Gennaio 15th, 2012 Riccardo Fucile
LE VITTIME SAREBBERO DIPENDENTI DI ORIGINE CINESE E FILIPPINA DEDITI A MODESTE MANSIONI: NON AVREBBERO AVUTO IL TEMPO DI METTERSI IN SALVO… DUE PERSONE ANCORA VIVE SULLA NAVE: SI LOTTA PER RAGGIUNGERLE IN TEMPO
Il sospetto è che, a cento anni dall’affondamento del Titanic, anche questa volta a pagare il
prezzo più alto sia stata la “terza classe”.
In questo caso sarebbero i “membri dell’equipaggio — come raccontano fonti confidenziali all’interno della Procura di Grosseto a ilfattoquotidiano.it — dalle mansioni più modeste”.
Secondo gli ultimi numeri raccolti ieri coloro che non sono ancora stati rintracciati sulla terraferma sarebbero 41.
Prevalentemente cinesi e filippini che, secondo l’ipotesi della procura, si sarebbero trovati negli alloggi o nelle lavanderie: non si sarebbero neppure accorti di cosa stava succedendo e comunque non avrebbero avuto il tempo di mettersi in salvo.
I morti accertati, nell’incredibile sciagura dell’isola del Giglio, sono invece i francesi Francis Servel e Jeanpierre Micheaud e il marinaio peruviano Thomas Alberto Costilla Mendoza, che sarebbero tutti annegati.
La speranza è arrivata a mezzanotte passata.
I Vigili del Fuoco hanno annunciato di avere individuato due persone vive dentro la nave.
Ancora irraggiungibili, però, perchè lontane dai soccorritori.
E’ sempre più inclinata la nave Costa Concordia, di oltre 90 gradi e si sta inabissando.
Questo, spiegano i soccorritori, rende più difficili le operazioni di ricerca di eventuali dispersi a bordo della Costa Concordia. “E’ una corsa contro il tempo”, viene spiegato dai soccorritori.
Comandante fermato.
Una tragedia da non credere. Tanto che il procuratore di Grosseto Francesco Verusio ha sottoposto a fermo il comandante della Costa Concordia: Francesco Schettino, 52 anni, originario di Napoli, è già nel carcere di Grosseto dove attenderà l’udienza di convalida programmata nelle prossime ore. Schettino dovrà rispondere, insieme al primo ufficiale in plancia, Ciro Ambrosio e ad altri 4 membri dell’equipaggio, di omicidio colposo plurimo, naufragio e abbandono della nave.
Il comandante, infatti, dopo aver condotto un transatlantico pesante come 110 Boeing sugli scogli, secondo gli inquirenti, alle 23,30 (neanche due ore dopo l’allarme) avrebbe lasciato la nave.
Peccato che le operazioni di evacuazione della Concordia fossero ben lontane dall’essere concluse: gli ultimi a tirare un sospiro di sollievo lo hanno fatto intorno alle 3. Una manovra che il procuratore di Grosseto ha definito Francesco Verusio ha definito “maldestra”.
Il giallo delle liste.
Ma sempre dall’Unità di crisi di Grosseto arriva una denuncia: “Ancora non sappiamo quante persone fossero a bordo al momento dell’incidente. Costa Crociere non ci ha ancora fornito un numero esatto”.
La giornata è frenetica, eppure, a quasi 24 ore dal naufragio la Costa Crociere non ha dato ancora quel numero che aiuterebbe a capire quanti possano essere realmente i turisti o i membri dell’equipaggio ancora dispersi. Un elenco di passeggeri e ciurma è arrivato e su quello si lavora, ma ci sarebbero punti poco chiari. “Nella lista c’erano dei nominativi di persone che probabilmente erano scese a Civitavecchia o in tappe precedenti. Accanto ad alcuni nomi infatti — riferiscono dall’unità di crisi — c’era scritto ‘No’, ma a dire il vero non sappiamo cosa significassero. Abbiamo dovuto interpretare”. “Abbiamo il numero delle persone censite all’arrivo a Porto Santo Stefano, cioè 4.152″. Ma qui sta il giallo che lascia aperta qualche speranza: “Due americani sono stati salvati ed erano rimasti ospitati all’isola del Giglio da una famiglia e questi due non erano stati censiti”.
Inizialmente si era parlato di 4.234 a bordo. Poi di 4.229, 1.013 membri di equipaggio e 3.216 passeggeri.
La realtà è che un numero preciso e un elenco dei nomi non sarebbe stato ancora fornito e nel pomeriggio lo confermava al fatto.it anche la Guardia di Finanza. Dall’azienda però hanno negato e hanno detto di avere fornito quel dato in giornata.
Corsa contro il tempo.
Più passa il tempo più si riducono le speranze di trovare vive quelle 41 persone.
La nave ieri all’ora di cena era ancora in movimento, come confermato da Cosimo Di Castro, del comando generale della Guardia costiera, e per questo i sommozzatori hanno difficoltà a entrare e a verificare l’eventuale presenza di persone dentro i locali della crociera.
I sub hanno ispezionato, nel lato sommerso dall’acqua, solo le parti all’aperto. Nessuno, insomma, è ancora riuscito a entrare all’interno della nave a oltre 24 ore dall’sos.
Le indagini.
A pesare sulla decisione della Procura di arrestare il comandante è stato il rischio di inquinamento delle prove.
Al momento dell’impatto era Schettino al comando ed è stato lui a ordinare la rotta: “E’ stata — ha spazzato via gli ultimi dubbi il procuratore Verusio – una manovra voluta“.
Secondo quanto ricostruito finora peraltro la falla lunga decine di metri sulla chiglia della nave si sarebbe aperta intorno alle 21,45, ma la Capitaneria sarebbe stata avvertita con tutta calma.
Perchè sfiorare il Giglio?
Non è inusuale per le navi anche di questa stazza passare vicino alle isole. Meno virate significa meno carburante consumato.
La rotta? La calcola il Gps. Così è successo anche in questo caso. Il problema è che questa volta la nave si è avvicinata alla costa “molto maldestramente”, insiste la Procura.
Anche perchè quando in plancia di comando hanno visto sfilare su un lato l’isola a un tiro di schioppo non è stato fatto niente per rimettersi a una distanza di sicurezza, finchè gli scogli delle Scole hanno aperto irrimediabilmente la gigantesca breccia nello scafo e l’acqua del mare ha fatto il resto.
Il comandante Schettino ha detto ieri, ai giornalisti, che quello scoglio sulle carte non c’è. Un’altra uscita improvvida, che avrebbe ripetuto.
Quegli scogli sono una meta arciconosciuta in tutta Italia dagli appassionati di immersioni.
C’è chi li paragona alle guglie del duomo di Milano e non solo perchè si alzano di molto dai fondali, ma anche come metafora simbolica.
Chi naviga nel Tirreno, in Toscana, non può non conoscere quegli scogli.
E non poteva non conoscerli il comandante che quella rotta l’ha fatta altre volte e che spesso, dicono alcuni testimoni, “si avvicinava al Giglio e faceva fischiare la sirena, come se dovesse salutare qualcuno”.
Gli equipaggi che partecipano alle manovre di navigazione di navi del genere (circa 200 persone su un totale di circa mille) e’ ritenuta generalmente di elevata professionalità .
Tuttavia il sospetto da parte degli investigatori è che anche questa volta fosse tutto in mano all’alta tecnologia e quindi al Gps che come tutte le macchine può pure sbagliare.
Fidarsi ciecamente del progresso e poco dei dubbi dell’uomo ha una volta di più tradito, come cent’anni fa sul Titanic.
Anche questa volta, come cantava De Gregori, la nave era “fulmine, torpedine, miccia, scintillante bellezza, fosforo e fantasia”, ma anche oggi ha fallito ed è complicato dare la colpa a uno scoglio.
Emiliano Liuzzi, David Marceddu, Antonio Massari e Diego Pretini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Dicembre 26th, 2011 Riccardo Fucile
IL TAGLIO DEI TRENI PER IL MERIDIONE STA CREANDO DISAGI A RAFFICA: VAGONI STRAPIENI E BIGLIETTI ESAURITI…MA SE SI VUOLE SALIRE SUL TRENO BASTA PAGARE 50 EURO DI SOVRATTASSA
Pagare 100 euro per un biglietto che ne costa 50. 
Ritenersi fortunati, perchè in qualche modo si riesce a salire sul treno, pronti per un altro “viaggio della speranza”.
Bologna, Stazione centrale.
Sono le nove di venerdì sera e il “751” Bologna-Lecce è pieno come un uovo, fermo al binario 7.
Valige, cappotti, freddo, una lunga notte davanti.
L’unica carrozza che ha i posti a sedere — le altre sei sono destinate alle cuccette — è il miraggio dei viaggiatori.
I più fortunati hanno prenotato una delle 72 poltrone disponibili. Gli altri si sono accaparrati uno dei 15 posti in piedi “tollerati” lungo il corridoio.
In molti, invece, aspettano fuori, non hanno il biglietto ma cercano di partire.
I controllori potrebbero dire che non c’è posto, che non c’è nulla da fare.
Invece no, ecco l’escamotage: “Vuole salire? Allora, lei mi paga i 50 euro del biglietto più 50 euro di soprattassa e io la faccio entrare”, spiega un controllore.
“Come se avessi preso una multa?”, chiede stizzito un signore.
“Esatto. Ecco la ricevuta”.
Una multa prima di salire sul treno, a terra.
Come condizione per viaggiare.
Un rincaro del 100% sul costo iniziale del biglietto. Una pratica che va avanti da giorni: giovedì, a mezzanotte, Trenitalia ha dovuto chiamare ben due volte la Polizia ferroviaria. Famiglie, anziani e bambini chiedevano di salire sull’ultimo treno-notte per Lecce, il “757” delle 23.57.
Un assalto alla diligenza, l’ultima possibilità per partire.
Qualcuno minacciava denunce, “non potete fare una cosa del genere, 100 euro per stare in piedi!”.
Altri facevano collette per pagare i biglietti maggiorati.
Ben sessanta passeggeri, solo a Bologna, sono saliti in questo modo, pagando 100 euro invece di 50 per un posto in piedi, magari vicino al bagno.
Sessanta persone: quasi una carrozza in più.
Otto ore di viaggio.
Dormiranno per terra o sui portapacchi del corridoio, stipati e infreddoliti.
Dopo aver dovuto accettare una “multa” sulla banchina.
“In barba a tutte le norme di sicurezza ma anche alla civiltà ”, dice sconsolato un operaio.
E la stessa cosa è successa venerdì.
Prima, per salire sul treno-notte delle 21. Poi, ancora una volta a mezzanotte.
Con gli agenti della Polfer costretti a intervenire di nuovo per calmare gli animi.
Alle 23.57, però 30 persone restano a terra. Se fossero state 50, ci sarebbe stato un pullman in Autostazione ad aspettarli, per andare a Lecce.
Ma erano in 30, il bus non si sarebbe riempito ed è stato annullato.
Secondo Trenitalia, “non è successo niente di particolare. Chi sale senza biglietto deve pagare una maggiorazione di 50 euro”.
Si, ma a bordo, non a terra.
“E perchè? Più chiari e corretti di così”…
I posti in piedi, di regola, non dovrebbero essere più di 15, “ma è il capotreno che giudica se una carrozza è pericolosa o meno”.
“Invece di potenziare i treni per le festività , in particolare quelli a lunga percorrenza, i convogli vengono ridotti. Si prevede un taglio del 60% sulle vetture. Dal 13 dicembre viviamo nel caos, ogni sera è la stessa storia, un incubo. Io non ci dormo la notte a vedere come sono costretti a viaggiare i passeggeri. E questo metodo mi ha ferito veramente”, ammette un dipendente di Trenitalia.
I “Bologna-Lecce” ogni sera sono quattro (fino a qualche fa erano almeno il triplo, durante tutta la giornata), uno ogni ora dalle 21 a mezzanotte.
Solo sette carrozze.
Solo una per i posti a sedere.
Non basta mai.
Rosario Di Raimondo
(da “La Repubblica”)
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Dicembre 15th, 2011 Riccardo Fucile
A PIACENZA NON RIESCONO PIU’ A PAGARE GAS, ENEL E GASOLIO PER I MEZZI DI SOCCORSO…COSTRETTI A SCIOPERARE IN ATTESA DI UN PREVISTO TRASFERIMENTO DELLA SEDE CHE FORSE NON AVVERRA’ MAI..”SE NON POSSIAMO EFFETTUARE UN SOCCORSO NON SIAMO NOI I COLPEVOLI, RIVOLGETEVI A ROMA CHE CONTINUA A TAGLIARCI I FONDI”
Senza benzina, gas e luce. E con un debito che sfiora i 180.000 euro. 
Non si sta parlando di un’altra delle storie simbolo della crisi economica che attraversa l’Europa, ma della condizione sempre più precaria e al limite del paradossale dei Vigili del fuoco di Piacenza, rimasti ormai al “verde” e con possibilità limitate nelle azioni di soccorso.
Una paralisi, quella che sta vivendo il comando di viale Dante, che rischia addirittura di aggravarsi ulteriormente nei prossimi mesi quando i pompieri verranno trasferiti in un’altra caserma alle porte della città dove ancora non esistono mobili e fondi disponibili dal Governo per il trasloco.
Un’emergenza nell’emergenza, quindi.
E seppure i Vigili del fuoco cerchino di risparmiare sulle utenze, la cosa non è sempre possibile e di quando in quando “facciamo addirittura opera di accattonaggio per recuperare mobili d’ufficio per lavorare”.
La situazione, al limite del sostenibile per chi cerca quotidianamente di garantire la sicurezza è sfociata oggi in una manifestazione di protesta in centro città per portare a conoscenza l’opinione pubblica delle condizioni di precarietà in cui operano i pompieri.
“Non riusciamo a pagare le utenze come gas e luce- riferisce Giovanni Molinari- e la ditta che ci forniva il gasolio ha smesso la fornitura perchè non veniva pagata”.
Un debito che ha tenuto fermi tutti i mezzi di soccorso per quattro giorni perchè la cisterna interna alla caserma era completamente vuota.
All’impossibilità di saldare i conti più banali come l’utilizzo della corrente elettrica si aggiunge anche una costante carenza del personale qualificato che ruota attorno ad una cifra spaventosa (-60%), automezzi troppo vecchi per risultare effettivamente utili e macchinari per il movimento della terra non ancora tornati dall’Aquila ma indispensabili anche a Piacenza per le situazioni di emergenza.
Come è facile intuire, i Vigili del fuoco non scendono in piazza per reclamare stipendi più alti “ma per dire a tutta la cittadinanza che se non possiamo effettuare un soccorso la colpa non è nostra ma del Governo che continua a togliere fondi” sostiene Roberto Travaini (Conapo), visto che con la finanziaria varata lo scorso anno sono stati tagliati una cosa come 50 milioni di euro al corpo dei Vigili del fuoco facendo salire in maniera esponenziale il debito die pompieri piacentini nei confronti dei creditori di 170- 180.000 euro.
Ma la storica caserma di viale Dante, entro gennaio, verrà abbandonata per il trasferimento del comando provinciale sulla strada Valnure, alle porte della città .
“Di male in peggio” sembra essere l’opinione comune dei pompieri. Sì, perchè “non abbiamo i soldi per gli arredi della nuova sede e il ministero non ha ancora risposto nemmeno alla richiesta di fondi per il trasloco- testimonia Molinari- Nel frattempo facciamo opera di accattonaggio facendoci regalare i mobili da ufficio”.
E i problemi della nuova sede non saranno solo economici, ma anche logistici: l’autorimessa passerà da 1.200 a circa 650 metri quadrati, obbligando i Vigili a parcheggiare i mezzi in cortile.
Massimo Paradiso
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Novembre 30th, 2011 Riccardo Fucile
A TRE ANNI DALLA TRAGEDIA DEL LICEO DARWIN DI RIVOLI, SI ASPETTA ANCORA IL PRIMO STRALCIO DI 358 MILIONI DELLA CIFRA DI 1 MILIARDO DEI FONDI CIPE PER L’EDILIZIA SCOLASTICA… GUARINIELLO: “LE NORME CI SONO, MA MANCANO I CONTROLLI”
Tutto fermo. I soldi per la sicurezza delle scuole sono bloccati.
A tre anni esatti dal disastro del liceo Darwin di Rivoli (Torino), dove un controsoffitto crollò uccidendo lo studente Vito Scafidi, “il primo stralcio di 358 milioni di euro del miliardo dei fondi Cipe per l’edilizia scolastica pare non essere arrivato ancora a destinazione”, denuncia Legambiente.
Lo fa in occasione di un incontro organizzato da Libera, Acmos e Benvenuti in Italia, “Scuole sicure: un obiettivo per salvaguardare il futuro”, tenuto proprio nel liceo Darwin.
Lo scopo? Ricordare Scafidi, le 27 vittime decedute nella scuola elementare di San Giuliano di Puglia e i giovani della Casa dello Studente de L’Aquila, ma anche tenere alta l’attenzione sul tema.
“L’unico motivo per cui siamo qui questa mattina — ha affermato Cinzia Caggiano, madre del ragazzo — è cambiare le cose per altri ragazzi”.
Tuttavia la situazione è ancora lontana dal cambiamento: “Sono 42mila gli edifici che hanno bisogno di interventi — ha affermato Vanessa Pallucchi, responsabile Legambiente Scuola e Formazione -. Molti edifici sono stati costruiti prima del 1974, cioè prima della legge antisismica, e tanti edifici che ospitano gli alunni sono in deroga, come lo era la scuola di San Giuliano. Vito è una vittima dell’incuria del nostro paese”.
Non sembra essere un problema di leggi, quindi, ma di fondi e di controllo, come ha affermato il sostituto procuratore Raffaele Guariniello, che ha condotto l’indagine sul crollo e il processo con cui è stato condannato un funzionario della Provincia di Torino: “Le norme ci sono e sono buone, ma sono difficili da applicare perchè mancano i controlli”.
Quindi è una questione di decisioni delle amministrazioni: “C’è bisogno di risposte certe dalla politica, altrimenti noi società civile potremmo solo organizzare commemorazioni mentre vorremmo avere soluzioni”, ha dichiarato Davide Mattiello, presidente del think tank “Benvenuti in Italia”.
A tre anni dalla tragedia si torna quindi a parlare di sicurezza nelle scuole: “Non si riesce a uscire dall’emergenza — ha detto Pallucchi -. Gli enti locali, strozzati fra il patto di stabilità e il mancato trasferimento di fondi dallo Stato, non riescono più a stanziare sufficienti finanziamenti per la manutenzione delle scuole e il livello di qualità dei servizi scolastici, come mette in evidenza il nostro rapporto”.
I lavori non sono stati avviati, stando alla delibera del Cipe del 3 agosto (pubblicata il 18 novembre).
Per colpa dei ritardi nelle autorizzazioni e nella firma dei contratti non sono partiti gli interventi dei due programmi del piano straordinario per la sicurezza, il primo di un valore di 18 milioni di euro (“pari all’11 per cento dell’importo complessivo”) e il secondo da 91,2 milioni di euro (“30 per cento dell’importo complessivo”).
Solo poche settimane fa il presidente dell’Associazione nazionale dei Comuni Graziano Delrio e il presidente dell’Unione delle Province Giuseppe Castiglione avevano scritto ai ministri Raffaele Fitto e Giulio Tremonti di “adottare le necessarie iniziative affinchè, nei tempi utili e prima della chiusura del bilancio, sia completata l’assegnazione dei 358 milioni al ministero delle Infrastrutture” per “dar seguito agli interventi urgenti di messa in sicurezza degli edifici scolastici”. Eppure gli interventi erano stati decisi nella primavera del 2010.
Il primo piano straordinario aveva assegnato 358 milioni di euro direttamente a Comuni e Province per mettere in sicurezza 1.706 istituti scolastici sull’intero territorio nazionale.
Delle circa 1.600 convenzioni stipulate tra enti locali e governo “il Ministero delle Infrastrutture ha potuto approvare e impegnare risorse solo per 770 convenzioni, poichè la disponibilità di cassa di cui dispone non consente di dare seguito alle altre convenzioni”, segnalavano Delrio e Castiglio.
Appello tardivo, caduto nel vuoto con il governo.
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Novembre 20th, 2011 Riccardo Fucile
LA SPARTIZIONE E’ IN CORSO, TUTTO SI NEGOZIA: LA BOMBA SCOPPIERA’ A MARZO, QUANDO SCADRANNO IL CONSIGLIO DDI AMMINISTRAZIONE DELLA RAI, I COMMISSARI DELL’AGCOM E IL GARANTE DELLA PRIVACY
Una ventina di poltrone che ne terremoteranno molte di più.
Dirigenti e direttori, consulenze e incarichi: e a decidere “chi va dove” sarà il Parlamento delle larghe intese.
Inutile domandarsi quale sarà il criterio di spartizione: uno a me, uno a te, un altro al Terzo Polo.
In mezzo c’è l’incomodo, che ha già cominciato a battere i piedi.
È l’opposizione, nella persona della Lega Nord.
Se infatti i 7 membri del Cda Rai e il successore di Lorenza Lei, gli 8 commissari dell’autorità garante per le comunicazioni e l’erede di Corrado Calabrò, i quattro garanti dei dati personali con l’aggiunta del sostituto di Francesco Pizzetti resteranno in carica fino a primavera, c’è una poltrona che dovrebbe liberarsi subito, quella del Copasir.
Il comitato parlamentare per la sicurezza della Repubblica è composto da dieci parlamentari e controlla i servizi segreti.
Visto il compito delicato, la norma dice che deve essere presieduto da un esponente della minoranza parlamentare e che al suo interno deve essere garantita “la rappresentanza paritaria della maggioranza e delle opposizioni”. Ora a guidarlo c’è Massimo D’Alema (Pd). Ha rimesso il suo mandato ai presidenti di Camera e Senato perchè possano valutare “l’anomalia” del momento.
Dalle parti di via Bellerio sono nervosi. Non hanno preso bene le dichiarazioni del leader Pd che ieri ha detto: “Mi pare che il primo obiettivo della lotta della Lega siano le poltrone, non so quale sarà il secondo”.
Loro sono furibondi e avvertono: “Se non ci danno quello che ci spetta ci mettiamo a fare i cattivi su tutto”.
Cioè la commissione di Vigilanza Rai, le 14 commissioni permanenti di Camera e Senato, le giunte, le commissioni speciali e d’inchiesta.
La Lega (in qualità di partito della ex-maggioranza) ne presiede 5: la commissione Bilancio, la Esteri e quelle sulle Attività produttive, i Lavori pubblici e le Politiche comunitarie.
Per questo nel Pd devono fare i conti con due istinti contrapposti: da un lato evitare di concedere alla Lega di “crogiolarsi nel ruolo dell’opposizione”, perchè quella che sostiene il nuovo esecutivo “non è una maggioranza politica”.
Dall’altro sperare che D’Alema non sia “così sprovveduto da non considerare le conseguenze che comporterebbe tenersi quella poltrona”.
Ancora una volta il mediatore potrebbe farlo il Terzo polo: se Fini, da presidente della Camera, sarà uno degli incaricati di valutare l’affare-Copasir, Casini potrebbe essere la persona giusta per favorire lo “scambio” tra la poltrona di D’Alema e quella della commissione Esteri, ora nelle mani del leghista Stefani.
Pare che la trattativa sia a buon punto, anche se ovviamente i leghisti sbraitano appena gliela nomini. “
Tra i leghisti non c’è accordo su come gestire la partita.
Nè tantomeno sui nomi.
La parte vicina a Umberto Bossi fa il nome di Roberto Maroni: l’ex ministro dell’Interno è il più adatto a quel ruolo.
Ma i parlamentari vicini a “Bobo” sanno che finire al Copasir significherebbe arginare la sua ascesa politica e tenersi Reguzzoni come capogruppo (in teoria “scade” a Natale).
Candidare il braccio destro di Bossi al posto di D’Alema, invece, sarebbe un modo per farlo uscire di scena senza drammi e far cominciare il cammino da leader a Maroni .
Ma sono ipotesi che non fanno i conti con una certezza, che pare assodata, sia tra i maroniani che nel cerchio magico: “D’Alema non se ne andrà mai, dovremo rivolgerci al Capo dello Stato”.
Paola Zanca
( da “Il Fatto Quotidiano“)
(image diksa53a)
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Novembre 14th, 2011 Riccardo Fucile
LA POLIZIA PENITENZIARIA E’ SOTTO ORGANICO, FINALMENTE ARRIVANO DELLE ASSUNZIONI MA NITTO PAOLA HA VOLUTO LE RECLUTE PER LA SFILATA A ROMA… L’ASSEGNAZIONE ALLE SEDI PUO’ ASPETTARE
Da due mesi 750 reclute della polizia penitenziaria sono inutilizzate, in attesa di essere impiegate nelle carceri italiane che soffrono di una cronica carenza di personale.
Sono rimaste “disoccupate”per tutto questo tempo perchè hanno dovuto attendere di essere passati in rassegna ieri a Roma, dal ministro della Giustizia Nitto Palma.
Il Guardasigilli ha sfileto davanti a loro a bordo di una lussuosa jeep cabrio nel corso della cerimonia di giuramento del 163/mo corso che si terrà nella Scuola di formazione della Polizia Penitenziaria di via di Brava 99.
Ma questa cerimonia è stata pesantemente ctiticata dai sindacati di polizia, in particolare da quelli di area centrodestra. “È un inutile spreco di risorse”, tuona Domenico Mastrulli, segretario generale dell’Osapp. “Inopportuna – ha aggiunto – nel momento in cui il governo è dimissionario”.
“Mandate quegli agenti nelle zone colpite dall’alluvione in Liguria”, è l’appello al ministro della Giustizia di Donato Capece e Roberto Martinelli, segretario generale e segretario generale aggiunto del Sappe.
“Di quelle 750 reclute – aggiungono – 100 si erano “diplomati” nella scuola di Cairo Mmntenotte. Anzichè stare fermi nelle scuole a fare nulla, sarebbe stato meglio destinarli a Genova per metterli a disposizione delle autorità e della Protezione Civile. Nell’immediatezza dell’esondazione dei torrenti, nella zona di Marassi, una trentina di agenti hanno fornito un importante contributo ai cittadini del quartiere devastato”.
Ma l’appello a Nitto Palma di mandare i neo-poliziotti “a spalare fango a Genova” è rimasto inascoltato.
Anche il vice capo del Dap, Simonetta Matone, ha rifiutato la proposta dei sindacati: quegli agenti dovevano servire per la sfilata davanti al ministro.
La parata simil militare, sì.
Aiutare le popolaziioni liguri vittime dell’alluvione, no.
Prendere servizio nelle carceri super affollate, no.
Solitamente il giuramento si teneva nella Scuola dove si era svolto il Corso di Formazione, tra Parma, Roma, Sulmona, Cairo Montenotte e Catania.
Nonostante i tagli lineari del governo Berlusconi che hanno messo in ginocchio il sistema-sicurezza in Italia, il ministro Nitto Paola ha deciso comunque di spostare tutti i 750 agenti a Roma e di organizzare così un mega giuramento in pompa magna.
È come se, per intenderci, il ministro La Russa decidesse di spostare tutte le reclute di tutte le caserme d’Italia a Roma, per giurare fedeltà alla Patria.
Nitto Palma, per disinnescare la mina di una manifestazione di protesta annunciata dai due sindacati proprio nel giorno della cerimonia, li ha ricevuti promettendo loro una accelerazione della procedura di assegnazione delle reclute.
Il Sappe ha ricordato al Guardasigilli come il sistema carceri sia “alle soglie dello “stato di calamità ” con oltre 67mila detenuti presenti, a fronte dei circa 43mila posti letto, e 7mila e 500 agenti in meno in organico”.
I soldi sprecati per la fastosa cerimonia del giuramento nella Capitale avrebbero potuto, sostengono i sindacati, finanziare “il mancato pagamento di migliaia di missioni svolte dal personale. Le decine di migliaia di ore di lavoro straordinario non pagate. Il miglioramento delle pessime condizioni di molti posti di servizio nei quali quotidianamente lavorano i “baschi azzurri””.
La protesta sindacale è stata dunque sospesa. Ma il malumore delle organizzazioni di categoria resta.
“Questi 750 neo agenti – spiega ancora Mastrulli, avrebbero potuto tranquillamente fare il giuramento nelle tre scuole d’Italia dove hanno svolto il corso. È stato troppo costoso farli venire apposta a Roma”.
Solo 300 agenti, infatti, saranno ospiti all’interno della scuola di Roma, gli altri saranno alloggiati in albergo e quindi ci saranno 2000 notti da pagare, pullman dell’amministrazione che viaggiano per mezza Italia, andata e ritorno, spese di missione.
Un costo stimato dai sindacati in alcune decine di migliaia di euro.
Troppi, in un momento di crisi dell’economia. E della politica.
(da “L’Espresso”)
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Novembre 11th, 2011 Riccardo Fucile
DITTE CHE NON POTREBBERO LAVORARE SONO INVECE AL SERVIZIO DI ENTI PUBBLICI, COLLAUDI MAI FATTI, UN’EMERGENZA CHE CREA BUSINESS…E UN GOVERNATORE CHE DIVENTA ANCHE COMMISSARIO DI SE STESSO
Vediamo di porre in luce alcune questioni:
1) con l’emergenza arrivano più soldi da gestire e chi li gestisce lo può fare in deroga a molte norme, come ben sappiamo per le ormai note vicende della Protezione Civile tra Bertolaso & Balducci;
2) Burlando era il Commissario per l’emergenza prima e lo è di nuovo per quella nuova;
3) le opere che lui dichiara effettuate per la “messa in sicurezza” del Fereggiano (quelle della ditta del Furfaro Antonio già citato negli atti dell’Antimafia e che, al quotidiano Il Secolo XIX qualche mese fa, dichiarava che lui fa offerte con ribassi altissimi perchè non partecipa per guadagnare ma per “cambiare i soldi”), ovvero copertura e parcheggio sul torrente, NON SONO STATE ANCORA COLLAUDATE, visto che la stessa Regione Liguria dice che il collaudo è ancora in corso!
Chiaro?
Se non arrivano i soldi per le emergenze, i soldi in cassa sono pochi e certi appalti e incarichi proprio non si possono dare.
Con le emergenze i soldi da distribuire sono di più… molti di più e, con gli incarichi di somma urgenza e le procedure “semplificate”, tutto si svolge in modo sempre più lontano dal possibile controllo da parte dei cittadini.
La notizia che il collaudo delle opere sul Fereggiano non sia stato ancora concluso è stata scritta e data ieri, nero su bianco, dalla Regione durante la Conferenza Stampa di Burlando, ma pare che questo “dettaglio” non abbia attirato molta attenzione.
Ora vediamo quanto ci vuole anche per far emergere la questione della ditta incarica per i lavori annunciati e lodati dallo stesso Burlando, Commissario Delegato della Presidenza del Consiglio dei Ministri – Protezione Civile, ovvero quella del Furfaro… oltre al fatto che la Eco-Ge dei Mamone, per cui il Prefetto di Genova, nel luglio 2010, ha trasmesso agli Enti Appaltanti un’informativa antimafia atipica, finalizzata ad evitare che a questa società venissero dati e confermati incarichi pubblici, continua a lavorare alla grande con incarichi diretti da parte delle Società pubbliche, con subappalti di lavori delle Società pubbliche e con incarichi di somma urgenza per l’emergenza alluvione di questi giorni.
A Genova le misure interdittive, tipiche o atipiche che siano, sono sistematicamente ignorate… un dato inquietante che pare non interessi ai più!
Deve esserci una allergia inguaribile rispetto al termine ed alla pratica della “prevenzione”… ma così qualcuno, alla fine, può gestire più soldi e seguire meno vincoli, mentre altri possono incassare ben di più di quanto le povere casse degli Enti locali possono offrire in assenza dei disastri che, con distruzione e drammi, portano anche stanziamenti straordinari!
Prima creo il danno e poi riparo il danno, spendo soldi pubblici prima e ne se spendo di più dopo… che bel modo di Amministrare!
Ufficio di Presidenza
Casa della Legalità
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Novembre 5th, 2011 Riccardo Fucile
GIOIA E JANISSE DI 8 E 1 ANNO NON CI SONO PIU’, TRAVOLTE DALL’ONDATA DI ACQUA E FANGO CHE HA DEVASTATO GENOVA, MA ANCHE VITTIME DELLA CATTIVA GESTIONE DELL’EMERGENZA…LA RABBIA DEL PERSONALE DELLA SCUOLA
L’inferno di acqua, fango e detriti ancora negli occhi. Lacrime che scorrono sulle guance.
«È una nostra bambina, Gioia, veniva a scuola qui e ora non c’è più», si dicono insegnanti, bidelli e amministrativi nell’atrio della Giovanni XXIII, materna, elementari e medie, in piazza Ferraris, alla fine di via Fereggiano, nel cuore della tragedia.
Gioia, otto anni, ieri mattina era al sicuro nella sua classe, la III B.
Ma la mamma, Shiprese Djala, 28 anni, albanese, preoccupata per quell’apocalisse di pioggia, è corsa a scuola a prenderla, con la piccola Janissa, un anno, tra le braccia.
Tutte e tre sono morte nell’androne di un palazzo a pochi metri dalla scuola, travolte dall’onda di piena.
Alla Giovanni XXIII non si danno pace. «Arrivavano i genitori lividi dalla paura e dall’apprensione per i loro bambini. Cercavamo di convincerli a restare, di trattenerli, ma molti temevano di rimanere bloccati – racconta il segretario della scuola, Tommaso Pezzano -, allora per non lasciarli andare li mandavamo dai vigili urbani, lì fuori, che fossero loro a persuaderli. Altri invece si sono fermati con noi, abbiamo raccolto i panini e l’acqua che c’erano ancora nel refettorio e lo abbiamo diviso. Un papà ha racimolato tre candele e con quelle ci siamo aiutati fino a sera quando la cinquantina di persone, adulti e bambini che erano rimasti qui sono stati portati via dai soccorritori».
«Un padre – ricorda Pezzano con gli occhi che si riempiono di lacrime – è venuto a piedi da Nervi, chilometri di marcia sotto la pioggia, mi ha guardato con il terrore negli occhi: la mia bambina?, mi ha chiesto. L’ho rassicurato, la piccola era con noi, ai piani alti della scuola. Quel pover’uomo ha camminato per due ore per la sua bambina».
Ma tra il personale della scuola c’è anche tanta rabbia.
«Ci hanno mandato una nota dal Comune – racconta Pezzano -, poche righe: stato di allerta meteo, ma che cosa significa? Tutto e nulla. E noi cosa avremmo dovuto fare?. Nessuno ci dava indicazioni».
Nella comunicazione scritta del Comune di Genova, testualmente, «si invitano pertanto le famiglie a connettersi tempestivamente con i mezzi di comunicazione pubblici per acquisire informazioni su eventuali provvedimenti adottati a tutela della pubblica incolumità ».
«Si’, peccato che alle 11 luce e quindi tv e internet sono saltati, neppure i cellulari funzionavano e anche per questo molti genitori sono corsi a scuola per prendere i loro bambini, per portarli a casa, per averli sotto gli occhi – dice Pezzano amaramente -. Abbiamo deciso noi autonomamente di tenere i bambini rimasti e di accogliere quelli che volevano entrare. Ma nessuno per ore e ore si è presentato per chiederci come andava. Eppure noi eravamo al centro dell’inferno. Solo alle 13 una vigilessa, disperata perchè aveva perso il suo collega e non riusciva a trovarlo, è entrata nella scuola e ci ha detto di andare ai piani alti per metterci in salvo».
All’interno della scuola, dunque, i bimbi erano effettivamente sicuri ma molti sono convinti che la chiusura degli istituti avrebbe potuto evitare la tragedia, «dando ai cittadini – dice un insegnante – il vero senso dell’allarme e della preoccupazione delle autorità ».
(da “Il Secolo XIX”)
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Novembre 2nd, 2011 Riccardo Fucile
ASSEGNATE GRATIS O A CANONI IRRISORI PER “MOTIVI DI SICUREZZA”… NELLA LISTA NERA DEL SINDACATO ANCHE EX QUESTORI E IL CAPO DELLA SEGRETERIA DI MANGANELLI
Appartamenti da duecento metri quadrati nelle zone più chic di Roma occupati da dirigenti della polizia di Stato in pensione, da parenti di alti funzionari, da figli di prefetti in carica.
Alloggi di servizio trasformati in abitazioni di lusso grazie a maxi-ristrutturazioni pagate con denaro pubblico.
E ancora: una procedura di assegnazione fumosa, sulla quale il Viminale rivendica “criteri arbitrari legati a motivi di sicurezza” nascondendoli ai sindacati di polizia, da anni senza spiegazioni.
Eccola l’affittopoli romana della polizia di Stato.
Un caotico giro di case del ministero dell’Interno assegnate gratuitamente o affittate a canoni irrisori a chi non ne avrebbe più diritto, perchè in pensione, o perchè quel diritto non l’ha mai avuto.
Emblematico il caso dell’ex questore di Roma Marcello Fulvi. Nonostante sia in pensione da oltre un anno, e nonostante sia stato nominato commissario prefettizio a Quarto in provincia di Napoli, occupa ancora un appartamento di 150 metri quadrati in un bel palazzo di via Simeto, quartiere Pinciano Parioli.
Locale peraltro ristrutturato per tre volte in sette anni.
C’è poi chi, per la carica ricoperta o perchè già proprietario di case a Roma, non dovrebbe rientrare nelle assegnazioni.
Il romano Maurizio Billi, ad esempio. Il direttore della banda musicale della polizia che ha un alloggio di servizio vicino alla stazione Termini, alle spalle della scuola tecnica, ex reparto mobile Castro Pretorio.
“È tutto regolare – sostiene – l’ho ottenuto anni fa direttamente dal capo della polizia”. In base a criteri, appunto, discrezionali, tra i quali però non si intravedono esigenze di sicurezza.
Altro caso, il primo dirigente Tiziana Terribile. Ha ottenuto un alloggio di 200 mq nella centralissima piazza del Collegio Romano quando è diventata segretaria del capo della polizia Antonio Manganelli.
A tutt’oggi, lasciato quell’ incarico per un altro non operativo al Dipartimento di Pubblica Sicurezza, vive lì.
Conosciuta dai piantoni dello stabile come la “segretaria del capo”. “La segretaria di Manganelli? – dicono – sì abita qui, potete entrare anche dal retro del palazzo”.
La fotografia dell’affittopoli della polizia è contenuta in un dossier del sindacato di polizia Silp di Roma, realizzato dopo un monitoraggio svolto sui 230 appartamenti (dai 100 ai 250 metri quadrati) assegnati a funzionari e prefetti distribuiti nei quartieri della Roma bene, dai Parioli, all’Ara Pacis, dal Colosseo a Prati.
“Ci risulta – dice Gianni Ciotti, segretario provinciale del sindacato di polizia Silp – che almeno il 20 per cento di questi, una cinquantina di case, sia occupato abusivamente da pensionati della polizia e anche da ex mogli e figli di aventi diritto. Soggetti che nella giungla legislativa delle assegnazioni non hanno proprio nè titoli nè requisiti per poter usufruire dell’agevolazione”.
Sacche di privilegio in un’ amministrazione, quella della Polizia di Stato, che soffre di una cronica mancanza di fondi per la benzina delle volanti e i commissariati.
Nella “lista nera” del sindacato sono finiti altri nomi.
L’attuale questore di Arezzo, Felice Addonizio, oltre ad avere una casa di proprietà nella capitale e l’alloggio di servizio ad Arezzo, risulta ancora residente in un appartamento, vista Colosseo, all’ultimo piano di un palazzo nei pressi di via Marco Aurelio.
Suo dirimpettaio il questore Aldo Nardiello, ex vicario di Roma, attualmente in servizio all’Ufficio centrale ispettivo, un incarico che non prevede il “benefit” alloggio.
C’è pure il nome di Antonio Tomassetti che in pratica si è assegnato un alloggio da solo.
Quando ha ricevuto in uso un enorme locale sulla Portuense infatti ricopriva l’incarico di gestire le pratiche per le assegnazioni delle case ai colleghi, in qualità di dirigente dell’ufficio tecnico logistico della Questura.
Poi è stato spostato ad altro ufficio al Viminale, ma quell’appartamento è ancora suo. Così come risulta aver usufruito di un loft nel cuore di Roma (via del Teatro Marcello) il prefetto Mario Esposito, ottenuto quando era direttore della V divisione della Polaria, mantenuto malgrado il trasferimento alla direzione dell’istituto superiore di polizia, e abitato nei dodici mesi successivi alla pensione.
Anche chi ha cariche minori, per i soliti oscuri motivi “discrezionali” è riuscito ad avere gli alloggi di servizio.
Ci sono 33, tra ispettori, agenti e assistenti, che abitano un intero palazzo dell’ amministrazione, senza alcun titolo.
Qualche giorno fa (mercoledì 12 ottobre), qualcuno si è accorto dell’abuso che durava da 35 anni e a più di un poliziotto è stata recapitata la notifica di sfratto esecutivo. “Stranamente – dice Ciotti – qualcuno sta cominciando a mettere a posto le cose, ma come sempre si comincia dal “basso”. Mi sta bene che le irregolarità vengano sanate, ma adesso voglio proprio vedere se gli sfratti arrivano anche a chi sta in alto”.
In quello stesso palazzo di via Trionfale, un alloggio della polizia, da anni, è stato addirittura trasformato in uno studio legale dove esercita la figlia di un ispettore in pensione.
Dove sono le esigenze di sicurezza? E quale logica segue la “discrezionalità ” del Viminale?
“Ci sono dei criteri di massima che tengono conto, ovviamente, della qualifica e dell’incarico del beneficiario – spiegano dal Dipartimento di Pubblica Sicurezza – il margine di discrezionalità è legato a motivi di opportunità e sicurezza che, come intuibile, non è sempre possibile far conoscere a terzi”.
Da un lato quindi l’esigenza di mantenere la riservatezza su situazioni delicate. Dall’altro però lo stesso Dipartimento riconosce l’esistenza di occupazioni “abusive”. Tanto che proprio negli ultimi tempi sono state riviste alcune posizioni e ordinati gli sfratti.
Come nel caso del palazzo degli ispettori.
Federica Angeli e Fabio Tonacci
(da “La Repubblica”)
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