Marzo 26th, 2014 Riccardo Fucile
LA SPENDING REVIEW DETERMINA LA MESSA IN VENDITA DELLE PRIME 25 BERLINE DEI MINISTERI DI GIUSTIZIA, INTERNI E DIFESA
La #svoltabuona – come ama definirla Matteo Renzi – a ben vedere comincia oggi con un
profilo eBay. Ad aprirlo sarà Palazzo Chigi e anche questo è un segno dei tempi che cambiano. Sul popolare sito di ecommerce e sul sito della presidenza del Consiglio comparirà un banner recante l’elenco di circa 170 auto blu (in uso da diversi ministeri tra cui gli Interni, la Giustizia e la Difesa) che saranno messe all’asta a cadenza settimanale fino al 16 aprile.
L’operazione
Verranno suddivise in 6 tranche da 25 (la prima – assicurano a Palazzo Chigi – sarà bandita tra qualche giorno dopo aver sistemato tutti gli adempimenti tecnici del caso, come il via libera da parte dell’Agenzia del Demanio e degli uffici legislativi competenti).
Poi i fanatici della Maserati Quattroporte (nel 2011 l’ex ministro della Difesa, Ignazio La Russa, ne fece acquistare 15 a 117 mila euro ciascuna suscitando più di qualche critica per il presunto sperpero di denaro pubblico) potranno ambire a diventare proprietari di queste berline «ministeriali» il cui prezzo di mercato attuale è di circa 50 mila euro, secondo le rilevazioni della rivista Quattroruote .
Tra le vetture all’asta su eBay anche alcuni modelli che avranno quasi il sapore di un cimelio, come le Lancia K di Interni e Giustizia (l’ultima prodotta risale al 2001 e il valore attuale oscilla tra i mille e 1.500 euro), la Lancia Thesis diffusa un po’ tra tutti (in un range che oscilla tra i 2.500 e i 12 mila euro a seconda dell’anno di produzione e della versione) e la Volvo S60 del Viminale (la prima serie arriva fino al 2009 e può valere dai 3 mila ai 9.500 euro; la seconda, attualmente in produzione, può raggiungere anche i 30 mila euro).
Dovrebbero essere inserite nell’elenco anche le Bmw 525d alcune delle quali in servizio al dicastero di via Arenula guidato da Andrea Orlando, le potentissime Audi A6 il cui valore può toccare i 50 mila euro, infine le Alfa Romeo 159 (valore compreso tra i 5 mila e i 16 mila euro) e 156 in dotazione agli Interni, che ne avrebbe messe a disposizione la parte più consistente per volere del ministro Angelino Alfano.
Complicato calcolare il ritorno economico per lo Stato (al netto della spesa di nove euro per l’inserzione, oltre ai 35 di commissione per ogni auto venduta), anche perchè non si conoscono ancora le basi d’asta, ma difficilmente si scosteranno molto dalle rilevazioni di Quattroruote . Soprattutto è prematuro calcolare l’effetto emotivo della prima procedura di messa in vendita pubblica di auto blu.
La scelta della presidenza del Consiglio di privilegiare eBay risponde a due motivazioni: dare un messaggio di trasparenza e al tempo stesso sperare nel massimo introito possibile considerato il bacino potenziale di 3,5 milioni di utenti attivi di eBay in Italia che potranno sfidarsi in un’insolita corsa al rialzo.
Rileva Irina Pavlova, responsabile comunicazione della filiale italiana di eBay, che la cosiddetta «offerta per procura» (la funzione prevista dal sito di ecommerce di dare all’utente la possibilità di definire all’inizio dell’asta la somma che si vuole impegnare senza dover stare poi fisicamente davanti al pc vista la procedura automatica di rilancio) potrebbe far salire il prezzo teoricamente all’infinito.
Al netto delle tecnicalità resta la volontà dell’esecutivo Renzi di dare un messaggio simbolico ai cittadini e di ridurre i costi della macchina amministrativa.
Proprio il presidente del Consiglio si è reso protagonista di un episodio a suo modo esemplificativo due anni fa quando era sindaco di Firenze: per dare un segnale alla cittadinanza aveva deciso la vendita di quattro auto di servizio di grossa cilindrata (una berlina Volvo e tre Alfa Romeo a gasolio) ma il ricavato alla fine è stato inferiore alle attese (17.774 euro) anche perchè era stato utilizzato il modello della busta chiusa che non consentiva il rilancio. Visto il precedente, ecco spiegato il perchè della scelta di eBay.
La spending review
D’altronde anche il commissario alla spending review , Carlo Cottarelli, qualche giorno fa in un’audizione al Senato ha fissato l’asticella: «Non più di cinque auto per dicastero» e l’uso consentito solo a ministri e viceministri.
Se qui siamo nel campo delle intenzioni, i numeri finora raccontano una realtà ancora diversa.
La contabilità delle auto di servizio della Pubblica amministrazione e degli enti locali la fornisce da anni il centro studi Formez alle dipendenze del ministero della Funzione pubblica.
Al 31 dicembre 2012 – l’ultimo bilancio fornito dall’ente – le cosiddette «auto blu» sono 58.688 (al netto delle vetture in uso dalla Guardia di Finanza, Carabinieri e Polizia di Stato) per un esborso complessivo di quasi 950 milioni di euro tra spese di acquisto, noleggio, gestione di personale: 118 milioni di euro in meno rispetto al 2011.
Rileva Carlo Flamment, presidente del Formez, che il tema delle auto di servizio investe soprattutto gli enti locali più che ministeri e amministrazione centrale: «Le Regioni hanno oltre 51 mila auto, oltre il 90% del totale e sono proprio loro i centri di spesa più evidenti».
A confermarlo anche la quantità di consiglieri regionali indagati in questi anni per i rimborsi gonfiati sotto la dicitura «spese di trasporto».
La centrale Consip
Altro tema è quello degli acquisti di nuove vetture sotto la regia di Consip, la centrale acquisti della pubblica amministrazione.
All’attivo ora ci sono un paio di convenzioni stipulate dall’ente dal valore di 40 e 15 milioni di euro per l’acquisto complessivo di 5.500 tra berline e utilitarie da qui al 2015.
Beninteso: sono soltanto accordi quadro, delineano cioè i limiti (anche di prezzo) entro i quali gli enti centrali e locali potranno acquistare nuove auto per esigenze di servizio.
Ecco non si vorrebbe che tutto si tramutasse in una partita di giro.
In quel caso non ci salverebbe neanche eBay e la #svoltabuona.
Fabio Savelli
(da “il Corriere della Sera”)
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Marzo 25th, 2014 Riccardo Fucile
L’AUTOSTRADA DEL SOLE FU COSTRUITA IN SEI ANNI, OGGI SI SPENDE SOLO E NON SI REALIZZA NULLA
L’Autostrada del Sole fu terminata in sei anni. La cominciarono nel 1956 e nel 1962 le
macchine da Milano già viaggiavano fino a Napoli.
Bei tempi, almeno per le opere pubbliche.
Sarà stato il boom, lo spirito del Dopoguerra o chissà che, ma allora nell’Italietta che si stava facendo grande, le infrastrutture le costruivano sul serio.
C’erano anche a quei tempi ruberie e scandali come quello delle piste di Fiumicino e il ministro democristiano dei Trasporti, Giuseppe Togni.
Oppure, rimanendo sull’Autosole, la “variante Fanfani” ad Arezzo, la sua città , con il tracciato deviato per esaudire i desiderata del signor ministro.
Quelle infrastrutture fecero comunque grande il Paese e ancora oggi viviamo di rendita su quelle opere.
Adesso si spende tanto e spesso non si realizza nulla.
Cronaca degli ultimi giorni: la Variante di Valico dell’Autosole e l’arresto dello stato maggiore per le Infrastrutture lombarde che stava occupandosi anche di Expo 2015.
Sono gli ultimi casi di una regola fissa delle grandi opere: per un motivo o per un altro ormai non se ne salva una, siano esse necessarie per migliorare la malmessa dotazione del Paese o al contrario progettate solo per succhiare quattrini pubblici e distribuire mazzette.
Rapida rassegna.
Dopo anni di grancassa il ponte sullo Stretto di Messina ha giustamente fatto la fine ingloriosa che tutti sanno.
I tempi di costruzione e le spese per la Metro C di Roma sono fuori di gran lunga rispetto alle previsioni.
Per il Mose, le paratie mobili sulla laguna di Venezia che a detta di chi le vuole dovrebbero salvare la città dall’acqua alta, si allargano sia i tempi di consegna sia i costi.
Il Tav, la linea ad alta velocità tra Torino e Lione, è oggetto di una contestazione durissima incentrata sulla convinzione che sia sostanzialmente inutile.
I quattrini pubblici scorrono a fiumi. Le megalomanie berlusconiane per il ponte di Messina sono costate 400 milioni circa per il pagamento del progetto e per tenere in vita la società apposita, con i suoi amministratori, dirigenti e ben 54 dipendenti.
E non è finita perchè le imprese chiamate in causa, da Eurolink-Impregilo a Parsons, pretendono di essere pagate per il disturbo: quasi 800 milioni di euro.
Per la linea C, la nuova metropolitana di Roma, rispetto ai tempi di costruzione e al costo dell’opera stabiliti nel contratto dell’autunno 2006, siamo oltre ogni limite: doveva essere consegnata in 1.760 giorni e siamo a 2.700 circa e forse sarà pronta nell’estate del 2015. Doveva costare 2 miliardi e 683 milioni di euro e invece ammontano a 3 miliardi e 740 milioni le somme elencate nell’ultimo aggiornamento contabile scaturito dal famoso e contestato accordo di settembre tra Campidoglio e costruttori.
Le 74 paratie mobili del Mose sono in costruzione dalla bellezza di più di un quarto di secolo (27 anni, per l’esattezza).
Quando cominciarono il costo preventivato riportato all’euro era di 1 miliardo e 200 milioni. I soldi già spesi sono sei volte tanto.
Ovvio che l’Italia resti al palo, impoverita da sprechi e ruberie che non migliorano una dotazione infrastrutturale carente.
Neanche l’ordinaria manutenzione riusciamo più a garantire e fa rabbia pensare che ci siano manager pubblici come Pietro Ciucci, amministratore dell’Anas, che si vanta di qualche milione di utile a fine anno mentre le strade vanno a pezzi.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Febbraio 7th, 2014 Riccardo Fucile
IL CASO DI ROMA: 74 MILIONI OGNI ANNO PER LE LOCAZIONI PASSIVE
Cinquantadue euro e 46 centesimi al mese.
È la pigione media che il Comune di Roma incassa da ciascuno dei suoi 43.053 alloggi: moltissimi dei quali, ed è comprensibile, affittati a prezzo politico ai cittadini meno abbienti.
Ma pur tenendo conto di questo non trascurabile dettaglio, è una miseria.
Tanto più scandalosi, quei 27,1 milioni l’anno, al confronto con la somma che lo stesso Campidoglio tira fuori per affittare da costruttori e immobiliaristi privati 4.801 appartamenti da assegnare agli sfrattati o alle famiglie in difficoltà : 21 milioni 349.652 euro.
Di questi 21, 3 milioni, per inciso, 4 milioni 242 mila finiscono nelle tasche di una società che si chiama Moreno Estate srl.
Che fa capo ad Angiola Armellini, figlia dell’ex re dei palazzinari romani Renato Armellini, una signora che ha guadagnato qualche giorno fa l’onoredelle cronache dopo che le hanno fatto tana: ha 1.243 appartamenti sui quali secondo la Guardia di Finanza non pagava Ici e Imu.
Il bello è che l’hanno scoperto le Fiamme gialle e non il Comune di Roma, che da lei ha in affitto quasi tutti quegli appartamenti.
Esattamente, 1.042.
Ma in quanto a immobili affittati al Campidoglio non è da meno sua sorella Francesca Armellini, cui sono riconducibili alcune società proprietarie di altre 388 case e vari stabili a uso commerciale che fruttano complessivamente, tenetevi forte, 9 milioni 922.374 euro l’anno. Pagati sempre dal Comune di Roma.
Perchè l’amministrazione capitolina, che oltre a 43.053 appartamenti è proprietario di altri 16.413 beni immobili con diversa destinazione d’uso (!) debba spendere tutti quei soldi per affittare uffici dai privati, sembra incomprensibile.
Anche se forse la spiegazione è nell’elenco dei beneficiari.
Un paio di casi?
Il sempre citato immobiliarista Sergio Scarpellini incassa 15 milioni 594.841 euro l’anno: 9 e mezzo per il solo immobile che ospita le commissioni del Consiglio comunale, a sua volta preso in affitto dall’Inpgi, l’istituto di previdenza dei giornalisti, per poco più di 2 milioni.
Domenico Bonifaci, proprietario del quotidiano romano «Il Tempo», intasca invece un milione 89 mila euro per i locali del Municipio XIV.
E ci fermiamo qui, non senza chiudere questo capitolo con un numero: 74.063.805.
È la cifra che il Comune di Roma, pur essendo proprietario di 59.466 beni, paga ogni anno per le locazioni passive.
Questo dato sconcertante oggi lo conosciamo grazie a una norma di tre righe sfornata dal governo di Mario Monti appena prima di andarsene.
Articolo 30 del decreto 14 marzo 2013, numero 33: «Le pubbliche amministrazioni pubblicano le informazioni identificative degli immobili posseduti, nonchè i canoni di locazione o di affitto versati o percepiti».
Ed è la dimostrazione del potere devastante della trasparenza.
Certo, in un Paese come l’Italia nel quale prima di essere applicate le leggi si interpretano, dipende molto proprio dall’interpretazione.
C’è chi lo fa in senso estensivo, come il Comune di Roma che accanto ai canoni pagati pubblica diligentemente i nomi dei beneficiari. E chi, invece, visto che la norma di cui abbiamo parlato non lo prevede esplicitamente, semplicemente li omette.
Come sa bene Giuseppe Valditara, ex senatore di An animatore del forum Crescita & Libertà , che ha avviato una battaglia civile contro gli sprechi, di cui le locazioni passive sono una delle manifestazioni più lampanti, scontrandosi con l’ottusità di certe amministrazioni.
Difficoltà , peraltro, che siamo sicuri abbia incontrato anche il commissario alla spending review, Carlo Cottarelli.
Sul suo tavolo c’è la tabella che dice quanto l’amministrazione centrale spende per gli affitti passivi.
La somma è enorme: 730,6 milioni, per un totale di 8.652 contratti di locazione, che si portano dietro 27 mila atti. E senza contare le agenzie fiscali, che non scherzano.
La sola Agenzia delle entrate dichiara nel proprio sito circa 480 contratti, per un totale di 178,6 milioni.
Il che già la dice abbastanza lunga sui problemi che deve affrontare chi ha il compito di disboscare questa giungla. Se non fosse, poi, che ai dati dello Stato centrale bisogna aggiungere quelli, ben più numerosi, di enti pubblici, Regioni, Province, Comuni nonchè società controllate e altri soggetti quali fondazioni, consorzi…
Le scuole, per esempio. Ce ne sono affittate 1.567, pari al 4,2 per cento degli edifici scolastici censiti. E sono quasi tutti contratti stipulati dalle Province.
Nella sola Sicilia ce ne sono 338, e poi 295 in Campania, 163 in Puglia, 120 nel Lazio, 119 in Calabria.
«Da parlamentare – ricorda Valditara – denunciai il caso di Reggio Calabria, dove si affittavano edifici fatiscenti dai privati mentre una scuola nuova, mai inaugurata, stava andando in rovina. C’era costata 8 milioni».
Una massa di cui nessuno conosce i confini esatti, che spinge il costo (e lo spreco) degli affitti passivi a livelli inimmaginabili. Secondo l’ex ministro Corrado Passera non lontani da una dozzina di miliardi l’anno.
Con la particolarità che mentre i dati dello Stato si possono conoscere, sia pure con qualche problema, le difficoltà per avere gli altri risultano talvolta letteralmente insormontabili. Già . Intanto la legge che obbliga alla trasparenza non prescrive che le informazioni debbano essere pubblicate in un unico sito.
Cosicchè, se pure l’agenzia del Demanio decide volontariamente di mettere a disposizione dei cittadini l’elenco delle locazioni passive (245 pagine che si possono consultare sul suo web) dell’amministrazione centrale, accanto a ogni voce non figura il canone pagato, nè il proprietario dell’immobile. Non tocca a loro
Ma c’è di più. Il ministero dell’Interno, per esempio, pubblica solo la lista delle prefetture prese in affitto: non ci sono nè le stazioni di polizia nè le caserme dei carabinieri e dei vigili del fuoco. Eppure sono le voci più consistenti: 275 milioni sui 381 totali.
Con situazioni che non ha mancato di sottolineare il documento sulla spending review messo a punto da Piero Giarda nel marzo 2013, citando il caso di Crotone, dove il costo degli immobili affittati per la locale polizia stradale risulta di 44.961 euro per addetto, contro una media nazionale di 2.547.
Nel sito del ministero del Lavoro, a quasi un anno dall’entrata in vigore dell’obbligo di trasparenza, la lista non c’è: la pagina risulta ancora «in allestimento».
Eppure Cottarelli sa che hanno 133 immobili affittati per 23,1 milioni. Mica bruscolini. Il ministero della Difesa, invece, espone un solo contratto: 210 mila euro per il tribunale militare di Napoli. Però nella tabella di Cottarelli di contratti ne figurano 30. Ancora.
Il sito del ministero dell’Ambiente cita due immobili in locazione, per circa 5 milioni l’anno relativi alla sede centrale del ministero, senza specificare la proprietà . Il secondo immobile è un appartamento nel centro di Roma concesso in comodato gratuito dalla Regione Lazio: sede di rappresentanza.
Mentre in realtà di locazioni passive ne risultano 34, per un totale di 13,2 milioni. Il sito delle Infrastrutture, poi, specifica i nomi dei proprietari con dovizia di particolari: l’Immobiliare Marinella, l’Immobiliare Tiziana, l’Immobiliare Valentina, il fondo Idea Fimit (quello presieduto da Antonio Mastrapasqua)….
Il ministero della Giustizia, al contrario, no.
Fa persino sorridere la frase che compare nella stessa pagina web: «Percorsi chiari e precisi, un tuo diritto».
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera”)
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Gennaio 9th, 2014 Riccardo Fucile
MA CON BERLUSCONI SE NE SPENDEVANO OLTRE VENTI
Giulio Tremonti e pure Silvio Berlusconi: “Vendiamo gli immobili pubblici”. 
Mario Monti e la truppa di ministri con il loden: “Vendiamo gli immobili pubblici”. Enrico Letta e i collaboratori di larghe intese: “Vendiamo gli immobili pubblici”.
Non va buttato il tempo per notare le differenze: non ci sono.
Vendere per fare cassa, non fa difetto il buon proposito, però affittare perchè?
Lo Stato ha un patrimonio immenso di caserme, capannoni, palazzoni, allora perchè Palazzo Chigi, l’essenza statale e politica, spende 13,4 milioni di euro l’anno in “locazioni di vario genere”?
Ai calcoli, la giusta sentenza: le stagioni dei tecnici e lettiani, ultimo triennio, fanno risparmiare quasi 6 milioni di euro.
La crescita, esponenziale e incontrollata, l’aveva provocata il Cavaliere: 2011, a ogni sottosegretario veniva affidato un appartamento di lusso.
Esempio: Daniela Santanchè, Attuazione del programma, occupava un panoramico ufficio in piazza di Montecitorio. Il governo di Berlusconi sforava con leggerezza i 20 milioni di euro.
Più di un terzo degli odierni 13,4 milioni di euro sono per la Protezione civile: via Vitorchiano di proprietà di Roberto Amodei e famiglia (editori del Corriere dello Sport), un cubo di cemento e vetrate, in zona a rischio allagamenti, costa 4,454 milioni di euro.
I mezzi sono adagiati in via Affile; scrutato un groviglio di numerose società , s’arriva a banca Bnl: vale 1,219 milioni di euro.
Va segnalato che il professor Mario Monti, che pure aveva ridotto di parecchio la spesa in locazioni, ha stipulato un contratto da 1,6 milioni di euro con Unicredit per palazzo Verospi, storico e centrale, via del Corso. Propri lì, fra affreschi e capitelli, il sottosegretario Giovanni Legnini (editoria) riceve, e le foto lo testimoniano, illustri ospiti e delegazioni.
In via dell’Umiltà , non lontano dall’ex sede dei berlusconiani, il governo ospita la stampa estera: 1,8 milioni di euro, considerati troppi dai dirigenti governativi.
Il segretario generale di Chigi, sfruttando l’articolo di legge inserito con fatica nel Milleproroghe contro gli affitti d’oro, vuole disdire gli accordi pluriannuali per via della Vite e via dei Laterani: una limatura da 870.000 euro.
E grazie a quel comma che il Movimento Cinque Stelle ha proposto e il Partito democratico ha compreso con ritardo, Palazzo Chigi vorrebbe ridiscutere le tariffe per (almeno) tre palazzi.
Anche i 310.000 euro per il parcheggio di Pozzo Pantaleo potrebbe traslocare altrove (e gratis) scegliendo una nuova e vicina destinazione fra le infinite proprietà dello Stato: Palazzo Chigi vuole comprare dal demanio militare.
Disperso fra la lista d’acquisti per caffè, acqua minerale effervescente o naturale e tende con ricami, mister spending review Cottarelli ancora non ha toccato la pratica immobili di Chigi (o dei ministeri)
Dai 20 milioni di Berlusconi ai 13,4 milioni di Letta, che l’anno prossimo saranno 12: lo spreco diminuisce, però resta.
Così non sarà credibile per un presidente del Consiglio, affiancato con seriosità dal ministro di turno, far notare che “il patrimonio pubblico è troppo, inutilizzato e va dismesso”.
Non s’è mai visto un ricco immobiliarista che prende qua e là palazzi in affitto.
Carlo Tecce
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 7th, 2014 Riccardo Fucile
DALLA FORNITURE DI CAFFE’ AL FOOTBALL USA, UNA GIUNGLA DI SPESE
La spending review di Carlo Cottarelli è agli ultimi giri di pista. 
Fra meno di due mesi il commissario chiamato da Fabrizio Saccomanni deve alzare il velo sulle prime proposte di tagli alla spesa e, per farlo, ha articolato un piano di lavoro per evitare la paralisi nella giungla di voci da analizzare.
Per dirne una: solo fra il dicembre 2012 e il dicembre 2013, Palazzo Chigi ha affidato “in house” a Formez vari contratti per “monitoraggio e controllo in materia di contrattazione collettiva”. Valore degli accordi: 250 mila euro.
Anche ammesso che davvero costi tanto caro “monitorare” dei contratti, resta da chiedersi che bisogno ce ne fosse: i contratti integrativi del pubblico impiego sono fermi da anni, sempre gli stessi.
Più volte a Cottarelli è capitato di porsi domande degne di uno che è sceso da Marte. Il commissario per la spending review viene dall’Fmi, dove si occupava di bilanci pubblici a grandi numeri aggregati come si fa nell’organismo di Washington.
Ma forse proprio lo sguardo di un uomo che non era più abituato a qualcosa del genere è ciò che serve per vedere che il re è nudo.
In altre occasioni ad esempio Cottarelli si è chiesto: “A che serve un ministero per la Coesione territoriale, se ce n’è già uno per gli Affari regionali?”.
Lo stesso interrogativo potrebbe replicarsi per le politiche antidroga, per le quali la presidenza del Consiglio spende oltre sei milioni di euro quando già il ministero per la Salute opera nello stesso ampo. E così per una miriade di altre uscite.
Per la collezione delle bizzarrie del resto basta chiedere al professor Paolo De Ioanna. A lui, ex capo di gabinetto dei ministri del Tesoro Carlo Azeglio Ciampi e Tommaso Padoa-Schioppa, Cottarelli ha chiesto di dare un’occhiata più da vicino alle spese della presidenza del Consiglio. E De Ioanna ha perso ben poco tempo per capire che servono provvedimenti strutturali, che riducano le uscite con qualche automatismo.
Perchè l’esame delle spese una per una rischia di portare in un labirinto in cui orientarsi è tutt’altro che semplice.
Non solo i quasi ventimila euro in acqua minerale nei contratti di fornitura dell’ultimo anno, i 1.905 euro del 2013 in “fornitura liquidi e saponi per lavastoviglie”, i 6.221 euro in “fornitura scatole con coperchio” (il tutto in carta e cartone) o i 2.181,59 euro in “noleggio lenzuola” (sic) per Palazzo Chigi presso la Epifani Aldo srl fra il 29 gennaio e l’8 febbraio 2013.
Nè sono solo i 25.730 euro mila euro in “lavaggio tende” nella stessa settimana in cui se ne spendono 3.953 in “acquisto tende” presso lo stesso fornitore, la ditta Torrenti di Roma. Fatture del genere appaiono sì difficili da spiegare, ma sono poco più che colore.
Di questo passo la strada per arrivare ai 32 miliardi di euro di tagli previsti dal ministro Saccomanni può rivelarsi davvero un’avanzata nella giungla.
Per restare alle più banali spese di funzionamento della presidenza del Consiglio, un’attenzione già maggiore meriterebbe la genesi di certi contratti “con procedure di necessità ed urgenza”. Per esempio, viene fuori che nel dicembre del 2012 il dipartimento per gli Affari regionali, il turismo e lo sport ha concesso un contratto “mediante gara informale” da 228 mila euro “per appalto di servizi per la realizzazione di una campagna di comunicazione e di media relation internazionale e nazionale”.
Beneficiaria, un’impresa di Milano chiamata “International Strategic Communications” che non sembra avere un sito internet e, secondo la Guida Monaci, ha un capitale sociale di diecimila euro. È a un appaltatore così che Palazzo Chigi affida una campagna per il rilancio dell’immagine dell’Emilia dopo il terremoto.
Fare una operazione di spending review, in queste condizioni, rischia insomma di trascinare i suoi protagonisti in valutazioni difficili. I casi non scarseggiano.
Non ci sono solo i circa 4000 euro di spesa nel 2013 in “fornitura caffè” e “fornitura caffè per le autorità politiche” di Palazzo Chigi. O i 1.300 euro per “spostamento di n. 5 fotocopiatrici”. O i 740 euro per cambiare un doppio vetro.
E passi per certi piccoli provvedimenti, come la scelta di dare nel giugno scorso 14.374 euro alla Legio XIII American Football per la realizzazione del progetto “Latin America Stars & Stripes”.
Può trattarsi, in questo caso, di un comprensibile investimento nell’integrazione delle comunità di stranieri che, per dimensioni, sembra più adatto a una giunta locale che non all’ufficio del premier.
Ma è in dettagli così che s’intuisce quanto difficile sia il lavoro che Saccomanni, ha affidato a Cottarelli. L’obiettivo resta una riduzione della spesa di 32 miliardi di euro in un triennio, il 2% del Pil. Lo 0,65% del Pil all’anno.
Quando ancora guidava il dipartimento Politiche di bilancio del Fondo, Cottarelli ha seguito molti Paesi che hanno fatto di più in meno tempo. Ma oggi che è al Tesoro, Cottarelli sa bene che casi come quelli di Palazzo Chigi rivelano un problema. I tecnici come lui lo chiamano di “asimmetria informativa”: solo chi ha sabotato un motore sa come rimediare.
Solo i dignitari di ciascuna amministrazione possono andare a colpo sicuro là dove si annidano gli sprechi nei loro uffici e intervenire.
Cottarelli capisce di aver bisogno della collaborazione dei mandarini dello Stato, soprattutto se spendono troppo. Sa anche che è come chiedere ai tacchini di celebrare il Natale.
Ma ai suoi gruppi di lavoro nei ministeri, del resto, il commissario ha detto chiaro che si riserva il potere di respingere le loro conclusioni e imporre le proprie, se alla fine non sarà soddisfatto.
Ciò metterà forse a tacere le resistenze burocratiche, non quelle politiche. Su quelle però Cottarelli resta altrettanto pragmatico.
Fra fine febbraio e inizio marzo arriverà al dunque la prima infornata della sua spending review: si capirà allora chi faceva sul serio; e quale sarà eventualmente il prezzo politico di annunciare agli italiani che sul taglio degli sprechi (e delle tasse) si era solo scherzato.
Federico Fubini
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 7th, 2014 Riccardo Fucile
VENTI MILIONI IN UN ANNO PER LE SPESE DI BENZINA
Ne hanno fatta di strada i forestali siciliani.
Hanno girato l’Isola in lungo e in largo sino ad accumulare il diritto a rimborsi chilometrici da record: venti milioni di euro l’anno.
È la cifra che, l’anno scorso, la Regione ha dovuto garantire per le trasferte dell’esercito di dipendenti dell’Azienda foreste: 15 mila, cui va aggiunto il nutrito plotone degli operai antincendio, per un totale di 26 mila addetti.
Ora che, sfinita dai problemi di cassa, la giunta Crocetta sta tentando di farsi finanziare dall’Europa almeno una parte dei salari – impiegando i forestali nella realizzazione di sentieri e percorsi naturalistici –la risposta è stata inevitabile: «O tagliate la spesa per i rimborsi chilometrici o niente fondi», hanno detto i funzionari di Stato e Ue agli imbarazzati emissari dell’amministrazione di Rosario Crocetta.
Doveva per forza finire così.
Decenni di politiche clientelari, nell’Isola, hanno allargato gli organici sino a un livello che non teme confronti: in Piemonte, per dire, i forestali sono 406, meno del piccolo Comune di Solarino in provincia di Siracusa.
E alla fine la cassa della Regione siciliana si è svuotata. Anche perchè si scopre ora, con una denuncia dell’assessore alle Risorse Agricole Dario Cartabellotta, che i salari sono stati irrobustiti in virtù di benefici concessi allegramente: basti pensare che, in media, al costo di ogni lavoratore (82 euro) la Regione somma ogni giorno altri 12 euro di rimborsi chilometrici
Com’è possibile tutto ciò, alla luce dell’alto numero di addetti in servizio in ogni angolo dell’Isola?
«Cattiva organizzazione », osservano in Regione, ma il sospetto è che dietro ci sia del metodo: i forestali sarebbero inviati, in modo incrociato, in luoghi lontani dalla propria sede di lavoro per creare i bonus in busta paga.
Nugoli di forestali, per dire, avrebbero viaggiato in questi mesi sulla dorsale tirrenica del Palermitano, 70 chilometri da Pioppo sino a Cefalù, dove altri addetti non sarebbero stati utilizzati. Tutto, appunto, per accumulare rimborsi
Di “furbizie” parla proprio il governatore Crocetta che ora – davanti al disco rosso alzato da Bruxelles – ha deciso di inserire nella legge finanziaria in discussione all’Ars un taglio agli appannaggi di forestali.
Ponendo un limite di 15 chilometri alle trasferte rimborsabili, bloccando il turn-over e i rinnovi contrattuali. I sindacati sono in rivolta e oggi manifesteranno in piazza.
Ma l’opposizione più dura Crocetta l’ha trovata nel Pd. Il segretario regionale Giuseppe Lupo si è schierato a difesa dei forestali: «Se c’è una cattiva organizzazione la responsabilità è del governo. Giusto abolire i privilegi, ma se ci sono diritti contrattuali quelli vanno rispettati. Così dovrebbe ragionare un’amministrazione di sinistra».
«Essere di sinistra non significa essere illegali e parassitari», la risposta di Crocetta.
Uno scontro che scava ancor di più il solco, nell’Isola, fra il presidente e il suo partito.
Emanuele Lauria
(da “La Repubblica“)
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Dicembre 16th, 2013 Riccardo Fucile
IMMOBILI VUOTI MA MINISTERI IN AFFITTO: “SCOPERTO UN MILIARDO DI NUOVO DEBITO”
Una famiglia spende soldi che non ha pur di vivere in affitto, mentre possiede alcuni immobili vuoti poco lontano.
Che consiglio le dareste? Se la risposta sembra ovvia, va detto a difesa di Carlo Cottarelli che si trova di fronte a un dilemma più intrattabile di così: la famiglia dei ministeri italiani, di cui si occupa il nuovo commissario per la spending review, pur di risiedere in immobili in affitto non esita a contrarre debiti fuori bilancio.
Questi ultimi valevano un miliardo di euro nel 2011, l’ultimo anno per il quale esistano dati consultabili e ufficiali.
Nel frattempo, il Demanio dello Stato gestiva immobili inutilizzati di sua proprietà per un valore di vari miliardi di euro.
Magari tutto ciò suona poco logico, del resto però la definizione della Ragioneria dello Stato su ciò che sono i debiti fuori bilancio lascia pochi dubbi: «Si tratta di debiti di cui, al momento della loro formazione, non vi è alcuna evidenza contabile nel bilancio dello Stato per il fatto che l’amministrazione ha assunto obblighi per una somma superiore alle effettive risorse finanziarie a disposizione», scrivono i tecnici di via XX Settembre.
I quali aggiungono: «Trattandosi di transazioni mai registrate in bilancio, non sono rilevate nelle statistiche sul debito pubblico ma rinviano gli oneri a esercizi successivi».
In altri termini, i debiti vengono nascosti sotto la linea dell’ufficialità e scaricati sugli anni a venire. Quando magari sarà qualcun altro a doversene occupare.
I dicasteri italiani ricorrono a questa tecnica in abbondanza.
Solo nel 2011, a dati della Ragioneria, il ministero dell’Interno ha contratto debiti fuori bilancio per 476 milioni di euro, la Difesa per 235, la Giustizia per 119, lo stesso ministero dell’Economia per 94 e il ministero del Lavoro per 21.
Nel suo rapporto, la Ragioneria osserva che accumulare debiti fuori bilancio «incide sulla trasparenza, inficia la programmazione delle risorse e riduce la capacità di controllo della spesa».
Forse però il passaggio che aiuta meglio a capire è quello sulla genesi di queste pratiche impensabili per qualunque impresa dotata di istinto di sopravvivenza.
I debiti fuori bilancio, spiega la Ragioneria, si fanno quando si elimina un versamento ma non le funzioni che esso finanzia.
Queste procedono inesorabilmente e prima o poi qualcuno dovrà pagare: è l’eredità dei tagli lineari spesso praticati negli ultimi anni di governo di Silvio Berlusconi in cui, si legge, «i risparmi sono conseguiti solo nominalmente con la riduzione degli stanziamenti, ma non in modo strutturale».
Alcuni esempi?
Nel 2011, i ministeri italiani hanno contratto debiti fuori bilancio per 26 milioni di euro solo per pagare la Tarsu e altre tasse sui rifiuti urbani. Il Guardasigilli ne ha fatti 48 solo per «intercettazioni e altre spese di giustizia».
Il governo nel suo complesso 31 per «noleggio, leasing e esercizio mezzi di trasporto (incluso carburante)», ovviamente sempre fuori bilancio.
Il caso che però ha più attratto l’attenzione di Cottarelli è probabilmente quello degli affitti.
Da solo il ministero dell’Interno nel 2011 ha creato 176 milioni di debiti fuori bilancio per locazioni di immobili, contro venti milioni di tutti gli altri dicasteri sommati insieme.
Secondo i dati della Ragioneria, circa i quattro quinti della spesa per affitti sostenuto dal Viminale si fa attraverso debiti fuori bilancio.
Per certi versi è del tutto normale che l’Interno abbia bisogno di mura e un tetto sulla testa: deve ospitare le Questure, le articolazioni territoriali delle forze dell’ordine, le carceri, le residenze dei collaboratori di giustizia e molto altro.
Per Cottarelli resta però da capire come sia possibile spendere tanto solo in affitti, e per di più senza che ciò emerga nelle statistiche ufficiali dell’indebitamento.
Il commissario per la spending review su questo dossier sta già lavorando su due fronti. In primo luogo, grazie all’aiuto di un ufficio ad hoc nel palazzo del ministero dell’Economia, sta verificando i costi standard delle locazioni nelle varie città d’Italia. Ufficialmente oggi i ministeri nel complesso spendono in affitti di circa 750 milioni di euro l’anno, senza contare gli enti decentrati, la sanità pubblica e le società partecipate dallo Stato.
Il sospetto – o la certezza – è che in molti casi i contratti siano stati fatti a prezzi superiori al mercato a favore dei notabili locali che possiedono i palazzi.
Questi contratti sono spesso di durata lunghissima, anche trentennale, ma lo Stato può sempre rescinderli con un breve preavviso.
Poi appunto c’è il capitolo dei palazzi pubblici inutilizzati. Cottarelli ha chiesto a Stefano Scalera, direttore dell’Agenzia del Demanio, un quadro sugli immobili nei quali possano traslocare gli uffici ministeriali.
Ad oggi esistono palazzi vuoti del Demanio per un valore di circa cinque miliardi di euro, benchè non tutti utilizzabili subito.
La ricognizione tecnica comunque procede spedita. Tra non molto, dare un (vero) taglio agli sprechi dello Stato inquilino sarà una scelta puramente politica.
Federico Fubini
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Settembre 23rd, 2013 Riccardo Fucile
MENTRE LA COOPERAZIONE E’ AL COLLASSO, STORMI DI PROFESSIONISTI CON INDENNITA’ DA DIPLOMATICI VENGONO PAGATI CON I FONDI PUBBLICI
C’è chi scappa dalla Cina per cercar fortuna e chi ha la fortuna di andarci, lavorare 44 giorni e
tornare in Italia con 70-80mila euro sul conto.
Pagati dallo Stato, con le risorse destinate all’aiuto per i poveri.
In Parlamento si stracciavano le vesti per il taglio ai fondi della cooperazione allo sviluppo — per poi approvarli con la benda sugli occhi — e dalla Farnesina partivano “esperti” in missione all’estero con costi di cinquecento, anche mille euro al giorno.
Un settore a cui lo Stato destina poche risorse: negli ultimi anni è stato tagliato l’80 percento dei contributi diretti e sono stati chiusi molti uffici, anche con finanziamenti già erogati e progetti ancora in corso.
Le Regioni aspettano per anni di vedersi restituire milioni di euro anticipati come crediti d’aiuto, le Ong a corto di fondi richiamano i volontari, gli uffici tecnici per la cooperazione all’estero chiudono. Ma da Roma vanno e vengono come nulla fosse stormi di consulenti privati pagati a peso d’oro. Saranno bravissimi, sicuro i migliori su piazza. Ma c’è da rimanere a bocca aperta per gli importi, ancorchè lordi e comprensivi di costi assicurativi.
Scorrendo il “quadro missioni” della Direzione Generale per la cooperazione allo sviluppo (Dgcs) c’è il professore di economia da inviare per quattro mesi in Ghana, dove il 28% della popolazione vive sotto la soglia di povertà internazionale di 1,25 dollari, a 70mila euro per svolgere non meglio precisate attività di “supporto privato”.
A un capo progetto che va un anno in Senegal, reddito pro capite non supera i due dollari al giorno, vengono riconosciuti 180mila euro, un appartamento.
Un forestale, e dalla Sicilia in su tanti ce ne sono, in Mozambico prende 11-12mila euro al mese. Stando così le cose tanti italiani partirebbero volentieri in missione.
Solo che “esperti” non si diventa, non c’è concorso. Esperti ti ci fanno.
Ad attribuire gli incarichi sono digli uffici della Dgcs, la direzione che coordina, gestisce e realizza tutte le attività internazionali dello Stato italiano dirette al sostegno dei paesi in via di sviluppo: ospedali, scuole, strade, interventi umanitari d’emergenza tutti finanziati con fondi italiani.
La figura degli “esperti” nasce con la legge n. 49/1987, quella che a parole tutti i governi vorrebbero riformare (compreso quello attuale) e poi mollano il colpo.
Esordisce come “legge speciale”, tale cioè da derogare le applicazioni giuridico-finanziarie imposte dalla contabilità generale dello Stato, le norme su assegnazione di incarichi, trasparenza e la tracciabilità dei flussi finanziari.
Da qui sembra discendere anche la discrezionalità di selezionare chi inviare in missione come “personale di supporto e assistenza tecnica”.
Gli esperti sono di due tipi, quelli assunti presso le Unità tecniche centrali e quelli esterni. I primi sono stati inizialmente inseriti a termine, con contratti individuali di diritto privato e retribuzioni lorde fino ai 73mila euro che possono arrotondare con le missioni all’estero.
La loro carriera da professionisti privati è finita nel marzo 2012 atterrando sul velluto della previdenza pubblica: i contratti sono stati trasformati a tempo indeterminato, nonostante l’età media di 63 anni.
Fino al 2011 gli esperti Utc non erano pensionabili e non era raro incontrare ultraottantenni che ancora operavano negli uffici della Farnesina.
Visto anche il rischio di cause, s’è deciso poi che erano come dipendenti a tutti gli effetti e ne è stato regolamentato anche il pensionamento, lasciandogli però la possibilità di rientrare come consulenti per compiere nuove missioni con limite di 75 anni.
Per gli esperti privati il trattamento economico di base è modesto ma schizza alle stelle con l’indennità di servizio all’estero (esentasse) calcolata secondo il “coefficiente di disagio” della destinazione applicato ai diplomatici.
Qualcuno è riuscito a farne un vero e proprio mestiere e anno dopo anno, a furia di missioni brevi e lunghe, ha girato il mondo e messo via un bel gruzzoletto.
Sapere chi fa parte del “club degli esperti” non è facile.
Nell’area “trasparenza” del sito della Dgcs c’è una sezione incarichi ma è ferma da due anni e non riporta curriculum e motivo dell’incarico.
Per arginare la discrezionalità delle assegnazioni e aprire il più possibile la partecipazione alle selezioni tre anni fa la DGcs ha messo alcuni paletti inderogabili e valorizzato l’esperienza sul campo.
Anche perchè, nel frattempo, non tutti gli esperti si sono rivelati necessariamente onesti: proprio nel 2010, ma la vicenda è emersa solo l’anno scorso, si è scoperto che 29 di loro dichiaravano residenze fittizie in Italia per intascare indennità da 150-390 euro al giorno cui non avevano diritto perchè regolarmente residenti nei paesi di destinazione.
Si andava da compensi tra i 10mila e gli oltre 300mila euro, frutto di varie missioni cumulate.
Sono stati denunciati alla Procura di Roma, tra loro c’erano anche stimati professori universitari. Non si capisce se la qualifica di esperto deroghi la legge sull’affidamento di incarichi esterni che dal 2007 obbliga le amministrazioni a verificare preventivamente l’esistenza di analoghe professionalità interne per non creare inutili doppioni a carico dei contribuenti.
Possibile che non se ne riescano proprio a trovare in un ministero da 7mila dipendenti o in altri che pullulano di chirurghi, agronomi, forestali e quant’altro?
Si dirà che questa storia non è poi una novità per l’Italia, visto che anche nel 2012 siamo riusciti a spendere 1,3 miliardi affidando 300mila incarichi.
Ma ancora non si era arrivati a perlustrare il fondo della Repubblica delle consulenze: far soccorre chi campa con un dollaro da consulenti privati che paga anche mille volte di più. Col paradosso che un giorno di missione in meno riempie la pancia a migliaia di disperati. Ma uno sciopero degli esperti, chissà perchè, ancora non s’è sentito.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 30th, 2013 Riccardo Fucile
DALLA TARSU ALLA TARES E ORA ALLA SERVICE TAX: PASSARE DA UNA TASSA ALL’ALTRA IN TRE ANNI STA GENERANDO UN GRAN SPRECO DI DANARO
Dalla Tarsu si passa alla Tares e poi alla service tax. 
E i comuni impazziscono, mentre i software acquistati per gestire queste imposte vengono buttati e il rischio di contenziosi è enorme.
In principio era la Tarsu, tassa sui rifiuti che si pagava dal 1993 con tariffa indicata dai comuni. Nel gennaio 2013 il governo Monti ha introdotto la Tares, che è sempre una tassa sui rifiuti ma anche sui servizi comunali in generale, e prevede una maggiorazione dello 0,30% che andrà non ai comuni ma allo Stato.
La Tarsu era ad aliquota fissa, la Tares ad aliquota composta da una parte fissa e una variabile a discrezione dei comuni.
La Tarsu si calcolava sui metri quadri, la Tares sui metri quadri più il numero di abitanti.
Passare da una tassa all’altra è stato un rompicapo per moltissimi comuni: si è dovuto fare ricorso a software specifici e al relativo addestramento del personale: costo medio dei software 20 mila euro a comune, più la formazione.
Se si butta il software si buttano 160 milioni almeno (20 mila per 8 mila comuni).
Con due complicazioni.
Prima, l’aliquota della Tares di spettanza dei comuni deve essere decisa entro settembre (quindi non è stata ancora stabilita in molti casi) mentre il «carico fiscale» (cioè l’ammontare) per ogni cittadino è già stato indicato a gennaio e in parte anche pagato, salvo conguaglio.
Seconda, se un cittadino ha pagato il «carico» indicato a gennaio e poi ha venduto la casa, che cosa succede?
Riavrà i soldi indietro? E in che tempi?
E anche se gli uffici dei comuni riusciranno a dipanare la matassa entro l’anno tutto sarà inutile, perchè nel frattempo la tassa sparirà in attesa della service tax.
E si dovrà ricominciare da capo.
Ma, attenzione, la service tax ingloberà anche la vecchia Imu rivisitata, ereditando tutto il pasticcio che l’imposta appena abolita si porta dietro.
Per esempio: la prima rata dell’Imu 2012 è stata pagata al 50% allo Stato e 50% al Comune, in attesa che questo fissasse la propria aliquota per il saldo.
Ma i cittadini spesso non lo hanno capito, e hanno continuato a dividere a metà l’imposta tra stato e ente locale anche per la seconda rata.
Ora i comuni richiedono allo Stato la «compensazione».
Ma arriverà mai? Tanto più che anche l’Imu, come la Tares, è passata in cavalleria prima ancora di decollare.
Raffaello Masci
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