Aprile 2nd, 2013 Riccardo Fucile
CHIESTA DAL DISTRETTO DELLA SEDIA CHE E’ IN CRISI… NEL 2000 LE IMPRESE ATTIVE ERANO 1000, ORA SONO 720
Tempi della società , tempi della politica: nulla dimostra le lentezze del Palazzo quanto il paradosso di una bretella stradale in Friuli.
Decisero di farla per il boom del «triangolo della sedia», ora che finalmente la fanno è tardi: il distretto è in crisi nera.
E i costi sono diventati stratosferici.
Ripartiamo dall’inizio, dalla metà degli anni Novanta.
In un pugno di paesi tra Manzano, San Giovanni al Natisone e Corno di Rosazzo vengono prodotte quattro su cinque delle sedie italiane e una su tre di quelle europee. La provincia di Udine, la più colpita dalla grande emigrazione e reduce dal terremoto del 1976, si scopre di colpo ricca.
Gli operai più bravi vengono strappati ai concorrenti per tre milioni di lire al mese.
Il settore è in perenne, frenetica, spasmodica corsa verso nuovi record: più efficienza, più produttività , più velocità …
È in questo contesto che si levano le prime lamentele sul traffico crescente della «Palmarina», la provinciale che da Manzano porta al casello di Palmanova.
Sempre la stessa accusa: «Investiamo montagne di soldi su macchinari per guadagnare secondi preziosi su ogni componente di una sedia e appena i camion escono dal cancello s’impantanano negli ingorghi per raggiungere l’A4!».
Anni di proteste, richieste, confronti, dibattiti… Finchè nel 2004, quando già molti hanno delocalizzato e s’avverte la concorrenza di altri Paesi, la giunta regionale di centrosinistra guidata da Riccardo Illy insediata da pochi mesi vara il progetto per una nuova bretella che colleghi Manzano all’agognata A4.
Costo: una quarantina di milioni di euro.
Da allora, però, è passato quasi un decennio.
E solo da poche settimane (erano in arrivo le «Politiche») è stato approvato il progetto definitivo e successivamente (sono in arrivo le «Regionali») è stata avviata la gara d’appalto.
Con il risultato che, se proprio tutto andrà liscio (per accelerare l’assessore alle Infrastrutture Riccardo Riccardi è oggi commissario), i cantieri potrebbero partire in autunno o l’anno prossimo.
Vent’anni dopo il boom.
Ma quella bretella ha ancora un senso?
Lo ha chiesto in una lettera dove invocava un incontro col presidente regionale Renzo Tondo (nessuna risposta), il sindaco di Palmanova Francesco Martines.
Il quale ricorda che «nell’ultimo decennio (…) le imprese attive che nel 2000 erano 1.011, nel 2011 si sono ridotte a 720 (fra queste 74 sono in procedure concorsuali e 84 in scioglimento e liquidazione), con un accentuato fenomeno di delocalizzazione per le grandi aziende e una percentuale molto alta di cessazione di attività fra le aziende artigiane (riduzione del 45%) e quelle di piccola dimensione (riduzione del 26,1%)». Col risultato che, parallelamente al crollo della produzione, dell’export e dell’occupazione fra i 40 e 50% anche «i flussi veicolari, soprattutto di quelli di mezzi pesanti, hanno subito una drastica riduzione».
Un quadro fosco.
Confermato dai dati della Camera di Commercio e da un reportage del Sole24Ore che un mese fa, sotto il titolo «La crisi azzoppa la sedia di Manzano», scriveva che il distretto «negli ultimi sette anni ha visto volatilizzarsi almeno 6 mila posti di lavoro». Meno lavoro, meno produzione, meno camion.
Dice uno studio fatto fare da Martines che sulla «Palmarina» verso Palmanova tra le 11 e mezzogiorno le «punte di traffico» si attestano sui 148 veicoli totali (dei quali 129 leggeri) e che nell’ora peggiore, tra le 17 e le 18, si contano 348 veicoli dei quali solo 20 (venti) pesanti. Uno ogni tre minuti.
Vale davvero la pena, in questa situazione così cambiata rispetto al passato, chiede la giunta di Palmanova, di insistere sulla nuova bretella che sarebbe di 3 chilometri più corta (13 contro 16) rispetto alla strada attuale?
Con due carreggiate più ampie di 25 centimetri (venticinque!) in confronto a quelle di oggi larghe tre metri e mezzo?
Con 10 rotatorie e un nuovo ponte da costruire? Non bastasse, i costi inizialmente previsti sono raddoppiati. L’ultimo calcolo è di 89.734.717 euro: sette milioni a chilometro.
Da brividi.
«Non sarà questa nuova viabilità a risolvere i problemi del “triangolo della sedia”», sostiene il sindaco di Palmanova. E dunque è sbagliato oggi con «risorse sempre più scarse» buttar soldi in un’opera che servirebbe solo ad «annientare, in maniera ingiustificata, una grande porzione del territorio agricolo rimasto ancora intatto». Anche il suo collega di Moimacco, Manolo Sicco, è perplesso.
Dice che «è un investimento tardivo» e che «vent’anni fa l’opera aveva un senso» ma «oggi sono soldi sprecati».
Lo stesso primo cittadino di Trivignano, Roberto Fedele, favorevole all’opera, ha riconosciuto sul Messaggero Veneto che «è scontato dire che l’opera è tardiva» ma secondo lui «non fare nulla non crea ricchezza».
Quello di San Giovanni al Natisone, Franco Costantini, concorda: «A chi dice che l’opera non serve più rispondo: proprio nei momenti di crisi si investe in infrastrutture e si cerca di stimolare anche insediamenti alternativi». Traduzione: parte per parte della nuova arteria potrebbero sorgere, vedi mai, nuovi insediamenti industriali.
Sarebbe un peccato se questa spaccatura fra sindaci fosse liquidata come una bega locale.
Perchè c’è dentro tutto: i ritardi pazzeschi della politica, il peso mostruoso della burocrazia, l’ineluttabilità di progetti che a un certo punto vanno avanti per inerzia anche se sono vecchi, l’idea che lo sviluppo si inneschi solo col cemento…
Per capirci: con un quinto dei soldi previsti per la bretella (ammesso che bastino…) potrebbe essere completamente restaurata la stupenda cittadella militare di Palmanova le cui mura devastate da decenni di degrado solo recentemente hanno conosciuto i primi interventi solo grazie alla Protezione civile e a migliaia di volontari. Se è vero che l’area è di enorme interesse culturale, turistico ed enogastronomico e che secondo lo stesso Sole24Ore perfino «progetti come il ponte sullo Stretto presentano moltiplicatori di reddito inferiori a quelli evidenziati dai progetti culturali: due volte contro 4-5 volte» vale o no la pena di rifletterci?
E in ogni caso si torna alla domanda posta da Alberto Alesina e Francesco Giavazzi: le «infrastrutture» da rifare con più urgenza sono le autostrade o i processi burocratici? A che serve che i camion guadagnino cinque minuti su una bretella nuova e costosissima se le aziende perdono mesi in scartoffie?
Gian Antonio Stella
(da “il Corriere della Sera“)
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Marzo 4th, 2013 Riccardo Fucile
IN ITALIA CINQUEMILA ORGANISMI PRIVATI A PARTECIPAZIONE PUBBLICA… ASSUNZIONI CLIENTELARI, CONSULENZE INUTILI, SPRECHI… SOTTO ACCUSA ANCHE L’USO DEI FONDI EUROPEI
“Le participate sono il vero cancro degli enti locali, un passato di cui non ci si riesce a liberare, con
incarichi e consulenze dai compensi fuori mercato che non hanno prodotto niente”.
E’ l’affondo di Tommaso Cottone, procuratore regionale della Corte dei Conti della Campania in occasione dell’inaugurazione dell’anno giudiziario della giustizia contabile al quale ha partecipato anche il presidente della Corte dei Conti Luigi Giampaolino e della sezione Campania Fiorenzo Santoro.
Nella sua relazione Cottone si sofferma sul fenomeno partecipate ricordando che su scala nazionale in oltre 5mila organismi privati, partecipati dagli enti locali, l’indebitamento è valutato intorno ai 34 miliardi di euro con fenomeni di cattiva gestione che si sono concretizzate “in assunzioni di massa illegittime e clientelari; in consulenze inutili; in sprechi per acquisti di forniture inutili e a prezzi fuori mercato”. In Campania “il fenomeno ha proporzioni assai vaste e ha prodotto danni ingentissimi al patrimonio regionale e degli Enti locali”.
Nella relazione vengono ricostruiti i procedimenti attivati a partire da quello riguardante la Sapna, società che si occupa dei rifiuti voluta da Luigi Cesaro, ex presidente della provincia di Napoli e di nuovo deputato Pdl.
Lo stesso Cesaro è coinvolto nel procedimento e nel sequestro conservativo.
Il danno pubblico è pari a un milione e mezzo di euro per consulenze inutili.
“Si è proceduto all’affidamento — ricostruisce la relazione — degli incarichi senza alcuna ricognizione delle risorse disponibili e con motivazioni inconsistenti”.
Da sottolineare anche l’atto di citazione per 43 milioni di euro nei confronti di amministratori e funzionari statali, tra questi l’ex governatore Antonio Bassolino, per il contratto tra la società Jacorossi e il commissiariato per l’emergenza bonifiche.
I rivoli di spreco e inefficienza sono enormi, risorse che sarebbero tornate utili per dare risposte alla crisi economica.
Basti pensare ai fondi europei.
Il loro utilizzo, circa 12 miliardi e mezzo di euro quelli destinati alla Campania per i periodi 2000-2006 e 2007-2013: “Rimane — spiega Cottone — il piຠdelle volte fonte di sprechi e illeciti”. Tema, quello dei fondi europei, che il procuratore affronta anche nella sua relazione nel capitolo “Finanziamenti pubblici ovvero l’economia assistita”. Il procuratore denuncia: “La nostra Regione soffre sempre delle stesse disfunzioni e, paradossalmente, le contraddizioni si rivelano sempre più forti. Le deviazioni, le furbizie e le frodi sono elevate a sistema”.
Viene evidenziato l’apporto produttivo di piccole imprese che garantiscono occupazione, ignorate da ogni legge di finanziamento.
Sui fondi europei, proprio su indicazione della Corte di Conti, la Regione Campania, con il governatore Stefano Caldoro, ha avviato un report per verificare stato ed effetti dei finanziamenti concessi.
Non manca un affondo sull’abusivismo edilizio e l’inerzia delle amministrazioni locali in una regione che assiste, in ogni campagna elettorale, alle promesse del Pdl di aprire nuovamente il condono del 2003 e sanare così gli abusi.
Nella relazione del procuratore Cottone c’è anche un passaggio sul caso della biblioteca dei Girolamini che ha subito sistematiche spoliazioni e furti di testi tra il giugno 2011 e l’aprile 2012.
Nel procedimento penale è indagato anche l’ex senatore Pdl Marcello Dell’Utri per concorso in peculato.
Il danno patrimoniale calcolato è pari a 19 milioni e mezzo di euro.
Nello Trocchia
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Febbraio 11th, 2013 Riccardo Fucile
UN CATALOGO METTE IN MOSTRA I CASI PIU’ EMBLEMATICI DI SPERPERO IN ITALIA
Dal ponte di Venezia “scivoloso”, al maestro marchigiano che mette in tasca alimenti destinati
agli alunni, passando per casi di malasanità , corruzione e frode.
E’ il quadro – certo a tinte poco luminose – dell’Italia degli sprechi e delle frodi tratteggiato in un dossier messo a punto dalla procura generale della Corte dei Conti.
I magistrati contabili ha messo insieme, in un catalogo poco onorevole per l’immagine del Paese, le iniziative più rilevanti dei procuratori regionali.
Casi che nel 2012 hanno comportato un pregiudizio economico che “in base ad un calcolo necessariamente provvisorio si valuta in oltre 293,632 milioni di euro”.
La Corte dei Conti ha scandagliato l’attività condotta lo scorso anno da tutte le procure regionali e ha messo insieme “le fattispecie di particolare interesse, anche sociale, rilevanti per il singolo contenuto e per il pregiudizio economico spesso ingente”.
Dal parcheggio messo sotto sequestro a Genova perchè insisteva in un sito sottoposto a vincolo storico-paessaggistico, al giro di mazzette nelle camere mortuarie dei nosocomi di Milano; dalle consulenze “inutili” (così le definisce la stessa magistratura contabile) della provincia di Napoli alla “erronea” utilizzazione del tariffario da parte delle Asl calabresi per le prestazioni specialistiche e di laboratorio, la casistica delle truffe e dei danni allo Stato è ampia.
Nei faldoni finiti nel mirino dei magistrati contabili anche consulenze non lecite, “imprudenza nella stipulazione di contratti di finanza derivata”, omessa riscossione delle imposte.
Sfogliando i faldoni delle procure regionali si incontrano “fenomeni già noti – come rilevano i magistrati contabili – di corruzione, di malasanità , di conferimento di consulenze in violazione di norme”.
Ma anche operazioni spericolate con i derivati, abusi nella gestione del personale e omissioni nella riscossione dei tributi.
Fino a casi di singoli funzionari di piccolo cabotaggio che per imperizia o per frode hanno causato danni alla pubblica amministrazione.
Ecco i casi più eclatanti:
– Venezia, il ponte che fa scivolare. E’ il Ponte della Costituzione, dell’archistar spagnolo Santiago Calatrava, per il quale la Corte dei Conti ha riscontrato “comportamenti colpevoli del progettista e del direttore dei lavori”. Tanti scivoloni per i turisti e un danno all’erario di 3,467 milioni di euro
– Firenze, premi a pioggia per gli addetti del Comune. Il danno per gli errori nella gestione del personale ammonta a 50 milioni
– Abruzzo, dai lavori post-sisma alle multe stracciate. Le vertenze in corso di istruttoria riguardano soprattutto i contributi per i lavori a seguito del terremoto del 2009. Ma ci sono anche casi di “mancata riscossione di contravvenzioni al codice della strada da parte di diversi Comuni” grazie ad “amicizie” tra multati e funzionari pubblici
– Campania, il litorale e i suoi rifiuti. Una citazione per un danno di circa 43 milioni di euro ha riguardato la gestione del contratto per la bonifica e lo stoccaggio dei rifiuti nel litorale Domizio Flegreo e Agro Aversano.
– Emilia Romagna, palazzi acquistati ma vuoti. Il caso è dell’ufficio Inail distaccato di Casalecchio di Reno, in provincia di Bologna. Il danno per sovra-prezzo e sovra-dimensionamento è di 3,3 milioni.
– Trieste, il muse costa 600mila euro ma non c’è. Il contributo era stato versato dalla Regione Friuli Venezia Giulia “ad una nota Fondazione di fotografie antiche”, fa sapere la Corte.
– Scuola Diaz, indaga la procura del Lazio. Il G8 si svolse a Genova ma è nelle mani della Corte dei Conti del Lazio il procedimento per accertare “l’ipotesi di possibile danno erariale e all’immagine subita dall’Amministrazione per gli Interni”.
– In Molise il collegamento Termoli-Croazia è salatato. Società mista irregolare, tutto da rifare e il danno è di 6 mln.
– Piemonte, ombre su Grinzane Cavour. L’associazione che gestisce il prestigioso premio avrebbe sottratto illecitamente fondi della Regione Piemonte.
– Sardegna, si comprano le banche ma mancano i marinai. Prima sono state comprate le imbarcazioni, poi sono rimaste ormeggiate “essendo carente il personale per la conduzione dei mezzi”.
– Sardegna, appalti edili in cambio di lavori domestici. E’ il caso di un tecnico comunale di un Comune della Sardegna che affidava lavori a un’impresa in cambio di opere per la propria abitazione.
– Sicilia, nomine regionali sotto la lente. Per presunti illeciti nella nomina di consulenti, per danni legati a dismissioni del patrimonio immobiliare, per l’assunzione di soggetti sprovvisti dei prescritti titoli professionali.
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Novembre 4th, 2012 Riccardo Fucile
TRA LE FORNITURE DISCUSSE PERSINO QUELLE PALLOTTOLE DI FABBRICAZIONE CECA, DIFETTOSE
La polizia, ogni anno, spende 65 milioni di euro per servizi di mensa, 89 milioni per
l’equipaggiamento, 59 milioni per la manutenzione e il noleggio dei mezzi e altri 16 milioni per beni e servizi vari.
Un fiume di denaro, al quale si aggiungono altre spese pagate sempre dal ministero dell’Interno che, solo per forniture, versa annualmente 500 milioni.
Spulciando le varie voci delle singole uscite, non mancano le curiosità .
Come, ad esempio, i 2 milioni di euro per «acquisto di attrezzature varie per prevenzione di rischi di attacchi nucleari ».
Anche la Corte dei conti ha denunciato gli sprechi del Viminale.
Quello del prolungamento del contratto con la Telecom (azienda citata anche dal corvo e di cui si può leggere nell’articolo qui accanto) affidato nel 2003 senza alcuna gara, per i costosissimi braccialetti elettronici dei detenuti.
Nonostante dal 2003 al 2011 il ministero dell’Interno abbia speso ben 81 milioni di euro per un braccialetto utilizzato da appena quattordici detenuti, una cifra record, il Viminale ha deciso di rinnovare la convenzione con la Telecom per la durata settennale: «Esattamente dal 2012 fino al 2018 – sottolineano i giudici contabili nella relazione di fine settembre 2012 – reiterando perciò una spesa antieconomica e inefficace, che avrebbe dovuto essere almeno oggetto di un approfondito esame».
«Anche la conferma del contraente Telecom – si legge ancora nella relazione – avvenuta a prezzi e prestazioni non identici (i pezzi sono passati da 400 a 2000), e perciò qualificata impropriamente come una proroga, avrebbe dovuto o potuto essere oggetto di riflessione e trattative, se non di comparazione con altre possibili offerte ».
Se in otto anni sono stati realmente utilizzati appena 14 braccialetti su un totale di 400, perchè adesso ne servirebbero addirittura 2.000?
Di certo ringrazia la Telecom, che in tempi di spending review, con i poliziotti che lamentano perfino la mancanza di risorse per la benzina delle auto di servizio, si è vista rinnovare, senza aver fatto alcuna gara, un appalto da oltre 10 milioni di euro all’anno: cifra, questa, che potrebbe crescere di almeno quattro volte, se i braccialetti verranno utilizzati, con una spesa stimata in altri 500 milioni di euro.
Ma appalti in odor di sprechi, che meriterebbero accertamenti, ce ne sono in tutte le forniture. Clamoroso è stato l’acquisto di pallottole dalla ceca Sellier&Bellot: 8 lotti di cartucce calibro 9 prodotte nel 2009, e 5 l’anno prima, sono risultati difettosi, lasciando le forze di polizia di tutta Italia senza munizioni per le esercitazioni.
Come fu fatto il bando e, soprattutto, con quali controlli di qualità ?
Ci fu una rivalsa di danni nei confronti della azienda ceca?
L’appalto delle scarpe delle poliziotte è addirittura finito Striscia la notizia.
Migliaia di scarpe nere da donna con un tacco leggermente più alto del modello standard.
Il Viminale, il 30 settembre del 2005, ne ha acquistate, attraverso una gara affidato a una azienda italiana con stabilimento in Romania 12 mila per un valore di 600mila euro.
Peccato che i numeri di scarpe in Romania non corrispondano a quelli italiani e della Cee.
E così le donne poliziotto non sono riuscite a calzarle e le hanno restituire ai magazzini costringendo gli uffici a avviare un contenzioso con l’azienda.
C’è, poi, tutto il capitolo dei fondi Ue per rendere più sicuro il Meridione aggiornandone le tecnologie di sicurezza.
Un business milionario che ruota attorno al Cen, il Centro elettronico di Napoli che funziona da server per la polizia di Stato e che offre prestazioni a tutte le forze dell’ordine italiane.
Qui avrebbe dovuto essere testata la potenza di calcolo della polizia.
In realtà sono stati buttati milioni di fondi europei, e la gran parte dei progetti non è mai entrata in produzione.
Uno per tutti è il progetto Siai che avrebbe dovuto consentire alla polizia il rapido accesso a tutte le banche dati esterne (comuni, camere commercio), attraverso un unico processo di identificazione.
Nonostante tutti i soldi spesi, non ha mai funzionato nemmeno un giorno. Sprechi anche per i progetti informatici delle Scientifiche.
Quello Spaid, ad esempio, nato per la veloce identificazione degli immigrati da parte degli uffici periferici: sono stati acquistati moltissimi macchinari, ma la gran parte è rimasta inutilizzata.
Chi li ha scelti, non ha pensato a come farli “dialogare” tutti insieme con il sistema Afis di rilevamento delle impronte digitali.
Sempre in tema di impronte digitali, sono tuttora inutilizzati i cosiddetti centri mobili, grossi camper abbandonati nei garage delle Questure.
Alberto Custodero e Antonio Fraschilla
(da “La Repubblica”)
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Ottobre 30th, 2012 Riccardo Fucile
MOBILITA’ SOSTENIBILE E POLEMICHE ANIMALISTE: NON CI SARA’ L’ADDIO AI CAVALLI… IL COMUNE GETTA ALLE ORTICHE I PROTOTIPI FINANZIATI CON DENARO PUBBLICO
Cavalli sotto sforzo per il brusco calo di temperature, ma paradossalmente la fine del caldo
farà star meglio i quadrupedi della Capitale, proprio mentre tramonta il progetto delle botticelle elettriche commissionate dal Comune di Roma al centro universitario della Sapienza dedicato alla ricerca per la mobilità sostenibile ( Pomos).
Nella sede di Cisterna di Latina, giacciono in un capannone i prototipi: definitivamente accantonati. Eppure pagati a caro prezzo.
L’addio al progetto lo ha confermato il sindaco di Roma Gianni Alemanno che, in una intervista radiofonica, ha chiarito come l’idea fosse stata «scartata dai vetturini», ed ha annunciato invece che il prossimo intervento sulle carrozze sarà l’inserimento di un piccolo motore elettrico «che aiuta la botticella ad andare avanti e non sforza il cavallo».
Una scelta fortemente contestata dagli animalisti.
SOLDI PUBBLICI BUTTATI
L’addio al progetto elettrico viene vistop come un tradimento delle promesse fatte dal sindaco, ma soprattutto come l’ennesimo spreco di denaro pubblico: soldi buttati. Quasi 300 mila euro spesi per lasciare nei capannoni del centro di ricerca la botticella del futuro, quella che, secondo alcuni, avrebbe cancellato la tradizione.
Il progetto deve aver fatto non poca paura alla lobby dei vetturini: il risultato ottenuto, un ibrido tra carrozza ed automobile, un oggetto di design dal gusto retrò che non sfigurerebbe come nuovo mezzo di trasporto turistico, viene così tenuto lontano dalla Capitale.
Forse per evitare che qualcuno se ne innamori…
Il professor Frattale Mascioli nella rimessa di Cisterna con una delle botticelle elettriche Il professor Frattale Mascioli nella rimessa di Cisterna con una delle botticelle elettrich
TRAZIONE ELETTRICA ADDIO
«Non si capisce come mai il Comune di Roma, dopo aver affidato l’incarico, si sia completamente disinteressato», dice il responsabile del Pomos Fabio Massimo Frattale Mascioli. «La prima fase consisteva della realizzazione delle vetture: una è stata completata, la seconda è pronta per essere assemblata – dice il professore. Dopo la realizzazione della piccola flotta ci sarebbe stato il secondo passaggio: le infrastrutture di ricarica e gestione, ma non se n’è fatto più nulla», conferma il responsabile
La botticella ecologica può portare fino a 5 persone, raggiungendo la velocità tipica di una carrozza a cavallo, 25 chilometri orari, con un’autonomia di 30 chilometri.
Ma Alemanno ha detto chiaramente proponendo il nuovo progetto: «la tradizione deve andare avanti ma deve esserci rispetto e tutela per gli animali».
«BASTA CARROZZE»
Anche la consigliera del Pd capitolino Monica Cirinnà (già delegata alla tutela degli animali nella precedente giunta) si è mobilitata, rilanciando sulla battaglia alla carrozze: «Non si comprende come mai il Campidoglio abbia dimenticato nei capannoni di Cisterna di Latina le macchinette sostitutive delle botticelle».
E annuncia: «Ho presentato in proposito una interrogazione urgente al sindaco per conoscere l’intenzione dell’amministrazione comunale circa l’uso e l’entrata in servizio dei nuovi veicoli. Infine torno a sollecitare nuovamente la discussione in aula della delibera di soppressione del servizio pubblico con traino animale».
CAVALLI E POLEMICHE
In una città in cui, da qualche tempo, un tour operator organizza gite per turisti con mezzi alternativi a bus e botticelle – vale a dire apette, vecchie Fiat cinquecento e Vespa Piaggio – il Comune difende a spada tratta le tanto amate carrozze, i suoi conduttori (ridotti ad una ventina) ed il loro corposo business: già perchè un giro a cavallo può costare sino a 600 euro
Niente ultima corsa per il Nestore di sordiana memoria (Alberto Sordi dedicò un film alla professione), ma un aiutino per fare meno fatica forse arriverà : ultima delle invenzioni per andare incontro alle esigenze degli animali senza mortificare tradizione ed affari connessi, spiega il Campidoglio.
LE REGOLE DA APPLICARE
Restano intanto da far rispettare con rigore le regole che il Comune – sotto la pressione di un’opinione pubblica sempre meno disposta a tollerare maltrattamenti agli equini – ha stabilito con apposite ordinanze: non troppi turisti a bordo, niente corse con temperature sopra i 35 gradi, ed in ultimo persino la proposta di risarcire i botticellari durante le ondate straordinarie di caldo.
Se ne riparlerà , a questo punto la prossima estate.
Ma il tema della tutela dei cavalli resta tra i più sentiti: come dimenticare la rissa tra animalisti e vetturini dell’agosto scorso, quando venne scoperta una botticella che portava sei turisti con un cavallo stremato? Tre, alla fine, furono gli arresti.
PEZZO DA MUSEO
Appare dunque difficile che il Campidoglio torni sui propri passi e rispolveri il progetto delle botticelle ecologiche.
A questo punto, al centro di ricerca universitario non resta che provare a piazzare il prodotto di mobilità alternativa che potrebbe arricchire l’offerta turistica a Roma in qualche altra città .
Ma al Pomos sono riluttanti: «Non siamo venditori d’auto», fanno sapere i ricercatori. L’eco-botticella sembra destinata a diventare un pezzo da museo, oltre che un piccolo monumento allo spreco di denaro pubblico e alla conservazione di vecchi interessi corporativi.
Michele Marangon
(da “Il Corriere della Sera“)
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Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
LA LOTTA AGLI SPRECHI: CI SAREBBERO 24.000 ESUBERI DI PERSONALE
Inefficienze, sprechi, clientelismo.
C’è un po’ di tutto in questa cifra incredibile: 24.396.
Secondo l’ufficio studi della Confartigianato questo numero rappresenta l’eccesso di personale delle nostre Regioni.
Ma ciò che fa davvero impressione ancor più del numero in sè è il rapporto fra i dipendenti inutili e quelli utili.
Su tre persone impiegate nelle amministrazioni regionali ce n’è una di troppo.
Anzichè le attuali 78.679, ne sarebbero quindi sufficienti 54.283. Con un risparmio enorme: due miliardi, 468 milioni e 300 mila euro l’anno.
Cifra che equivale al 28 per cento dell’addizionare regionale dell’Irpef.
Tagliando il personale in eccesso nelle Regioni, insomma, ogni cittadino italiano potrebbe risparmiare 41 euro l’anno di tasse, ma con differenze enormi: dagli 8 euro del Veneto agli 82 della Basilicata, fino ai 705 (settecentocinque) della Valle D’Aosta
Come hanno fatto questo conto?
Le Regioni sono state per prima cosa suddivise in raggruppamenti omogenei per dimensione e categoria.
All’interno dei quali si sono poi individuati i relativi benchmark: la Sardegna per le Regioni a statuto speciale grandi, la provincia di Bolzano per quelle piccole, la Lombardia per le Regioni ordinarie grandi e la Liguria per quelle piccole.
Il calcolo è venuto di conseguenza: con risultati in qualche caso sorprendente.
Il Molise, per esempio. Secondo la Confartigianato per assimilarsi al modello più virtuoso delle piccole Regioni ordinarie dovrebbe perdere oltre i tre quarti del personale attualmente in servizio: 680 dipendenti su 902.
E poi la Campania, dove ben 4.746 impiegati su 7.501 risultano di troppo.
Ma lo studio non risparmia neppure alcuni degli enti considerati più virtuosi, come l’Emilia Romagna, la Toscana e il Veneto, che potrebbero fare a meno rispettivamente del 31,9, del 34,4 e del 20,7 per cento del personale.
In queste sole tre Regioni, seguendo il criterio adottato dall’ufficio studi dell’organizzazione degli artigiani, ci sarebbero circa 2.500 esuberi.
Per non parlare di situazioni come quella dell’Umbria, dove risulterebbe in eccesso addirittura il 54,8 per cento del personale: dieci punti più rispetto alla Calabria.
E la Sicilia, nella quale il numero astronomico dei dipendenti è sempre stato assunto a paradigma dello spreco?
Per la Confartigianato ha il 35,4 per cento di esuberi teorici: 6.780 persone.
Lo studio ricorda che la Regione siciliana spende per retribuire il proprio personale una cifra di poco inferiore all’esborso di tutte le quindici Regioni a statuto ordinario.
Si tratta (dati 2011) di un miliardo 853 milioni contro 2 miliardi 92 milioni.
Una cifra enorme, pur considerando che è comprensiva della spesa per le pensioni degli ex dipendenti, in questo caso a carico dell’amministrazione regionale.
E non c’è dubbio che il caso siciliano indichi come il problema sia particolarmente grave al Sud. Non a caso la stessa Corte dei conti, in un recentissimo rapporto, cita come significativa anche la situazione della Campania ” che fa registrare, nel 2008 una consistenza più che doppia rispetto alla Regione Lombardia, dato che persiste nel 2010 nonostante la riscontrata flessione del 7,73 per cento”.
Lo studio della Confartigianato rimarca che la Regione Campania, con il 59 per cento degli abitanti della Lombardia, ha il 126 per cento dei suoi dipendenti.
Ma la Corte dei conti sottolinea anche gli esempi “rappresentati dalle altre Regioni del Sud (Puglia, Calabria, Basilicata), le quali presentano una consistenza di personale sproporzionata alla dimensioni territoriali e alla popolazione in età lavorativa degli stessi enti”.
C’è poi la questione dei dirigenti, che in alcune Regioni sono decisamente più numerosi.
E qui non parliamo soltanto del Sud. In Valle D’Aosta ce ne sono 143.
Mentre le Province autonome di Bolzano e Trento ne hanno rispettivamente 403 e 256, contro i 251 della Lombardia.
Vero è che in questa Regione il numero dei dipendenti è tale da dare luogo a un rapporto fra dirigenti e non dirigenti particolarmente elevato.
In Lombardia c’è un ufficiale ogni 12,2 soldati semplici.
Ma è pur vero che ci sono Regioni dove questo rapporto è ancora più basso: in Molise c’è un dirigente ogni 10,7 impiegati.
E lo studio non dispone del dato siciliano, che per memoria risulta ancora più piccolo, dato che i dirigenti sono circa 2.000 a fronte di un numero di “non dirigenti” che nel 2011 si aggirava intorno ai 17 mila.
Con queste differenze è chiaro che il costo procapite sia fortemente squilibrato.
Nel Molise si tocca il massimo per le Regioni ordinarie, con 178 euro per far fronte alle retribuzioni del personale regionale a carico di ogni cittadino, contro una media di 45 euro e un minimo, riscontrato sempre in Lombardia, di 23 euro.
In Sicilia gli stipendi dei dipendenti regionali per 346 euro su ciascun abitante dell’isola: più del doppio rispetto ai 162 euro della Sardegna.
Un discorso simile, spiega l’ufficio studio della Confartigianato, si potrebbe fare anche con le burocrazie comunali.
Per cui ci sono, eccome, disparità territoriali non trascurabili. Anche se il risparmio che si potrebbe ottenere dagli oltre 8 mila Comuni è decisamente inferiore a quello calcolato per le Regioni: un miliardo 451 milioni contro quasi due miliardi e mezzo.
Sergio Rizzo
(da “il Corriere dela Sera“)
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Ottobre 29th, 2012 Riccardo Fucile
L’F35 SALE DA 80 A 127 MILIONI DI DOLLARI… A FRONTE DI POCHE DECINE DI ASSUNZIONI
I capannoni costruiti dalla Maltauro di Vicenza e ancora freschi di intonaco si intravvedono
appena oltre le recinzioni off limits.
Sì perchè l’ultimo stabilimento dell’Alenia, realizzato per assemblare il cacciabombardiere F-35, detto anche Jsf (Joint Strike Fighter), progettato dall’americana Lockheed Martin, si trova all’interno di un aeroporto militare.
Siamo a Cameri, provincia di Novara, sito storico (fondato nel 1909) dell’aviazione tricolore.
Oggi ospita il Reparto Manutenzione Velivoli che fa assistenza ai Panavia Tornado e agli Eurofighter Typhoon.
L’eco delle polemiche sollevate sul costo dei 90 aerei che l’Italia si è impegnata ad acquistare, qui arriva attutito.
Le rare persone che entrano o escono veloci in auto non si fermano neppure per dire “buongiorno”.
Off limits, zona militare, appunto.
Già , le polemiche.
In una intervista al portale specializzato “analisidifesa.it”, il generale Claudio Debertolis, segretario generale della Difesa, ha ammesso candidamente che il costo dei cacciabombardieri F-35 per Aeronautica e Marina italiane sarà ben più alto dei circa 80 milioni di dollari per ciascun esemplare dei primi tre apparecchi, comunicati a suo tempo al Parlamento.
«Il dato si è rivelato irrealistico – ha spiegato il generale – poichè si riferiva a una pianificazione ormai superata dalle vicende del programma e verteva sul solo aereo nudo».
I primi F-35 avranno un costo previsto attualmente in 127,3 milioni di dollari (99 milioni di euro) a esemplare per la versione A e di 137,1 milioni di dollari (106,7 milioni di euro) per la versione B a decollo corto e atterraggio verticale (Stovl) che verranno acquisiti dal 2015.
Una volta usciti dalle catene di montaggio di Cameri, all’inizio del 2015, i primi 3 caccia “stealth” Lockheed Martin F-35A Ctol a decollo convenzionale per l’Italia (60 quelli previsti), saranno inviati presso il centro di addestramento negli Stati Uniti per iniziare la formazione dei piloti e degli specialisti.
Nel 2016 saranno seguiti dai primi 2 di un successivo gruppo di 3 esemplari.
Il primo F-35A si schiererà sulla base di Amendola dell’Aeronautica militare nel marzo 2016, mentre il primo F-35B Stovl a decollo corto e atterraggio verticale (30 fra Marina e Aeronautica), il cui contratto d’acquisto è previsto nel 2015, comincerà a operare dalla base di Grottaglie a partire dalla seconda metà del 2018.
Questo, dopo il taglio di 41 esemplari deciso a febbraio dal governo, è il nuovo programma di acquisto degli Jsf, secondo quanto illustrato dal generale Debertolis.
Il quale non ha negato le criticità emerse in America sul fronte industriale del programma Jsf: il costo è aumentato a una media di ben 40 milioni di dollari al giorno in 11 anni, preoccupando non poco il Pentagono. Anche perchè, vista la crisi economica mondiale, già alcuni Paesi hanno deciso di tirarsi indietro.
In Italia, invece, pur con un programma ridotto rispetto all’originale (approvato via via dai governi Prodi, Berlusconi, D’Alema, Prodi e di nuovo Berlusconi), l’esecutivo Monti, che vede alla Difesa l’ammiraglio Giampaolo Di Paola, uno dei principali sostenitori del progetto, ha deciso di proseguire.
L’Italia dovrebbe alla fine spendere qualcosa come 16,9 miliardi di dollari e, secondo, Debertolis, ne avrebbe un ritorno industriale del 77%, pari a circa 13 miliardi.
Oltre all’assemblaggio dei propri aerei e di quelli di qualche altro Paese europeo, l’Italia avrebbe assegnata la costruzione di un migliaio di ali. Sinora il nostro Paese ha speso per il programma fra i 2 e i 2,5 miliardi di euro e ha avuto ritorni industriali per 631 milioni di dollari.
Sullo stabilimento di Cameri, che si trova nel collegio elettorale del presidente della Regione Piemonte Roberto Cota, ha messo grande enfasi la Lega, tanto da farne oggetto di visite entusiastiche dell’allora ministro Umberto Bossi.
La fabbrica, denominata “Faco” (Final assembly and check out) è costata allo Stato 800 milioni di euro.
Qualche anno fa fu messa in giro la voce che il programma F-35 avrebbe portato alla creazione in Italia di 10 mila posti di lavoro. In realtà si è rivelata una bufala.
Oggi a Cameri, come confermano fonti sindacali e aziendali, lavora solo un centinaio di persone, per lo più “in missione” dall’Alenia di Caselle: solo alcune decine sono nuovi assunti.
«In pratica il personale occupato sulle linee di Cameri non sarà a “somma”, ma a “sottrazione” di quello di Caselle – spiega Gianni Alioti, responsabile esteri della Fim Cisl nazionale – Alla fine il numero di persone impiegate nella “Faco”, fossero anche i 1.816 su tre turni di cui ha parlato il ministero della Difesa nel 2010, o i più realistici 600 lavoratori che risultano a noi sindacati, saranno solo in parte nuovi posti di lavoro».
Ma non è solo una questione di costi fuori controllo e di occupazione fantasma. «Il programma dei cacciabombardieri F-35 è industrialmente un errore – sostiene Lino Lamendola che segue il settore per la Fiom piemontese -. Come Paese siamo passati dal partecipare a programmi proprietari in consorzio con altri partner europei al ruolo di fornitori di aziende Usa. Non abbiamo nessun ruolo nello sviluppo della tecnologia, siamo fuori dall’ingegneria e dalla progettazione. Una condizione di subalternità letale per l’industria nazionale. Una scelta di politica suicida».
Il paradosso è che non ci sono certezze neppure di rientrare dagli 800 milioni investiti dal governo per la “Faco”.
«Non c’è nulla di garantito – ha rivelato il segretario generale della Difesa -. Dagli Americani abbiamo un contratto effettivo per 100 ali e una dichiarazione di intenti per 800». Come cantava Giorgio Gaber, «anche per oggi non si vola».
(da “La Stampa“)
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Ottobre 18th, 2012 Riccardo Fucile
LA REGIONE SICILIA SPENDE TANTISSIMO PER QUELLE VOCI CHE LA REGIONE LOMBARDIA HA INVECE RIDOTTO: CONSULENZE, TRASFERTE, MANUTENZIONE IMMOBILI, CANCELLERIA, TRASLOCHI, ARREDI
La spesa del Consiglio regionale della Lombardia per il 2012 è stata ridotta del 7,18 per
cento passando da 71 a 67 milioni di euro.
Anche se Milano non è più la capitale morale d’Italia, considerati i 14 indagati su 80 consiglieri regionali, i conti del Consiglio regionale rimangono tra i più virtuosi d’Italia.
167,7 milioni di euro sono invece previsti nel bilancio preventivo 2012 dell’Ars che, grazie ai tagli di ottobre, sono diventati 163,4 milioni.
Una riduzione, pensata in extremis dal presidente uscente Cascio, che ha riguardato, però solo, il 2,4 per cento del Bilancio preventivo 2012.
L’Ars spende tantissimo per quelle voci che invece il Consiglio Lombardia ha ridotto: consulenze, trasferte per scambi culturali ma anche trattamento economico dei dipendenti, manutenzione immobili, cancelleria, traslochi e arredi. In totale 95,7 milioni di € in più che non ci possiamo più permettere.
SPESE PER IL PALAZZO ANTICO
Il Palazzo reale sede dell’Ars richiede una manutenzione costosissima.
“Non potete immaginare — ha detto Francesco Cascio in una recente intervista a Radio 24 — quanto possa costare solo riscaldare le stanze del Palazzo antico”.
Noi ci chiediamo, in verità , come mai non si decide di tagliare i costi di riscaldamento, del resto più di mille anni fa si viveva nelle stanze del Palazzo senza riscaldamenti e tra l’altro moltissime sono le scuole in Sicilia dove alunni e insegnanti sono senza riscaldamenti.
Si scopre, infatti, che tra i prelievi del cospicuo fondo di riserva per spese impreviste (che nel 2012 all’Ars ammonta a 1,3 milioni di euro, mentre quello del Consiglio della Lombardia ammonta addirittura a 80 mila euro) all’Ars nel 2011 (vedi conto consuntivo) ben 68.500 euro sono state spese per “interventi straordinari negli impianti tecnologici” e 44.500 euro solo per “riattamento del giardino”.
Da queste voci si capisce poi come si fa ad arrivare a 167 milioni di euro di bilancio preventivo che, grazie ai tagli di ottobre, sono diventati 163,4 milioni.
Una riduzione, pensata in extremis dal presidente uscente Cascio, che ha riguardato il 2,4 per cento del Bilancio preventivo 2012, mentre il Consiglio della Lombardia ha praticato rispetto al 2011, come abbiamo detto, tagli per il 7,18 per cento , tra l’altro nell’ambito di una filosofia di riduzione della spesa già applicata nel 2010 con una riduzione dell’8,5% della spesa rispetto al 2009.
VESTIARIO DI SERVIZIO
Ancora più eclatante è la spesa per il vestiario che al Consiglio è preventivata per il 2012 di 50 mila euro, all’Ars, invece, di 360 mila euro, più di sette volte tanto, eppure è stata abbassata di 40 mila euro!
TRASFERIMENTI AI GRUPPI
Al capitolo VI del bilancio dell’Ars, per i “Trasferimenti ai gruppi parlamentari”, erano previsti prima dei tagli di ottobre 12,6 milioni di euro che sono stati ridotti di 810 mila euro, per diventare 11,8 milioni che però vanno ad aumentare nel 2013 a 11,9 milioni.
Il Consiglio della Lombardia destina al contributo per il funzionamento dei gruppi consiliari 1 milione 650 mila euro, cifra identica a quella del bilancio di previsione 2011.
I gruppi Ars vengono foraggiati più di sette volte tanto rispetto ai gruppi consiliari della Regione Lombardia.
È su questa voce che si misurano le spese esagerate dell’Assemblea e anche sui fondi riservati.
Per cerimonie di rappresentanza, contributi e beneficenza al presidente dell’Ars sono riservati 342 mila euro, al presidente del Consiglio regionale della Lombardia la metà 180 mila euro.
FONDI RISERVATI PER SPESE IMPREVISTE
Poi ci sono i fondi riservati per spese impreviste pari all’Ars a 1,3 milioni di euro, mentre al Consiglio Lombardia sono pari a 80 mila euro, più di 16 volte di meno!
La differenza enorme tra le spese totali dell’Assemblea regionale siciliana e del Consiglio Lombardia, 163,4 milioni l’una e 67,7 milioni l’altro, pari a 95,7 milioni è dovuta al peso che grava sul Bilancio dell’Ars degli oneri non ripartibili pari a 11,3 milioni dove pesano di più imposte e tasse per 11 milioni di euro (voce assente nel bilancio consiglio lombardia).
CONSULENZE, STUDI E RICERCHE
Poi ci sono le consulenze insieme a studi e ricerche che toccano 3 milioni di euro, mentre la Lombardia se ne esce con 300 mila euro, dunque 2,7 milioni in meno e siamo già a 13,7 milioni di differenza.
SPESE PER IL PERSONALE
La voce spese per il personale del Consiglio è pari a 17,7 milioni di euro, mente il capitolo corrispondente del bilancio dell’Ars è di 40,3 milioni nonostante l’Ars abbia una cinquantina di dipendenti in meno.
Risultato: noi spendiamo 22,6 milioni in più solo per il personale.
Ricordiamo che il Consiglio della Lombardia non ha il peso del pagamento delle pensioni.
L’unica voce in merito (contributi previdenziali ed assistenziali a carico del Consiglio) è inglobata nei 17,7 milioni di spese per il personale. Invece l’Ars non solo ha da versare 5 milioni di conferimenti al fondo di previdenza per il personale delle quote maturate per il trattamento previdenziale, ma anche c’è da dire che questa è solo una voce di un capitolo a parte che si chiama “Competenze personale in quiescenza” e che pesa per 44,8 milioni di euro. Già spiegati 81 milioni e 100 mila euro in più.
SPESE VARIE DI FUNZIONAMENTO
Le spese varie di funzionamento del Consiglio della Lombardia di 4,5 milioni di euro all’Ars sono sparse in vari capitoli (Biblioteca e archivio; Servizi informatici, servizi ausiliari e di supporto, manutenzione ordinaria, beni di consumo e servizi vari) per un totale che raggiunge 9 milioni di euro.
Basti pensare che per la gestione dell’autoparco, il noleggio vetture e benzina il Consiglio Lombardia spende 30 mila euro, l’Ars 350 mila euro, più di dieci volte tanto.
PREMI ASSICURATIVI E SPESE LEGALI
E ancora se la Lombardia nel suo Consiglio per Inail e altri premi assicurativi spende 100 mila euro, 35 mila per le spese legali e 300 mila per Spese per consulenze studi, totale 435 mila euro, all’Ars per quelle voci si vedono premi assicurazione per 85 mila euro, spese legali 200 mila, collaborazioni esterne 2,8 milioni, studi e ricerche 270 mila euro, totale circa 3,4 milioni di euro.
SPESE PER I DEPUTATI
Già con tutte le voci che abbiamo indicato si arriva ad una differenza di spesa in più dell’Assemblea di 88,6 milioni.
Da ultimo ci sono le spese per le indennità dei deputati, per i vitalizi e per l’indennità di cessazione di mandato, più elevate fino a tre volte di più. Infatti, per esempio, per gli assegni vitalizi si legge nel bilancio preventivo del Consiglio Lombardia una cifra di 7,6 milioni, invece per gli stessi all’Ars 20,5 milioni!
Ecco come l’Ars, dunque. regala 95,7 milioni, che se si allineasse ai conti virtuosi del Consiglio Lombardia, potrebbe risparmiare.
Ma la prima mossa dei nuovi deputati dovrebbe essere quella di abrogare la legge di equiparazione al Senato (L.r. 44/65). Senza questa mossa, qualsiasi altra sarebbe inutile.
Lucia Russo
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Ottobre 17th, 2012 Riccardo Fucile
TRECENTO MILIONI PRESI DAI FONDI PER IL SUD, E NON SONO GLI ULTIMI
Dopo il danno, la beffa.
Prima lo spreco di 300 milioni di denaro pubblico, spesi in studi preparatori, cioè per tenere in piedi il carrozzone della società Stretto di Messina.
Adesso lo stanziamento di altri 300 milioni per risarcire i costruttori della mancata esecuzione di un’opera, il mitico ponte a campata unica di 3300 metri, da sempre considerata irrealizzabile.
Beffa nella beffa: con la legge di Stabilità il governo ha messo le penali in conto al “Fondo per lo sviluppo e la coesione”, quello per il Sud gestito dal ministro Fabrizio Barca, secondo la tradizione di mettere la faccia più presentabile sulle operazioni più impresentabili.
Ma adesso si apre la vera partita: non è detto che i costruttori del consorzio Eurolink (la Impregilo di Gavio e Benetton, la cooperativa rossa Cmc di Ravenna, la Condotte del gruppo Ferro-cemento) si accontentino dei 300 milioni.
La capacità dei manager pubblici di fare autogol potrebbe portare il conto molto vicino a un miliardo.
Basti pensare che la spesa prevista è passata dagli originali 3,9 miliardi a 8,5. E le penali potrebbero adeguarsi.
Il re dell’autogol si chiama Pietro Ciucci.
Una vita fa era un dirigente dell’Iri, e piaceva molto a Romano Prodi che lo impose alla presidenza dell’Anas.
L’Anas è il primo azionista della Stretto di Messina spa, di cui Ciucci è oggi presidente, dopo che si è appassionato al ponte.
Ciucci è anche commissario governativo per la realizzazione dell’opera, su nomina di Silvio Berlusconi che apprezzò la sua passione per il ponte tanto costoso quanto impossibile.
Nel 2005 la Stretto di Messina fece la gara internazionale per l’appalto del ponte più ardimentoso mai pensato dall’uomo, e curiosamente gareggiarono solo costruttori italiani, la cordata Impregilo, allora guidata dalla famiglia Romiti, e l’Astaldi.
I grandi gruppi internazionali si tennero alla larga, senza capire che c’era la possibilità di guadagnare un sacco di soldi con il minimo sforzo.
Infatti Impregilo, pur di vincere, fece un’offerta stracciata, 3,9 miliardi contro una base d’asta di 4,4.
L’Astaldi fece ricorso al Tar, sostenendo che quell’offerta doveva essere esclusa per il “ribasso anomalo”.
Il Tar del Lazio, presieduto da un esperto di grandi affari con soldi pubblici come Pasquale De Lise, respinse il ricorso.
Ciucci si precipitò a firmare, il 27 marzo 2006, il contratto con Eurolink, che prevedeva ovviamente l’unica cosa davvero interessante del ponte impossibile: una penale pari al 10 per cento dell’opera a favore di Eurolink se alla fine avesse prevalso il buonsenso e tutto si fosse fermato.
Da quel momento è scattato il conto alla rovescia: dopo sei anni di paziente attesa, adesso Impregilo, Cmc e Condotte passano all’incasso.
Ma i sei anni non sono passati invano.
Secondo le accuse di associazioni ambientaliste non estremiste (Wwf, Fai, Italia Nostra, Legambiente), che si sono già rivolte alle procure della Repubblica competenti, Ciucci in tutti questi anni ha condotto una danza che non poteva non portare al pagamento delle penali.
Nella sua molteplicità di funzioni (controllore, controllato, affidatore dei lavori, commissario governativo, azionista della Stretto di Messina, manager della Stretto di Messina), mai contestata da alcuno perchè l’affare del ponte soddisfa tutte le parti politiche, ha prodotto una serie di atti e contratti in questi anni nei quali gli stessi avvocati faticano a districarsi.
Il risultato è che, se nel contratto firmato nel 2006 era previsto il recesso dal contratto senza pagamento di penali se il Cipe (cioè il governo) avesse bocciato il progetto definitivo redatto da Eurolink, nel 2009 la Stretto di Messina ha modificato il contratto, stabilendo che la penale scatta anche senza pronunciamento del Cipe.
Basta che il progetto sia stato approvato dalla Stretto di Messina, cosa che Ciucci si è affrettato a fare nel 2011.
Quando poi il governo Monti, all’inizio del 2012, ha “definanziato” il ponte, Ciucci, come presidente di una società formalmente privata, la Stretto di Messina, ha fatto ricorso direttamente al presidente della Repubblica.
Il ministro delle Infrastrutture, Corrado Passera, non ha fiatato.
Se devono comandare i tecnici, chi è più tecnico di Ciucci?
E i grandi costruttori incassano, come piace al governo Monti.
Giorgio Meletti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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