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DOPO I CINQUE CERCHI: TORINO 2006, 12 IMPIANTI ABBANDONATI

Dicembre 18th, 2014 Riccardo Fucile

TRA SPRECHI, SOLDI BUTTATI ED ENTI AD HOC

Non aveva neanche fatto in tempo a parlare che la sua città , Torino, è stata tenuta fuori dalla rosa iniziale di sedi in cui si potrebbero disputare le gare delle Olimpiadi di Roma 2024.
“Ho parlato con il premier Renzi e con il presidente del Coni Malagò — spiegava lunedì il sindaco Piero Fassino —: se sarà  prevista l’allocazione di gare in altre città , Torino, per la sua esperienza nei Giochi del 2006 e per l’infrastrutturazione di cui dispone, sarà  sicuramente presa in considerazione”.
A otto anni di distanza il capoluogo piemontese — rinnovato e rinato da quell’esperienza — si trova però a dover ancora gestire il complesso di società  e strutture rimaste e qualsiasi occasione è buona per sfruttarle: l’anno scorso ci sono stati i “World Master Games”, competizioni internazionali per dilettanti attempati, e il prossimo anno sarà  la volta delle iniziative di “Torino Capitale europea dello Sport”.
Fatta eccezione di alcuni degli impianti costati centinaia di milioni di euro, una parte di questi resta inutilizzati, come la pista da bob a Cesana: costata più di 61 milioni di euro, è stata a lungo un problema per via delle 48 tonnellate di ammoniaca necessaria al raffreddamento e per i suoi costi di gestione, motivo per il quale il Comune di Cesana ha deciso che non la riaprirà .
Che dire poi delle quattro palazzine del villaggio olimpico vicino al Lingotto?
Lasciate per anni in abbandono, oggetto di atti vandalici, ora sono occupate da profughi profughi provenienti dall’Africa. Non è tutto.
I giochi sono stati un’occasione per creare enti costosi.
Un esempio? L’agenzia “Torino 2006”, la stazione appaltante ancora oggi in attività .
Alla fine dell’estate scorsa la Guardia di finanza ha consegnato alla procura della Corte dei conti la relazione conclusiva di un’indagine sulla gestione liquidatoria.
Alcune delibere della sezione di controllo, che valuta i bilanci di enti pubblici, sottolineavano come questa gestione — fatta per liquidare gli ultimi importi e chiudere, ma di fatto continuata in proroga — costasse ancora molto: dal 2008 e per quattro anni l’agenzia ha avuto spese stabili per circa 1,6 milioni all’anno, “costi sproporzionati rispetto alla ridotta attività  svolta”.
Si tratta di spese per la gestione interna (sedi, telefonia, abbonamenti a giornali, taxi e altro), ma anche per i compensi del personale e per le tante consulenze esterne.
Si prevedeva che l’attività  dell’agenzia “Torino 2006” terminasse quest’anno, ma andrà  avanti almeno fino al 2016 per via di alcuni contenziosi legali, a ben dieci anni dalla fine.
C’è poi la Fondazione 20 marzo 2006, costituita dagli enti locali e dal Coni per controllare l’eredità  dai Giochi invernali, ma con un bilancio “pesantemente negativo”, stando a quanto detto dall’assessore all’urbanistica Stefano Lorusso al Consiglio comunale del 10 dicembre.
La gestione dei luoghi — tra cui la pista da bob e le palazzine del villaggio olimpico — è affidata alla società  Parcolimpico, creata dalla fondazione insieme a Live Nation e a Set Up di Giulio Muttoni, ex dirigente dell’Arci torinese, organizzatore di eventi, ma anche grande amico del senatore Pd Stefano Esposito e dell’ex assessore comunale allo Sport della giunta Chiamparino, Elda Tessore.
Sulla gestione di quella gara e sullo stato di abbandono dei dodici impianti la procura di Torino avviò un’indagine .
L’indagine del pm Cesare Parodi fu archiviata, ma dagli atti emerse il sistema di potere e amicizie che si è spartito la torta del post-olimpiadi.

Andrea Giambartolomei
(da “il Fatto Quotidiano”)

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L’ULTIMA MANGIATOIA: OLIMPIADI 2024

Dicembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

RENZI VUOLE PORTARE A ROMA I GIOCHI PER FAR DIMENTICARE MAFIA CAPITALE. UN PROGETTO DA 9,8 MILIARDI SCARTATO DA MONTI… ALLEANZA CON IL PRESIDENTE DEL CONI MALAGà’, PENSANDO ANCHE AL CAMPIDOGLIO

Quindici giorni fa, la retata per Mafia Capitale. Adesso, la candidatura per la Capitale olimpica.
Questa è Roma, che aspira al 2024 con i Cinque Cerchi per scordare er Cecato Carminati. Non c’è evento più scintillante (e dispendioso) delle Olimpiadi, peste che da Oslo in Norvegia a Monaco di Baviera terrorizza i governanti.
La coppia, Giovanni Malagò e Matteo Renzi, non è meno scintillante e non sarà  meno dispendiosa per le casse pubbliche.
Il capo del Coni garantisce trasparenza, teorizza investimenti privati: auspici, nulla più. Perchè Roma sarà  premiata o esclusa tra un paio di anni, settembre 2017.
Ma soltanto per far sentire il nome di Roma al Comitato Olimpico Internazionale, prima di consegnare un progetto con i disegnini che spesso in Italia si traducono in cantieri immortali, occorrono una decina di milioni di euro (2 li mette il Cio).
Verrà  un gruppo per la promozione di Roma 2024 e ci sarà  il consulente Andrea Guerra, Malagò a capotavola.
Perchè Malagò è l’uomo sportivo, di larghe relazioni e di smisurate ambizioni, che affascina e conforta Renzi. Per qualsiasi esigenza.
Elezioni anticipate a Roma? Malagò non va preparato, è sempre pronto. Effusioni mediatiche di ottimismo? Viva le Olimpiadi di Malagò.
E poi Renzi, il fiorentino, propone le gare itineranti, a Firenze ovvio, a Napoli come no, pure in Sardegna per la vela e forse a Milano per il Duomo e perchè escludere Torino che Piero Fassino già  s’infervora?
Pare che persino il Vaticano sia disponibile a ospitare il tiro al volo nei santi giardini.     Quel che va scrutato, quel che resta di concreto, oggi, sono le fotografie di grandi intese e grandi sorrisi tra lo scalpitante Malagò, lo speranzoso Renzi e il riabilitato Ignazio Marino, il sindaco che in questi giorni ha sprigionato indignazione per le malefatte romane e ora rievoca con orgoglio rionale la storia millenaria di questa città .
E come sottovalutare i miliardi: sei o sette o fino a dieci. Chissà .
Ma esiste uno studio, firmato dal professor Marco Fortis, che valutava in 9,8 miliardi di euro il conto per Roma 2020, una bizzarra proposta in piena recessione di Gianni Alemanno e di Silvio Berlusconi, ancora a Palazzo Chigi, cestinata con un glaciale comunicato da Mario Monti.
Il traguardo 2024 non è lontano, di più. Ma l’Italia, stavolta, ha battuto la concorrenza, tra francesi e tedeschi che tentennano e gli Stati Uniti che nicchiano.
Il Cio sarà  grato a Renzi, non sapeva davvero come perpetuare questa diabolica macchina mangia-soldi che ha devastato aree urbane e diffuso sprechi ovunque.
Neanche dieci giorni fa, il Cio s’è riunito a Montecarlo per stravolgere le regole e rendere più commestibile l’organizzazione dei giochi olimpici.
Malagò e Renzi, furbi, erano già  d’accordo, e sono scattati come da agenda. La tenzone Olimpiadi sì e Olimpiadi no, Olimpiadi banchetto per le mafie e Olimpiadi opportunità  nazionale, che ci viene somministrata ai tempi di Carminati & Buzzi, ha curiose origini fiorentine.
E ci conduce a Eugenio Giani, consigliere regionale toscano, un quarto di secolo a Palazzo Vecchio. Giani racconta al Fatto che i delegati provinciali (che rappresentava) furono determinanti per la sorprendente elezione di Malagò contro Raffaele Pagnozzi. Anche per rendere omaggio a Giani, che dirige il Coni fiorentino, Malagò andò agli Uffizi per un convegno assieme a Renzi. Aprile 2013.
E capita, perchè capita in politica, fu folgorazione. Malagò disse che “la voglia di cambiamento”, classica espressione renziana, Matteo la poteva replicare al governo.
Da poche ore insediato, e siamo alle Olimpiadi invernali di Sochi, febbraio di quest’anno, il primo ministro Renzi telefonò a Malagò per i rituali complimenti.
E così pensarono di trasferire a Palazzo Chigi le passerelle del Coni, che mai fanno male. Il genio di Malagò e Renzi ha prodotto il presidente con la racchetta da tennis, con la maglia da pallavolo, con la sciabola, col ciclista Vincenzo Nibali.
Con cadenza mensile, Malagò va a Palazzo Chigi e accompagna un campione italiano. Quando Carlo Tavecchio scivolò col razzismo di “Optì Pobà ” che sbarca in Italia con le banane e poi correva temerario verso la Figc (ci è riuscito), Renzi disse che per il calcio s’affidava a Malagò.
Per le Olimpiadi, anche. E la politica vien da sè.

Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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OLIMPIADI? UN DISASTRO ANNUNCIATO CHE AFFOSSERÀ I BILANCI

Dicembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

UNA SPESA CHE POTREBBE ARRIVARE A 20 MILIARDI DI EURO IN UN PAESE DALLE CASSE ESANGUI

Sedici anni fa, un ministro del Tesoro chiamato Carlo Azeglio Ciampi firmò un impegno a nome dell’Italia: avrebbe coperto spese fino a due miliardi di euro (in denaro attuale) per una città  che si candidava alle Olimpiadi d’inverno. Torino.
E quando i delegati del comitato promotore andarono in Australia per farsi conoscere, si resero conto che mancava un tassello: dovettero stampare nuove brochure, con inclusa una mappa d’Europa nella quale Torino era chiaramente situata rispetto a Roma, Milano, Parigi.
Quella città  candidata andava rimessa sulla carta del mondo, perchè ne era sparita dopo i lunghi anni di crisi della Fiat.
Non c’è dubbio che questa sia un’assonanza con la proposta di Roma per le Olimpiadi estive 2024, avanzata dopo sei anni di recessione italiana, ma i parallelismi finiscono qui. Non solo perchè a Roma si possono rimproverare molti difetti, ma non di non essere già  sulla carta.
In realtà  anche la scienza triste, l’economia, fa sorgere dubbi sulla praticabilità  della candidatura di un Paese che oggi ha un debito al 130% del Pil: sei volte più alto rispetto a quando ospitò le prime Olimpiadi romane nel 1960.
I conti sono sotto gli occhi di tutti.
Le Olimpiadi d’inverno di Torino alla fine sono costate 5 miliardi di euro, per metà  coperti da denaro pubblico, mentre per quelle estive il successore di Ciampi, Pier Carse, lo Padoan, dovrebbe sottoscrivere una garanzia di copertura fra le tre e le dieci volte superiore.
Un “pagherò” (se vince Roma) che va dai sei ai venti miliardi di euro e va firmato non fra dieci anni ma fra dieci mesi, quando le proposte andranno depositate.
I Giochi estivi più economici ed efficienti della storia recente, Londra 2012, sono costati circa 160 euro in media per ogni suddito di Sua Maestà , 12 miliardi di euro di denaro pubblico, e restano un raro esempio di gestione oculata.
Per molti altri eventi del genere, secondo le stime del National Geographic , le previsioni iniziali di spesa sono state regolarmente sfondate: a Pechino 2008 del 4%, ad Atene 2004 del 60%, a Sydney 2000 del 90%, ad Atlanta del 147% e a Barcellona 1992 del 417%. Montreal 1976 ha impiegato tre decenni a rientrare dai costi.
A Roma, dove la società  di trasporto pubblico locale ha chiuso senza perdite un solo bilancio negli ultimi 11 anni, come finirebbe?
Se la storia dell’Expo di Milano 2015 insegna qualcosa, finirebbe in senso opposto a Atene, Atlanta, Sydney, o agli sprechi dei mondiali di calcio Italia ’90.
Invece di pagare troppo, per mancanza di risorse Roma rischia di poter spendere molto meno di quanto previsto e di quanto necessario.
All’Expo di Milano sta già  succedendo, con la Regione e il governo che gareggiano nel trattenere e negare i finanziamenti, mentre l’evento promette di essere meno ricco e attraente del previsto.
Ma, appunto, questa è solo scienza triste. John Maynard Keynes diceva che sarebbe «splendido» se gli economisti riuscissero a essere «umili e competenti come dei dentisti», perchè non lo sono.
Ma anche altri aspetti della vita di una nazione permettono di dubitare della praticabilità  di una candidatura di Roma.
Il governo la presenta mentre fa i conti con sconvolgenti casi di corruzione emersi quasi ovunque ci siano lavori pubblici, anche di consistenza minima.
I miliardi del Mose di Venezia, i commissariamenti decisi per alcune delle grandi imprese dell’Expo, il racket degli appalti che ha trascinato il Comune di Roma al default e poi ha continuato ad infierire.
È vero che, come ha ricordato ieri il commissario anti-corruzione Raffaele Cantone, le Olimpiadi di Torino hanno dimostrato che anche in Italia possono svolgersi grandi eventi nella legalità .
Ma su questo fronte il Paese ha già  fatto abbastanza per essere credibile?
Toccherebbe al comitato promotore di Roma 2024 spiegarlo ma, malgrado la svolta pubblica del premier Matteo Renzi, sembra che non sia ancora ben formato nè abbia un proprio budget da spendere.
A discolpa di Roma, va detto che non tutto finirebbe lì.
Competizioni si terrebbero a Milano, Napoli e a Firenze, per qualche ragione, andrebbe la pallavolo.
L’ultima volta che la città  ha vinto uno scudetto in questa disciplina correvano gli anni ’70 e andò alle ragazze dello Scandicci: metafora perfetta del lavoro che resta da fare per tornare credibili.
Di solito le Olimpiadi migliori e più fertili di crescita futura sono sempre andate a città  risorgenti: Londra dalla grande crisi, Pechino dalla povertà , Barcellona da 40 anni di franchismo.
Roma e l’Italia risorgenti non lo sono ancora: se quei soldi ci fossero, dovremmo forse spenderli per ridurre le tasse, cambiare la giustizia, in modo da ridare lavoro stabile agli italiani.
Allora saremo pronti a candidarci di nuovo ai Giochi, per festeggiare la nostra rinascita un’estate intera.

Federico Fubini
(da “La Repubblica“)

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QUELLA TRAPPOLA CON CINQUE CERCHI

Dicembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

RENZI PENSA SOLO A GUADAGNARCI IN IMMAGINE NEL BREVE, TANTO NEL 2024 NON CI SARA’ PIU’

Matteo Renzi conosce l’importanza dei simboli: candidare Roma alle Olimpiadi del 2024 serve a rilanciare l’immagine di una Capitale associata in questo momento soltanto a corruzione, politica predatoria e addirittura mafia.
La Cina nel 2008 ha usato i Giochi per esibire una potenza globale, Londra ha esorcizzato la crisi finanziaria con quelli del 2012, con gli Europei di calcio, nello stesso anno, la Polonia ha presentato i successi di un’economia dinamica, libera dalla polvere sovietica e dai guai dell’euro.
Peccato che l’ultima Olimpiade con un bilancio economico positivo sia quella di Los Angeles, 1984. Dopo i Mondiali di calcio di Italia 90, il Pil è addirittura sceso, i Giochi invernali di Torino hanno lasciato soprattutto debiti al Comune.
Dietro i brindisi per Expo 2015 a Milano c’erano studi sul mirabolante impatto economico della manifestazione di nessuna credibilità , come ha dimostrato l’economista Roberto Perotti.
E ora, a pochi mesi dall’inizio, in tanti vorrebbero non dover gestire una simile grana: è forte il timore che alla fine ci saranno state più mazzette che visitatori.
Nel 2012, il governo Monti ritirò la candidatura dell’Italia alle Olimpiadi 2020 perchè non riteneva il Paese capace di gestire un evento da 9,8 miliardi di euro senza trasformarlo nel solito sifone di milioni dalle casse pubbliche a tasche private, come successo con tutti gli ultimi grandi eventi (tipo Mondiali di nuoto).
Ci sono poteri che si agitano, però: quell’intreccio di costruttori, banche, consulenti e faccendieri che prospera su questi progetti sognava i Giochi 2020, poi si è innamorato dell’idea di un Gran premio di Formula 1 tra le strade di Roma.
E ora ha di nuovo Olimpiadi in cui sperare.
Eppure nella squadra di Matteo Renzi ci sono consulenti, come Perotti e Yoram Gutgeld, che hanno promesso un’analisi rigorosa di costi e benefici di ogni grande progetto pubblico.
Perchè fare un’eccezione per le Olimpiadi? Visto il cinismo del premier, è lecito notare che gli eventuali scandali e buchi dei Giochi 2024 saranno un problema del governo che ci sarà  allora.
Mentre quello attuale beneficerà  a lungo del sostegno di tutti i soggetti, dalla fedina penale più o meno pulita, che puntano al grande affare olimpico.

Stefano Feltri
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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OLIMPIADI 2024 A ROMA? RENZI PRONTO A SPUTTANARE TRA 6 E 13 MILIARDI

Dicembre 15th, 2014 Riccardo Fucile

DAL PROGETTO ACCANTONATO DAL GOVERNO MONTI EMERGE CHIARAMENTE LA CIFRA MINIMA DEI COSTI FISSI DI UN EVENTO DEL GENERE… E DOPO MAFIA CAPITALE LA CANDIDATURA FARA’ RIDERE IL MONDO INTERO

14 febbraio 2012: Mario Monti affossa la candidatura di Roma ai Giochi del 2020.
Due anni e mezzo dopo ci riprovano Matteo Renzi e Giovanni Malagò.
Il sogno olimpico dell’Italia riparte da lì. E dal lavoro che era stato fatto per quel progetto: il comitato promotore aveva stilato un lungo dossier, con costi, introiti e ricadute della manifestazione.
Ora quel documento potrà  essere rivisto alla luce degli ultimi sviluppi (soprattutto delle nuove raccomandazioni low cost emanate dal Cio), ma costituirà  comunque una base fondamentale su cui preparare Roma 2024.
La domanda che tutti si pongono è quanto può costare all’Italia la 33esima edizione dei Giochi. La risposta dei tecnici, allora, era circa 13 miliardi di euro.
Adesso si proverà  a ridurre questa cifra: lo vuole l’Italia, anche il Cio è d’accordo.
Le follie di Pechino e Sochi (per cui Putin avrebbe speso quasi 50 miliardi di dollari) non si ripeteranno.
Ma si tratta comunque di Olimpiadi estive, la più grande rassegna sportiva al mondo: potrebbero arrivare circa 2 milioni e mezzo di turisti (di cui la metà  dall’estero) e oltre 360mila atleti. Alcuni costi sono oggettivi.
La spesa principale riguarda gli impianti sportivi: Roma può contare già  su Foro Italico e Stadio del nuoto, poi ovviamente ci sono l’Olimpico e il Flaminio (che però va rimesso in piedi).
Uno degli obiettivi dovrebbe essere portare a compimento il progetto della Città  dello Sport a Tor Vergata (avviata nel 2005 e mai finita, ci vorranno ancora 500 milioni di euro).
Si punterà  su ristrutturazioni e allestimenti temporanei, ma sarà  difficile mantenersi sotto il miliardo.
Comunque questo è uno dei capitoli su cui si può risparmiare: la base è buona, e potrebbe essere ancora migliore se nel frattempo vedrà  la luce lo stadio della Roma a Tor di Valle.
Senza dimenticare che le nuove regole del Cio permettono di spostare le fasi preliminari in altre città  (si parla di Sardegna e Napoli, ma anche Milano e Firenze).
Non si scappa, invece, dalla costruzione del villaggio olimpico, probabilmente in zona Tor di Quinto, per un altro miliardo abbondante.
È vero che c’è la possibilità  di affidare l’opera in concessione a privati, ma lo Stato deve comunque farsi garante in prima persona dell’investimento.
Quei soldi, al massimo, rientreranno in un secondo momento.
Poi ci sono 2,5 miliardi per i costi di organizzazione, che però potrebbero essere coperti con i contributi del Cio, da cui arriverebbero circa due miliardi dopo l’assegnazione.
Da rivalutare i progetto per le infrastrutture, che valeva 4,4 miliardi.
Opere (come la chiusura dell’anello ferroviario in zona nord, il prolungamento della metro A fino a Tor Vergata e i lavori a Fiumicino) comunque già  inserite nel piano strategico di sviluppo in vista del Giubileo 2025, e in parte a carico di privati. Infine ci sono le spese di sostegno al turismo, non meno di 3 miliardi. In totale il dossier Roma 2020 si attestava a quota 13 miliardi. Adesso per la versione low-cost di Roma 2024 si potrebbe anche dimezzare quella cifra, sfruttando al massimo gli impianti esistenti, la collaborazione con altre città  e i contributi dei privati.
L’altra questione è come verranno affrontate queste spese, e quali ricadute avranno sull’economia.
Impossibile pensare di aumentare il deficit (su cui vigila l’Europa): ma la pressione fiscale è fin troppo alta, e nell’ultima manovra la spending review è già  stata tirata al limite.
Non sarà  facile trovare la quadra: il grosso si concentrerà  nell’anno dei giochi, ma anche nel quadriennio sono previste spese supplementari.
Quanto alle ricadute, il saldo dei tecnici era positivo anche se di poco:   15 miliardi circa di entrate, a fronte di 13 di uscite, con un aumento del Pil di circa l’1,2% complessivo e   un notevole impulso all’occupazione (26mila posti in più solo nell’anno della manifestazione). Limando le spese e sperando di mantenere più o meno invariati i guadagni Roma 2024 sarebbe possibile.
La conclusione del dossier, però, era tutta in due postille di cui bisognerà  far tesoro adesso che il progetto è di nuovo d’attualità .
“L’operazione di ospitare i Giochi a Roma potrebbe rivelarsi vantaggiosa qualora si riesca a contenere la spesa ai livelli programmati”, scrivevano gli esperti.
Operazione, però, che non è quasi mai riuscita per quanto riguarda le ultime grandi manifestazioni sportive, come dimostra anche il caso di Londra 2012 e della Gran Bretagna. L’Italia dovrà  riuscirà  dove praticamente tutti hanno fallito.
E poi — concludeva il documento — “è evidente che costituiscano condizioni indispensabili il rientro dalle attuali tensioni finanziarie e il fatto che la candidatura venga percepita positivamente dai mercati”.
Ma la situazione economica dell’Italia è davvero così cambiata rispetto a due anni fa?
Un’altra domanda a cui Matteo Renzi e tutti quelli che credono in Roma olimpica dovranno rispondere.

Lorenzo Vendemiale
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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AUTOSTRADA BREBEMI, COSTI AUMENTATI E POCHI PEDAGGI: ARRIVANO I SOLDI DELLO STATO

Dicembre 14th, 2014 Riccardo Fucile

SPRECHI PADANI: NON DOVEVA COSTARE UN EURO ALLO STATO, TRATTANDOSI DI UNA INFRASTRUTTURA IN PROJECT FINANCING, ORA SI PARLA DI UN “AIUTINO” DA 300 MILIONI

Doveva essere l’autostrada costruita senza alcun finanziamento pubblico.
Ma presto, di soldi dello Stato, alla Brebemi ne arriveranno tanti: più di 300 milioni, gran parte dal governo e un po’ da Regione Lombardia.
La nuova arteria che collega Milano a Brescia rischia così di perdere l’ultimo vanto che le è rimasto, visto che quello di opera utile, sinora, non ha potuto spenderlo per nulla, a causa delle sei corsie semideserte.
Con un numero di passaggi giornalieri che lo scorso settembre non raggiungeva i 20mila, a fronte dei 40mila promessi per il 2014 in fase di progetto e ai 60mila da raggiungere a regime.
E ora bisogna metterci una pezza.
I mancati introiti da pedaggio pesano sul piano finanziario e si aggiungono all’aumento dei costi di realizzazione.
È quest’ultima, in realtà , l’argomentazione che preferiscono usare i vertici della società , da mesi alla ricerca di un aiuto pubblico.
Adesso l’aiuto è vicino: il ministro dei Trasporti Maurizio Lupi e il governatore Roberto Maroni si sono incontrati e hanno trovato l’accordo, secondo quanto riportato dall’agenzia Agielle e dalle pagine locali del Corriere della sera.
L’intervento non sarà  nella forma della defiscalizzazione, impossibile dal punto di vista tecnico perchè l’opera è stata completata ed è già  in esercizio, nè sottoforma di un prolungamento decennale della concessione.
Sarà  in moneta sonante, stando a quanto trapelato sinora: il governo dovrebbe sborsare 270 milioni, spalmati su più anni, mentre la regione una sessantina.
Le fonti istituzionali non confermano i dettagli.
Dal ministero fanno sapere che non c’è ancora alcuna decisione in merito e che lunedì Lupi e Maroni si incontreranno di nuovo.
Il presidente lombardo, dal canto suo, si è limitato a dichiarare che “ci sono buone notizie per la ridefinizione del piano finanziario. Stiamo attendendo la formalizzazione del piano di rifinanziamento, ne abbiamo discusso con il governo e sono molto ottimista al riguardo”.
Da Brebemi sostengono di non essere in grado di rispondere a domande sull’incontro tra Lupi e Maroni, visto che la società  non vi ha partecipato.
Nessuno però smentisce che le casse pubbliche daranno il loro bel contributo. Eppure doveva essere un’opera realizzata completamente in project financing, “la prima autostrada realizzata senza un euro di finanziamento pubblico”, come in passato ha detto più volte il presidente di Brebemi Francesco Bettoni.
Una visione, la sua, che già  poteva essere messa in dubbio: gran parte dei 2,4 miliardi di euro necessari sono arrivati infatti dai finanziamenti della Banca europea degli investimenti e della Cassa depositi e prestiti, entrambe pubbliche.
E ora l’aiuto dello Stato è pronto ad arrivare in modo diretto.
Solo che quelli di Brebemi, che tra i soci ha Intesa Sanpaolo e il gruppo Gavio, si sono premurati di chiederlo a posteriori.
Dario Balotta, responsabile trasporti di Legambiente Lombardia, dice di essere sconcertato: “E’ paradossale che Regione Lombardia, mentre annuncia tagli per 155 milioni al trasporto pubblico locale, metta tra le sue priorità  il   salvataggio di una concessionaria autostradale sull’orlo del fallimento a pochi mesi dalla sua apertura, a causa di un   traffico nettamente al di sotto delle aspettative. L’accordo tra Lupi e Maroni, in più, va contro la volontà  del Parlamento. La commissione Ambiente della Camera a novembre ha infatti approvato un ordine del giorno che impegna il governo a monitorare che i costi dell’autostrada Brebemi non gravino sulle casse dello Stato”.

Luigi Franco

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L’ITALIA FIRMA L’ACQUISTO DI ALTRI DUE F35: SPUTTANATI ALTRI 200 MILIONI

Novembre 23rd, 2014 Riccardo Fucile

IL GOVERNO TACE, MA LA NOTIZIA E’ APPARSA SUL SITO INTERNET DEL PENTAGONO: ACCORDO FIRMATO DAL NOSTRO MINISTERO DELLA DIFESA CON LA LOCKHEED: 153 MILIONI PER I DUE AEREI, 40 MILIONI PER I MOTORI… CONSIDERANDO ARMAMENTO   E MANUTENZIONE, CIASCUN F35 COSTERA’ 500 MILIONI

“Non ci sono soldi per il lavoro, ma per comprare armi il denaro si trova”, denunciava giovedì Papa Francesco.
Il giorno dopo, come risulta dal sito del Pentagono, la Difesa italiana firmava l’ennesimo contratto internazionale con l’americana Lockheed Martin per l’acquisito di altri cacciabombardieri F35.
Tutto come preannunciato. Quello che non si sapeva era il valore del nuovo contratto: 153 milioni di euro per altri due velivoli, senza i relativi motori Pratt & Whitney che ci costeranno almeno altri 40 milioni.
A conti fatti, i due F35 appena comprati — il settimo e l’ottavo per il nostro paese — li andremo a pagare 100 milioni di euro l’uno.
Il costo unitario — in dollari 94,8 milioni ad aereo nella sua versione “A” convenzionale, senza motore — è stato annunciato da Joe Dellavedova il portavoce del programma F35 per il Dipartimento della Difesa americano, spiegando che la versione “B” dell’F35, quella a decollo corto e atterraggio verticale di cui l’Italia vuole comprare 30 esemplari (15 per la portaerei Cavour e altrettanti, incomprensibilmente, per l’Aeronautica), avrà  un costo unitario di 102 milioni di dollari, vale a dire circa 82 milioni di euro, sempre senza il motore.
Denaro che si continua a trovare, come denuncia il pontefice, ma che non basterà . Perchè queste spese dichiarate coprono solo il cosiddetto costo “fly-away”, cioè il prezzo di produzione del velivolo nudo, nella sua configurazione base.
Se si considerano anche i costi per l’armamento e la manutenzione nel corso dell’intero ciclo di vita degli F35 (fino al 2050) ognuno di questi cacciabombardieri verrà  a costare non meno di mezzo miliardo.
Il che significa ipotecare per i prossimi decenni almeno 40-50 miliardi di euro, se il governo deciderà  di confermare l’acquisto di 90 aerei come chiede Washington, ignorando le direttive del Parlamento che ha chiesto il dimezzamento del budget originario del programma (13 miliardi per il solo sviluppo e acquisto).
A proposito di direttive parlamentari: quando due mesi fa il ministro della Difesa Roberta Pinotti preannunciò la decisione di ordinare altri due aerei entro fine anno, disse che in attesa di eventuali decisioni sulla sua ridefinizione conseguenti al Libro Bianco, era necessario andare avanti con il programma “per mantenere la credibilità  nazionale”.
Vale la pena ricordare che il contratto firmato venerdì scorso è “figlio” del contratto “N00019-13-C-0008″ con cui un anno e mezzo fa la Difesa aveva avviato l’ordine per gli aerei di questo nuovo lotto di aerei e che quel contratto che fu siglato il 18 luglio 2013, pochi giorni dopo l’approvazione della mozione parlamentare che sospendeva “ulteriori acquisizioni” e quindi in violazione della moratoria appena decisa.
La credibilità  agli occhi degli alleati d’Oltreoceano arriva prima della considerazione dei cittadini italiani.
E’ di pochi giorni fa, intanto, la notizia della petizione del Codacons che chiede al governo di annullare l’acquisto degli F35 e destinare i fondi, o parte di essi, alla messa in sicurezza del territorio e della cittadinanza per fermare il dissesto idrogeologico ed evitare le tragedie e i danni prodotti da frane e alluvioni.

Enrico Piovesana
(da “il Fatto Quotidiano”)

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IN REGIONE LOMBARDIA 4500 EURO A OMBRETTA COLLI PER DUE COMPARSATE TV

Novembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

SU UN BUDGET ANNUALE DI 10.000 EURO, IL COMITATO REGIONALE SULLE PARI OPPORTUNITA’ (PRESIEDUTO DALLA COLLI) NE SPENDE LA META’ PER INTERVISTE A PAGAMENTO SU DUE TV LOCALI

Il comitato per le Pari opportunità  della Regione Lombardia ha un budget annuale di 10mila euro. E la metà  di questi sono stati stanziati per pagare le ospitate tv di Ombretta Colli, che lo presiede, sulle tv locali Antenna3 e Telelombardia.
L’importo esatto stanziato per le comparsate della ex soubrette, a capo della provincia di Milano in quota Forza Italia dal 1999 al 2004, è di 4500 euro più Iva. Quindi, 5550.
Soldi che andranno per parlare dell’attività  del comitato nel corso di Eccellenza Donna, spazio ad hoc all’interno delle due emittenti locali condotto da Giorgia Colombo, che che ogni settimana intervista il governatore Roberto Maroni nel programma Orario continuato.
Per capire di cosa si occupi il comitato, basta andare sulla pagina dedicata sul sito della Regione Lombardia, dove si spiega che l’organismo “esercita funzioni consultive, di proposta e di controllo allo scopo di realizzare le finalità  di uguaglianza tra uomini e donne, promuovendo la democrazia paritaria nella vita sociale, culturale, economica e politica. Inoltre, esprime parere obbligatorio sulle proposte di legge in materia statutaria, elettorale e di nomine che abbiano rilevanza diretta o indiretta in materia di pari opportunità “.
Il suo compito principale, si legge ancora, è “di valutare l’applicazione di norme antidiscriminatorie, verificare l’attuazione del principio di parità  ed operare per la diffusione della cultura della parità “.
Anche spendendo metà  del budget annuale per le interviste a pagamento del suo presidente.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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VIGILI, ASILI, STRADE: TUTTI GLI SPRECHI DEI COMUNI ITALIANI

Ottobre 4th, 2014 Riccardo Fucile

MILANO HA IL RECORD DI CONTRAVVENZIONI… AL SUD SPRECHI PER LA BUROCRAZIA

 Com’è possibile che Roma, proprietaria di un immenso patrimonio edilizio comunale, spenda per le sedi dei vigili canoni d’affitto 117 volte superiori a quelli di Milano?
Eccolo qui, un esempio clamoroso per capire quanto servano le tabelle sui «fabbisogni standard»: i cittadini possono vedere, confrontare, rendersi conto.
E decidere chi premiare e chi punire.
Era ora, che qualcosa cominciasse a filtrare, di quella massa enorme di dati.
Eppure sono così tante, per ora, le contraddizioni che occorre prendere quei numeri con le molle. Sennò si rischia di spacciare Casal di Principe, per decenni regno dei Casalesi, udite udite, per un municipio virtuoso.
Son passati 32 anni da quando il Pci Lucio Libertini, parlando dei trasporti, propose di fissare dei «costi standard»: trentadue.
E da allora l’invocazione è stata ripresa da tutti. A destra e sinistra. Un tormentone. Finchè nel 2010 la Sose, una società  per l’89% del Tesoro e per l’11 della Banca d’Italia, ha cominciato a raccogliere a tappeto, con l’aiuto dell’Ifel (il centro studi dell’Anci) una miriade di numeri su sei comparti dei bilanci comunali: burocrazia interna, polizia locale, istruzione pubblica, territorio e viabilità , ambiente e rifiuti e politiche sociali, compresi gli asili nido.
I risultati ufficiali saranno messi a disposizione fra un mese. Potete scommetterci: scoppierà  un putiferio.
Tanto più se il governo decidesse di tagliare o premiare sulla base delle cifre nude e crude.
Piero Fassino, presidente dell’Anci, l’ha già  detto: «I dati sono del 2010, mentre l’incidenza maggiore sulla spending review arriva dal triennio 2011-2013 segnato da drastici tagli: raccomando al governo di non prendere provvedimenti in base a quelle tabelle».
Ci abbiamo messo il naso in quel rapporto stilato, è bene precisarlo, su numeri forniti dagli stessi Comuni. Trovando dati che gridano vendetta. Ma anche incoerenze che danno ragione alla tesi su lavoce.info di Massimo Bordignon e Gilberto Turati: «Usare questi numeri per separare gli “spendaccioni” dai “risparmiosi”, senza tenere conto di quantità  e qualità  dei servizi offerti, può generare disastri. Si rischia cioè di identificare tra i risparmiosi quelli che non offrono i servizi e tra gli spendaccioni quelli che invece i servizi li offrono».
Un solo esempio: possibile che la Calabria, che secondo uno studio di Stefano Pozzoli in quel 2010 aveva, rispetto agli abitanti, un quattordicesimo dei posti negli asili rispetto all’Emilia possa essere considerata «risparmiosa» perchè mancano le scuole materne e le maestre?
Di più: è inaccettabile che da questo «pattugliamento» a tappeto sui conti dei Comuni siano stati esclusi quelli delle Regioni speciali.
Hanno diritto a gestire i soldi in autonomia? D’accordo. Ma possiamo sapere «come» li spendono, i soldi degli italiani? Detto questo, evviva: il monitoraggio capillare, da completare con la definizione di alcuni servizi minimi, è un passo avanti enorme. Che comincia a far chiarezza sull’anarchia dei bilanci.
La prima cosa che balza all’occhio è il presunto record di virtuosità  dei Comuni calabresi, che spendono il 10,65% in meno del fabbisogno standard complessivo al quale avrebbero diritto.
Cioè della somma che, tenendo conto di un mucchio di fattori più o meno penalizzanti (esempio: solo chi sta in montagna può capire il peso sociale, scolastico, economico di certe nevicate) viene indicata come necessaria perchè tutti i cittadini siano sullo stesso piano.
Per contro, la peggiore risulta essere, nonostante un livello dei servizi superiore, la rossissima Umbria, dove i Comuni spendono il 9,71% più del fabbisogno calcolato. Di più: la Calabria sembra addirittura meno sprecona del Veneto, del Piemonte e delle Marche.
Dice tutto il confronto fra Perugia e Lamezia Terme.
La prima, bella, dolce e benestante, è la città  con oltre 70 mila abitanti che ha la peggiore performance in assoluto, con una spesa che nel 2010 ha superato del 31% il fabbisogno standard.
La seconda batte tutti sul fronte opposto: nel 2010 ha speso il 41% in meno.
Come mai?
Forse perchè spendeva pochissimo per funzioni essenziali quali la riscossione dei tributi (35 mila euro contro un fabbisogno di 446 mila), gli asili nido (641 mila euro contro 930 mila) e il «sociale»: 2 milioni 522 mila contro 7 milioni 439 mila.
Scelte imposte dal peso esorbitante di servizi burocratici come l’anagrafe, lo stato civile e il servizio elettorale: 1.162 mila contro un fabbisogno tre volte più basso, 468 mila.
Il contrario di Perugia, più parsimoniosa nelle spese per la burocrazia ma assai più esposta sul fronte dell’ambiente (36,2 milioni contro i 6,2 stimati come fabbisogno standard), dello smaltimento dei rifiuti (31,7 milioni contro 22,5) e dei trasporti pubblici (25,3 milioni contro 4).
Numeri in linea con una tendenza generale: le regioni meridionali, spiega la Sose, «da un lato risultano spendere più dello standard nel settore dei servizi generali di amministrazione e controllo», cioè per i burocrati e i dipendenti in genere, «e dall’altro spendere meno dello standard nel settore dei servizi sociali».
Bologna, ad esempio, figura sì in «zona rossa» con una spesa 2010 superiore del 4,76% allo standard, ma si tratta di una scelta precisa: investe nell’istruzione 60,4 milioni, contro i 37,5 previsti da Sose. Giusto? Sbagliato?
I risultati, scommettono gli emiliani, si vedranno più in là . Così come scommettono su se stessi i Comuni veneti (Vicenza su tutti), che a dispetto dei servizi buoni e a volte eccellenti riescono a spendere, come notava Albino Salmaso sul Mattino di Padova , il 7% in meno della media italiana.
Un dato lusinghiero. Purchè, in attesa della seconda parte del monitoraggio sul livello dei servizi, venga preso comunque con le pinze: i numeri possono essere bugiardi. Avete presente Casal di Principe, la cittadina della «Terra dei fuochi» tenuta in ostaggio per decenni dai Casalesi ed espugnata a giugno dal sindaco antimafia Renato Natale?
Risulta tra i municipi più virtuosi della Campania. Basta dire che la sua spesa 2010 era inferiore al fabbisogno standard del 41,6%.
Ma se andiamo a vedere come spendeva quell’anno i denari pubblici, scopriamo che per gli uffici preposti a raccogliere le tasse comunali, c’erano briciole.
Fabbisogno stimato da Sose: 113.242 euro. Euro impiegati: 167. Cioè 678 volte di meno: perchè mai infastidire i compaesani chiedendo loro le tasse?
Quanto all’ambiente, devastato dai veleni scaricati perfino nel cortile della ludoteca, il fabbisogno stimato era di 445.949: ne spesero un quarto.
I denari servivano per la burocrazia municipale. Costosissima.
Assurdo. Certo è che la Provincia di Caserta, la più avvelenata dagli scarichi industriali di tutta l’Italia, dimostra una volta di più come gli stessi «fabbisogni standard» abbiano sì un senso, ma debbano tener conto del contesto.
Nel 2010 l’ente provinciale casertano spese il 35% in più del previsto investendo nel settore ambientale 57 milioni: cinque volte più del fabbisogno standard calcolato da Sose: 11 milioni 581.147 euro.
Spreconi? Dipende da come sono stati investiti soldi. Ma che quella terra sventurata abbia bisogno di più quattrini per il risanamento di ogni ipotetica media nazionale è fuori discussione.
Così come è complicato calcolare lo «standard» per località  turistiche che a seconda delle stagioni possono moltiplicare la popolazione di tre, cinque, dieci volte.
Al Nord e al Sud.
Il fabbisogno finanziario teorico di Cortina d’Ampezzo sarebbe inferiore del 52% alla spesa reale, quello di Capri del 39,6, di Ischia del 42,6, del Sestrière del 52,4, di Gallipoli del 38,6.
Spreconi? O piuttosto inchiodati dall’obbligo a mantenere dei servizi decenti?
Non mancano, nelle realtà  più piccole, esempi di virtuosità  stupefacente.
Il record spetta a un paesino bergamasco, Blello, che ha un fabbisogno teorico del 108,9% superiore a quello che il municipio spende in realtà : i 79 abitanti si sanno accontentare. O si sono rassegnati.
Così a Cartignano, 180 residenti, nel cuneese, dove il differenziale è del 108,4%.
O nella salernitana Omignano, dove lo «standard» sarebbe più alto del 97,2.
Ma sono tutti «risparmiosi» o costretti a far buon viso a cattiva sorte a causa della marginalit�
Risultati simili, nelle metropoli, sono impensabili.
A Roma nel 2010 ogni cittadino spendeva per i servizi fondamentali 1.695 euro, dei quali 400 per mantenere i dipendenti municipali.
A Milano 1.830: 441 per il personale. A Napoli 1.416 euro: per i «comunali» 477.
Ma quanto valgono questi numeri se non si tiene conto del divario, qua e là  abissale, dei servizi forniti?
I tre Comuni allo specchio dicono tutto delle differenze fra i diversi pezzi d’Italia. Basti prendere il costo della funzione forse più sensibile per un Comune, quello della polizia locale.
Il fabbisogno standard di Roma è fissato in 323 milioni: nel 2010 spese il 14,5% in più.
All’opposto Milano, che sborsò per i vigili il 38,3% in meno ma anche Napoli, che «risparmiò» il 29%.
Eppure il Campidoglio, in quel 2010 preso in esame, fornisce ai cittadini in qualità  e quantità  molto meno di Palazzo Marino.
Per carità , le multe stradali sono forse un indicatore anomalo, ma i dati sono interessanti: i 5.998 vigili di Roma elevavano manualmente 929.442 contravvenzioni (154 a testa: tre a settimana), i 3.179 colleghi milanesi 1.178.780: 370 pro capite, più di una al giorno.
Per non parlare delle 79.870 sanzioni di diverso genere fatte a Milano contro le 27.990 di Roma e le appena 963 di Napoli.
O dei 255 arresti effettuati dai «ghisa» ambrosiani a fronte dei 110 dei «pizzardoni» capitolini e dei 64 dei «caschi bianchi» partenopei.
Per non dire degli affitti di cui scrivevamo.
Nonostante fosse proprietario di 59mila immobili, storicamente gestiti assai male, il Comune di Roma in mano alla destra dopo anni di giunte di sinistra, pagava nel 2010 per i locali occupati dalla polizia municipale canoni per tre milioni e mezzo contro i 30.017 euro di Milano: 117 volte di più.
Una spesa mostruosa. Che costringeva il Campidoglio a risparmiare su tutto il resto. Comprese le tecnologie indispensabili per amministrare meglio una realtà  complicata quale quella capitolina.
Solo 2,9 milioni di euro investiti contro i 6,4 di Palazzo Marino.
Con riflessi clamorosi sul controllo territoriale.
I questionari compilati dai rispettivi Comuni e aggiornati al primo agosto di quest’anno dicono che a Milano la polizia locale dispone, per un territorio di 181 chilometri quadri, di 1.359 telecamere.
A Napoli, dove i chilometri quadrati comunali sono 1.117, i vigili ne hanno 100.
E a Roma? Il Comune con la superficie più vasta d’Italia, 1.285 kmq, di telecamere ne ha solo 45. Cioè una ogni 48 chilometri.

Sergio Rizzo e Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera”)

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