Giugno 23rd, 2015 Riccardo Fucile
L’EX COMMISSARIO ALLA SPENDING REWIEV NOMINATO DA ENRICO LETTA: “A PAROLE SONO TUTTI D’ACCORDO, QUANDO SI ENTRA NEL DETTAGLIO OGNUNO VEDE GLI SPRECHI SOLO IN CASA D’ALTRI”
Cena con Carlo Cottarelli. 
Ieri all’hotel Bristol di Roma a piazza Barberini, l’associazione Adam Smith ha organizzato un dibattito+ buffet (costo 65 euro) su ‘La lista della spesa’, il libro che fa un resoconto del lavoro dell’ex commissario alla Speding review nominato da Enrico Letta e liquidato da Matteo Renzi.
“Se non si trovano 10 miliardi di euro dalla Spending review per il 2016 per evitare che aumentino le tasse”.
I tagli alla spesa pubblica sono nero su bianco, sono sforbiciate impopolari ma che toccano tutti i settori, dalle spese militari ai cinque corpi di polizia, dal pubblico impiego alle partecipate più di 10mila, dai 34 mila centri di spesa, che dovranno essere dimensionati a 35, ai trasferimenti alle imprese, editoria, famiglie, pensioni d’invalidità .
La macchina burocratica italiana descritta da Cottarelli è un enorme fonte di spreco di denaro pubblico, con notevoli differenze tra Nord e Sud.
“Tutti sono d’accordo quando si parla in generale di tagli, poi si va nel dettaglio e ci si perde, ci vuole la volontà politica, il fine è abbassare le tasse”
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Maggio 23rd, 2015 Riccardo Fucile
LOTTA AGLI SPRECHI ALMENTARI… OGNI CITTADINO FRANCESE BUTTA 20-30 CHILI L’ANNO DI PRODOTTI ALIMENTARI… UNO SPRECO CHE COSTA AL PAESE 20 MILIARDI
La Francia dice basta agli sprechi alimentari. E lo fa con una legge, votata all’unanimità dall’Assemblea di Parigi, che vieta ai grandi supermercati – oltre i 400 metri quadrati – di buttare prodotti ancora buoni rimasti invenduti.
D’ora in avanti dovranno essere regalati alle associazioni benefiche, ridotti in concime o riutilizzati come mangime per animali.
Chi sgarra rischia multe fino a 75 mila euro e due anni di carcere.
«È scandaloso vedere cibi ancora commestibili cosparsi di candeggina per renderli inutilizzabili», ha spiegato il deputato socialista Guillaume Garot, ex ministro dell’Agricoltura e promotore della legge.
20-30 chili di cibo buttato l’anno per persona
Secondo alcuni calcoli, ogni cittadino francese butta nel bidone della spazzatura 20-30 chili di prodotti alimentari all’anno.
Un «crimine» che costa al Paese circa 20 miliardi di euro.
La nuova legge, che prevede tra l’altro anche una campagna di sensibilizzazione nelle scuole e nelle aziende, fa parte di una serie di misure che puntano a dimezzare gli sprechi entro il 2025.
Le critiche alla legge
Le aziende della grande distribuzione hanno criticato la nuova legge. «I grandi supermercati sono responsabili solo del 5% degli sprechi ma sono gli unici a dovere seguire questi nuovi obblighi», ha detto Jacques Creyssel, portavoce della Federazione del Commercio e della Distribuzione. «Molti di questi punti vendita inoltre – circa 4.500 – hanno già convenzioni con associazioni caritative».
In Italia gli sprechi valgono mezzo punto di Pil
«In Italia lo spreco alimentare domestico ovvero il cibo ancora buono che finisce nei rifiuti, vale oltre 8 miliardi, circa mezzo punto di Pil», ha spiegato Andrea Segrè, docente di Politica agraria internazionale all’Università di Bologna e fondatore di «Last Minute Market». «Dall’altra parte l’Istat conta ormai più di 10 milioni di italiani che vivono e si alimentano in condizioni di povertà ».
Federica Seneghini
(da “il Corriere della Sera”)
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Aprile 27th, 2015 Riccardo Fucile
PROGETTO OLIMPIADI: RENZI E MALAGO’, UN CAPPELLO SOPRA IL BUSINESS
Il crimine non è una disciplina olimpica. Ma con impavido tempismo, appena scoperchiata Mafia Capitale, il giovane Matteo Renzi e l’amico Giovanni Malagò, una coppia di piacioni di professione, hanno candidato Roma per i Giochi del 2024.
Siccome l’Italia è tutta bella e tutta cara, e non soltanto la capitale è votante, Renzi s’è inventato l’Olimpiade itinerante: un po’ a Firenze per il Brunelleschi, a Napoli e in Sardegna per la vela e il mare, a Milano per le bici. E perchè escludere Torino, Venezia o il Vaticano, che dispone di campetti di pregiata erbetta inglese?
Come spesso accade, Ignazio Marino ha incassato.
Non il denaro: la gomitata politica, che non è per niente sportiva.
L’ex chirurgo fa il bonario, però s’è imputato. E non fa passare nulla, non concede nulla al rampante Malagò, già designato prossimo sindaco di Roma.
Entro il 15 settembre va formalizzata la candidatura, ma nè la giunta comunale, nè l’assemblea capitolina hanno approvato un documento valido.
Anzi, non l’hanno neanche abbozzato o discusso.
Per la sfiancante corsa al 2024, che sarà definita fra un paio di anni, il Campidoglio ha accontato una miseria: 150.000 mila euro.
Marino s’è “dato” coraggio. Il guaio è che le ripicche non lasciano un graffio. Il Coni ha il controllo assoluto, e non per una ribalda gestione di Malagò, di per sè ribaldo, ma perchè Matteo gli ha prestato (non regalato) il potere.
A differenza di Gianni Alemanno e Silvio Berlusconi che spesero milioni di euro per le Olimpiadi 2020 e poi furono bloccati da Mario Monti, stavolta non esiste un comitato promotore che riunisce comune, governo e Coni.
Malagò ha affidato la gestione a Coni Servizi, una società di proprietà del ministero del Tesoro. Marino non dovrà imprecare sui soldi che mancano: gli 8 milioni necessari per avviare la macchina li mette lo Stato.
Con l’obolo di governo, Malagò s’assicura il controllo totale, può fare e disfare, allestire conferenze stampa, centellinare annunci più o meno inutili con quel tipo di prosopopea che ricalca lo stile renziano.
Per imbellettare l’immagine di Roma, il presidente del Coni ha arruolato Luca Cordero di Montezemolo, che ha accettato di sfidare la sorte, spavaldo, dopo aver legato il suo ciuffo al fallimento dei mondiali di Italia ’90.
Anche il ruolo di Montezemolo è simbolico.
Talmente simbolico, o meglio ancora metafisico, che il Coni non ne ha deliberato la nomina. Che importanza? Zero, decide Malagò.
Correzione: Malagò con il nullaosta di Renzi.
Questa sintonia ha permesso a Claudia Bugno, una dirigente ministeriale ex consigliere nel Cda di Banca Etruria (con il papà del ministro Maria Elena Boschi vicepresidente), di ottenere il coordinamento del comitato promotore.
E Marino, offeso, ha ingaggiato per 37.000 euro un ex assessore di Barcellona, Enric Truno y Lagares , per importare i fasti catalani dell’edizione del ’92.
Assunti i rimedi pallitiavi, e queste per adesso sono davvero scaramucce con Malagò (leggi pure Renzi), l’ex chirurgo minaccia di fare il referendum consultivo sui Giochi per far esprimere i romani.
Le previsioni sono scontate: i romani, disillusi, bocceranno il progetto. È presto, per ora è (è ancora) un’ipotesi. Al Comitato Olimpico Internazionale sono grati a Renzi per aver inaugurato la maratona burocratica e lobbistica da qui al 2024, ma sono sei le città che potrebbero sfidare Roma: Baku, Boston, Budapest, Amburgo, una metropoli indiana e la più blasonata, Parigi, che in quell’anno vuole celebrare un centenario olimpico.
Oltre i simboli e la grandeur, i Giochi rappresentano un impiccio.
Vedi il Brasile, stremato già dopo i Mondiali, tra balletti coreografici e rivolte feroci.
La Norvegia con Oslo si è ritirata per quelle invernali del 2022, resiste la Cina con Pechino, impegnata in un farsesco ballottaggio con Almaty, in Kazakistan, il regno del dittatore Narzabayev. Vincerà la Cina. E vinceranno gli sprechi.
A Pechino non sanno come smaltire le strutture del 2008.
I Giochi vanno contro la logica economica. Anche se parsimoniosa, l’Italia dovrebbe spendere almeno 10 miliardi di euro.
Nessuno s’è bevuto la farsa degli imprenditori impazienti di investire su Roma 2024.
E non è il caso di affrontare la questione scadenze, consegna dei lavori.
Già L’Expo di Milano è un umiliante gioco di ritardi e ruberie. Forse sarebbe saggio candidare Roma per il 2054.
Per iniziare domani con gli appalti.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Aprile 6th, 2015 Riccardo Fucile
NON SI CONOSCE NE’ LA SPESA NE’ IL NUMERO DI AEREI DA PRENDERE… SICURI SOLO I 700 MILIONI BUTTATI PER LA FABBRICA A CAMERI
Volano ancora tra volute di fumo gli F-35. Tra annunci, smentite, ballon d’essai e mezze verità non
si ferma la giostra sul numero di cacciabombardieri che alla fine l’Italia deciderà di acquistare dalla statunitense Lockheed Martin: forse 90, forse la metà oppure 75, chissà chi lo sa.
Finora i velivoli comprati con un contratto definitivo sono 8. Altri 2 o 3 dovrebbero essere ordinati entro il 2015.
Il numero totale dovrebbe infine essere tarato sulla base delle indicazioni del famoso Libro bianco della Difesa che però resta un mezzo mistero.
Alcuni mesi fa sembrava che il numero giusto fosse 45 esemplari. Di recente, in concomitanza dell’avanzata dell’Isis in Libia, dal ministero hanno fatto trapelare la notizia di voler tornare a 90.
Rimangiandosi, così, le precedenti promesse ndi riduzione.
La ministra Roberta Pinotti ha consegnato una bozza al nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, e il presidente della Repubblica se la sta studiando essendo anche il capo delle Forze armate in qualità di presidente del Consiglio supremo di difesa.
Una volta esaminato e presumibilmente emendato, il testo passerà dal Quirinale al vaglio del Parlamento che almeno in teoria ha la parola finale su tutta la faccenda.
Nel frattempo dovrebbero essere appostate nel Documento programmatico le somme destinate al finanziamento dei 72 grandi sistemi d’arma nei prossimi 3 anni, dai sommergibili agli elicotteri, dai carri armati alle fregate. F-35 compresi
Nell’ambito delle incertezze c’è anche che a distanza di un quindicennio dall’avvio dell’operazione nessuno è ancora in grado di dire con precisione quanto costerà ogni singolo esemplare.
Forse neppure gli Stati maggiori della Difesa, compresi quello dell’Aeronautica e della Marina che sono direttamente coinvolti nell’affare.
Gli F-35 che l’Italia acquisterà non sono tutti dello stesso tipo. La maggioranza sarà di tipo A destinato all’Aeronautica e una parte di tipo B per la Marina, cioè a decollo corto per la portaerei Cavour.
Il tipo A dovrebbe costare 150 milioni di euro circa, il B una ventina di più.
Ma sono cifre indicative perchè fino ad ora gli Stati maggiori hanno comunicato i fly away cost, cioè i costi di produzione che ovviamente sono ben diversi e inferiori rispetto al costo reale di acquisto.
La mezza verità è servita a ingenerare l’equivoco che gli F-35 costino quanto gli Eurofighter, i cacciabombardieri di impianto europeo a cui anche l’Italia partecipa.
Altra incertezza totale è la caratteristica stealth, cioè l’invisibilità ai radar.
Pare che questo grande e avveniristico vantaggio operativo, sbandierato come il punto davvero vincente dell’F-35, tanto da marcarne la superiorità verso tutti gli altri cacciabombardieri in circolazione, stia rapidamente passando di moda.
Per il semplice motivo che i radar di nuova generazione, a cominciare da quelli russi, sono in grado di vederlo così come scritto da Aviation Week and Space Technology.
Così come nessuno sa quantificare il ritardo accumulato nei piani di produzione a causa dei problemi di progettazione che insorgono a ritmo continuo
Di davvero sicuro c’è un flop, quello dello stabilimento Alenia-Aermacchi (Finmeccanica) di Cameri, costato ai contribuenti italiani la bellezza di circa 700 milioni di euro.
Scintillante, ultramoderno, adagiato sui prati del vecchio aeroporto di Novara su 550 mila metri quadrati, grande quanto un quartiere di città , lo stabilimento degli F-35 sta diventando una cattedrale nel deserto nell’operoso profondo nord.
A Cameri si costruiscono le ali e si assemblano gli aerei destinati all’Italia e ad altre nazioni europee.
Ma quanti? Dio solo lo sa. Per ora pochini: gli 8 italiani per cui sono stati siglati i contratti più forse altri 8 per l’Olanda, prima tranche di uno stock di 37.
Alla fine di marzo doveva essere firmato un contratto con gli olandesi, ma l’incontro pare sia stato rimandato.
Mentre la promessa di fare di Cameri il punto di manutenzione delle flotte europee dicono sia solo uno spot.
Il fatto è che il Faco è stato costruito praticamente al buio.
Senza certezze nè sull’acquisto definitivo degli F-35 nè tanto meno sul numero di esemplari che sarebbero stati ordinati (allora si parlava di 131 come cifra ottimale e inderogabile).
Si sono comportati come chi compra la frusta prima del cavallo.
L’impressione è che la costruzione del costosissimo impianto sia stata voluta per forzare la mano, per mettere tutti di fronte al fatto compiuto dal quale sarebbe stato impossibile tornare indietro.
Tutto ciò è avvenuto a spese dell’Eurofighter, l’aereo europeo alla cui costruzione l’Italia partecipa sempre con Alenia realizzando parti ad alto contenuto tecnologico della delicatissima avionica.
Daniele MartiniCon gli F-35 i tecnici Alenia sono invece relegati al semplice ruolo di assemblatori.
Daniele Martini
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Aprile 1st, 2015 Riccardo Fucile
SPENDING REVIEW, LO SPRECO DEGLI AFFITTI DELLE PUBBLICHE AMMINISTRAZIONI
Un miliardo e duecento milioni di euro: è il costo annuale degli immobili presi in affitto dallo Stato.
Per l’esattezza 1.215 milioni di euro di locazione annua per uffici, scuole, sedi: la stima è contenuta nel dossier sulla razionalizzazione dell’utilizzo degli immobili statali, compilato dal gruppo di lavoro di Carlo Cottarelli e pubblicato online nelle scorse ore.
Dodici pagine di dati, analisi e proposte per tagliare il costo di affitti e gestione degli immobili utilizzati dallo Stato.
Ad oggi le amministrazioni pubbliche utilizzano immobili che si estendono per quasi 80 milioni di metri quadrati (quasi tutti dislocati nelle cinque principali città italiane e cioè Firenze, Milano, Napoli, Palermo, Roma e Torino): di questi l’80 per cento sono di proprietà dello Stato, mentre il resto appartiene ai privati.
Una percentuale che raddoppia se si escludono dal conto gli immobili del Ministero della Difesa, che da solo occupa quasi i due terzi degli edifici di proprietà dello Stato.
Eliminati i dati relativi al ministero di via XX Settembre, ecco che si scopre come le varie amministrazioni dello Stato utilizzano soltanto il 60 per cento di immobili di proprietà , mentre nel 40 per cento dei casi pagano un canone di locazione ai privati, per un costo che supera il miliardo e duecento milioni di euro all’anno.
Diversi i casi di “spreco” di denaro pubblico registrati dal gruppo di Cottarelli, dovuti soprattutto alla mancanza di coordinamento tra i vari rami della pubblica amministrazione.
Il caso limite è rappresentato dal comune di Prato, dove su 34 sedi amministrative, ben 28 sono in immobili presi in affitto, per un costo di 8 milioni e 770 mila euro: 15 sono gli spazi presi in affitto soltanto nel centro della città , nel raggio di appena 4 chilometri.
Per razionalizzare la spesa l’equipe di Cottarelli propone alle pubbliche amministrazioni di rivedere la distribuzione territoriale limitandosi ad occupare, se possibile, soltanto immobili di proprietà statale.
Secondo la proposta contenuta nel dossier, bisognerà dimostrare l’inesistenza di uno stabile di proprietà pubblica o l’impossibilità di ottenere tale immobile da parte di altre amministrazioni, prima di procedere all’affitto di un’ulteriore sede.
Solo in quel caso partirà una ricerca di mercato, per trovare la locazione più conveniente.
Il progetto prevede la creazione di un unico capitolo di spesa destinato a pagare gli affitti delle sedi, affidato all’Agenzia del Demanio, dal quale “tagliare” 200 milioni nel 2015, e 100 milioni a partire dal 2016, per arrivare quindi a quota 800 milioni entro il 2017.
Per incentivare il coordinamento tra i vari settori della pubblica amministrazione, Cottarelli prevede l’utilizzo di un sistema informativo unico (si chiama Paloma, acronimo di Public Administration Location Management), dove far convergere i dati di tutti gli immobili pubblici disponibili.
E siccome nel dossier si specifica come “diverse amministrazioni non hanno adempiuto alle comunicazioni previste (es. quella del Mef per il censimento degli immobili)”, il progetto di Cottarelli prevede anche l’inserimento di “sanzioni per la mancata comunicazione dei dati” in relazione agli immobili utilizzati dai vari compartimenti della pubblica amministrazione.
Alla fine, secondo le previsioni del gruppo di lavoro, gli immobili utilizzati dallo Stato si dovrebbero ridurre del 20 per cento, mentre i costi sarebbero abbattuti del 30 per cento, grazie anche all’accorpamento di alcuni servizi che sarebbero dunque gestiti in comune tra i diversi rami della pubblica amministrazione.
Il dossier propone inoltre di destinare i fondi risparmiati negli affitti degli enti locali alla ristrutturazione delle scuole.
Tutte proposte che per il momento rimangono lettera morta.
Giuseppe Pipitone
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile
DOPO ORE DI POLEMICHE, IN SERATA PALAZZO CHIGI SI APPELLA A NON PRECISATI “MOTIVI DI SICUREZZA” PER GIUSTIFICARE LO SPERPERO DI DENARO PUBBLICO
Tutti contro Matteo Renzi. Dopo l’aereo blu per andare a sciare con la famiglia a Courmayeur in occasione
del Capodanno, il premier usa un elicottero di Stato per spostarsi da Firenze a Roma: il velivolo è costretto alle 8.45 a un atterraggio di emergenza a Badia al Pino, nel comune di Civitella della Chiana (Arezzo), e sulla passione del presidente del Consiglio per gli spostamenti in velocità scoppia una nuova polemica politica.
Un fronte trasversale che va da Forza Italia a Sel fino al M5S chiede a Renzi conto dell’accaduto, proponendo un parallelo con il il neo capo dello Stato Sergio Mattarella, che per spostarsi utilizza voli civili e normalissimi tram.
In serata arriva la versione di palazzo Chigi: il premier, si legge in una nota, “usa e continuerà ad usare i mezzi a sua disposizione, secondo quanto prevede la normativa”.
Il Movimento 5 Stelle — che ha lanciato l’hashtag #renzicottero diventato trending topic — attacca il premier con un post dal titolo “Renzicottero” pubblicato sul blog di Beppe Grillo. “Il presidente della Repubblica prende il treno, il non eletto che occupa Palazzo Chigi e impesta le televisioni per fare meno di 300 chilometri usa il Renzicottero”.
Grillo, poi, prosegue chiedendo al presidente del Consiglio: “Prendi il Renzicottero tutti i giorni? Chi c’era nel Renzicottero? Quanto costa ai contribuenti il tuo lusso? Ma prenderti un treno?”.
Forse, continua, “Renzie sta facendo le prove per quando dovrà fuggire dagli italiani inferociti per essersi resi conto delle balle che racconta, ma forse a quel punto il Renzicottero non basterà ”.
“La mia scorta è la gente”, scrive il blog ricordando le parole del premier. Poi continua: “Renzie oggi ha fatto un atterraggio di emergenza a causa del maltempo con il ‘suo’ elicottero, che chiameremo per comodità Renzicottero, mentre si recava da Firenze a Roma.
Il consigliere di Berlusconi Giovanni Toti si sfoga su Twitter: “Renzi: spiace per brutta avventura — scrive — Ma aerei per Aosta, (dove il premier con la famiglia era andato a sciare, ndr) elicotteri per Roma. Meglio volare basso e con mezzi pubblici. Mattarella docet”.
Il riferimento è all’inaugurazione della scuola dei giovani magistrati di Scandicci, raggiunta in tram da presidente della Repubblica.
Parla invece di “rottamazione di lusso” Gianni Melilla, deputato di Sinistra Ecologia Libertà che sempre sul sito di microblogging commenta:”Da Firenze a Roma il presidente del Consiglio Renzi preferisce l’elicottero all’auto blu”.
Dopo l’incidente, il premier — illeso come l’equipaggio, il personale a bordo — è stato raggiunto dalla scorta e ha proseguito il viaggio per la Capitale in auto. In un primo momento fonti del governo avevano riferito che poteva trattarsi di un guasto tecnico.
Ma oltre alle reazioni politiche, anche su Twitter monta la polemica: molti utenti si chiedono infatti perchè, per un tragitto così breve, il segretario Pd abbia deciso di usare l’elicottero e non il treno.
“Renzi — scrive Serpico — ha rottamato le auto blu (degli altri) per prendersi un elicottero bianco. #lavoltabuona che si vergogna?”.
E altri aggiungono: “un bel frecciarossa no?”, “ma non era quello che voleva ridurre i costi?”, “elicottero…scorta…no, non può essere”, e Luca Bottura posta un finto virgolettato del premier sull’aereo, riprendendo la strategia applicata alle auto di Stato: “Stavo andando a venderlo su eBay”. Infine c’è anche chi scherza: “Renzi costretto all’atterraggio. Forti ‘ste correnti del Pd”
Palazzo Chigi: “Motivi di sicurezza”
Ma in serata fonti di Palazzo Chigi riportate dalle agenzie spiegano che il premier ha utilizzato stamane l’elicottero per imprecisati motivi di sicurezza che, in questo momento, si applica al più alto livello per il premier.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 2nd, 2015 Riccardo Fucile
PRIMA SI PARLA DI GUASTO TECNICO, POI DEL MALTEMPO: MA PER UN TRATTO COSI’ BREVE DOVEVA FARE PROPRIO PAPERONE A NOSTRE SPESE?…DALLE AUTO BLU AGLI ELICOTTERI DI STATO
Atterraggio di emergenza per il premier Matteo Renzi.
L’elicottero che stamani trasportava il presidente del consiglio da Firenze a Roma è stato costretto a toccare terra nei pressi di Arezzo, a Badia al Pino, nel Comune di Civitella Valdichiana per “il maltempo” come precisano da Palazzo Chigi.
In un primo momento si è invece diffusa la notizia che ci fosse stato un guasto tecnico.
Il velivolo è sceso in un campo sportivo di calcetto, come spiega il segretario provinciale del Pd ed ex sindaco, Massimiliano Dindalini: “E’ un posto che ha anche i pali dell’illuminazione e una rete alta di recinzione, insomma non è un luogo facile per atterrare. E’ vero che è vicino all’autostrada A1 e al casello, però deve esserci stato un motivo importante per posarsi lì con un elicottero grande su un campo così piccolo dove si giova a calcio in otto contro otto”.
Il motivo secondo fondi di Palazzo Chigi, sarebbe il maltempo. “Appena l’ho saputo sono andato a vedere e al campo i carabinieri non confermavano che ci fosse sopra il presidente del Consiglio” prosegue Dindalini.
Il segretario provinciale del Pd poi ha fatto le verifiche e ha avuto la conferma della presenza di Renzi a bordo.
Il premier è stato raggiunto dalla scorta e ha proseguito il viaggio per Roma in auto. Nessuna conseguenza per il presidente del Consiglio nè per gli altri occupanti, equipaggio e personale di scorta.
“Apprendemmo così che Renzi, eliminate le auto blu, il lunedì veniva a Roma in elicottero” ironizza su Twitter l’ex direttore di Youdem, Chiara Geloni
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 16th, 2015 Riccardo Fucile
SPRECHI: E’ QUESTO IL CANONE MENSILE MEDIO DEI 43.000 IMMOBILI DI PROPRIETA’ DEL COMUNE DI ROMA… CHE POI SPENDE 21 MILIONI L’ANNO PER UTILIZZARE 5.000 ABITAZIONI PRIVATE
Le dimensioni del problema sono in tre numeri.
Per affittare uffici e appartamenti destinati alle carenze abitative, nonchè per gestire il patrimonio immobiliare comunale, il Campidoglio ha speso lo scorso anno 138,9 milioni di euro: incassando 27,1 milioni (dato 2013) di canoni per i propri beni affittati ai privati. Perdita secca, 111,8 milioni l’anno.
Quaranta euro per ogni cittadino, neonati e vegliardi compresi.
Sono le cifre impressionati di un pozzo senza fondo, ma che non dicono neppure tutto del modo assurdo con cui è stato gestito dalla notte dei tempi l’immenso patrimonio immobiliare della Capitale.
Le maxi-spese del Comune
Per capire le difficoltà che si parano davanti a chiunque voglia invertire la rotta facendo cessare innanzitutto lo scandalo indicibile degli affitti irrisori, come ha promesso l’attuale amministrazione, bisogna infatti scendere nelle profondità di questo abisso.
Quei 27,1 milioni sono il rendimento di 43.053 beni immobili: ognuno dei quali frutta al Comune in media 52 euro e 46 centesimi al mese.
Fermo restando che è persino difficile dire quanto davvero rimanga nelle casse comunali. Nei 138,9 milioni di spesa sono compresi i cinque sborsati per la manutenzione degli ascensori e i nove che incassava la società Romeo per altre manutenzioni e gestioni amministrative tramite due diversi contratti, uno dei quali ora cessato e l’altro in attesa di gara.
Non ci sono invece nel conto i molti milioni spesi per le bollette dell’acqua, nè l’Imu seconda casa che il Campidoglio paga per sue diverse proprietà in centri extracomunali come Albano Laziale o Guidonia.
Parliamo in questo caso di almeno sei milioni l’anno.
Il caso Armellini
In compenso per 4.801 abitazioni affittate dai privati, 1.042 dei quali riconducibili a quell’Angiola Armellini che secondo le Fiamme Gialle invece l’Ici non la pagava, il Campidoglio ha tirato fuori nel 2013 la bellezza di 21 milioni 349.652 euro.
Mediamente, 370 euro e 57 centesimi al mese per ciascuna di esse: sette volte quello che incassa per i propri appartamenti.
Ed è ancora niente, tuttavia, in confronto a certe vette raggiunte dai Centri di assistenza abitativa temporanea, ossia l’emergenza dell’emergenza, per cui il Comune era arrivato a pagare, tenetevi forte, anche quattromila euro al mese per appartamento. Una follia.
Tanto più, stanno facendo scoprire i controlli avviati per stroncare gli abusi, che gran parte degli assegnatari non ha neppure i requisiti per stare lì.
Gli immobili commerciali
Il problema, poi, non riguarda soltanto le case.
Roma ha 598 immobili non residenziali e spende 50,9 milioni per affittare uffici.
Il sito comunale informa che nel 2014 sono stati risparmiati 2,1 milioni.
E che molti contratti sono stati rimessi in discussione, come del resto quelli relativi agli usi residenziali: operazione che dovrebbe portare da 42 a 27 milioni l’esborso per l’emergenza abitativa più emergenziale.
Il Comune dice che la spesa complessiva per il patrimonio immobiliare dovrebbe scendere dai 138,9 milioni del 2014 a 99,5 nel 2015, a 83 nel 2016,a 72 nel 2017.
Auguri.
Poi c’è il piano di dismissioni avviato dall’amministrazione guidata da Ignazio Marino. Che sta facendo discutere non poco in consiglio comunale soprattutto a causa dello sconto previsto per gli inquilini che decidessero di comprare.
La legge fantasma
Il Comune argomentava l’esistenza di una legge, che però non si è mai trovata.
L’unico riferimento erano le modalità utilizzate dieci anni fa per le disastrose dismissioni degli enti previdenziali. E il consigliere radicale Riccardo Magi non si è fatto scappare l’occasione per proporre con suoi emendamenti di abolire quel beneficio, riservando agli inquilini solo il diritto di prelazione sul prezzo risultante da una gara.
Anche perchè fra i 600 immobili da mettere in vendita ce ne sono parecchi assai appetitosi, in strade prestigiose del centro storico come Via dei Coronari, e quartieri dove le quotazioni non sono proprio modeste come Trastevere o Prati.
La storia spesso poco edificante delle cessioni di immobili pubblici deve consigliare estrema prudenza.
Auguri bis.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 9th, 2015 Riccardo Fucile
E’ COSTATO MEZZO MILIONE DI EURO: PER UNA SOLA RICHIESTA DI ISCRIZIONE
La prima pietra era stata posata nel 2007, ma all’asilo nido dell’ospedale “Galmarini” di Tradate (provincia di Varese) non è mai stato accudito nemmeno un bambino.
La realizzazione della struttura, finanziata da Regione Lombardia e dall’azienda ospedaliera di Busto Arsizio, è costata ai contribuenti più di mezzo milione di euro: 126 mila di contributo regionale e 427 mila di fondi aziendali.
L’edificio, incastonato nel parco dell’ospedale, era stato pensato per ospitare una ventina di bambini, tra lattanti e bimbi già svezzati, distribuiti sui 300 metri quadri di struttura, dotata di ogni comfort ed energeticamente all’avanguardia.
Alla cerimonia di posa della prima pietra, nel dicembre del 2007, presenziò il consigliere regionale della penultima giunta Formigoni, Luca Daniel Ferrazzi (che era stato eletto nelle fila del Pdl), storico rappresentante dell’area An proprio come l’allora direttore generale all’azienda ospedaliera, Pietro Zoia.
All’epoca il direttore motivò la scelta di realizzare un asilo nido, spiegando che: “A fronte del numero di maternità verificatesi negli ultimi anni e guardando alla natura aziendale ospedaliera e, quindi, alla consuetudine di avere molto personale femminile, è importante offrire ai nostri lavoratori un servizio di asilo nido in modo da facilitare un corretto bilanciamento tra le esigenze personali e famigliari e la crescita professionale”.
Insomma, infermiere, dottoresse, segretarie e altre lavoratrici avrebbero avuto a disposizione un loro nido, come si conviene alle aziende più evolute.
Meno di due anni più tardi, nell’estate del 2009, l’asilo nido era pronto.
Lindo e pinto. 300 metri quadri di struttura interna e 300 metri quadri di giardino recintato ad uso esclusivo.
A settembre dello stesso anno la cooperativa Punto Service (che si aggiudicò la gestione del servizio) ricevette una sola iscrizione, impossibile far partire il nido.
I termini vennero prorogati, ma nessuno si fece avanti e non si raggiunse il numero minimo di iscrizioni.
Ormai la struttura era stata completata e non si poteva certo tornare indietro.
Fallito il tentativo di aprire il nido alle mamme lavoratrici, l’azienda ospedaliera provò a coinvolgere i comuni del territorio, poi si provò la via degli accordi con le aziende, vennero promossi open-day e serate pubbliche, ma anche a settembre del 2010 le iscrizioni non arrivarono.
Il direttore generale provò a darsi una spiegazione: “Le richieste di iscrizione in effetti sono state pochissime, forse per le rette a prezzi di mercato, con gli effetti della crisi sulle famiglie che appena possono si affidano ai nonni”.
Oggi siamo nel 2015, la regione è passata sotto la guida di Roberto Maroni, l’azienda ospedaliera ha un nuovo direttore generale e, con il mutare delle condizioni socioeconomiche, di asili nido non si sente più l’esigenza, tanto che il servizio non è nemmeno più stato affidato.
In attesa di una ricollocazione che sa di impossibile, con una spesa sanitaria in continua contrazione, la struttura è ancora lì, intonsa.
Anzi, mostra già i primi segni di deterioramento.
La facciata perde tono e colore, un grosso telo di plastica copre una parte del tetto, sbirciando dalle finestre impolverate si intravede qualche magagna qua e là .
Alessandro Madron
(da “il Fatto Quotidiano”)
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