Maggio 30th, 2012 Riccardo Fucile
IL GOVERNO PUNTA SULLE INFRASTRUTTURE PER LA CRESCITA MA, DALLA TORINO-LIONE AL BRENNERO, SI TRATTA QUASI SEMPRE DI INVESTIMENTI FERROVIARI DESTINATI AD ARRICCHIRE SOLO BANCHE E COSTRUTTORI
Il ministro Corrado Passera ha annunciato che, con l’intervento dei privati, si potrà arrivare a investimenti di 100 miliardi nei prossimi anni.
Tantissimi soldi, ma ricordano quelli per le “grandi opere” di Berlusconi, mai concretizzatisi. Tuttavia un certo numero di “grandi opere”, oltre la Torino-Lione, stanno per davvero per essere avviate dal governo Monti.
L’attenzione si è spesso concentrata sul tunnel della Val di Susa, ma è forte il rischio che questi altri investimenti possano rivelarsi, nel complesso, un affare anche peggiore per il Paese.
Alcune sono già finanziate in parte, altre hanno passato la cruciale soglia dell’approvazione del Cipe.
Si tratta del tunnel ferroviario del Brennero, della linea ferroviaria Milano-Genova (nota come “terzo valico”, essendocene già due, sottoutilizzati), la linea Alta velocità Treviglio-Brescia-Padova, le nuove linee ferroviarie Napoli-Bari e Palermo-Catania, che non sono ad alta velocità ma costano come se lo fossero, e il miglioramento della linea ferroviaria Salerno-Reggio Calabria (forse, tra queste, la più sensata).
Vi è anche un’intesa politica “bipartisan” per la nuova linea Av Venezia-Trieste, mentre non è chiaro al momento il destino del Ponte sullo Stretto di Messina.
Il costo totale preventivato supera i 27 miliardi di euro (e chissà poi il consuntivo).
Circa l’auspicato e generoso intervento dei privati, in questo settore in generale si tratta di “prestiti mascherati”, in cui i privati, forse anche a ragione, in realtà non rischiano nulla. L’esperienza dell’Alta velocità dovrebbe insegnare: la Commissione europea costrinse lo Stato a versare 11 miliardi “cash” alle Fs, perchè non riconobbe alcun reale rischio privato nell’operazione.
Ma la memoria è labile quando si tratta dei soldi dei contribuenti.
Quali caratteristiche hanno in comune le opere sopra elencate
Non sono stati resi pubblici i piani finanziari: cioè non è noto quanto sarà a carico dei contribuenti e quanto a carico degli utenti.
La cosa sembra inquietante in un periodo di grande scarsità di soldi pubblici. Non sono in generale note nemmeno analisi costi-benefici comparative di tali opere, per determinarne la priorità in funzione del benessere sociale che creano (o distruggono).
I finanziamenti non sono “blindati” fino a garantire il termine dell’opera.
La normativa recente che consente di realizzarle “per lotti costruttivi”, invece che “per lotti funzionali” rende possibili cantieri di durata infinita.
Sono tutte opere ferroviarie, ed è noto che la “disponibilità a pagare” degli utenti per la ferrovia è molto bassa, tanto che se si impongono tariffe che prevedano un recupero anche parziale dell’investimento, il traffico tende a scomparire, al contrario che per le autostrade.
Questo aspetto rende discutibile la scelta di privilegiare le ferrovie, quando i soldi sono così scarsi. In effetti, i benefici ambientali delle ferrovie sono indiscutibili.
Ma non è più così in caso di linee nuove: le emissioni “da cantiere” rendono il risultato ambientale molto dubbio.
Il contenuto occupazionale e anticiclico di tali opere appare modesto: si tratta di tecnologie “ad alta intensità di capitale” (in media, solo il 25% dei costi sono di lavoro).
Vediamo ora i pochi aspetti specifici che sono noti di alcune di queste opere.
La debolezza delle informazioni di cui si dispone è un problema politico in sè: investimenti pubblici di questa portata dovrebbero essere documentati in modo trasparente.
Sul “terzo valico” l’Ing. Mauro Moretti, ad di Fs, si è espresso più volte mettendone in dubbio la priorità , tanto da dover essere ripreso con una lettera al Sole 24 Ore dall’ex ministro Lunardi. L’analisi costi-benefici della linea Av Milano-Venezia, è stata dimostrata inconsistente su lavoce.info.
Per il tunnel del Brennero, gli austriaci da tempo esprimono dubbi sulle proprie disponibilità finanziarie.
Certo, se l’Italia costruisse la propria metà , vi sarebbero molti problemi per i treni, senza l’altra metà del tunnel. L’analisi costi-benefici, presentata da Fs per la linea Napoli-Bari, è stata dimostrata del tutto indifendibile, sempre su lavoce.info.
Anche in questo caso, nessuna smentita è pervenuta.
È una leggenda che le infrastrutture generino nel tempo la domanda che le giustifica: la linea di Alta velocità Milano-Torino, costata 8 miliardi e con una capacità di 330 treni/giorno, ne porta, dopo tre anni dall’entrata in servizio, appena 20.
Nè la realizzazione del collegamento Torino-Lione ne genererebbe molti di più: le stime ufficiali (ma quelle del progetto completo, non di quello attuale, molto più modesto) parlano di neanche 20 treni aggiuntivi.
Ma il problema maggiore non è la debolezza della domanda ferroviaria quanto i cantieri infiniti, consentiti dall’attuale normativa.
Per ragioni di consenso si rischia di avere moltissime opere non finite in tempi ragionevoli, con costi economici stratosferici.
Non sembra il momento di perseverare con queste logiche, proprie di una diversa fase politica ed economica.
Ma chi avrà il coraggio di dire di no a tanti “sogni nel cassetto” di politici, banche e costruttori locali, soprattutto in vicinanza di elezioni?
Marco Ponti
(professore di Economia dei trasporti al Politecnico di Milano)
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 28th, 2012 Riccardo Fucile
GIARDA: “SCOVIAMO GLI SPRECHI PER FAR VERSARE MENO TASSE”… COMPLESSIVAMENTE I COSTI AGGREDIBILI AMMONTEREBBERO A 300 MILIARDI
Cento miliardi subito, trecento nel medio periodo: sono queste le basi dalla quali il governo intende partire per realizzare la spending review, la revisione della spesa pubblica necessaria per impedire – nell’immediato – l’aumento delle aliquote Iva (previsto per l’autunno), e per realizzare – più in là – l’attesa riduzione delle pressione fiscale.
I tagli, quindi, si faranno in due tappe: prima il governo guarderà ai cento miliardi di spesa pubblica «potenzialmente aggredibile nel breve periodo» con «aggiustamenti che si possono fare subito, dall’oggi al domani», poi sempre coinvolgendo gli enti locali, la base sulla quale lavorare per scovare gli sprechi sarà allargata ai trecento miliardi.
Ma lì i cambiamenti saranno «robusti» e dovranno passare attraverso «modifiche delle regole di vita e delle abitudini».
Lo ha detto ieri Piero Giarda parlando ai microfoni di Radio Vaticana.
C’è molto da fare, ha detto il ministro dei Rapporti con il Parlamento, perchè «tutto il settore pubblico, dallo Stato fino all’ultimo dei Comuni, non si è adattato alle nuove condizioni: purtroppo, o per sfortuna, o per nostra incapacità , sono quasi dieci anni che il Paese non cresce più».
La revisione della spesa, ha precisato Giarda è «l’operazione che cerca di riconsiderare se le nostre abitudini del passato sono ancora compatibili con la situazione economica che stiamo vivendo».
Non è così, dunque «bisogna immaginare di essere una famiglia in cui è nato nuovo bambino: il papà e la mamma devono fare i conti di quanto spendevano prima» e guardare a tutte le voci d’uscita accumulate nel passato.
«Devono mettere ordine, rinunciare a qualcuno dei loro vizietti per tenere in vita il bimbo».
La metafora del buon padre di famiglia, insomma.
Certo che l’opera di revisione è imponente visto che passerà al setaccio una quota consistente di tutta la spesa pubblica: settore che nel 2011 ha toccato nel suo complesso 793 miliardi di euro, compresi i 70 per interessi.
I tempi si fanno stretti: ora le mani vanno affondate in quella massa di cento miliardi di spesa pubblica – divisa fra Stato, enti previdenziali, regioni ed enti locali – «aggredibile» subito (anche se «ci dedichiamo un po’ all’uno un po’ all’altro» dei due fronti, ha specificato Giarda).
Entro la fine dell’anno va realizzato un risparmio di 4,2 miliardi necessario ad evitare l’aumento delle aliquote Iva che scatterebbe in ottobre.
Da dove si comincia? Indicazioni più precise dovranno essere fornite in settimana nella relazione del commissario Enrico Bondi al comitato interministeriale presieduto da Monti.
«Tutto il governo, diversamente dal passato, è pienamente convinto che bisogna intervenire. I ministri stanno proponendo progetti di ristrutturazione delle loro attività e il clima è positivo» ha sottolineato Giarda.
Poi certo, ha ammesso, «le resistenze cominceranno ad essere percepite quando i provvedimenti, da progetto, si tradurranno in iniziative legislative».
I primi riscontri reali si avranno appunto con la relazione di Bondi.
L’analisi dovrebbe essere incentrata sulla spesa per beni e servizi sostenuta di ministeri, regioni, enti e comuni.
Il capitolo più grosso dovrebbe riguardare la spesa sanitaria e i diversi prezzi che le stesse voci (dal costo della tac a quello per le garze) possono avere sul territorio. L’idea di fondo è che tutti i centri di spesa acquistino beni e servizi (a partire dall’elettricità ) al minor prezzo disponibile grazie al controllo della Consip, la centrale unica di acquisti.
E’ un quadro questo che non convince le opposizioni: Italia dei valori chiede al governo di aumentare anche i tagli alla politica e di risparmiare sulla parata del 2 giugno.
Rifondazione comunista accusa Giarda «di sparare cifre a vanvera».
Luisa Grion
(da “La Repubblica“)
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Maggio 19th, 2012 Riccardo Fucile
SONO 150 I MILIONI L’ANNO DESTINATI A QUESTI ENTI: ERANO 356 E SONO DIVENTATI 72, MA IN REALTA’ NE RESTANO OLTRE 100, VERI E PROPRI STIPENDIFICI DI DIPENDENTI CHE NON LAVORANO
Ogni giorno timbrano il cartellino anche se, sulla carta, l’ente per il quale lavorano non esiste da tre anni. 
Tanto è trascorso da quando in Puglia sono state soppresse le Comunità montane sull’onda del clamore mediatico che aveva travolto l’ente «senza montagna» delle Murge, che comprendeva il Comune di Pelagiano, provincia di Taranto, 39 metri sul livello del mare.
Ma proprio questa Comunità che aveva fatto gridare allo scandalo è ancora lì in piedi, anche se formalmente chiusa.
È vero, non c’è più un consiglio d’amministrazione che garantisce gettoni d’oro a sindaci e assessori, ma dal 2010 la Regione pugliese paga un commissario liquidatore con indennità pari a oltre 20 mila euro l’anno e due dipendenti.
La Comunità delle Murge è il simbolo di come la furia moralizzatrice e la corsa a tagliare gli enti montani si sia trasformata in un grande spreco che vede oggi le Regioni continuare a spendere 150 milioni di euro per gli stipendi di 4.500 dipendenti e altri 162 milioni per 7.500 forestali: il tutto per svolgere pochi servizi, o nessuno, causa assenza di fondi per investimenti.
Un paradosso nato dal fatto che da un lato lo Stato ha azzerato i trasferimenti a questi organismi e, dall’altro, le Regioni si sono affrettate a sopprimere le Comunità senza però trovare una soluzione per i lavoratori.
Risultato? Si pagano solo stipendi e si scopre che le Comunità continuano a spendere 14,9 milioni di euro all’anno in consulenze, mentre i boschi rimangono abbandonati perchè mancano i soldi per la loro manutenzione.
«Un assurdo, da anni chiediamo una riorganizzazione omogenea del sistema in tutto il Paese, che trasformi le Comunità in unioni di Comuni in modo da poter dare indipendenza economica a questi enti e ottenere veri risparmi mettendo insieme servizi», dice Enrico Borghi, presidente della commissione della montagna dell’Anci.
In Italia attualmente vige il caos, con alcune Regioni che hanno chiuso formalmente questi enti e altri che li mantengono in vita per fare anche la riscossione dei tributi: come nel Cadore, dove il Comune Calanzo ha deciso di togliere questo servizio a Equitalia per affidarlo alla Comunità di Valbelluna.
Ma quante sono le Comunità rimaste in vita? Quanto costano? Cosa fanno?
Le Comunità in liquidazione
Molte Regioni come Basilicata, Liguria, Molise, Puglia e Toscana, hanno soppresso le Comunità e altre Regioni hanno votato leggi per la loro trasformazione in unioni di Comuni, come Piemonte, Lazio e Campania.
Formalmente ne rimangono in piedi solo 72 sulle 300 attive nel 2008, in gran parte concentrate in Valle d’Aosta (8), Trentino Alto Adige (23), Lombardia (23), Veneto (19), Emilia Romagna (10), Marche (9).
In realtà , considerando quelle in liquidazione, sono ancora 201 gli enti in piedi con in carico i dipendenti, ma senza un euro per svolgere servizi.
Situazione, questa, che sta diventano allarmante soprattutto al Sud, con le Regioni che di fatto versano, quando lo versano, lo stretto necessario a pagare i lavoratori e in più garantiscono parcelle d’oro a una pletora di commissari liquidatori: «Diciamo che quando c’eravamo noi politici nei consigli d’amministrazione si gridava allo scandalo, oggi ci sono i burocrati e nessuno dice nulla», sottolinea Borghi.
Ma quanti sono questi enti fantasma e quali i costi affrontati per la loro liquidazione? Simbolo di quanto sta accadendo è la Comunità delle Murge, che comprende il Comune di Palagiano, a meno di 40 metri dal livello del mare. La Puglia ha chiuso questa Comunità nel 2008.
A tre anni di distanza, però, l’ente è ancora lì, con un liquidatore e due dipendenti: «Ci hanno chiuso ma solo formalmente, perchè noi veniamo ancora a lavorare in attesa di essere trasferiti da qualche parte», dice un funzionario.
Già , ma la Provincia non li vuole, e nemmeno i Comuni che non hanno i fondi per pagare i loro stipendi. Stesso discorso avviene in Molise, con le sei Comunità soppresse di cui cinque però ancora in liquidazione perchè non si riesce a pagare i creditori.
Nel frattempo la Regione ha appena erogato 5 milioni di euro per pagare gli stipendi: «Ovviamente – ha detto l’assessore agli Enti locali Antonio Chieffo all’indomani dello stanziamento – quello del pagamento degli stipendi ai dipendenti è soltanto un aspetto. Nei prossimi mesi auspichiamo un’immediata collocazione di tutto il personale».
Ma in Italia si sa: nulla è più duraturo del provvisorio.
Anche in Campania la situazione è identica, con la Regione che versa alle Comunità i fondi necessari a pagare solo i 677 stipendi, e il discorso non cambia in Calabria dove le 20 Comunità mantengono 516 persone o in Umbria.
Certo, c’è da chiedersi come mai in queste Regioni gli addetti siano di più che in Lombardia (390) o in Veneto (183) ma tant’è, questo personale è ormai sul groppone anche se nessuno lo vuole.
Al Sud si aggiunge poi un altro paradosso: che le Comunità oltre a mantenere i dipendenti, debbano garantire le giornate lavorative a un esercito di forestali, anche qui senza sapere bene come impiegarli visto che non ci sono fondi per realizzare progetti sulla tutela dei boschi: tanto per fare un esempio, in Piemonte i forestali sono appena 532, in Campania 4.500 anche se il record appartiene alla Sicilia con 30 mila addetti (quasi la metà di tutto il resto del Paese).
Ma nell’isola “virtuosa” sono in capo alla Regione e non esistono più le Comunità montane.
Mentre al Sud le Comunità soppresse pagano ancora stipendi, al Nord alcune Regioni si sono rifiutate di abolirle: la Lombardia ha appena stanziato 50 milioni di euro per le sue 23 Comunità montane, che si aggiungono a Comuni, Province e Unione di Comuni, tanto per non farsi mancare nulla.
Antonio Fraschilla
(da “la Repubblica”)
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Maggio 17th, 2012 Riccardo Fucile
IL NUOVO CHE AVANZA: 130 NOMINE E UNA LEGGE DI CALDEROLI DA AGGIRARE…NON POTREBBE CONCORRERE ALLA PRESIDENZA DELLE PARTECIPATE CHI E’ STATO IN CONSIGLIO COMUNALE NEGLI ULTIMI TRE ANNI
Sono giorni di intenso lavoro per il sindaco rieletto di Verona Flavio Tosi: da una parte c’è il congresso nazionale, dall’altra una città da riorganizzare, che, in termini politici, significa assegnare circa 200 nuove poltrone, Giunta esclusa. Per quanto riguarda la corsa al congresso l’altra sera il primo cittadino di Verona era nella “tana del lupo” a Treviso, e precisamente a Riese Pio X, dove si è riunito lo stato maggiore dei “rottamatori” che lo sostengono.
E nel discorso fatto alle 130 persone presenti (una cena riservata a politici e tosiani’ locali) c’è una frase che fa spellare e mani dagli applausi: “Ho la tessera della Lega da vent’anni, ma ho un nuovo modo di fare l’amministratore, con il congresso possiamo fare pulizia”.
Ad appoggiare il sindaco veronese c’è anche l’ex “sceriffo” di Treviso Giancarlo Gentilini, che ha ancora molto ascendente sulla frangia ‘tradizionalista’ del leghismo trevigiano.
Tosi se la vedrà con la parte ortodossa del partito, rappresentata da Gianantonio Da Re, trevigiano doc, molto legato al segretario Gianpaolo Gobbo.
La proiezione nazionale però non distrae Tosi dagli impegni della sua città , perchè ora c’è un bel po’ di gente da sistemare nei vari enti pubblici e partecipati.
Prima di tutto c’è la formare la giunta, che va spartita tra le due liste Civica Tosi e Lega Nord. Le nomine potrebbero arrivare oggi stesso.
Gli assessorati sono 10, sei o sette dovrebbero andare alla Civica e tre o quattro al Carroccio.
Per quanto riguarda la Lista dovrebbe rimanere al suo posto l’assessore all’urbanistica e vicesindaco Vito Giacino, cui potrebbe andare anche la delega dell’edilizia privata, vista la diminuzione degli assessorati di tre unità .
Quasi certa la riconferma di Pierluigi Paloschi al Bilancio, Enrico Toffali agli Enti e Personale e Gigi Pisa a Strade e Giardini.
Un po’ meno scontati i nomi di Alberto Benetti a cui dovrebbe andare la delega per l’Istruzione, Anna Leso ai servizi sociali, Marco Giorlo allo Sport e
Stefano Casali alla Cultura.
La delega al decentramento se la giocano Antonino Lella e Massimo Mariotti. Il leghista Luca Zanotto è invece il candidato favorito alla presidenza del consiglio regionale.
Ma c’è una partita ancor più difficile e più remunerativa (per chi la vince): ovvero le poltrone degli enti e delle municipalizzate.
Sono infatti in scadenza i Cda delle aziende partecipate come Amia
(multiservizi igiene ambientale), Agsm (elettricità e gas), Amt
(Mobilità e trasporti).
La deadline è il 30 giugno, 132 le nomine da fare (tra presidenti e consiglieri), alcune delle quali molto ben retribuite, basti pensare che lo stipendio capo della società del gas è di 50mila euro l’anno.
Per ora non è in discussione la riconferma del suo attuale presidente Paolo Paternoster, leghista doc che passerà indenne alla vivace campagna elettorale rimanendo saldamente accorato al suo scranno.
Cambio in vista per la Multiservizi per l’igiene ambientale di Stefano
Legramandi, che non si era candidato alle elezioni e che quindi ora potrebbe uscire di scena.
All’azienda che si occupa della gestionedella case comunali potrebbe rimanere Giuseppe Venturini, uomo di Brancher.
Le indennità ammontano complessivamente a oltre 400mila euro solo per le partecipate, e singolarmente sono calcolate in funione di quella del sindaco, ovvero 90.235 euro.
La nuova legge introdotta con l’ultima finanziaria stabilisce che chi ha ricoperto la carica di consigliere comunale negli ultimi tre anni non potrà essere nominato nel Cda di una società partecipata dal Comune.
Ma a quanto pare ci sarebbe già una squadra di tecnici comunali al lavoro per capire se il divieto di nomina voluto dalla legge Calderoli sia tassativo o no. La legge c’è e appare chiara, ma c’è chi dice che l’asticella potrebbe crollare con una ‘interpretazione autentica’ della norma.
In ballo ci sono ancora Consorzio Zai, Veronamercato e la Fiera, dov’è in scadenza Ettore Riello, Pdl frondista anti-Berlusconi, che rischia di pagare il tracollo elettorale del partito all’ultima tornata amministrativa.
Restano poi Autobrennero, Parco Scientifico e Aeroporto Catullo.
Per quanto riguarda il Catullo ciò che destaattenzione non è tanto la nomina, ma lo shopping societario.
Ci sono infatti voci insistenti che danno Vito Gamberale, ad di F2i a caccia di azioni dell’aeroporto di Villafranca Veronese.
Gamberale è indagato dalla procura di Milano per la vedita delle quote Sea proprio a F2i (con una gara “fatta su misura” per la società di Gamberale, dicono le intercettazioni).
Ma visto il buco milionario, la partecipazione F2i farebbe comodo anche allo stesso ente aeroportuale, in cerca di liqidità per sostenere investimenti previsti a breve.
Un incontro tra Gamberale, presidente della Fondazione Cariverona e il sindaco Tosi sarebbe già avvenuto ad aprile.
Luca Telese blog
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Maggio 15th, 2012 Riccardo Fucile
I COMUNI CHIEDONO DI ESCLUDERE DAL DEFICIT GLI INVESTIMENTI IN INFRASTRUTTURE LOCALI
La sanità , perchè è qui che si concentra il grosso dei numeri. E le auto blu, perchè al di là dei costi, rappresentano il simbolo di quei privilegi difficili da sopportare in un tempo di sacrifici per tutti.
Si apre una settimana decisiva per la spending review e, spiegano fonti governative, dovrebbero essere queste le due priorità per la revisione della spesa pubblica.
Mentre il governo pensa a come tagliare i costi della macchina dello Stato, però, sale la protesta dei Comuni che vogliono utilizzare le risorse che hanno già e sono bloccate dal Patto di stabilità .
In questi giorni Bondi ha studiato il ruolo della Consip, la società per razionalizzare gli acquisti della pubblica amministrazione.
Ed ha potuto osservare che c’è un buco nelle regole che dovrebbero garantire il rispetto dei parametri di prezzo e qualità in tutte le gare pubbliche: il ritardo nella trasmissione dei dati.
Il prezzo d’acquisto viene comunicato spesso dopo mesi, quando ormai è impossibile intervenire.
Per questo è allo studio un meccanismo che consenta di incrociare subito il prezzo al quale un fornitore si è aggiudicato la gara con quello praticato dalla stessa Consip.
Con la possibilità di bloccare la fornitura in caso di scostamento non giustificato.
Ma i risparmi non dovrebbero arrivare solo dal lavoro di Bondi e Giarda.
Sempre per la sanità , ad esempio, si profila la chiusura e l’accorpamento di 11 mila strutture nelle otto Regioni che hanno i conti in rosso, come Piemonte e Lazio.
Se il lavoro sulla spesa pubblica è ancora lungo, sul fronte opposto il governo dovrà fronteggiare la crescente offensiva dei Comuni, che hanno i soldi, ma sono imbrigliati nella gabbia del Patto di Stabilità interno e non li possono spendere.
Una situazione che i sindaci, pronti a offrire al governo delle soluzioni per limitare l’impatto della maggior spesa sul deficit pubblico, definiscono assurda, e resa ancor più paradossale dalla nuova Imu.
I sindaci devono mettere la tassa, ma con il tetto del Patto, non possono spenderne il gettito per finanziare servizi o nuove opere pubbliche.
Nel 2012 la spesa massima che il Patto consente ai sindaci è di 5,9 miliardi di euro, ma potrebbe essere superiore di 3,5 miliardi di euro se i Comuni potessero utilizzare le risorse correnti disponibili senza aumentare le tasse.
E se si potessero toccare i residui passivi, cioè i fondi stanziati negli anni scorsi e giacenti in cassa ma non utilizzati, ci sarebbe una maggior capacità di spesa di altri 11 miliardi di euro. «Con un impatto solo “una tantum” sul bilancio pubblico, perchè – spiega Angelo Rughetti, segretario generale dell’Anci, l’associazione dei Comuni – non sarebbe un’uscita di carattere strutturale».
In tutto i sindaci avrebbero la possibilità di mobilitare 20 miliardi di euro solo quest’anno, che sarebbero utilissimi alla crescita dell’economia.
E anche se comprendono la situazione delicata dei conti pubblici italiani, non si scoraggiano.
Il 24 maggio saranno tutti a Venezia a manifestare contro l’Imu, ma puntano a un accordo con il governo per lo sblocco, almeno parziale, del Patto interno e la razionalizzazione della nuova imposta municipale.
E suggeriscono a Monti per l’Italia la «ricetta Monti» per l’Europa: la golden rule per escludere dal calcolo del deficit gli investimenti in un piano di infrastrutture per le grandi città , i project bond per finanziarle.
E la creazione di due fondi, da collocare sul mercato, che acquistino uno gli immobili, l’altro le società partecipate dai Comuni.
Lorenzo Salvia, Mario Sensini
(da “Il Corriere della Sera“)
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Maggio 4th, 2012 Riccardo Fucile
GLI ITALIANI PAGANO LE FORZE DELL’ORDINE PER FARE LA GUARDIA A UN BIDONE VUOTO, DOVE L’EX PREMIER TRASCORRE SOLO POCHI GIORNI ALL’ANNO
In epoca fascista era un modo di dire: fare la guardia al bidone (inteso, di benzina). 
Oggi gli italiani pagano i rappresentanti delle loro forze dell’ordine per fare la guardia a un bidone che vale sì centinaia di milioni di euro, ma è vuoto.
Si tratta di villa Certosa, la residenza estiva di Punta Lada, Porto Rotondo, Sardegna, Costa Smeralda, di proprietà dell’ex presidente del Consiglio, Silvio Berlusconi.
Non che il Cavaliere compaia nell’assetto proprietario.
Lui va fiero delle sue serre, orti botanici , sculture greche appoggiate sulla piscina.
Ma la dimora è intestata alla Idra Immobiliare, sede a Milano, del geometra Giuseppe Spinelli: lo stesso che fungeva da bancomat per le “Olgettine”, quelle ragazze poco vestite che allietavano le notti di Arcore.
Villa Certosa è vuota per gran parte dell’anno.
Berlusconi si concede qualche weekend e un periodo estivo variabile a seconda degli impegni.
Ma evidentemente le ragioni di sicurezza sussistono anche per le mura della villa: 365 giorni all’anno, 24 ore su 24, villa Certosa è pattugliata dai carabinieri.
Sarà presidiata per altri due anni, obbligatoriamente. Lo dice la legge.
Solo che non si capisce come ogni dimora dell’ex premier (da Arcore, a palazzo Grazioli, fino appunto alla Certosa) possa essere considerata alla stregua di una residenza di Stato.
I “guardiani” della villa dell’ex premier sono 35 o 40 carabinieri, a seconda delle esigenze.
I militari presidiano i tre ingressi della villa: il principale, in via Strada della Certosa; il secondario, su via Punta Lada e, infine, quello più sicuro, solitamente utilizzato da Berlusconi, sulla strada privata che porta all’entrata dal Golfo di Marinella.
Negli ingressi della Certosa, infatti, ci sono almeno un’auto o una camionetta dei carabinieri con un minimo di tre militari di ronda per ogni ingresso.
Un presidio 24 ore su 24, con 4 turni da 6 ore, garantito da almeno 35 uomini.
L’ammontare degli stipendi per i militari destinati alla vigilanza nel buen retiro sardo di Berlusconi è di 700 mila euro l’anno.
Ma non è finita qui.
Si sa che l’estate è la stagione propizia per feste, vulcani finti, nani, ballerine e, appunto, militari.
All’arrivo di Berlusconi la vigilanza viene incrementata da almeno altre 6 unità provenienti dal Reparto speciale dei Cacciatori di Sardegna di Abbasanta.
Quelli, tanto per intendersi, che avevano il compito di perlustrare tutti gli anfratti nelle montagne della Barbagia a caccia di ostaggi all’epoca dei sequestri di persona nell’Isola.
Che c’entra Berlusconi con un reparto dei carabinieri di eccellenza?
C’è da tener d’occhio il parco della Certosa: di decine di ettari.
La viglianza sulle ferie di Berlusconi, però, si estende dalla terra al mare.
Infatti c’è anche la motovedetta dei carabinieri chiamata a presidiare lo specchio d’acqua antistante villa Certosa.
E non c’è verso che qualche militare possa essere destinato ad altri compiti: per esempio, garantire la sicurezza di Olbia e la Gallura, un territorio con un tasso di criminalità in aumento. Bisogna sperare che Berlusconi decida di trascorrere le vacanze alle Bermuda, perchè altrimenti d’estate i militari a garanzia della sua sicurezza arrivano alla cifra di 100 uomini. Non si sa mai che qualche attentatore travestito da velina possa beffare il corposo servizio d’ordine.
Costanza Bonacossa
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 27th, 2012 Riccardo Fucile
PRIVILEGI, SPRECHI E BILANCI COLABRODO DA NORD A SUD
«Ben 454 mila euro per la Zelkova!». Letta la notizia, i siciliani hanno pensato: «Deve essere una slava del giro delle Olgettine».
Macchè: è una pianta rara che la Regione vuol tutelare iniziando con l’assumere («appurata l’esiguità di personale in organico»: sic) un consulente da 150 mila euro.
Fulgido esempio di come le Regioni, in nome dell’autonomia, siano spesso sorde agli appelli a stringere la cinghia.
Scrive Raffaele Lombardo sul suo blog che quella varata giorni fa «è una finanziaria di straordinario rigore». Sarà … Ma certo gli stessi giornali isolani denunciano da settimane come l’andazzo sia sempre lo stesso.
Ed ecco la decisione di salvare il Cefop (uno dei carrozzoni della «formazione professionale» che da decenni ingoiano da 250 a 400 milioni l’anno dando lavoro a circa ottomila formatori pari al 46% del totale nazionale) seguendo il modello Alitalia con la creazione d’una «bad company» su cui caricare i debiti pari a 82 milioni per dare vita a una nuova società «vergine » da sfamare subito con altri 29 milioni e mezzo.
Ecco la scelta di chiedere al governo di usare 269 milioni di fondi Fas (destinati alle aree sottosviluppate) per tappare una parte della voragine sanitaria.
Ecco l’idea di accendere un nuovo mutuo da 500 milioni.
Ecco la delibera che autorizza i Comuni, nel caso siano in grado di farsene carico (aria fritta elettorale: le casse comunali sono vuote) ad assumere 22 mila precari in deroga ai divieti nazionali.
E via così.
Fino alle storie più stupefacenti, come quella di Zorro, il vecchio cavallo donato dal governatore a Villa delle Ginestre, dove curano i pazienti con lesioni spinali, perchè sia usato per l’ippoterapia e messo a pensione a 2.335 euro al mese (il doppio di quanto costa il trattamento di un purosangue compresa la fisioterapia in piscina…) senza che ancora sia stata comprata, per i malati, manco la sella.
Passi lo Stretto risalendo verso nord e leggi sul Corriere di Calabria che Pietro Giamborino, dopo una sola legislatura da consigliere regionale, è appena andato in pensione a 55 anni (rinunciando al 5% del vitalizio), dopo che milioni di italiani hanno visto allontanarsi il giorno dell’agognato ritiro dal lavoro fino a 67 anni.
O che per le «spese di rappresentanza» del presidente dell’assemblea regionale Francesco Talarico sono stati stanziati per il 2012 la bellezza di 185 mila euro.
Più del doppio di quanto costò ai tedeschi nel 2006, sotto quella voce, il presidente della Repubblica Horst Kà¶hler.
Risali ancora verso nord e scopri che la maggioranza di destra che governa la Campania si è appena liberata dell’ingombro di dover trovare i soldi prima di fare una legge.
C’erano voluti 9 anni per mettere dei vincoli seri.
Nel 2002, ai tempi del primo Bassolino, era stata fatta una norma che imponeva di verificare, prima di ogni atto, la copertura finanziaria. Ma non era mai diventata operativa.
Finalmente, nel marzo 2011, era stata votata l’istituzione presso la giunta regionale di un ufficio delegato a controllare la copertura finanziaria delle proposte arrivate in Consiglio.
L’unico argine possibile ai deliri clientelari ed elettoralistici.
Giorni fa, a dispetto della crisi e dei moniti del governo, ecco la retromarcia: grazie al voto di 24 consiglieri, le proposte di legge regionale non dovranno più avere il «visto di conformità » della struttura dedicata a fare le verifiche finanziarie.
Per avviare l’iter di una legge, magari spendacciona, basterà una «relazione tecnica » degli «uffici della giunta regionale competenti in materia di finanze e bilancio». Tutta un’altra faccenda.
Gli autori del blitz? Gli stessi sostenitori, come dicevamo, del governatore Stefano Caldoro che proprio su quel filtro abolito contava per arginare gli incontenibili rivoli di spesa. Caldoro, preoccupato per i conti, è passato al contrattacco con la proposta di introdurre anche nello statuto regionale il principio del pareggio di bilancio appena entrato nella Costituzione.
Ce la farà ? Mah… Assomiglia tanto a una lotta contro i mulini a vento.
«Autonomia!», insorgono in coro i governatori tutte le volte che lo Stato centrale prova a sfiorare le loro prerogative.
E sulla Consulta piovono valanghe di cause, quasi sempre coronate da successo. Ricorsi contro il limite di cilindrata delle auto blu.
Contro la privatizzazione dei servizi pubblici locali. Contro i pedaggi sulle strade dell’Anas. Contro l’Imu.
Per non dire delle sollevazioni contro i tagli ai Consigli regionali: sono addirittura undici le Regioni che hanno contestato davanti alla Corte Costituzionale l’articolo 14 della manovra dello scorso agosto, l’ultima firmata da Giulio Tremonti, che imporrebbe alle loro assemblee, dalle prossime elezioni, una cura dimagrante di 343 poltrone. Undici.
Motivazione? «È assolutamente necessario contrastare l’ondata di provvedimenti indirizzati contro le nostre prerogative», ha spiegato il governatore della Sardegna, Ugo Cappellacci.
Il guaio è che, rivendicando stizzite questa autonomia («tocca semmai a noi tagliare le Province, tocca semmai a noi tagliare le indennità , tocca semmai a noi tagliare le poltrone…») tutte e venti le Regioni si sono trasformate in zone franche, dove la spesa pubblica va alla deriva.
La prova? Fra 2000 e 2009, mentre il Pil pro capite restava fermo per poi addirittura arretrare di cinque punti, le uscite delle Regioni italiane sono lievitate da 119 a 209 miliardi di euro.
Ormai rappresentano più di un quarto di tutta la nostra spesa pubblica.
La crescita, dice la Cgia di Mestre, è stata del 75,1%: un aumento in termini reali, contata l’inflazione, del 53%.
Oltre il doppio del pur astronomico incremento reale (25%) registrato nello stesso periodo dalla spesa pubblica complessiva, passata al netto degli interessi sul debito da 581 a 727 miliardi.
Parliamo di 89,7 miliardi «in più» ogni anno, di cui appena la metà , ovvero 45,9 miliardi, addebitabili a quella sanità che rappresenta la voce più problematica dei bilanci regionali. In testa tra gli enti che più hanno accelerato c’è l’Umbria, dove le spese sono salite del 143%, seguono l’Emilia-Romagna (+125%), la Sicilia (+125,7%), la Basilicata (115,2%), il Piemonte (+91,8%) e la Toscana (+84,6%).
Fosse aumentata così anche la nostra ricchezza, saremmo a posto. Il diritto (giusto) all’autonomia può giustificare certi bilanci colabrodo?
È accettabile che la spesa sanitaria, dal 1978 di competenza regionale, presenti qua e là differenze abissali? O che ogni lombardo sborsi per il personale regionale 21 euro l’anno contro i 70 della Campania, i 173 del Molise o i 353 della Sicilia tanto che se tutte le Regioni si allineassero ai livelli lombardi risparmieremmo 785 milioni l’anno?
Possiamo ancora permetterci le cosiddette «leggi mancia» che ad esempio hanno visto il Lazio spendere con 250 delibere a pioggia (tutte finite, dice l’Espresso, nel mirino della Corte dei Conti) qualcosa come 8,6 milioni di euro per iniziative che andavano dalla Rievocazione storica della battaglia di Lepanto a Sermoneta alla Sagra del carciofo di Sezze?
Per non dire dei progetti faraonici, delle società miste nate a volte solo per distribuir poltrone, delle megalomanie.
Venti Regioni, ventuno sedi di rappresentanza a Bruxelles: solo quella del Veneto è costata 3,6 milioni di euro. Venti Regioni, 157 piccole «ambasciate» all’estero, dagli Stati Uniti alla Tunisia. Venti Regioni, centinaia di sedi e immobili sparsi per tutta Italia.
Spese inenarrabili.
Un caso? Denunciano quelli di Sel che oltre alle sedi istituzionali la Regione Lazio dispone di 13 fabbricati a uso residenziale e 367appartamenti. Malgrado ciò, spende ogni anno 20 milioni per affittare altri immobili. E ha deciso di dare il via a lavori di ampliamento della sede della Pisana, con la costruzione di due nuove palazzine. Costo previsto: dieci milioni.
Una spesa indispensabile? Ed era indispensabile, di questi tempi, investire 16,3 milioni di euro come ha fatto il Consiglio regionale del Piemonte per rilevare e ristrutturare la ex sede torinese del Banco di Sicilia?
O stanziare 87 milioni per la nuova sede del Consiglio regionale della Puglia, appaltata nello scorso mese di agosto?
O spenderne addirittura 570 per la nuova sede della Regione Lombardia, una reggia con tanto di eliporto e di foresteria per il governatore costata 127 mila euro di soli arredamenti?
Sergio Rizzo
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera”)
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Aprile 27th, 2012 Riccardo Fucile
L’ACQUISTO DI VETTURE DI MEDIA CILINDRATA COSTERA’ 10 MILIONI DI EURO… ALTRI 800 MEZZI DEL PARCO MACCHINE GIACCIONO INUTILIZZATI
Lo Stato vuole acquistare altre «auto blu». Almeno altre quattrocento nuove berline di media
cilindrata, cioè fino a 1.600.
Ma il numero di veicoli potrebbe anche aumentare di un quinto, quindi di ulteriori 80 unità nel giro di un anno.
Per una spesa di poco meno di 10 milioni di euro.
Il bando di gara non solo è stato già emesso dal ministero dell’Economia (il 24 gennaio), ma il termine per presentare le offerte è anche già scaduto, lo scorso 8 marzo (giorno in cui sono state aperte le buste dei concorrenti), quindi la procedura è in fase estremamente avanzata.
E questo nonostante il «parco macchine» della Pubblica amministrazione sia arrivato, secondo il Formez (Centro servizi, assistenza, studi e formazione per l’ammodernamento delle Pubblica amministrazione), a quota 60 mila.
Diecimila auto blu di alta fascia, per ministri e alti dirigenti, e altre 50 mila auto di servizio, che costano complessivamente quasi 2 miliardi di euro l’anno al contribuente.
Mentre sempre secondo il Formez circa 800 vetture giacciono inutilizzate nei garage. A quanto pare, però, alla Pubblica amministrazione le auto blu non bastano mai.
La vicenda è stata rilanciata giovedì dai siti del Giornale e del settimanale L’Espresso e, in poche ore su Facebook l’articolo ha superato i 6 mila «consiglia», a testimonianza della reazione dell’opinione pubblica davanti a notizie del genere, in un momento in cui tutti sono chiamati a tirare la cinghia.
Nei giorni scorsi il bando è stato oggetto di un’interrogazione parlamentare da parte del deputato dell’Idv Antonio Borghesi, che ha chiesto spiegazioni sulla spesa al viceministro dell’Economia Vittorio Grilli.
In Parlamento il viceministro si è limitato a illustrare il funzionamento del bando pubblico e i suoi riferimenti normativi.
Dalla Funzione pubblica ieri sera hanno fatto sapere che «non di un vero e proprio acquisto si tratta, ma di una convenzione della Consip, che imporrà alle singole amministrazioni di acquistare le vetture di cui avranno bisogno nei prossimi mesi al prezzo a cui si attesterà la migliore offerta che si aggiudicherà la gara».
Lo stesso monitoraggio del Formez già citato, però, indicava tra i fattori problematici della gestione del parco auto pubblico l’eccessivo numero di vetture di proprietà (79%),rispetto al noleggio (19%), e al leasing e comodato (1%).
Per il Formez a parità di chilometraggio le auto noleggiate garantiscono un risparmio di spesa tra il 15 e il 18%.
Il ministro per la Funzione pubblica, Filippo Patroni Griffi, in Senato ha dichiarato l’intenzione di privilegiare, in futuro, il noleggio a lungo termine.
Ma intanto lo Stato continua a comprare.
M.Antonietta Calabrò
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 30th, 2012 Riccardo Fucile
E AGLI EX PRESIDENTI BENEFIT FINO AL 2023… SPOSTATO IN AVANTI IL CALCOLO CHE INIZIERA’ DALLA FINE DI QUESTA LEGISLATURA, COLPITI SOLO INGRAO E LA PIVETTI
Addio ai benefit degli ex presidenti della Camera: uffici, segretari, auto di servizio a disposizione. Sì ma dal 2023.
E a Montecitorio il taglio “ad personam” diventa un caso.
Anche perchè il Senato poche settimane fa era stato più rigoroso: stop dopo dieci anni dalla cessazione dall’incarico, per tutti.
Da quest’altra parte del Parlamento invece l’anno prossimo si chiuderanno le saracinesche solo per Ingrao (cessato nel ’79) e la Pivetti (’96).
Ma per Violante, Bertinotti, Casini (come per l’attuale presidente Fini) i dieci anni decorreranno dalla fine di questa legislatura, ovvero dal 2013.
E così, caso raro, l’ufficio di Presidenza si spacca.
Il provvedimento passa ma con cinque voti contrari: oltre a Dussin (Lega) e Mura (Idv) anche quelli dei pidiellini Leone, Fontana e Milanato.
Ma pure il vicepresidente Lupi ha votato no, per alzata di mano, sebbene il suo sesto non sia stato registrato a verbale. L’idv protesta: “Una presa in giro”.
La Pivetti, unica delle due vittime, non ci sta: “È il risultato di un clima forcaiolo che non distingue i bersagli”.
Il fatto è che l’aria, nell’organo di autogoverno di Montecitorio, è proprio cambiata, “scintille da fine legislatura” nota il segretario Lusetti.
E addio all’unanimità anche quando si è trattato di approvare il consuntivo 2011 e le variazioni al bilancio interno 2012.
In tre si sono astenuti (Fontana, il sudista Fallica e perfino il finiano Lamorte) per denunciare il mantenimento di spese anacronistiche.
Dalle duemila pagine di carta intestata al mese per deputato al chilo di colla liquida all’anno, passando per le gomme.
A discapito del carente aggiornamento informatico del Palazzo.
“Gli atti parlamentari anzichè sul web viaggiano in quintali di carta su carrelli che i commessi trascinano in stile mensa ospedaliera” lamenta Fallica: e costano 7 milioni l’anno.
Lo stratagemma degli ex per mantenere i vantaggi
Benefici non più a vita anche per gli ex presidenti di Montecitorio, dunque.
Fini impone anche lì lo stop dopo “dieci anni dalla data di cessazione dalla carica di presidente”. Ma con una postilla. “Per quanto riguarda la situazione degli attuali ex presidenti, le predette attribuzioni sono riconosciute per un periodo di dieci anni a decorrere dall’inizio della prossima legislatura” ovvero dal 2013: “A condizione che gli stessi continuino ad esercitare il mandato nella presente legislatura o abbiano esercitato l’ultimo mandato parlamentare nella precedente”.
È l’escamotage che consente di mantenere fino al 2023 i benefit a Violante (dieci anni scaduti nel 2011), Casini (scadranno nel 2016) e Bertinotti (nel 2018).
Per gli “ex” un ufficio con 4 addetti, auto quando occorre e plafond di ticket aerei.
La cancelleria
Duemila fogli al mese ma anche 10 dvd e 20 cd
La polemica esplosa a Montecitorio svela consuetudini finora sconosciute ai più.
Una volta al mese il commesso bussa alla porta di ogni deputato e consegna con ragionieristica puntualità duemila fogli di carta intestata “Camera” (con relativa busta). Dunque 24 mila in un anno.
Ma vengono consegnate anche sei gomme ogni tre mesi (tre da biro, tre da matita), ovvero una ogni 15 giorni.
E poi 10 dvd e 20 cd quali supporti per la trasmissione di materiale informatico. Ma la dotazione per agevolare l’attività parlamentare degli onorevoli comprende anche mille fogli di carta bianca l’anno ad uso fotocopie.
Questa e tante altre voci fanno lievitare a un milione di euro tondo, per il 2012, la spesa annua per “Carta, cancelleria e materiali di consumo d’ufficio”.
La colla
Un chilo di coccoina all’anno per ogni deputato
“Ma vi pare che ognuno di noi debba avere ancora in dotazione un chilo e mezzo di colla all’anno? Che ce ne facciamo della colla liquida?”
È il pidiellino Gregorio Fontana ad aprire il dossier delle spese non tanto inutili quanto “anacronistiche” che ancora lievitano nel palazzo.
E il chilo o litro di colla liquida l’anno che i commessi consegnano agli onorevoli è solo uno degli esempi più eclatanti, in pieno 2012 quando l’uso della carta – viene fatto notare in Ufficio di presidenza – dovrebbe essere ridotto al minimo a beneficio del web. “Io e la mia segreteria l’accatastiamo, mai utilizzata” rincara Pippo Fallica (Grande Sud).
Di contro, denuncia Fontana, “Non ci sono postazioni wi-fi, che ormai esistono pure a Villa Borghese, e i telefonini spesso sono schermati”.
Museo Montecitorio
Spesi 150mila euro per le opere d’arte
Nel 2012 la Camera spenderà 370 mila euro per “conferenze, manifestazioni e mostre”. Una spesa alla quale va sommata quella da 150 mila euro l’anno per “opere d’arte” da mantenere o, meno che in passato, da acquistare.
Tutte uscite che, denunciano Gregorio Fontana, Pippo Fallica e Antonio Leone in Ufficio di presidenza, “sono del tutto fuori dal core business della Camera dei deputati: se ormai tagli bisogna operare, allora lo si faccia cominciando da ciò che esula dall’attività parlamentare in senso stretto”.
Sebbene, fanno notare dalla Presidenza, spese per conferenze e mostre sono ridotte rispetto agli anni passati.
Come pure quelle per l’acquisto (ormai quasi nullo) di opere d’arte, si tratta però di mantenere e conservare le tante di cui comunque il Palazzo dispone.
Spese postali
Seicentomila euro per i francobolli
Nell’era del web 2.0 e dei social network, in cui tutto viaggia quanto meno via mail, adesso anche per posta elettronica certificata, succede che a Montecitorio anche per questo 2012 600 mila euro per le “spese postali”.
Ovvero, per inviare documenti da questo ramo del Parlamento ad altre amministrazioni dello Stato.
Ma scorrendo le voci “anacronistiche” finite ieri sotto i riflettori dell’Ufficio di presidenza, ci si imbatte anche nei 50 mila euro per “spedizioni”.
Se è per questo, il questore Antonio Mazzocchi ha aperto il caso “defibrillatori”. Ne sono stati piazzati a Montecitorio, a Palazzo Marini e a San Macuto.
“Ma può utilizzarlo solo il personale medico che ha sede alla Camera: con rischio che quando serve altrove nessuno potrà mettere in funzione le macchine”.
Spreco di carta
Per la stampa degli atti 7 milioni 150mila euro
Dai deputati che ieri hanno puntato l’indice contro le spese ormai da archiviare, viene additato come il vero “bubbone”.
Anche se ogni documento è ormai reperibile sul sito della Camera, qualsiasi atto parlamentare, ordine del giorno, emendamento, ddl, interrogazione o interpellanza viene stampato su carta. Risultato (sul piano finanziario): i 7 milioni 150 mila euro che verranno spesi quest’anno per i “servizi di stampa degli atti parlamentari”.
Da sommare al milione 210 mila euro l’anno per l’analogo capitolo dei “servizi vari di stampa”.
Il risultato sotto il profilo ambientale, in termini di spreco di carta, lo si può intuire – fa notare il deputato Fallica – “osservando gli enormi carrelli con i quali i commessi trasportano quintali di documenti”.
(da “La Repubblica“)
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