponsorizza i risultati del suo governo. Insomma, un comizio in chiesa, di cui nè il vescovo nè tantomeno il parroco sapevano nulla.
“Siamo turbati”, ha detto il prete all’HuffPost, “la diocesi non sapeva nulla, se avesse saputo non avrebbe dato il permesso per la propaganda del partito”.
Al fatto.it, Monsignor Raspanti ha sottolineato di “non comprendere come Renzi si sia convinto ad andare a fare un comizio dall’altare. Mi sembra tutto molto strano. Si tratta di un’iniziativa quanto meno sopra le righe. Sicuramente la vicenda è scappata di mano. Comprendiamo tutti con un po’ di buon senso che il comizio di un eminente segretario di partito in un luogo di culto non è opportuno”.
Secondo il presule le occasioni di confronto politico in chiesa non sono da escludere, ma si devono realizzare con modalità diverse: “Si potrebbe, invece, immaginare un incontro in un altro spazio della chiesa, per esempio il salone parrocchiale, visto anche che non siamo ancora in campagna elettorale. Oggi talvolta accade che nel teatrino parrocchiale il politico di turno chieda di poter incontrare i cittadini. La prassi è differenziata: c’è chi lo concede a chiunque lo chieda e chi invece lo nega. Generalmente sarebbe sempre meglio non farlo in campagna elettorale”.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 27th, 2017 Riccardo Fucile
GELO A PALAZZO CHIGI, CAPANNELLO DEI MINISTRI DEM PREOCCUPATI ANCHE PER GRASSO
“Mozione d’ordine: siamo davanti a una decisione delicata, presa dal presidente del Consiglio. Propongo che il consiglio dei ministri approvi, senza discutere”.
Metà mattinata a Palazzo Chigi. E’ Dario Franceschini a prendere la parola in un consiglio dei ministri lampo ma destinato a lasciare una cicatrice profonda nel rapporto tra la compagine renziana e il resto del governo.
Il ministro per i Beni Culturali resta l’unico a parlare: in meno di mezz’ora, il consiglio approva la scelta di Paolo Gentiloni di riconfermare Ignazio Visco a Bankitalia. Gelo: perchè alla riunione non partecipa la componente renziana.
Assenti in blocco, è la prima volta che succede.
Non c’è, ufficialmente per motivi di salute, il sottosegretario alla presidenza Maria Elena Boschi, la più attiva sul dossier banche e sulla mozione Dem contro Visco che ha di fatto lacerato il rapporto tra Matteo Renzi e il governo e anche il Quirinale.
Non c’è Maurizio Martina, il vicesegretario del Pd che in mattinata è già a Napoli per preparare il suo intervento di apertura alla conferenza programmatica del Pd al via oggi al Museo di Pietrarsa.
E pure Luca Lotti pare avesse un altro impegno. Manca all’appello persino Graziano Delrio, altro ministro vicino al segretario del Pd.
E’ uno di quei tornanti a suo modo storico di questo finale di legislatura. A Palazzo Chigi l’irritazione è palpabile.
Anche da parte dello stesso Gentiloni, lasciato solo (da Renzi) a sbrigare il datarsi, d’intesa con il Quirinale (e la Bce) ma politicamente solo a indicare il nome di Visco per il secondo mandato a Palazzo Koch.
Il premier oggi si limita a fare un preambolo in consiglio prima della presa d’atto sulla riconferma del governatore. “Una scelta delicata”, dice appunto Franceschini.
Tutti i presenti alla riunione di esecutivo sanno che stanno per compiere una scelta che verrà presto ‘bombardata’ dal segretario e dai suoi. A partire dalla prossima settimana, a partire dalle audizioni della commissione d’inchiesta sulle banche e dal materiale che da lì emergerà per mettere in luce le mancanze di Bankitalia in fatto di vigilanza bancaria.
Ci sono Andrea Orlando e Marco Minniti, c’è Anna Finocchiaro. E con Franceschini, i ministri del Pd si trattengono a parlare a Palazzo Chigi, dopo il consiglio.
Segno che la cornice è preoccupante, viene spontaneo fare un punto non solo sul caso Visco ma anche su un’altra grana che si è abbattuta sul partito: l’addio del presidente del Senato Pietro Grasso. E’ un’altra tessera di un puzzle sempre più scombinato che dà preoccupazioni, alla vigilia delle elezioni di primavera ma anche delle regionali del 5 novembre in Sicilia.
Finisce come era iniziata. Sulla mozione Pd sulle banche era tornato in azione il ‘giglio magico’ renziano a tutti gli effetti: lì il motore di tutto l’attacco a Visco, inizialmente non condiviso con il resto del governo.
E oggi quello stesso giglio prende le distanze dalla riconferma di Visco: si prepara ad attaccare. Certo, tra i presenti a Palazzo Chigi la lettura è diversa: “La loro assenza è segno di debolezza, su Visco hanno perso…”.
Ma il fatto stesso che le versioni siano opposte dà l’idea della frattura avvenuta in un partito costretto a stare unito almeno fino a primavera.
Costretto, sì. Sia Franceschini, che Finocchiaro e anche Minniti, Orlando e lo stesso Gentiloni saranno comunque presenti alla conferenza programmatica del Pd a Napoli.
Un weekend di tregua (forse) prima di una nuova tempesta.
(da “Huffingtonpost“)
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