Luglio 26th, 2013 Riccardo Fucile
IL MINISTERO DELLE BUONE INTENZIONI CHE PROMETTE MA NON TAGLIA LA SPESA
Da quando è entrato in carica il governo di Enrico Letta non ha lesinato annunci.
Il ministro Fabrizio Saccomanni, in particolare, sembra presiedere uno di quei dicasteri che si trovano nei libri di Harry Potter.
Potremmo chiamarlo il Ministero delle Buone Intenzioni: privatizzeremo qualcosa, toglieremo l’Imu, non aumenteremo l’Iva, ridurremo la spesa, distribuiremo cioccolata e così via.
Il nodo cruciale però è uno solo: tagliare la spesa pubblica.
Ce lo continuano a dire tutti, il Fondo Monetario, la Ue, l’Ocse, e da ultimo Peter Praet, capoeconomista della Bce i quali, che ci piaccia o no, hanno più influenza sugli investitori nostrani ed internazionali di Vendola o Fassina: questo vuol dire che finchè non si vedranno passi decisi in quella direzione continueranno a permanere dubbi sulla solvibilità del nostro Paese, lo spread non diminuirà e gli imprenditori stranieri non varcheranno le Alpi.
Inoltre, senza lanciarci in diatribe stile Krugman-Resto del Mondo sugli effetti benefici o malefici dell’eccessiva spesa pubblica, per l’Italia la finanza allegra dal lato delle uscite negli ultimi 20 anni non ha certo portato fortuna, anzi.
A questo punto scattano i meccanismi giustificazionisti di chi afferma però che dire di decurtare le spese è giusto, ma insomma, alla fine proprio non si può toccare niente.
Il simbolo di questo fallimento politico ed intellettuale è probabilmente rappresentato dall’ex ministro Pietro Giarda il quale sembra aver passato molti anni ad esercitarsi con la spending review per giungere ad un nulla di fatto.
Un’altra affermazione che si sente spesso è che se non fosse per gli interessi sul debito la nostra spesa pubblica sarebbe uguale alla media degli altri Paesi europei.
Orbene, l’Europa non è un bell’esempio di crescita e peraltro gli unici che hanno tassi di sviluppo ragionevoli sono nazioni che han tagliato le spese come Germania e Svezia, e comunque gli interessi sul debito esistono e non spariranno solo lamentandosene.
Eppure, in un bilancio statale che prevede 810 miliardi di uscite c’è sicuramente molto da tagliare da subito. Se pensassimo ad una riduzione per il 2014 equivalente all’1% del Pil si libererebbero risorse pari a 16 miliardi.
Da dove cominciare?
In primis dai sussidi alle imprese che ogni anno ammontano a circa 33-35 miliardi di euro.
Secondo lo studio di Giavazzi-Schivardi, commissionato dal governo Monti, circa 10 miliardi sono immediatamente eliminabili, in quanto forniti ad imprese che operano senza oneri di servizio pubblico.
In realtà si potrebbe agire anche su molto del resto: i pesanti contributi alle imprese di trasporto, ad esempio, derivano dalla mancanza di concorrenza, prezzi irrealistici del servizio e inefficienza.
Per farla breve, ammettiamo di non poter eliminare subito tutti i 10 miliardi in quanto molti escono dai rivoli delle amministrazioni locali e diamoci come obiettivo 6,6 miliardi, i 2/3.
Se poi il governo tagliasse l’Irap di 10 miliardi, misura molto più utile di altre, risparmierebbe incredibilmente 3 miliardi. Il 30% del gettito è infatti di provenienza delle pubbliche amministrazioni anch’esse soggette alla tassa.
Se vengono approvati gli interventi in materia di eliminazione dei finanziamenti ai partiti politici e ai loro giornali, riduzione dei parlamentari e dei loro stipendi, delle spese delle Camere, degli organi istituzionali (inclusi ambasciate e rappresentanze estere delle Regioni), si possono risparmiare tranquillamente 400 milioni.
Le stime (ultima quella di Andrea Giuricin per l’Istituto Bruno Leoni) dei benefici sull’eliminazione delle province si aggirano sui 2 miliardi, ma prevedendo che per fine del 2014 non si arrivi alla fine dell’iter e ci siano costi di transizione attestiamoci ad 1 miliardo.
Secondo i calcoli del giornalista economico Cobianchi ci sono ancora 3127 “enti inutili” che ci costano 7 miliardi l’anno e 7.000 società controllate da enti locali che solo di amministratori (24.000), revisori dei conti et similia incidono per 2,5 miliardi. Basterebbe fondere il 25% di tali società (e da qui a fine 2014 si può fare, basta la volontà politica) e accorpare o eliminare un quarto degli enti inutili e risparmieremmo, magari eliminando nel frattempo la Motorizzazione civile che fa più o meno le stesse cose dell’Aci, altri 2,5 miliardi.
Procedendo alla vendita di beni pubblici, imprese ed immobili, per 20 miliardi, risparmieremmo 1 miliardo di interessi (anche se lo Stato riceverebbe meno dividendi) e con ogni probabilità ne avrebbe un benefico effetto lo spread, in quanto il debito pubblico italiano verrebbe considerato più sostenibile.
Ricordiamo che lo 0,1% di tasso di interesse in meno equivale a 2 miliardi di euro l’anno.
Ceteris paribus, la cessione di beni combinata a uno spread minore dello 0,1/0,15% sono circa altri 2,5 miliardi tendenziali.
Ecco, siamo arrivati a 16 miliardi senza nemmeno cominciare a razionalizzare la spesa per acquisti delle Pubbliche amministrazioni, la sanità , i dipendenti pubblici (alcuni dei quali godono di ampi privilegi) o accorpare le migliaia di inutili comuni sotto i 5000 abitanti (sono quasi 6000!).
Le pensioni, poi, rappresentano ancora il 16% del Pil, la riforma Fornero è un palliativo che anche nel futuro le porterà a livelli di incidenza sul Pil molto alti. Dimentichiamoci, poi, i falsi invalidi e tutto quanto rappresenta lotta a sprechi e corruzione che dovrebbe essere intrapreso da qualsiasi governo di buon senso.
Se si cominciassero ad emanare provvedimenti seri in questi settori qualche effetto benefico ci sarebbe nel 2014, il resto negli anni a venire.
Ridurre la spesa, risparmiando sui costi di intermediazione e lasciando direttamente in mano i soldi a imprese e cittadini si può, basta volerlo.
E nemmeno c’è bisogno del Ministero della Magia.
Alessandro De Nicola
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Luglio 2nd, 2013 Riccardo Fucile
ALL’AIR SHOW DI LE BOURGET PADIGLIONI DEL PIEMONTE, DI “UMBRIA TRADE AGENCY” E PERSINO DI “APULIA REGIONE”…LE REGIONI ITALIANE HANNO 178 SEDI ESTERE
Lo slogan dice: «Per rafforzare il Made in Piemonte nel mondo».
Il Made in Piemonte? Proprio così.
Questa è la missione del Centro estero per l’internazionalizzazione.
Come stupirsi, allora, davanti a uno stand del Ceipiemonte all’Air Show di Le Bourget, Parigi?
E passi che sia anche quello uno dei tanti organismi pubblici regionali. Quando all’estero c’è da mostrare i muscoli, la Regione Piemonte non si è mai tirata indietro. Sinistra o destra, non fa differenza.
La precedente amministrazione della democratica Mercedes Bresso seguiva con affetto ed entusiasmo le imprese dei piloti piemontesi in MotoGp, tanto da presentarsi con un proprio spazio espositivo al Gran Premio di Turchia del 2005?
L’attuale governatore leghista Roberto Cota ha scatenato un’offensiva senza precedenti nel settore aerospaziale.
Per apprezzarne la portata è sufficiente scorrere la lista degli espositori al salone parigino che si è appena concluso. Dove non mancava, appunto, la Regione Piemonte.
Ma anche il suddetto Ceipiemonte. E la finanziaria regionale Finpiemonte. Poi la Camera di commercio di Torino, che di Finpiemonte è anche azionista. Il Politecnico di Torino, che partecipa a una società con Finpiemonte. Nonchè Torino Piemonte aerospace, ovvero «un progetto della Camera di commercio di Torino gestito da Ceipiemonte al servizio delle imprese piemontesi eccellenti della filiera aeronautica», spiega il sito Internet. Per un totale di sei – soggetti pubblici – sei.
Sbaglierebbe, però, chi pensasse a un’esperienza unica.
Nell’elenco degli espositori italiani a Le Bourget, accanto all’Università di Perugia, figura infatti lo stand dell’Umbria trade agency, o Centro estero Umbria.
Di che cosa si tratta? È un organismo costituito dalla Regione Umbria nel 2009 insieme alle Camere di commercio di Perugia e Terni, per promuovere «l’internazionalizzazione delle imprese umbre».
Una specie di Ice regionale, insomma.
Peccato che al salone parigino ci fosse anche uno stand di Umbra aerospace, l’associazione delle imprese di settore che ha come «partner istituzionali» tanto la Regione Umbria quanto L’Umbria trade agency. Poco male. Melius abundare.
Del resto, si sarebbe potuto rinunciare a una presenza all’Air show della «Apulia Region» (Regione Puglia) causa presenza a poca distanza di un padiglione Alenia aeronautica del gruppo Finmeccanica, che ha stabilimenti a Foggia, Brindisi e Grottaglie, in Provincia di Taranto?
«Stimolare i processi di innovazione e competitività nel settore aerospaziale pugliese con un attenzione particolare per la formazione: questo l’obiettivo della partecipazione della Regione Puglia» secondo il sito Puglialive.net.
Un salto di qualità rispetto a quando gli assessori regionali, come l’ex vicepresidente della Giunta pugliese Sandro Frisullo, nel 2007, si limitavano alle «visite istituzionali» al salone dell’aeronautica.
Ma ancora ben distante dalle vette toccate da alcuni enti come la Regione Lazio, che nel 2005 contribuì al finanziamento della missione spaziale Soyuz con a bordo il cosmonauta viterbese Roberto Vittori e un seguito di prodotti tipici laziali: dalle olive di Gaeta al pecorino della Sabina.
Un accoppiamento, quello fra le stelle e le prelibatezze alimentari, sperimentato anche dalla Regione Campania nell’ottobre 2011 al Congresso internazionale di astronautica di Cape Town, in Sudafrica.
Nell’ambito del programma «Campaniaerospace».
Da quando le Regioni hanno preso a gestire valanghe di denaro, la tentazione di comportarsi come Stati sovrani è stata inarrestabile.
Ecco allora le ambasciate regionali, gli assessorati all’internazionalizzazione (ce l’ha, per esempio, la Regione Calabria), le agenzie di promozione all’estero, fino all’esplosione di una selva di surreali marchi territoriali: Made in Piemonte, Made in Lombardy…
Alcuni finiti sotto la tagliola della Consulta, che nel luglio del 2012 ha dichiarato l’illegittimità costituzionale di una legge della Regione Lazio approvata durante la giunta di Renata Polverini che aveva istituito un elenco di prodotti «Made in Lazio» realizzati con materie prime laziali.
Una corsa a perdifiato, nell’indifferenza istituzionale più assoluta.
Non sono riusciti ad arginarla nè i governi che da vent’anni a questa parte si sono alternati alla guida del Paese, tantomeno i politici locali.
Nel 2010 il ministro dell’Economia Giulio Tremonti fece il conto, scoprendo che fra ambasciate, consolati, uffici di promozione, antenne commerciali e punti d’appoggio, le Regioni italiane potevano contare su 178 sedi estere.
Il solo Piemonte poteva contare su 23 basi oltrefrontiera, attivate da «accordi con realtà locali», rispose così a Monica Guerzoni del «Corriere» l’assessore della giunta di Roberto Cota, Elena Maccanti, proprio grazie al Ceipiemonte.
Nell’elenco, Corea del Sud, Lettonia, Costa Rica…
Una trentina, invece, quelle della Lombardia: dal Brasile alla Cina, passando per Russia, Israele, Giappone, Perù, Uruguay, Polonia, Moldova, Kazakistan.
Mentre la Regione Lazio poteva contare su un contact point a Bucarest, Romania.
Il sito dice che c’è tuttora un consiglio di amministrazione di tre persone, una struttura tecnica con un direttore e tre dipendenti oltre a quattro consulenti.
Ben 21 sedi delle Regioni italiane erano poi nella sola Bruxelles, dove l’ex viceministro Adolfo Urso avrebbe voluto razionalizzarne la presenza, concentrandole almeno tutte nello stesso luogo fisico, una specie di «Palazzo Italia».
Com’è andata a finire? Indovinate…
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Luglio 1st, 2013 Riccardo Fucile
RIMBORSO DI 260 EURO AL MESE AI DEPUTATI E DI 550 EURO AL MESE AI SENATORI PER SPESE TELEFONICHE…. TOTALE 4 MILIONI ‘ANNO: SOTTOSCRIVENDO ABBONAMENTI SI RISPARMIEREBBE BUONA PARTE DELLA CIFRA
Assicurare ai nostri parlamentari chiamate illimitate ci costa 20 milioni di euro a legislatura. Un vero e proprio spreco rimborsato a forfait nella busta paga di ciascun eletto.
Sì, perchè stipulando semplici contratti aziendali o da utenti privati, Camera e Senato risparmierebbero buona parte di questa cifra.
Ognuno si giustifica a proprio piacimento.
I parlamentari danno spiegazioni generiche del rimborso.
Alcuni dicono di coprire anche le spese telefoniche dello staff.
Altri dicono che il rimborso spese serve a coprire appena le telefonate fatte dai telefoni fissi.
Deputati e senatori hanno un codice personale da cui possono accedere alle chiamate esterne dalle camere. Si tratta di un codice che permette di scalare il rimborso spese telefoniche del singolo eletto.
In ogni caso, gli onorevoli ricevono — come parte della propria indennità — 260 euro al mese di rimborso per spese telefoniche.
La legge parla chiaro: “I deputati dispongono di una somma annua di 3.098,74 euro per le spese telefoniche”.
Per i senatori, invece, la somma non è così dettagliata, ma si desume scorporandola dalle spese accessorie di viaggio, ed è di 550 euro.
Scorrendo le voci che compongono il trattamento economico degli eletti al Senato, troviamo quella denominata “Rimborso forfettario delle spese generali”.
In questa sezione è garantito “un rimborso forfettario mensile di euro 1.650, che sostituisce e assorbe i preesistenti rimborsi per le spese accessorie di viaggio e per le spese telefoniche”.
Per i colleghi di Montecitorio, ogni mese, è garantito un rimborso di circa 1.100 euro per spostamenti e viaggi.
Da un confronto tra le voci dell’indennità dei due rami del Parlamento, si può desumere che i senatori, per telefonare possono spendere mensilmente mezzo migliaio di euro.
E quindi deduciamo: se anche per i senatori, i rimborsi per spese accessorie di viaggio, si possono quantificare in 1100 euro, come per i colleghi deputati, per le spese telefoniche, resta un rimborso di 550 euro.
A un privato cittadino, viene offerta, da un gestore telefonico qualsiasi, una tariffa di 69 euro al mese che comprende telefonate verso mobili e fissi. In molti casi, le compagnie telefoniche includono anche il telefono. Stesso contratto, con tariffa aziendale o con partita iva, scende a 30 euro.
Siamo di fronte a uno spreco che oscilla tra i 16 e 18 milioni a legislatura.
La spesa in questo modo sarebbe abbattuta quasi del tutto se entrambe le camere stipulassero accordi con un gestore di telefonia con trattamenti aziendali.
Invece di spendere 20 milioni a quinquennio, ne spenderebbero 2 con un risparmio del 90 per cento.
Accordi ad oggi inesistenti.
Sia Montecitorio, sia Palazzo Madama non prevedono tariffe agevolate per i parlamentari che usano il rimborso come gli pare: “Con i piani tariffari vigenti — dice un deputato — è conveniente stipulare contratti privati tutto incluso a 50 euro al mese”.
Così facendo, del rimborso di 260 euro al mese, ne risparmia 210 che finisce nelle sue tasche. C’è anche chi racconta di essere stato raggirato: “Era la prima volta in Parlamento, chiesi se ci fossero tariffe agevolate per deputati. Mi indirizzarono un centro di telefonia vicino a Montecitorio. Il primo bimestre pagai uno sproposito: circa 1000 euro e interruppi il contratto”.
Loredana Di Cesare
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Luglio 1st, 2013 Riccardo Fucile
DALLE 4.070 ORE DI VOLO DELL’ULTIMO ANNO DI BERLUSCONI ALLE 2.885 DI MONTI, MA LA LOTTA AGLI SPRECHI E’ ANCORA LUNGA
Ogni volta che si tocca il tema dell’austerità , i governanti di turno si pongono il problema dei voli di Stato.
Perchè costano, costano tantissimo alla presidenza del consiglio dei ministri, ma pare siano davvero inevitabili.
È vero, il Cavaliere usava l’aereo della presidenza per andare in Sardegna con le olgettine di turno.
Una volta venne fotografato anche Apicella che, chitarra in mano, scendeva dalla scaletta sulla pista dell’aeroporto Costa Smeralda di Olbia.
Inchieste, interrogazioni, bufere mediatiche. Tutto legittimato.
Ma il rigore di Monti non è che abbia dato un taglio da spending review: la percentuale della riduzione è al di sotto di quel 30 % che il governo dell’austerità professata voleva ottenere.
La flotta è rimasta invariata, i costi di manutenzione pure: 22 milioni di euro ogni anno, anche se gli aerei rimanessero a terra.
Cifra che diventa di un centinaio di milioni, tra personale di aria, terra, tariffe aeroportuali e carburante, quando si vola.
E accidenti se si vola: Berlusconi nel 2010 fissò il record assoluto: 8.500 ore di volo. Ridotto l’anno successivo della metà .
Il tutto sotto gli occhi dei contribuenti, che pagano.
Ma il dubbio rimane: è un lusso indispensabile o può essere coperto dai mezzi di linea?
È utile una flotta che potrebbe far concorrenza a una piccola compagnia commerciale? Anche perchè oltre ai dieci jet extralusso del 31° stormo (3 Airbus e 7 Falcon), vengono destinati ai voli dei sottosegretari e dei ministri quasi venti Piaggio P180, le “Ferrari dei cieli” con motori a turboelica, considerati gioielli di tecnica, meccanica e comfort.
Un’operazione trasparenza già Berlusconi l’aveva annunciata: pubblichiamo sul sito del governo i voli in tempo reale. Ma poi non lo fece mai.
Meglio è andata con Monti, anche se ogni tanto il sito non viene aggiornato.
E non tutti sono tenuti a dire se e dove volano.
Durante il governo Monti, Giulio Terzi di Sant’Agata è stato i recordman, ha volato per lungo e per largo.
Ovvio, era il ministro degli esteri.
Un po’ meno ovvi i suoi risultati: vedi il caso dei due marò.
Quello che salta agli occhi, sempre durante la gestione Monti, è come gli aerei di Stato in questo anno abbiano volato molto frequentemente a gennaio e molto meno a febbraio, il mese delle elezioni.
A gennaio il record è il giorno 17: 4 aerei decollati da o per Roma.
Quel giorno Anna Maria Cancellieri tornava da Dublino; l’onorevole Michele Vietti, vice presidente del Csm invece era in partenza per Herat; l’allora guardasigilli Paola Severino incrociava nei cieli la collega Cancellieri sulla rotta per Dublino, in direzione opposta; infine il ministro Terzi faceva Roma-Bruxelles-Roma.
A fine mese 34 aerei impiegati per voli a medio e lungo raggio.
Il mese successivo 23 voli, tra i quali un Roma-San Diego chiesto da una prefettura a scopo umanitario.
Chi non si è fermato un attimo, come detto, è stato Terzi: Monaco, Parigi, Bruxelles, Vilnius. Corrado Passera invece a febbraio ha effettuato un solo volo: Milano-Atene e ritorno il 13 febbraio.
Corrado Clini infine è partito per Washington il 28, a governo già ‘superato’ dalle elezioni.
Non migliore — almeno per adesso — è la situazione per il governo di Enrico Letta.
È vero che un mese è troppo poco per valutare.
Ma ogni giorno, a maggio, neanche il tempo di insediarsi, c’era già un velivolo della flotta di Stato nei cieli.
Necessità , spiega la presidenza del consiglio dei ministri.
Chi non si è fermato un attimo è il ministro della difesa Mario Mauro.
Non ha fatto in tempo ad ambientarsi invece il ministro Josefa Idem: un solo volo per lei all’attivo, il 16 maggio per Rotterdam e ritorno.
Insomma, l’attività deve ancora entrare nel vivo. Una circolare del 10 maggio scorso, del segretario generale di palazzo Chigi, spiega che d’ora in avanti “sarà necessario assicurare che ogni istanza per la concessione di un volo di Stato sia corredata da documentazione attestante le circostanze che rendono indispensabile ed eccezionale l’utilizzo del mezzo aereo (inderogabilità , urgenza, motivazioni istituzionali, mancanza di mezzi di trasporto alternativi, ecc.)”.
Vedremo.
Il nuovo presidente della Camera , Laura Boldrini, in questo campo ha dato una lezione di rigidità a tutti: quando può si sposta tra Roma e Milano in treno.
In realtà , vista la carica che ricopre, non sarebbe neppure obbligata a comunicare i suoi spostamenti aerei. Non sono tenuti nemmeno il presidente del Senato, il presidente del consiglio, quello della corte costituzionale e il capo dello stato.
Tutto per motivi di sicurezza. Ad ogni modo il treno è ancora nelle sensibilità di pochi.
C’è un altro aspetto non trascurabile: tutte le spese vengono anticipate dall’Aeronautica e la presidenza del consiglio deve al corpo militare 200 milioni di euro di arretrati.
E non sempre tornano indietro a tempo record. Anzi.
Un rischio già sottolineato qualche anno fa dall’allora capo di stato maggiore , generale Camporini: “L’aeronautica fa il possibile e fornisce le risorse finanziarie per il servizio. L’importante sarebbe che entro la fine dell’anno gli oneri siano coperti”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 18th, 2013 Riccardo Fucile
IN OCCASIONE DEL BIG MATCH CON IL BARCELLONA FURONO I VERTICI AD APPPROFITTARE DEL BENEFIT
Biglietti gratis per le partite del Milan, acquistati per clienti e manager da Milano Serravalle, la società autostradale controllata da Provincia e Comune di Milano.
Costo dell’operazione: 28 mila euro.
Nel frattempo l’Assemblea dei soci scarica l’attuale vice presidente in quota Lega, l’ingegner Paolo Besozzi, le cui divergenze di vedute col presidente, l’avvocato Marzio Agnoloni, non sono mai state un mistero.
Ma tornando alla questione dei biglietti, tutto è partito con un documento che il professor Gaetano Pecorella, il noto penalista membro dell’Organismo di vigilanza di Milano Serravalle, ha presentato lo scorso dicembre.
“È stata richiesta una valutazione — scrive infatti Pecorella — circa gli eventuali profili di rilevanza penale segnatamente all’utilizzo, per scopi privati e diversi di quelli a cui sono originariamente destinati, dei biglietti per assistere alle gare casalinghe del Milan, presso uno dei cosiddetti Skybox, ovvero una delle suite hospitality situate presso lo Stadio di San Siro riservata alla Milano Serravalle per motivi di rappresentanza”.
Quei posti, per 22 incontri dei rossoneri, tra Campionato e Champions league, prevedevano, a parte il prezzo del biglietto, anche l’accoglienza in albergo di lusso, per chi naturalmente lo richiedesse.
Sotto la lente della vigilanza sono finite 17 partite della stagione 2011/12.
Per esempio, per quanto riguarda il big match Milan-Barcellona, del 23 novembre 2011, i posti dello Skybox Serravalle erano occupati da Federico Giordano (l’allora Amministratore delegato di Milano Serravalle, in carica sino al novembre del 2011), da una persona in sua compagnia e da Besozzi, assieme a un’accompagnatrice di quest’ultimo.
“Non c’è nulla di cui mi si possa accusare — dice l’ingegner Besozzi — a quelle partite sono stato invitato da Serravalle. Cioè non ho occupato quei posti di mia iniziativa. La Segreteria dell’Amministratore delegato e del Direttore generale mi ha chiesto se desideravo servirmene. Mi sono comportato come nel caso del palco riservato che abbiamo alla Scala: lo usiamo su invito della Segreteria del presidente”.
Detta così un “errore” potrebbe essere stato commesso da chi ha formulato quell’invito a Besozzi, ipotizzando che i posti per la partita, a cui ha assistito l’allora vice presidente, fossero liberi e disponibili.
Pecorella spiega infatti che nessun reato si prefigura nel qual caso la società utilizzasse a propri fini biglietti di partite disertate da personalità — esterne a Serravalle — a cui precedentemente fossero stati proposti, al fine di “attività promozionale”.
Ecco un’altra particolarità : tra gli ospiti allo stadio di Milano Serravalle troviamo anche l’architetto Piergiorgio Rivolta e Filippo Nasotti, i due imprenditori già protagonisti di un crack finanziario negli anni ’90 ma che più di recente sono ricomparsi in cronaca, per la vicenda della villa acquisita da Berlusconi ad Antigua.
Ebbene loro hanno assistito, a spese di Serravalle, rispettivamente a Milan-Parma (partita del 26/10/2011) e a Milan Catania (6/11/2011).
Fabio Abati
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Giugno 18th, 2013 Riccardo Fucile
FRA I 270.000 INCARICHI PUBBLICI PAGATI NEL 2012 CI SONO ANCHE I PRETI CHE FANNO “ASSISTENZA RELIGIOSA” NEGLI OSPEDALI
Ci sono consulenze che, per paradosso e masochismo, non si possono definire inutili: ci fanno divertire, e non è mica poco.
La Regione Lombardia ha pagato un volenteroso con 1.000 euro per distribuire i buoni gelati per “l’evento lecca nella foresta”.
Lo spreco non ha misure rigide, ci sono banconote che sfuggono al controllo, si traducono in oltre 270.000 incarichi — liquidati nel 2012, relativi al 2011 come anticipato domenica dal Fatto — e diventano 1,3 miliardi di euro.
La fantasia può deviare la ragione e incentivare lo sperpero di denaro pubblico.
I sardi e la campionatura di suini e rondelle.
Quando aprite il frigorifero, anzi il congelatore, forse vi scatta quel desiderio inconfessabile di separare il tacchino dal vitello e il pollame dal maiale: per ordine maniacale, chissà .
La Regione Sardegna vi ha anticipato perchè ha assoldato un esperto per campionare la carne di suino e i salumi tradizionali per 14.715 euro.
E siccome le cose vanno messe nei posti giusti, la giunta sarda ha chiesto a un tecnico di campionare anche i tappi e le rondelle con lo sconto però, 930 euro.
Sappiamo persino che ancora la Regione Sardegna ha liquidato 5.500 euro per un imprecisato progetto per la ricotta.
Il territorio, ci dicono, è fondamentale . La burocrazia, ci ripetono, è fastidiosa. E le amministrazioni pubbliche, ci sussurrano, sono ingolfate.
Ecco, allora, che la Regione Molise si prende la briga di arruolare un docente per un rapido corso agli aspiranti “raccoglitori di tartufo”, 1.000 euro.
Un obolo rispetto al fortunato consulente di Trento (Provincia) che se n’è intascati 3.705 per “il progetto denominato evoluzione della pasticceria”.
Se volete un servizio completo, e preferite restare in zona, il Comune di Trento offre il “buffet”, costo 8.241 euro.
Per gli amanti del brivido, a Macherio (Milano) organizzano il “buffet al buio”, 400 euro a brindisi.
La comunità Valsugana e Tesino si concede bizzarri incontri culturali che richiedono l’ingaggio di raffinati “esperti” (non mancano mai): 13.000 euro per il progetto “libera-mente”; 1.600 euro “montagna selvaggia”; 1.321 euro per “amare troppo, amare male”.
La Valle d’Aosta e il vizio di catalogare tutto.
In Valle d’Aosta ci tengono a essere precisi: catalogano tanto e non badano a spese. Un giorno, la regione autonoma ha ordinato di rassettare l’archivio fotografico di arte contemporanea, 8.582 euro.
E un giorno successivo, non distante, ha deliberato la stessa operazione per “i beni culturali mobili”.
Non l’hanno deciso per noia, spiegano: si tratta di “attività propedeutica alla costituzione del museo”.
L’attività sarà pure “propedeutica”, ma è costata già 41.184 euro.
A Rocca Priora, provincia di Roma, non sapevano a chi far scegliere le immagini per i pannelli e opuscoli didattici, poi avranno trovato qualcuno davvero bravo e l’hanno ringraziato con 12.000 euro.
La rassegna stampa ligure per i tedeschi e gli inglesi.
La Regione Liguria è davvero stravagante e, in senso positivo, esterofila: spendono 3.134 euro per un “servizio di ritagli di stampa” per il mercato inglese e tedesco.
E poi monitorano i finanziamenti europei e dunque finanziano il monitoraggio con quasi 17.000 euro.
La Giunta ligure si è preoccupata anche di un “programma di visita a favore di un gruppo di giornalisti”, 2.200 euro.
Chi l’avrebbe mai detto che i sacerdoti rischiano di avere il doppio ruolo e il doppio stipendio? Le donazioni tramite l’otto per mille servono a sostenere la Chiesa, ma spesso un secondo aiutino non è rifiutato.
Gli ospedali sono laici, dovrebbero perlomeno, però le Asl o le Usl investono tanti denari per l’assistenza religiosa: insomma, pagano i preti. Ospedale di Brunico, 74.000 euro. Rovigo, 82.000 euro. Treviso, 105.000. Si toccano milioni di euro. Si tocca il paradiso.
Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Maggio 28th, 2013 Riccardo Fucile
SEDIE, CARTE, SCRIVANIE, ECCO I TAGLI DELLO STATO… ECONOMIE PR 1,5 MILIARDI CON LE “AZIONI VERDI” PER RIDURRE GLI SPRECHI ENERGETICI
Una sedia che costa 86 euro anzichè 124 (il 30% in meno), una scrivania a 112 euro invece di
176 (-36%), una risma di fogli A4 a 2,415 centesimi e non a 2,470 (-2,23%): sono anche questi i tagli attraverso cui la Consip, la società che si occupa degli acquisti per la Pubblica amministrazione, ha messo a segno un risparmio complessivo di 6,15 miliardi nel 2012, su 30 miliardi effettivi di spesa realizzata.
«Abbiamo raggiunto tutti gli obiettivi prefissati», commenta soddisfatto l’amministratore delegato, Domenico Casalino, presentando i dati del rapporto annuale della Concessionaria Servizi Informativi Pubblici, società che fa capo al ministero dell’Economia.
E a cui tutte le Pubbliche amministrazioni, per effetto della spending review, dovrebbero rivolgersi per i propri acquisti: il condizionale è d’obbligo perchè in realtà non tutti gli enti obbligati usano le convenzioni o gli altri strumenti messi a disposizione dalla Consip, con il rischio di incorrere nei richiami della Corte dei conti, e il 60% degli acquisti è da attribuire ad enti che non hanno prescrizioni.
Come gli enti locali: che teoricamente dovrebbero agire attraverso le centrali di acquisto regionali e, solo se queste non hanno ancora attivato una convenzione, passare alla Centrale pubblica di acquisti.
Oppure, in alternativa, indire gare d’appalto al ribasso, mettendo come prezzo base di riferimento quello Consip.
Perchè una cosa è certa: il prezzo ottenuto dalla Centrale, come testimoniato anche dall’analisi Istat-Ministero dell’Economia dell’anno scorso, è sempre più basso di quello di mercato.
E infatti di quei 6 miliardi e passa, vantati alla fine del 2012 (+20% dal 2011), buona parte (4,55 miliardi) sono stati ottenuti proprio su tagli ai «prezzi unitari» di 66 categorie merceologiche, che vanno dalle stampanti alla carta passando per le bollette della luce e del telefono.
I risparmi maggiori per gli uffici pubblici anzi si sono avuti proprio sui servizi, che rappresentano in realtà la fetta più grossa della spesa della pubblica amministrazione: in particolare, quelli di telefonia fissa e di gestione degli edifici.
Importanti anche i tagli ottenuti per l’illuminazione pubblica e per l’energia elettrica, dove è bastato rivolgersi a fornitori concorrenti per ottenere lo stesso servizio a prezzi più bassi.
Un’altra voce consistente, che ha permesso la riduzione, riguarda la gestione della sicurezza dei luoghi di lavoro e quella degli apparecchi elettromedicali: ad esempio nelle Asl e negli ospedali l’oculatezza nell’affidare la manutenzione degli apparecchi delle Tac alle stesse aziende che li vendono è servita a risparmiare migliaia di euro.
Gli altri 1,59 miliardi sono ricavati in parte grazie alle «azioni verdi», che hanno portato a scegliere le soluzioni più sostenibili per ridurre gli sprechi. In parte vengono dalla cosiddetta «dematerializzazione documentale», ovvero il trasferimento di tanti dati, che richiedevano carta e ore di lavoro, sui computer e sulle reti cloud .
L’ultima fetta riguarda «i risparmi di processo», un’espressione che definisce tutto il tempo guadagnato dalle amministrazioni facendo gare sul Mercato elettronico anzichè dilungarsi in procedure lunghe, costose e a rischio.
Ma i margini di risparmio sono ancora tanti: un esempio su tutti è la prima gara in Italia sul Sistema dinamico d’acquisto, effettuata dalla Regione Lazio, per la fornitura di medicinali ad Asl e ospedali nel 2012.
Poichè i prodotti farmaceutici – spiega la relazione Consip – hanno diversi principi attivi e tanti fornitori sul mercato, si prestano alla negoziazione on line : su un bando con base d’asta di circa 57,3 milioni si è arrivati ad uno sconto del 5%, cioè quasi tre milioni di euro.
Valentina Santarpia
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Maggio 24th, 2013 Riccardo Fucile
PICCOLI TRIBUNALI RESISTONO ANCORA, DECISO IL RINVIO DI UN ANNO… NULLA DI FATTO SULL’ABOLIZIONE DELLE PROVINCE
Smontare il poco che è stato già fatto: la regola base cui si attiene scrupolosamente ogni
nuovo Parlamento è destinata a segnare anche l’avvio di questa legislatura.
Ecco allora spuntare nella commissione Giustizia del Senato, presieduta dall’ex Guardasigilli del governo Berlusconi Francesco Nitto Palma, il rinvio di un anno dei tagli agli uffici giudiziari voluto dal precedente governo.
D’accordo il centrosinistra, che ha proposto la proroga: «Le norme hanno creato in vari territori disfunzioni pesanti e dubbi di legittimità anche costituzionale», dice la proposta di legge di cui è primo firmatario l’ex magistrato Felice Casson.
D’accordo il centrodestra: «È un testo che crea molti problemi, ci sono diverse cose da fare e per questo serve tempo», dice il senatore pidiellino Giacomo Caliendo.
D’accordo con la proroga anche i grillini e perfino Scelta civica di Mario Monti, proprio il premier del governo autore della riforma che senza lo stop avrebbe tagliato 31 piccoli tribunali e 220 sedi distaccate.
Risparmio stimato, 17 milioni l’anno.
Difficile dire se siano più insormontabili i problemi tecnici che pure ci saranno, o invece le allergie politiche locali allo smantellamento di posti di lavoro pubblici.
Ma che dopo tre mesi di paralisi parlamentare si parta innestando la retromarcia, non depone proprio bene.
Del resto è un segnale perfettamente in linea con la conclusione della legislatura precedente, spentasi affossando la riformina delle Province.
Non era certo l’abolizione: un semplice accorpamento. Comunque avrebbe fatto risparmiare 500 milioni, sepolti in Parlamento sotto una irridente gragnuola di emendamenti.
Non possono dunque non far ripensare a quella storia le dichiarazioni di chi, oggi, torna a parlare di abolizione delle Province: sono gli stessi partiti che l’hanno affossata. Di più. Un mesetto fa, in barba al decreto «salva Italia» che a fine 2011 aveva comunque privato le Province dell’elezione diretta da parte dei cittadini, si è votato per il rinnovo del consiglio provinciale di Udine.
Quale migliore prova dell’esistenza di «nodi aperti» che secondo Graziano Delrio renderebbero complicata l’eliminazione di quegli enti, se non questa?
Lo stesso ministro degli Affari regionali si è spinto a rilanciare pubblicamente il federalismo. I suoi colleghi l’avranno guardato come un extraterrestre.
Perchè quella è una parola che non va più di moda da un bel pezzo.
Il federalismo è completamente arenato. A cominciare da quello fiscale, per continuare con quello demaniale e finire con i costi standard.
Già , chi se li ricorda più?
Eppure era il meccanismo pensato per farla finita con le siringhe pagate dagli ospedali del Sud il doppio che dagli ospedali del Nord.
Niente di così complicato: soltanto una cosa di buonsenso.
Ma chissà perchè quando si tratta di risparmiare soldi pubblici diventa tutto difficile.
Così anche il piano di riordino degli incentivi industriali cui aveva lavorato l’economista Francesco Giavazzi, e per il quale inizialmente erano stati stimati risparmi di 10 miliardi l’anno, si è misteriosamente spiaggiato.
E pensare che il governo Letta non sa dove trovare i quattrini per gli sgravi fiscali, il taglio dell’Imu, il salvataggio degli esodati…
Altrettanto misteriosamente si arenano leggi alle quali tutti si dichiarano favorevoli.
Per trovare qualcuno che sia contrario alla riduzione del numero dei parlamentari bisogna andarlo a cercare con il lanternino.
Al Senato, nella scorsa legislatura, sono andati avanti per mesi a negoziare tagli e sforbiciatine.
Quando però si è arrivati al dunque, la riforma costituzionale è rimasta nel cassetto insieme all’abolizione del bicameralismo perfetto.
A un passo dal traguardo c’è sempre qualcuno che fa «più uno!», e magicamente tutto si ferma.
Nella fattispecie, il Pdl voleva accoppiare il taglio di deputati e senatori al presidenzialismo.
E l’accordo è evaporato.
Per la riforma elettorale, invece, non c’è stato nemmeno bisogno di rilanciare. A nulla hanno portato 46 disegni di legge e 24 proposte di iniziativa popolare: il Porcellum nessuno lo voleva cambiare.
Nè ora le prospettive sono migliori, com’è chiaro dalle inconcludenti schermaglie cui stiamo assistendo. Se avremo un sistema elettorale meno indecente di quello attuale sarà solo dopo che la Consulta ne avrà decretato l’illegittimità costituzionale.
Ma non aspettiamoci miracoli nemmeno su altri fronti. E ce ne sono davvero tanti.
Del tutto escluso, per esempio, è che si possa assistere a qualche inasprimento delle misure anticorruzione, magari con l’introduzione del falso in bilancio o del reato di autoriciclaggio: le norme approvate in Parlamento prima delle elezioni sembrano un brodino tiepido.
E anche se il ministro dell’Ambiente Andrea Orlando ha rivelato un «accordo con il ministro dell’Agricoltura Nunzia Di Girolamo» per riprendere il tema della limitazione al consumo di suolo aperto la scorsa estate con un disegno di legge dell’ex ministro Mario Catania (sperduto anch’esso nei cassetti rigonfi di buoni propositi), su quel fronte siamo ancora alle pie intenzioni.
Idem sulle norme relative alla natura giuridica dei partiti, che riguardano un articolo della Costituzione (il numero 49) mai attuato compiutamente in 65 anni: l’iter della legge quasi in dirittura d’arrivo pochi mesi fa si è esaurito insieme alla legislatura e le proposte sfornate questi giorni assomigliano più a un tentativo di mettere il dito nell’occhio di Beppe Grillo che alla soluzione del problema.
Per non parlare poi delle tante riforme arrivate a un passo dall’approvazione e mai diventate legge, dalle adozioni al testamento biologico, al divorzio breve.
Talvolta, però, la paralisi non è colpa della cattiva volontà dei politici.
Dipende dalle decine di norme attuative che non vedono la luce rendendo inapplicabili i provvedimenti.
Quando non da indolenze locali, spesso per cause impalpabili.
Un caso? La liberalizzazione delle farmacie.
Il decreto Monti prevede l’apertura di 4.500 nuovi punti vendita tramite gare a cura delle Regioni. Doveva concludersi tutto lo scorso 24 marzo. Ma non è successo ovunque.
Nel Lazio siamo ancora a carissimo amico: sostengono che il termine del 24 marzo non era perentorio…
Sergio Rizzo
(da “il Corriere della Sera“)
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Maggio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
STRADA ULTIMATA A PONTICELLI, NESSUNO SI E’ POSTO IL PROBLEMA: E’ L’EMBLEMA DEL MENEFREGHISMO CHE REGNA IN ITALIA
Caso surreale: una strada con un palo al centro. 
No, non è una barzelletta, ma è un «incubo» infrastrutturale: «Sembra tutto pronto – racconta il capogruppo M5S al comune di San Giorgio a Cremano, Danilo Roberto Cascone – per l’apertura dell’uscita autostradale su via della villa Romana a Ponticelli, utilissimo per chi proviene da Salerno, se non fosse per un piccolo particolare… C’è un palo in mezzo alla carreggiata. Da diverso tempo i lavori sono terminati, ma l’uscita, non è ancora operativa»
LA PROTESTA
Eppure il nuovo svincolo potrebbe alleviare gli annosi problemi di traffico agli automobilisti diretti alla zona alta di San Giorgio e ai paesi limitrofi.
Sono stati chiesti chiarimenti in merito, ma per il momento il palo resta dove è.
Ci si domanda come sia stata possibile una cosa del genere.
Questo svincolo – denunciano il responsabile regionale dei Verdi Ecologisti Francesco Emilio Borrelli – è atteso da anni ed è inconcepibile che sia stato realizzato un palo della luce proprio al centro della carreggiata. E’ inspiegabile un errore così grossolano che non solo sta ritardando l’ apertura dello svincolo ma aumenterà i costi della realizzazione del tratto autostradale»
REPLICA AUTOSTRADE MERIDIONALI
«Il palo – spiega Autostrade Meridionali – non c’entra nulla con l’apertura dello svincolo perchè è un’opera cosiddetta “provvisionale”, cioè temporanea. La rampa, tuttavia – aggiunge Autostrade Meridionali -, non si apre ancora perchè su questi lavori manca ancora il via libera comunale, dopo che è stata, da tempo, effettuata la conferenza dei servizi».
Dato che il palo è stato ben piantato al centro della carreggiata, ci chiediamo chi (e senza il controllo di chi) abbia potuto piantare tale palo proprio al centro della corsia appena sistemata.
Cose che possono accadere solo in Italia…
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