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COSI’ LE MENSE DI STATO SI MANGIANO OGNI ANNO 490 MILIONI

Settembre 16th, 2014 Riccardo Fucile

SONO CENTRI DI SPESA SENZA CONTROLLO: DAL 1995 LE AMMINISTRAZIONI OPTANO PER IL BUONO PASTO O IL SERVIZIO DI RISTORAZIONE COLLETTIVA

Incassato il blocco degli stipendi non resta che consolarsi con la frittura di calamari e la torta rustica alla mensa di Stato, ultimo e persistente privilegio (o diritto, a seconda dei punti di vista) del pubblico impiego sotto tiro.
Secondo i dati del Tesoro ce ne sono un migliaio sparse per l’Italia e ogni anno all’Erario, scuole e ospedali esclusi, costano la bellezza di 490 milioni di euro, in aggiunta ai 722 erogati in buoni pasto.
Da quelle porte i commissari alla spesa non sono mai entrati e pare non lo faranno neppure stavolta, in occasione della dieta del 3% che il governo ha prescritto ai ministeri.
Si imbatterebbero però in situazioni sorprendenti, dove il grasso — è il caso di dire — cola davvero.
Alla Farnesina ad esempio, dove i funzionari sono a lungo distratti dalle vicende internazionali per occuparsi di questioni di cucina e del grammo del prezzemolo.
In un mondo squassato da venti di guerra, il nostro Ministero degli Esteri non poteva sottrarsi all’emergenza domestica di rinnovare il contratto per la mensa interna: entro il prossimo 18 settembre deve selezionare un operatore della ristorazione che in cambio di sette milioni e mezzo di euro provveda a sfamare i 2.300 dipendenti della sede centrale per i prossimi tre anni. E poco importa se a sentir loro preferirebbero di gran lunga un buono pasto.
Certo, costa molto meno dell’analogo bando Rai che ai contribuenti italiani sta per mangiare, è il caso di dire, la bellezza di 50 milioni di euro, dieci per ogni anno della convezione quinquennale oggetto della gara.
Tanto costa far sedere a tavola dirigenti, dipendenti e ospiti della tv di Stato che da mesi s’arrovella per trovare 150 milioni da portare in dote al governo e che, alla fine, verranno grattati dalla solita padella: vendita dei gioielli di famiglia (RaiWay), tagli al personale e “riorganizzazione” delle strutture giornalistiche, vale a dire svuotando quel poco che resta a giustificare il canone.
Mense di Stato affare serissimo, dunque.
Anche perchè in tempi di deflazione basta un piccolo beneficio per allargare la forchetta dell’equità  sociale e tagliare col coltello l’Italia in due: quella che s’accomoda a tavola, magari con tutti gli onori e su marmi smaltati, e quella che deve accontentarsi del buono pasto, quando c’è.
Poco più in là , del resto, ci sono gli esclusi del tutto, gli ex impiegati e i collaboratori che non hanno nè l’uno ne l’altro perchè tutto si taglia, ma non la mensa interna.
La sua dura legge è: meglio qualche lavoratore in meno che gli altri a bocca asciutta, ontologicamente indisponibili al ticket che per gli “altri italiani”, 1,9 milioni di statali e due milioni di privati, è il pranzo.
Buoni pasto, mense autogestite e servizi esterni. Il business della pausa pranz
Affare anche costosissimo, poi.
Secondo i dati Consip per la “ristorazione collettiva” — tra personale, materie prime, pulizia dei locali, lavanderia, assicurazione etc — lo Stato mette sul piatto ogni anno 1,6 miliardi di euro. La metà  circa (51%) è in carico agli enti locali (mense scolastiche, soprattutto), un altro 25% alla Sanità  (ospedali), un 19,5% alle forze armate e di polizia.
Nel 4,5% residuo, che varrebbe minimo 75 milioni di euro l’anno, c’è poi la zona grigia delle amministrazioni che senza un obbligo o una ragione specifica (la sede è periferica, il personale non può allontanarsi etc) hanno deciso di optare comunque per la mensa in affidamento diretto. Una facoltà  definita per legge nel 1995, in occasione della finanziaria.
E questa libertà , come spesso accade, ha messo le ali alla spesa e complicato la vita a chi volesse monitorarla, controllarla e ridurla.
Ne sanno qualcosa i tecnici del Tesoro: “La rilevazione del conto annuale — spiegano — viene fatta al livello di ente e non al livello di unità  locale. Un terzo delle amministrazioni che hanno sostenuto una spesa per le mense ha erogato anche buoni pasto, evidentemente a causa di situazioni e valutazioni differenziate nelle diverse unità  locali appartenenti al medesimo ente”.
Una certezza, però, c’è.
Buona o cattiva che sia, e per quanto possa costare, chi la mensa ce l’ha se la tiene a denti stretti.
E non ci pensa proprio a sostituirla, magari aderendo alla convenzione Consip che da 15 anni il Mef ha attivato per dotare tutte le amministrazioni di buoni pasto sostitutivi (quella in corso vale 910 milioni, quasi un miliardo).
Per non scontentare nessuno, esiste anche una terza via di organizzare il servizio che consente alle amministrazioni di usare il proprio personale per la gestione e di acquistare direttamente le derrate alimentari necessarie (la convenzione Consip che vale 800 milioni di euro l’anno). Spreco e potenziale risparmio, dunque, si annidano laddove le amministrazioni procedono direttamente all’affidamento del servizio con una propria gara, fuori da ogni convenzione centralizza d’acquisto.
Alla Farnesina, tra marmi e ricette scelte dai dirigenti
Soltanto lì, tra le pieghe dei bandi che si cucinano in casa, si coglie a pieno la premura con cui le amministrazioni pubbliche adempiono all’ufficio.
La Farnesina, ad esempio, ma altri se ne potrebbero fare. A predisporre la nuova gara per “ristorazione, mensa e bar” è stato un dirigente di II fascia. Formazione da contabile, incarichi funzionali importanti in diverse direzioni generali. Nel 2009, per dire, ha preso parte come ufficiale di collegamento alla Riunione G8 dei Capi di Stato e di Governo a L’Aquila. Approdato alla direzione Risorse — come altri colleghi prima di lui — si occupa d’altro, nello specifico è il “responsabile del procedimento” di gara del servizio mensa. Che è tutto da leggere.
Prescrive a chi effettuerà  la fornitura del servizio di scodellare, ogni santo giorno, tre primi e tre secondi diversi a scelta del dipendente.
Il capitolato tecnico specifica: “giovedì, gnocchi”. Nessuno sa il perchè, ma è tassativo ed “eventuali variazioni dovranno essere motivate”.
Nell’allegato n 3, di ben dodici, c’è anche — non è uno scherzo — il ricettario by Farnesina. In piccole schede distilla con precisione grammature e ingredienti per singolo piatto.
Risolve pure l’eterno conflitto dell’amatriciana: pancetta o guanciale? Quella doc, sdoganata per via diplomatica, deve contenere 100 grammi di pasta di semola di grano duro, pancetta “tesa” (30 grammi), cipolla, pomodori.
Guai dimenticare peperoncino rosso e sale: ne va un grammo.
Altre ricette consigliate sono il minestrone di lenticchie secche (40 grammi), il pesce alla mugnaia (con acciughe), pollo alla cacciatora (attenzione, ci va il prezzemolo: un grammo), torta rustica e così via. Impossibile, a questo punto, non prendere in contropiede il funzionario che ai fornelli ne sa una più di Gordon Ramsey.
“Guardi che noi non abbiamo inventato nulla”, risponde con gentilezza e modestia lui, ex commissario contabile del Consolato Generale d’Italia a Hong Kong. “Il capitolato lo ha redatto una mia collaboratrice, ma so che altre amministrazioni forniscono indicazioni simili cui ci siamo ispirati. In ogni caso mi spiace, non sono autorizzato a rilasciare notizie sul funzionamento dell’ufficio e sulla redazione di documenti di gara. La prego, sia gentile”.
Il paradosso: si risparmia se non ci si mangi
La Farnesina ritiene però che la mensa sia economica e consenta un notevole risparmio per l’Erario.
Fornisce anche dei numeri precisi. “Ogni giorno mediamente gli utenti del servizio sono circa 900 a fronte di circa 2.300 dipendenti in servizio che avrebbero tutti diritto al buono pasto qualora non fosse attivo il servizio mensa. La spesa per il MAECI è dunque meno della metà  di quella che sosterrebbe con l’erogazione di buoni pasto a tutto il personale che ne avrebbe diritto”.
In sostanza il risparmio della mensa è determinato dal fatto che due terzi del personale che ne ha diritto ha finito per rinunciarvi.
E forse bisognerebbe anche chiedersi perchè, visto che i lavoratori lamentano da anni la scarsa qualità  di cibo e servizio e tramite i loro sindacati hanno espressamente chiesto di rinunciarvi per il buono.
“Del resto funziona così — spiega un decano del ministero — le amministrazioni aggiudicano le gare con un ribasso tale sulla base d’asta che i margini del fornitore per dare un buon sevizio si riducono all’osso. L’operatore che capisce poi che non sarà  rinnovato finisce per trascurarlo del tutto,   sia sul fronte delle portate proposte che del servizio”.
E perchè tenere la mensa allora?
“Semplice, perchè il contratto dei diplomatici che qui dettano legge non prevede buoni pasto. Così gente che guadagna anche 10mila euro al mese mangia qui. Magari male, ma gratis”.
Ma è poi funzionale la mensa interna?
“In realtà  un’altra ragione per cui la maggior parte dei dipendenti non mangia qui è dovuta ai tornelli contatempo: perderebbero 20 minuti di tempo di lavoro. Mangiare in mensa, di fatto, è come uscire dal ministero. Così la gente si compra il panino al bar interno, dove non c’è il tornello, e spende dai 5 ai 10 euro di tasca propria. Si tratta soprattutto di donne lavoratrici per le quale anche 20 minuti al giorno sono tempo preziosissimo. Mangiano male in piedi al bar, oppure consumano alla scrivania dell’ufficio il panino che si portano da casa”.
Ai dipendenti ora tremano già  i polsi pensando che il nuovo contratto, per ragioni di risparmio, avrà  un prezzo a base d’asta inferiore al precedente.
Quello in scadenza, gestito dalla ditta barese Ladisa Spa, costa 8,30 euro più Iva per ogni pasto erogato ma il ministero fa sapere il nuovo affidamento farà  leva su tariffe inferiori, avendo fissato il prezzo a base d’asta a 7,50 euro (iva esclusa).
Ci sono però 18 piccoli indiani (su una platea 2.300 dipendenti) che la fortuna e la distanza hanno dispensato dalla mensa.
Si tratta, non è uno scherzo, del “personale in servizio presso la sede centrale che presta stabilmente la propria lavorativa in sedi decentrate distanti più di 800/1000 metri dalla Farnesina”.
Un chilometro, dunque, e sei salvo.
Nello specifico, spiega ancora la nota del Ministero, “rientrano oggi in tale categoria unicamente i dipendenti in servizio presso gli Uffici siti a Villa Madama”.
Per chiudere il ragionamento sull’economia delle mense, giacchè la Farnesina si è mostrata eccezionalmente collaborativa, si devono mettere in conto anche i costi che non si leggono nel bando.
Che non sono di poco conto, soprattutto quando prendi la mensa al sesto piano e la trasferisci al meno uno. Qui è andata così, con conseguenti oneri di adeguamento dei locali che non sono ancora finiti. Un anno fa è stata ristrutturata l’area di consumazione spendendo 80mila euro tra pavimento e controsoffitti (sopra il video dell’inaugurazione).
Oggi è in corso l’intervento sull’area cucina, lavaggio e bagni che dovrebbe concludersi entro i primi di ottobre al costo di 89.792 euro. Ma sono soldi ben spesi, perchè la mensa è eterna.

Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano”)

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PARTECIPATE, LA FANTASIA AL SERVIZIO DEGLI SPRECHI

Agosto 28th, 2014 Riccardo Fucile

DALLA MUNICIPALIZZATA MOLISANA PER “L’UOVO E IL POLLO” ALLE AREE MATILDICHE, FINO AL CIMITERO DI CESANO BOSCONE: LA VORAGINE CHE INGOIA I NOSTRI SOLDI

“Cerca gli amministratori? Ma quali amministratori, qui non c’è nessuno: nessun dipendente, nessun responsabile, nulla di nulla, manco più i polli”.
Benvenuti nel parossistico mondo delle partecipate.
Per arrivare a questa lapidaria risposta i vertici della Gestione agroalimentare molisana di Bojano (Campobasso) — interamente controllata dalla Regione, per sostenere l’avicoltura “dall’uovo al pollo” — ci hanno messo qualche anno: tre. Tutti scanditi da una corsa a tappe forzate verso il dissesto. Anno 2010: 200mila euro. Anno 2011: -8 milioni di euro. Anno 2012: -14 milioni. Il tutto, in cambio di un compenso intorno ai 140 mila euro l’anno, tra amministratori e sindaci revisori.
A novembre 2013, la nuova giunta vara il ricambio dei vertici: “Siamo certi — spiegò il presidente del Molise Paolo Di Laura Frattura — che coroneremo per il meglio il processo di exit strategy della Regione per il rilancio dell’azienda”.
Come? Concordato preventivo, lavoratori (274) in cassa integrazione a zero ore, fine delle attività .
La Regione, però, ha un piano per il rilancio, che co-finanzierebbe con 16 milioni di euro. Soldi pubblici. Di più non si può, perchè scatterebbe il divieto di aiuti di Stato dalla Ue.
“Cerchiamo di limitare i danni della dissennata gestione precedente – spiega al Fatto Frattura — aiutiamo la nuova società  a nascere, ma non ne faremo parte. Il nuovo amministratore prenderà  solo 50 mila euro lordi l’anno”.
Perchè creare un’azienda regionale di avicoltura? “È assurdo, ne convengo, ma è colpa della passata giunta”.
Un esempio su tutti di come in Italia vengono gestite le partecipate: 8.000 società  (10 mila per il Tesoro), buona parte in perdita, che spaziano dalle autostrade, agli aeroporti, dal trasporto pubblico agli impianti sciistici.
E poi ci sono hotel partecipati da Atenei, consorzi per la “valorizzazione delle aree matildiche” (da Matilde di Canossa, ndr), casinò, cimiteri.
Quello di Cesano Boscone, il paese che ospita la Sacra famiglia dove Silvio Berlusconi svolge i servizi sociali, è partecipato dal Comune, ed è in perdita.
Eppure è stato costruito con il project financing (I privati costruiscono ma lo Stato, alla fine, paga) .
Carlo Cottarelli ha diffuso la radiografia delle partecipate: delle 5.264 di cui è stato possibile ottenere un bilancio, 1.242 sono in perdita. Ecco un piccolo bestiario
SCI D’ALTA QUOTA
Seggiovie che portano gli enti giù nel burrone
Sciare costa caro alle regioni. A giudicare dai bilanci societari, quasi nessuna è riuscita a rendere profittevole la gestione degli impianti di risalita.
Chi fa peggio è il virtuoso Trentino-Alto Adige: si è svenato per tenere in piedi funivie e comprensori sparsi nelle sue vallate, partecipati anche dai Comuni e tutte in perdita.
Quello della Val di Non (spa) in perdita per 3,6 milioni (1,2 nel 2013). I debiti ammontano a 634 mila euro, e gli azionisti sono stati costretti ad attingere al capitale, che è stato di fatto azzerato a 50 mila euro (erano 375 mila).
Cosa ci hanno guadagnato i soci? 1.500 euro di utili nel 2013.
Ma la lista è lunga, si va dalla Nuova Panarotta della Valsugana (-537 mila euro nel 2012) alle seggiovie e sciovie di Val D’Ultimo (-840 mila), alle Funivie Trento, partecipate dal Comune per consentire agli sciatori di scendere dal Monte Bondone (-840 mila).
Quello nella riserva bianca di Limone Piemonte ha generato nel 2012 poco meno di un milione di euro di perdite. La Lombardia ha gli impianti Valdidentro in alta Valtellina, il Molise quelli di Campobasso (-392 mila euro)
BUS E METRO
I dirigenti record: pagati più di Barack Obama
È il vero pozzo senza fondo. Degli 1,2 miliardi di perdite complessive, stimate da Cottarelli, circa 300 milioni vengono da qui.
Decine di acronimi dietro i quali si nasconde un buchi di bilancio spaventosi.
Questa giungla viene alimentata dai contratti di servizio e dai trasferimenti di denaro per 16,5 miliardi di euro l’anno nel 2012, aumentati a 23,4 miliardi di euro nel 2013.
La romana Atac — dove diversi dirigenti guadagnano più di Barack Obama (nel 2013 il totale è 37 milioni di euro) e il sindaco revisore Renato Castaldo, noto per le denunce sulle ruberie nell’azienda, ha preteso e ottenuto di essere pagato il triplo dell’amministratore delegato — in poco più di una decade ha totalizzato circa un miliardo di euro di perdite e un deficit di 219 mila euro.
Anche l’altra romana, Cotral, non se la passa bene. Nel 2012 siamo a 14 milioni di perdite. Colpa di Atac — si giustifica l’azienda — che deve le deve circa 100 milioni di euro. Male anche la napoletana Ctp (210 milioni in sei anni). Ma da Verona, a Terni a Nuoro non si salva nessuno. In difficoltà  anche le ferrovie della Calabria (-2,7 milioni)
SENZA LIMITI
Dagli hotel alle Terme Perfino un autodromo
Il variegato mondo delle partecipate riserva sorprese incredibili.
Si scopre, ad esempio, che l’università  di Tor Vergata di Roma possiede il 5 per cento di un hotel nella zona della stazione centrale di Termini che nel 2012 ha perso 285 mila euro.
O che il quotidiano campano Il Denaro ha perso quasi mezzo milione di euro.
Perchè è nei numeri di Cottarelli? È partecipata dall’unione delle Camere di commercio della Campania, che sono enti pubblici a tutti gli effetti.
A Prato, la holding Società  terme e benessere, che gestisce diversi impianti di acque termali è partecipata dai Comuni limitrofi, e nel 2012 ha totalizzato 8,9 milioni di rosso, il 244 per cento del suo patrimonio.
La mano pubblica, però, arriva nei posti più impensabili — come l’autodromo del Veneto (-249 mila euro), la società  Matilde di Canossa in Toscana (-421 mila) o la Compagnia prodotti agricoli di Orbetello (-6 milioni su 7 di patrimonio) — e non ne esce più: il comitato Italia 150 a tre anni dalla fine dei festeggiamenti del 2011 conserva un patrimonio negativo per 3,6 milioni di euro.
Cosa fa? Non è dato saperlo.
TESTE TRA LE NUVOLE
Aeroporti, ogni decollo è un buco nel bilancio
La gestione degli scali si è rivelata complicata per gli Enti locali.
Non solo gli aeroporti spesso sono in perdita, ma lo sono anche le società  controllate che gestiscono i servizi di terra (handling), come il movimento bagagli.
L’Ue, però, considera questi ultimi “servizi soggetti a concorrenza” per cui le perdite non possono essere ripianate dalle controllanti, pena la procedura per “aiuti di Stato”.
Il caso eclatante è quello di Sea, la società  che gestisce gli scali milanesi, multata per 360 milioni di euro da Bruxelles.
L’aeroporto Gabriele D’annunzio di Montichiari (Lombardia) nel 2012 ha totalizzato 3,8 milioni di euro di perdite, a fronte di un patrimonio di circa la metà . Quello di Cuneo, si è fermato a un rosso di “soli” 1,3 milioni, quello di Alghero a 2,3.
Lo scalo “Valerio Catullo” di Verona Villafranca batte tutti con un passivo che nel 2012 si è attestato a 11 milioni di euro. Male anche Parma (-5 milioni), Palermo (-7), Lamezia Terme (-1,7) etc. Sull’handling va anche peggio, quello dell’aeroporto di Caselle Torinese (Sagat) vanta un passivo di 400 mila euro, che non potrà  essere coperto da nessuno
ROULETTE ROSSA
Quando il Comune vuole fare il croupier
Per quanto possa sembrare inopportuno, da un lato, i comuni gestiscono campagne di sensibilizzazione contro le ludopatie, dall’altro però, conservano partecipazioni, gestiscono casinò. Per giunta, in perdita.
Il podio se lo aggiudica la Cmv di Venezia, che ha un buco di 20,3 milioni di euro (il più elevato tra quelli censiti da Cottarelli) e gestisce il casinò di Venezia, che dal 2010 ha perso 53 milioni (il 12 per cento del totale dei ricavi).
Quello di Campioni d’Italia, invece, è partecipato a maggioranza dall’omonimo Comune, dalle province e dalle Camere di Commercio di Como e Lecco: in quattro anni ha perso 23 milioni (7,38 per cento) e la città  si è vista scendere i proventi a 34 milioni (dai 51 del 2011).
Nel bilancio 2013, la società  spiega che, per quanto in perdita, la gestione pubblica ha permesso alla società  di macinare meno perdite dei concorrenti privati.
Per acquisire questa magra consolazione, il direttore generale percepisce 311.658,53 euro l’anno, che dovranno scendere a 240 mila per effetto del tetto imposto dal governo. Perfino la virtuosa regione autonoma della Val d’Aosta ne controlla (al 100 per cento) uno, ma fa meglio: solo 18 mila euro di perdite
TRA GLI STAND
Non solo Roma, le fiere della cattiva gestione
In Italia se ne contano a decine, molte delle quali hanno toccato il fondo nel 2012, a causa della crisi nera in cui è sprofondato l’intero comparto.
Il guaio è che quasi tutte sono partecipate dalle Regioni o dai Comuni, e sono in rosso. Il caso più eclatante è la fiera di Roma (realizzata durante l’era Veltroni): il buco è di 15,7 milioni e a oggi, nel vuoto pneumatico in cui versano spesso i padiglioni si cercano inutilmente acquirenti. Si dalla Firenze fiera spa (-1,7 milioni) a quella di Forlì (-206 mila), da quella di Bergamo (-230 mila) a Padova (-653 mila) e Rimini (-569 mila).
Ma la lista è sterminata. Praticamente tutti i vertici sono di nomina politica e a ogni cambio di giunta vengono decapitati, con l’effetto di assolvere quasi tutti per le inefficienze collezionate nella vecchia gestione.
Tutto per compensi elevati. In passato ha fatto scandalo quella di Parma (nel 2010 l’ad si portò a casa 200 mila euro, 120 mila di premio).
A Roma, i salari dei 75 dipendenti rimasti sono scesi a 700 euro mensili.
Nessun sacrificio, invece, per i vertici.
Dulcis in fundo, la fondazione per il libro di Torino, che ospita il blasonato salone internazionale del libro: 1,5 milioni di perdite.

Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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RICETTA CANTONE-COTTARELLI: TAGLIO DI 4,5 MILIARDI SU FORNITURE AD UFFICI

Agosto 25th, 2014 Riccardo Fucile

I CONTROLLI ARRIVANO DOPO CHE IL CONTRATTO E’ STATO CHIUSO

Tra i 6 e i 7 miliardi di euro da risparmiare in un anno, solo sugli acquisti delle pubblica amministrazione. È senza dubbio ambizioso l’obiettivo che si è dato il governo per confermare nel 2015 il bonus da 80 euro.
Ma per raggiungere questo risultato non si punta solo sull’accorpamento delle centrali d’acquisto, che firmando contratti più corposi dovrebbero essere in grado di spuntare prezzi più bassi. Anzi.
Come spesso accade, più che regole nuove serve il rispetto delle regole esistenti.
E nel campo delle forniture pubbliche, senza spostare un comma o nemmeno una virgola, si potrebbero risparmiare in un anno 4,5 miliardi di euro.
Tanto vale lo scostamento dei contratti firmati ogni anno dalla pubblica amministrazione rispetto ai cosiddetti prezzi di riferimento della Consip, la società  del ministero dell’Economia che si occupa proprio degli acquisti per gli uffici pubblici. Per la maggior parte delle forniture, dalle stampanti all’energia elettrica, Consip indica dei parametri di qualità /prezzo che dovrebbero essere rispettati anche dall’ente pubblico che preferisce comprare per conto proprio. Dovrebbero.
Quei paletti vengono spesso aggirati infilando nei capitolati delle piccole variazioni sulle caratteristiche del prodotto che, almeno in teoria, giustificano un prezzo più alto. La differenza tra i prezzi effettivamente pagati l’anno scorso da chi ha proceduto all’acquisto per conto proprio e quelli indicati dalla Consip dà  proprio quei 4,5 miliardi e mezzo di euro: una cifra che da sola rappresenterebbe un quarto della spending review messa in preventivo per l’anno prossimo.
Il punto è come far rispettare davvero un obbligo che già  c’è.
In Corea vanno per le spicce: la loro Consip è autorizzata dalla legge a bloccare in tempo reale ogni contratto chiuso a livello locale che non rispetti i suoi parametri di prezzo e qualità .
E si tratta della Corea del Sud, quella democratica per intendersi.
In Italia i controlli possono arrivare soltanto «a babbo morto», mesi dopo che il contratto è stato chiuso e quando ormai c’è poco da fare.
Ma in fondo è proprio questo l’obiettivo delle lettere che il commissario alla spending review , Carlo Cottarelli, e il presidente della nuova Autorità  nazionale anti corruzione, Raffaele Cantone, hanno spedito agli enti pubblici sospettati di eccessiva generosità  negli appalti.
Il passato è passato ma almeno si può far sentire il fiato sul collo a chi deve chiudere i contratti nei prossimi mesi.
Con la speranza che almeno una parte di quei 4,5 miliardi di euro venga recuperata più o meno spontaneamente.
Poi c’è il capitolo sull’accorpamento delle centrali d’acquisto. Oggi sono oltre 30 mila, scenderanno a circa 200 secondo la logica che sui grandi contratti si riescono a spuntare prezzi migliori.
Il piano Cottarelli indicava un massimo di 30/40 centrali ma quel numero riguarda solo i maxi-appalti, al di sopra di una soglia ancora da decidere che potrebbe essere fissata a 5 milioni di euro.
In questo caso a passare attraverso le nuovi grandi centrali – tra le quali la stessa Consip e quelle regionali – sarebbero 3 mila forniture l’anno.
Sotto ci saranno le centrali uniche di committenza, che dovranno servire più Comuni evitando la frammentazione di oggi e che alla fine saranno tra 100 e 150
L’obbligo di accorpamento per i Comuni viene da lontano: era previsto addirittura dal decreto salva-Italia del governo Monti, quasi tre anni fa.
Ma è stato più volte rinviato, l’ultima proroga di mezza estate è proprio del governo Renzi, e adesso dovrebbe partire dal primo gennaio del 2015.
Un altro slittamento farebbe saltare i conti della spending review ma c’è ancora un punto interrogativo.
È vero che il gruppo spunta un prezzo migliore del singolo.
Ed è vero anche che, applicata al bilancio dello Stato, questa regola antica si dovrebbe trasformare in un certo risparmio di denaro pubblico.
È però possibile che il meccanismo, di per sè virtuoso, concentri su poche e (tendenzialmente) grandi aziende i soldi pagati dallo Stato per le sue forniture e ammazzi le piccole, con ulteriore disoccupazione.
Resta da vedere quali saranno gli effetti su un Paese arrivato ormai al settimo anno di crisi.

Lorenzo Salvia
(da “il Corriere della Sera”)

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EQUITALIA, ISTAT, POLIZIA: LA GIUNGLA DEI CONTRATTI

Agosto 25th, 2014 Riccardo Fucile

SOLO NEI SERVIZI TELEFONI UN MILIARDO DI SPRECHI: UNA CHIAMATA DA UN UFFICIO PUBBLICO COSTA IL 71% IN PIU’… IL MINISTERO DELL’INTERNO SPENDE 500 MILIONI CON TELECOM

Non è affatto una questione simbolica, affare di pochi euro in più o in meno.
Il fatto che tante amministrazioni negozino e concludano da sole i propri contratti di telecomunicazioni comporta sprechi, si stima, per circa un miliardo l’anno.
Se tutte le convenzioni pubbliche per l’uso dei telefoni fissi e mobili e per il traffico dati in rete fossero concluse invece tramite grandi centrali d’appalto capaci di comprare all’ingrosso, il costo sarebbe molto ridotto
TAGLIO AI COSTI
Il ministero dell’Economia ha notato che nel 2012 (ultimi dati disponibili) il costo al minuto di una chiamata da un ufficio pubblico in media è più basso del 71% quando il contratto telefonico viene concluso da Consip, la grande centrale nazionale degli acquisti controllata dal Tesoro.
Un minuto al cellulare mediamente costa invece il 35% in meno e un messaggio di testo addirittura fino al 72% in meno.
Il problema è che, singoli contratti alla mano, spesso questi risparmi non si realizzano perchè le amministrazioni fanno da sè.
Negoziano e comprano in autonomia, a costi spesso incongrui. Al centro e in periferia. Non si può dire, quanto a questo, che il dicastero dell’Interno abbia dato il buon esempio: nella prima settimana di dicembre, con l’Italia sull’orlo del default e il ministro Anna Maria Cancellieri appena insediata, ha avviato in perfetta solitudine una procedura poi sfociata in una convenzione da ben 521 milioni di euro con Telecom Italia.
Il contratto è destinato a “servizi telefonici e di trasmissione dati” della Pubblica sicurezza. Quell’accordo colossale, informa il sito dell’ex Autorità  di vigilanza sui contratti pubblici (ora Anticorruzione), è stato concluso con una “procedura negoziata senza previa pubblicazione”.
Ce n’è abbastanza da aver attratto l’attenzione della Corte dei Conti, che avrebbe aperto un vero e proprio contenzioso con il Viminale (in via ufficiale non confermato nè smentito) sulla regolarità  della procedura
GOVERNO, AUTORITà€, ENTI LOCALI
Quello della Pubblica sicurezza è senz’altro il caso più vistoso, non però l’unico. Esiste una lista di un’ottantina di contratti di telecomunicazioni da circa 100 milioni di euro in totale che sta attirando l’attenzione su ministeri, comuni, province, regioni, Camere di commercio, Inail e agenzie o autorità  dello Stato.
Non è sfuggito per esempio come il ministero della Difesa a settembre 2012 — altro momento drammatico per le finanze del Paese — si sia attivato per elargire un contratto di telecomunicazioni da 19,9 milioni di euro.
Qui la stazione appaltante è la Direzione generale impianti e mezzi di difesa aerea e telecomunicazioni: fosse stata la Consip, forse la fattura finale per il contribuente non sarebbe stata così elevata.
E le amministrazioni avrebbero dato il segnale che capivano l’angoscia dei cittadini per il debito pubblico e il peso dell’austerità .
Del resto sempre nel 2012, a giugno, una stazione appaltante chiamata “ministero della Difesa — Comando generale arma dei Carabinieri” avvia “senza previa pubblicazione” una procedura per un appalto a Telecom Italia per la gestione del servizio telefonico. Importo finale, 2,2 milioni di euro
LE ANTENNE PER INTERNET
Notevole anche il contratto da 8,7 milioni che sempre nel 2012 la provincia di Catania conclude con Fastweb e Mandarin Wimax Sicilia Spa per una rete di interconnessioni delle proprie sedi e delle scuole.
Ma gli enti locali del Sud non si distinguono da quelli del Nord per il peso finanziario dei loro accordi telefonici. C’è l’appalto da 1,9 milioni di euro (di nuovo assegnato “senza previa pubblicazione”) dall’Azienda regionale Emergenza Urgenza della Lombardia per l’“infrastruttura tecnologica del call center”.
Ce n’è un altro da 1,1 milione per due anni della provincia di Milano, ancora una volta senza pubblicazione preliminare dell’appalto, per “assistenza integrata ai sistemi di telefonia fissa”
Non mancano poi i casi quasi folcloristici. Besana in Brianza, 15.500 abitanti, nel 2013 riesce a impegnarsi a pagare a Fastweb 451 mila euro per “servizi di comunicazione e connettività  in fibra ottica” per gli edifici del comune.
Potrebbe passare alla storia come la banda larga più cara della storia, dato che il contratto costa quasi 30 euro per abitante.
TASSE E STATISTICHE
Colpiscono però di più le scelte di altre amministrazioni centrali collocate sotto il ministero dell’Economia o molto vicine alle sue preoccupazioni per i conti.
Anche loro fanno a meno dell’aiuto della Consip nell’ottenere le forniture, malgrado sia anch’essa una controllata del Tesoro.
Gli sprechi e la confusione negli appalti arrivano vicino al cuore finanziario dello Stato.
E’ il caso di Equitalia, che con la sua stazione appaltante “Equitalia Sud Spa”, all’apice della crisi finanziaria nel luglio del 2012, decide di dare a Telecom Italia 454 mila euro per un contratto di “servizi di telefonia voce e dati, su rete fissa e mobile” negoziando l’appalto, si legge nel sito dell’Autorità  anticorruzione, “senza previa indizione della gara”.
Ed è il caso dell’Istat che, di nuovo in pieno marasma finanziario dello Stato nel 2012 — e di nuovo “senza previa pubblicazione” — affida in perfetta autonomia un contratto da 1,8 milioni di euro per il call center del suo censimento: presidente dell’istituto era Enrico Giovannini, poi ministro del Lavoro.
Nessuno di questi è un segreto. Tutti i dati sono pubblici, nascosti fra decine di migliaia di appalti sul sito dell’ex Autorità  di vigilanza sui contratti pubblici.
Alcune delle procedure di appalto in autonomia sono probabilmente giustificate, ma le stime del Tesoro non lasciano scampo: mostrano che, spesso, anche al cuore dello Stato è mancato il senso di responsabilità  per i sacrifici chiesti ai cittadini e il rispetto delle procedure nell’affidare gli appalti. La lista dei maxi-contratti è lunga.
L’attesa in vista dei primi, veri tagli di spesa si spera invece breve.

Federico Fubini
(da “La Repubblica”)

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CORTE DEI CONTI, IL PREZZO DELLE PARTECIPATE: LO STATO SPENDE 26 MILIARDI

Giugno 29th, 2014 Riccardo Fucile

UN TERZO DELLE SOCIETA’CHE DIPENDONO DAGLI ENTI LOCALI E’ IN ROSSO

Una miriade di società  che sono costate lo scorso anno solo alle casse dello Stato 26 miliardi.
Sono le partecipate pubbliche, imprese di un mondo ancora poco conosciuto e poco trasparente e che necessita al più presto di “un disegno di ristrutturazione organico e complessivo”.
E’ la sollecitazione che arriva dalle Corte dei Conti, la quale sottolinea anche un altro dato preoccupante: un terzo delle 5.258 partecipate che dipendono dagli enti locali è in perdita.
Nell’ultima rilevazione della Corte le partecipate sono in tutto circa 7.500: 50 dallo Stato e 5.258 dagli enti locali cui si sommano altri 2.214 organismi di varia natura (consorzi, fondazioni ecc…).
Il numero è però “variabile, in quanto le società  sono soggette a frequenti modifiche dell’assetto societario”.
Per il loro peso finanziario e per la dimensione economica, gli enti partecipati – sottolinea il procuratore generale Salvatore Nottola nel suo giudizio sul rendiconto generale dello Stato – “hanno un forte impatto sui conti pubblici, sui quali si ripercuotono i risultati della gestione, quando i costi non gravano sulla collettività , attraverso i meccanismi tariffari”.
Il movimento finanziario indotto dalle società  partecipate dallo Stato, costituito dai pagamenti a qualsiasi titolo erogati dai Ministeri nei loro confronti ammontava a 30,55 miliardi nel 2011, 26,11 miliardi nel 2012 e 25,93 nel 2013; il “peso” delle società  strumentali sul bilancio dei ministeri è stato di 785,9 milioni nel 2011, 844,61 milioni nel 2012 e 574,91 milioni nel 2013.
Un mondo così variegato e ricco di implicazioni “richiederebbe una assoluta trasparenza del fenomeno ma la realtà  è diversa”.
L’assetto delle società  è mutevole e soggetto a vicende che i magistrati contabili definiscono “complesse”, con aspetti contabili che sono “spesso oscuri”
Da qui la richiesta di porre mano “ad un disegno di ristrutturazione organico e complessivo, che preveda regole chiare e cogenti, forme organizzative omogenee, criteri razionali di partecipazione, imprescindibili ed effettivi controlli da parte degli enti conferenti e dia a questi ultimi la responsabilità  dell’effettivo governo degli enti partecipati”.

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GIUSTIZIA, QUEI 2 MILIARDI DI EURO FERMI NELLE CASSE DI EQUITALIA

Aprile 16th, 2014 Riccardo Fucile

SPRECHI E RISORSE: SI TAGLIANO LE PATTUGLIE, MA NON SI UTILIZZANO I SOLDI DEL FONDO UNICO GIUSTIZIA… E IL VIMINALE SPENDE MILUONI DI EURO DI AFFITTI

Quanta benzina si potrebbe acquistare con 2 miliardi di euro?
O quante ‘volanti’ della polizia si potrebbero riparare?
O, ancora meglio, quanti immobili si potrebbero ristrutturare e, magari, smettere di pagare esorbitanti affitti ai privati?
Due miliardi di euro è la cifra, stimata dal neo sindacato di polizia Sed (Sicurezza e diritti), che giace immobile nelle casse di Equitalia, provento di confische alle organizzazioni criminali.
Confische, non sequestri: quindi beni che non potranno tornare nelle mani di mafiosi, camorristi o ‘ndranghetisti.
Si tratta di un miliardo di euro in contanti e di un altro miliardo in titoli.
Equitalia amministra per conto dello Stato il Fug, Fondo unico Giustizia, in cui confluiscono appunto denaro o proventi di sequestri e confische, e ha l’obbligo di versare le risorse nelle casse dello Stato.
Basterebbe, dunque, che il ministero del Tesoro li esigesse, e quei 2 miliardi sarebbero a sua disposizione.
Non è dunque, a differenza di quanto detto ieri dalla presidente della commissione nazionale Antimafia, Rosy Bindi, solo una questione di tempi: “Noi ci siamo resi conto che se i mafiosi riescono a tenere per molto tempo alcuni beni è perchè qualcuno si è girato dall’altra parte, è perchè qualcuno gli ha dato una mano. Adesso noi — ha sostenuto la Bindi — chiediamo a tutti, dopo aver tolto i beni ai mafiosi, di dare una mano alle istituzioni per restituire questi beni alla comunità . Il procedimento di questi anni tra sequestro, confisca e assegnazione dura anche dieci anni, ma ci sono state buone pratiche che ci sono riuscite in cinque. Noi ci auguriamo di dimezzare questi tempi”.
Sì, ma poi? — si chiedono i poliziotti del Sed — Perchè tutto rimane fermo?”.
Al di là  del denaro, infatti, c’è un elenco lunghissimo di immobili confiscati, parliamo di undicimila strutture.
La legge imporrebbe al Tesoro di venderli dopo 180 giorni dal provvedimento giudiziario e dopo aver verificato la possibilità  che vengano utilizzati dalle Regioni e dallo Stato.
“Il problema è che si tratta di edifici non destinati all’uso pubblico. Ci dicono dunque che non possono essere destinati a ospitare la polizia — commenta il Sed —. Come la mettiamo con il 70 per cento dei commissariati d’Italia, che si trova in immobili privati? Il ministero dell’Interno — cioè lo Stato, cioè noi — paga milioni di euro di affitto ai proprietari degli stabili, quando potrebbe decidere di destinare un bene confiscato a questo utilizzo”.
Qualche esempio? Il commissariato “Libertà ” di Palermo costa ai cittadini 300 mila euro l’anno.
Frascati e Marino, due dei Comuni dei Castelli Romani, hanno un commissariato ciascuno per cui il Viminale paga oltre 450 mila euro ai privati.
A metà  strada tra l’uno e l’altro, a Grottaferrata, esiste un ristorante, “La Bazzica”, sottratto all’usura una decina di anni fa e affidato poi al ministero per “finalità  sociali”.
In tutti questi anni nessuno ci ha più fatto nulla e la struttura, che è grande circa mille metri quadri, oggi cade a pezzi.
Si continua a parlare di tavoli di confronto e non si è riuscito neanche a sfruttare un finanziamento di 150 mila euro da parte della Regione Lazio
“Ristrutturarlo costerebbe un milione di euro— sostiene ancora il Sed — ma se poi accorpassero i due commissariati in due anni la cifra sarebbe ripagata”.
Un caso ancora più paradossale è quello del commissariato Mondello, la località  balneare vicina a Palermo.
I poliziotti sono ospitati all’interno di Villa Elena, una struttura di pregio di proprietà  del Fondo edifici di culto
Chi gestisce il Fondo, circa 700 chiese di grande interesse storico-artistico e tutto le opere in esse conservate? Il ministero dell’Interno .
“Il Dipartimento della pubblica sicurezza paga l’affitto al Fondo edifici di culto. Quindi il Viminale paga l’affitto a se stesso — conclude il sindacato di polizia —. Il riutilizzo sociale dei beni confiscati alle mafie indebolisce il consenso nei confronti delle grandi organizzazioni criminali, rafforzando la fiducia nelle istituzioni e instillando nella società  civile l’idea che vivere nell’illegalità  è una scelta che non paga. Oltre tutto siamo in un periodo in cui la coperta è troppo corta e si chiede al comparto sicurezza di stringere ulteriormente la cinghia, arrivando a ipotizzare tagli lineari alla Polstrada o alla polizia postale. Quei 2 miliardi reinvestiti sarebbero un ottimo segnale da parte del governo Renzi”.

Silvia D’Onghia
(da “il Fatto Quotidiano“)

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793 UOMINI AL COLLE, L’ESERCITO DI NAPOLITANO CI COSTA 40 MILIONI

Aprile 10th, 2014 Riccardo Fucile

STRAPAGATI GLI ADDETTI ALLA SICUREZZA CHE ALLO STIPENDIO BASE SOMMANO ALTRI INGENTI BONUS… IL NUMERO DEGLI AGENTI DISTACCATI NON DIPENDE DA NAPOLITANO MA E’ FISSATO DA UN DECRETO MINISTERIALE

La Polizia stradale rischia di rimanere a piedi, ma il presidente della Repubblica può senz’altro sentirsi al sicuro.
A fronte dei paventati tagli al comparto, infatti, che tanta maretta stanno generando tra gli operatori delle forze dell’ordine, esiste un servizio che non conosce crisi. Quattordici milioni e 300 mila euro di stanziamento nel bilancio di previsione 2014; 793 unità , tra poliziotti, carabinieri e corazzieri, il cui stipendio “grava in misura largamente prevalente sulle amministrazioni di appartenenza”, quindi costa allo Stato almeno altri 30 milioni di euro l’anno, considerando una retribuzione media di 40 mila euro lordi.
E i 14 milioni a che servono? A pagare al personale le indennità  supplementari, come vedremo.
Le cifre sono facilmente verificabili : come ogni anno, all’inizio di febbraio, sul sito del Quirinale è apparsa la nota illustrativa del bilancio di previsione 2014.
Il capo dello Stato, Giorgio Napolitano, ha sempre voluto evidenziare i risparmi operati sotto la sua gestione, e la nota non ne fa mistero: i 228 milioni di euro a carico dello Stato “sono pari a quelli del 2008, con una riduzione in valore reale di circa il 12 per cento, tenendo conto dell’inflazione”.
Cifra che viene confermata anche per i prossimi due anni, “grazie a ulteriori misure di riduzione della spesa adottate nel corso del 2013”.
Sicuramente un segnale positivo. Eppure, quando poi si passa al comparto sicurezza, le cifre relative ai tagli appaiono ben poca cosa: “La consistenza del personale distaccato per esigenze di sicurezza — si legge ancora — si è ridotta nel corso del 2013 di 26 unità , passando da 819 a 793”, corazzieri compresi. Il numero è stabilito da un decreto interministeriale e non dalla Presidenza, fa sapere il Colle.
Ma che servono tutti questi uomini? La risposta viene dal passato.
“È istituito presso la Real Casa un Regio commissariato di pubblica sicurezza per la tutela dell’augusta persona di sua maestà  il re e della reale famiglia nell’interno delle reali residenze e fuori di esse… eccezion fatta per quella parte del palazzo ove il servizio è disimpegnato dai carabinieri Guardia del re”: così recitava il regio decreto del 6 novembre 1900 che istituiva quello che sarebbe diventato l’Ufficio presidenziale della Polizia di Stato.
Un ex direttore dell’Ispettorato, Vito Rizzi, ha spiegato così qualche anno fa le ripartizioni dei compiti: “Inizialmente il servizio di vigilanza all’interno della residenza era svolto in parte dagli uomini del commissariato e in parte dai carabinieri Guardia del re. Oggi invece tutti i compiti di rappresentanza e di sicurezza all’interno del Quirinale sono completamente assicurati dai corazzieri, mentre i servizi esterni di protezione e di scorta del presidente, nonchè di vigilanza e di presidio di tutti i siti presidenziali, sono svolti dal personale del nostro ufficio insieme ai militari del Reparto Carabinieri Presidenza della Repubblica”.
Naturalmente se Napolitano si reca in visita in qualche città , a loro si aggiunge il personale del posto.
Coloro che lavorano per il presidente hanno diritto a un’indennità , che appunto grava sulle casse del Colle (i famosi 14 milioni di euro) e che varia dai 400 euro per gli agenti agli oltre 1600 per i dirigenti.
L’indennità  si somma allo stipendio e alle ore di straordinario, che spesso sono oltre 50 in un mese. Un posto di lavoro decisamente ambito.
“Consideriamo che le squadre mobili non hanno indennità  e che la stessa Direzione investigativa antimafia ne ha una di soli 200 euro al mese per gli agenti”, sottolinea Gianni Ciotti, segretario nazionale del Sed, sindacato nato da pochissimo dopo una travagliata scissione nel Silp Cgil. “
Noi siamo assolutamente d’accordo con Renzi sulla necessità  di tagliare, ma se si vanno a toccare le sezioni della Polstrada si fa un danno ai cittadini, è come lasciare scoperti 200 km di autostrada. Bisogna invece intervenire sui palazzi istituzionali, che hanno un numero esorbitante di personale, spesso sovrapagato. Per dare un messaggio agli italiani, cominciamo dal Colle”.

Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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VENDITA IMMOBILI PUBBLICI, SOLO PROMESSE: IN 5 ANNI DISMISSIONI PER 660 MILIONI

Aprile 7th, 2014 Riccardo Fucile

DALLE PRIME LEGGI DEGLI ANNI ’90 AGLI ANNUNCI DI RENZI, UNA LUNGA SERIE DI PROGETTI FALLITI

Per riassumere 20 anni di storia basta poco: una serie infinita di annunci, tentativi falliti, scarsissimi risultati.
Una storia fatta essenzialmente di proclami, quella delle dismissioni del patrimonio immobiliare dello Stato.
La vendita in blocco di palazzi, caserme, fari e terreni di proprietà  pubblica è stata indicata da ogni governo come la panacea per fare cassa e contrastare l’aumento del debito pubblico.
L’ultima a rilanciare l’idea è stata il ministro Pinotti: “Siamo pronti a vendere 385 tra caserme e presidi”, spiegava il 16 marzo la titolare della Difesa.
Ma i tempi della burocrazia, procedure farraginose e un mercato immobiliare paralizzato dalla crisi rendono l’impresa quasi disperata: nonostante le promesse di vendite miliardarie fatte dai vari governi, negli ultimi 5 anni il Demanio ha dismesso beni per soli 660 milioni.
Dalle prime leggi degli anni ’90 agli ultimi annunci del governo Renzi, le dismissioni hanno inanellato una lunga serie di progetti falliti, società  di gestione aperte e subito chiuse, richiami della Corte dei Conti, beni conferiti e mai finiti sul mercato o rimasti invenduti.
Negli ultimi 10 anni le vendite degli immobili degli enti alle aste pubbliche sono andate a picco: se nel 2003 il 60% si era concluso con una vendita, nel 2012 la percentuale era scesa al 17%.
Con i prezzi che sono crollati e i costi di gestione che sono lievitati, finendo per gravare ulteriormente sul debito.
CASERME, ANNI DI ANNUNCI E DIETROFRONT
Con l’Ue che pressa perchè l’Italia riduca il debito, il governo è tornato a parlare di dismissioni e l’ultima moda sono le caserme.
Nessuno ci è riuscito per anni, eppure la Pinotti vuole “mettere a punto entro un mese uno strumento anche normativo che consenta di dare velocità  a queste cose”.
Ma sul tema il governo ha fatto già  diversi dietrofront in pochi mesi. Maggio 2011: il ministero della Difesa invita gestori di fondi real estate a partecipare a una gara per la creazione di uno o più fondi di sviluppo in cui sarebbero state apportate le caserme da dismettere.
Il bando viene pubblicato a dicembre, ma già  il 4 giugno 2012 la Difesa sospende la gara per 6 mesi per la”mancanza di un piano definito di valorizzazione delle caserme”. Sei mesi dopo, il 25 gennaio 2013, il ministero revoca il bando. A maggio il ministro Mauro spiega: “Le dimissioni si faranno quando miglioreranno le condizioni”. Improvvisamente, però, a novembre le condizioni sono migliorate: siamo “pronti ad attingere all’immenso patrimonio immobiliare per fare cassa, dismettendo palazzi e caserme”, annuncia Mauro il 18 novembre.
Forse non è un caso che soli 3 giorni prima, il 15 novembre, era arrivato un duro richiamo della Commissione Ue, che bocciava la legge di Stabilità  e bacchettava l’Italia: “C’è il rischio — scrive l’esecutivo — che, con i piani correnti, la regola della riduzione del debito non sarà  rispettata nel 2014″ (leggi) .
ASTE DESERTE E SVALUTAZIONI
Ma quante caserme ha venduto lo Stato? Poche e tutte piccole.
“Il primo passaggio di caserme avvenne nel 2007 — spiegano dall’Agenzia del Demanio — quando circa 400 beni da dismettere per un valore nominale di 2 miliardi passarono dalla Difesa al Demanio civile, incaricato di prepararle per la vendita, ovvero fare i cambi di destinazione”.
Una ventina di questi beni (ma solo di piccolo taglio, le caserme delle grandi città  non rientravano nel novero) sono arrivati sul mercato nel 2010, ma le aste non hanno dato grandi risultati: “Se alcune piccole strutture sono andate a privati per pochi milioni (ad esempio la Gnutti di Brescia per 9,1 milioni, la Minghetti di Bologna per 3,8 milioni, la Scotti di Bergamo per 2,5 milioni, la Flores a Bergamo per 1,1 milioni), le più grandi come la Sani di Bologna (del costo originario di 42 milioni) e la Piave di Albenga (40 milioni) dopo 3 aste sono rimaste invendute”.
Fino a fine 2013, quando sono state acquistate con altri 32 immobili da Cassa Depositi e Prestiti, ovvero dallo Stato con i soldi dei correntisti. E sono di fatto rimaste in pancia allo Stato.
I prezzi? Crollati: la Piave è venuta via per 28 milioni; per la Sani, la Masini e la Mazzoni di Bologna ne sono bastati in tutto 50.
Un’operazione di rientro dal deficit da 490 milioni, conclusa in extremis il 31 dicembre 2013 per evitare di sforare il tetto del 3%.
Un’operazione di puro maquillage finanziario che in un sol colpo ha risollevato le sorti delle dismissioni operate dal Demanio, crollate dai 137 milioni del 2009 agli 11,9 del 2012.
Altro che miliardi: nonostante tutti gli annunci, negli ultimi 5 anni il Demanio ha dismesso beni per soli 660 milioni.
BNP PARIBAS REAL ESTATE: “LO STATO NON VUOLE VENDERE”
I grandi investitori ai proclami ormai non credono più: “Sono 20 anni che il mercato ascolta annunci più o meno ambiziosi — spiega al fattoquotidiano.it Cesare Ferrero, country manager di Bnp Paribas Real Estate — e poi fa poco o nulla. Per mia regola non compro mai da chi non vuole vendere, e in questi anni l’ho capito: lo Stato non vuole vendere”.
Perchè? “Innanzitutto prima di fare annunci al vento bisogna preparare gli immobili, ovvero predisporre tutti gli atti, i documenti e le autorizzazioni necessarie. Mettere cioè il compratore in condizione di mandare subito i muratori per iniziare i lavori. Perchè dovrei comperare una caserma per poi non sapere quando posso entrarci, dato che per avere il cambio di destinazione d’uso servono anni? Una volta c’era la liquidità , oggi nessuno si assume il rischio di aspettare che la macchina amministrativa si muova”.
Ma esiste un mercato per le caserme della Pinotti?
“Il mercato c’è quando l’interlocutore vuole vendere davvero: lo Stato deve dirci, cioè, con precisione cosa vuole dismettere, quando e in quanto tempo riusciamo a prendere possesso degli immobili. Quindi in questo momento il mercato non c’è”.
La fotografia l’aveva scattata il 18 marzo, due giorni dopo l’annuncio del ministro, il Capo di Stato Maggiore della Difesa, l’ammiraglio Luigi Binelli Mantelli: “Le caserme ci sono, è il mercato che non c’è”.
DUE DECENNI DI TENTATIVI
Il patrimonio immobiliare pubblico ammonta a 340 miliardi.
Sono 20 anni che lo Stato dice di volerlo vendere.
Il primo tentativo vero è contenuto nella legge 35/1992. La società  veicolo è Immobiliare Italia, nata nel 1993. Ma le procedure sono complicate, Immobiliare Italia non diviene mai operativa e 5 anni dopo il progetto viene abbandonato. Nel 1996 ci prova il governo Prodi: la legge 662 nomina una commissione con il compito di classificare i beni da valorizzare.
Ma la disciplina per la sottoscrizione dei fondi è troppo complessa e il processo si arena subito. La Commissione non riesce nemmeno a censire i beni perchè i dati forniti dalla Sogei, la società  informatica del ministero delle Finanze, sono incompleti. “Il panorama è quello di un’amministrazione che spesso ignora il valore di ciò che amministra”, scrive la Corte dei Conti nel 1998. Nel 2002 nasce Patrimonio Spa, che dopo 9 anni di flop viene messa in liquidazione a luglio 2011.
E PROMESSE DI INCASSI MILIARDARI
Negli ultimi anni la gara è chi la spara più grossa.
Nell’aprile 2010 Tremonti metteva in vendita i fari, da trasformare in resort di lusso. Idea rilanciata nell’agosto 2011. Due mesi dopo il prof torna alla carica e pensa a cessioni per “25-30 miliardi”. A luglio 2012 il ministro Grilli promette “vendite per 15-20 miliardi l’anno, pari all’1% del Pil”. Non manca all’appello nemmeno il governo Letta: nel luglio 2013 trapela un piano firmato da Renato Brunetta per tagliare il debito di 400 miliardi in 5 anni che prevede anche la vendita del patrimonio non strategico.
L’ultima puntata della telenovela è del 13 ottobre 2013, giorno in cui diventa operativa Invimit, società  di gestione che si occuperà  della vendita delle caserme.
“E anche le valorizzazioni sono difficili — spiega Maurizio Cannone, direttore della rivista specializzata Monitor Immobiliare — gli enti locali possono chiedere la cessione di beni in disuso, ma entro 3 anni devono dimostrare che il valore degli immobili è cresciuto altrimenti li perdono. E gli enti, che hanno sempre meno risorse, il rischio non se lo prendono”.
CARTOLARIZZAZIONI, NAUFRAGIO PAGATO DALLO STATO
L’unica dismissione in blocco effettivamente avviata fu un’operazione di finanza creativa firmata da Giulio Tremonti.
Con la legge 410/2001 il governo Berlusconi fa sì che i 7 enti previdenziali pubblici (Enpals, Inail, Inpdap, Inpdai, Inps, Ipost e Ipsema) cedano 27.500 immobili ad una società  veicolo privata, la Scip (Società  di Cartolarizzazione di Immobili Pubblici), che anticipa al Tesoro un corrispettivo ricavato dall’emissione di obbligazioni (garantite dal valore degli stessi beni in vendita, quindi dallo Stato) e poi rimborsa gli investitori con il ricavato della vendita degli immobili.
Viene offerto al mercato per 3,5 miliardi un patrimonio valutato 5,1 miliardi e vengono emessi bond per 2,3 miliardi. Le vendite vanno bene e consentono di rimborsare i titoli alle scadenze previste, l’ultima a dicembre 2003: nel 2008 il saldo di cassa è di 1,4 miliardi. Nel 2002, sull’onda dell’entusiasmo, viene costituita Scip 2, cui vengono affidati 62.800 immobili, per un totale di 7,8 miliardi: la società  emette titoli per 6,6 miliardi. Le vendite però vanno male, a più riprese la società  non riesce a rispettare le scadenze.
A fine 2008 si registrano incassi pari al 66,5% del previsto. Finisce con un bagno di sangue e a pagare è lo Stato: nel 2009 il ministro dell’Economia certifica un buco da 1,7 miliardi che finirà  a carico del bilancio pubblico, liquida la Scip 2 e gli enti si riprendono 28.000 appartamenti rimasti invenduti.
LE BACCHETTATE DELLA CORTE DEI CONTI: “RISCHIO SVENDITE”
Il 20 giugno 2012, 6 giorni dopo che il governo Monti era tornato a parlare di dismissioni e a 6 mesi dal decreto Salva Italia che ne ridisciplina le procedure, il presidente aggiunto Raffaele Squitieri riferisce in Parlamento e avverte: “Il rischio è quello di una svendita per un patrimonio che è inestimabile”.
Ma negli anni i richiami sono stati continui. Nel 2006, in piena bufera Scip 2, nel documento “Analisi dei risultati delle cartolarizzazioni” la Corte dei Conti condanna la “scarsa trasparenza” del piano elencandone i motivi: “La ristrettezza dei tempi di organizzazione e di attuazione delle operazioni”; “la disorganicità  e la scarsa flessibilità  della normativa”; “la carenza di capacità  gestionali delle pubbliche amministrazioni”; “i limiti dei sistemi interni di controllo strategico e gestionale”, si legge a pagina 33.
La sentenza su Scip 2 arriva nel 2008: “Un ambizioso progetto rimasto incompiuto — scrive la Corte nel giudizio sul rendiconto generale dello Stato — che ha conseguito risultati più che modesti”. Ma che ha fatto la felicità  delle banche: Abn Amro, Bnl, Jp Morgan e Citigroup per Scip 1 e Banca Imi, Deutsche Bank, Intesa e Lehman Brothers per Scip 2. I costi operativi? Oscillano dagli 850 milioni indicati dalla Corte agli 1,3 miliardi conteggiati dal “Coordinamento nazionale inquilini immobili di pregio”.
ASTE PUBBLICHE, DIECI ANNI DI CROLLO: “IL MERCATO E’ FERMO”
Al di là  delle grandi dismissioni orchestrate dallo Stato centrale, quelle piccole fatte da Regioni, Province, Comuni ed enti pubblici continuano.
Ma neanche queste vanno bene.
Secondo i dati contenuti in un report pubblicato nel 2014 dal Consiglio Nazionale del Notariato, tra il 2003 e il 2012 le vendite all’asta di immobili messi sul mercato dai 7 enti pubblici sono letteralmente crollate: se nel 2003 il 60% delle aste pubbliche si era concluso con una vendita, nel 2012 la percentuale era scesa al 17%.
“Un calo ancora peggiore del calo delle normali trattative — spiega Roberto Braccio, consigliere del Consiglio Nazionale del Notariato, responsabile del progetto Ran, una piattaforma web dedicata alle aste telematiche lanciata per sbloccare il settore delle aste giudiziarie — se nello stesso periodo gli atti di compravendita del settore residenziale nazionale sono diminuiti del 42%, le aggiudicazioni nelle aste degli enti sono precipitate del 72%”.
Il motivo? “Il mercato è fermo, i capitali non ci sono le dismissioni in blocco non funzionano più”.
IMMOBILI DEGLI ENTI, LE USCITE SUPERANO LE ENTRATE
Amministrare il patrimonio immobiliare costa.
L’Inps, ad esempio, possiede più di 25 mila immobili per 3,2 miliardi: tra il 2008 e il 2012, ha calcolato Il Sole 24 Ore, il rosso di bilancio della gestione immobiliare è stato di 380 milioni. Eppure con un patrimonio immobiliare così cospicuo ci si attenderebbe che gli incassi degli affitti portino in cassa risorse consistenti. Invece avviene l’esatto contrario: secondo il quotidiano, nel 2010 la gestione immobiliare dell’istituto «ha chiuso con 55 milioni di rosso, l’Inps ha incassato affitti per 34 milioni.
Ma tra manutenzione, spese e tasse sono usciti dalle casse 64 milioni, quasi il doppio delle entrate». Il colpo di grazia lo ha dato la tassa sugli immobili: “Nel 2012 su ben 272 milioni di perdite l’Imu ha contribuito per ben 217 milioni”.
VACIAGO: “A LONDRA HANNO VENDUTO L’AMMIRAGLIATO IN   CINQUE GIORNI
“Come si fa a vendere immobili pubblici che non esistono perchè non risultano nemmeno accatastati?”, domanda Giacomo Vaciago, economista, tra il ’96 e il ’98 presidente della Commissione del ministero delle Finanze per la dismissione degli immobili.
La Corte dei Conti dà  ragione al professore: “Mancano del tutto i dati riferiti a estensione in mq — scrivono i giudici nel 1998 sui dati forniti da Sogei nel tentativo di censimento dei beni valorizzabili fatto dal governo Prodi — delle pertinenze, delle eventuali indizione d’asta (…). Sono quasi sempre assenti (nel 90% o più dei casi) precedente utilizzazione, destinazione piano regolatore (…)”.
Persino il “codice fiscale dell’acquirente”. “E’ inutile far finta di essere la Germania — prosegue Vaciago — nel 2012 il Regno Unito ha venduto in 5 giorni il palazzo dell’Ammiragliato, su Trafalgar Square, a Londra: diventerà  un hotel di extralusso. Quando lo faremo anche noi saremo un paese civile”. Cosa ci manca? “Bisogna stabilire con chiarezza chi fa cosa e definire le responsabilità .
Come si fa a dire di voler dismettere se oggi per vendere un solo immobile bisogna interessare 5 livelli di governo?”
La ricetta: “Bisogna parlare l’inglese, ovvero rivolgersi ai mercati internazionali ma soprattutto uscire dalla logica della burocratizzazione”.
Gli annunci, intanto, si susseguono: “Così il debito cresce e il valore degli asset continua a calare”.

Marco Quarantelli

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UN MILIARDO DI SPRECHI: TUTTI I CONTI SUGLI IMMOBILI DI STATO

Aprile 7th, 2014 Riccardo Fucile

LO STATO HA CASE PER 281 MILIARDI E PAGA 1 MILIARDO IN AFFITTI

Lo Stato italiano è fra i più grandi (e incapaci) gestori al mondo di case, palazzi, caserme, “fabbricati rurali”, “opere destinate al culto”.
La Ragioneria Generale stima che questo patrimonio in mattoni abbia un valore che, unica eccezione in Italia, cresce in modo esplosivo nonostante la nostra lunga recessione: valeva 128 miliardi di euro nel 2008, più che raddoppiati a 281 miliardi nel 2012.
Tolti, ovviamente, i beni artistici o archeologici.
Una fortuna, solo questa, superiore a quella (cumulata) dei cinque uomini più ricchi del pianeta: gente come Bill Gates, Carlos Slim o Warren Buffett.
Positivo, no? No.
Perchè soltanto lo Stato centrale “butta” ogni anno oltre un miliardo di euro per pagare gli affitti di sedi e di uffici.
Ma anche perchè nemmeno Palazzo Chigi, cioè il governo, o lo stesso Demanio “confessano” al Tesoro le proprietà  che controllano, così che a nessuno salti in mente di provare a risparmiarci sopra qualcosa. Opacità .
Così il mattone di Stato rischia di trasformarsi in un incomprensibile segreto di Stato. O più precisamente ancora, in un segreto fra le varie branche dell’amministrazione dello Stato.
Possibile? A dire il vero, tutto era partito con le migliori intenzioni.
Negli ultimi anni il Tesoro ha avviato un’indagine sul patrimonio della pubblica amministrazione.
Si legge nell’ultima edizione, pubblicata (molto in sordina) un paio di mesi fa: «La conoscenza sistematica e puntuale degli attivi del patrimonio pubblico rappresenta un elemento indispensabile per orientare le decisioni di politica economica», cioè per la «valorizzazione» e la «redditività ».
E ancora: «La gestione efficiente del patrimonio pubblico può svolgere un ruolo importante per il contenimento del deficit e la riduzione del debito pubblico». Di lì il censimento: a tutte le amministrazioni è stato chiesto di registrare i propri beni al sole, immobili e terreni, su un portale del Tesoro.
Di fronte a obiettivi del genere, ci sarebbe da aspettarsi un’adesione di tutti o quasi. Peccato che non sia successo.
Informa lo stesso ministero dell’Economia che il 40% delle pubbliche amministrazioni non ha ancora comunicato l’ammontare del proprio patrimonio immobiliare.
Non l’ha fatto Palazzo Chigi, se non per il 10% degli uffici coinvolti; l’hanno fatto solo in parte gli altri organi di rilievo costituzionali. Lo stesso Demanio ha omesso di notificare al Tesoro buona parte di quello che sa dei propri palazzi e dei propri terreni, malgrado che sia proprio il ministero dell’Economia a controllarlo.
Gli ultimi dati disponibili dicono che l’ha fatto solo il 43% delle amministrazioni centrali (il 100% dei ministeri e delle quattro Agenzie fiscali e il 40% delle altre amministrazioni), il 59% degli enti locali (l’85% delle Regioni, il 95% delle Province, il 64% dei Comuni, il 96% delle Università ) e il 100% degli enti previdenziali (ormai sono rimasti solo l’Inps e l’Inail).
L’80% degli immobili è stato comunicato dalle amministrazioni locali, in particolare dai Comuni che possiedono circa il 73% del totale.
Alcune delle omissioni più vistose vengono invece dalla Presidenza del Consiglio (ferma al 10% di aggiornamento dei dati), dall’Automobil Club e dagli Istituti Autonomi Case Popolari.
Insomma molti sembrano più gelosi dei propri averi che smaniosi di ridurre deficit e debito. Altro che trasparenza.
La pubblica amministrazione italiana continua a adorare l’opacità , i chiaroscuri dietro i quali possono proseguire inefficienze, clientele, abusi, sprechi. E dire che comunicare le proprie proprietà  al dipartimento del Tesoro sarebbe stato un obbligo di legge: articolo 2, comma 222, periodi undicesimo e seguenti della 191 del 2009. Norma scritta dal governo e dal governo violata, come altre volte.
Uno Stato reticente. Che non paga nemmeno l’affitto in molti casi.
Uno Stato, infatti, scandalosamente moroso: solo nel bilancio dell’Inail (l’Istituto nazionale delle assicurazioni), con un ingente patrimonio di immobili da 4 miliardi di euro, mancano ogni anno all’appello circa 30-40 milioni di euro (erano oltre il doppio qualche anno fa) per canoni di locazioni da parte dei ministeri o altri uffici pubblici. Così che ogni anno l’Istituto deve presentare una diffida per evitare che il tutto cada in prescrizione.
Non è una partita di giro, visto che l’Inail è pubblico: è, piuttosto, uno spreco di risorse pubbliche, mentre da anni per far quadrare i conti si ricorre ad un incremento progressivo della pressione fiscale sui cittadini e le imprese, o a tagli lineari che colpiscono anche i servizi sociali.
Le cartolarizzazioni inventate da Giulio Tremonti non sono servite a molto.
Le articolate operazioni di finanza creativa (da Scip 1 a Scip 2) hanno messo sul mercato quote del patrimonio immobiliare pubblico, adottato il meccanismo del “vendi e riaffitta”, salvo poi clamorosi ripensamenti che di fatto costringono ora enti come l’Inail, forte di una imponente disponibilità  di cassa, ma anche l’Inps, a ricomprare immobili ceduti dallo Stato: dalle caserme (per esempio quelle dei carabinieri a Roma a piazza del Popolo, in Via Panisperna o ancora quella di Piazza San Lorenzo in Lucina) a palazzo di pregio o funzionali all’attività  istituzionale (la prefettura dell’Aquila finita nel portafogli di Beni Stabili).
Anche perchè – lo prevede la legge – gli affitti degli enti ad altri soggetti della pubblica amministrazione devono essere scontati del 30%. Pubblico sembrerebbe meglio, in questo caso, del privato o comunque meno costoso.
Per quanto – ha scritto Edoardo Reviglio, chief economist della Cassa depositi e prestiti – «la gestione degli immobili pubblici è caratterizzata in genere da alti costi di gestione ordinaria e straordinaria, stimati in media dalle 2 alle 3 volte superiori a quelli di mercato».
Stime private, parallele a quella della Ragioneria, indicano che il valore totale del patrimonio immobiliare pubblico sia intorno ai 400 miliardi di euro.
L’Istituto Bruno Leoni ha calcolato che il valore degli immobili pubblici «potenzialmente liberi», quindi non necessari ai fini istituzionali nè affittati ad altri, ammonti a 42 miliardi di euro, più di 2,5 di Pil. Sono cifre enormemente più grandi di quei dieci miliardi che servono per tagliare l’Irpef che pesa sulle buste paga dei lavoratori dipendenti.
Nel dettaglio, la pubblica amministrazione italiana, o meglio quel 60% che ha rispettato l’obbligo della comunicazione, possiede 1,5 milioni di immobili, probabilmente più di chiunque altro (salvo forse lo Stato francese).
Emergono dall’indagine del Tesoro 634 mila unità  immobiliari, per una superficie complessiva di oltre 300 milioni di metri quadri.
Uno spazio immenso al quale vanno aggiunti 875 mila terreni per una estensione di circa un milione e 700 mila ettari.
Eppure, nonostante questi numeri, lo Stato, i suoi organi costituzionali così come gli enti locali dei diversi livelli affittano gli uffici. Se ne va poco più di un miliardo ogni anno sotto la voce canoni di locazione solo per lo Stato centrale. Uno dei più grandi immobiliaristi al mondo va in affitto.
Peraltro, alle stime più recenti della Ragioneria, di questo miliardo speso in affitti solo dai ministeri ben 176 milioni vengono spesi contraendo “debiti fuori bilancio”: non ci sono i soldi stanziati, ma una certa amministrazione continua a stare in affitto spostando gli t agli anni successivi.
Del resto l’esempio viene all’alto, con la Camera dei deputati ha firmato con l’imprenditore Sergio Scarpellini un contratto-capestro (a nulla alla fine sono valsi i tentativi del M5S di abrogarlo) per affittare per nove anni, rinnovabile per altri nove, senza possibilità  di recesso, alcuni palazzi nel centro di Roma da destinare ai parlamentari. Il tutto per oltre 20 milioni l’anno.
Con la spending review in corso, il commissario Carlo Cottarelli, ha indicato un obiettivo rigoroso: scendere nell’arco di quattro anni da un miliardo di spesa per affitti a 80 milioni. Una riduzione del 92,7%.
Ci sarà  la volontà  di farli, fra burocrati e politici? Solo per dare un’idea della portata dei progressi in corso, nell’ultimo anno il calo del monte locazioni è stato di circa lo 0,1%. Forse lo 0,2%.
Di qui al 92,7% la strada non si presenta breve nè in discesa.
Soprattutto se lo Stato immobiliarista continua a privilegiare l’opacità .

Federico Fubini e Roberto Mania
(da “La Repubblica”)

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