Novembre 17th, 2017 Riccardo Fucile
“L’ITALIA SOLO L 7,1% DEL PIL NELL’ISTRUZIONE, LA MEDIA OCSE E’ DELL’11,3%, SIAMO IL FANALINO DI CODA DELL’EUROPA”
Dopo lo sciopero contro l’alternanza scuola-lavoro del 13 ottobre, gli studenti sono
tornati in piazza in quaranta città con gli «Stati generali dello sfruttamento» rilanciando la protesta contro le forme anomale di ASL e i continui tagli dei finanziamenti per scuola e università .
In mattinata si sono svolti i cortei studenteschi, promossi da Rete della conoscenza, Unione degli studenti e Link coordinamento universitario, e nel pomeriggio assemblee di piazza con i lavoratori in tutto il Paese.
L’iniziativa è stata anticipata da un blitz stanotte davanti al Ministero dell’Istruzione dove alcuni giovani hanno sostato con uno striscione davanti al Ministero dell’istruzione.
La ricorrenza
La ricorrenza, 17 novembre, è quella dello studente cecoslovacco di Medicina, Jan Oppetal, ucciso nel 1939 dai nazisti durante l’occupazione, atto a cui seguì una violenta repressione con nove studenti e professori giustiziati senza processo. Prendendo lo spunto storico, in tutta Europa i ragazzi manifestano. In Italia gli
Al grido «ci hanno lasciati in mutande» gli studenti si sono spogliati oggi a Roma, in piazzale Ostiense, prima dell’inizio del corteo organizzato dall’Unione degli universitari e rete degli Studenti Medi.
Alle undici e trenta, giunti sotto il ministero, ci hanno riprovato, questa volta sotto le finestre della ministra Valeria Fedeli ma la polizia glielo ha impedito. “Atti osceni in luogo pubblico”, era la minaccia.
Milano
Il corteo degli studenti partito questa mattina a Milano contro il progetto alternanza scuola-lavoro ha registrato un solo momento di tensione in piazza Duca d’Aosta quando i manifestanti hanno tentato di entrare in stazione Centrale.
L’obiettivo era protestare «contro i controlli continui a clochard e migranti che vivono nell’area», hanno spiegato alcuni giovani contestatori.
Le forze dell’ordine, in tenuta antisommossa, si sono schierate per evitare l’ingresso e in quel momento c’è stato un breve contatto che però non avrebbe avuto conseguenze particolari. Non si registrano per ora, infatti, feriti o contusi. Lungo il percorso, passando davanti alla prefettura, gli studenti hanno lanciato carta igienica e pezzi di sanitari.
La motivazione della protesta
«Lo Stato in questi anni di crisi economica – dichiara Elisa Marchetti, coordinatrice nazionale dell’Udu – ha tagliato l’istruzione più che qualsiasi altro settore pubblico. L’Italia investe il 7,1% del Pil in istruzione, ultimi tra i paesi più sviluppati: la media Ocse è infatti al 11,3%. I costi per sostenere i percorsi di studio sono elevatissimi, l’abbandono scolastico è ancora troppo alto e crescono i numeri chiusi che impediscono agli studenti di accedere all’università . Siamo stanchi di manovre spot e bonus una tantum, serve invertire la rotta sui finanziamenti in modo drastico, se vogliamo un’istruzione realmente accessibile».
«Dalla scuola e dall’università ci aspettiamo – aggiunge Giammarco Manfreda, coordinatore nazionale della Rete degli Studenti Medi – formazione di qualità e non sfruttamento. Ancora una volta, il governo continua nel reiterare errori sul tema dell’alternanza scuola-lavoro, resa obbligatoria tre anni fa senza garantire a tutti percorsi di qualità e diritti. Ci aspettiamo un paese che dia prospettive al nostro futuro. I più alti titoli di studio non vengono valorizzati nel mondo del lavoro, la disoccupazione giovanile cresce e la politica ancora una volta corre al riparo con manovre caotiche e isteriche per creare occupazione. Se continuiamo così saremo ancora condannati ad anni di impieghi precari».
“Scuola e Università in rosso” è lo slogan dell’Unione degli studenti e la Rete della Conoscenza. Per loro oggi inizia un percorso definito “Gli stati generali dello sfruttamento” – in evidente contrapposizione con gli Stati generali messi in agenda dalla ministra Valeria Fedeli – che proseguirà venerdì prossimo con la serrata, promossa da docenti e studenti, degli atenei italiani.
«Con le mobilitazioni di oggi apriamo una settimana di mobilitazione in tutta Italia contro lo sfruttamento degli studenti in alternanza scuola-lavoro», ha dichiarato Francesca Picci, Coordinatrice nazionale dell’Unione degli Studenti. «Anche gli universitari sono in piazza in tutta Italia contro una legge di stabilità priva dei necessari investimenti in università e ricerca», fa sapere Andrea Torti, Coordinatore nazionale di Link Coordinamento universitario.
(da agenzie)
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Ottobre 22nd, 2017 Riccardo Fucile
SOLO NEL 30% DEGLI EDIFICI ESEGUITA LA VERIFICA DI VULNERABILITA’ SISMICA.. E I SOLDI STANZIATI SPESSO NON VENGONO SPESI
Più di quattro scuole italiane su dieci si trovano in zone del Paese dove possono verificarsi
terremoti “fortissimi” o “forti”.
L’86 per cento di queste, 13.054 su 15.055, non seguono le norme antisismiche.
Il 43 per cento del totale degli istituti inseriti nelle prime due fasce di rischio (su quattro), dove ogni mattina si recano bambini, ragazzi e insegnanti, sono stati costruiti prima del 1976, anno dell’entrata in vigore della normativa. In zona 1 sono il 34,4% delle strutture totali (866 su 2.514).
Questi sono i numeri più significativi del rapporto “Ecosistema Scuola” di Legambiente, che racconta che il 48,9% degli edifici hanno goduto di manutenzione straordinaria negli ultimi cinque anni mentre il 43,6% degli edifici necessita di interventi di manutenzione urgente e soltanto nel 29,3% è stata eseguita la verifica di vulnerabilità sismica e solo il 13,8% degli edifici è stata costruita secondo criteri antisismici. Repubblica oggi illustra dati e numeri del rapporto:
I dati del rapporto riguardano l’85 per cento circa del patrimonio scolastico italiano, dato che soltanto 36mila strutture, a fronte delle oltre 42mila inserite nell’Anagrafe scolastica, sono presenti nella banca dati del Miur con informazioni relative all’anno scolastico 2015/16. «L’edificio scolastico — spiega Rossella Muroni, presidente di Legambiente — dovrebbe essere il racconto delle potenzialità di un Paese.
Il futuro si costruisce in ambienti adeguati, per questo alla base di una “buona scuola” devono esserci, prima di tutto, sicurezza e qualità infrastrutturale ed energetica». E lo studio vuol proprio essere uno stimolo ad andare in questa direzione: «Non vogliamo vedere più scuole lesionate e inagibili come quella di Casamicciola dopo il terremoto di Ischia di questa estate».
Una scuola su due dei Comuni capoluogo di provincia non ha il certificato di idoneità statica, di collaudo statico, di agibilità o di prevenzione incendi.
E a volte non per mancanza di fondi: dei 9,5 miliardi di euro a disposizione dal 2014, ne sono stati spesi solo 4,1 per 12mila interventi. Di questi in tre anni solo 550 hanno riguardato l’adeguamento alle norme sismiche.
(da “NextQuotidiano”)
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Agosto 17th, 2017 Riccardo Fucile
DUE LE RICHIESTE: GUADAGNARE QUANTO I COLLEGHI UE E AVERE RETRIBUZIONI E ORE DI LAVORO EQUIPARATE IN OGNI ORDINE DI ISTITUTO
“Per insegnare occorre la laurea, abbiamo specializzazioni e master, al concorso ci chiedono
competenze di informatica e di inglese. Eppure valiamo di meno in busta paga dei colleghi che insegnano alle medie, alle superiori e in università : non è giusto”.
E’ la rivolta estiva dei maestri dell’infanzia e della primaria partita con due petizioni lanciate alla vigilia di Ferragosto e che in pochi giorni hanno già raccolto rispettivamente 4.300 e quasi 6.000 firme.
Due le richieste. Una petizione, sostenuta da insegnanti di ogni ordine e grado, reclama stipendi uguali ai colleghi europei; l’altra vuole l’equiparazione delle buste paga e delle ore di lavoro tra chi sale in cattedra in Italia, dalla materna all’università . Una provocazione, quest’ultima – maestri pagati come gli accademici – destinata a fare discutere.
Si tratta comunque di un tema caldo, quello delle basse retribuzioni degli insegnanti italiani, che ora riemerge via social, raccoglie consensi e chiede attenzione al ministero all’istruzione, a cui sono rivolte le due raccolte di firme.
“Vogliamo rivendicare il principio secondo cui è inaccettabile l’ingiusta distribuzione economica e di ore di servizio. Non è possibile che chi più lavora (docenti dell’infanzia e della primaria) percepisce meno rispetto ai colleghi dei gradi d’istruzione superiore”, si legge nella prima petizione.
“Nell’epoca in cui per accedere all’insegnamento di qualsiasi ordine e grado d’istruzione è prevista la laurea, in cui tutti i docenti sono laureati o addirittura in possesso di titoli post laurea non è pensabile nè tollerabile questa diversità di trattamento, legata a vecchi schemi”.
A lanciare l’iniziativa è Ilenia Barca, 40 anni, originaria di Nuoro, docente alla primaria, con nove anni e mezzo di precariato alle spalle, e pedagogista. “Siamo un gruppo di insegnanti sparsi in tutta Italia – spiega – queste nostre richieste sono partite da una riflessione comune sul ruolo dei docenti in Italia e all’estero”.
Gli stipendi, il punto debole.
A inizio carriera un insegnante di scuola primaria guadagna 22.394 euro lordi, a fine carriera arriva a 32.924, secondo dati che si riferiscono al 2013-14.
I docenti di scuola media partono come i colleghi delle superiori: 24.141 euro a inizio carriera; ma i primi arrivano a 36.157 euro mentre i secondi raggiungono i 37.799 euro con 35 anni di contribuzione.
Qui sta il gap da colmare, secondo i promotori della petizione, che ricordano le 24 ore settimanali di insegnamento previste per i maestri di scuola primaria contro le 18 per medie e superiori.
Ilenia Barca difende la scelta anche per un altro motivo: “Più piccoli sono gli alunni maggiori sono le responsabilità di formazione in capo ai docenti. Non si può disconoscere il valore educativo e didattico in generale in nessun ordine e grado dell’istruzione. Ma certo è che, come dimostrano recenti studi, la fascia di età più importante per lo sviluppo dei piccoli studenti di oggi e cittadini di domani è quella compresa tra i 3 e i 10 anni”.
Salvo Altadonna, portavoce del comitato Asi (area sostegno e inclusione), parla di “macroscopica lesione del diritto al salario di funzione che subiscono i docenti”.
Se la laurea è il titolo unico di accesso all’insegnamento per tutte le scuole di ogni ordine e grado, osserva in un approfondimento su Orizzonte Scuola, “non si comprende la sperequazione in atto tra docenti del primo e docenti del secondo ciclo di istruzione: una revisione del contratto sarebbe inevitabile”.
La comparazione tra insegnanti italiani ed europei.
La seconda petizione riguarda un tema più volte sollevato: gli stipendi bassi dei professori italiani nella comparazione con quanto avviene in Europa.
Nella tabella allegata sono evidenti le differenze: si va da un minimo per chi insegna alle superiori in Italia di 24.846 euro ai 33.887 che percepiscono i colleghi spagnoli, ai 34.286 in Svezia sino ai 40.142 euro in Germania.
“E’ impensabile stare in Europa e assistere ad una sperequazione di trattamento economico tra docenti di nazionalità differenti – si legge nel testo – I nostri colleghi europei lavorano in media meno di noi italiani, ma percepiscono stipendi più alti, non vivono l’incubo del precariato come accade in Italia, non hanno l’accesso all’insegnamento veicolato dalle classi di concorso, godono di migliori possibilità di crescita professionale e di maggiori condizioni di tutela e promozione della salute”. Tante le reazioni.
“È arrivato il momento di dare il giusto valore a noi docenti Italiani”, scrive Pietro Lepore da Bari. “Il trattamento economico dei docenti italiani mortifica e non riconosce la loro professionalità , la loro passione e il loro quotidiano impegno”, il parere di Viria Capoluongo.
“Nel mio cv ho dottorato, post-doc, assegni di ricerca all’università e presso fondazioni bancarie. Da antropologa culturale e museale ho svolto ricerche in Africa occidentale, ho stretto accordi universitari internazionali e coordinato progetti nazionali e locali. Pur apprezzando la libertà di insegnamento che in Italia è ancora salvaguardata, il salario non risulta adeguato al curriculum dei docenti”, la testimonianza di Roberta Cafuri.
(da “La Repubblica”)
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Marzo 13th, 2017 Riccardo Fucile
L’IDEOLOGIA DEL GENDER E’ UNA TEORIA COSTRUITA AD ARTE DALLE PERSONE CHE ‘HANNO INVENTATA PER AVERE UNO STRUMENTO PER ATTACCARE LE LEGITTIME RICHIESTE DELLE PERSONE OMOSESSUALI
In un meraviglioso (si fa per dire) video tratto dalla Scuola di formazione politica della Lega Nord a Lucca possiamo ammirare il giornalista Paolo Del Debbio che denuncia l’arrivo in redazione a Quinta Colonna di mail scritte da genitori preoccupati perchè i figli di 8 anni hanno chiesto loro “quando è che potranno cambiare sesso, perchè lo dicono a scuola”.
I bambini chiedono: “Mamma, quando potrò diventare anche io bambina?” e le bambine chiedono: “Mamma quando potrò diventare io bambino?”. Allora, al che le mamme chiedono “Perchè mi fai questa domanda?”. “Perchè ho sentito tanto parlarne e perchè dobbiamo essere solo così, sarebbe bello essere tutte le cose insieme. Ripeto: bambini e bambine tra gli otto e i dieci anni. Io se lo avessi saputo prima avrei portato le email, eh, avrei cancellato i nomi e ve le avrei fatte vedere.
Di che sta parlando Paolo Del Debbio?
Ma che domande: della fantastica Teoria del Gender. Ovvero di una cosa che non esiste, come non esiste un’ideologia del Gender.
Non esiste una teoria usata dalle “Lobby Gay” per scardinare l’istituto della famiglia e insegnare l’omosessualità nelle scuole.
Esistono invece i Gender Studies ovvero quelli che in italiano vengono chiamati studi di genere.
Questi studi mirano a individuare e a spiegare i motivi per cui ad un dato genere (maschile o femminile) vengano attribuiti dei ruoli specifici non strettamente legati alle caratteristiche sessuali (ad esempio perchè le donne guadagnano meno degli uomini). Questi studi non hanno prodotto una “teoria unificata” ma assomigliano più ad una costellazione di singole ricerche e modelli scientifici; poi, recentissimamente, qualcuno ha cominciato a dire che invece ci sarebbe stata una teoria unitaria, di cui però gli studiosi non sanno nulla.
L’ideologia del Gender è una teoria costruita dalle stesse persone che la criticano che hanno l’hanno inventata per avere uno strumento per attaccare le legittime richieste delle persone omosessuali:
Esistono molteplici studi di genere che analizzano come i ruoli attribuiti all’uno o all’altro sesso (maschio/femmina) siano sociali e strettamente legati alla cultura di appartenenza. Altrove, nel mondo, ci sono dipartimenti interi. Quindi possono variare da paese in paese e anche nello stesso paese nel tempo.
Non esiste teoria che rifiuti la differenza biologica tra maschi e femmine (e non uomini e donne, concetto di genere, non biologico sebbene in parte legato anche a questo ambito).
Nè esistono le fantasiose varianti « ideologia del genere », « teoria del genere sessuale », « teoria del genere queer », « ideologia delle femministe del gender ».
Insomma, nessuno vuole insegnare la Teoria del Gender nelle scuole, per il semplice motivo che non esiste.
Esiste solo nel modo di comodo in cui è stata inventata proprio da coloro che si oppongono all’insegnamento dell’educazione sessuale nelle scuole.
Quello che esiste è invece un Disegno di Legge (DDL 1680) presentato dalla Senatrice Valeria Fedeli che però non è ancora stato discusso in Aula e quindi non può certo riguardare la materia del contendere visto che “i genitori” sostengono che il rischio è imminente anzi, che il Gender viene già insegnato nelle scuole.
Il DDL Fedeli propone l’introduzione “dell’educazione di genere e della prospettiva di genere nelle attività e nei materiali didattici delle scuole del sistema nazionale di istruzione e nelle università “.
Per la precisione gli obbiettivi sono due.
La prima, fissare tra gli obiettivi nazionali dell’insegnamento e delle linee generali dei curricoli scolastici la cultura della parità di genere e il superamento degli stereotipi; la seconda, l’intervento sui libri di testo, riconosciuti in tutte le sedi internazionali, come un’area particolarmente sensibile per le politiche delle pari opportunità
Insomma si tratta di insegnare il rispetto delle diversità (non di inculcare la voglia di essere diversi) per garantire a tutti pari opportunità .
Con buona pace di Paolo Del Debbio e dei Genitori Preoccupati
(da “NextQuotidiano“)
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Marzo 5th, 2017 Riccardo Fucile
CHI LE HA VINTE SI E’ VISTO CONSIDERARE QUEI SOLDI COME REDDITO NELLA RICHIESTA PER L’ANNO SUCCESSIVO
Un 20% in meno di idonei alle borse di studio e un 5% in meno tra i vincitori.
Nell’anno accademico 2015-2016 sono scomparsi ben 36mila idonei alle borse rispetto al 2014-2015.
Per idonei si intendono tutti quegli studenti che, seppur meritevoli di sussidio, non sono sicuri di poter percepire il contributo perchè non ci sono abbastanza fondi disponibili per tutti.
Spiega il Messaggero:
Per quest’anno ad esempio sono 9.441 gli studenti che, pur risultando idonei alla borsa di studio, non l’anno percepita perchè non c’erano le risorse.
Gli idonei non beneficiari sono il 6,46% del totale degli aventi diritto. A loro, comunque, anche se non arriva un euro vengono riconosciute delle agevolazioni per la mensa o per gli alloggi.
Il motivo di questo crollo mai avvenuto prima sta, come si diceva, nelle nuove regole dell’Isee, entrato in vigore nel 2015 e poi modificato a partire dal 2016-2017, in base al quale concorrevano a formare l’indicatore anche i redditi esenti, comprese quindi le stesse borse di studio.
Vale a dire che uno studente che nel 2014-2015 ha vinto la borsa di studio, si è visto considerare quei soldi come reddito nella presentazione della domanda della borsa per l’anno successivo
Inoltre non è stato più riconosciuto l’abbattimento del 50% dei redditi e patrimoni dei fratelli e delle sorelle, dello stesso nucleo familiare.
Il crollo degli studenti idonei, secondo i dati elaborati dall’Unione degli universitari, è pari a 36.241 unità .
Pari al 20% in meno, un ragazzo su cinque. Si è passati infatti da182.345 idoneia146.104. Il calo più forte si è registrato in Campania con il 33% in meno, in Molise e Puglia con il 28% in meno e in Calabria con il 24,5% in meno.
Il calo maggiore, quindi, interessa le regioni meridionali.
Al Nord c’è solo il Veneto con un 25% in meno e, nelle regioni centrali, la Toscana .
(da “NextQuotidiano“)
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Febbraio 17th, 2017 Riccardo Fucile
DEI 381 MILIONI STANZIATI, SPESI SOLO 50 MILIONI PER ACQUISTARE HARDWARE, LIBRI, CORSI AGGIORNAMENTO, INGRESSI IN MUSEI E CINEMA
Oltre metà degli insegnanti non ha attivato la Card del docente. Quella che mette a disposizione di maestre e prof di ruolo 500 euro annui per l’aggiornamento.
Un flop? Sembrerebbe proprio di sì visto che il tesoretto, 381milioni di euro previsti dalla Buona scuola di Renzi, che fa invidia ad altre categorie, consente di acquistare hardware e software, libri, corsi d’aggiornamento e universitari.
E ancora, ingressi in musei, cinema e spettacoli dal vivo.
Ma nonostante l’ampia possibilità di utilizzo della carta, sono all’incirca 305mila i docenti che hanno acquisito una identità digitale (Spid) e hanno iniziato ad utilizzare la carta: il 40 per cento dei 762mila che possono fruire del budget.
Sei insegnanti su cento restano in stand-by.
E siamo al giro di boa dell’anno scolastico. In altre parole, a quattro mesi scarsi alla conclusione delle attività didattiche oltre metà dei docenti non ha attivato la carta.
Che quest’anno sarebbe stato diverso dal 2015/2016, quando i 500 euro vennero erogati direttamente sui conti correnti degli insegnanti si era capito sin da subito. Perchè la procedura totalmente digitalizzata di accreditamento e generazione dei buoni-spesa, lanciato il primo dicembre 2016, ha subito mostrato qualche problema. Oppure gli insegnanti ancora poco digitali non si sono trovati a proprio agio e hanno mollato tutto.
I primi numeri sull’esperienza “in progress”, precisano dal ministero dell’Istruzione, sono stati forniti lunedì scorso dal capo dell’ufficio stampa del Miur, Alessandra Migliozzi, nel corso di una intervista radiofonica.
Ammontano, appunto, al 40 per cento della platea complessiva i docenti che si sono registrati e hanno iniziato a utilizzare la carta.
Finora, sono stati spesi 50 milioni di euro dei 381 stanziati (il 13 per cento).
Il grosso di questi 50 milioni è stato impegnato per l’acquisto di computer e software, mentre il 10 per cento, circa 5 milioni di euro, sono stati utilizzati per comprare libri e testi di vario genere.
Ma alla base dello scarso utilizzo dell’incentivo potrebbero esserci, oltre che le difficoltà incontrate dagli insegnanti italiani, sempre più anziani, anche quelle incontrate dagli esercenti nel registrarsi alla piattaforma, come hanno denunciato i librai.
A metà febbraio, nelle grandi città , la copertura dei musei risulta abbastanza buona. Quella di cinema e teatri è attorno al 50 per cento.
Sono ancora le librerie, soprattutto indipendenti, ancora relativamente poco presenti: una su tre.
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 30th, 2016 Riccardo Fucile
EFFETTI SU 50.000 DOCENTI, QUELLI TRASFERITI POTRANNO CHIEDERE SUBITO IL RIENTRO… LA MINISTRA “NON LAUREATA” HA DIMOSTRATO PIU’ BUON SENSO DI TANTI SOLONI
Accordo raggiunto, tra quasi tutti i sindacati della scuola e il ministro dell’Istruzione, sulla mobilità degli insegnanti nell’anno scolastico 2017/2018.
Un’intesa realizzata velocemente, visto il pochissimo tempo da cui il nuovo ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, si è insediata.
E probabilmente a facilitare il raggiungimento dell’accordo è stato anche il fatto che la nuova titolare dell’istruzione sia una ex sindacalista.
L’intesa riguarda dunque la spinosa questione del trasferimento dei docenti, uno dei capitoli più controversi della legge 107 (Buona Scuola).
E si tratta di un accordo “politico”, come sottolinea il Miur: la firma del contratto integrativo di mobilità del personale docente avverrà nel mese di gennaio.
A siglare sono stati oggi Flc Cgil, Cisl Scuola, Uil Scuola e Snals Confsal. Non ha firmato la Gilda, che non si è ritenuta soddisfatta dall’accordo. Riserve sono state espresse anche dall’Anief.
“Quella siglata oggi è un’intesa a favore della scuola. Abbiamo avviato un percorso di responsabilità e serietà che mette al centro il funzionamento del nostro sistema di istruzione” ha commentato il ministro.
“Abbiamo tutti collaborato avendo come obiettivo il miglioramento delle condizioni della scuola, pensando a chi a scuola lavora e a chi la frequenta” ha aggiunto Fedeli. Ci sono state, ha detto, anche “una qualità e un’assunzione di responsabilità nei tempi di chiusura dell’accordo, che dimostrano la serietà di chi si è seduto attorno al tavolo: del decisore politico, dell’amministrazione, delle rappresentanze dei docenti”.
Soddisfatti i sindacati firmatari, che sottolineano il “cambio di metodo coerente con l’accordo firmato lo scorso 30 novembre tra Governo e Sindacati per la ripresa di corrette relazioni sindacali e un riequilibrio del rapporto tra leggi e contrattazione a favore di quest’ultima” nonchè “l’atteggiamento di attenzione e apertura al dialogo” del ministro.
Interviene anche la segretaria generale della Cisl, Annamaria Furlan, che parla di “un bel segnale” e “un buon accordo che dimostra quanto sia utile e conveniente, per tutte le parti e per l’interesse generale, valorizzare il confronto con le parti sociali”.
Ma quali sono le novità ?
Sarà previsto per tutti i docenti lo svincolo dall’obbligo di permanenza triennale nel proprio ambito o nella propria scuola. Si tratta di una misura straordinaria: resta fermo infatti l’obiettivo prioritario, indicato dalla legge 107, della continuità didattica.
La mobilità avrà un’unica fase per ciascun grado scolastico.
Il personale docente potrà esprimere fino a 15 preferenze: potranno essere indicate, oltre agli ambiti, anche scuole, per un massimo di 5.
Questo varrà sia per gli spostamenti all’interno che fuori dalla provincia. Quanto all’individuazione dei docenti per competenze, i criteri saranno identificati in un accordo separato, che sarà sottoscritto insieme al contratto sulla mobilità .
La Gilda, che non ha firmato l’intesa, spiega che “pur in presenza di aperture quali la deroga al vincolo triennale per tutti e la possibilità di esprimere alcune preferenze su scuola per tutti, non si possa accettare che la maggior parte dei docenti venga collocata negli ambiti territoriali e sottoposta alla individuazione per competenze ovvero alla chiamata diretta”.
Rifiuta i “facili trionfalismi” l’Anief, che parla di “solo un passo in avanti, ma non certo la vittoria finale contro le norme ingiuste e discriminanti, focolaio di tensioni tra il personale, introdotte con la cosiddetta Buona Scuola del 2015”.
(da “Huffingtonpost“)
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Novembre 25th, 2016 Riccardo Fucile
DURA POCHE ORE LA PROTESTA, LA POLIZIA INTERVIENE, MA PER EVITARE IL PEGGIO: FIGLI SGOMBERATI DAI GENITORI
Più dei manganelli della celere, stavolta hanno fatto gli schiaffi dei genitori.
Al liceo Azzarita di Roma, nel bel quartiere dei Parioli, sono arrivati loro, mamme e papà , a “sgomberare” i figli per far cessare l’ennesima occupazione.
Poche quest’anno, a dir la verità , rispetto alle grandi ondate del passato, quando il contagio della protesta sembrava inarrestabile, dal centro alla periferia; e brevi, rimaste in piedi al massimo due giorni, fino ai blitz delle forze dell’ordine allertate dai presidi che hanno scelto la linea dura o dei genitori che sono andati a riprendersi i ragazzi fin dentro le aule e i corridoi.
È andata così, mercoledì pomeriggio, nel liceo scientifico tra villa Ada e viale della Moschea.
Per la terza volta in 24 ore, i ragazzi hanno provato a prendere in mano l’istituto: “Abbiamo invaso il cortile e proclamato l’occupazione”, racconta una studentessa. Nella scuola solo un centinaio di ragazzi, che però giurano: “Nei giorni precedenti al blitz avevamo raccolto più di 200 firme”. Su circa mille studenti.
Insieme alle volanti, sono arrivati anche i prof e il preside che ha convocato i genitori d’urgenza per una riunione straordinaria.
E mentre i figli occupavano il piano terra e gli ultimi piani, al primo mamme e papà denunciavano la perdita di giorni di scuola chiedendo a gran voce un’autogestione concordata con i docenti.
“A un certo punto abbiamo sentito dei colpi alla porta che avevamo barricato – prosegue la studentessa – Erano alcuni genitori che, forzando la porta, sono riusciti a entrare, urlando di andar via, cercando i figli, spintonandoli. Qualcuno ha preso anche uno schiaffo… Noi, i più piccoli, ci siamo spaventati e siamo scappati”.
Gli ultimi rimasti, i più grandi, sono stati fatti uscire dalle forze dell’ordine, intervenute nel tardo pomeriggio. Ma lo sgombero era fatto.
Già da oggi si tornerà sui banchi, “ma saranno due giorni di confronto con i ragazzi per evitare il muro contro muro con i docenti e capire le ragioni del loro disagio – spiega il preside, Roberto Gueli – Hanno sbagliato, volevano attirare l’attenzione e in qualche modo ci sono riusciti. Ma non hanno fatto danni, hanno rispettato le aule, i laboratori. L’intervento delle forze dell’ordine, però, è stato necessario, anche per evitare il peggio”.
Dialogo, dunque, ma anche tolleranza zero davanti alle proteste radicali, indebolite quest’anno nei numeri e nella forza dei contenuti.
Anche a San Lorenzo, quartiere a forte tradizione “rossa”, è stata la polizia a fare irruzione al liceo Machiavelli, stroncando dopo poche ore la mobilitazione e facendo scattare la denuncia per alcuni studenti.
Al Montessori sono piovute le sanzioni disciplinari. Al Morgagni di Monteverde, vicino a Villa Pamphili, gli agenti sono entrati in piena notte, assieme alla preside.
Gli studenti qui parlano addirittura di “foto, video, minacce, urla, atteggiamenti aggressivi e offensivi”.
Una tensione che, secondo la questura, che sarebbe intervenuta per gli schiamazzi e la musica alta, non c’è mai stata.
Ma lo striscione “liceo occupato” non sventola più.
(da “La Repubblica”)
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Novembre 4th, 2016 Riccardo Fucile
SI ASSENTANO MENO DEI COLLEGHI DEL NORD PER MALATTIA, MA ANCHE PER PERMESSI PER MOTIVI FAMILIARI
Docenti meridionali più presenti in classe di tutti gli altri: meno assenze per malattia e maternità dei colleghi settentrionali e dell’Italia centrale, ma anche meno giornate per assistere i familiari affetti da gravi patologie, le ormai famose 104 che negli ultimi tempi hanno fatto gridare allo scandalo.
Il sorprendete risultato, che sovverte un luogo comune abbastanza consolidato, arriva dall’ultimo rapporto dell’Invalsi (Istituto nazionale per la valutazione del sistema educativo di istruzione e di formazione) su ‘I processi e il funzionamento delle scuole’, pubblicato qualche giorno fa.
Il dato che si riferisce all’anno scolastico 2014/2015 è di quelli destinati a fare discutere.
I numeri forniti dall’istituto di via Ippolito Nievo sono abbastanza netti.
Per le primarie al Sud la media più bassa per assenze. Alla primaria il record delle assenze dal servizio spetta ai docenti delle scuole ubicate nel Nord-Ovest — Piemonte, Lombardia e Liguria — che fanno registrare un tasso di assenza pari al 5,5 per cento. Un gradino sotto, col 5,2 per cento di ore di assenza, troviamo i maestri delle regioni centrali — Toscana, Lazio, Umbria e Marche — e del Nord-est: Veneto, Friuli Venezia Giulia e Emilia Romagna.
Al Sud — Abruzzo, Molise, Campania e Puglia — le assenze si assottigliano al 4,4 per cento e nelle rimanenti regioni meridionali e insulari si risale al 5,1 per cento.
Tutto il meridione fa comunque registrare un dato medio del 4,7 per cento, il più basso in assoluto.
Docenti meno cagionevoli di salute o altro?
Anche nella scuola media gli insegnanti meridionali si assentano meno, ma il primato questa volta spetta ai loro colleghi del Centro Italia, col 6,2 per cento di assenze dalle lezioni.
Al Nord il dato scende al 5,7 per cento e al 5,3 in tutto il Sud.
Nel primo ciclo, è sempre nel Lazio che si registrano i tassi maggiori di assenza: 5,8 alla primaria e 7 per cento alla media.
Prof dei licei meno presenti di quelli di istituti tecnici.
Per la scuola superiore, l’Invalsi fornisce il dato spacchettato per i diversi indirizzi scolastici.
E anche in questo caso i docenti più virtuosi appaiono quelli meridionali. Ma quello che salta all’occhio è il maggiore tasso di assenteismo dei prof che insegnano nei licei, pari al 6,2 per cento.
Un dato che supera nettamente quello riferito ai docenti degli istituti tecnici (4,9%) e dei professionali (5,1 per cento).
E “mentre nelle scuole del Nord e del Sud — spiega il dossier — non ci sono grandi differenze rispetto al dato nazionale, i licei del Centro registrano in assoluto la media percentuale più alta di ore di assenza (9,2 per cento), dato che risente di una percentuale pari al 15 per cento riscontrata nei licei della Toscana”.
Un valore che deve fare riflettere perchè lo stesso rapporto evidenzia come oltre un terzo di queste ore di assenza (il 35 per cento) va in fumo: le scuole non riescono a coprirle con un supplente.
(da “La Repubblica”)
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