Destra di Popolo.net

LA NUOVA STRATEGIA DI RENZI: EVITARE APPARIZIONI IN TV PER NON INFLAZIONARSI

Aprile 4th, 2017 Riccardo Fucile

IL PORTAVOCE: “IN QUESTA FASE MATTEO MENO APPARE E MEGLIO E'”

Chi insegue, anche con affanno, ha tutto l’interesse a partecipare agli eventi televisivi con l’inseguito.
Matteo Renzi invece snobba i competitori Andrea Orlando e Michele Emiliano che di faccia a faccia in tv ne vorrebbero tanti.
«Uno ogni settimana, oltre a quello di Sky» del 26 aprile, propone il ministro della Giustizia che stuzzica e sfida il suo ex premier: «Se Renzi si sente così forte sono sicuro che me ne concederà  altri».
Matteo non ci pensa proprio. Ha già  rifiutato l’invito di Enrico Mentana, Bruno Vespa e Lucia Annunziata. Ha detto di no al direttore del Tg1 Mario Orfeo, che sembra l’abbia presa molto male.
«Vi mando Maurizio Martina, fa parte del ticket: io gioco in squadra», è la strategia di Renzi. Poche uscite quotidiane, non più di una o due, mirate, di «qualità ».
Non il profluvio di interviste, dichiarazioni, iniziative ubique, conferenze stampa come è successo nella campagna elettorale per il referendum.
Con il risultato di avere mobilitato tutti quelli che ce l’avevano con lui e sono andati a votare, affossando la riforma costituzionale.
«Matteo è un grande comunicatore, non ha bisogno di inflazionare la sua presenza sullo schermo e sui giornali con qualche frasetta qua e là . Meno fa, meglio è, e poi deve parlare dei problemi degli italiani, non mettersi a replicare agli altri».
A spiegare è Michele Anzaldi, odiato in Rai per le sue accuse lanciate come magli infuocati verso i piani alti di Viale Mazzini.
È lui il nuovo stratega del Renzi versione meno chiacchierone. Anzaldi pensa che sia meglio limitare il confronto a tre all’appuntamento su Sky.
Una roba «fatta bene», con un forte battage pubblicitario, in un grande studio come quello di X Factor. Un vero evento attorno al quale costruire, prima durante e dopo, una comunicazione completa, organica, capillare.
«Renzi scappa», dice Emiliano. «Renzi ha paura», aggiunge Orlando. La loro tesi è che Matteo voglia tenere bassa la comunicazione sulle primarie del 30 aprile, «quando potranno votare tutti e non solo i tesserati mossi dai capibastone».
Non vuole che vadano in molti perchè potrebbe verificarsi l’effetto-referendum: svegliare la corsa a votare contro di lui. Insomma, sostengono gli avversari, teme che il voto libero aumenti il consenso degli avversari.
«Gli basta un milione di votanti», affermano nei comitati elettorali di Orlando ed Emiliano. Fare il confronto a tre solo su Sky, che ha un audience limitata, per lui è perfetto.
«Ma come – dicono in Rai – non era Anzaldi che diceva che Renzi è come la Coca Cola? Tutti la vogliono. Ora che fa? La toglie dagli scaffali».
Sono queste le battute negli studi televisivi dove si vorrebbe avere la Coca Cola contro gli altri due: «Chi è il portavoce di Anzaldi? Renzi, no?». «Il primo grande risultato della strategia della comunicazione di Renzi è avere creato un nuovo leader: Anzaldi». Il quale manda in Tv Richetti, propone Martina, centellina Matteo, non ha ancora risposto ad una lettera che gli ha mandato la Annunziata.
A questo punto in Rai e dentro La7 si fanno la domanda: perchè Orlando ed Emiliano dovrebbero accettare di stare al gioco di Renzi? Perchè dovrebbero presentarsi il 23 aprile nello studio di In Mezz’ora e discutere con Martina?
Ma c’è una domanda ancora più insidiosa e politica che si aggira nel Pd: le percentuali del voto nei circoli che danno Renzi a circa 68% sono quelle in base alle quali si faranno le liste elettorali?
Orlando (25,4%) ed Emiliano (6,3%) dicono di no e infatti sostengono che la vera corsa è quella del 30 aprile. Renzi invece sembra non pensarla così. Anzi ritiene che il congresso sia bello che finito.

Amedeo La Mattina
(da “La Stampa”)

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RENZI CONQUISTA IL PD OLTRE OGNI ASPETTATIVA

Marzo 30th, 2017 Riccardo Fucile

TRIONFO AL CONGRESSO DEI CIRCOLI, ANCHE SE GLI ISCRITTI SONO IN CALO… PRIMARIE IL 30 APRILE

Ultimi giorni di congresso nel Pd, domenica prossima tutti i circoli avranno detto la loro in vista delle primarie del 30 aprile ma al quartier generale di Matteo Renzi ancora non riescono a spiegarsi il ‘miracolo’.
“In ogni dove c’è un inaspettato pugni di voti in più”, dice il deputato renzianissimo David Ermini ragionando sui motivi per cui, alla fin fine, pur giocando in un partito con meno tesserati rispetto alle primarie del 2013, Renzi ha conquistato il cuore dei militanti Dem: a sua insaputa.
Una nota diffusa ieri dal Nazareno con i risultati dei primi 1.271 congressi locali dice che il segretario uscente ha conquistato il 69 per cento dei voti, ad Andrea Orlando va il 26,9 per cento, a Michele Emiliano il 3,9 per cento.
Finora hanno votato quasi 70mila iscritti su un totale di 425mila tessere nel 2016, che sono 90mila in meno rispetto al 2013, anno di primarie proprio come oggi (nel 2014 gli iscritti del Pd erano 376mila, nel 2015 395mila).
Meno iscritti ma evidentemente ‘buoni’ per Renzi, dicono i suoi un po’ sorpresi, certamente soddisfatti ma anche un po’ preoccupati.
Perchè un dato così positivo nei congressi dei circoli, unito ad una gara che finora si è svolta con toni molto bassi, potrebbe sfavorire la partecipazione alle primarie del 30 aprile.
Ecco perchè, mentre cercano di spiegarsi i motivi dell’inaspettato trionfo nel partito di un leader che solo 4 anni fa lo ha scalato e rivoltato con un calzino, i renziani stanno già  lavorando alla campagna per le primarie. Oggi si è tenuta una prima riunione organizzativa del coordinamento della mozione Renzi.
“Immaginiamo una campagna più mirata, che incroci i posti di lavoro, le università , le realtà  sociali che lavorano sul disagio e l’emarginazione”, ci dice il portavoce della mozione Matteo Richetti portando ad esempio l’iniziativa di sabato scorso a casa sua, nel modenese.
“Abbiamo tenuto un incontro con Matteo nella comunità  di recupero per le ludopatie, con Padre Sebastiano Bernardini, il frate che ha creato la comunità  anche con i 150 milioni di vecchie lire vinte in tv a un quiz di Mike Buongiorno…”.
Ecco, magari in giro non ce ne sono tantissime di persone che abbiano tali affinità  con l’ex premier, anche lui concorrente di Mike negli anni ’90, ma l’idea è di incrociare comunque il paese. “Ci siamo accorti che l’errore sono state le riforme dall’alto. Ora le vogliamo far crescere dal basso”, dice Richetti.
Già , ma com’è che un partito con meno tessere, un Pd che nemmeno con Renzi si è salvato dalla crisi della politica tradizionale, ora si affida all’ex premier?
Richetti se la spiega così: “Evidentemente la sconfitta referendaria ha fatto scattare un allarme nella nostra base rispetto al rischio che il processo di cambiamento si arresti. Rispetto all’attacco al segretario è scattato un effetto di protezione del segretario stesso, che è diventato evidentemente patrimonio del Pd”.
Meno iscritti? “Nessuno sfugge alla crisi dei partiti e della politica — continua Richetti — è vero che la base associativa si va riducendo ed è vero che nei circoli non abbiamo folle oceaniche che si confrontano sulle tre mozioni congressuali, bensì spesso abbiamo gruppi di venti persone. Ma è importante anche questo: sono persone che invece di fare politica solo sul web, si confrontano dal vivo sull’Europa, il lavoro, la forma partito, la partecipazione, la democrazia. Noi ci proviamo: il Pd è il più grande partito che in Europa chiama i suoi iscritti a dibattere sulla leadership”.
“Non solo Matteo ha conquistato il grosso degli elettori del Pd — osserva Ermini — ma anche del Pci!”.
Che vuol dire? “E’ scattata la sindrome di difesa del segretario, ne sento parlare anche da parte degli iscritti anziani: si può discutere, ma non si lascia il partito, dicono. Ce l’hanno con Bersani e D’Alema, loro difendono l’unità  del partito e l’ordine nel partito: il segretario è Matteo, lo si può criticare, ma lo si sfida al congresso”.
La metamorfosi è dunque compiuta. Renzi era quello che quattro anni fa scalò il Pd partendo dalla provincia Toscana, una lunga marcia fatta di tattica, attacchi sul governo (Letta), sulle regole del congresso: non passava giorno senza una polemica contro l’allora segretario Pierluigi Bersani.
Ora Renzi è l’establishment nel Pd, difeso dagli stessi militanti, quelli che son rimasti, contro gli attacchi esterni e interni. E per giunta non deve competere con altri ‘scalatori’.
Come dimostrano i dati dei primi congressi dei circoli, nè Orlando, nè Emiliano sono nelle condizioni di soffiargli il posto alla leadership di un partito in cui sono rimasti alcuni vecchi tesserati, ma molti sono anche nuovi e profondamente cambiati.
“Non si è determinata la frattura Ds-Margherita nemmeno con la candidatura di Orlando”, nota Ermini.
E succede quindi che anche a casa del Guardasigilli, a La Spezia, Renzi raggiunga quota 61 per cento, mentre il ministro resta fermo al 37 per cento. Oppure succede che a Bari, proprio nel circolo di Emiliano, Renzi riesca a battere il governatore per 59 per cento contro 38 per cento.
Chissà  com’è, ma per ora non c’è storia. Il punto però è che non c’è tanta storia proprio in questa gara congressuale. Si è svolta con toni bassi, in fair play quasi perfetto tra i candidati. Troppo perfetto.
Una cornice che ha avvantaggiato Renzi, riconoscono i suoi, visto che a differenza del 2013 non deve conquistare il partito ma mantenere la posizione. Però il rischio è che una gara poco avvincente scateni anche poco tifo e dunque pochi partecipanti ai gazebo.
Ecco perchè già  oggi il coordinamento della mozione Renzi si è riunito. Obiettivo: apparecchiare sin da ora la campagna che dal 10 aprile porterà  alle primarie del 30 aprile. Domenica infatti si chiudono i congressi dei circoli, il 5 aprile si riuniscono le convenzioni provinciali che daranno i risultati ufficiali, il 9 aprile quella nazionale a Roma oppure a Milano. E poi dal 10 via alla campagna.
Scontato il confronto tv tra i candidati su Sky, come nel 2013.
Ma in prima linea, sia sui territori che sui media, non ci sarà  solo Renzi, giurano i suoi. La linea del fronte verrà  tenuta da Maurizio Martina, in ticket per la vice-segreteria, e lo stesso Richetti.
Con Michele Anzaldi a coordinare la comunicazione sui media. “Presenze mirate. E non si ripeterà  l’errore del 4 dicembre: nessun one man show”, dicono dal quartier generale renziano, mentre cominciano a immaginare anche cosa farsene, dopo le primarie, di un partito che si sta ‘votando’ a Renzi.
Ma per questo è ancora l’alba.

(da “Huffingtonpost”)

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IL NUMERO DI TELEFONO DI MATTEO RENZI

Marzo 21st, 2017 Riccardo Fucile

UN DEPUTATO PD INFILA IL NUMERO DELL’EX PREMIER IN UNA CHAT DI AUGURI SU WHATSAPP E LUI E’ COSTRETTO A CAMBIARLO

Matteo Renzi ha dovuto cambiare il numero di telefono a causa di un errore di un deputato del Partito Democratico, che ha mandato un sms collettivo di auguri prima di Natale infilando nel gruppo Whatsapp 250 nominativi, tra cui quello di Renzi ma anche Paolo Gentiloni, Angelino Alfano, Maria Elena Boschi, giornalisti, militanti e amici.
In questo modo chiunque poteva vedere i numeri degli altri partecipanti alla chat e così, racconta Tommaso Ciriaco su Repubblica, scoppia il caos:
In un attimo, i numeri dei cellulari di mezzo governo brillano all’unisono sugli schermi di centinaia di persone. E succede il patatrac. Lo scivolone è pesante. Sotto l’albero stilizzato che qualcuno posta nella chattina — intitolata “Natale 1” — c’è chi inizia ad augurare buone feste e felice anno nuovo. Qualche altro, invece, pensa bene di scrivere direttamente all’ex premier, che da pochi giorni ha smesso di risiedere a Palazzo Chigi dopo la batosta referendaria.
Il numero inizia a circolare, pare finisca anche in Rete. In pochi minuti, inizia la processione degli addii al “contenitore di auguri”.
Scorrono in sequenza, sembra quasi di poter toccare con mano tutta l’irritazione dei malcapitati: “Matteo Renzi ha abbandonato il gruppo”, “Maria Elena Boschi ha abbandonato il gruppo”, Paolo Gentiloni ha abbandonato…”, e così via.
A questo punto il danno è fatto:
Appena capisce il piccolo disastro comunicativo, il deputato dem (si tratta di Andrea Manciulli, che è anche presidente della delegazione presso l’assemblea parlamentare della Nato) si cancella dalla chat, con l’effetto di lasciare la “barca” senza timoniere. La mossa non basta, però, ad evitare lo sfottò di qualche amico: “Ma cosa combini!”. Il problema è che il numero privato di Renzi è ormai in circolo.
Il leader è scocciato (eufemismo). E così qualche ora dopo — siamo al pomeriggio del 25 dicembre — decide di spegnere le comunicazioni.
Decide di cambiare numero, inizia a fare pulizia su WhatsApp. A sorpresa e senza spiegazioni, chiude i conti anche con la chat della segreteria del Pd.
E quindi subito dopo un affettuoso sms delle 15.54 con cui Valentina Paris augura buon Natale ai colleghi del direttorio renziano, scorre un gelido “Matteo Renzi ha abbandonato il gruppo”.
Alla fine toccherà  a Guerini spiegare l’accaduto e annunciare il cambio di numero dell’ex presidente del consiglio e segretario del Partito Democratico

(da “NextQuotidiano”)

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LINGOTTO STRAPIENO MA VUOTO DI PROPOSTE

Marzo 13th, 2017 Riccardo Fucile

RENZI RIPARTE DA MARCHIONNE E GARANTISMO MA RIMANDA PROGRAMMA E ALLEANZE

Nell’ultimo giorno del Lingotto renziano a Torino le sedie arrivano fino alla porta d’ingresso. Ne hanno aggiunte a centinaia nel tentativo di accomodare tutti.
Per la chiusura, affidata a Matteo Renzi esattamente come l’apertura di venerdì, si presentano in migliaia (5 mila dicono gli organizzatori) e molti restano in piedi.
Il Padiglione 1 è strapieno. Ma la kermesse di presentazione della mozione congressuale di Renzi si chiude senza proposte precise.
La stesura della mozione è rimandata alla “prossima settimana”, dice il leader. Rimandato il tema spinosissimo delle alleanze: “Nessuno sa se ci sarà  il maggioritario o il proporzionale…”
I tre giorni di Torino servono però a rafforzare la direzione già  nota: sul lavoro, fra i lavoratori e i datori di lavoro, o per semplificare tra Landini e Marchionne, Renzi sceglie ancora il secondo.
Proprio lì, nei locali che una volta ospitavano gli operai che votavano Pci. Sulla giustizia, col caso Consip ancora aperto e Luca Lotti sulla graticola, ribadisce il garantismo.
Non è poco, mentre il dibattito su contenuti e alleanze agita la platea del Lingotto e polarizza le tensioni tra Orfini e Martina da una parte e i centristi di Franceschini dall’altra. Convitati di pietra: Ncd, Pisapia e finanche Mdp.
Renzi tenta faticosamente di stare al centro. Elogia l’a.d. di Fiat, il suo amico Marchionne: “Il fatto che ci siano degli stabilimenti Fiat in Italia non significa la vittoria del capitalismo, ma che ci sono donne e degli uomini che sono tornati in fabbrica. Dieci anni fa non era scontato che la Fiat potesse avere insediamenti importanti in Italia”.
Attacca gli scissionisti del Pd e l’amarcord di sinistra: “Non si crea lavoro cantando Bandiera Rossa o facendo il pugno chiuso…”. Li attacca anche nel loro richiamo all’Ulivo. Questa è per Massimo D’Alema: “Sento parlare di Ulivo da parte di chi lo ha segato dall’interno, avverto apoteosi intorno all’Ulivo da parte di chi ha contribuito a far finire anticipatamente l’esperienza di Romano Prodi”.
E mentre la platea si scatena, lui prova a continuare: “Se Prodi fosse stato anche capo del partito oltre che del governo non sarebbe andata così… Alcuni sono più esperti di xylella che di Ulivo”.
Renzi non attacca Pisapia con cui immagina di poter dialogare, anche in nome dell’unica cosa che per ora li avvicina: il garantismo.
“Giustizia e non giustizialismo!”, scandisce dal palco. Luca Lotti, il ministro e braccio destro indagato per l’inchiesta Consip, lo ascolta in prima fila, seduto accanto a Martina, che corre in ticket con Renzi per la segreteria.
“Un cittadino è innocente fino a sentenza passata in giudicato sempre e non a giorni alterni!”.
Gli applausi anche qui crescono e lui si galvanizza: “I processi si fanno nei tribunali e non sui giornali, devono giudicare i giudici e non i commentatori; gli articoli sono quelli del codice penale e non quelli dei giornali!”. Fa sul serio tanto da inviare un “messaggio di solidarietà  a Raggi indagata, perchè noi non facciamo come il Movimento 5 Stelle.
Anzi, Di Maio e Di Battista: rinunciate all’immunità  e prendetevi le querele, venite in tribunale e vediamo chi avrà  ragione e chi torto. Vi aspettiamo con affetto… e con gli avvocati”.
Marchionne e garantismo. Sono le due direzioni di marcia che – non si sa come – stabiliscono un qualche ordine nel caos di contraddizioni del Lingotto. C’è chi ci sta comodo e chi meno. Ma tanto di proposte concrete, oggi non se ne parla.
“La partita inizia adesso — dice Renzi – la mozione sarà  scritta la prossima settimana, ma c’è il progetto per il Paese. Noi non sappiamo se il futuro è maggioritario o proporzionale, abbiamo le nostre idee, ma dopo il 4 dicembre quel disegno di innovazione istituzionale è più debole, la forza delle nostre idee è il confronto con gli altri e allora vincerà  chi sarà  più forte in termini di progetti e proposte”.
In platea c’è il premier Paolo Gentiloni. Standing ovation per lui quando Renzi lo cita e lo ringrazia dal palco.
Eppure alla fine è stato proprio il premier a svuotare il Lingotto. Nel senso che Gentiloni avrebbe chiesto all’organizzatore dei contenuti, Tommaso Nannicini, di evitare proposte precise in materia di economia.
Sarebbero servite solo a peggiorare la vita del governo, in quanto la tre giorni del Lingotto è di una parte del Pd, una parte dell’alleanza di governo.
Meglio non mettere carri davanti ai buoi insomma, proprio nel periodo che serve a preparare il Def. E pazienza se, nelle intenzioni originarie di Renzi, il Lingotto doveva servire a elaborare le ricette di green economy studiate nel recente viaggio in Silicon Valley.
Il Lingotto serve invece a rilanciare la vecchia proposta renziana di “primarie per la scelta del presidente della Commissione europea: dal primo maggio chiederemo questo al Pse.
Il prossimo presidente sarà  scelto dal popolo: è un passaggio rivoluzionario e lo porterà  il Pd”, dice Renzi. Ma soprattutto il Lingotto è servito a risollevare una leadership caduta in disgrazia. I sondaggi lo vedono in testa, saldamente, alle primarie del Pd.
“Vedo molto bene Matteo e Maurizio Martina insieme”, avverte il ministro Marco Minniti, uno dei più applauditi. Ma un partito moderno è un partito che ha una leadership forte: non c’è leader senza partito ma anche non c’è partito senza leader”. Sulla stessa linea Graziano Delrio: “I napoletani non avevano paura che Maradona giocasse troppo la palla: erano una squadra, ma senza Maradona non vincevano lo scudetto”.
E’ chiaro chi ha lo scettro del comando. O meglio: della sintesi. Perchè dalla sconfitta referendaria in poi “tutto è cambiato”, ammette una fonte renziana. Non a caso, ogni corrente ha approfittato del Lingotto per piantare paletti intorno a Renzi.
“Ma lui non ragiona ideologicamente come fanno Orfini e Martina”, spiega una fonte dell’area di Franceschini, “Renzi ragionerà  con realismo. Oggi non ci sono più le condizioni che hanno dato vita al Pd. Abbiamo provato a sconfiggere i populismi con il bipolarismo ma non ci siamo riusciti. Ora si ragiona in termini proporzionali”. Insomma la ‘santa alleanza’ contro Lega e M5S.
Ma Renzi è cauto, non si scopre a sinistra per non alimentare le sirene dell’avversario Andrea Orlando. “Il passato è il futuro”, dice un renziano di prima fascia quando il Lingotto si è già  svuotato, al termine della convention. “La Dc aveva al suo interno sinistra e destra, con un capo a fare sintesi”. Il progetto è questo, con Renzi segretario del Pd. Pure premier? Chissà , col proporzionale nulla è scritto, figurarsi le regole dello Statuto dem.
Per tutto il resto, bisognerà  aspettare.

(da “Huffingtonpost”)

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RENZI E LE QUERELE A DI MAIO E DI BATTISTA: “ORA RINUNCIATE ALL’IMMUNITA’ PARLAMENTARE”

Marzo 12th, 2017 Riccardo Fucile

LA SFIDA DI RENZI: “VI ASPETTIAMO CON AFFETTO E CON GLI AVVOCATI”

«Vi aspettiamo con affetto e con gli avvocati»: così Matteo Renzi chiede a Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista di rinunciare all’immunità  e di venire in tribunale a difendersi dalle querele del Partito Democratico.
Renzi, parlando al Lingotto per il discorso di chiusura della corsa per il Congresso ha espresso solidarietà  a Virginia Raggi per le indagini in corso sulla sindaca di Roma: «Un cittadino è innocente fino a sentenza passato in giudicato, sempre. Sempre.
Significa che i processi si fanno nei tribunali, non sui giornali, che le sentenze le fanno i giudici, non i commentatori. Dunque fatemi mandare un abbraccio di solidarietà  a chi, messo sotto indagine in queste settimane, vive una fase di difficoltà ». Pausa. «A Virginia Raggi».
Poi Renzi è passato a rivolgersi a Di Maio e Di Battista: «Venite in tribunale a difendervi dalle querele del Partito Democratico per gli insulti e le offese che ci avete rivolto. Non nascondetevi dietro l’immunità ».
E ancora: «Dal Movimento 5 Stelle in questi giorni e settimane sono state dette parole infami contro di noi. Rinunciate all’immunita’ e rispondete delle querele in tribunale. Vi aspettiamo con affetto, vedremo chi ha ragione e chi ha torto».
Nei mesi scorsi tra Renzi e il M5S c’erano stati molti scontri con annunci di querele, da Alessandro Di Battista a fino allo stesso Beppe Grillo.
Renzi aveva anche annunciato querele all’epoca della campagna elettorale sul referendum per chi avesse detto che il PD stava spendendo soldi pubblici per la pubblicità .
Oggi invece il punto è evidentemente l’inchiesta CONSIP e le tante parole in libertà  di questi giorni: «Non è che il garantismo vale solo con i tuoi e non per gli altri, noi siamo dalla parte della giustizia e per essere parte giustizia facciamo un sommesso appello a M5s che hanno in questi ultimi giorni e settimane detto parole infami su di noi: date una dimostrazione coerente del vostro atteggiamento rispettoso, rinunciate all’immunità  e prendetevi le querele e vediamo in tribunale chi ha ragione, di Maio e di Battista rinunciare a prerogative dei parlamentari e venite in tribunale e vediamo chi ha ragione o torto, vi aspettiamo con affetto».

(da “Huffingtonpost”)

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RENZI AL LINGOTTO TRA OBAMA E SONDAGGI FAVOREVOLI

Marzo 10th, 2017 Riccardo Fucile

IL COLPO DELL’INCONTRO A MAGGIO CON L’EX PRESIDENTE A MILANO E I SONDAGGI CHE LO DANNO AL 63-67% ALLE PRIMARIE

Matteo Renzi incontrerà  a maggio Barack Obama. I due ex presidenti avranno un faccia a faccia a margine di Seeds and Chips, un summit globale dell’innovazione del cibo che si terrà  a Milano dall’8 all’11.
Un incontro che, a quanto risulta all’Huffpost, sarebbe stato fissato grazie alla mediazione della Fondazione John Kennedy.
Con quest’ultima Renzi ha un rapporto di lunga data, avendo inaugurato nei suoi anni da sindaco il quartier generale europeo nella struttura del carcere delle Murate proprio a Firenze. Tra i temi al centro del colloquio l’eredità  dell’Expo milanese, uno dei fiori all’occhiello degli anni di governo renziano.
Obama è il colpo in canna di Renzi per le primarie Pd del 30 aprile.
Accoppiato ai sondaggi Swg che ha commissionato e che gli sono planati sulla scrivania oggi, proprio alla vigilia della tre-giorni al Lingotto di Torino al via domani pomeriggio.
Non solo danno Renzi vincente alle primarie, ma paradossalmente proprio lui lo ‘scalatore’ del Pd, il paladino delle primarie aperte, adesso vince nel partito: ha la fiducia degli elettori Dem.
Secondo il sondaggio, Renzi vincerebbe le primarie superando di gran lunga la soglia del 50 per cento + uno, necessaria per essere eletto segretario senza passare dall’assemblea.
Swg gli assegna ben 63 punti percentuali, che diventano 67 se la l’affluenza ai gazebo è bassa .
Michele Emiliano si classificherebbe secondo con il 21 per cento, 16 per cento per Andrea Orlando.
E sempre secondo lo stesso sondaggio, alle primarie andrebbe a votare tra un milione e mezzo e 1.700mila elettori (nel 2013 furono quasi 3 milioni).
Ancora: Renzi risulta il più noto tra i tre candidati. Dice di conoscerlo il 93 per cento degli intervistati, a fronte del 62 per cento che conosce Emiliano e il 59 che conosce Orlando.
Chi conosce tutti e tre si fida di Renzi al 56 per cento, di Orlando al 53, di Emiliano al 49.
E paradossalmente Renzi, il paladino delle primarie aperte, ora vince proprio tra gli elettori Pd.
L’86 per cento di loro si fida di lui, mentre il 54 per cento ha fiducia in Orlando, il 44 per Emiliano. E’ quest’ultimo invece il campione di fiducia tra gli elettori non Pd: al 54 per cento, il 31 per Renzi, per Orlando il 52.
Insomma è un buon viatico per la tre giorni di Torino.
Renzi è arrivato in città  già  per un sopralluogo al Padiglione 1 che ospiterà  la sua convention congresssuale. Dodici salette per 12 tavoli tematici.
Ci saranno tutti i ministri del Pd, il premier Gentiloni, Padoan, Boschi, Lotti e anche Emma Bonino, ospite d’onore.
E dovrebbe essere lo stesso Renzi a dare il via alla kermesse domani pomeriggio: i fantasmi dell’inchiesta Consip non mordono più in questi ultimi giorni, i sondaggi sono favorevoli, il segretario ritrova l’ottimismo perduto che serve per parlare in apertura e in chiusura domenica.
E poi la chicca Obama. E’ vero che anche tra i suoi circolano le battute su quanto porti bene incontrare Barack. Non ha portato bene a Cameron, sconfitto dalla Brexit. E nemmeno allo stesso Renzi, prima del referendum costituzionale.
Ma di fronte alle pericolose stravaganze di Trump, sempre più indigesto nel centrosinistra e nel blocco tradizionale dei conservatori occidentali, Obama ha riacquistato tutto, anche il fascino della nostalgia.
Ed è questo che Renzi si vuole ‘vendere’ per le primarie: ‘message in a bottle’ per i suoi avversari.

(da “Huffingtonpost”)

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RENZI: “VOGLIONO FARMELA PAGARE PER I PADRINI CHE NON HO”

Marzo 10th, 2017 Riccardo Fucile

SI SENTE ATTACCATO DA UN “INTRECCIO DI POTERI”, DIFENDE IL GIGLIO MAGICO E NON TEME LE PRIMARIE: “BASTA ARRIVARE PRIMO”

Bolla come ridicola l’accusa di aver messo su un sistema di potere perchè, spiega, la sua forza e la sua debolezza “sono state lo star fuori da certi ambienti della Roma politico-burocratica”.
Semmai, sottolinea, vogliono fargliela pagare “per i padrini che non ho e non ho mai avuto”. In un’intervista a La Stampa, l’ex presidente del Consiglio, Matteo Renzi, si dice stanco di continuare a fare autocritica: ora – aggiunge – “è il tempo di ripartire”.
Renzi avvisa: “Se qualcuno pensasse che a fronte del momentaneo indebolimento io abbia perso energia e grinta, commetterebbe un gravissimo errore”.
Altro che Giglio magico: “Quattro o cinque toscani quarantenni giù di lì: questo sarebbe il mio sistema di potere? Non male come accusa soprattutto in un Paese che ha vissuto per vent’anni il clamoroso conflitto d’interessi di Berlusconi”, chiosa.
L’ex premier è pronto per la corsa alla segreteria del Pd, dove punta a superare il 50 per cento. Anche se, sottolinea, anche arrivare a una percentuale inferiore “non cambia nulla” perchè “chi arriva primo fa il segretario”.
Sulle primarie Renzi tratteggia la competizione con gli altri due candidati, Andrea Orlando e Michele Emiliano
“In queste primarie vedremo due film: il voto nei circoli, dove mi dicono che Andrea Orlando sia forte, e quello ai gazebo, dove potrebbe andar bene Michele Emiliano. Vedrete che saranno primarie belle e piene di passione, nonostante la quantità  di odio che sento in giro: ma il nostro “assalto al cielo” piace ed emoziona tutti”.
Primarie che vedranno schierati tutti i big del partito e non solo. Su Romano Prodi, ad esempio, Renzi invita ad attendere per capire con quale candidato si schiererà . “Non tiriamo per la giacchetta il Professore. Aspettiamo e poi commenteremo”, sottolinea l’ex premier
Renzi ribadisce di essere “sereno” sull’inchiesta Consip
“Sereno. Sul suo ruolo (del padre Tiziano ndr) e su quello del generale Del Sette e del ministro Lotti. Vede, voglio usare una sua espressione: noi del Giglio magico siamo fuori dai consolidati blocchi di potere. Capisco che possa non piacere, ma dovranno farci l’abitudine”.
La corsa di Renzi alla segreteria inizia dalla kermesse organizzata al Lingotto di Torino. E l’ex premier ha le idee chiare. “Vorrei partire da quel che succede nel mondo – da Trump, per dire – per arrivare alla Le Pen ed al nostro Paese. L’interrogativo resta lo stesso: il ruolo e la politica di una grande forza di centrosinistra di fronte ai populismi dilaganti”.

(da “Huffingtonpost”)

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RENZI E IL PD ALLA PROVA DEL LINGOTTO: LA CORSA DEI TREMILA PER UN POSTO DA CAPILISTA ALLE ELEZIONI

Marzo 10th, 2017 Riccardo Fucile

AL VIA LA KERMESSE DI RENZI, INTERVENTI DI 10 MINUTI, 12 TAVOLI DI LAVORO, CIASCUNO PRESO D’ASSALTO DA 250 ISCRITTI

Sù il sipario per la kermesse del Lingotto, che apre ufficialmente la campagna per le primarie di Matteo Renzi. L’aspirante segretario rientrante e aspirante premier aprirà  i lavori.
Un ritorno nel luogo simbolo torinese per il rilancio politico, a poche settimane dalla traumatica scissione nel partito.
Ma in gioco non c’è solo il ruolo e il futuro dell’ex presidente del Consiglio, nella sfida ad Andrea Orlando e Michele Emiliano. Con lui, sperano i tremila iscritti alla manifestazione: tantissimi tra i big contano di entrare nel fortino blindato dei cento capilista bloccati della Camera alle prossime politiche.
Ecco il Lingotto in cifre
10 — gli anni trascorsi dal primo Lingotto del Pd, nel giugno 2007, che segnò l’insediamento di Walter Veltroni alla guida del partito
3 — i giorni della manifestazione. Dopo il saluto di Renzi il primo intervento politico toccherà  al numero due del ticket per il congresso, Maurizio Martina. Domenica chiude l’ex premier
6 — gli interventi dal palco da dieci minuti circa l’uno prima dell’inizio dei workshop. Tra questi, il docente di Economia Marco Fortis, della Cattolica di Milano, e il professore della Luiss Sergio Fabbrini.
12 — le stanze che ospiteranno i workshop, ognuna dedicata a un tema: partito; la società  aperta ai tempi del populismo; Europa e Mediterraneo; capitale umano, scuola, università  e ricerca; lavoro di cittadinanza; istituzioni e pubblica amministrazione; welfare e salute, tra protezione e promozione; nuova economica e fisco amico; diritti, legalità , giustizia; crescita e Mezzogiorno; cultura, identità  e cittadinanza; città  e territori.
250 — gli iscritti a ciascuno dei tavoli del workshop per un totale di oltre 3 mila
100 — I posti “sicuri” da capolista alla Camera che il prossimo segretario del Pd dovrà  distribuire in vista delle politiche. La gran parte degli aspiranti sono in platea a Torino
140 – la lunghezza in metri del rettangolo al cui interno è allestita la platea ovale e i tavoli di lavoro
65 — la percentuale che un sondaggio Swg   attribuisce a Renzi, seguito da Emiliano al 20 e da Orlando al 15. La previsione si basa su una stima di affluenza alle primarie del 30 aprile di 2,2 milioni di votanti
300 – sono i giornalisti accreditati per l’evento

(da “Huffingtonpost”)

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PERCHE’ RENZI HA CAMBIATO VERSO SUL VOTO NEL 2018

Marzo 7th, 2017 Riccardo Fucile

LA SCISSIONE E L’INCHIESTA CONSIP INDUCONO A VOTARE ALLA SCADENZA NATURALE DEL MANDATO

Matteo Renzi ha cambiato idea sul voto a settembre. Dopo aver provocatoriamente proposto di aprire le urne ad aprile e poi aver indicato in più occasioni la via delle elezioni anticipate per chiudere la legislatura, adesso l’ex presidente del Consiglio si è rassegnato a vedere nel 2018 come data per il voto.
Lo fa tornando a proporre una commissione d’inchiesta con dodici mesi d’indagine all’orizzonte per le banche che dovrebbe indagare per i prossimi dodici mesi sui tanti scandali e scandaletti finanziari che hanno travolto il sistema del credito popolare in questi anni e minato la credibilità  del suo governo con la faccenda del bail in e quella di Banca Etruria.
Ma soprattutto lo si evince dall’articolo che Maria Teresa Meli pubblica oggi sul Corriere della Sera.
Un articolo nel quale si mettono in fila tutti i momenti in cui Matteo Renzi cambia atteggiamento nei confronti del governo di Gentiloni elogiandolo per le sue uscite televisive e si segnala che la scissione e il caso Consip stanno mettendo in difficoltà  il Partito Democratico, tra l’altro oggi attaccato con accuse di “furbizia e spregiudicatezza” nell’editoriale che Antonio Polito ha firmato per lo stesso giornale:
E infatti nella sua e-news lo spiega chiaramente, in un capitolo intitolato ironicamente «Pubblicità  progresso»: «Gentiloni ha fatto un ottimo intervento a Domenica in, evidenziando, tra le altre cose, come l’obiettivo da perseguire tutti insieme sia continuare l’opera di riduzione delle tasse. Noi ci siamo».
Dunque Renzi vuole «cambiare verso» al destino del Pd, fossilizzato nelle polemiche interne e mediaticamente azzoppato dal caso Consip.
Ancora ieri girava voce di un litigio con la Boschi che lo avrebbe criticato per l’eccesso di difesa nei confronti di Lotti. Litigio smentito (peraltro Boschi è stata la prima, l’altro giorno, a rilanciare il post del ministro dello Sport) e che però la dice lunga sul clima di veleni che circonda il Pd, dove i seminatori di zizzania ormai abbondano. A tutto questo Renzi dice «basta». E si appresta a una nuova battaglia per rilanciare la commissione d’inchiesta sulle banche.
Renzi ha cambiato verso, quindi, ed è impossibile non notare che nel frattempo sia scomparsa dall’orizzonte della politica la legge elettorale: ai primi di febbraio il Partito Democratico pareva orientato a votare la proposta del MoVimento 5 Stelle sull’estensione dell’Italicum, che avrebbe avvantaggiato i grillini nella contesa.
Ora, nonostante siano da tempo arrivate le motivazioni della Corte Costituzionale sulla bocciatura della sua legge elettorale, tutto tace e nulla si muove.
Il motivo è facile da comprendere: una volta approvata la legge la corsa alle urne si accelererebbe. Ma qui nessuno ha fretta.
Anche perchè c’è da scalare la montagna dei sondaggi, che nelle ultime settimane hanno visto un calo del Partito democratico e certificato il sorpasso dei grillini nel totale delle preferenze per il voto alla Camera.
È evidente che alla decisione di Renzi non sono estranei poi i motivi di opportunità . Anche se è chiaro che l’inchiesta Consip, per quanto è emerso finora, contiene molti punti deboli che potrebbero affossarla ben più della fuga di notizie misteriosa che ha messo in allerta gli indagati e sulla quale c’è ancora molta oscurità , il rischio (soprattutto mediatico) di affrontare una campagna elettorale parlando degli atti dei magistrati è consistente.
Mentre è da escludere che la lettera aperta di Sala e Chiamparino in cui il sindaco di Milano e il governatore del Piemonte gli chiedono di abbandonare i “gruppi ristretti” e di avere maggiore “capacità  inclusiva” avrà  un qualche risultato, se non altro perchè Matteo Renzi in tv ha difeso a spada tratta il suo braccio destro Lotti e ha tagliato i ponti con gli scissionisti del PD che oggi i due vorrebbero in qualche modo recuperare.
Anche perchè un’alleanza preelettorale potrebbe essere presa in considerazione soltanto nel caso in cui si cambiasse la legge e si facesse spazio alle coalizioni. Una cosa che per adesso non sembra essere in programma.
Quindi per adesso lo sguardo rimane al 30 aprile, quando si terranno le primarie per eleggere il segretario del Pd e dove l’ex premier dovrebbe avere gioco facile nel garantirsi una riconferma che non è mai stata messa in discussione dai numeri.
Anche se, secondo le regole, se nessuno dei candidati supera il 50% dei voti, toccherà  ai delegati dell’Assemblea scegliere il nuovo leader e questo potrebbe, incidentalmente, dare qualche pensiero a Renzi in caso di (improbabilissima) alleanza tra Michele Emiliano e Andrea Orlando.
Ma il margine di voti per adesso lo tranquillizza e gli fornisce la possibilità  di prepararsi alle elezioni del 2018.
Dove si gioca non solo la presidenza del consiglio ma anche il suo avvenire politico.

(da “NextQuotidiano”)

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